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La farsa del potereCristiano Lucchi · Resistenze
L'affaire Montedomini - appartamenti destinati ai più poveri messi sul mercato degli affitti turistici di lusso (e molto altro ancora) - è un clamoroso scivolone nel fango per l'amministrazione comunale, che per anni ha creduto di blandire l'opinione pubblica sfornando sui social reel sui grandi cantieri (stadio e tranvia su tutti) e su un concetto di sicurezza caro alla triade Meloni-Vannacci-Salvini (mitiche le sceneggiate da saloon a bordo dei tram).
Lo scandalo ha colpito la maggioranza dei fiorentini per la sua concretezza. Questa volta non si tratta di "percezione della sicurezza" di cui blaterare a fini di propaganda, bensì del diritto alla sicurezza per antonomasia: avere o, meglio, non avere quattro mura dove vivere, appunto, "sicuri". Salvo poche, ricche, eccezioni, oggi non esiste infatti persona a Firenze che non sia a rischio espulsione dalla città, che non viva direttamente o indirettamente il dramma della casa, degli affitti che aumentano, dello sfratto, del lavoro povero, del turismo o dell'urbanistica speculativa.
Nessuno di questi temi è governato in maniera efficace dalla politica. Da queste pagine abbiamo più volte raccontato come sia frustrante dover chiedere alle istituzioni il rispetto dei diritti, a partire proprio da quelli sociali. Serve pertanto un cambio radicale nella gestione della città. Servono persone competenti, attente ai bisogni delle persone, che abbiano finalmente come priorità il bene comune, che non siano nominate ma espressione reale dell'elettorato che intendono rappresentare. Basta coi "cacicchi" e i "capibastone" (come li definiva D'Alema che i suoi li conosceva bene), basta con persone che nella migliore delle ipotesi non sanno quello che fanno. E siccome già oggi i poveri sono costretti a subire misure fasciste nelle strade, nei cpr, nel Mediterraneo e nelle strutture penitenziarie e di "accoglienza", forse è il momento che i voti non vengano più chiesti minacciando l'arrivo dell'estrema destra. "Non esistono poteri buoni" cantava De André. Come non dargli ragione?
(nella foto: Grand Hotel Montedomini. L'ente pubblico dedicato ai fragili mette le case sul mercato degli affitti turistici di lusso. Centinaia di senza dimora continuano a vivere in strada. Benvenuti a Firenze)
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Acca, la Piana bruciaValentina Baronti · Attualità
Resistenza e solidarietà a 50°
Scioperare, bloccare le merci o presidiare una fabbrica è un diritto. Ad affermarlo non è solo la larga comunità solidale, nata e cresciuta attorno alle lotte operaie della piana tra Firenze e Prato. Questa estate lo hanno detto anche i tribunali, con una serie di sentenze in favore dei lavoratori e delle lavoratrici. Sì, perché i padroni ci hanno provato a delegittimare le lotte, con ogni mezzo.
Ci hanno provato con i dipendenti di Acca Srl, l'azienda di logistica della moda, che nel giugno scorso ha annunciato la chiusura e il licenziamento di 95 lavoratori.
Prima le forze dell'ordine sono andate a sgomberarli dal piazzale della fabbrica e poi i pronto moda hanno avviato ben quattro ricorsi di urgenza, per chiedere di riavere le loro merci. E hanno perso. Il picchetto va avanti e si moltiplica. I lavoratori si spostano davanti ad altri magazzini, dove hanno scoperto che Acca sta continuando a trasportare merce.
I picchetti operai diventano itineranti e vanno avanti per tutta l'estate
Alla fine i presidi diventano quattro e spesso le scatole di vestiti vengono intercettate anche per le strade, dove i pronto moda organizzano le operazioni di carico-scarico a cielo aperto. Ci hanno provato, anzi ci provano da cinque anni, con gli operai ex Gkn, vittime sia della fuga del capitale che dell'immobilismo delle istituzioni.
Ma alla fine di luglio il ricorso della proprietà dello stabilimento di Campi Bisenzio nei confronti di alcuni membri del Collettivo di Fabbrica è stato rigettato dal Tribunale Civile, andando ad aggiungersi agli oltre 200 giudizi persi da QF e dalle aziende collegate.
Anche in questo caso il presidio rimane e si evolve, si sposta fuori dai cancelli e diventa itinerante, pronto ad appoggiare ogni lotta operaia che germoglierà nel territorio.
Nell'estate rovente del 2026, l'asfalto a 50 gradi della periferia industriale era il posto più fresco in cui fermarsi, un'oasi sociale nel deserto lasciato dai padroni, dalle forze dell'ordine, dalle istituzioni. L'unico angolo in cui soffiava il vento potente della solidarietà.
(foto di Giovanni Tarducci)
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Sciopero a pedaliRedazione · Attualità
Consegnare cibo a domicilio può farti morire di caldo. Non farlo, può farti morire di fame. A metà luglio i rider hanno scioperato contro salari bassi, assenza di tutele e condizioni di lavoro rese ancora più difficili dalla crisi climatica.
Chiedono la fine del cottimo, garanzie economiche per chi è costretto a fermarsi durante le ondate di calore e un aumento salariale: oggi per una consegna dal centro di Firenze a Coverciano, per esempio, vengono riconosciute tre euro lorde.
Inquadrati come lavoratori autonomi, se i rider rifiutano di lavorare durante le ore più calde, l'algoritmo li penalizza e non vengono chiamati nemmeno per consegnare la cena, andando a erodere ancora di più una paga misera che non consente loro di vivere dignitosamente.
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Cancellate l'ipocrisia delle cancellateRedazione · Attualità
Il Comune di Firenze ha stanziato 105mila euro per chiudere con alcune cancellate il sottopasso delle Cure. Ancora una volta si preferiscono le politiche securitarie per risolvere problemi sociali (ricordate Marco il libraio senza dimora?), questa volta con una piccola dose di ipocrisia: la maggioranza afferma infatti che si tratta "solo di una possibilità", che "non è detto che si farà".
A svelare la delibera sono Dmitrij Palagi e Lorenzo Palandri di Sinistra Progetto Comune che denunciano il cortocircuito. "In quell'atto ci sono 105mila euro destinati alle cancellate, basta una determina dirigenziale per installarle. Se davvero "non lo farete", allora perché lo finanziate?"
Le cose che si vogliono davvero evitare non si mettono in bilancio.
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Le prime vittime dell'IARedazione · Attualità
1.550 licenziamenti e 5mila in cassa integrazione, a tanto ha portato, ad oggi, l'arrivo dell'intelligenza artificiale nei call center, dove lavorano 35mila persone, soprattutto al sud Italia. Chatbot e assistenti virtuali stanno sostituendo le persone non solo nelle operazioni di marketing, ma anche nell'assistenza ai clienti e agli utenti delle pubbliche amministrazioni.
"Il settore dei call center attraversa una crisi strutturale che va governata" ha dichiarato il Ministro Adolfo Urso rispondendo all'opposizione in Parlamento, senza specificare né come né quando intenda farlo.
Intanto l'intelligenza artificiale fa le sue prime vittime e il governo italiano, al solito, è in ritardo su qualsiasi cambiamento, seppur ampiamente annunciato.
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Una flotilla nell'economiaValentina Baronti · Attualità
La cooperativa Gff (ex Gkn) pronta a salpare. Al via il progetto delle cargo bike
Cinque anni, tanti ne sono passati dal licenziamento via email dei 500 lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio. Anni in cui abbiamo visto il capitale scappare e le istituzioni rinviare tavoli, decisioni, leggi, atti concreti per far nascere nella piana fiorentina un polo pubblico delle energie rinnovabili, la prima fabbrica socialmente integrata d'Italia. Ora il tempo è finito.
Lo scorso luglio, nei giorni del quinto anniversario della lotta, l'assemblea dell'azionariato popolare, forte dei suoi 2mila azionisti e del milione di euro raccolto, ha deciso di reindustrializzare interamente con le sue forze, in uno spazio ancora da definire. Dei tanti piani industriali elaborati in questi anni dai tecnici solidali, nell'assenza totale di presa di responsabilità pubblica, al momento si riesce a metterne a terra uno: la costruzione delle cargo-bike. L'assemblea ha deciso che questo progetto parta subito e il prossimo anno i primi cinque operai inizieranno a lavorare. Parallelamente partirà la formazione per l'installazione e il riciclo dei pannelli fotovoltaici, attività per le quali c'è già la disponibilità di finanziamento da parte di Banca Etica.
In totale, questi tre piani industriali, porteranno circa 50 posti di lavoro in cinque anni. "Non salpiamo con il mercato, ma contro il mercato - si legge nel documento conclusivo approvato dall'assemblea -. Salpiamo per costruire un nuovo conflitto con il capitale e con i suoi meccanismi, nella consapevolezza che, quanto più crescerà l'equipaggio nella produzione, tanto più dovranno crescere gli equipaggi sociali: quelli impegnati nella lotta per la riconversione ecologica e contro l'economia del riarmo".
Accanto alla cooperativa Gff, la Soms Insorgiamo svilupperà una sorta di reindustrializzazione alimentare, con "ristoro, emporio, birreria e pizzeria popolare e mutualistica nei luoghi della città che individueremo. L'obiettivo sarà farne uno strumento di convergenza con le reti contadine e con le realtà di lotta".
Così come la flotilla, la cooperativa Gff e la Soms Insorgiamo sanno di avere davanti un blocco difficile da forzare, ma sanno di non essere sole e che, come Orso ci ha insegnato, "ogni tempesta inizia con una singola goccia".
Il 12 luglio le tante realtà e singole persone solidali che hanno abbracciato la fabbrica in questi cinque anni, hanno deciso di essere quella goccia e salpare.
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Montedomini è affar loroRedazione · Diritto all'abitare
A Firenze le case destinate ai fragili vanno ai turisti. Dopo le dimissioni dei responsabili le politiche sociali sono da rifondare
Per i fiorentini Montedomini è da secoli simbolo di accoglienza per bambini, orfani, anziani e persone in difficoltà. La storia recente mette l'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona Montedomini (così si chiama oggi) al centro di uno scandalo in cui la missione storica dell'ente si perde e a pagare pegno sono proprio i poveri. La Campagna "Salviamo Firenze per viverci", di cui anche la nostra testata fa parte, il 15 luglio scorso ha scoperchiato il Vaso di Pandora: alcune delle case, frutto di lasciti per alleviare le pene dei più fragili, sono state deliberatamente messe sul mercato degli affitti brevi e tolte a chi ne aveva bisogno.
Quel giorno, le attiviste e gli attivisti del movimento a difesa del diritto all'abitare hanno scoperto in via Guelfa 81 alcuni appartamenti di proprietà di Montedomini destinati ai turisti. Le logiche del profitto sono state privilegiate rispetto a quelle dell'assistenza e dell'accoglienza. Nei contratti di affitto troviamo infatti le parole che mai avremmo voluto leggere: "In deroga a quanto previsto, in considerazione della ubicazione degli immobili in zona di elevato interesse turistico, il locatore (Montedomini, ndr) consente sin d'ora al conduttore (chi vince il bando, ndr) di destinare gli immobili oggetto di locazione strutture ricettive extra-alberghiere con le caratteristiche della civile abitazione". E questo non è accaduto solo per l'appartamento di via Guelfa. Da ulteriori approfondimenti, risulteranno poi altri 23 appartamenti dati in affitto turistico a gestori che in alcuni casi possono trarre - conti alla mano - un guadagno fino a 4 o 5 volte il canone pagato all'Asp. Sono emersi addirittura 30 appartamenti vuoti, mentre i poveri muoiono sulle panchine della città (ricordate Ciro e Marco in piazza Tasso?).
I meriti del controllo popolare esercitato dalla Campagna Salviamo Firenze per Viverci
Nei giorni e nelle settimane successive la denuncia di Salviamo Firenze è successo di tutto. Maurizio Frittelli, presidente dell'Asp, ha difeso la scelta come necessaria per raccogliere risorse. La sindaca Sara Funaro prima si è allineata, sottolineando la legittimità della scelta ma, subito dopo, schiacciata dallo scandalo e dando così ragione alle denunce dei cittadini, ha annunciato un cambiamento radicale che prevede la revisione del regolamento: solo affitti lunghi nel futuro e gli alloggi sfitti saranno destinati al Piano abitare Firenze.
I tempi cambiano, una cosa che andava bene ieri non va più bene oggi, soprattutto se la gestione "turistica", "speculativa", degli appartamenti destinati ai poveri emerge dai cassetti polverosi (e poco trasparenti) in cui è stata relegata e finisce sui giornali. Uno sconquasso per la politica fiorentina. Eppure Funaro dovrebbe conoscere a menadito ciò che accade nell'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona della città. Oltre ad essere stata fedele assessora al welfare con Dario Nardella, la sindaca in passato è stata vicepresidente di Montedomini e membro del consiglio di indirizzo dell'omonima Fondazione. Il cambio repentino di linea - "stop agli affitti turistici per Montedomini" - è arrivato solo dopo il controllo popolare, così ci piace definirlo, di Salviamo Firenze, attiva nel far emergere le scelte che, dai finti studentati di lusso, ai dilaganti b&b, ai residence di alta gamma, hanno reso difficile abitare in una città dove negli ultimi sei anni gli affitti sono aumentati del 49%. Non è la prima volta che la sindaca segue le indicazioni della Campagna, l'anno scorso, ad esempio, dopo un'altra denuncia di Salviamo Firenze, l'abbiamo vista a favor di stampa e tv con le cesoie in mano, mentre trincia le key box dagli appartamenti in cui i turisti trovano le chiavi delle loro stanze. Nonostante ciò, definisce una "macchina del fango" l'operazione trasparenza di Salviamo Firenze (e delle opposizioni che a ruota, e giustamente, le chiedono conto del suo operato).
Lo scandalo non è confinato solo a chi ha gestito Montedomini (Maurizio Frittelli e il suo predecessore Luigi Paccosi, oggi sorprendentemente a capo di Casa spa, le case popolari per intendersi, dovrebbero dimettersi all'istante), ma riguarda l'intera gestione sociale della città e quindi l'amministrazione comunale, nelle persone della sindaca Sara Funaro e dell'assessore al sociale e alla casa Nicola Paulesu. Naturalmente è coinvolta anche la maggioranza che li sostiene, visto che i 3/5 del consiglio di amministrazione di Montedomini sono nominati proprio dal Comune. E non è un caso che i mal di pancia di alcune forze politiche delle maggioranza siano stati soffocati sul nascere. Tutti hanno fatto quadrato, con l'auspicio di riformare un sistema senza pagarne dazio, secondo il motto piegati giunco che passa la piena.
Dal nostro osservatorio in strada, di persone che avrebbero diritto ad un'accoglienza a 360 gradi, anche con le risorse di Montedomini, crediamo di meritare trasparenza, politiche e risorse adeguate ai bisogni dei fragili (e non solo) e un'amministrazione capace di mettere al centro le persone e non più gli interessi di pochi. Forse, se quelle case di via Guelfa fossero andate a chi ne aveva diritto, il nostro Stefano sarebbe ancora vivo (l'approfondimento è accanto).
P.S. In questa vicenda colpisce il silenzio dell'associazionismo fiorentino. Tranne alcune virtuose eccezioni, la Comunità delle Piagge ad esempio, si preferisce glissare. Alcuni, interpellati, temono ripercussioni dall'amministrazione che potrebbe tagliare loro fondi, servizi e strutture. Si respira un brutto clima che auspichiamo possa essere superato al più presto. A chi soffre il declino della città serve aria fresca.
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L'esposto alla magistraturaRedazione · Diritto all'abitare
Salviamo Firenze ha avviato una seconda operazione trasparenza portando le carte alla magistratura per capire se esistono eventuali profili di illegittimità o penalmente perseguibili. Ecco i punti chiave dell'esposto:
LOGICA DEL PROFITTO - Dal 2022, gli appartamenti verrebbero assegnati solo a chi offre di più (buste segrete), escludendo di fatto chi ha disagio abitativo.
NESSUN VINCOLO SOCIALE - Non c'è limite di reddito/patrimonio né obbligo di residenza a Firenze. Per alcuni alloggi si richiede persino un reddito minimo molto alto.
GARE IRREGOLARI - L'apertura delle buste non sarebbe avvenuta con seduta pubblica.
MANCANZA DI TRASPARENZA - Nessun elenco degli immobili, nessuna graduatoria e non viene avvertito chi perde la gara.
INFORMAZIONI RISERVATE - La clausola che consente gli affitti brevi era nei contratti ma non nei bandi, favorendo potenzialmente chi era "informato" tramite canali non ufficiali.
DOCUMENTI INTROVABILI - Bilanci e delibere importanti, come quella che autorizza gli affitti brevi, non sono sul sito di Montedomini.
L'esposto, accompagnato da una richiesta di dimissioni dei protagonisti, è stato fatto citando Enrico Berlinguer, uno statista che fino a prova contraria dovrebbe essere un faro per chi guida Palazzo Vecchio: "Una politica che tradisce la fiducia dei cittadini tradisce sé stessa".
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Stefano, vittima della logica del Sistema MontedominiLa Comunità di Fuori Binario · Diritto all'abitare
Lo scandalo Comune di Firenze-Montedomini ha scosso, e non poco, la piccola comunità di Fuori Binario. Il cuore della storia che vi raccontiamo sta in ciò che accadde la mattina dello scorso 3 febbraio, quando venimmo a sapere che Stefano Maffei si era ucciso nella sua stanza dell'Albergo Popolare. Era lì che viveva pagando un piccolo affitto perché povero e senza casa. Stefano era uno di noi, socio di Periferie al centro, impegnato nel tenere in ordine e rendere più accogliente la sede del giornale. Si era tolto la vita perché angosciato da un sistema troppo spesso impermeabile ai diritti e ai bisogni dei più fragili, un sistema di accoglienza che gli impediva di scontare ai domiciliari, proprio nella stanza per cui pagava un regolare affitto, una lieve pena residua per aver, anni prima, manifestato per il diritto all'abitare con il Movimento di lotta per la casa.
Nessuno può conoscere i motivi profondi di un simile gesto. Era però chiaro a tutti come negli ultimi mesi fosse preoccupato, spaventato e depresso, proprio dalla prospettiva di un futuro in carcere. Sono tante le testimonianze in tal senso. Si interrogava sul perché il Comune gli proibisse di scontare la pena alternativa nella sua stanza di via della Chiesa. Era un suo diritto e non riusciva a darsi una risposta plausibile. Non esiste infatti nessuna legge, norma o regolamento, che impedisca, nella città di Giorgio La Pira, Mario Gozzini e Alessandro Margara, di scontare gli arresti domiciliari all'Albergo Popolare, luogo deputato all'accoglienza dei senza dimora. Dopo la sua morte abbiamo anche interpellato il Comune e non abbiamo avuto alcuna risposta. Nelle settimane precedenti i servizi sociali del Tribunale e quelli comunali, vista la non pericolosità sociale di Stefano, cercarono una soluzione alternativa senza successo, come si evince dalla documentazione acquisita agli atti processuali.
In quei giorni Stefano viveva un'oppressione, una paura, che lo devastava. Era un volontario di Fuori Binario, e nel tempo era divenuto un punto di riferimento per tante persone costrette ad una condizione di vita ai margini. Anche per questo, per difendere la sua dignità, non voleva in nessun modo scontare la pena in una delle vergognose celle di Sollicciano. Ma a Firenze, per Stefano, non c'erano strutture a sufficienza, nessuna stanza deputata all'ospitalità era disponibile. Per lui il sistema di accoglienza pubblico, fondato anche sui lasciti e sulle risorse di Montedomini, non dava alternative al carcere. Nessuna soluzione che alleviasse la sua angoscia era arrivata dal Comune né da altri enti. E così Stefano si è impiccato, a poche ore dall'udienza che avrebbe potuto condannarlo senza appello ad una pena in cella. Denunciando, con il suo corpo e con la sua vita, un sistema di accoglienza indecente, lo stesso chiamato in causa dall'Arcivescovo Gambelli lo scorso 24 giugno per San Giovanni e di cui vi abbiamo dato conto nell'ultimo numero. Nell'omelia sollecitava la politica a "convertirsi", a non essere mera "conservazione di potere" perché era urgente tener conto concretamente degli "scartati" [...] "i tanti che qui a Firenze non riescono a vivere una vita dignitosa, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i carcerati di Sollicciano che vivono in condizioni inaccettabili".
Raccontiamo questa storia perché da quel 3 febbraio la Comunità di Fuori Binario è in lutto e vive con molta più frustrazione il trattamento a cui sono costretti gli ultimi in questa città. La rabbia e il dolore per il destino di Stefano si sono riaccesi nelle ultime settimane proprio a causa dello scandalo Comune di Firenze-Montedomini, emerso grazie all'azione preziosa di Salviamo Firenze. Quante stanze, quanti appartamenti, quanti interi palazzi, sono stati tolti a chi ne aveva diritto - poveri, senza dimora, anziani fragili, donne e uomini che vivono un momento di difficoltà? Perché chi governa questa città ha fatto scelte che premiano il profitto e lasciano gli ultimi senza alternative?
La colpa di Stefano è di essere finito tra i tanti "scartati", mentre le mura, potenzialmente destinate alla sua accoglienza, sono finite sul mercato degli affitti di lusso.
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Un ponte verso la libertàBarbara Cremoncini · Reinserimento
Seconda Chance: le attività dell'associazione che offre ai detenuti la possibilità di lavorare durante e dopo la pena
Tenacia, infinita pazienza, zero riflettori o annunci mirabolanti. Poche persone molto motivate che in silenzio, dentro e fuori dalle mura del carcere, cercano di venire a capo della complicata trafila che porta a far incrociare chi un lavoro lo cerca e chi invece lo offre. Un lavoro che, se è già un miraggio per chi sta fuori, figurarsi per chi sta scontando una pena detentiva, per il quale, una volta ottenuto, quel lavoro è una cosa enorme. Uno stipendio, certo. Ma anche uno strumento, forse il più potente, di riscatto e reinserimento sociale, un filo capace di tenere insieme la vita durante e dopo la pena, di gettare un ponte verso la libertà con la speranza di ricominciare. In altre parole una seconda chance. Ed è proprio questo, non a caso, il nome dell'associazione che da tre anni sta lavorando, in Toscana e in altre realtà italiane, per trovare occasioni che aiutino quei detenuti che hanno maturato i requisiti nella ricerca di un lavoro.
"Un'impresa non facile - spiega Stefano Fabbri, giornalista fiorentino, referente di Seconda Chance in Toscana - perché non è che uno in carcere possa cercare un'occupazione consultando gli annunci. E le aziende bisogna avvicinarle, sensibilizzarle e una volta che si sono rese disponibili ad assumere, assisterle in ogni passaggio, sempre interloquendo con la direzione del carcere, gli uffici dell'esecuzione penale, il tribunale di sorveglianza e tutti gli altri uffici coinvolti".
Ovviamente ogni situazione è diversa dalle altre: dipende dal tipo di impresa, dal lavoro che viene offerto, dalle condizioni delle persone che, dentro il carcere, fanno domanda. La trafila non è semplice. Di solito l'impresa richiede uno o più lavoratori, contatta la direzione del carcere che seleziona i detenuti fra quelli che hanno i requisiti, che possono uscire per lavorare, in semilibertà o affidamento. "I colloqui di lavoro vengono organizzati sia dentro che fuori dal carcere. Per le aziende entrare è un passo importante, quasi quanto lo è uscire per chi sta dentro. C'è chi a 50 anni non ha mai fatto un colloquio di lavoro e ci arriva emozionatissimo. Così come è forte il carico emotivo per chi li esamina e magari, a volte, è costretto a dire un 'no'. È una fatica ma è qualcosa che ti tocca e lascia un traccia".
La sfida, che poi è la cifra che caratterizza l'associazione - nata a livello nazionale grazie a un'altra giornalista, Flavia Filippi del TgLa7 - è quella di rivolgersi fin da subito a imprese "profit", grandi e piccole, cooperative di produzione, gruppi multinazionali. Niente di più lontano, all'apparenza, da quello che di solito è il profilo di una vocazione sociale. Eppure nel carcere, in questi pochi anni, ci sono entrati colossi come Società Autostrade, Primark o McDonald. Per restare in zona, nella lista ci sono Piacenti spa Restauri di Prato, la fiorentina Cooperativa Archeologia, ma anche realtà come la trattoria da Burde, i vivai Giorgio Tesi di Pistoia.
"Quando contattiamo le aziende - spiega Stefano - ricordiamo che, in base alla Legge Smuraglia (legge 293/2000) assumendo una persona sottoposta a restrizione della libertà possono usufruire di una serie di agevolazioni, fiscali o contributive. Ma abbiamo visto che alla fine, nella maggioranza dei casi, non sono tanto questi incentivi a far scattare la molla della disponibilità. C'è una sorta di coinvolgimento a livello profondo, uno slancio più emotivo che razionale. Fra le ragioni, certo, ci può essere anche la scarsa disponibilità di manodopera in alcuni settori. Ma in fondo sembra prevalere la voglia di aiutare, una sorta di riscoperta del ruolo sociale dell'impresa".
Quale che sia la motivazione, quello che conta sono i numeri, numeri che in questo caso sono persone. E davanti a ognuna di queste persone, c'è una porta che si apre e una vita che, forse, può tornare sul binario giusto. Sono circa 70 i posti di lavoro creati in Toscana da una trentina di imprese. A livello nazionale sono circa 900. Chi ottiene il posto fa la formazione e ha un contratto regolare, che può durare anche dopo la fine della pena.
Così è per i due che oggi stanno lavorando a Pianosa con Piacenti, per il restauro delle Terme di Agrippa, come per gli otto che dall'interno del carcere di Porto Azzurro, in locali messi a disposizione dell'amministrazione, fanno da remoto un lavoro di helpdesk, assunti da una ditta di Bergamo. Più tradizionali i lavori in edilizia o nella ristorazione, molto ambiti fra chi sta in carcere ma più difficili da trovare a causa degli orari che non si conciliano facilmente con quelli imposti a chi è in semilibertà e sottoposto ad adempimenti molto rigidi. È qui che diventa cruciale il ruolo dei volontari nell'agevolare e mettere in fila tutte le pratiche e le autorizzazioni necessarie, con tempi che possono andare secondo i casi dai due ai sei mesi.
"È faticoso ma funziona. I dati del Cnel ci dicono che oltre il 70% di chi esce dal carcere è destinato a tornarci. Fra chi lavora, invece, il tasso di recidiva può scendere al 2%. E avere un lavoro già prima di uscire è fondamentale, perché la libertà può essere vissuta come un trauma e nonostante gli sforzi dei servizi sul territorio, lo stigma che segna queste persone non aiuta a reinserirsi nella società".
Restano alcuni nodi insormontabili, come la mancanza di spazi - è il caso di Sollicciano - per dare un alloggio separato a chi esce per lavorare e che, ovviamente, non può stare in cella insieme ai detenuti che non possono uscire. E poi c'è il problema degli stranieri che, paradossalmente, possono lavorare finché sono in carcere ma poi, scontata la pena, perdono il permesso di soggiorno e anche il lavoro e sono così ricacciati nell'illegalità. E le direzioni carcerarie? In Toscana collaborano, anzi si dimostrano quasi sempre entusiaste perché vedono in questa opportunità una delle poche per rendere effettivo quel valore rieducativo della pena che, come è sotto gli occhi di tutti, l'istituzione non è in grado di garantire.
Per saperne di più: https://secondachance.net/
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Mario, una vita in restauroCecilia Stefani · Reinserimento
"Ho capito i miei errori, oggi sono una persona nuova"
"Grazie al lavoro sto ricostruendo la mia vita". Così ci dice Mario, detenuto in semilibertà che da febbraio è assunto con regolare contratto da Cooperativa Archeologia in virtù della Legge Smuraglia. "Non smetterò mai di ringraziare le persone di Seconda Chance e della cooperativa, per l'opportunità che mi hanno dato, di iniziare a vivere di nuovo. Grazie alla fiducia che mi hanno dato, ho scoperto capacità che non pensavo nemmeno di avere e nel lavoro metto tutto me stesso".
In questo momento Mario con la cooperativa sta lavorando alla basilica di san Marco a Firenze: "Uno spettacolo di strutture. Ci sono delle opere, degli affreschi che mi emozionano tanto quando li vedo. Lavorare là è un'emozione tutti i giorni. Lo faccio perché il contributo e i soldi servono, ma ci metto soprattutto tanta passione. Paradossalmente, mentre restauro monumenti del passato, sto ricostruendo la mia vita e il mio modo di approcciarmi alle persone e alla società, in modo diverso rispetto a 20 anni fa".
Mario ha voglia di parlare, non nasconde nulla del suo passato e del percorso fatto per superarlo: "Sono entrato in carcere a 28 anni e non sono più uscito... nel tempo ho capito la gravità dei miei errori e ho iniziato un lavoro su me stesso. Ho fatto anche due anni di percorso di giustizia riparativa, incontrando alcune vittime dei miei reati. Anche la mia famiglia ha sofferto, ho tre figli che sono cresciuti senza di me... Guardo queste cose e mi rendo conto che è successo per stupidaggine o perché non avevo gli strumenti giusti per capire cosa fosse giusto o sbagliato e cosa significasse il rispetto della legalità. Oggi penso di avere quegli strumenti e non ho difficoltà a parlarne. Sono trasparente".
In oltre 20 anni di detenzione, Mario non si è lasciato sopraffare dalla piatta routine del carcere: "C'erano diverse attività offerte e io cercavo di coglierle tutte. Sono entrato che non avevo nemmeno la terza media, ora ho una qualifica agraria e una di falegnameria. L'ultimo anno ho lavorato all'esterno con l'articolo 21... purtroppo viviamo in una società dove c'è tanto giudizio e pregiudizio verso chi sbaglia. Per fortuna ci sono persone che credono in una seconda opportunità. Sta a noi non deluderle".
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Un'esperienza che riempie il cuoreCecilia Stefani · Reinserimento
Roberta Pinzuti lo descrive così, il rapporto instauratosi con Mario all'interno di Cooperativa Archeologia, dove Roberta è presidente del consiglio di gestione. L'abbiamo intervistata insieme a Susanna Bianchi, presidente del consiglio di sorveglianza, per capire come sono arrivate a questa decisione di offrire un lavoro a una persona detenuta.
"La nostra è una cooperativa vera - rivendica Susanna -, l'inclusione per noi è un valore reale, perciò quando tramite Seconda Chance ci si è presentata l'occasione abbiamo subito aperto le porte". E così dopo alcuni colloqui hanno trovato Mario: "Lui è davvero entusiasta del proprio lavoro - continua Roberta -, si è integrato completamente all'interno della struttura, è ricercato dai colleghi per la disponibilità. È diventato, per esempio, il nostro punto di riferimento sui trasporti, si lancia in ogni impresa!".
Mario adesso è assunto a tempo determinato. Ci sono state difficoltà da un punto di vista amministrativo? "Ovviamente per l'assunzione è stato necessario il benestare del tribunale, che ha posto dei limiti agli spostamenti fisici, per cui può lavorare solo su alcuni cantieri che abbiamo dovuto indicare preventivamente, e comunque rientrare la sera in istituto".
La cooperativa ha già in ponte un'altra assunzione: "Sì, stiamo aspettando l'ok del tribunale per un ragazzo giovanissimo che pensiamo di inserire nella gestione del magazzino, ha un sacco di idee nuove che sono uscite già al colloquio, speriamo di poter iniziare a settembre".
In sostanza, il bilancio è positivo, dunque? "Sì, senza dubbio. Tuttavia, sarebbe importante che lo Stato agevolasse il più possibile questi percorsi di reinserimento, allentando magari alcuni vincoli, accelerando la burocrazia del carcere e della giustizia, e anche promuovendo di più la conoscenza della stessa legge Smuraglia di cui, secondo noi, molte imprese ignorano l'esistenza".
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5Lavoro povero3 articoli
Volano gli utili, scendono i salariValentina Baronti · Turismo
In Toscana nel 2025 oltre 55 milioni di visitatori. Dieci miliardi di valore aggiunto per un settore ad alto sfruttamento e di difficile controllo.
Il 37% degli addetti nel settore turistico in Toscana è a rischio povertà. Il dato è contenuto in un approfondimento di Irpet (Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana), relativo al decennio 2012-2022. Irpet evidenzia come la crescita turistica "abbia prodotto effetti contraddittori sul benessere dei lavoratori, contribuendo alla stagnazione salariale regionale e alimentando forme diffuse di povertà lavorativa".
Eppure, il settore turistico è in continua espansione. Nel 2025 in Toscana sono transitati 55,5 milioni di turisti e, con loro, gli oltre 15 miliardi che hanno speso. Il valore aggiunto prodotto dal settore supera i 10 miliardi annui, l'8,5% del Pil toscano, con buona pace di chi quella ricchezza la produce, in cambio di stipendi bassi, falso part time, orari prolungati, contratti precari e stagionali.
"È un dato generalizzato, non solo in Italia ma a livello internazionale - ha commentato Alessia Cecchetti, sindacalista di Cgil Firenze che fa parte del progetto Soleil (prevenzione ed emersione dello sfruttamento lavorativo di cittadini stranieri) -. I salari sono scesi o al massimo sono rimasti uguali, mentre invece i grandi imprenditori vedono crescere i propri utili. Nel settore turistico c'è tanto precariato. Io in particolare mi occupo degli affitti brevi e quello che riscontro è, oltre all'alto tasso di cittadini stranieri, la quasi totalità di contratti a tempo determinato o stagionali e in alcuni casi la mancanza di contratto. C'è tanto lavoro nero nel turismo e in particolare in chi fa le pulizie negli affitti brevi: le aziende sono tantissime, non si riesce nemmeno a mapparle, la precarietà è totale e spesso non si riesce nemmeno a parlare con questi lavoratori, che non hanno un luogo fisico, si spostano continuamente da un appartamento all'altro e non si conoscono nemmeno tra loro".
Un settore che sfugge a qualsiasi controllo, soprattutto se si considera che solo il 30% degli affitti brevi sono gestiti da property manager, mentre il 70% sono di cittadini privati, che a volte si rivolgono ad aziende di pulizie mentre in altri casi ricorrono a forme di assunzione diretta ancora più precarie. "Le cause della maggior incidenza di lavoro povero non sono riconducibili soltanto a un più basso rendimento salariale - si legge sul rapporto di Irpet -, ma anche a una minore intensità di lavoro. [...] Nel turismo il ricorso a contratti a tempo determinato o intermittente raggiunge il 73% (contro il 44% medio), la quota di lavoro stagionale è del 23% (contro il 6%), e il tasso di ricorso alla NASpI tocca il 24% (contro il 10%)".
In pratica, chi lavora nel turismo guadagna poco, ha un orario di lavoro incerto, contratti a tempo determinato se non proprio l'assenza di contratto. Inoltre, l'orario spezzato, gli straordinari improvvisi e i turni comunicati giorno per giorno rendono praticamente impossibile integrare con un altro lavoro. Da qui a diventare un lavoratore povero, il passo è breve.
Il rapporto Irpet parla di "criticità strutturali" del settore turistico "che riguardano la qualità del lavoro, la distribuzione del reddito e la stabilità dei percorsi occupazionali. La crescita dell'occupazione turistica non si traduce automaticamente in un miglioramento delle condizioni dei lavoratori: al contrario, il peso crescente di comparti a bassa retribuzione, la debole trasmissione della produttività ai salari e l'ampio ricorso a forme di lavoro stagionale o intermittente contribuiscono a rendere il settore particolarmente esposto al rischio di lavoro povero".
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Trenta minuti per appartamento: il cottimo negli affitti breviValentina Baronti · Lo sfruttamento nelle pulizie
La giornata di un addetto alle pulizie negli affitti brevi inizia intorno alle nove del mattino, quando gli ospiti se ne sono andati. Spesso c'è un magazzino, dove un responsabile consegna le chiavi degli appartamenti assegnati per la giornata, considerando circa 30 minuti per unità abitativa. Se hanno un contratto, è quasi sempre part-time, ma se poi il tempo non basta, perché magari un posto è più sporco del previsto, nessuno conteggia quegli straordinari e quindi, di fatto, è lavoro a cottimo. Trenta minuti per tirare a lucido un alloggio e pretendono pure che sia a prova di recensione, mandando foto con messaggio "ti sembra questo il modo di pulire?", oltre ad altri richiami e minacce di non rinnovare il contratto, mai formali e scritte, difficili da dimostrare.
Gli appartamenti sono spesso distanti tra loro e il tempo tra l'uno e l'altro non sempre viene calcolato, con il risultato che si corre per la città, magari nei mesi estivi, in pieno giorno con 40 gradi, per arrivare il prima possibile e rispettare i tempi. Qualcuno si porta dietro anche la biancheria sporca, sulla propria bici, perché le aziende non forniscono mezzi, oppure in alcuni casi viene chiesto di buttare un elettrodomestico o portare un mobile da un appartamento all'altro.
Un lavoro massacrante, dal ritmo serrato, senza diritti, spesso proprio senza contratto e con il quale non riesci nemmeno ad uscire dalla povertà. In pochi resistono. Ci lavorano persone giovani, tra i 25 e i 35 anni, e se appena possono cambiano lavoro. Tanto più che la professionalità non è considerata e qualcun altro da sfruttare si trova sempre.
(nel cartello: "Facciamo pulizie ma non siamo spazzatura! #Abbiamo diritti")
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A Firenze il primo scioperoValentina Baronti · Alfred Srl
"L'affitto è breve, lo sfruttamento no". Era uno degli striscioni dei lavoratori della Società Alfred Srl, che lo scorso autunno hanno scioperato per le condizioni di lavoro nelle pulizie degli affitti brevi. "È stato il primo sciopero di questo tipo in Italia - racconta Alessia Cecchetti, sindacalista della Cgil Firenze -. Abbiamo potuto farlo perché si trattava di uno dei rarissimi casi in cui c'erano contratti a tempo indeterminato e quindi i lavoratori non avevano paura. Abbiamo lottato contro il falso part-time, che è una delle cause del lavoro povero, perché se ti dicono che lavori dalle nove alle due, per uno stipendio che non ti basta, vai a cercarti un altro lavoro per il pomeriggio o la sera, ma se poi giorno per giorno ti cambiano turno o ti dicono di lavorare in straordinario, tra l'altro non pagato e difficilmente dimostrabile, è logico che diventi un lavoratore povero".
Finita la vertenza, molti lavoratori della Alfred se ne sono andati, cosa normale visto il frequente turn over del settore, ma quello sciopero è servito a migliorare le condizioni di tutti. Nonostante l'azienda non abbia mai voluto firmare un accordo sindacale generale ma solo accordi individuali, oggi alla Alfred Srl si lavora su orari fissi, i turni sono comunicati settimanalmente, c'è una pausa pranzo e viene riconosciuto il secondo livello per chi aveva 9 mesi di lavoro.
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6Solidarietà3 articoli
Pugni, miseria e caritàFrancesco Martinelli · Solidarietà
Regola numero uno dei miserabili: non parlare della miseria.
Prima regola del sagrato di Santa Croce: tu non parli della miseria e ti comporti con indifferenza.
Seconda regola del sagrato: se è martedì, ti metti in fila e aspetti i tuoi due euro. Perché il martedì è giorno di carità e il buon prete dona 2 euro a chi passa da lì. Una volta ci faceva anche messa, poi si deve essere rotto i coglioni anche lui. Io in realtà preferivo. Non la messa in sé o quel catechismo spiccio, ma quello che era la differenza tra carità "dall'alto in basso" e un dignitoso aiuto.
Alle 4 i turisti passano con i loro coni gelato da sette euro, scattano foto alle pietre morte del Trecento ed evitano con cura di incrociare il tuo sguardo truce. Poi esce il prete. Puntuale come il castigo. Con le dita pulite estrae le monete da due euro. Due monete da due euro sono quattro euro, ma qui non siamo bravi con la matematica. Siamo bravi con i pugni.
Due uomini, due facce massacrate dalla stanchezza e dal Tavernello, iniziano a darsele di santa ragione. Nasi rotti. Sangue fresco sul marmo antico. Per cosa? Per una parola storta, per chi stava due centimetri più avanti nella fila, per chi ha guardato male chi? Il sacerdote rimane lì, con la sua monetina in mano, come un distributore automatico che si è appena bloccato. Io urlo, grido aiuto e pretendo soccorso.
Ma mi rema contro la prima legge della fisica della disperazione: quando sei sul fondo del pozzo, non guardi mai chi sta in cima a tirarti le pietre. Guardi quello accanto a te e provi a strangolarlo.
Benvenuti nel Fight Club degli ultimi.
Benvenuti in Italia. Gli ultimi hanno fatto l'Italia scannandosi a vicenda regione per regione. Oggi sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. Sei milioni di comparse che lottano per gli avanzi nel backstage della società.
Il sistema ti dice che c'è una torta. Poi ti mostra una briciola e ti sussurra all'orecchio che quell'altro - quello con le palle di un altro colore, quello che non lavora, quello che lavora troppo poco - sta cercando di rubarti il tuo microgrammo di carboidrati. Allora fottilo prima che lui fotta te. E allora cazzotti di fronte all'ultima inaspettata istituzione che aiuta gli ultimi: la chiesa! La stessa che ci ha torturati ed oppressi, ma che si rivela ultimo appiglio anche per un non credente. Viva Cristo e che iddio ci salvi dai cristiani. Che i poveri siano effettivamente una stirpe maledetta? Che ci si meriti tutte le disgrazie? O forse viviamo in un mondo che ci istruisce all'odio e la violenza, alla provocazione piuttosto che alla mediazione, a fregarsene piuttosto che prendersi cura di noi stessi e di chi abbiamo accanto?
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Accoglienza chiusa per ferieValentina Baronti · Solidarietà
A Firenze si può morire di caldo, e non per modo di dire.
Era metà luglio quando un uomo di circa 40 anni è stato trovato morto a Firenze nella sua auto, dove è rimasto per tre giorni prima che qualcuno si accorgesse del corpo. Le cause del decesso non sono state rese note, si sa solo che si è trattato di morte naturale, forse aggravata dalle alte temperature. Motivo per cui è stato trovato in avanzato stato di decomposizione. Una storia atroce, in una città perennemente da bollino rosso che ha abbandonato l'ennesima persona fragile al suo destino. Eppure lo dicono tutti i telegiornali di non uscire nelle ore più calde. È il primo comandamento del Ministero della Salute per difendersi da questa estate da record, la peggiore di sempre, più calda anche di quella del 2003. Peccato che per qualcuno "non uscire" diventa impossibile, perché una casa non ce l'ha e spesso l'unico alloggio in cui rifugiarsi è un'auto incandescente.
Tra le persone più esposte ai rischi dell'emergenza climatica ci sono i senza dimora, che spesso vivono anche in condizioni precarie di salute e sono quindi doppiamente esposti alle conseguenze delle alte temperature. La mortalità legata al caldo, per quanto difficile da dimostrare, è stimata in continuo aumento, con picchi del 20% in più rispetto allo scorso anno. Eppure, a differenza di quanto succede in inverno, non sono previste strutture dedicate all'emergenza caldo, nonostante la maggioranza di chi non ha casa viva nei centri storici e quindi in piena isola di calore.
All'inizio dell'estate il Comune di Firenze ha indicato 53 "rifugi climatici", non strutture create ad hoc ma luoghi già esistenti che il comune si è limitato a mettere in fila. In molti casi si tratta di parchi e aree verdi, in altri di biblioteche e strutture pubbliche con aria condizionata, bagni, rifornimento di acqua. Nel centro storico si indicava la biblioteca delle Oblate, le cui porte sono rimaste sbarrate, nella settimana centrale di agosto, quando la colonnina superava i 40 gradi. Anche quest'anno a Firenze l'accoglienza, già di per sé precaria e fittizia, ha chiuso per ferie. Ci rivediamo a settembre, per chi ci sarà ancora.
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Mediterranea sbarca a FirenzeRedazione · Solidarietà
Con il Festival "A Bordo!" in settembre a Casa Caciolle. Oltre la fortezza dei confini: la vera sicurezza si chiama cura.
In un momento storico in cui la parola "sicurezza" è stata ridotta a sinonimo di muri, blocchi e respingimenti, l'Europa inasprisce ulteriormente le sue politiche di chiusura con il nuovo Patto su Migrazione e Asilo. Le frontiere divengono barriere ostili di contenimento e il Mediterraneo si conferma la rotta più letale del pianeta, con oltre 30.000 morti accertati dal 2014, a cui si sommano coloro che sono scomparsi senza che nessuno ne sappia nulla. Di fronte a una politica della paura, promossa e continuamente alimentata dalle istituzioni, e a un diritto internazionale sistematicamente calpestato, arretrare non è un'opzione. L'urgenza è occupare lo spazio pubblico, portare avanti un'idea di mondo che non accetta compromessi sulla tutela della vita e che deve vederci protagonisti.
In tal senso e con questa consapevolezza, dal 24 al 27 settembre Mediterranea Saving Humans approda negli spazi di Casa Caciolle (via Caciolle 5/7, Firenze), per la quinta edizione del festival nazionale "A Bordo!". La sfida di quest'anno è racchiusa nel sottotitolo "Una rotta si-cura", scelto per ribaltare la narrazione dominante: la vera sicurezza non nasce dalle detenzioni nei CPR o dalla militarizzazione dei confini, ma si costruisce collettivamente, attraverso la cura delle persone, la giustizia sociale e la responsabilità reciproca.
Laddove il soccorso civile viene ostacolato e criminalizzato, "A Bordo!" si propone come presidio di resistenza e laboratorio per il futuro. Dalle acque del Mediterraneo, dalla Palestina occupata all'Ucraina, fino alle battaglie per la casa nelle nostre città, le diverse lotte per i diritti parlano la stessa lingua. Per quattro giorni gli equipaggi di mare e di terra, le organizzazioni della Civil Fleet, il collettivo Refugees in Libya e centinaia di attiviste e attivisti si confronteranno con giornalisti, giuristi, docenti ed esperti. Analisi e politica dal basso, tra workshop e testimonianze dirette.
Ma cura è anche comunità, incontro e condivisione: agli approfondimenti seguiranno serate con stand-up comedy, concerti e dj set. Perché fare comunità e sostenere le missioni di Mediterranea passa anche attraverso la gioia di ritrovarsi e la forza di stare insieme. "A Bordo!" è una piazza aperta e uno strumento concreto di autofinanziamento per continuare a intervenire sul campo: esserci non è solo una scelta, ma il modo per continuare a proteggere la vita.
Per altre info: Instagram: https://www.instagram.com/abordofest/ Facebook: A BORDO Il Festival di Mediterranea https://mediterranearescue.org/it https://mediterranearescue.org/it/a-bordo-festival
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La lotta di classe climaticaLavinia Marchetti · Ambiente
Poveri, anziani, senza casa, lavoratori sfruttati. Sono i più fragili a pagare il surriscaldamento del pianeta.
Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Tra il 22 e il 28 giugno 2026, nei ventisette Paesi e territori osservati da EuroMOMO, ci sono stati 10.650 decessi oltre il livello atteso. Più di novemila riguardavano persone dai 65 anni in su. Nessun certificato consente ancora di attribuire al caldo ciascuna morte. La coincidenza temporale, l'età delle vittime e l'assenza di un'altra grande causa epidemiologica rendono però l'ondata di calore la spiegazione più plausibile.
Partiamo dai numeri
In Francia durante l'ondata sono stati rilevati 8.973 morti. L'aumento è stato del 29,1 per cento. I decessi avvenuti a casa sono cresciuti del 91 per cento; nelle strutture per anziani del 37 per cento. Questi numeri dicono già qualcosa di importante: per molte persone (sole o povere) la casa ha smesso di essere un riparo.
In Germania, sono stati stimati 5.120 morti associati al caldo fino alla fine di giugno, 4.310 concentrate tra il 22 e il 28. Più di quattro vittime su cinque avevano almeno 75 anni.
In Inghilterra e Galles, un'analisi ha stimato oltre 2.700 morti legate al caldo tra maggio e giugno, circa 2.200 durante l'episodio del 18-28 giugno. Il 60 per cento aveva più di 85 anni e il 42 per cento del totale stimato sarebbe attribuibile al calore aggiunto dal cambiamento climatico causato dalle attività umane, sostengono gli studiosi.
Una cosa è certa: giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai misurato nell'Europa. La temperatura media ha raggiunto 20,74°C, oltre tre gradi sopra la media 1991-2020.
Il famigerato 2003
Il confronto con il 2003 aiuta a capire quanto il clima sia cambiato nel tempo di una generazione. Quell'estate provocò oltre settantamila morti aggiuntive in Europa. Un'analisi di World Weather Attribution mostra che un caldo diurno simile a quello osservato nel giugno 2026 era circa dieci volte meno probabile nel clima del 2003; per le notti estreme, la probabilità era oltre cento volte inferiore. Con le condizioni climatiche di allora, le giornate più roventi sarebbero state in media più fresche di circa due gradi e le notti di 1,3 gradi.
I danni dei decimali
Un decimale può sembrare trascurabile dentro una media annuale. Due gradi in più dentro una camera da letto, durante una notte senza recupero fisiologico, decidono quanto a lungo il cuore e i reni riescono a compensare. Il calore ostacola la dispersione della temperatura corporea, aumenta lo sforzo cardiovascolare e favorisce disidratazione, danno renale e scompensi respiratori. L'Organizzazione mondiale della sanità lo considera la principale causa di morte tra gli eventi meteorologici estremi; tra il 2000 e il 2019 ha stimato circa 489.000 decessi annui legati al caldo nel mondo, con il 36 per cento in Europa.
Chi muore di caldo a quale classe sociale appartiene?
Dire che il caldo colpisce tutti è corretto soltanto sul piano termometrico. Il corpo anziano disperde calore con maggiore difficoltà, la sete arriva tardi, i farmaci possono modificare l'equilibrio dei liquidi. Se quella persona vive sola, possiede una pensione bassa e abita all'ultimo piano di un edificio con un isolamento insufficiente, la condizione biologica diventa una condanna a morte. Nel 2003, uno studio sui decessi di Bologna, Milano, Roma e Torino trovò gli aumenti maggiori tra gli ultraottantacinquenni e tra le donne.
A Roma la mortalità crebbe del 17,8 per cento nelle aree a basso livello socioeconomico; a Torino l'eccesso raggiunse il 43 per cento tra le persone con istruzione più bassa. La ricerca più recente ha allargato la scala. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Nature Health ha analizzato la mortalità giornaliera in 654 regioni di trentadue Paesi europei tra il 2000 e il 2019. Deprivazione materiale e disuguaglianza economica risultano associate a una maggiore suscettibilità alle temperature estreme. L'età avanzata, la difficoltà di mantenere la casa a una temperatura sicura e l'accesso diseguale alla sanità modificano il rischio. Gli autori segnalano anche una complicazione importante: alcune regioni ricche e molto urbanizzate possono avere una mortalità da caldo elevata, a causa dell'isola di calore e della densità edilizia. La povertà accresce il pericolo.
Al lavoro, nonostante tutto
Poi c'è chi durante l'allerta deve continuare a lavorare. Un muratore sopra un tetto, una bracciante nei campi, un fattorino sull'asfalto ricevono il calore dall'aria, dal sole e dallo sforzo muscolare. La libertà di fermarsi dipende dal contratto, dal salario, dalla possibilità concreta di perdere una giornata. Il progetto italiano WORKLIMATE, basato su 2,38 milioni di "infortuni" (chiamiamoli così) registrati tra il 2014 e il 2019, attribuisce alle alte temperature oltre quattromila infortuni professionali l'anno. Edilizia e agricoltura compaiono tra i settori a maggior rischio. L'Organizzazione internazionale del lavoro stima, su scala mondiale, 2,41 miliardi di lavoratori esposti a calore eccessivo e quasi diciannovemila morti professionali annue attribuibili a quell'esposizione.
E chi non ha una dimora?
Resta chi vive per strada. Una revisione degli studi condotti tra il 2019 e il 2024 descrive un'esposizione prolungata, scarso accesso all'acqua, ai luoghi freschi e alle cure, insieme a patologie che il caldo aggrava. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, circostanza che dovrebbe preoccupare: le persone più esposte sono anche quelle che entrano con maggiore difficoltà nelle statistiche sanitarie secondo il Journal of Urban Health. Chiamarla povertà energetica significa riconoscere che l'aria condizionata ha un prezzo doppio, quello dell'apparecchio e quello della bolletta. Significa, inoltre, vedere la differenza tra chi può lasciare la città e chi rimane in un appartamento che accumula calore fino all'alba. La climatizzazione salva indubbiamente delle vite durante le emergenze; ma una politica pubblica vagamente seria deve evitare che la protezione dipenda dal conto corrente e deve ridurre gli sprechi attraverso isolamento, ombra, alberi, ventilazione e servizi di prossimità.
Chi scalda il pianeta e chi muore
La disuguaglianza riappare quando si guarda alle cause. Secondo l'IPCC, il dieci per cento delle famiglie con le emissioni più alte produce tra il 34 e il 45 per cento delle emissioni globali legate ai consumi; la metà più povera dell'umanità ne produce tra il 13 e il 15 per cento. La distanza cresce ancora agli estremi: l'impronta del primo uno per cento è stata stimata 175 volte quella dell'ultimo dieci per cento.
Un lavoro pubblicato su Nature Sustainability calcola che nel 2019 il dieci per cento più ricco fosse responsabile del 48 per cento delle emissioni, mentre la metà più povera arrivava al 12 per cento. Per l'uno per cento al vertice, una parte decisiva proviene dagli investimenti e dal possesso di capitale.
Una contabilità rovesciata
La crisi climatica ha dunque una contabilità rovesciata. Chi contribuisce meno dispone spesso di una casa peggiore, di meno salute accumulata e di un lavoro che impedisce di sottrarsi all'esposizione. Chi contribuisce di più può acquistare isolamento, raffrescamento, tempo libero, una seconda abitazione. Il privilegio produce emissioni e vende a sé stesso l'adattamento. Sì il clima è la nuova lotta di classe. Il 26 giugno, mentre l'Europa entrava nella settimana dei 10.650 morti in eccesso, il presidente del Senato Ignazio La Russa dichiarava: "Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo". Quel plurale mette sullo stesso piano corpi e patrimoni che sullo stesso piano non sono. Ci si abitua meglio con una casa fresca, un reddito sicuro e la facoltà di sospendere il lavoro. Altrove, l'abitudine prende la forma di una chiamata al pronto soccorso, di un turno portato a termine con quaranta gradi.
Quali soluzioni?
Serve una politica climatica che unisca riduzione rapida delle emissioni e protezione sociale. Allerte comprensibili, visite agli anziani soli, centri freschi accessibili anche di notte, limiti vincolanti al lavoro nelle ore estreme, riqualificazione delle case popolari, energia essenziale garantita durante le ondate di calore. Sono interventi sanitari e misure di giustizia fiscale. Il loro costo va chiesto a chi ha costruito ricchezza consumando una quota sproporzionata dell'atmosfera comune. La temperatura si misura in gradi. La possibilità di sopravvivere, per ora, si misura in reddito.
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Cantieri tramvia, 87 imprese senza nomeAlberto Ottanelli · Grandi opere
Il Comune non ha l'elenco aggiornato, alla faccia del protocollo firmato nel 2024.
Basta fare un giro in città per rendersene conto, Firenze è piena di cantieri dal forte impatto sui suoi abitanti: traffico, rumore, deviazioni stradali, interruzioni. Spesso i fiorentini si lamentano, un po' per una innata tendenza caratteriale, un po' per motivazioni più serie legate alla qualità della vita e dell'aria che respiriamo. Ma raramente, purtroppo, i cittadini si fermano a pensare a chi in quei cantieri ci lavora, a quali condizioni, con quali paghe, con quali tutele.
Alcune recenti inchieste giornalistiche hanno fatto luce sul sistema dei subappalti nel cantiere della stazione Foster dell'Alta velocità e in quelli per la realizzazione della tramvia per Bagno a Ripoli. Nel primo caso è stato documentato un sistema di caporalato ai danni dei lavoratori stranieri, costretti a restituire in nero parte del salario; nel secondo caso è emerso che in poche centinaia di metri di lavori, in viale Giannotti, operano ben 87 aziende tra affidatarie, esecutrici e subappaltatrici e che il Comune non sa chi sono.
Lo schema si ripete sempre uguale: il pubblico affida al privato il compito di progettare e realizzare l'opera ed è quest'ultimo ad avere la responsabilità di scegliere le imprese che ci lavorano, firmando anche le autorizzazioni per i subappalti, in una catena potenzialmente lunghissima.
Tutto formalmente regolare. Se non che nel 2024, all'indomani della tragedia che costò la vita a cinque persone impegnate nella costruzione del nuovo centro commerciale Esselunga di via Mariti, il Comune aveva annunciato, con grande eco mediatica, la firma di un protocollo con le maggiori sigle sindacali che aveva l'obiettivo dichiarato di fermare il sistema dei subappalti a cascata, vietare i ribassi sul costo del lavoro, istituire un tavolo permanente sulla sicurezza. Da allora, però, nessun atto concreto è stato approvato per rendere effettive le prescrizioni di tale protocollo, e le interrogazioni in merito presentate alla Giunta comunale da parte del consigliere di opposizione Dmitrij Palagi non hanno per ora ottenuto risposta. In questo momento, dunque, sappiamo che i cantieri ci sono, ma paradossalmente non sappiamo chi ci lavora, perché l'elenco aggiornato delle imprese coinvolte e dei subappalti autorizzati non è nelle mani del Comune.
Come sempre, a farne le spese sono gli operai, perché più la catena si allunga più è facile penetrarne le maglie, a suon di ribassi sui salari e sulle condizioni di sicurezza. Specialmente se alle buone intenzioni annunciate non corrispondono azioni conseguenti.
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Stazione Foster, la grande opera inutileGuido Leoni · Grandi opere
Tanti anni fa, quando ero ragazzo, presi la residenza vicino a via Circondaria. Avevo notato che c'erano dei lavori importanti: demolizioni, grossi camion per il trasporto di materiali, silos, etc.
Un giorno davanti ai cancelli di quel cantiere incontrai Tiziano Cardosi, ferroviere in pensione, promotore del Comitato No Tunnel Tav. Feci la tessera del comitato e cercai di informarmi sulle criticità e i rischi legati alla perforazione vicino all'abitato. Il comitato aveva dalla sua parte un manipolo di ingegneri, geologi ed altri professionisti. Si erano presi la briga di verificare il progetto della futura stazione Foster e del passante dell'alta velocità in qualità di cittadini attivi e indipendenti da pressioni politiche ed economiche, nell'interesse di tutti. Poi qualcuno mi disse che la probabilità che la mia casa ricevesse dei danni era scarsa, misi in secondo piano l'argomento e lasciai scorrere gli anni senza partecipare a quella lotta.
Adesso la parte strutturale della stazione è quasi conclusa, le due frese da 1.500 tonnellate sono ferme e, dopo aver finito il tunnel che va da Campo di Marte alla Foster, a breve riprenderanno a scavare per completare il collegamento verso Castello, precisamente in zona Tre Pietre.
Le frese passeranno a poche decine di metri in linea d'aria da dove abito. La mia gatta non si fida a stare dentro casa, percepisce come un forte terremoto costante, quando lavorano.
Sono quindi tornato a parlare con Tiziano, prima di tutto come residente direttamente interessato. E la mia domanda principale era questa: cosa c'è di tanto sbagliato in questa opera, perché dedicare tutto questo impegno di controinformazione? I tecnici del comitato ci hanno scritto pure un libro... cos'è che proprio non va?
Tiziano mi dice che si tratta di un esempio di grande opera inutile. Partendo dai numeri: un costo di circa 3 miliardi di euro di denaro pubblico (per fare un esempio, corrisponde al costo annuale di tutti i servizi della salute mentale in Italia), più di 20 anni per la realizzazione, 3 inchieste giudiziarie (di cui una in corso sul caporalato), almeno 40 edifici danneggiati in zona tra via Masaccio e Viale Don Minzoni senza che se ne sapesse niente. Le inchieste del 2013 e 2015 hanno rivelato un sistema di corruzione, truffe e danni ambientali, in particolare riguardo allo smaltimento delle terre di scavo.
Ma questi dati da soli dicono ancora poco, se non esistesse un'altra possibilità. Se l'obiettivo delle ferrovie fosse stato esclusivamente quello di avere più binari per evitare l'interferenza continua che abbiamo a Firenze tra treni ad alta velocità e regionali, bastava un progetto di superficie, vale a dire una coppia di binari affiancati a quelli esistenti. E qui avremmo avuto altri numeri, secondo le stime: 300 milioni (un decimo del costo), un lavoro di pochi anni, insomma molta meno trippa per gatti. Inoltre avere due stazioni lontane tra loro fa lievitare i costi e dal punto di vista dei trasporti può solo peggiorare la situazione.
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Molecole. Storie di legami e di veleniRedazione · Il podcast
Rita Candalino e Alessandro Coltré
Prodotto da Fandango Podcast, A Sud e Valori.it, scritto e condotto da Rita Cantalino e Alessandro Coltré, attraverso il linguaggio della chimica, la serie racconta l'eredità tossica dell'industrializzazione italiana, seguendo corpi, territori e comunità segnati dall'inquinamento.
Il viaggio parte dalla Valle del Sacco, con la contaminazione da beta-esaclorocicloesano legata alla produzione di lindano a Colleferro, per poi allargarsi ad altre zone del Paese: da Porto Marghera, con la vicenda del CVM raccontata attraverso la lotta dell'operaio Gabriele Bortolozzo, fino ai PFAS che avvelenano il territorio di Alessandria.
Ogni episodio dà voce a chi ha vissuto in prima persona queste realtà: metalmeccanici, operaie, contadine, insegnanti, ricercatori indipendenti, attivisti e studenti, accomunati dall'aver abitato città sacrificate al boom economico.
Non un semplice racconto del passato, ma un'indagine sulle zone grigie dell'Italia industriale e sulle possibilità di rigenerazione e giustizia ambientale per il futuro.
https://valori.it/molecole/
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Come farfalla a luglioRedazione · Il libro
Stefano Valenti, Feltrinelli, 2026
A venticinque anni dal G8 di Genova, Stefano Valenti torna su quelle giornate con "Come farfalla a luglio" (Feltrinelli), un romanzo-cronaca che intreccia narrativa e documentazione: atti processuali, testimonianze e le pagine del libro bianco del Genoa Social Forum.
Tre le figure attorno a cui ruota il racconto: un narratore-testimone, Francesco, docente universitario che ha fatto del pensiero di Walter Benjamin la bussola del proprio impegno civile, e Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso in piazza Alimonda il 20 luglio 2001. Attraverso un gioco di specchi e rimandi, Valenti restituisce la violenza sistemica di quei giorni, culminata nelle torture della caserma di Bolzaneto, dove migliaia di giovani arrivati da tutta Europa smisero di essere considerati persone.
Non è solo memoria: è un atto di accusa contro la sospensione dello stato di diritto e un invito a non archiviare quella ferita collettiva come semplice cronaca del passato. Un libro che parla al presente tanto quanto racconta la storia.
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Parallel Universe - Volume 1Redazione · Il disco
Natacha Atlas con Samy Bishai
Con Parallel Universe - Volume 1, Natacha Atlas, voce egiziano-belga da sempre intonata su temi culturali e identitari, e Samy Bishai firmano un disco che è anche un atto politico. Il concept delle linee temporali alternative diventa pretesto per interrogare il presente: un'estetica cyberpunk che riflette il disincanto verso un Medio Oriente e un Occidente entrambi in crisi di futuro.
Emblematicamente, il brano che chiude il disco, "Somoud" (resistenza, in arabo), condensa il senso dell'operazione: parola-chiave della lotta palestinese, e diventa qui inno di una resistenza culturale più ampia, contro l'omologazione e la cancellazione delle identità ibride.
Il genere Mahraganat, nato nelle periferie del Cairo dopo le rivolte di Piazza Tahrir come musica di classe e di strada, viene reinterpretato non come citazione nostalgica ma come linguaggio politico vivo. I testi bilingui, arabo e inglese, rifiutano la traduzione univoca: sono un manifesto sonoro sull'ibridazione come forma di resistenza, contro le narrazioni binarie tra Oriente e Occidente.
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9Cultura3 articoli
Vincere la violenza a colpi di teatroLaura Tabegna · Cultura
Piero Pelù lancia la nuova stagione del teatro Da.Mo di Campi Bisenzio: "Abbiate il coraggio di schierarvi, c'è molto da fare".
Fare la propria parte a teatro non significa solo recitare bene, ma anche avere il coraggio di schierarsi. Di fronte ai colpi di stato e ai colpi bassi, c'è chi risponde con un colpo di teatro, ricordando quanto la cultura sia fondamentale per sviluppare lo spirito critico democratico. Il Teatrodante Carlo Monni (Da.Mo) di Campi Bisenzio ha presentato la nuova stagione con l'energia di un vero spirito libero, il rocker Piero Pelù, consulente artistico del teatro, e della sua direttrice Sandra Gesualdi. "La cultura - ha spiegato Pelù alla conferenza stampa di presentazione - agisce da sempre come uno stimolo elettrico: crea reazioni fatte di idee, non di violenza. L'episodio di Bologna (l'uccisione di Fakir il 19 luglio, ndr) ci ricorda in modo impietoso che c'è ancora molto da fare. Con Da.Mo ci siamo posti la missione di riportare tutti ad una dimensione di civiltà, per scongiurare la guerra civile, il tutti contro tutti. L'umanità di questo progetto è evidente e anche la locandina di quest'anno ci ricorda che la pace è l'unica vittoria".
Non a caso la stagione del Da.Mo si intitola "Colpi di scena" e presenta un cartellone di grandi artisti dove si mescolano con intelligenza archetipi universali del teatro classico con visioni contemporanee, capaci di raccontare il presente con ironia e intelligenza.
Ideata e realizzata dalla Fondazione Accademia dei Perseveranti, la stagione ha in cartellone 14 appuntamenti, dall'8 ottobre al 7 aprile, tra debutti e prime regionali. Si consolida anche il nuovo cartellone OFF, con dieci spettacoli suddivisi in due percorsi, "Scrittrici" e "Persone": Nadia Terranova, Lorenza Pieri, Antonella Lattanzi, Iaia Forte, Luigi D'Elia, Krypton, Capotrave, Manuela Correros Verbitsky, Mancuso, Sanguemisto.
Per quanto riguarda il cartellone, il primo a salire sul palco sarà Andrea Pennacchi, con 'Shakespeare and me'. In scena anche Emilio Solfrizzi in 'Falstaff. L'arte di farla franca', il duo composto da Enzo Iacchetti e Carlotta Proietti in 'Buongiorno, Ministro!'. E ancora, tra gli altri, Emma Dante, Leone d'Oro 2026 alla Biennale di Venezia, con 'L'angelo del focolare', atroce ritualità di un femminicidio; Alessio Boni in 'Molière. L'arte della beffa'; 'La vita è bella? No è un tipo' con Paola Minaccioni; lo spettacolo 'La cura', che mette insieme la voce di Concita De Gregorio e la musica di Erica Mou e la chiusura con 'Elettra, 1944' con Pamela Villoresi.
Significativa la locandina, tributo alla diva del cinema muto americano, Louise Brooks. "L'immagine racconta proprio questo: una mano che invece di sparare colpi violenti può lanciare origami di pace e idee costruttive. L'arte - sottolinea ancora Pelù - può cambiare il significato dei simboli più violenti e trasformarli in libertà, pace e futuro. Allora, l'unico gesto positivo e rivoluzionario è quello di fare cultura libera e indipendente. Esistono contingenze storiche che richiedono il coraggio di schierarsi. Io lo sto facendo durante il mio tour, lo abbiamo fatto anche con l'ultimo concerto a sostegno della Palestina".
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Lullaby, omaggio alla radio liberaRedazione · Cultura
Diciannove racconti per un viaggio intorno alla musica.
Il 9 luglio 1976 nascevano le radio libere, grazie a una sentenza della Corte costituzionale che ne riconosceva la legittima esistenza. Cinquant'anni dopo, un libro rende omaggio a questo anniversario: venti autori per trasmettere un messaggio di pace sulle frequenze di diciannove racconti.
Sono queste le premesse di "Radio Lullaby. Trasmissioni Radiofoniche Incontrollabili", a cura di Stefania Robassa, Laura Tabegna e Stefano Regolo (edizioni I libri di Mompracem, 2026). La raccolta di racconti è il risultato di un'operazione corale, dove scrittori con sensibilità e declinazioni differenti hanno realizzato un vero inno di pace e un omaggio alla radio. La variante attorno a cui si sviluppano i racconti, con differenti sensibilità e inclinazioni, è una stazione radiofonica misteriosa, da cui arriva un messaggio di fuga e redenzione. Due voci guideranno i lettori attraverso le storie: una dolce e sensuale, della speaker giapponese Kiyoko Soul, e una pungente e provocatrice, del dj finlandese Asko Pop.
Il tema di questo viaggio letterario è la musica, in particolare una canzone: un brano musicale per ogni racconto, che accompagnerà i lettori attraverso storie incredibili di luminosa speranza. L'introduzione è stata affidata a Letizia Fuochi, cantautrice e storica e a Gabriele Benci, dj e speaker radiofonico. La copertina è stata illustrata da Lido Contemori, storico illustratore e vignettista satirico di testate nazionali e internazionali. Gli autori sono: Andrea Calugi, Gian Luca Campagna, Giuseppe Ciarallo, Francesca Danese, Vladimir Di Prima, Davide Ficarra, Simone Fortuna, Giulia Lombardi, Beatrice Luzzi, Sergio Luzzi, Claudia Muscolino, Marco Piermattei, Mario Pini, Stefano Regolo, Stefania Robassa, Antonella Roncarolo, Massimiliano Scudeletti, Laura Tabegna, Francesca Tofanari, Barbara Vallotti. Il libro è dedicato a Maria Passarelli Pula, Carlo Vecchi, Franco Vallotti e al giornalista della Nazione Michele Manzotti.
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Futa ultimo attoC.S. · Cultura
Stop agli spettacoli di Archivio Zeta.
Dopo 23 anni, dalla Germania arriva uno stop alle rappresentazioni teatrali di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico del passo della Futa. Lo ha deciso la Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge (Associazione per le tombe di guerra tedesche) che su incarico del Governo Federale di Germania gestisce i cimiteri di guerra, a quanto sembra per alcune critiche e perplessità da parte di suoi dipendenti e familiari dei caduti che ritenevano inconcepibili gli spettacoli in tale contesto.
Nel comunicare questa notizia, Archivio Zeta parla di una "umiliante decisione (che) metterà a repentaglio il nostro lavoro, le persone che lavorano con noi e un intero ecosistema culturale e di indotto turistico sull'Appennino tosco-emiliano costruito nel corso degli anni e danneggerà irrimediabilmente un rito culturale che coinvolge ogni anno migliaia di spettatori".
Gli spettacoli di Archivio Zeta erano per molti un'occasione unica per visitare il Cimitero monumentale della Futa, che accoglie oltre 30mila salme di soldati tedeschi caduti in territorio italiano durante la Seconda Guerra Mondiale.
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10Infografica1 articolo
L'inutile pugno di ferro della destraFelice Simeone · Infografica
Minori imputabili, pene severe, stretta "anti-maranza": un delirio repressivo privo di fondamento e controproducente.
La vocazione repressiva del governo più a destra della storia repubblicana spinge, da tempo, a sovvertire l'impianto riabilitativo della giustizia minorile italiana che ha sempre messo al centro il percorso educativo del ragazzo. La politica, invece, invoca l'adozione di misure più dure, spesso esasperando casi di cronaca ed ingigantendo fenomeni marginali (basti pensare ai cosiddetti "maranza"). I dati pubblicati dallo stesso Ministero della Giustizia, però, raccontano una realtà diversa da quella spesso evocata nel dibattito pubblico.
Al 31 dicembre 2025 i minorenni e i giovani adulti fino a 25 anni seguiti dai servizi della giustizia minorile sono 17.647 (dato del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità). La maggior parte, 16.930, è in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM), il vero motore del sistema. Solo una minoranza si trova ristretta: 572 ragazzi negli Istituti Penali per i Minorenni (cioè, carceri minorili), e circa 1.240 in comunità residenziali. Il resto vive percorsi che puntano a mantenere il legame con la famiglia e il territorio.
Lo strumento cardine della riabilitazione di questi giovani resta la messa alla prova, che sospende il processo e apre un percorso fatto di volontariato, studio e formazione, senza il marchio stigmatizzante della condanna: è questa la misura più diffusa nel circuito penale minorile e ne beneficiano 3.387 ragazzi, di cui 2.792 in comunità, un'alternativa al carcere. La comunità permette un lavoro educativo e clinico intensivo, mentre l'Istituto Penale rimane l'ultima risorsa, riservata ai reati più gravi o ai casi in cui altre strade non sono percorribili. Anche Fuori Binario, o più precisamente l'associazione, Periferie al Centro, nostra editrice, è una comunità che ospita messe in prova, nel nostro caso di persone adulte.
Il nodo più controverso del recente dibattito politico riguarda i minori di 14 anni. La cronaca e certa politica raccontano un'emergenza, quasi si trattasse di un fenomeno dilagante e fuori controllo. I dati, però, la ridimensionano nettamente: nel 2025 i minori di 14 anni in carico agli USSM sono stati appena 153, pari all'1,3 per cento del totale di tutti i ragazzi seguiti dal sistema. Un numero che dovrebbe far riflettere su quanto siano davvero proporzionate, rispetto al fenomeno reale, le risposte legislative attualmente in discussione in Parlamento.
Il decreto Caivano (di cui Fuori Binario si è occupato nel numero 283 di Aprile 2026) ha già segnato un cambio di rotta, con misure più severe e un dibattito riacceso sull'imputabilità. Le proposte del governo, che vanno dall'abbassamento della soglia minima di età penale a un irrigidimento delle pene per i 14-18 anni, disegnano un modello di adultizzazione del processo minorile: si tratta di risposte rapide al bisogno di sicurezza percepito dall'opinione pubblica, ma che si scontrano con la natura ancora in formazione dell'adolescente.
Resta da chiedersi se questa linea sia davvero efficace, oppure se risponda più a un'esigenza di consenso politico immediato che a una reale strategia di prevenzione. Magistrati minorili e associazioni di settore, come l'Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, avvertono da tempo che anticipare la risposta penale può essere controproducente. Il carcere più severo, infatti, non affronta le cause profonde del disagio giovanile, spesso legate a povertà educativa, marginalità sociale e abbandono scolastico, e rischia al contrario di spezzare quei legami familiari e comunitari che permettono il reinserimento, producendo così un possibile effetto criminogeno anziché deterrente.
La sfida, allora, non è alzare muri repressivi destinati a restare semplici norme-manifesto, buone per un titolo di giornale ma poco incisive sulla realtà, quanto investire seriamente in risorse umane e sociali capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in reato. Dalla capacità di custodire la vocazione pedagogica del sistema, senza farla piegare alla ricerca di un consenso immediato e superficiale, dipende in larga parte il futuro di migliaia di ragazzi che, va ricordato, sono ancora in una fase cruciale della loro crescita.
I numeri della giustizia minorile italiana (al 31 dicembre 2025)
- 17.647 minorenni e giovani adulti fino a 25 anni seguiti dai servizi della giustizia minorile
- 16.930 in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM)
- 572 ragazzi negli Istituti Penali per i Minorenni (carceri minorili)
- circa 1.240 in comunità residenziali
- 3.387 ragazzi in messa alla prova, di cui 2.792 in comunità
- 153 i minori di 14 anni in carico agli USSM nel 2025, pari all'1,3 per cento del totale
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11Lavoro3 articoli
La scuola delle disuguaglianzeMariella Marzuoli · Lavoro
La retorica del merito esclude i poveri: "Un cavo invisibile li tira indietro". Intervista con Michele Arena, educatore e scrittore.
A settembre tutti i media parlano di scuola, del costo dei libri, del merito, della mancata nomina degli insegnanti. Fuori Binario si inserisce nel dibattito andando a fondo della questione scuola e lo fa intervistando Michele Arena, educatore della cooperativa Macramé e fondatore della scuola di scrittura non profit Porto delle Storie.
Nella quarta di copertina del suo ultimo libro, Dipende dalla classe, Michele Arena si presenta più o meno così: figlio di due amorevoli genitori comunisti, diplomato con il minimo dei voti in un istituto tecnico fiorentino, dopo svariati lavori ha frequentato un corso di formazione per operatori delle marginalità sociali, da anni lavora come educatore nella cooperativa Macramé, si è laureato in Scienza dell'educazione da grande. Prima di questo saggio ha scritto due romanzi, Come nascono gli incendi e Tutti gli eroi che conosco.
Dipende dalla classe. Michele Arena, di che cosa si parla in questo "Manifesto per una scuola anticlassista"?
Il libro affronta un tema che negli ultimi decenni è un po' scomparso dal dibattito sull'educazione. Si parla di inclusione, di diritti, ma quasi mai di povertà economica. Nascere in una famiglia povera, vivere in un quartiere dove non ci sono servizi, sono temi mai centrali nel dibattito. I dati ci dicono invece che se io non ho la cittadinanza italiana, ma arrivo da un paese ricco o appartengo a una famiglia ricca, il mio percorso scolastico sarà facilitato rispetto a chi ha una cittadinanza non italiana ma è povero. Quindi la questione della povertà si intreccia con tutte le altre dimensioni oggetto di discriminazione: la razza, il genere, la provenienza, la neurodivergenza.
Nel libro parli di un cavo che tira indietro.
Lo chiamo il cavo invisibile perché ci sono ragazzi e ragazze che non riescono a tenere il ritmo richiesto e la scuola tende a spingerli fuori, a metterli al margine. Un ragazzo che alle superiori fa molta più fatica perché magari fa due ore e mezzo di autobus per arrivare a scuola, o che non ha genitori laureati che lo aiutino, o che non ha quei codici culturali necessari perché viene da un altro paese: sono situazioni che non vengono mai visibilizzate in ambito scolastico. Si parla di merito, quindi i voti vanno in qualche modo a cristallizzare una disuguaglianza, perché se io entro a scuola con risorse diverse e ne esco con il merito del voto alto, quel merito di fatto è un privilegio. La parola meritocrazia è finita nei programmi elettorali anche nelle regioni governate dal centrosinistra.
Altre parole chiave: corsia veloce e melanconia di classe.
La corsia veloce è che se nasci in una famiglia povera, tutto il sistema ti spinge ad arrivare più velocemente a fare cose da adulto. Andare a lavorare prima, preoccuparsi di questioni come l'affitto, lo sfratto, occuparsi dei fratellini, non consente di accrescere la formazione personale. Lo certificano anche i dati Invalsi. Alcuni riescono a uscire da questo margine con l'impegno, con lo studio, con il talento - nomi che piacciono a chi ci governa - e ce la fanno, però incontrano la melanconia di classe, una sofferenza che rimane addosso. Perché se tu ti laurei e sei il primo laureato della famiglia e cominci ad entrare in un ambiente diverso da quello da cui sei venuto, poi subentra una sindrome da sradicamento e ti rendi conto che sei un estraneo, non hai cittadinanza lì dentro.
Esiste la povertà educativa?
Se parlo di povertà economica, devo dare risposte economiche. Se il problema è la mancanza di lavoro, di condizioni abitative decenti, come Stato devo rimuovere questi ostacoli. Se dico che la povertà è educativa, butto la responsabilità sul sistema formativo e sulla scuola, spostando altrove una responsabilità sistemica della società. E così accade che la fondazione bancaria che finanzia il centro estivo al ragazzo di dodici anni in povertà educativa, poi nega il mutuo alla famiglia perché non ha abbastanza garanzie. Si va a intervenire sul sintomo e mai sul sistema.
Che dire della criminalizzazione degli adolescenti?
L'adolescenza è un grosso laboratorio di marginalità. Gli adolescenti che alle superiori non stanno dentro i meccanismi di adattamento e produttività, diventano spesso devianti. Ma anche lì non si interviene sul problema sistemico. In Gang giovanili di Franco Prina si riportano i dati della violenza giovanile che dal 2015 sono in oscillazione continua, tanto che il Ministero dell'Interno nel 2024 concludeva che non c'era un allarme. Però si fa la legge anti maranza, anti baby gang...
E poi ci siete voi del Porto delle storie.
La filosofia del Porto delle storie è che non siamo noi adulti a dare voce ai ragazzi. I ragazzi una voce ce l'hanno e noi creiamo solo degli spazi dove loro si possono esprimere, allenare senza la paura e l'ansia del giudizio.
Insegnanti, educatori, e operatori: come prendere le distanze da questo sistema di potere?
È un tema enorme perché spesso si tratta di guardare le cose con lenti diverse. C'è un esempio bellissimo di un rapper scozzese. Dice che la persona povera vive la sua situazione come se fosse in una casa che sta bruciando. Il volontario, l'educatore, l'assistente sociale è come se fosse su una collina e vedesse da lontano la casa che brucia, ma siccome è distante non vive questa emergenza. I servizi per i poveri sono spesso gestiti da persone che non sono in quella condizione e si trovano a distanza di sicurezza. Il rischio di non capire un bisogno è altissimo. Come si possa accorciare questa distanza non lo so, ma ci dobbiamo lavorare continuamente.
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SpaziositàLaura Bardelli · Fiori d'asfalto
Fiori d'asfalto - Esercizi di sguardo poetico dalle periferie, a cura di Laura Bardelli.
Vale non solo per le parole ma anche per i gesti e in ultimo per i pensieri: quella del silenzio consapevolmente volto all'ascolto di noi stessi, dell'altro, della Terra, è una pratica gentile ma ferma, una rivoluzione politico-spirituale in grado di scardinare la reattività disperata che genera sofferenze, guerre, disastri ambientali. Cominciare dal piccolo, cominciare da dentro, cominciare da noi.
«Quando forniamo una risposta immediata a qualcuno, di solito stiamo semplicemente snocciolando le nostre conoscenze o reagendo in maniera emotiva. Quando sentiamo la domanda o il commento dell'altra persona non ci prendiamo il tempo di ascoltare e guardare a fondo in ciò che è stato confidato, ci limitiamo a ribattere con una replica veloce. Ciò non è affatto d'aiuto.
La prossima volta in cui qualcuno ti fa una domanda non rispondere subito, ricevi la domanda o la rivelazione, lascia che penetri in te in modo che chi parla senta di essere stato davvero ascoltato. [...]. Prima di tutto, se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi non possiamo ascoltare a fondo gli altri. Dobbiamo coltivare una dimensione spirituale della nostra vita se vogliamo essere leggeri, liberi e davvero a nostro agio. Dobbiamo praticare allo scopo di ristabilire questo genere di spaziosità. Solo quando siamo riusciti a fare spazio dentro di noi possiamo davvero aiutare gli altri».
Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio
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SentimentoRoberto Pelozzi · Fiori d'asfalto
Il peggior nemico dell'uomo. L'odio. Vuole cavalcare la vita. Lei siccome è amore, non si fa cavalcare.
Roberto Pelozzi
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Un Highlander chiamato gelsoValentina Nicastro · Mille Foglie
Stavolta andiamo nel quartiere 4 di Firenze per incontrare un highlander che ha attraversato la Storia rimanendo apparentemente indenne. Visitiamo il gelso del parco di San Bartolo a Cintoia, che insieme ad altri due esemplari, dei quali uno purtroppo è morto recentemente, è stato testimone del tempo agricolo di questo quartiere, a ovest di Firenze tra il Cavallaccio e via Simone Martini, drasticamente cambiato negli anni, passando da zona agricola a residenziale.
Al posto di file di ortaggi, viti e alberi da frutto, sono cresciuti palazzi e centri commerciali e il verde si è ristretto notevolmente. Quel che resta del paesaggio è un parco con tante alberature nuove, area a disposizione dei cittadini umani e non umani, animali e vegetali. Ultimamente si sente parlare anche del progetto di una piscina pubblica e non so dire se questa sia una notizia buona o preoccupante, dato che si va sempre più disperdendo l'identità del territorio dove un tempo c'erano tanti gelsi, presenze arboree per la bachicoltura ma anche foraggio per gli animali e buona entrata di sostentamento per gli agricoltori.
Tutto ormai è cambiato intorno a questi alberi, i progetti urbanistici hanno preso il sopravvento, ma almeno ci resta il gelso di cui parlo, al centro del parco, dove si erge solitario con la sua forma irregolare, un gelso bianco (Morus alba) che tra aprile e maggio fiorisce e le sue foglie esplodono tutte insieme: grandi, cuoriformi, di un verde così vivo da sembrare lucide di rugiada perenne.
Quest'albero non produceva solo ombra: custodiva un patto segreto con i piccoli bruchi bianchi che i contadini allevavano nei graticci di canna. L'albero offriva le sue foglie migliori, accettando di farsi spogliare dai contadini e in cambio di quel nutrimento verde e aspro, i bruchi filavano fili d'oro e d'argento, trasformando il respiro dell'albero nella seta più preziosa del mondo.
La sua corteccia rugosa e vissuta presenta ancora una cavità al centro del tronco e chissà quanta vita accoglie su di sé, dagli insetti agli uccelli! Tuteliamo il gelso, preserviamolo come testimone storico di un quartiere e delle genti che lo hanno attraversato.
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La bioedilizia e la rinascitaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
In un paese come il nostro, baciato dal Sole, abbracciato dal mare e ricco di terre abbandonate, non sembra difficile mettere insieme un piano per la costruzione di un vivere civile che tenga anche in considerazione la vita dei nostri figli.
La concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera ha superato quella dell'epoca dei dinosauri, che poi sono morti tutti (quasi tutti: la gallina ancora resiste!).
Anche noi dobbiamo adattarci a costruire con quello che la Terra ci regala.
Togliere anidride carbonica dall'atmosfera è indispensabile se vogliamo ancora immaginare un futuro vivibile e, già che ci siamo, anche un po' più giusto.
La coltivazione della canapa industriale permette di togliere dall'atmosfera quantitativi di anidride carbonica industriali da subito ed immobilizza il carbonio nella forma del miglior isolante termoacustico esistente.
La creazione di un pozzo di carbonio vasto come la superficie esterna di tutti gli edifici pubblici, darà il lavoro a centinaia di migliaia di persone in agricoltura, altrettante nella trasformazione, altrettante nell'adeguamento di tutto il patrimonio edilizio pubblico e altrettante nella fabbricazione dei macchinari necessari.
La gallina per continuare ad esistere si è ridotta di dimensioni e quindi di necessità e ha imparato a fabbricare un cemento insuperabile a temperatura ambiente.
Noi, nel grido delle fabbriche dismesse dall'ebbrezza automobilistica, come la GKN, dobbiamo vedere l'occasione di una "conversione", come diceva Alexander Langer: dal fossile passato al Sol dell'Avvenir.
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Comunque nudeMarta Benettin · Femminismi
Una sera mi hanno chiesto: "Tra le statue negli spazi pubblici fiorentini - strade, piazze, giardini - quante donne ti vengono in mente?" Non una in particolare. Mi sono appellata alle Madonne, una scorciatoia facile. "E se togliamo quelle?" Vuoto.
Firenze, in realtà, non è un caso isolato. Secondo i dati del progetto di mappatura dei monumenti femminili italiani realizzato dall'associazione "Mi Riconosci", nelle principali città italiane oltre il 90% delle statue rappresenta uomini. Se si escludono le figure religiose, la percentuale femminile scende sotto il 5%.
Un problema non solo quantitativo, ma di come sono rappresentate quelle poche donne.
Quando compaiono, infatti, sono quasi sempre giovani, sinuose, discinte o nude. Raramente riconoscibili per ciò che hanno fatto o rappresentano.
Due casi emblematici: "La Spigolatrice di Sapri" (2021) di Emanuele Stifano: una figura che dovrebbe raccontare la fatica e la povertà delle donne che spigolavano il grano, trasformata invece in un corpo dai vestiti aderenti, glutei scolpiti, posa erotizzata. Una storia collettiva ridotta a decorazione anatomica.
E poi la "Fontana a Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli", realizzata da Mario Vinci nel 2003, che raffigura le due giornaliste - uccise mentre facevano il loro lavoro - completamente nude. Perché? È difficile immaginare un monumento a un giornalista privo di abiti... riuscite a figurarvi una statua di Indro Montanelli nudo all'angolo di una via?
Ci sono alcune eccezioni, come "Sguardo Fisico" (2022), statua a Milano dedicata all'astrofisica Margherita Hack, realizzata guarda caso da una donna, Daniela Olivieri, ma in generale lo spazio pubblico continua a trasmettere il messaggio: agli uomini la storia, alle donne il corpo, di preferenza giovane e scoperto.
Per approfondire: "Comunque nude", libro scritto a più mani dall'associazione Mi Riconosci. https://www.miriconosci.it/mappa-dei-monumenti-femminili-italiani
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Fare inchieste, fare libri, secondo FofiCristiano Lucchi · Indagini sociali
Una panoramica cruda sull'impatto tra la manovalanza meridionale - costituita prevalentemente da ragazzi tra i sedici e i venticinque anni - e un tessuto urbano del tutto impreparato e ostile. È la Torino degli anni Sessanta ma potrebbe essere una delle nostre città oggi, ricche di migranti dal Sud del mondo e di italiani infarciti di odio nei loro confronti. A descriverla è Goffredo Fofi, maestro di indagine sociale e costruttore di Comunità resistenti, a cui anche il giornale che avete in mano deve molto.
La Fondazione Feltrinelli ha appena pubblicato un ebook gratuito, intitolato "Fare inchieste, fare libri", curato da Serena Rubinelli, che dà conto di come nacque quell'indagine sociale, sfociata poi nel libro "L'immigrazione meridionale a Torino" pubblicata nel 1964. Imperdibile per conoscere Fofi e comprendere meglio anche l'epoca a cui siamo costretti. (cl)
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La privatizzazione dell'attesaRedazione · Attualità
I FrecciaClub delle principali stazioni ferroviarie italiane sono l'emblema del capitalismo reale, al di là dell'ideologia. Dopo aver chiuso tutte le sale d'aspetto pubbliche, sono stati creati questi spazi privati, accessibili solo a chi spende moltissimi soldi all'anno sui treni più cari, le Frecce.
Naturalmente non sono frequentati dai veri ricchi (che, se costretti a un viaggio in treno, si stupiscono di quanto è brutto il mondo che hanno creato, ma nel quale non sono costretti a vivere - vi ricordate l'articolo "indignato" di Alain Elkann?), ma da chi viaggia molto per lavoro, spesso schiavo di se stesso e del precariato.
Sono comunque salette "esclusive", con divanetti, musica soffusa, inservienti sorridenti, bevande e cibo offerti... Tutto è pensato per trasmettere una sensazione di privilegio, una netta separazione di classe con i "poveri" (con la r moscia) che non hanno manco più una panca su cui sedersi e sono costretti a comprarsi un caffè al bar al doppio del prezzo normale.
Come sempre, il capitalismo ruba ai poveri per donare ai ricchi, col supporto di una classe media illusa da qualche ridicolo privilegio.
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Il popolo non ci staValentina Baronti · Rifiuti e pratiche obsolete
Mentre a Firenze si aumenta la TARI a Montale si vuole raddoppiare l'inceneritore
A fine luglio, quando l'attenzione è più bassa per via delle ferie estive, due notizie a tema rifiuti hanno preso a circolare: a Montale si vuole raddoppiare l'inceneritore, che passerebbe da 50mila a 100mila tonnellate di rifiuti l'anno, mentre Firenze pensa di aumentare le nuove tariffe della TARI, fino al massimo consentito dall'autorità nazionale Arera.
Nella piana tra Prato e Pistoia la notizia ha riscosso le associazioni e i cittadini che da 50 anni si oppongono all'impianto di Montale e che non ci stanno a vedere ancora peggiorare le condizioni di salute dell'ambiente in cui vivono. Dopo le proteste dei primi anni Duemila che portarono al presidio permanente davanti all'impianto, chiuso temporaneamente per gravi sforamenti nei limiti di diossina, si è tornati a riunirsi e si è costituito un nuovo comitato.
"Non possiamo restare a guardare mentre altri decidono sul futuro della nostra salute e di quella dei nostri figli - scrive una cittadina sul gruppo social del comitato -. Il raddoppio dell'inceneritore è una scelta che riguarda tutti noi e nessuno dovrebbe scoprirlo quando ormai è troppo tardi. Chiedo a tutti i cittadini di partecipare, di informarsi e di far sentire la propria voce. Solo una comunità unita può difendere il proprio territorio".
Durante l'estate ci sono stati incontri pubblici, consigli comunali aperti e si è costituito un gruppo di lavoro per presentare proposte alternative nell'ambito della strategia Rifiuti Zero, che potranno garantire, oltre alla tutela dell'ambiente e della salute, anche minori spese da parte degli enti pubblici e più posti di lavoro.
A Firenze invece, dove i rifiuti zero sono un miraggio, le entrate provenienti dalla TARI aumenteranno del 6,71%, a fronte di un costo del servizio che passerà da 129 a 135 milioni. Il rincaro si vedrà solo nel conguaglio di dicembre, perché le prime due rate saranno calcolate sulle tariffe del 2025.
"Si paga il massimo, e in cambio? - si chiede in una nota il consigliere di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi - Gli stessi atti certificano che la raccolta differenziata di Firenze è rimasta sotto l'obiettivo regionale del 70% (anche se la situazione dovrebbe essere ormai risolta) e che l'avvio effettivo al riciclo degli imballaggi è sotto la soglia di sufficienza".
Così, mentre i comitati elaborano piani innovativi per gestire i rifiuti, nell'interesse della società e dell'ambiente, le istituzioni pensano a bruciarne sempre di più e farne pagare le spese alla cittadinanza.
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25 anni dopo, le ragioni di un MovimentoRedazione · Un altro mondo è ancora possibile
Per il nostro Lorenzo Guadagnucci, a 25 anni dal G8 di Genova, ci troviamo a vivere oggi in un mondo anche peggiore di allora, più ingiusto, più insicuro, e in preda a una crisi esistenziale più che profonda (è in crisi l'idea stessa di futuro). Siamo immersi in un mondo letteralmente in fiamme, per il clima surriscaldato e fuori controllo, e perché la guerra è tornata a essere il mezzo principale per affrontare (senza risolvere, e anzi aggravare) le controversie internazionali, in un contesto di degrado morale, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia globale, o almeno in quella dell'Occidente (una nozione, peraltro, da riconsiderare radicalmente).
Un altro mondo, diverso da quello attuale, non solo è, ma deve essere possibile, se vogliamo ancora considerarci persone rispettose dell'altro, ferme nella pretesa di giustizia, capaci di guardare alle future generazioni con il riguardo che si deve ai propri figli e nipoti. "Un altro mondo è possibile", allora, soprattutto nell'era della fine dei diritti umani, del doppio standard, della devastazione del pianeta.
"Un altro mondo è possibile" era lo slogan dei 300.000 che manifestarono in quell'assolata estate genovese. E nel suo stile, educato ma fermo e coerente coi suoi valori, Lorenzo un quarto di secolo dopo ha scritto "Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova" per i tipi di Altreconomia. Un testo che mette insieme 25 tesi sull'irruzione del movimento globale nel dibattito pubblico, la sua repressione e la sua attualità, un tentativo - riuscito a nostro avviso - per trasformare la cronaca in memoria collettiva. Una storia dal basso per denunciare il fallimento del sistema e ritrovare il coraggio di immaginare il futuro.
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Lorenzo Kruger sta con Fuori BinarioCristiano Lucchi · Contro la guerra
Lorenzo Kruger è l'anima dei Nobraino, gruppo musicale che ha costruito la sua poetica sulla voce di chi sta sul confine della società, intrecciando - tra gli altri - temi come la resistenza esistenziale, la marginalità sociale e non ultima la critica politica. Rifiutano le narrazioni dominanti, mescolando poesia, rabbia, satira e qualità musicale a favore di una canzone d'autore che rifiuta l'omologazione, dove la scrittura diventa un atto di resistenza per dare forma a bisogni e desideri repressi dalle norme borghesi.
A Lorenzo è capitato in mano Fuori Binario in un'assolata serata fiorentina, lo ha prima sfogliato e poi è tornato ad approfondire quanto scriviamo pagina dopo pagina, colpito dal nostro progetto di emancipazione. Eccolo mentre posa per noi.
E noi lo omaggiamo presentando i Nobraino a chi non li conoscesse ancora, pubblicando il testo di "Il Mangiabandiere", dall'album "Disco d'oro" del 2012 in cui attaccano frontalmente il sistema politico, economico e industriale che spinge i giovani al macello della guerra per gli interessi del potere. Niente di più attuale, ascoltatela qui https://bit.ly/ilmangiabandiere. (cl)
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Il MangiabandiereLorenzo Kruger · Contro la guerra
Testo della canzone dei Nobraino, dall'album "Disco d'oro" (2012).
Schiacciavigliacchi, mangiabandiere voi combattenti, voi vincitori siete i più grandi, siete i migliori di questa razza che non ha pari
Andate e colpite, non ritornate senza lo scalpo del vostro nemico mai siate sazi di sangue e vittorie voi siete il sole di tutti i cieli
Andate a lottare, andate a morire voi difendete la pace e l'amore tra le granate, gli scoppi e gli spari brillerà l'oro nei vostri cuori
Giovani e forti, faro e speranza fate la guerra, ma con coscienza e nella foto fate un sorriso che rassicuri le vostre madri
Andate a lottare, andate a morire e nel lenzuolo d'un tricolore tornate avvolti dentro alle bare dentro ad un bel titolo del giornale
Poi su una targa di finto granito il vostro nome verrà immortalato per una piazza o per un viale di un brutto quartiere residenziale
Forza e coraggio, boia chi molla ci armiamo e partite, gioisca la folla che paga gli aerei per legger la storia finiti i soldi vi pagherà in gloria
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ColophonRedazione · Colophon
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GRAFICA E IMPAGINAZIONE - Cecilia Stefani.
OBBLIGHI DI LEGGE - Reg. Tribunale di Firenze 4393 del 23/6/1994. Edito da Periferie al Centro, via del Leone 76, Firenze. Polistampa. ISSN 2784-9384. Il giornale è stato chiuso in tipografia il 21 agosto 2026.
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15Per non perdersi1 articolo
Fuori dal tunnel — la mappa della solidarietà fiorentinaRedazione · Per non perdersi
Una mappa della solidarietà fiorentina. Informazioni preziose per chi vive in strada, è arrivato in città da poco o non conosce la lingua: dove mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, ricevere soccorso in caso di violenza, avere supporto legale. Maggiori informazioni sul sito www.fuoribinario.org
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- 112 – Numero Unico Europeo di Emergenza
- 116117 – Numero Unico Europeo per l'accesso alle cure mediche non urgenti e ad altri servizi sanitari territoriali a bassa intensità/priorità di cura
- 055 0510241, 055 211632 – Segnalazioni persone in strada
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- 055 0510241 – Residenze anagrafiche c/o Centro diurno La Fenice, in via del Leone 35
- 055 545454 tasto 1 – URP Asl Toscana Centro
- 055 4385920 (da cellulare), 800 860 070 (da fisso) – URP Regione Toscana
- Competenzedigitali.toscana.it/en/punto-digitale-facile – Punto Digitale Facile
Per essere accolti e vestirsi
EMERGENZA FREDDO — Da dicembre a marzo. L'accoglienza è dalle 19 alle 9, con distribuzione materiale igienico, cena e colazione. PRENOTAZIONI e INFORMAZIONI Lun-Gio 8.30-12.30, via Corelli 91, t. 055 267701, 337 1213981, accoglienzainvernale@fondazionesolidcaritas.it. Segnalazione persone in difficoltà: Centro La Fenice Lun-Ven 9-17 t. 055 0510241; Lun-Ven 17-9 e nel fine settimana lafenice@coordinamentotoscanomarginalita.org; si può segnalare anche a: Portineria Albergo Popolare t. 055 211632; Form online: https://www.coordinamentotoscanomarginalita.it/segnalazione-persone-in-difficolta/; Assessorato al welfare: assessore.paulesu@comune.fi.it
ALBERGO POPOLARE — PRENOTAZIONI Lun-Ven 10-12, via della Chiesa 68, t. 055 211632, albergopopolare.fi@divittorio.it
ANGELI DELLA CITTÀ — (distribuzione coperte, vestiario e alimenti, portare ISEE; su appuntamento) Lun, Mer e Gio 10-12.30, Mar 15-18, via Sant'Agostino 19. Per info e segnalare persone in difficoltà: t. 340 5239889, 353 4189595, angelifirenze@gmail.com
LA FENICE — (centro diurno) Lun-Ven 9-13 e 14-17 (solo da servizi sociali) e Sab 9-13. Segnalazione persone in difficoltà: Lun-Ven 9-17 t. 055 0510241; Lun-Ven 17-9 t. 055 0510241 e nel fine settimana via mail. Via del Leone 35, lafenice@coordinamentotoscanomarginalita.org
PROGETTO ARCOBALENO — (chiamare o scrivere) via del Leone 9, t. 055 280052, accoglienza@progettoarcobaleno.it
LE CURANDAIE APS — (abbigliamento e attività diurne) Lun-Ven 9.30-13, c/o cuRemake, via Pepe 47/8, t. 055 5385341; e su prenotazione c/o Fonte, via Mugello 21/23, t. 055 5387839
CENTRO AIUTO VITA — (solo vestiti, donne in gravidanza o con bambini fino ai 2 anni) Lun-Ven 8.30-12, Piazza San Lorenzo 9, t. 055 291516, cav.firenze@live.it
CROCE ROSSA BAGNO A RIPOLI — Aiuto digitale, facilitazione servizi territoriali, supporto lavoro (compilazione CV etc.), ascolto e consulenza. Su appuntamento. Sportello Sociale accesso diretto Sab 9-12.30, via Fratelli Orsi 19, Bagno a Ripoli – bus 23, t. 334 6034100 (whatsapp), sportellosociale@cribagnoaripoli.it
Per mangiare
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CARITAS — (necessaria registrazione) Pranzo tutti i giorni 11-13.15, via Petri 1 (angolo via Baracca), t. 055 30609230. (Per i residenti dei vari quartieri, dietro segnalazione servizi sociali, esistono mense di quartiere.)
ANGELI DELLA CITTÀ — (distribuzione coperte, vestiario e alimenti, portare ISEE; su appuntamento) Lun, Mer e Gio 10-12.30, Mar 15-18, via Sant'Agostino 19. Per info e segnalare persone in difficoltà: t. 340 5239889, 353 4189595, angelifirenze@gmail.com
VINCENZIANI — (banco alimentare) Mer 14-16, via del Ronco Corto 20. SEGRETERIA: Mar 9-12, Parrocchia V. San Bartolo a Cintoia 82 (solo appuntamento), t. 055 0128846
LA FENICE — Tutti i giorni colazione 9-10, Lun pranzo alle 12, via del Leone 35, t. 055 0510241
CENTRO AIUTO VITA — (banco alimentare per donne in gravidanza o con bambini fino ai 2 anni) Lun-Ven 8.30-12, Piazza San Lorenzo 9, t. 055 291516, cav.firenze@live.it
MISERICORDIA — (banco alimentare) Per saperne di più: Mar 10-12, t. 055 239393, info@misericordia.firenze.it
Per curarsi
CROCE ROSSA BAGNO A RIPOLI — Su appuntamento. Sportello Sociale accesso diretto Sab 9-12.30, via Fratelli Orsi 19, Bagno a Ripoli – bus 23, t. 334 6034100 (whatsapp), sportellosociale@cribagnoaripoli.it
ACISJF HELP CENTER — (solo ascolto psicologico su appuntamento da prendere allo sportello d'ascolto) Mer 10-13, via Valfonda 1, t. 055 294635, helpcenter@acisjf-firenze.it
AMBULATORIO ODONTOIATRICO PALAGI — (per emergenze dentistiche, gratuito con reddito basso documentato) Lun-Sab 8-8.30. Per informazioni: t. 055 6937342 (Lun-Ven 8-11), puntodiascolto.odontoiatria@uslcentro.toscana.it
CENTRO AIUTO VITA — (solo sostegno psicologico per donne in gravidanza o con bambini fino ai 2 anni) Lun-Ven 8.30-12, Piazza San Lorenzo 9, t. 055 291516. Per emergenze: 339 7188394, cav.firenze@live.it
SINDACATO DI BASE CUB — (sportello di orientamento sui diritti del malato) Mer 16-19, via di Scandicci 86, t. 329 5923500
COMUNITÀ DELLE PIAGGE — (sportello di orientamento sui diritti del malato) Mer 16-18, Piazza Alpi e Hrovatin 2, t. 349 2527246
SPORTELLO LISTE DI ATTESA — (sportello per ottenere l'erogazione delle prestazioni in tempi giusti) c/o Circolo Arci di Porta a Prato, Portierato di quartiere e Comunità delle Piagge. Per informazioni: t. 339 5311085, 349 8360870
ASSOCIAZIONE INCONTRIAMOCI SULL'ARNO — (sportello di orientamento sui diritti del malato) Gio 15-19, c/o Portierato di quartiere, Borgo San Frediano 53R, t. 377 1098460
MISERICORDIA — (servizio ambulanze) Lun-Ven 8.30-13.30 e 14.30-17.30, t. 055 212222, info@misericordia.firenze.it
STENONE — (ambulatori) Lun 09.30-13.00 e 14.30-17.30, Mar 14.30-17.30, Mer-Ven 09.30-13.00 e 14.30-17.30, via del Leone 35, t. 055 214994, stenone@stenone.it
KIT IGIENICI – ACISJF HELP CENTER — (assorbenti, pannolini, bagnoschiuma, spazzolini) Lun-Gio 9.30-12.30 e 14.30-17, Ven 9.30-12.30, via Valfonda 1, t. 055 294635, helpcenter@acisjf-firenze.it
Sportello legale
CROCE ROSSA BAGNO A RIPOLI — Su appuntamento. Sportello Sociale accesso diretto Sab 9-12.30, via Fratelli Orsi 19, Bagno a Ripoli – bus 23, t. 334 6034100 (whatsapp), sportellosociale@cribagnoaripoli.it
ANELLI MANCANTI — (su appuntamento) IMMIGRAZIONE: 1°, 3° e 4° Gio del mese 19-21; LAVORO: 2° Gio del mese 19-21; via Palazzuolo 8, t. 055 2399533 (16.30-21), 334 9850793 (solo whatsapp), glianellimancanti@yahoo.it
PROGETTO ARCOBALENO — (su appuntamento) 1° Lun del mese e tutti i Mer 18-19, via del Leone 9, t. 055 280052, legale@progettoarcobaleno.it (mail solo per info semplici). Sportello anche Mar 14-16 e Gio 10-12, via del Leone 9, t. 391 7202861 (Firenze), 347 3074066 (Faltona), sportello.ascolto@progettoarcobaleno.it
ACISJF HELP CENTER — (su appuntamento da prendere allo sportello di ascolto) 2 Mar al mese 14.30-17, via Valfonda 1, t. 055 294635, helpcenter@acisjf-firenze.it
AVVOCATO DI STRADA — Gio 17.30-19, via Liguria 1, firenze@avvocatodistrada.it
CIRCOLO ARCI I CIOMPI — (solo orientamento e assistenza pratiche per il soggiorno legale in Italia, solo su appuntamento) Piazza dei Ciompi 11, Lun-Ven 9-13, t. 055 26297269, 327 1811734 (solo whatsapp scritti)
Aiuto dipendenze
NARCOTICI ANONIMI ITALIA — (incontri più giorni/settimana, chiamare per informazioni) t. 06 84025043 (numero unico nazionale), info@na-italia.org
GIOCATORI ANONIMI — (solo gioco d'azzardo) Lun 21-22.30 (il secondo del mese aperta a tutti), via Morosi 38 c/o S. Maria Ausiliatrice; Ven 21-22.30, via Marsuppini 9 c/o S. Maria a Ricorboli; t. 338 2166566, firenze@giocatorianonimi.org
CENTRO JAVA — Lun-Ven 15-19, Ven-Sab 24-5, via Pietrapiana angolo via Fiesolana, t. 055 2340884
PROGETTO ARCOBALENO — (su appuntamento, chiamare) Lun-Ven 9-19, via Faentina 23, loc. Faltona (Borgo San Lorenzo), t. 055 8494052. GIOCO D'AZZARDO: su appuntamento, chiamare o scrivere.
Per farsi una doccia
CARITAS — Campo sportivo Cascine del Riccio, Lun, Mer, Ven 7-11, via del Ponte a Iozzi 2 (capolinea bus 36), t. 055 30609230
LA FENICE — (solo per utenti registrati e su prenotazione) Lun-Ven 10-13, t. 055 0510241
Casa, affitto, sfratti
SPORTELLO UNIONE INQUILINI — (parte della Rete Antisfratto) Mar, Mer e Gio 17-19, c/o Cobas via dei Pilastri 41r, t. 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE — (referente anche Rete Antisfratto) Lun 17-19.30, c/o Casa dei diritti sociali, Piazza Baldinucci 8r, t. 335 1246551, 345 9671275
SPORTELLO GRUPPO CASA — (referente anche Rete Antisfratto) Mar 17-19.30, Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio, t. 335 1256551
Stop violenza
ARTEMISIA — Lun-Ven 10-17, via del Mezzetta 1 int., t. 055 601375
SPORTELLO VANESSA — Per accoglienza: 2° e 4° Sab del mese 9-13; Lun 8-12 e 14.30-17.30, Mar 14.30-17.30, Gio 8-12, Ven 8-12; c/o Humanitas Firenze, via San Bartolo a Cintoia 20/H2, t. 348 0719121, vanessa@humanitasfirenze.it
NOSOTRAS ONLUS — (su appuntamento) Lun-Ven 9-13, via Faenza 103, t. 055 2776326, violenzadigenere@nosotras.it
Contro la tratta e lo sfruttamento
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Uccisi dal lavoroValentina Baronti · Infine
Ahmed 39 anni, Kumara 61 anni, Aldo 44 anni, Cornel 48 anni, Matteo 42 anni, Damiano 55 anni. Sono i nomi di chi è stato ucciso dal lavoro questa estate in Toscana, o meglio di chi si è guadagnato almeno "due colonne su un giornale".
Ahmed è precipitato da un pilone di 20 metri sul viadotto dell'A1 a Barberino di Mugello, Kumara è stato travolto da un pallet in un'azienda di imballaggi a Campi Bisenzio, Aldo è stato schiacciato da una lastra di marmo a Carrara, Cornel è stato investito da un macchinario in un cantiere edile di Sesto Fiorentino. E poi ci sono Matteo e Damiano, che raccoglievano rifiuti e sono stati trovati morti accanto al proprio mezzo, scoperti dopo ore: stavano lavorando, si sono sentiti male e non c'era nessuno a soccorrerli.
Sei persone, sei operai, di cui si è parlato per qualche giorno sui giornali, dimenticandoli il giorno dopo. Ahmed lavorava in subappalto, Kumara era in quell'azienda da 15 anni, Aldo era un addetto nel settore lapideo da 20 anni, Cornel un trasfertista, Matteo e Damiano lavoravano per ditte in appalto. Sei persone, sei operai, nati in continenti diversi, con vite differenti ma finite nello stesso modo: sono usciti da casa per andare al lavoro e non sono tornati vivi.
Nei primi sei mesi del 2026 in Italia ci sono stati 482 infortuni mortali, di cui 26 in Toscana. Delle trentacinque province italiane in zona rossa per incidenza di morti sul lavoro rispetto agli occupati, quattro sono toscane: Livorno, Pisa, Pistoia e Arezzo. Costruzioni, trasporti e attività manifatturiere i settori con più vittime.
In larga maggioranza gli infortuni mortali hanno riguardato uomini tra i 54 e i 64 anni, ma non passa inosservata l'incidenza degli ultrasessantacinquenni che raggiunge i 45 decessi per milione di occupati. Rispetto allo stesso periodo del 2025, si registra un aumento degli infortuni con feriti gravi: 265mila in tutta Italia nel primo semestre di quest'anno, il 4,8 per cento in più. Quelli mortali invece calano del 4%.
Quattro punti percentuali che non restituiscono alle proprie famiglie Ahmed, Kumara, Aldo, Cornel, Matteo e Damiano. Sei persone, sei operai, figli della stessa patria, quella degli sfruttati.
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Le crociate di Sbarde (cruciverba)Sbarde · Cruciverba
Le crociate di Sbarde, cruciverba n. 287.
Orizzontali
1. Ampio, vasto — 7. Il consenso della miss — 9. Lo legge il musicista — 11. Branca della fisica che studia il calore — 13. Sposa di Assuero — 14. Il Von Trier regista — 15. Lo era Vespasiano per nascita — 17. Il simbolo dell'Arsenico — 18. Rifiutato, respinto — 19. Arpione per la caccia ai cetacei — 21. E'... inglese — 22. Proibito in centro — 24. Dottrina economica del libero mercato — 29. Spinto, audace — 30. Il capitello con le volute
Verticali
1. Amante delle culture esotiche — 2. Acquisti — 3. Incrostazione delle botti — 4. Oscure, indecifrabili — 5. Studiosi del passato — 6. Lingua di troviere — 7. Disciplina ascetica — 8. Divertente, buffo — 10. Città della Francia meridionale — 12. Arrabbiati, in collera — 16. Ambasciatore pontificio — 20. Il trampoliere del Nilo — 23. Ganci per la pesca — 25. Bene a metà — 26. Prefisso che ripete — 27. Sana senza uguali — 28. Onde Corte
In questo numero è pubblicata anche la soluzione del cruciverba del numero precedente (#286).
- cruciverba
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