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Ai tempi del Covid la scuola è di classeValentina Baronti · Anno scolastico 2020/21
La didattica a distanza ha esasperato la diseguaglianza sociale. Chi parte svantaggiato spesso non arriva neanche al traguardo.
Compromessa la sua funzione di organo vitale, cosa resta del "sangue della democrazia" che nutre le nuove generazioni?
L'ultimo anno scolastico lo potremmo riassumere in tre parole: scuola di classe. Una deriva verso cui ci sta portando l'organizzazione della didattica al tempo del Covid, ma che in realtà era già iniziata da tempo. Piero Calamandrei nel 1950 parlava della scuola come di un organo costituzionale, con la funzione di creare "il sangue" per gli altri organi. È con questo obiettivo che dovrebbe essere organizzata, come un'istituzione che dà ai futuri cittadini gli strumenti per interpretare il mondo. Cosa è rimasto oggi di tutto questo? Ben poco, se si pensa a questo anno di Dad e al divario incolmabile che c'è stato tra i licei e gli istituti tecnici. Nei primi, dove la maggioranza degli studenti proviene da situazioni familiari non disagiate, si è riusciti in qualche modo a coinvolgere le classi nelle lezioni a distanza; nei secondi invece, dove convergono per lo più le classi popolari, compreso chi si iscrive solo per terminare i due anni di obbligo scolastico, la questione è stata più complessa.
La parola ai prof
A Fuori Binario lo hanno raccontato due insegnanti: Maria Beatrice Di Castri, Susanna Norbedo e Giovanni Fiesoli. "Questo secondo anno di Dad è stato pesante per gli studenti delle scuole superiori - racconta Di Castri -. Passavano anche sei ore al giorno davanti al computer, in un contesto inedito di isolamento. Nel liceo dove insegno hanno manifestato questo disagio con due scioperi e un'assemblea aperta a noi insegnanti". Il disagio si è manifestato in tutt'altro modo nell'istituto tecnico di provincia in cui insegna Norbedo, dove l'interesse e la motivazione sono letteralmente crollati: "Chi frequenta solo per l'obbligo non ha proprio acceso il computer. Sono alunni che avremmo perso comunque, ma venendo a scuola avrebbero avuto almeno la socializzazione. Per loro è stato un disastro. Quelli più motivati sono riusciti a seguire mentre i più penalizzati sono stati quelli di mezzo, che avremmo potuto recuperare se fossimo stati in aula. In presenza se c'è una difficoltà si capisce da uno sguardo, se c'è un calo di attenzione si può coinvolgere con una battuta, uno scherzo. In Dad, dove non si riesce nemmeno a far tenere accese le telecamere, sembra di stare in una classe di zombi".
Il "sangue della democrazia"
Una scuola ancora più selettiva, che rischia di escludere proprio chi ne ha più bisogno, quel "sangue della democrazia" di cui parlava Calamandrei. Un paradosso che risulta ancora più evidente quando si affronta il tema della valutazione, questione annosa che in tempi di Covid rischia di essere ancora più divisiva. Giovanni Fiesoli insegna in un liceo fiorentino: "Agli scrutini finali di giugno 2020, in base alla normativa scolastica, era praticamente impossibile che uno studente potesse essere bocciato. A mio avviso fu ragionevole. A settembre 2020 la scuola è ripartita con molti studenti che avevano accumulato carenze, ma soprattutto sfiducia di poter avere successo a scuola. Le verifiche sono diventate un tormento per tutti. Per i ragazzi perché si sono concentrate nei giorni di scuola in presenza. Per gli insegnanti perché temevano di essere ingannati quando queste si tenevano in Dad. Credo che questo aspetto riveli molto sulla qualità del rapporto tra maestro e allievo. La fiducia dovrebbe essere alla base della relazione educativa".
La maturità svalutata
In questo quadro generale si inseriscono gli esami di maturità: l'anno scorso ci fu una sorta di salvacondotto e tutti furono promossi; quest'anno invece sono state date indicazioni di trattarlo come un anno normale, con l'esame di maturità che però rimane in forma semplificata, quindi solo prova orale partendo da un elaborato su un argomento assegnato. "Nel 2020 aveva un senso ridurre l'esame di maturità - dice Di Castri -, ma la riproposizione di questa modalità nel 2021, quando gli ultimi mesi sono state fatte rientrare le quinte in presenza, fa scivolare la scuola lungo una china pericolosa, quella della svalutazione del titolo di studio. È una scelta dai connotati classisti, perché nel mondo del lavoro avrà una possibilità solo chi può presentare un curriculum spendibile professionalmente, magari perché ha avuto la possibilità di fare soggiorni all'estero o di acquisire certificati linguistici. Nell'esame di maturità completo invece si mettevano in gioco tutte le proprie competenze. Era uguale per tutti in tutta Italia ed era quindi un fondamentale presidio di pari opportunità e uguaglianza. Adesso sopravvive solo chi ha gli strumenti per farlo, chi invece parte svantaggiato lo rimane".
Servono fiducia e risorse
Una scuola classista, ben lontana da quell'organo costituzionale che auspicava Calamandrei. Una scuola che ha deluso le aspettative degli studenti, delle loro famiglie, degli insegnanti, di quella parte di società che nella scuola pubblica vedeva la possibilità di rigenerare il proprio sangue vitale, il proprio futuro. Per invertire la rotta servono riforme, servono investimenti pubblici, serve quella fiducia che abbiamo perso in questo anno di pandemia, serve la grinta e la voglia di rivalsa dei nostri giovani che tra pochi giorni si avvicineranno alla cattedra per la maturità: "Non accontentatevi - è il consiglio che dà Fiesoli agli studenti -, se la scuola vi annoia in tutte le discipline che vi offre allora è la scuola che è sbagliata, non voi".
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Problemi insormontabili per gli alunni stranieriValentina Baronti · Anno scolastico 2020/21
Intervista a Tiziana Chiappelli.
La scuola in Dad è stata un problema per le famiglie italiane, ma il disagio è moltiplicato per mille per le famiglie di origine straniera. Tiziana Chiappelli, dell'associazione Progetto Arcobaleno, è coordinatrice del progetto FAMI Apriti Sesamo che, per quanto riguarda la scuola, ha lo scopo di integrare l'insegnamento dell'italiano come seconda lingua, a Firenze portato avanti con le scuole partner di progetto.
Qual è stata la maggiore difficoltà per gli alunni di origine straniera?
Con il primo lockdown, tante famiglie sono rimaste isolate, senza dispositivi per potersi collegare o comunque con un numero insufficiente rispetto al numero di figli, oppure senza connessione o in contesti abitativi di sovraffollamento.
C'era però la possibilità di chiedere dispositivi alla scuola?
Sì. Ma gli avvisi erano online e quindi spesso non vi poteva accedere chi ne aveva più bisogno.
Che cosa avete fatto?
In collaborazione con le scuole, l'ente pubblico e altre associazioni, abbiamo distribuito dispositivi e carte SIM e abbiamo fatto un minimo di alfabetizzazione informatica. Ma non è stato facile, anche a causa di problemi burocratici legati alla privacy.
Sono riusciti a seguire la Dad?
La Dad è molto difficile se non pratichi la lingua, soprattutto se si tiene la telecamera spenta, magari perché ci si vergogna di mostrare la propria casa. Consideriamo poi che le famiglie non hanno fatto un percorso scolastico in Italia e quindi non sapevano come aiutare i figli con il registro elettronico e a volte non hanno capito le procedure per le quarantene e il rientro a scuola.
Rischiano di perdere l'anno?
I problemi nati con la Dad si sommano a tutti gli altri e l'abbandono scolastico ha raggiunto dimensioni allarmanti.
Che cosa è stato fatto per recuperarli?
Abbiamo attivato subito i laboratori online di italiano e il sostegno ai compiti in orario extrascolastico. E, una volta riaperta la scuola in presenza, siamo riusciti a riportare tanti bambini sui banchi.
(VB)
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La situazione insolita della comunità cineseValentina Baronti · Anno scolastico 2020/21
Intervista a Maria Omodeo.
Se per qualcuno il problema è stata la Dad, per altri è stata piuttosto la scuola in presenza, soprattutto nel caso degli alunni di origine cinese, che hanno subito più di altri le conseguenze della pandemia. Maria Omodeo, della cooperativa Tangram, se ne è occupata sia con la cooperativa che con il progetto "Apriti Sesamo", di cui Tangram è partner.
I bambini di origine cinese hanno frequentato la scuola quest'anno?
Nella stragrande maggioranza sono rimasti a casa da subito, anche perché avevano condizioni abitative e familiari tali da non poter gestire le quarantene. Ci sono state poi scuole private che si sono autodefinite 'parentali', che hanno fatto girare voce che i genitori potevano segnare lì i figli per corsi on line e farli poi rientrare in aula quando la situazione sanitaria sarebbe migliorata. Cosa che ovviamente non era possibile, senza un esame di fine anno.
Come siete intervenuti?
Abbiamo proposto subito diversi progetti, da una parte per una reciproca informazione con le famiglie di lingua cinese e dall'altra per facilitare il potenziamento dell'italiano per gli studenti, con il progetto 'Apriti Sesamo' e con attività doposcuola tenute da volontari.
Qual è stata la risposta?
È stata sorprendente. In tanti hanno continuato a frequentare nel pomeriggio, anche una volta rientrati in presenza, sia perché famiglie e studenti sono consapevoli di essere rimasti indietro a causa delle tante assenze a scuola, sia perché si è creata una piccola comunità virtuale.
Possono essere recuperati?
Fra dicembre e gennaio, la maggior parte di loro è tornata a frequentare la scuola in presenza, non hanno perso il contatto con l'impegno per lo studio. Ai nostri corsi doposcuola abbiamo avuto 629 iscritti, di cui oltre 400 hanno ricevuto l'attestato di partecipazione e i risultati dei percorsi sono stati condivisi, per quanto possibile, con gli insegnanti delle scuole. Questo per quanto riguarda l'area fiorentina.
A Prato invece cosa è successo?
Di Prato hanno partecipato in pochissimi, quindi abbiamo meno il polso della situazione. Sappiamo che in tanti si sono iscritti alla scuola parentale, nell'intento di non perdere l'anno. Ma a quanto ne so, ancora molti non sono tornati in presenza e sarà difficile che possano superare l'esame con serenità.
Qual è il rischio?
La china in cui si rischia di scivolare è pericolosissima. Il senso di esclusione che stanno vivendo tante famiglie di origine cinese potrebbe incentivare la strutturazione di scuole private, che si autodefiniscono come più sicure. È un rischio molto sottovalutato, che ci porterebbe dritti verso una scuola di classe, connotata etnicamente, un grave smacco per le politiche di inclusione.
(VB)
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Oggi interroghiamo! Ma tu, cosa ne pensi?Felice Simeone · Anno scolastico 2020/21
Si impone un ripensamento del ruolo della scuola: dalla "trasmissione" alla "creazione" del sapere.
C'è una domanda che vorremmo fosse fatta a chi sta per affrontare gli esami, o solo l'interrogazione di fine anno: ma tu, come la pensi? Che idea ti sei fatta? Il preconcetto che la cultura, il sapere, siano un monolite di informazioni verificate e selezionate da chi ne sa di più è emerso durante questo anno di didattica-a-distanza di cui ci ricorderemo le interrogazioni a studenti bendati dietro lo schermo del computer, una modalità di verifica del sapere che ha il suo doppio nei quiz televisivi, dove le cuffie rimpiazzano la benda ma con l'identica funzione: impedire che qualcuno suggerisca la risposta giusta. L'epidemia che stiamo attraversando ormai da più di un anno ci ha insegnato che neanche la scienza è in grado di darci una risposta, unica e definitiva, ma solo suggerirci un milione di strategie possibili con cui difenderci. Ma quale sarebbe, poi, la risposta giusta? Una data, una formula, un verso, o addirittura un concetto che bisogna memorizzare per poter poi essere in grado di ripeterlo. Più che erudizione, invece, pensiamo che la scuola dovrebbe trasmettere la dinamicità del sapere: vorremmo che i nostri studenti venissero esposti alle molteplici facce della realtà, alle loro interpretazioni possibili, ai limiti e alle contraddizioni delle scienze, e in questo mare instabile tracciare una rotta propria, che riprenda anche un po' il profilo del proprio vissuto; li vorremmo supportati nell'apprendimento degli strumenti necessari per arrivare a delle conclusioni proprie che nessun altro può suggerire: bende e cuffie sarebbero inutili.
In questo ultimo anno abbiamo subito la trasmigrazione delle lezioni dall'aula allo schermo: abbiamo imparato che cos'è la didattica a distanza (Dad), ma non cos'è la didattica on line. La Dad ha generato alienazione e disagio, in stridente contrasto con il successo milionario di aziende che vendono corsi on-line da più di un decennio.
Come si spiega la catastrofe dell'esperienza italiana? Uno dei motivi è il concepire l'insegnante come il punto da cui si irradia il sapere, in diretta! Il successo della didattica online si fonda, invece, sulla disponibilità continua di corsi registrati; non c'è un orario di lezione: chi vuole imparare on-line può farlo al proprio passo e nelle ore più congeniali; può riascoltare delle parti o saltare quelle superflue. Ma soprattutto, la lezione on-line è un supporto all'autoapprendimento, che avviene attraverso la proposta di materiali diversi che concorrono ad un elaborato proprio. Indipendentemente da dove e come si svolgono le lezioni, vorremmo che anche la nostra scuola, pubblica e gratuita, trasmettesse un metodo di apprendimento e non un sapere; insomma, vorremmo che fra i banchi ci si preparasse a rispondere ad una domanda semplice (ma non facile): ma tu cosa ne pensi?
L'epidemia ha fatto emergere le debolezze della scuola italiana, e soprattutto la fragilità delle sue fondamenta. Non si tratta, adesso, di correggere le troppe inefficienze, ma di superare una volta per tutte la concezione di una scuola che deve trasmettere erudizione, giustificando nei fatti le cattedre sui piedistalli (anche virtuali) e le bende sugli occhi. Noi auspichiamo una scuola che formi persone, individui capaci di pensare, allenati a porre un problema e a ricercare autonomamente le informazioni per risolverlo. La diversità le sarebbe un valore connaturato, e la consapevolezza democratica una caratteristica fondativa. E di questo approccio beneficerebbero sicuramente anche quelle aziende che richiedono solo una scuola che prepari al lavoro: a queste aziende ricordiamo che tecnici eruditi ed efficienti presto potranno essere rimpiazzati da robot. Se invece hanno bisogno di creatività, flessibilità intellettuale, proiezione all'innovazione, e perfino genio, allora dovrebbero pretendere, e finanziare, una scuola che insegna una sola materia: diventare persone. È una rivoluzione a portata di mano, che può anticipare leggi e riforme: comincia col domandare: ma tu, cosa ne pensi?
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PermaleCristiano Lucchi · Contro il decoro
Pagina a cura di Alessandro Simoni e Giacomo Pailli.
Da questo mese Fuori Binario dedicherà una pagina alle politiche securitarie che a Firenze, e non solo, colpiscono i poveri e non la povertà, gli oppositori politici e non chi ammaestra la narrazione dominante per conservare il Potere. Sarà curata dal professore di diritto Alessandro Simoni, presidente dell'associazione Periferie al centro che edita il giornale, e dall'avvocato Giacomo Pailli. Le politiche del "decoro", qualsiasi cosa voglia dire, sono mutuate dal mito americano della "tolleranza zero", nascono dalla rinuncia a governare la complessità tramite istituti come il welfare e la sicurezza sociale - fondati sull'espansione di diritti come la casa, il lavoro, la sanità e l'istruzione -, e privilegiano una "meritocrazia" basata sul denaro e l'appartenenza alle classi sociali benestanti.
Sono politiche cariche di stigma e pregiudizio verso chi è costretto ai margini; che instaurano la paura per il "diverso" e per chi non è "normale" nelle persone prive di strumenti interpretativi; che portano, senza resistenze, gli amministratori pubblici sempre più lontano dai princìpi della Costituzione. Per approfondire il tema suggeriamo di tornare indietro con la memoria partendo da due parole chiave che a Firenze hanno fatto storia: "lavavetri" e "fioriere". Due termini su cui prima Graziano Cioni e poi Dario Nardella hanno costruito in parte la loro fortuna politica. Vi consigliamo anche la lettura di due testi importanti: "La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro" di Wolf Bukowski, e "Contro il decoro. L'uso politico della pubblica decenza" di Tamar Pitch.
Bukowski racconta come da anni sia in corso "Una guerra, combattuta tra le strade delle città, contro poveri, migranti, movimenti di protesta e marginalità sociali. Le sue armi sono decoro e sicurezza, categorie diventate centrali nella politica. Lo scopo è cancellare ogni riferimento di classe per delimitare un dentro e un fuori, in cui il conflitto non è tra sfruttati e sfruttatori ma tra noi e loro, gli esclusi, che nel neoliberismo competitivo da vittime diventano colpevoli: povero è chi non si è meritato la ricchezza. Il mendicante che chiede l'elemosina, il lavavetri ai semafori, il venditore ambulante, il rovistatore di cassonetti, sono dipinti come minacce al quieto vivere".
Pitch definisce invece il decoro "come ciò che viene proposto e imposto a un ceto medio impoverito e impaurito e a tutti coloro i cui desideri e passioni non sono incanalabili verso il consumo di merci. Il decoro giustifica politiche nazionali e locali volte a tenere a bada i giovani, le donne, i migranti, e a indirizzare paure e scontento. Il decoro distingue tra perbene e permale".
Conclude Bukowski "A essere perseguita non è la sicurezza sociale, di welfare e diritti, ma quella che dietro la retorica del decoro assicura solo la difesa del privilegio. Sotto la maschera del bello vi è la messa a reddito: garantire profitti e rendite tramite gentrificazione, turistificazione, cementificazione, foodificazione".
Vi ricorda una città in particolare?
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Un Regolamento surreale che invade la libertà personaleGiacomo Pailli · Contro il decoro
Tra enunciati solenni e farsa: le norme del Comune di Firenze per imporre la tranquillità sociale. Di Giacomo Pailli / avvocato.
Il tema dei regolamenti di polizia urbana non riceve sempre la dovuta attenzione. Ciò è dovuto, probabilmente, ad una diabolica combinazione: da un lato si potrebbe pensare che il loro contenuto sia poco importante, dall'altro si tende a dare per scontato che l'amministrazione comunale, se vi scrive dentro qualcosa, ne abbia ben valutato la legittimità. Occorre precisare che non cadono in tali equivoci quelle categorie meglio organizzate (commercianti, ristoratori, etc.) che, ben consapevoli delle possibili ricadute economiche negative, si affrettano ad impugnarne le disposizioni non appena approvati (non senza successo, va detto).
Torno, per ragioni geografiche, al Regolamento di Polizia Urbana del Comune di Firenze. La finalità perseguita da questo testo è ambiziosa: «assicurare la serena e civile convivenza, prevenendo gli illeciti che possano recare danni o pregiudizi alle persone e regolando il comportamento e le attività dei cittadini all'interno del territorio comunale, al fine di tutelare la tranquillità sociale, la fruibilità ed il corretto uso del suolo pubblico e dei beni comuni, il decoro ambientale, la qualità della vita dei cittadini ed in particolar modo dei soggetti deboli, degli anziani, dei bambini, dei disabili e dei soggetti comunque svantaggiati» (art. 1.1). In molte parti il Regolamento ricorda con onestà che su di esso prevalgono «le disposizioni contenute nelle leggi statali e regionali» e che rimangono «ferme le attribuzioni spettanti agli organi dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza». Non una clausola di stile, ma un monito a significare che il Regolamento si muove in un interstizio "grigio molto chiaro": non può contraddire e non si può sovrapporre alle norme statali e regionali; non può sostituirsi a funzioni e competenze che non siano attribuite al Comune. Manca nella lettera, ma lo aggiungo volentieri, che il Regolamento deve rispettare la libertà delle persone di fare tutto ciò che non è vietato dalla legge.
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Il catalogo di prescrizioni e divieti del Regolamento fiorentino è articolato ed alterna enunciati solenni e a vocazione generale, alla descrizione minuta di scene di vita quotidiana e di farsa neorealistica.
Parto con due esempi della prima categoria: «Ferme restando le disposizioni contenute nelle leggi statali e regionali, nonché le attribuzioni spettanti agli organi dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza, è fatto divieto a chiunque, col proprio comportamento nei luoghi pubblici come nelle private dimore, di causare pericolo per l'incolumità delle persone, per le loro attività o la loro libera e tranquilla circolazione, essere motivo di spavento o turbativa per le stesse, o renderle vittime di molestie o disturbo» (art. 3.2). Ancora, «Ferme restando le disposizioni contenute nelle leggi statali e regionali, nonché le attribuzioni spettanti agli organi dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza, è fatto divieto a chiunque, col proprio comportamento, nei luoghi pubblici come nelle private dimore, di causare turbamento all'ordinata convivenza civile, recare disagio o essere motivo di indecenza» (art. 14.2).
Divieti ampi ed impegnativi, che però - oltre a soffrire di una grave forma di indeterminatezza nella formulazione - sembrano dimenticare la promessa iniziale, quella di non invadere né le prerogative di stato e regioni, né la libertà degli individui. Rimane insoddisfatta, ad esempio, la curiosità di immaginare l'antefatto che possa mettere l'agente di Polizia Municipale di fronte al «comportamento» di una persona «motivo di indecenza», in una «privata dimora», che sia da sanzionare con una multa tra 80 e 500 euro: si badi bene, dovrebbe trattarsi ovviamente di un comportamento non penalmente rilevante, giacché allora interverrebbero ben altri divieti e la norma comunale rimarrebbe alla finestra.
Passiamo all'affresco vernacolare: «è proibito [...] entrare anche parzialmente nelle vasche e nelle fontane o gettarvi o immergervi oggetti», ma è consentito «lanciarvi monete» nei «casi in cui la tradizione comune [lo] prevede» (art. 4.2). Non pensi, però, il Totò di turno di portare a casa la giornata creando una piccola impresa sull'ingenuità dei turisti: «le monete stesse, una volta lanciate, appartengono al Comune o al gestore del luogo, ed è proibito a chiunque di impossessarsene». Alla sanzione, sempre la stessa da 80 a 500 euro, si aggiungerà questa volta il sequestro delle monetine raccolte. La medesima pena pecuniaria può essere comminata a «chiunque svolge l'attività di raccolta di stracci o altri oggetti usati», se «durante le operazioni di raccolta o sgombero» causa «situazioni di pericolo o di ingombro del suolo pubblico, nonché di disagio o fastidio per la cittadinanza» (art. 34).
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Due esempi, tra serio e faceto, del modo in cui un regolamento di polizia urbana entra nelle vite delle persone che si trovano, per avventura o sventura, ad attraversare il territorio comunale. Un catalogo denso di "non fare" e "dover essere" che ci proponiamo di esplorare nei prossimi numeri del giornale.
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Posso sciacquare i panni in Arno?Redazione · Contro il decoro
"Posso sciacquare i panni in Arno?", chiede timido un novello Manzoni, carponi sulla pescaia di Santa Rosa. "No, caro il mio poeta", gli risponde risoluto, ma non sgarbato, l'agente di Polizia Municipale, tirando fuori dalla borsa il Regolamento di Polizia Urbana del Comune di Firenze, "deve sapere che «nell'alveo dell'Arno e degli altri corsi d'acqua è vietato: [...] c) lavare veicoli, oggetti o animali»; quindi metta via quegli stracci o mi tocca farle il verbale!".
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Sfratti, 5.000 famiglie in pericoloGiuseppe Cazzato · Diritto alla casa
Diritto alla casa? Vince la proprietà. Anche a Firenze dal 1° luglio scade la sospensione imposta dalla pandemia: politiche fallimentari e un patrimonio inutilizzato condannano tanti alla disperazione. Di Giuseppe Cazzato / Rete Antisfratto Fiorentina.
Dal 1° luglio ed entro la fine dell'anno circa 5.000 famiglie fiorentine perderanno la loro casa a causa della ripresa degli sfratti dopo la sospensione dovuta alla pandemia. Le nuove misure previste dal Governo non tengono conto delle situazioni di disagio economico che costringono alla morosità - causa predominante in tutte le procedure di sfratto - e servono solo ad evitare gli ingorghi che potrebbero esserci dopo oltre un anno di sospensione delle esecuzioni.
A Firenze, gli ultimi dati disponibili del Ministero degli Interni, fermi al 2019, quindi prima della pandemia, contavano a Firenze 2.877 richieste di esecuzione e 802 nuove convalide, di queste l'85% dovute a morosità, a dimostrazione che anche prima della pandemia la vera causa del disagio abitativo era l'alto costo degli affitti e l'assenza di efficaci politiche abitative. Ci sono poi tutte le procedure iniziate durante la pandemia, delle quali non abbiamo numeri precisi ma che si stimano con un aumento del 30% rispetto al 2019 e quindi porterebbero almeno 1.500 nuovi sfratti da gennaio 2020 a giugno 2021 che sommati a quelli pre-pandemia porterebbero alla cifra di oltre 5.000 gli sfratti eseguibili entro il 31 dicembre. Ancora una volta il Potere sposa le ragioni della proprietà e della rendita speculativa, meritevoli di maggior tutela rispetto a quelle degli inquilini in difficoltà e del diritto alla casa.
Un immobilismo colpevole
Dal 1° luglio potranno quindi essere eseguiti tutti gli sfratti emessi prima della pandemia, si prevede poi un blocco fino a settembre 2021 per quelli emessi tra il 28 febbraio 2020 e il 30 settembre 2020 e per quelli emessi tra il 1° ottobre 2020 e il 30 giugno 2021 il blocco termina a fine anno. Il dato che a noi interessa di più è che nell'immediato, a pandemia e in crisi economica in corso, a Firenze potranno essere eseguiti oltre 3.500 sfratti. Numeri enormi, una vera emergenza sociale che per essere superata necessita di misure incisive.
È stata invece affrontata con un sostanziale immobilismo, principalmente da parte dell'amministrazione comunale di Firenze, che non ha prodotto risultati apprezzabili sia per il contenimento delle morosità che per garantire una nuova casa alle famiglie sfrattate.
L'analisi dei movimenti
La Rete Antisfratto Fiorentina chiede la messa in campo tutte le risorse disponibili affinché venga garantito il passaggio da casa a casa ai nuclei sotto sfratto i quali, per reddito e condizione familiare, avrebbero diritto a una casa popolare, per esempio mettendo a disposizione il patrimonio degli enti pubblici o che hanno forme di controllo o vigilanza pubblici. Provvedere quindi in tempi brevi, all'individuazione di un primo elenco di immobili pubblici inutilizzati, al fine di una rapida destinazione per recupero e riuso ai fini di edilizia residenziale pubblica a partire da quelli degli enti previdenziali che possiedono a Firenze cospicui patrimoni, a partire dai 90 alloggi di proprietà dell'Inps vuoti e in procinto di essere venduti. Prevedere interventi di graduazione delle esecuzioni affinché esse vengano programmate solo in relazione del passaggio da casa a casa.
Politiche fallimentari
Quanto fatto finora per contrastare le morosità, nonostante l'aumento dei fondi che il Comune ha avuto a disposizione, si è rivelato insufficiente sia per l'esiguità delle risorse rispetto alle richieste degli inquilini, che per le modalità di erogazione che hanno escluso molte famiglie dalla possibilità di accedere ai bandi perché spesso non è possibile certificare il nesso causale tra la morosità e la diminuzione del reddito familiare per la pandemia.
Lo stesso fallimento si è avuto con la possibilità di ricontrattazione del canone a fronte di benefici fiscali per il proprietario, misura che ha interessato un numero limitato di famiglie e in molti casi anche dopo la ricontrattazione molte persone colpite pesantemente dalla crisi non sono state in grado di continuare a pagare il canone e si sono ritrovate morose.
Un patrimonio inutilizzato
Oltre a queste, che sono le uniche misure concrete a disposizione delle famiglie, c'è stato solo un florilegio di annunci a mezzo stampa del sindaco Dario Nardella, dalla guerra agli affitti turistici alla necessità di ripopolare il centro storico, dalla fantomatica Agenzia della Casa, oggetto sconosciuto rimasto tale a quasi un anno dall'annuncio, ai recenti 1.366 alloggi, contrabbandati come nuove risorse messe in campo per fronteggiare la nuova emergenza mentre sono sempre gli stessi rivangati da anni e che rappresentano invece lo specchio dell'incapacità di una gestione efficiente del patrimonio pubblico.
Tutti gli alloggi in dirittura di arrivo derivano infatti da progetti datati, quelli di via Schiff addirittura da un progetto della giunta Primicerio, quelli di via Torre degli Agli su progetto del 2012 e hanno già i futuri destinatari, per i 600 alloggi Erp esistono finanziamenti pre pandemia e sarebbe da rilevare solo lo scandaloso ritardo nel loro recupero che vede a fronte del forte bisogno abitativo oltre 800 alloggi vuoti.
Fuori tempo massimo
Le stesse misure messe in campo dalla Regione a fine aprile 2021 sono fuori tempo massimo e non sono sufficienti. È stata annunciata la creazione di una task-force tra Regione, Comuni e Sindacati con il compito, positivo, di monitorare la situazione ma con il limite di non disporre di risorse. Disposta anche la ricognizione del patrimonio immobiliare inutilizzato che poi potrà essere acquistato o preso in locazione per dare casa a chi non ce l'ha, con il limite però dei massimali di costo notevolmente inferiori a quelli di mercato. Per questo motivo il Comune di Firenze ha perso 15 milioni regionali del 2019.
Tardano invece ad arrivare le modifiche alla legge regionale sull'Erp, modifiche necessarie dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'esclusione dai bandi per chi non ha una presenza storica sul territorio, ritardo che impedisce ai Comuni la pubblicazione dei bandi senza il rischio di contenzioso.
A questa situazione si aggiungono le difficoltà con le quali si trovano ad operare i lavoratori dell'Ufficio Casa del Comune di Firenze costretti a gravosi carichi di lavoro a causa di una cronica carenza di personale e da maggio senza direttore e con la responsabile organizzativa in maternità. In queste condizioni dovranno affrontare le prossime importanti scadenze senza le necessarie indicazioni operative e senza la supervisione sulla correttezza giuridico formale delle procedure.
Le proposte
Per la Rete Antisfratto occorrono infine soluzioni strutturali alla sofferenza abitativa, in aumento a causa delle conseguenze economiche e sociali dovute alla pandemia, che dovranno configurarsi con un programma reale e concreto di incremento dell'offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica a canone sociale con progetti per il riutilizzo del patrimonio pubblico dismesso, finalizzando per questi obiettivi le risorse del Recovery Plan, ma è anche necessario ridisegnare l'attuale normativa sulle locazioni per una regolamentazione del mercato degli affitti che riporti i canoni alle capacità reddituali delle famiglie e dei lavoratori.
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Logistica... con un'altra logicaLaura Izzi · Civiltà a due ruote
Ciclocorrieri per uscire dalla crisi.
Da un lato i colossi dell'e-commerce, con le loro regole e i loro "codici" di lavoro e di comportamento, i loro ritmi, i tempi incalzanti, "catene" difficili da spezzare senza pagarne l'alto prezzo, umano e sociale: prelevare, impacchettare, ricevere, stoccare, movimentare, consegnare, meccanismi che comprendono anche il feroce sistema degli appalti e lo sfruttamento di riders e di corrieri. Senza contare le pesanti ricadute sull'ambiente, a partire dalla qualità dell'aria.
Dall'altro, la possibilità di superare questo modello coniugando etica e sostenibilità. Una sfida che passa senz'altro attraverso la consapevolezza del consumatore - cosa comprare, dove e perché - ma, soprattutto, attraverso l'impegno crescente di tante realtà locali per una logistica integrata volta a rivoluzionare il paradigma padroncino-furgone; una logistica "verde" che guarda ad analoghi modelli europei attivi e funzionanti, che armonizzi il commerciale con la cura del bene comune e dell'ambiente. Sfida non facile, ma non impossibile. Basata sul principio che il futuro non può che passare attraverso la ridefinizione di tutte quelle azioni che hanno un alto impatto sull'ambiente.
Il guanto è stato raccolto da CycloLogica, cooperativa fiorentina formata attualmente da sei ciclocorrieri (attenzione, non riders!) che punta a ribaltare le percentuali di ciò che viene consegnato con i furgoni: almeno il 50% delle merci potrebbe essere trasportato in bici, affermano, alleggerendo così le città dal carico di traffico. Con tutto ciò che ne potrebbe conseguire in termini di salute e di qualità della vita.
Ad oggi, le cargobici a pedalata assistita della coop (portata fino a 100 kg) consegnano intorno ai 130 pacchi al giorno per una media di circa 260 km, il che, tradotto in risparmio ambientale, significa una tonnellata e mezzo di anidride carbonica in meno al mese, ovvero quasi 20 tonnellate in un anno, senza contare i minori livelli di decibel, musica per le orecchie. La "flotta" sulla quale conta ad oggi la CycloLogica, comprende anche una bici elettrica e un altro mezzo, anch'esso elettrico, sempre con l'obiettivo di proporre e mettere in pratica una mobilità alternativa e ripensare trasporti e spostamenti attraverso il coinvolgimento dei negozi e delle attività di quartiere.
Non solo: la Cooperativa ha scelto di trattare i propri lavoratori "con valore", il che significa no contratti a chiamata, no biciclette proprie, no competizione tra colleghi, no a corse senza pause. Sempre guardando al benessere e all'equità sociale, la coop guidata da Carmine Arvonio, che ne è il presidente, ha in programma altri progetti: oltre all'arrivo di nuovi mezzi rigorosamente ecologici, c'è l'idea di attuare un servizio di noleggio di bici cargo.
Insomma: un cuore etico e verde ha piantato il proprio seme per ribadire che un altro "mondo", oltre Amazon, è possibile. Non un ideale astratto ma una possibilità di sviluppo alla quale tutti possono contribuire, a partire dalla presa di coscienza che ogni azione e ogni scelta hanno un impatto a cui non ci possiamo sottrarre ma che possiamo contribuire a migliorare e a cambiare.
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La strada è un bene comune, pedalando si migliorano le cittàGraziano Predielis · Civiltà a due ruote
Una mappa per orientarsi con la bicicletta a Firenze. Il Comune sia più coraggioso e crei percorsi dedicati.
"Sì, ma io ho paura!": se provate a chiedere ad un amico il motivo per cui non usa la bici, la prevedibile risposta che avrete sarà proprio quella. E se neanche voi la usate regolarmente, è molto probabile che il motivo sia lo stesso. Non è solo una sensazione umorale: lo dice il rapporto sulla mobilità ciclabile (anche se si dice ciclistica...) in Toscana, uscito nel dicembre 2018.
In mezzo a tanti dati molto interessanti, mi hanno colpito quelli che indicano gli ostacoli all'uso della bicicletta, soprattutto i principali: 48,9% il traffico; 32,4% le condizioni della strada; 24,3% la velocità dei veicoli e il 16,7% l'inadeguatezza o l'assenza delle piste ciclabili. È molto interessante vedere la grande responsabilità delle Amministrazioni pubbliche nell'incentivare l'uso della bicicletta: nella pianificazione e manutenzione delle infrastrutture e, soprattutto, nella regolazione del traffico, nel controllo e nella repressione dei comportamenti scorretti e pericolosi di chi guida veicoli pesanti e pericolosi.
No al razzismo veicolare
"E allora, i ciclisti contromano?" diranno in tanti... Non voglio giustificare nessuno, e d'altro canto non mi sembra opportuno fare del razzismo veicolare: un cialtrone resta un cialtrone, indipendentemente dal mezzo che usa: i ciclisti devono attenersi alle misure di sicurezza come gli altri, prima di tutto per non farsi male, perché sono vulnerabili.
Premesso che non si possono avere piste ciclabili ovunque, possiamo certamente auspicare una maggiore attenzione alla sicurezza stradale creando zone a bassa velocità nelle aree residenziali, modificando la sagoma della strada per facilitare gli attraversamenti pedonali e la riduzione della velocità, creando piccoli spazi senza auto dove potersi incontrare e passare: abbiamo mai pensato che anche la strada è un bene comune?
La bici dopo la pandemia
La terribile epidemia che ci ha colpiti ha fatto riflettere sulla necessità di iniziare a cambiare il nostro modo di vivere, cercando più semplicità. E cos'è più semplice di una bicicletta? Utilissima in questo periodo, quando si può provare ad utilizzarla per andare a scuola o in ufficio in libertà e senza rischio di contagio, magari se la propria destinazione è nelle vicinanze di un percorso ciclabile: sul sito dell'associazione Firenze Ciclabile (FirenzeCiclabile.it) è possibile scaricare una mappa autoprodotta che sovrappone la rete schematica delle ciclabili cittadine e la posizione delle scuole superiori, insieme alla distanza (in minuti) da un punto all'altro. Utile per i ragazzi, per chi lavora a scuola e, in generale, per tutti.
Come soddisfare allora tutta questa voglia (e necessità) di andare in bici? In Europa (e non solo) sono state create alcune ciclabili d'emergenza o "pop-up", corsie "leggere" a bassissimo costo e di rapida installazione. Sono arrivate anche in Italia, ed è stato modificato il Codice della strada creando le "corsie ciclabili". Le abbiamo viste spuntare dal nulla nei mesi scorsi: una corsia con vernice tratteggiata bianca e il simbolo della bici. Possono essere "occasionalmente" attraversate da altri veicoli, ma in concreto più che piste "pop-up" sono piste "post-it": come i foglietti gialli attaccati al frigo ci ricordano di comprare il pane, queste strisce ricordano agli automobilisti che lì passano i ciclisti, come hanno sempre fatto. Lo spirito con cui sono nate è lodevole, ma in concreto quanti potenziali nuovi ciclisti si sentirebbero sicuri pedalandoci sopra?
Serve coraggio
Il coraggio è la chiave in mano agli amministratori e ai cittadini: per i primi il coraggio di sfidare l'impopolarità iniziale di chi deve pensare e progettare nuovi percorsi modificando la viabilità e la sosta delle auto; per gli altri il coraggio di sfidare le proprie abitudini o la pigrizia inforcando la propria bicicletta per andare in ufficio o a scuola (o al cinema, al mercato...) pedalando.
La bici può cambiare il mondo? No, non da sola: può aiutarci a vivere le nostre città in modo più piacevole, più silenzioso, più pulito. Come punto di partenza può bastare, no?
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Una mappa per orientarsi in bici a Firenze: le linee della rete ciclabileRedazione · Civiltà a due ruote
La mappa schematica della rete ciclabile fiorentina pubblicata in pagina, con le otto linee, le loro lunghezze e i tempi di percorrenza.
La mappa autoprodotta dall'associazione Firenze Ciclabile rappresenta la rete ciclabile dell'area fiorentina come una rete di trasporto pubblico: otto linee numerate che attraversano la città e i comuni della cintura, da Sesto Fiorentino a Bagno a Ripoli, da Signa e Lastra a Signa fino a Pontassieve, con i nodi di scambio e i principali attraversamenti dell'Arno.
Lunghezze e tempi di percorrenza delle linee
1. Osmannoro - Sorgane: 13,0 km / 60' 2. Canova-Indiano - Rovezzano: 12,8 km / 60' 3. Ugnano - Varlungo sud: 12,0 km / 55' 4. Le Piagge F.S. - Girone: 17,0 km / 75' 5. Torregalli - Careggi: 6,8 km / 30' 6. Vittorio Veneto - Salviatino: 11,5 km / 55' 7. Ponte a Greve - Castello: 9,5 km / 45' 8. Due case - San Donato: 3,0 km / 15'
Legenda della mappa
Stazioni di interscambio diretto; stazioni di interscambio lungo il percorso; bikepark; stazione tramviaria; stazione ferroviaria; aeroporto Amerigo Vespucci; area urbana; area urbana ad alta ciclabilità.
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Salute mentale è stare bene con se stessiThomas Maerten · Salute mentale
A Firenze apre la Brigata Basaglia: ascolto e supporto psicologico, da una risposta autorganizzata dal basso. Di Thomas Maerten / perUnaltracittà.
Un supporto psicologico a tutte quelle persone che si sono ritrovate isolate durante la sindemia, senza più alcuna forma di socialità e che magari hanno perso il lavoro o altre parti della loro quotidianità. Quattro sedute totalmente gratuite per chiunque ne abbia bisogno e una rete di contatti in relazione ad altri servizi sul territorio come casa, lavoro, violenze di genere, dipendenze, assistenza legale, etc.
L'obiettivo è quello di guidare e accompagnare le persone verso un reinserimento nel tessuto sociale che ad oggi non è sempre facile e immediato. Una risposta autorganizzata e dal basso che vuole denunciare le carenze di un sistema pubblico poco attento e offrire un'alternativa immediata e concreta ai bisogni più urgenti.
Come nasce l'idea?
L'idea nasce tra alcune volontarie del sostegno alimentare di Rifredi. Durante un turno una ragazza ci ha parlato della Brigata Basaglia di Milano e abbiamo provato a metterci in contatto con loro. È così che abbiamo conosciuto Lula, una delle fondatrici del progetto. Dopo diverse videochiamate e riunioni, abbiamo maturato insieme il pensiero di non creare da zero un nuovo progetto parallelo ma di allargare la brigata Basaglia fondando una sede a Firenze.
Con quali obiettivi?
Proviamo ad esserci per tutte quelle persone che sono rimaste sole e vogliono una mano per reinserirsi nel tessuto sociale o semplicemente hanno bisogno di essere ascoltate.
Come lo fate?
Abbiamo un centralino attivo dal lunedì al venerdì in due fasce orarie (12-14.30 e 19-21.30). Ma non prendeteci per un call-center: uno degli obiettivi principali del nostro progetto è la sensibilizzazione alla salute mentale. Chi chiama riceve una prima fase di ascolto attivo. Questa per noi è una fase fondamentale perché già l'ascolto può essere una forma di cura: a volte basta sapere che c'è una persona che condivide quello che provi e non ti faccia sentire sola. Se invece questo non fosse sufficiente offriamo quattro sedute gratuite di supporto psicologico con il nostro gruppo clinico, che è formato da professionisti e professioniste volontarie. Dopo queste sedute, se la persona vuole continuare il percorso psicologico, la indirizziamo verso servizi di psicoterapia esterni ma con tariffe agevolate. Inoltre, se durante la conversazione emerge che la persona ha bisogno di supporto sociale o di altri servizi disponibili sul territorio cerchiamo di metterla in contatto e indirizzarla. Crediamo infatti che non sia solo la clinica a curare, ma che lo faccia anche la comunità. Per questo stiamo creando una rete di organizzazioni: dallo sportello per il lavoro al comitato anti-sfratto, dai sostegni alimentari ai servizi per le dipendenze, dagli sportelli per migranti ai centri anti-discriminazione e anti-violenza.
Chi fa parte della brigata fiorentina?
Siamo una quindicina di persone. Siamo variegate, veniamo da diversi percorsi, da varie associazioni, da diverse realtà politiche. Non per forza veniamo dall'ambito della psicologia. Siamo accomunate da alcuni ideali: siamo contro ogni forma di discriminazione e sentiamo forte l'esigenza di fare sensibilizzazione sul tema della salute mentale. Nell'ultimo anno ci sono state tantissime iniziative per la salute fisica ma forse abbiamo un po' tralasciato la salute mentale.
Cosa intendete per salute mentale?
Quello a cui puntiamo è il benessere. Non c'è una definizione esatta di salute mentale, noi non vogliamo categorizzare in casi clinici le persone che ci chiamano, non facciamo diagnosi. Non siamo qui per giudicarti ma per aiutarti a trovare un equilibrio, che non dev'essere per forza uguale al mio. Vogliamo che le persone stiano bene con sé stesse e con gli altri.
Chi vi contatta?
Persone con disturbi psicologici accertati ma anche lo studente demoralizzato dalla Dad e la signora anziana che ha bisogno di parlare con qualcuno, a cui non interessa iniziare un percorso di psicoterapia ma semplicemente non vuole sentirsi sola. E noi siamo qui anche per questo. Vogliamo smantellare il pregiudizio che avere un disagio psicologico sia un difetto: è una cosa che può capitare a chiunque e che può incidere su vari aspetti della vita della persona. Per questo motivo abbiamo organizzato il gruppo rete. Se una persona ci chiama e ha un disagio psicologico noi sappiamo benissimo che questo malessere non nasce soltanto dalla propria mente, ma ci sono anche una serie di fattori esterni che portano a stare male. Può essere il lavoro, può essere l'affitto, può essere qualsiasi cosa e per questo ci attiviamo insieme a te, ti diamo una mano sia dal punto di vista mentale sia dal punto di vista della comunità.
Come è organizzata la brigata?
Siamo divisi in vari gruppi per snellire il lavoro e renderlo più pratico. Ogni partecipante decide liberamente in base alla propria disponibilità e affinità dove collocarsi e si può far parte di uno o più gruppi. C'è il gruppo degli operatori e operatrici che rispondono al telefono quando chiamate il nostro numero. C'è il gruppo clinico che è composto da professionisti e professioniste in psicologia e psicoterapia. C'è il gruppo rete che si occupa di tenere i contatti con le altre associazioni sul territorio. C'è il gruppo comunicazione che si occupa di gestire la parte social, di pubblicizzare il nostro progetto e di parlare con i giornalisti. Abbiamo un'assemblea settimanale: la prima parte la facciamo insieme alla brigata di Milano e parliamo delle chiamate ricevute, ci diamo supporto a vicenda per non lasciare sole le volontarie e i volontari del gruppo. Nella seconda parte ci dividiamo tra Milano e Firenze e parliamo delle questioni territoriali, delle iniziative da organizzare in città, ecc. Ci sono mille modi di partecipare alla Brigata Basaglia e ognuno/a può dedicarvi il tempo e le energie che vuole. Anche perché, sempre per il discorso del benessere psicologico, è fondamentale che anche i/le componenti della Brigata non si sovraccarichino e stiano bene in quello che fanno.
Il progetto è stato lanciato il 25 aprile.
Non è un caso. Abbiamo accelerato un po' i tempi per poter partire in questo periodo perché ci sembrava un segnale importante: dare ascolto e supportarsi a vicenda per noi è un'importante forma di resistenza.
Che risposta avete avuto?
Ottima. Sui social stiamo crescendo velocemente e ogni giorno ci stanno arrivando email di persone che vogliono darci una mano (brigatabasagliafirenze@gmail.com). Inoltre sono già arrivate tantissime telefonate da Firenze, da parte di persone che hanno bisogno di aiuto, e questo dimostra quanto ci fosse bisogno di un progetto come questo.
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Solidarietà al popolo palestinese contro ogni censura e complicitàPetra Matti · Palestina
Riceviamo e pubblichiamo il commento dell'Associazione Amicizia Italo Palestinese sui recenti avvenimenti in Terra Santa.
Siamo scesi in piazza per resistere a fianco del popolo palestinese, ma anche per condannare. Condannare la censura che da giorni elimina post, foto e video, rimuove e blocca gli account di tutti quei palestinesi che informano su quanto sta accadendo. Non si tratta di un incidente di percorso: questa censura non è altro che una delle tante forme che assume l'occupazione, che non è dunque solo fisica ma anche mediatica: nel 2016 il ministro della giustizia israeliano ha gioito di come Facebook, Google e Youtube stessero rispettando fino al 95% le richieste israeliane di eliminare contenuti, ovviamente tutti palestinesi. Oltre che reprimere la libertà d'espressione, l'acquiescenza di queste società alle richieste del governo israeliano nel rivelare i dati degli utenti comporta e sta comportando arresti di centinaia di palestinesi (per i loro post su Facebook).
La censura riguarda anche i media italiani. Tanto per citarne alcuni: Il Giornale "attacco islamico, pioggia di razzi da Hamas"; La Stampa "Israele brucia: morti e centinaia di feriti nelle battaglie nelle case"; La Repubblica "Scontri e razzi: battaglia a Gerusalemme". A Rai News 24 invece si è parlato di "scontri iniziati dal quartiere di Sheik Jarrah che hanno fatto da innesco alle violenze di questi giorni" e di "attacchi palestinesi contro israeliani che stavano rientrando in caserma al termine del turno o contro civili alla fermata del bus".
Non una parola sul regime di occupazione in Palestina, non una parola sull'espropriazione di stampo coloniale dei residenti di Sheik Jarrah, non una parola sull'incendio innescato dalle forze di occupazione nei pressi di Al-Aqsa, sulla loro entrata violenta e sulle loro sparatorie in questo luogo di pace dove i fedeli riuniti osservavano il ramadan, non una parola sui 115 gazawi morti, di cui 27 bambini, sotto i raid aerei israeliani.
Tutto ciò viene omesso e si parte a raccontare da un preciso momento: razzi di Hamas su Tel Aviv. Si compie così un'operazione di stortura della realtà che legittima la risposta di Israele "costretta" a intervenire per garantire l'ordine pubblico contro il "terrorista arabo"... ma ricordiamoci che la storia non inizia coi razzi di Hamas, ma con una brutale occupazione che, dalla costituzione di Israele, più di 70 anni fa, viene portata avanti impunemente a danno della popolazione palestinese. Tutto il resto, è malainformazione.
Dobbiamo poi condannare la complicità che vede l'UE e l'Italia stringere accordi, collaborazioni e partnership con lo Stato d'Israele nel campo della privacy e delle nuove tecnologie (tecnologie di sorveglianza!) e nel campo della sanità e della ricerca medica: si comprano telecamere modello Tel Aviv da piazzare in giro per Firenze per la sicurezza della città, si acquistano droni per le politiche europee antimigratorie, si elogia l'"esemplare gestione" della sua campagna vaccinale senza nemmeno accennare all'apartheid sanitario con cui ha escluso 5 milioni di palestinesi dalle vaccinazioni, dichiarandosi "non responsabile della loro salute" e violando così anche la Convenzione di Ginevra.
Così facendo, anche noi al pari dell'occupante traiamo profitto dalla violazioni dei diritti dei palestinesi: prendiamo consapevolezza di questo, responsabilizziamoci e poniamo fine alla nostra complicità in queste violazioni. Una complicità che pochi giorni fa ha portato molti leader politici italiani a partecipare alla manifestazione indetta dalla comunità ebraica di Roma, mostrando solidarietà a "Israele sotto attacco" senza spendere una parola sulle sue responsabilità per ciò che sta accadendo.
Infine dobbiamo condannare l'indifferenza e l'inefficienza della politica internazionale davanti alle continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte dello Stato d'Israele, che impunemente può consumare confische di terre, sgomberi forzati, demolizioni di case, violenze e sopraffazioni nel territorio occupato ignorando le legittime rivendicazioni del popolo palestinese. Queste sono proprie anche della stessa Autorità Nazionale Palestinese, più occupata a compiacere gli interessi dell'occupante che a rappresentare e a sostenere veramente la sua gente.
Ma i palestinesi dimostrano che pur nell'isolamento internazionale e in questo vuoto di rappresentanza non hanno alcuna intenzione di cedere il loro diritto all'esistenza su quelle terre. I palestinesi scelgono la Resistenza, scelgono di restare e di continuare a lottare giorno dopo giorno finché la Palestina non sarà libera: un messaggio di speranza potentissimo, che condividiamo con loro.
W la Palestina libera, Falestin hurra!
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Dall'apartheid alle espulsioniSofia Rampazzi · Palestina
Gli sfratti di Sheikh Jarrah sono una delle tante facce della politica colonialista di insediamento che Israele porta avanti da quando è nato. In particolare a Gerusalemme est, che Israele ha isolato dalla Cisgiordania anche grazie alla costruzione del muro, dove lo stato sionista si impegna quotidianamente per cambiarne il volto cercando di cacciare via i palestinesi e negando loro servizi che non sono lontanamente paragonabili a quelli degli israeliani.
I palestinesi che vivono a Gerusalemme est con lo status di residenti permanenti sono circa 300 mila, e subiscono discriminazioni in vari campi; da quello dell'istruzione, all'assistenza sanitaria, all'accesso all'acqua e al sistema fognario, ai servizi pubblici di trasporto, al lavoro, ai diritti di costruzione. Secondo una legge israeliana approvata nel 1996 i palestinesi che abitano a Gerusalemme per non perdere il loro status sono tenuti a dimostrare che la città è il loro centro di vita. Ciò significa presentare regolarmente il pagamento di tasse, contratti di lavoro, contratti di affitto, certificazione di iscrizione dei figli a scuola. Avere contatti coi territori occupati, spostarsi liberamente al di fuori della città, viaggiare all'estero diventa quasi impossibile per queste persone perché rischiano di trovarsi la residenza revocata.
Assegnando loro uno status di residenza precario, Israele è riuscito dal 1967 a sradicare da Gerusalemme est più di 14.200 palestinesi. Inserendoli in una precisa categoria giuridica, Israele può controllarli a livello demografico, politico e cacciarli via con varie pratiche tra cui la confisca di abitazioni come abbiamo visto nel caso di Sheikh Jarrah o l'espansione di insediamenti di coloni nella città.
Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo palestinese che in questo momento resiste a Gaza, nei territori occupati nel 1948, in Cisgiordania, nei campi profughi. Un popolo che seppur diviso e costantemente isolato è sempre più unito, che seppur dilaniato da un'occupazione di più di 70 anni è sempre più forte.
Scegliere da che parte stare in questo conflitto per quanto la situazione sia complessa e per quanto sia complesso informarsi, è una scelta semplice, e noi scegliamo di stare dalla parte di chi lotta per la propria libertà.
Lunga vita alla Palestina e lunga vita alla Resistenza.
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Il filantrocapitalismo e le sue trame oscureBarbara Imbergamo · Intervista
I milionari devono contribuire al bene comune con le imposte e non coi regali. Intervista a Nicoletta Dentico.
Nicoletta Dentico ha recentemente pubblicato Ricchi e buoni. Le trame oscure del filantrocapitalismo, edito da Emi. Un libro prezioso perché sul tema della filantropia apre un dibattito che in Italia è ancora assente. Nel volume si esplora la strada attraverso cui i molto ricchi hanno dato vita a fondazioni filantropiche e occupato lo spazio della solidarietà. È un bene? Nicoletta Dentico ci aiuta a comprendere perché non lo è.
Perché questo libro?
Occupandomi di cooperazione ho visto dedicare grande attenzione alla "linea della povertà" e troppo poca alla "linea della ricchezza" da cui la povertà discende. Il fatto che il terzo settore, le Nazioni unite, la società civile mettano in luce solo il tema della povertà ci ha distratti dalle ragioni dell'impoverimento. Poiché la dinamica di impoverimento è continua e crescente credo che l'attenzione dovrebbe andare alla ricerca delle cause della povertà. Scopriremmo che la ricchezza deve essere regolata e che i molto ricchi devono tornare a contribuire in maniera proporzionale al bene comune. Fino agli anni Ottanta, e nel libro lo spiego, i ricchi partecipavano di più di quanto non accada oggi al pagamento delle tasse.
Dunque, i ricchi pagano meno tasse di un tempo, si arricchiscono e poi fanno beneficenza. Qualcuno direbbe che sono generosi, non è così?
Non è così perché il potere dei soldi diventa anche potere politico. Proviamo a ricostruire: i governi non fanno pagare abbastanza tasse ai molto ricchi, questo porta alla creazione di ricchezze illimitate parte delle quali vengono utilizzate per dare vita a fondazioni. Le fondazioni in America non sono tassate e dunque diventano uno strumento perfetto per avere potere e allo stesso tempo fare un marketing positivo su sé stessi. Fare del bene ha un ritorno di immagine potentissimo.
Spiegaci bene questo passaggio. Perché questo meccanismo non è neutro?
Questi ricchi sconfinati decidono quali cause sociali sostenere e con quali mezzi, coi loro soldi stanno producendo una rivoluzione negli assetti di governance del mondo; stanno portando le loro ricette e imponendo i loro approcci aziendali, economicisti e di mercato nei territori del diritto e della funzione pubblica. Col filantrocapitalismo la linea di confine tra profit e nonprofit si abbatte: non è neutro e fa rabbia vedere che hanno invaso i territori della solidarietà offrendo soluzioni di mercato in quelli che invece erano i territori di elezione della politica.
Nel libro mostri come Gates e Clinton con le loro fondazioni sono in grado di orientare le scelte politiche globali, che l'Onu è orientata dai privati che la finanziano più che dagli Stati. Come mai tutto ciò non è oggetto di dibattito?
Le Ong hanno deciso di cavalcare questa possibilità di finanziamento senza pensare che per cambiare il mondo devi essere coerente e devi salvaguardare la tua visione delle cose altrimenti metti solo toppe ai problemi. I governi, dal canto loro, per primi quelli di sinistra che dopo il crollo del muro di Berlino hanno perso ogni riferimento ideale e il senso della funzione pubblica, non avendo più idee si sono agganciati al settore privato che era il più potente. In fondo questi ricchi portano un sacco di soldi, ti danno un sacco di idee, ci pensano loro... Questo dà la misura della debolezza culturale del nostro tempo in cui si allargano le braccia a tutti questi ricchi invece di provare a capire cosa sta dietro a questo boom delle fondazioni.
Dobbiamo dare per persa una funzione pubblica degli Stati e arrenderci alla privatizzazione delle politiche pubbliche?
In questo momento i governi fanno due cose: tengono basse le tasse per attrarre capitali e soffocano eventuali rivolte sociali. A tutto il resto pensano le imprese. Come accenno nelle ultime pagine del libro per cambiare questo stato di cose ci vuole un percorso lungo, bisogna costruire una domanda di politica di riappropriazione da parte dei governi della funzione pubblica delle loro responsabilità.
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Ministero parte civile contro gli agenti di San GimignanoRedazione · Tortura
Delle torture subite da un detenuto nel carcere di San Gimignano che hanno portato al rinvio a giudizio di cinque agenti penitenziari ne abbiamo parlato nel numero di marzo. Oggi la buona notizia è che il ministero della Giustizia si è costituito parte civile al processo contro gli accusati, oltre che di tortura, anche di lesioni aggravate, falso ideologico, minacce aggravate e abuso di potere nei confronti di un detenuto tunisino durante un trasferimento coatto di cella nel 2018.
L'inchiesta partì da una lettera di denuncia del pestaggio inviata all'associazione Yairaiha Onlus, che è una delle sette parti civili costituite, insieme ad Antigone, al Garante nazionale per i detenuti e all'Altro diritto. Nell'ambito della stessa inchiesta altri 10 agenti penitenziari sono stati condannati in primo grado con rito abbreviato per tortura e lesioni aggravate in concorso con pene da 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi.
Nelle motivazioni del giudice Jacopo Rocchi depositate nei giorni scorsi si spiega che i reati di tortura e lesioni sono stati "commessi in virtù del medesimo disegno criminoso rispondente alla volontà di realizzare una spedizione punitiva nei confronti del detenuto". Forse, proprio tali motivazioni, insieme alla sentenza, avrebbero spinto il ministero della Giustizia a cambiare idea e a richiedere la costituzione di parte civile nel rito ordinario.
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Pantagruel, 20 anni di sostegno alle donne recluseRedazione · Carcere
L'associazione Pantagruel opera nelle carceri fiorentine a favore dei detenuti. Tra le tante attività svolte segnaliamo il laboratorio di cucito dove si insegna alle detenute a cucire bambole seguendo il metodo steineriano per coinvolgere mente, cuore e volontà tramite un importante strumento creativo e terapeutico. Un modo per imparare nozioni di cucito che potranno essere loro utili quando saranno fuori dall'istituto carcerario.
Il progetto "La poesia delle bambole" fornisce annualmente (con l'aiuto di finanziamenti da enti privati) due borse lavoro per ex detenute e detenute che usufruiscono della possibilità di lavorare fuori e rientrare in carcere la sera. In 20 anni nessuna delle 18 donne che hanno partecipato al progetto è più tornata a delinquere, segno che se si restituisce alle persone un po' di dignità è più facile ottenere quello cui il carcere dovrebbe aspirare, la "rieducazione" (art. 27 Costituzione Italiana).
Nel 2021 "La poesia delle bambole" compie 20 anni. Per festeggiare adeguatamente Pantagruel ha promosso una campagna di raccolta fondi per avere un'altra borsa lavoro da utilizzare per una detenuta che usufruisce di una misura alternativa al carcere. Chi volesse partecipare può farlo attraverso una donazione su Produzioni dal basso all'indirizzo https://sostieni.link/28639
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Una rivista da scoprire: "La Città invisibile"Redazione · Giornalismi
Tra i sostenitori di Fuori Binario c'è da tempo il laboratorio politico perUnaltracittà che nei giorni scorsi ha festeggiato il numero 150 della rivista "La Città invisibile". Da sette anni, due volte al mese, la pubblicazione arricchisce il dibattito pubblico fiorentino, e non solo, dando voce alle vertenze, alle mobilitazioni, alle pratiche di autodeterminazione e più in generale ai movimenti sociali.
Nel tempo lo sguardo della redazione si è affinato sui meccanismi neoliberisti che provocano l'aggressione ai diritti delle persone, al lavoro, alla salute, al territorio; un'esperienza di attivismo giornalistico militante che mette in luce le informazioni censurate dai mezzi di informazione dominante e contribuisce a far emergere le pratiche e l'elaborazione di letture critiche al pensiero unico.
Fuori Binario ha attivato dal marzo scorso una stretta collaborazione con "La Città invisibile" per uno scambio reciproco di articoli. Per ricevere gratuitamente la rivista via mail scrivi a perunaltracitta@gmail.com. L'archivio completo è fruibile all'indirizzo www.perunaltracitta.org/archivio/
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Perché a Firenze le strade ricordano ancora gli "eroi" del fascismo?Radio Wombat · Toponomastica resistente
Il 25 aprile è partito il progetto Macchieurbane.org con la prima passeggiata per conoscere le gesta di Reginaldo Giuliani, Antonio Locatelli e Guglielmo Chiarini.
Non è infrequente nelle nostre città imbattersi in vie il cui nome richiami personaggi o eventi quantomeno ambigui, se non completamente deplorevoli, come quelli che riguardano i protagonisti del fascismo. La questione è nota da tempo. In diverse occasioni realtà locali hanno riacceso l'attenzione sul problema con approcci e finalità piuttosto eterogenei. Ne sono un esempio le iniziative intraprese da alcuni comitati di quartiere a Roma o dei progetti di Resistenze in Cirenaica a Bologna o di Viva Menelicchi a Palermo.
Sulla scia di quest'ultime due esperienze si va a collocare anche Macchie Urbane, esperimento in salsa fiorentina di questa pratica che chiameremo toponomastica resistente. Per ora Macchie Urbane si è concretizzata in un sito (Macchieurbane.org) e una passeggiata guidata sui luoghi storici dell'antifascismo nella zona del Sodo/Castello che si è tenuta il 25 aprile, giorno della Liberazione. Durante questa gita metropolitana particolare attenzione è stata posta al racconto delle vicende legate ai personaggi pessimi figuranti nella toponomastica di quel pezzo di città. Proviamo a riassumerle brevemente qui di seguito. A ogni personaggio corrisponde purtroppo l'omonima via.
Reginaldo Giuliani fu un prete domenicano. Fin dalla prima giovinezza si contraddistinse per le posizioni fortemente reazionarie: si schierò attivamente contro le rivolte operaie delle fabbriche a Torino, dove nacque e si formò, partecipò alla spedizione di Fiume, fu entusiasta aderente ai Fasci di Combattimento nel 1919 e attivo promotore dello squadrismo con le Fiamme Bianche. Venne soprannominato già in vita "il cappellano delle camicie nere". Giuliani fu ucciso dalla resistenza locale nella battaglia di passo Uarieu durante la Guerra coloniale d'Etiopia. In quella campagna l'esercito italiano si macchiò di atrocità condannate già al tempo, ma benedette da Giuliani. Il suo nome iniziò a ritrovarsi nella toponomastica di moltissime città italiane sul finire degli anni '30. Fu estirpato repentinamente nel dopoguerra da città come Torino, in cui il ricordo del personaggio era più vivido, mentre in altre, come appunto la nostra, Roma e Milano lo ritroviamo ancora oggi.
L'aviatore Antonio Locatelli fu sostenitore attivo del fascismo dai suoi albori, deputato in parlamento dal 1924 al 1928, si arruolò volontario e morì durante la Guerra d'Etiopia ucciso da guerriglieri abissini a Lechemti nel 1936. Dopo la prima guerra mondiale partecipò a diverse spedizioni propagandistiche del Fascio che lo resero relativamente poco famoso in vita, ma assolutamente perfetto da celebrare come martire crociato del colonialismo italiano.
Concludiamo questa carrellata di sopravvivenze di toponomastica fascista con Guglielmo Chiarini. Anche lui aviatore fascista morto in guerra in Africa nel 1941 durante gli scontri con l'aereonautica inglese a Benina in Libia. Fece parte dei "Falchi delle Baleari", cioè l'aviazione legionaria italiana di stanza a Maiorca a metà degli anni '30. Resa tristemente nota per i devastanti e spietati bombardamenti di Barcellona e Guernica durante la rivoluzione spagnola.
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Pio Baldelli, l'intellettuale e la controinformazioneRiccardo Michelucci · Firenze ribelle
La sua casa fiorentina di via dell'Oriuolo è stata per anni un crocevia di studenti, attivisti, intellettuali e scrittori che si fermavano a discutere con lui, a ideare iniziative, a organizzare proteste e manifestazioni. Prima che ci lasciasse il 20 giugno del 2005, all'età di 82 anni, il sociologo Pio Baldelli è stato a lungo un punto di riferimento imprescindibile per gli ambienti dell'estrema sinistra italiana. Ma dobbiamo ricordarlo soprattutto per essere stato il padre della controinformazione. Fu infatti il primo, in Italia, a capire che per combattere lo strapotere esercitato dalle classi dominanti attraverso i mass media era necessario conoscerne a fondo i meccanismi e le tecniche. Il suo libro più famoso, Informazione e controinformazione del 1972, fu un testo dirompente per l'epoca, perché riuscì ad analizzare le strutture borghesi dei media e il rapporto informazione-controinformazione in alcuni avvenimenti centrali di quegli anni.
Dopo aver insegnato a lungo storia del cinema alla facoltà di Magistero di Firenze, Baldelli aveva cominciato a sfidare lo scetticismo delle facoltà umanistiche inventandosi corsi di teoria e tecnica delle comunicazioni di massa. Chi ha avuto la fortuna di frequentare le sue affollatissime lezioni ricorda il suo eloquio energico, appassionato, elegante e documentatissimo, con cui riusciva a creare una forte tensione intellettuale, spaziando a ruota libera dalla musica popolare alla politica, dal cinema alla letteratura. Il suo lavoro di studioso è sempre stato connesso a doppio filo alla sua figura di militante nelle battaglie dell'estrema sinistra: è praticamente impossibile risalire al numero esatto di testate giornalistiche e radiofoniche di sinistra delle quali diventò direttore responsabile, pagando spesso personalmente, con querele e processi, la libertà di pensiero di cui si era fatto garante.
Andai a trovarlo a casa sua, un giorno di settembre del 2002, per farmi firmare i moduli per l'iscrizione all'Ordine dei giornalisti. Lo trovai stanco e malato ma ancora pieno di voglia di lottare.
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Via Antonio Locatelli, una strada da "defascistizzare"?Alessandro Simoni · Altri binari
Altri Binari mira di norma a gettare uno sguardo "all'estero", ma in questo caso vorrei dedicarla ad esprimere un dubbio su una proposta degli amici di Radio Wombat che ci aiutano con una preziosa rubrica (vedi qui sopra). So che non me ne vorranno, perché condividiamo gli stessi valori. Un appiglio "estero" poi a ben vedere è presente, perché parliamo della ricaduta locale di una tendenza che si va diffondendo nel mondo a partire dal movimento Black Lives Matter. Questo mese ci parlano infatti della campagna per una "toponomastica resistente" e della proposta di cambiare nome a tre vie di Firenze, via Reginaldo Giuliani, via Guglielmo Chiarini e via Antonio Locatelli.
Intendiamoci, i simboli contano e i camerati che nel passato hanno chiesto di intitolare arredi urbani a Rodolfo Graziani è bene siano cameratescamente invitati a coltivare in privato le loro nostalgie. Quando però si va non a reagire a provocazioni, ma a rimuovere nomi credo che uno sguardo più mite sia utile. È quello che ho pensato vedendo l'inclusione tra le vie da "cancellare" di via Antonio Locatelli, personaggio che ho scoperto per caso anni fa attraverso un volume di suoi scritti e disegni. Locatelli, già pilota nel primo conflitto mondiale, certamente fu poi fascista e, volontario nella campagna di Etiopia, partecipò al bombardamento di Harar prima di essere ucciso nel giugno 1936.
Ma non solo. Fu protagonista di notevoli trasvolate, ottimo amministratore inviso a parte del regime, alpinista (un rifugio sotto le Tre Cime porta il suo nome), artista e viaggiatore che ci ha lasciato parole e immagini che mostrano un animo tutt'altro che meschino, anche quando rivolto a uomini e donne africani.
Come tanti, fu abbagliato dall'idea nazionalista e combattente di una guerra d'aggressione. Non sono però convinto che rimuoverlo dalla memoria cittadina contribuisca allo sviluppo di una coscienza critica sul passato, che per essere - appunto - critica deve saper distinguere tra i suoi bersagli simbolici.
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"Tipi di Tipe", il podcast che dà voce alle donne e alle loro storieGianna Innocenti · Buon ascolto
Le narrazioni curate dall'artista teatrale Ornelloskvj disponibili gratuitamente su Spotify e Spreaker.
Racconta, legge, intervista, improvvisa, scrive. È lei o qualcun'altra, piccola, vecchia, bassa, alta, grassa, lontana, arrabbiata, brutta, paziente, gentile, odiosa, irascibile, bella, innamorata, arrapata, disillusa, intossicata, indignata, meravigliata, estasiata, orribile, compassionevole, gioiosa.... Fuori Binario ha intervistato Ornelloskvj, artista teatrale, e come tutti gli artisti disoccupata dall'inizio della pandemia. Nel podcast "Tipi di Tipe" ha voluto esplorare le storie di vita delle donne che la circondano, partendo dalle amiche ed estendendo questi colloqui a donne di tutte le età. Le immagini del podcast, disponibile su Spotify e Spreaker, sono dell'artista fiorentina Hikaru, in rete con il nome di Elijah, che scandaglia attraverso i suoi personaggi e le sue maschere la sua personale visione dell'universo femminile in accurati autoscatti carichi di immaginazioni concrete.
Perché hai deciso di aprire un podcast?
Sono sempre stata affascinata dalle storie delle donne che ho conosciuto e dal febbraio 2021, con la totale inattività lavorativa, ho finalmente deciso di aprire un canale podcast dove avrei raccolto le interviste, per prime alle donne che conosco e poi via via, a esplorare nuove storie.
Che donne hai trovato?
Scopro donne fragili, donne ferite, donne forti, donne affabulatrici, donne sorprese di essere forti e allo stesso tempo deboli. Attraverso queste conversazioni, si disvelano la vita e le scelte fatte, le aspettative e i desideri, ma anche la delusione per le difficoltà che ancora le donne trovano per farsi spazio del mondo. È come se si dovesse dimostrare sempre di più, che noi donne si sia capaci di portare un peso maggiore. Ma avviene anche la scoperta della bellezza e fierezza di essere donna, della grande capacità di affrontare con intelligenza e spirito adattativo gli ostacoli che si presentano come bambina, figlia, preda sessuale, madre, compagna, lavoratrice non tutelata.
Un consiglio dopo la lettura di questa breve intervista?
Chi ha voglia di ascoltare questo ricco mondo femminile o parteciparvi, è invitato a collegarsi al podcast "Tipi di Tipe", e a scrivere un messaggio a ornella@garagep.it: io verrò ad ascoltare la tua storia!
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Raccontare un padre per raccontare se stessiGiuliana Mesina · Fuori scaffale
Qualche giorno dopo mi venne in mente un'altra immagine senza contesto: mio padre, a casa mia, che nel corso di chissà quale conversazione mi diceva con un sorrisetto esitante, guardandomi di sbieco: "Un giorno scriverai un libro su tuo padre" / Io avevo sbuffato / "Ma per carità di Dio" / Alla fine era riuscito a incastrarmi.
Di Padri. Di Figlie. Di Madri. Di Figli. Di Famiglia. La letteratura scoppia di rapporti familiari di tutti i tipi, di legami e di rotture, di amore, odio, vita e morte, dentro quell'universo asfittico e immenso che ogni famiglia rappresenta: alla fin fine sempre da lì arriva il nocciolo più nascosto di ognuno di noi. Quello più vicino alla verità. Ammesso che esista qualcosa come la verità, in grado di darci quelle risposte che ci consentano di dormire senza sogni, pacificati.
Marta Barone ha trovato un modo per indagare di suo padre, un padre impegnativo, un padre speciale, come lo sono tutti per chi hanno generato, probabilmente. Leonardo Barone, medico operaio condannato al carcere per banda armata, un mistero che Marta ha dovuto cercare di risolvere attraverso faldoni, documenti processuali, vecchi giornali.
Una storia che ha saputo imbastire in forma originale: un po' indagine, un po' inchiesta, un po' ricordo, un po' elaborazione. In ogni riga c'è Marta, ma non in tutte le righe c'è LB, suo padre, e questo mi piace, è riuscita a raccontarci un'epoca, una città (Torino), un insieme di idee, un uomo e soprattutto se stessa. In un modo che non indulge, non sapienteggia, non drammatizza e non sprofonda nel cliché. LB resta, in fondo, un mistero, un uomo fatto soprattutto di domande.
È una storia privatissima e pubblica insieme: colpisce anche la giovane età dell'autrice, ne sono felicissima anche per una forma di dispetto, contro tutti quei vecchioni intellettuali che si lamentano sempre dell'assenza di una nuova generazione di scrittori italiani. Ce ne sono, eccome. Mi piacerebbe che questo spazio parlasse anche di loro.
Marta Barone, Città sommersa, Bompiani 2020
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Le "bolle" dei social: comodità o prigionia?Ginox · Cyber bluff
Sappiamo che le persone, e i gruppi di interesse a cui appartengono, vengono profilati dalle piattaforme social in maniera sistematica. Questo mese illustreremo il concetto di filter bubble (bolle di filtraggio), per capire come sono presentate le informazioni agli utenti.
Partiamo dalla parola "comodità". Le nuove tecnologie sono spesso associate a un miglioramento dell'esperienza di vita ma raramente questo salto di qualità è sostanziale. Il concetto di filter bubble - un primo filtro alle informazioni visibili - è utile quindi per facilitare la vita dell'utente. Nel concreto significa suggerire amicizie, mirare i risultati di una ricerca, consigliare gli acquisti, in base al profilo di ognuno di noi. Il web che vedi è quello che ci si aspetta tu voglia vedere. Nessuno ti obbliga a non guardare altro, ma la velocità e la mole del flusso informativo è spesso tale da indurre a prendere visione di ciò che viene proposto al primo colpo. La semplificazione viene vissuta come tattica di sopravvivenza. Non si cerca altro perchè è già molto impegnativo stare dietro a quanto proposto dal primo filtro, o comunque risulta apparentemente più comodo così.
Il concetto di filter bubble è stato introdotto da Eil Pariser, per descrivere l'isolamento informativo determinato da questi meccanismi. Le aziende che acquistano i dati degli utenti propongono così l'acquisto di un prodotto che potenzialmente interessa e massimizzano il profitto. Ma in generale perchè la profilazione sia efficace e assuma una certa capacità predittiva, è molto comodo che gli utenti si comportino secondo il modello al quale sono associati. Se i tuoi interessi, le tue ricerche, le tue relazioni rientrano e restano fedeli ad un modello preciso sarà più facile per le aziende raggiungerti.
Il problema di questo approccio è che inevitabilmente tende a forme di determinismo sociale, nel quale si prova a far avverare le predizioni suggerendo alle persone i comportamenti corretti, il che rende però impossibile tracciare una linea di demarcazione tra comportamenti scelti e comportamenti indotti.
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"Con Fuori Binario non sono più solo, ho riscoperto la voglia e la gioia di vivere"Giovanni Minervino · Storia di un distributore
Giovanni lavora tra Piazza Tasso e Piazza del Carmine. Colpito da una malattia è rimasto invalido e non ha più lavorato.
Giovanni si è affacciato alla redazione con molta curiosità circa tre anni fa e ha iniziato a distribuire Fuori Binario con eleganza e gentilezza. Dalla finestra di redazione lo si vede lavorare alla postazione in Piazza Tasso sulla sua sedia a rotelle. Nonostante le vicissitudini che lo hanno provato lo si scorge sempre attento e pronto a dare informazioni del giornale. Una persona che ama vivere la vita fino in fondo, grazie per il suo esempio.
Saluti a tutti. Mi chiamo Giovanni, sono nato ad Avellino e vivo a Firenze da circa 18 anni. Per 15 anni vi ho lavorato come artigiano edile. Purtroppo non sempre va come deve, a me è capitato di ammalarmi gravemente con patologie oncologiche. Da quel momento il lavoro in autonomia per me è finito e con questo anche la fonte del mio reddito, fino a che mi sono ritrovato ospite dell'Albergo Popolare di via della Chiesa per circa un anno e mezzo. È nella zona in cui ha sede Fuori Binario, ho avuto il piacere di conoscere Mariapia Passigli che per darmi una mano mi ha consigliato la distribuzione del giornale ai passanti.
Una nuova visione della vita
Data la mia condizione - sono costretto in carrozzina - mi sono state assegnate come luogo di distribuzione Piazza Tasso e Piazza Del Carmine, vicine a dove risiedo. Fuori Binario è stata soprattutto l'occasione per non isolarmi e chiudermi in me stesso. Ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere nuove persone con cui dialogare e instaurare rapporti e nuove amicizie. Devo dire che questo mi ha aperto una nuova visione della vita da cui da depresso mi stavo allontanando. Non mi ero mai avvicinato a questa realtà sociale, nel mio lavoro ero sempre in movimento e rimaneva poco tempo per guardarmi attorno. Da tre anni porto avanti questo impegno che, oltre ad aiutarmi economicamente, mi fa credere nelle mie capacità, sono davvero grato a chi mi ha accettato e voluto bene.
Vi aspetto in strada
Nelle zone assegnate mi troverete facilmente in quasi tutta la giornata, vi aspetto volentieri e con entusiasmo perché insieme ho riscoperto la voglia e la gioia di vivere. Vi voglio ringraziare tutti, lettori e redazione per il sostegno e la vicinanza. In questo difficile momento per tutti noi, vi invio un augurio di tante belle cose con un abbraccio virtuale. A presto, con la speranza di incontrarci in piazza!
(testo raccolto da Roberto Pelozzi)
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Oltre i Promessi sposi: l'anima dissidente di ManzoniLaura Bardelli · Banchi di sabbia
La sera del 17 luglio del 1821, nella villa di Brusuglio, Alessandro Manzoni apprende la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio ma giunta fino a lui quasi tre mesi dopo: così andava il mondo della comunicazione due secoli fa. Profondamente colpito, si immerge nella composizione dei versi della celebre ode che tutti abbiamo martellato sui banchi di scuola: nei giorni successivi la legge ad alta voce alla sua squadra, mentre la moglie Enrichetta lo accompagna al fortepiano, la rivede, la lima, la corregge e la fa ricopiare in un fascicoletto rilegato in seta verde.
Tutto finito? Neanche per sogno, perché ora viene la parte più rischiosa: far circolare quella poesia scottante fuori dal Lombardo-Veneto, senza incorrere nelle maglie della temibile censura asburgica. È l'estate dei processi a Pellico e Maroncelli per i moti liberali del 1820-21, delle condanne, delle perquisizioni nelle case dei più stretti collaboratori dello scrittore, che aveva anche preso parte ad un progetto di Scuole di Mutuo Insegnamento particolarmente inviso agli austriaci: si rischia lo Spielberg, altro che sbadigliare in ciabatte davanti a uno schermo.
L'occasione per conoscere un altro volto, insieme fragile ed avventuroso, di questo nostro grande, ce la offre il saggio di Isabella Becherucci, Imprimatur. Si stampi Manzoni (Venezia, Marsilio, 2020), che mi permetto qui di suggerire. L'autrice, filologa e docente di letteratura italiana all'Università europea di Roma, si pone l'obiettivo di rompere il cerchio asfittico dell'accademia per proporsi ad un più vasto pubblico, e ricolloca lo scrittore nel cuore di un periodo, il Risorgimento, troppo a lungo imbalsamato, complice la scuola, fra fiori secchi e polverose campane di vetro.
Una dimostrazione che letteratura, storia e biografia sono vive, vegete e come tali vanno proposte a studenti e studentesse, perché quando queste tre signore si mettono in tiro ed escono insieme, non ce n'è per nessuno.
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Come Ginetta imparò a volare e tornò libera nel cieloCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali
Quando entrò in casa, Ginetta era un esserino minuscolo, con due alette insignificanti e un becco sproporzionato. La trovammo per terra, malmessa, forse sfuggita alle fauci di un gatto. Salvare una vita è sempre una gratificazione personale, ma il recupero di un animale non è un'impresa semplice: come si cura una gazza? Che darle da mangiare? E come? Imboccarla - anzi imbeccarla - o fare in modo che se la cavi da sola? E dove tenerla? Come capire, una volta superata l'emergenza, se cresce bene o no? Tanti dubbi, nessuna esperienza e la constatazione che gli uccelli sono animali sconosciuti.
Poco, pochissimo sappiamo di loro e tante invece sono le dicerie: i piccioni che portano malattie, i gabbiani che attaccano le persone, i corvi e le gazze messi all'indice come animali nocivi, inutili, disturbanti. Succede, a convivere con una gazza, cioè con Ginetta, di scoprire un mondo affascinante. Una piccola gazza che cresce, che ti sveglia al mattino prima dell'alba reclamando la colazione, che mette su delle belle alette e che a un certo punto comincia a svolazzare. Ginetta che si allena e ti atterra sulla testa quando entri nella sua stanza. Ginetta che cresce e ti fa venire sempre nuovi dubbi. Tentare di addomesticarla, in modo da non perdere la nuova amica pennuta? O fare in modo che torni alla vita selvatica che le è propria?
Alla fine Ginetta è tornata libera e ora vive e vola nei cieli del Mugello. Ci manca, ma siamo contenti per lei e della scelta compiuta. È in Mugello, perché a Vicchio ha sede il Centro recupero rapaci della Lipu e lì Ginetta ha vissuto alcune settimane con altri suoi simili per allenarsi alla vita selvatica e poi prendere il volo da sola. Il Centro di Vicchio è una piccola, preziosa presenza: un ospedale da campo per animali selvatici, un servizio pubblico svolto da volontari a disposizione dei tanti che salvano animali in difficoltà. Un Centro che merita d'essere sostenuto, anche attraverso donazioni.
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Il nobile clochardFrancesco Cirigliano · L'angolo della poesia
Entrando una sera nella camera del dormitorio Una testa appoggiata alla spalliera, il busto eretto Un cappello da cow-boy calato sopra agli occhi Un volto sereno come il Nazareno. Una lunga e folta barba bionda e bianca alla Tolstoj Gli incorniciava soavemente il volto. Sul comodino pentole fornello e pentoline Aveva gusti speciali sul vegetariano, un'altra distinzione Peculiare del nobile bohémien. Immantinente intuii la sua anima e il suo cuore Il nobile bohémien, il mio intuito azzeccò. Un ingegnere era e con l'impresa, lui stesso me lo disse Il giorno dopo alla stazione Firenze S.M.N. Le anime nobili si attraggono anche nell'abisso sociale Il vero nobile può perdere tutto: moglie, figli, prestigio e ricchezza Ma non perde se stesso, la sua onestà e la sua dignità. Luciano, italofrancese, era sereno e gli occhi lucenti Felice d'aver visto dal basso della scala miriadi di verità. Aveva superato illusioni e delusioni. Che cos'è la lotta sociale in una società che niente vale?
La moglie lo ebbe subito lasciato e tradito dopo che l'impresa è Fallita; i figli si sono allontanati, ah! Questi figli italofrancesi! Eppure, era fallito solo perché era troppo onesto e troppo leale. Ah! Società disonesta e sleale!
Dove sono finiti i valori di famiglia, rettitudine e onestà? Tutto si basa, nel sociale su regole e etica che nei fatti, nel reale Non reggono, è tutto falso! Mi sembrava un Diogene, ironicamente felice Di essere giunto alle nude verità. Uscito dalla norma falsa e nauseante, Luciano vive di luci, Luci interiori e nulla più, quelle luci l'ebbero Tolstoj e Gesù. Ah! La strada! Questo ha di bello Le verità sull'ipocrisia morale vengono a galla. I più, è vero, son bassi e miserabili Ma il sano fetore non ipocrita morale e borghese Attrae le mosche ma anche magnanimi e nobili.
Le poesie del nostro ex distributore Francesco Cirigliano, composte tra il 2004 e il 2005, sono state pubblicate nel 2006 nella raccolta "Lo spirito è stomaco di lupa", FuoriBinarioLibri. Il libro è disponibile e in vendita a offerta libera.
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Sarà quel che saràRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia
Sarà quel che sarà e quel che c'è dove andrà? Penso molto a noi, alle nostre lotte le vedo andare verso quel traguardo Sento l'affanno che ci spinge, ma nonostante tutto lo sento arrivare. Ognuno da il suo sostegno perché ciò avvenga con la spinta che ci vuole in misura equa e solidale Mai lasciarsi andare o scoraggiare, quando un pensiero è libero lo si bisogna accompagnare.
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L'ingiustizia senza rimedio del sistema del creditoFrancesco Festini · Se hai, hai per dare
La finanziaria MAG Firenze intende ribaltare il sistema del credito perché intrinsecamente fondato sull'ingiustizia: non è una opinione generica ma l'osservazione dal basso di anni di esperienza nel microcredito di prossimità.
Proviamo a definire alcune caratteristiche proprie del sistema del denaro che pretenderebbe, fin dal tramonto delle ideologie novecentesche, di insegnarci come vivere.
- Non è trasparente: quasi mai sappiamo come e dove lavora il nostro denaro;
- È antidemocratico: nelle società di capitali si vota per ricchezza;
- Attraversa ogni confine senza permessi;
- Trasforma irrevocabilmente i valori in merci;
- Provoca direttamente ingiustizia: i ricchi ottengono interessi attivi (sul patrimonio) più elevati, i poveri pagano interessi passivi (sul debito) più elevati;
- Estrae valore dall'economia reale (privatizza i guadagni, nazionalizza le perdite);
- Esclude dall'accesso al credito i tre quarti della popolazione;
- È insostenibile, come un cancro: in un ambiente chiuso niente può crescere indefinitamente;
- È fragile: crisi lievi producono danni insensatamente grandi;
- Induce comportamenti di infedeltà ed a considerare solo il prezzo e non il valore delle cose;
- Più di tutto, porta i sistemi giuridici e le nazioni ad identificare i diritti con la ricchezza (ad esempio la Legge Bossi-Fini ed i famigerati Decreti Salvini).
In sostanza, l'attuale sistema finanziario è un sistema predatorio che non può essere corretto o riformato, dobbiamo immaginarlo come una tigre che va resa impotente o - senza cattiveria - ci distruggerà. Questo è quello che intende fare - e fa continuamente - MAG Firenze.
Vorremmo aver descritto i concetti con maggiore ampiezza di esempi, ma tutti quelli che sono interessati al tema possono andare a vedere il nostro sito: www.magfirenze.it
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Isoliamoci per sopravvivereFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Nel nostro paese ci sono decine di milioni di case e quasi nessuna in grado di affrontare la gravità dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato con l'uso dissennato dei combustibili fossili e dei motori endotermici, ed in una situazione come questa, dove è indispensabile azzerare le emissioni di biossido di carbonio in tempi brevissimi, un milione di persone in più si trovano ad essere disoccupate.
Tutte le case devono essere adeguate, ci vogliono milioni di persone per portare a termine il lavoro in tempo utile a fermare il disastro planetario, dovremmo chiedere aiuto ai marziani se ci fossero.
Tocca a noi dare un futuro ai nostri figli e visto che è l'edilizia residenziale, cioè le nostre case, che producono (con il riscaldamento e raffrescamento) il 60% delle emissioni di biossido di carbonio, siamo noi, cioè la classe operaia, che può costruire il futuro cominciando semplicemente a lavorare sulle nostre case, anche se siamo in affitto, con l'isolamento interno con strutture in legno e canapa smontabile.
Monitoraggio di una casa isolata come sopra relativo a questo inverno. Valori medi settimanali:
Novembre 20°24 19°65 18°92 17°78 Dicembre 17°91 17°94 17°42 17°90 Gennaio 18°27 17°34 16°75 17°59 16°96 Febbraio 17°71 17°83 16°78 18°36 Marzo 18°25 18°56 18°21 18°25
Riscaldamento: 4 quintali di legna (circa quattro Kg/giorno) bruciata in una cucina economica per fare la cena e l'integrazione dell'acqua calda sanitaria solare, un frigorifero a condensazione da 75 watt ed una persona altri 100 watt.
Le nostre indicazioni sulla costruzione di contropareti isolanti in canapa e legno si trovano nel sito fuoribinario.org nella sezione Archivio giornali, numeri 188, 207, 210. Le indicazioni per la costruzione di controsoffitti in canapa e legno sul disegno allegato.
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Luana, morta in un orditoio, non è una ragazza \"sfortunata\"Tommaso Fattori · Stazione di posta
Caro Fuori Binario,
Luana D'Orazio, risucchiata da un orditoio il 3 maggio scorso a Montemurlo non è morta in quanto giovane o in quanto madre. Luana era un'operaia di 22 anni morta come si moriva 50 anni fa. "Ragazza sfortunata", scrivono sui giornali. Se ti stuprano te la sei cercata, se muori a lavoro sei sfortunata. Ogni anno un migliaio di persone muore a causa di incidenti sul lavoro e non si tratta mai di "sfortuna".
Aggiungo che chiunque abbia avuto un ruolo nelle istituzioni porta una qualche responsabilità. Anch'io porto una quota di responsabilità per non essere riuscito a far ripristinare durante la scorsa legislatura regionale il settore "Prevenzione e Sicurezza sul lavoro", soppresso dal presidente Enrico Rossi per motivi di risparmio e fatto inglobare nella "Prevenzione collettiva" assieme alla sicurezza alimentare, veterinaria etc.
Ci ho provato in ogni modo e ad un certo punto riuscii a far approvare un importante atto consiliare che impegnava la Giunta a ricostituire un settore autonomo specificamente dedicato alla prevenzione e alla sicurezza sul lavoro, dotato di sufficiente personale. Purtroppo è rimasto lettera morta: la Giunta non ha mai dato seguito all'indirizzo del Consiglio regionale. Tuttavia, se non riusciamo a organizzarci per prevenire efficacemente le violazioni, controllare e sanzionare, poi non possiamo versare lacrime di coccodrillo di fronte all'ennesima e ingiustificabile morte sul lavoro.
Tommaso Fattori, Firenze
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Una bici per tutti! Anche per chi vive fuori binarioTeresa Cecchi · Stazione di posta
Gentile redazione, intanto complimenti per il nuovo viaggio che avete intrapreso! Spero che sia con un mezzo a due ruote, che mette tanta gioia e senso di libertà, proprio come la mia bici. Da quando ho dato via lo scooter 2 anni fa, mi muovo per la città solo con la bici, e ho notato un crescente traffico di ciclisti e ciclabili nella città di Firenze, eppure... Eppure mi piacerebbe che questa città diventasse ancora più ciclabile e pedonabile. Città come Berlino e Amsterdam dimostrano che questo tipo di mobilità è possibile.
Lancio una proposta: che fine fanno tutte le biciclette requisite dai vigili? Si possono recuperare? Un mio amico insegnante durante la pandemia, preoccupato come tutti dei mezzi pubblici super affollati che avrebbero dovuto portare a scuola le sue alunne e i suoi alunni mi disse: ma perché il Comune di Firenze non regala ad ogni 14enne una bicicletta? Potrebbe essere una rivoluzione! Finanziare officine di recupero e di riparazione in vari punti strategici della città. Da anni la cooperativa Ulisse fa progetti in tal senso, la voglia di fare e di cambiare modi di muoversi c'è. E poi bici a tutti, a chi non può permettersi la macchina, a chi decide di non ricomprarla, a chi vive fuori binario. Insomma saremmo tutti più felici se girassimo tutti in bici! Saluti!
Teresa Cecchi, Firenze
La risposta della redazione
Cara Teresa, proprio su questo numero trovi un'intera pagina dedicata alla mobilità su due ruote perché anche noi crediamo molto in questo mezzo povero ma allo stesso tempo ricco di benefici. Le bici rimosse dai vigili vengono portate via al Lotto zero o alla depositeria dietro la Mercafir. I rottami legati a pali o rastrelliere vengono presi da Alia. Le bici non reclamate e in buone condizioni sono donate alla cooperativa Ulisse che le ripara e rivende, anche con la collaborazione di detenuti. Vogliamo segnalare anche due ciclofficine popolari dove chiunque può trovare aiuto, anche gratuitamente: quella al Gingerzone di Scandicci gestita da Ulisse con Cospe e la storica Ciclofficina Brugola Rossa al Cpa Firenze Sud.
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Le origini \"pubbliche\" della ex Bice Cammeo e dell'ex asilo RitterMartina Facchini · Stazione di posta
Gentile redazione, leggo con molto interesse i vostri articoli. Nel numero del maggio scorso son rimasta un po' con l'amaro in bocca sul progetto di autorecupero. Credo infatti che l'idea e le finalità siano di grande rilievo politico, nonché strumenti di equità sociale... ma, a mio avviso, manca la storia di questi edifici. Sarò più schietta: un immobile donato ad un ente pubblico con vincolo di finalità sociali rimane in abbandono per anni finché un gruppo di persone non decide di farne la propria dimora, o come si scrive giustamente la propria casa e solo dopo molti anni gli enti preposti se ne occupano. Anche chi non ha bisogno di "casa" vuole che i beni di tutti siano gestiti nell'interesse della collettività.
Martina Facchini, Calenzano
La risposta della redazione
Grazie Martina, hai ragione. Abbiamo tralasciato di dare alcune informazioni. L'edificio di cui parli è quello dell'ex-asilo Ritter, donato, appunto, al Comune di Firenze, era stato un asilo nido e una struttura di accoglienza per donne giovani con figli. Chiuso nel 1986 e da quell'anno lasciato dall'amministrazione nello stato di abbandono totale, come fu trovato nel '91 quando venne occupato, con topi e acqua stagnante ovunque.
L'altro immobile, l'ex Bice Cammeo, ora di proprietà della Usl Toscana Centro, era stato nei primi anni del '900 e fino agli anni '60 una struttura di accoglienza per minori, poi un Istituto medico pedagogico e, infine, una struttura legata al servizio di neuropsichiatria infantile. Anch'esso, in seguito, dismesso e abbandonato.
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CateneNiccolò Rinaldi · Poesia
Giorno afoso, una cuccia e un cane alla catena. Poco più in là una ciotola ricolma d'acqua. Ma la catena è corta e il cane non ci arriva. Aggiungiamo al quadretto ancora un elemento: le nostre molto più lunghe e meno visibili catene che ci fanno passare accanto disinvolti.
Wisława Szymborska, "Basta così"
Appena sette versi di Maria Wisława Anna Szymborska (1923-2012), ed è il quadretto delle nostre strade e dei nostri sentimenti. Questo sono le nostre città: uno sguardo di indifferenza, che maschera la "catena invisibile" che tiene legati tutti. Una breve poesia è un programma morale, oltre che politico: dalla marginalità si esce tutti insieme, perché ci riguarda tutti. La pandemia ha reso un po' più visibile la miseria, assoluta o relativa, di tutti - la "disinvoltura" è sempre più intaccata. Oggi ancora più di ieri, anche l'acquisto di una copia di Fuori Binario, è un atto di condivisione interna, uno stare insieme.
E attraverso la storia di un giornale, Firenze potrebbe comprendere che se arriva male e tardi a una povertà in crescita, è perché ci siamo ignorati reciprocamente, al punto da non mettere mai a punto dei veri meccanismi di solidarietà effettiva. Se non ci arriva la consapevolezza di una comune condizione effettiva di molti di noi, se non ci arriva la politica sempre occupata in altro, forse ce lo può spiegare una poesia.
Niccolò Rinaldi
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Gabriela Jacomella, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.
DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Daniel Petrache (Via Cerretani), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Marcel Toma (Via Cerretani), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Via Masaccio e Via Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piazza Alpi-Hrovatin, Piazza Repubblica, Via Cimabue).
CREDITI FOTOGRAFICI - Cecilia Stefani (3), Fabio Bussonati (13), Laura Albano (1, 12), Vittoria Mancini (4), Zoe Nardone (11).
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
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RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.
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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.
Segnalazioni alla mail redazione@fuoribinario.org
PER MANGIARE
STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica
STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì
CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230
PER CURARSI
ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960
L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013
CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008
CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093
PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925
SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455
CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270
CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112
CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711
CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479
CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891
PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876
ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150
SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581
ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035
SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046
ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468
L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533
IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737
CENAC Via Rubieri 5r - 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632
L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 - 3398210866
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375
CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e - 055301052
- servizi sociali
- mense
- dormitori
- docce
- ambulatori
- sportelli casa
- sportelli legali
- dipendenze
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Sali in carrozza?Cristiano Lucchi e Alessandro Simoni · Partecipa anche tu
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- In Piazza Tasso e Piazza del Carmine da Giovanni
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