Archivio › Fuori Binario n. 287 · Settembre 2026 › pagina 11
LAVORO
La scuola delle disuguaglianze
La retorica del merito esclude i poveri: "Un cavo invisibile li tira indietro". Intervista con Michele Arena, educatore e scrittore.
Mariella Marzuoli · Fuori Binario n. 287, Settembre 2026, pagina 11
A settembre tutti i media parlano di scuola, del costo dei libri, del merito, della mancata nomina degli insegnanti. Fuori Binario si inserisce nel dibattito andando a fondo della questione scuola e lo fa intervistando Michele Arena, educatore della cooperativa Macramé e fondatore della scuola di scrittura non profit Porto delle Storie.
Nella quarta di copertina del suo ultimo libro, Dipende dalla classe, Michele Arena si presenta più o meno così: figlio di due amorevoli genitori comunisti, diplomato con il minimo dei voti in un istituto tecnico fiorentino, dopo svariati lavori ha frequentato un corso di formazione per operatori delle marginalità sociali, da anni lavora come educatore nella cooperativa Macramé, si è laureato in Scienza dell'educazione da grande. Prima di questo saggio ha scritto due romanzi, Come nascono gli incendi e Tutti gli eroi che conosco.
Dipende dalla classe. Michele Arena, di che cosa si parla in questo "Manifesto per una scuola anticlassista"?
Il libro affronta un tema che negli ultimi decenni è un po' scomparso dal dibattito sull'educazione. Si parla di inclusione, di diritti, ma quasi mai di povertà economica. Nascere in una famiglia povera, vivere in un quartiere dove non ci sono servizi, sono temi mai centrali nel dibattito. I dati ci dicono invece che se io non ho la cittadinanza italiana, ma arrivo da un paese ricco o appartengo a una famiglia ricca, il mio percorso scolastico sarà facilitato rispetto a chi ha una cittadinanza non italiana ma è povero. Quindi la questione della povertà si intreccia con tutte le altre dimensioni oggetto di discriminazione: la razza, il genere, la provenienza, la neurodivergenza.
Nel libro parli di un cavo che tira indietro.
Lo chiamo il cavo invisibile perché ci sono ragazzi e ragazze che non riescono a tenere il ritmo richiesto e la scuola tende a spingerli fuori, a metterli al margine. Un ragazzo che alle superiori fa molta più fatica perché magari fa due ore e mezzo di autobus per arrivare a scuola, o che non ha genitori laureati che lo aiutino, o che non ha quei codici culturali necessari perché viene da un altro paese: sono situazioni che non vengono mai visibilizzate in ambito scolastico. Si parla di merito, quindi i voti vanno in qualche modo a cristallizzare una disuguaglianza, perché se io entro a scuola con risorse diverse e ne esco con il merito del voto alto, quel merito di fatto è un privilegio. La parola meritocrazia è finita nei programmi elettorali anche nelle regioni governate dal centrosinistra.
Altre parole chiave: corsia veloce e melanconia di classe.
La corsia veloce è che se nasci in una famiglia povera, tutto il sistema ti spinge ad arrivare più velocemente a fare cose da adulto. Andare a lavorare prima, preoccuparsi di questioni come l'affitto, lo sfratto, occuparsi dei fratellini, non consente di accrescere la formazione personale. Lo certificano anche i dati Invalsi. Alcuni riescono a uscire da questo margine con l'impegno, con lo studio, con il talento - nomi che piacciono a chi ci governa - e ce la fanno, però incontrano la melanconia di classe, una sofferenza che rimane addosso. Perché se tu ti laurei e sei il primo laureato della famiglia e cominci ad entrare in un ambiente diverso da quello da cui sei venuto, poi subentra una sindrome da sradicamento e ti rendi conto che sei un estraneo, non hai cittadinanza lì dentro.
Esiste la povertà educativa?
Se parlo di povertà economica, devo dare risposte economiche. Se il problema è la mancanza di lavoro, di condizioni abitative decenti, come Stato devo rimuovere questi ostacoli. Se dico che la povertà è educativa, butto la responsabilità sul sistema formativo e sulla scuola, spostando altrove una responsabilità sistemica della società. E così accade che la fondazione bancaria che finanzia il centro estivo al ragazzo di dodici anni in povertà educativa, poi nega il mutuo alla famiglia perché non ha abbastanza garanzie. Si va a intervenire sul sintomo e mai sul sistema.
Che dire della criminalizzazione degli adolescenti?
L'adolescenza è un grosso laboratorio di marginalità. Gli adolescenti che alle superiori non stanno dentro i meccanismi di adattamento e produttività, diventano spesso devianti. Ma anche lì non si interviene sul problema sistemico. In Gang giovanili di Franco Prina si riportano i dati della violenza giovanile che dal 2015 sono in oscillazione continua, tanto che il Ministero dell'Interno nel 2024 concludeva che non c'era un allarme. Però si fa la legge anti maranza, anti baby gang...
E poi ci siete voi del Porto delle storie.
La filosofia del Porto delle storie è che non siamo noi adulti a dare voce ai ragazzi. I ragazzi una voce ce l'hanno e noi creiamo solo degli spazi dove loro si possono esprimere, allenare senza la paura e l'ansia del giudizio.
Insegnanti, educatori, e operatori: come prendere le distanze da questo sistema di potere?
È un tema enorme perché spesso si tratta di guardare le cose con lenti diverse. C'è un esempio bellissimo di un rapper scozzese. Dice che la persona povera vive la sua situazione come se fosse in una casa che sta bruciando. Il volontario, l'educatore, l'assistente sociale è come se fosse su una collina e vedesse da lontano la casa che brucia, ma siccome è distante non vive questa emergenza. I servizi per i poveri sono spesso gestiti da persone che non sono in quella condizione e si trovano a distanza di sicurezza. Il rischio di non capire un bisogno è altissimo. Come si possa accorciare questa distanza non lo so, ma ci dobbiamo lavorare continuamente.
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Uscito sul numero 287 (Settembre 2026), a pagina 11. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
