Archivio › n. 287

Archivio › Fuori Binario n. 287 · Settembre 2026 › pagina 4

REINSERIMENTO

Un ponte verso la libertà

Seconda Chance: le attività dell'associazione che offre ai detenuti la possibilità di lavorare durante e dopo la pena

Barbara Cremoncini · Fuori Binario n. 287, Settembre 2026, pagina 4

Tenacia, infinita pazienza, zero riflettori o annunci mirabolanti. Poche persone molto motivate che in silenzio, dentro e fuori dalle mura del carcere, cercano di venire a capo della complicata trafila che porta a far incrociare chi un lavoro lo cerca e chi invece lo offre. Un lavoro che, se è già un miraggio per chi sta fuori, figurarsi per chi sta scontando una pena detentiva, per il quale, una volta ottenuto, quel lavoro è una cosa enorme. Uno stipendio, certo. Ma anche uno strumento, forse il più potente, di riscatto e reinserimento sociale, un filo capace di tenere insieme la vita durante e dopo la pena, di gettare un ponte verso la libertà con la speranza di ricominciare. In altre parole una seconda chance. Ed è proprio questo, non a caso, il nome dell'associazione che da tre anni sta lavorando, in Toscana e in altre realtà italiane, per trovare occasioni che aiutino quei detenuti che hanno maturato i requisiti nella ricerca di un lavoro.

"Un'impresa non facile - spiega Stefano Fabbri, giornalista fiorentino, referente di Seconda Chance in Toscana - perché non è che uno in carcere possa cercare un'occupazione consultando gli annunci. E le aziende bisogna avvicinarle, sensibilizzarle e una volta che si sono rese disponibili ad assumere, assisterle in ogni passaggio, sempre interloquendo con la direzione del carcere, gli uffici dell'esecuzione penale, il tribunale di sorveglianza e tutti gli altri uffici coinvolti".

Ovviamente ogni situazione è diversa dalle altre: dipende dal tipo di impresa, dal lavoro che viene offerto, dalle condizioni delle persone che, dentro il carcere, fanno domanda. La trafila non è semplice. Di solito l'impresa richiede uno o più lavoratori, contatta la direzione del carcere che seleziona i detenuti fra quelli che hanno i requisiti, che possono uscire per lavorare, in semilibertà o affidamento. "I colloqui di lavoro vengono organizzati sia dentro che fuori dal carcere. Per le aziende entrare è un passo importante, quasi quanto lo è uscire per chi sta dentro. C'è chi a 50 anni non ha mai fatto un colloquio di lavoro e ci arriva emozionatissimo. Così come è forte il carico emotivo per chi li esamina e magari, a volte, è costretto a dire un 'no'. È una fatica ma è qualcosa che ti tocca e lascia un traccia".

La sfida, che poi è la cifra che caratterizza l'associazione - nata a livello nazionale grazie a un'altra giornalista, Flavia Filippi del TgLa7 - è quella di rivolgersi fin da subito a imprese "profit", grandi e piccole, cooperative di produzione, gruppi multinazionali. Niente di più lontano, all'apparenza, da quello che di solito è il profilo di una vocazione sociale. Eppure nel carcere, in questi pochi anni, ci sono entrati colossi come Società Autostrade, Primark o McDonald. Per restare in zona, nella lista ci sono Piacenti spa Restauri di Prato, la fiorentina Cooperativa Archeologia, ma anche realtà come la trattoria da Burde, i vivai Giorgio Tesi di Pistoia.

"Quando contattiamo le aziende - spiega Stefano - ricordiamo che, in base alla Legge Smuraglia (legge 293/2000) assumendo una persona sottoposta a restrizione della libertà possono usufruire di una serie di agevolazioni, fiscali o contributive. Ma abbiamo visto che alla fine, nella maggioranza dei casi, non sono tanto questi incentivi a far scattare la molla della disponibilità. C'è una sorta di coinvolgimento a livello profondo, uno slancio più emotivo che razionale. Fra le ragioni, certo, ci può essere anche la scarsa disponibilità di manodopera in alcuni settori. Ma in fondo sembra prevalere la voglia di aiutare, una sorta di riscoperta del ruolo sociale dell'impresa".

Quale che sia la motivazione, quello che conta sono i numeri, numeri che in questo caso sono persone. E davanti a ognuna di queste persone, c'è una porta che si apre e una vita che, forse, può tornare sul binario giusto. Sono circa 70 i posti di lavoro creati in Toscana da una trentina di imprese. A livello nazionale sono circa 900. Chi ottiene il posto fa la formazione e ha un contratto regolare, che può durare anche dopo la fine della pena.

Così è per i due che oggi stanno lavorando a Pianosa con Piacenti, per il restauro delle Terme di Agrippa, come per gli otto che dall'interno del carcere di Porto Azzurro, in locali messi a disposizione dell'amministrazione, fanno da remoto un lavoro di helpdesk, assunti da una ditta di Bergamo. Più tradizionali i lavori in edilizia o nella ristorazione, molto ambiti fra chi sta in carcere ma più difficili da trovare a causa degli orari che non si conciliano facilmente con quelli imposti a chi è in semilibertà e sottoposto ad adempimenti molto rigidi. È qui che diventa cruciale il ruolo dei volontari nell'agevolare e mettere in fila tutte le pratiche e le autorizzazioni necessarie, con tempi che possono andare secondo i casi dai due ai sei mesi.

"È faticoso ma funziona. I dati del Cnel ci dicono che oltre il 70% di chi esce dal carcere è destinato a tornarci. Fra chi lavora, invece, il tasso di recidiva può scendere al 2%. E avere un lavoro già prima di uscire è fondamentale, perché la libertà può essere vissuta come un trauma e nonostante gli sforzi dei servizi sul territorio, lo stigma che segna queste persone non aiuta a reinserirsi nella società".

Restano alcuni nodi insormontabili, come la mancanza di spazi - è il caso di Sollicciano - per dare un alloggio separato a chi esce per lavorare e che, ovviamente, non può stare in cella insieme ai detenuti che non possono uscire. E poi c'è il problema degli stranieri che, paradossalmente, possono lavorare finché sono in carcere ma poi, scontata la pena, perdono il permesso di soggiorno e anche il lavoro e sono così ricacciati nell'illegalità. E le direzioni carcerarie? In Toscana collaborano, anzi si dimostrano quasi sempre entusiaste perché vedono in questa opportunità una delle poche per rendere effettivo quel valore rieducativo della pena che, come è sotto gli occhi di tutti, l'istituzione non è in grado di garantire.

Per saperne di più: https://secondachance.net/

Pagina 4 del numero 287 Uscito sul numero 287 (Settembre 2026), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero