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Fuori Binario n. 282

Marzo 2026 · 40 articoli · ISSN 2784-9384

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Aprite le orecchieCristiano Lucchi · Resistenze

Quand'è che una democrazia si incrina? Quando i cittadini smettono di sentirsi ascoltati. La distanza tra classe politica ed elettorato non è solo percezione antipolitica, ma un fenomeno concreto, anche a Firenze. Per rendersene conto, basta stare tra le persone, prestare attenzione alla miriade di gruppi impegnati nel produrre proposte per la città, ascoltare le critiche costruttive, che le amministrazioni dovrebbero accogliere come uno stimolo e invece vengono considerate un affronto. Così, chi prova a interloquire con il potere per dare un contributo, viene ignorato o deriso, come è successo nel recente dibattito sulla politica urbanistica fiorentina, che oggi, anche per volontà di chi governa, espelle dalla città la popolazione più fragile. Chi poi addirittura agisce conflittualmente verso il Palazzo può persino rischiare il carcere, come decretato dalla "sicurezza" meloniana.

Le priorità di chi amministra o governa appaiono lontanissime dalle necessità dell'elettorato: e non è solo un'impressione. La politica ha sviluppato un ecosistema autonomo, regolato più dagli equilibri interni e dalla visibilità mediatica che dal rapporto diretto con i cittadini. È diventata una carriera stabile, dove la sopravvivenza dipende dal sapersi adattare al sistema più che dal consenso sociale. Così l'elettore è solo un vecchio giocattolo a cui rimettere le pile ogni 5 anni, mentre il circuito del potere resta permanente.

È questo il contesto in cui il dissenso viene percepito come delegittimazione personale anziché come fisiologia democratica. Il sistema si autolegittima con il voto, ma si è perso il riconoscimento reciproco tra rappresentanti e rappresentati. Ed è proprio in questo spazio vuoto che crescono populismi e disillusione: i fascismi, per essere chiari. I cittadini, a nostro avviso, non hanno smesso di credere nelle istituzioni in quanto tali, ma hanno smesso di credere in chi le occupa: c'è qualcuno, dentro l'attuale politica, che ha ancora interesse ad accorciare la distanza?

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Un cantiere sociale contro l'autoritarismoFuori Binario · Difesa della democrazia

Come è cambiata l'Italia con i numerosi decreti sicurezza del Governo Meloni? Siamo di fronte a un attacco alla democrazia? Su queste e altre domande si confrontano due esperti in materia, collaboratori di Fuori Binario. Vincenzo Scalia, professore associato in Sociologia della devianza presso l'Università degli Studi di Firenze, che si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata e abusi di polizia; e Lorenzo Guadagnucci, giornalista, fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova, e autore, insieme a Vittorio Agnoletto, di "L'eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova".

La cosiddetta emergenza sicurezza e i relativi "pacchetti" normativi hanno una lunga storia. Qual è la novità introdotta dal governo Meloni?

Vincenzo Scalia - Il governo Meloni si distingue dagli altri per quello che chiamerei la repressione preventiva. Le norme contenute nei vari ddl sicurezza, a cominciare dal decreto antirave, hanno l'obiettivo di impedire che le persone si aggreghino in modo spontaneo e che comunichino tra di loro per elaborare strategie di opposizione condivise. Di più: la norma anti-blocchi stradali, quella cosiddetta antigandhi, e lo scudo penale per i poliziotti mirano a rendere impossibile manifestare e fare valere i propri diritti rispetto ad eventuali abusi di polizia. A questo va aggiunto tutto l'apparato simbolico. Non soltanto il governo interviene lì dove l'allarme viene creato e diffuso dai media, ma comunica al pubblico che manifestare è pericoloso, militarizzando le città in occasione di dimostrazioni pubbliche. Gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna mostrano come il governo Meloni, a differenza dei precedenti, si rifiuta di mediare, agendo attraverso il prefetto e bypassando così non solo le realtà diffuse a livello locale, ma anche le amministrazioni pubbliche. Sembrerebbe un contesto neonapoleonico.

Lorenzo Guadagnucci - A me sembra che il governo Meloni abbia colto l'occasione di alzare la posta sfruttando un terreno politico-culturale preparato negli anni, ormai decenni precedenti, con la cosiddetta emergenza sicurezza, una costruzione politico-mediatica sganciata dalla realtà ma coltivata da tutti i governi che l'hanno preceduta, a partire dal secondo governo Prodi (2006-2008), quello che cominciò a parlare di "insicurezza percepita" equiparandola all'insicurezza reale. Oggi Meloni fa un passo in più e mira a una democrazia dell'intimidazione: nel mirino c'è chi scende in piazza e l'obiettivo sembra essere la criminalizzazione dei movimenti sociali, unica reale opposizione esistente.

Si profila una democrazia autoritaria? Che caratteristiche, a vostro parere, potrebbe avere?

Vincenzo Scalia - La democrazia autoritaria si manifesta svuotando il parlamento e le istanze intermedie, come le amministrazioni locali, delle loro prerogative. Il sovrano, o meglio, la sovrana, agiscono in modo diretto col pubblico, al limite con la mediazione di mezzi di comunicazione compiacenti, che diffondono il messaggio governativo. Anche se una certa cultura legalitaria è diffusa anche a sinistra, il governo vi attinge a piene mani. Non a caso, dopo i fatti di Torino, Meloni ha lanciato un appello bipartisan. Sa di avere dalla sua una parte dell'opposizione. Non si può, non si deve discutere delle misure intraprese dal governo. Non si può manifestare il proprio malessere. Pena incorrere nella repressione. Sotto questo aspetto, il parlamento, la magistratura, le autonomie locali, costituiscono intralci da neutralizzare o eliminare. Non è un bel futuro quello che ci aspetta.

Lorenzo Guadagnucci - Oltre a tutto questo, credo che dobbiamo guardare anche all'estero per immaginare le forme della democrazia autoritaria a venire: è probabile che paesi come Ungheria, Israele, Stati Uniti e le loro democrazie illiberali e autocratiche, le loro forme di apartheid, possano costituire un nuovo modello istituzionale per molti altri paesi.

Quali saranno gli effetti per le persone più fragili?

Vincenzo Scalia - Le persone fragili possono aspettarsi solo il peggio. Per esempio, pensiamo alle zone rosse. Una persona con precedenti penali non può recarsi in una zona dove magari è situato l'ospedale. Oppure non può portare le medicine alla madre o al padre malato che risiedono in quella zona. Il tutto, sulla base di criteri discrezionali in mano alla polizia, che si rivolgerà a quelli dall'aspetto poco raccomandabile, mentre lascerà stare chi è vestito bene e appare, per loro, una persona rispettabile. Per non dire dei senza tetto, dei minori non accompagnati, dei rom, delle sex workers, indicati a priori come la quintessenza della pericolosità e costretti a stare lontano dai centri città, senza magari potere ricorrere ai centri di assistenza per nascondersi, invece, in periferia con mezzi di fortuna. Senza parlare poi di categorie ancora più fragili, come detenuti e consumatori di sostanze, criminalizzati e rinchiusi in strutture disumane.

Lorenzo Guadagnucci - Credo che si stia prefigurando un assetto sociale e normativo sempre più classista, con forme più o meno velate di apartheid. Tutto ciò non può che alimentare nuove forme di esclusione e un clima di crescenti tensioni. In larga parte è già così: le condizioni di vita e le prospettive esistenziali dei più fragili stanno già vivendo una fase di incipiente deterioramento, alimentato anche dall'indebolimento della funzione pubblica, dal rifiuto diffuso dell'uguaglianza come valore guida. È un grande tema sia politico sia culturale.

Quale tipo di risposta politica, sociale, culturale pensate sia possibile immaginare?

Lorenzo Guadagnucci - Posto che siamo di fronte a una debolezza estrema, fino all'evanescenza, delle opposizioni politiche istituzionali, del tutto incapaci di esporre e sostenere una visione alternativa all'autoritarismo e all'apartheid sociale (per non parlare dell'economia di guerra), credo che sia arrivato il momento per i movimenti sociali di non limitarsi all'azione e alla protesta di piazza, pur necessari, ma di attivare o riattivare tutte le forme di solidarietà e mutualismo dal basso che sono la vera forza di ogni opposizione sociale, in condizioni di autoritarismo crescente. Tutte le strutture autogestite di base devono essere sostenute e rafforzate, nessuna esclusa: dalla casa alla salute al lavoro all'informazione. C'è da aprire un grande cantiere sociale e politico di ricostruzione dei nessi di cittadinanza; c'è bisogno di dare una dimensione corale alla ricerca di senso avvertita da moltissime persone.

Vincenzo Scalia - Oppure, semplicemente, bisogna uscire dalla gabbia neoliberista. In due sensi. Il primo è quello di smetterla di tagliare la spesa pubblica. Piuttosto che in armi, si deve investire in edilizia pubblica, scuole, sanità, centri di aggregazione, assunzione di personale che opera nel sociale. Il secondo senso di marcia è quello dell'inclusione. Il neoliberismo si basa sulla competizione. Chi ce la fa, bene. Chi non ce la fa, rimane fuori e deve starci. Se non accetta la marginalità, gli si dispiega l'apparato repressivo: carceri, polizia. Non a caso, le questioni che pone il movimento Defund the Police, nato negli USA, dove, da Reagan in poi, i soldi del welfare sono andati alle carceri e ai poliziotti. È ora di invertire la tendenza.

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2Attualità5 articoli
Se devo morire...Redazione · Attualità

Rahaf 13, Maraia 7, Hammad 0. E avanti così per 19.104 volte. Al Giardino dell'Ardiglione, nel centro di Firenze, sono state esposte tante strisce di stoffa bianca quante sono state le bambine e i bambini uccisi a Gaza. Su ogni striscia, il nome e l'età. L'installazione "If I must die... let it be a tale" (se devo morire, che diventi una storia) è nata come progetto di educazione sulla pace e sui diritti dei bambini, diventando poi un lavoro collettivo di tutto il quartiere. A realizzarla, infatti, sono stati gli alunni delle scuole, insieme a genitori, nonni e conoscenti. Rimarrà esposta nei prossimi mesi.

--- Articolo della Redazione, "Se devo morire...", Fuori Binario n.282

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Un'altra memoriaRedazione · Attualità

È disponibile su YouTube il video integrale del convegno "Un'altra memoria - Mai assuefatti: i loro crimini, le nostre strategie", organizzato da Fuori Binario e Orto Collettivo alla Casa del Popolo di Calenzano. Lorenzo Guadagnucci, autore di "Un'altra memoria" (Altreconomia, 2025), discute con Donatella Della Porta, Micaela Frulli e il direttore di Fuori Binario Cristiano Lucchi, sull'attuale sistema politico, economico e sociale che crea morte e distruzione, inibisce e reprime il dissenso, favorisce i ricchi e umilia i poveri.

https://youtu.be/lRhEC9g7HdA

--- Articolo della Redazione, "Un'altra memoria", Fuori Binario n.282

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Cambia Uomo Cambia, al cinemaVeronica Boccaccini · Attualità

Il contrasto alla violenza di genere parte da una rivoluzione culturale che riguarda l'intera società nelle sue diverse articolazioni: la famiglia, i luoghi di lavoro, le relazioni umane, i mezzi di comunicazione. Il cinema, al pari di altri media, può dare un importante contributo a questa battaglia culturale, affinché la piaga della violenza sulle donne e dei femminicidi si fermi.

È in questa ottica che una realtà associativa fiorentina, "Impariamo a dire noi, comitato civico per il contrasto alla violenza maschile sulle donne del Circolo Arci 25 aprile", organizza da tre anni, al cinema La Compagnia, Casa del Cinema della Regione Toscana, in collaborazione con il Comune di Firenze e con l'Area Cinema di Fondazione Sistema Toscana, la rassegna cinematografica "Cambia Uomo Cambia". Sul grande schermo fino a metà giugno, in programma alcuni film per parlare di uomini e donne, delle loro relazioni, delle loro fragilità e dei sentimenti, per riconoscere e contrastare il fenomeno della violenza.

Cinque i titoli in programmazione nella sala di via Cavour, per riflettere sulle dinamiche di potere e l'identità di genere, per esplorare i confini dell'autodeterminazione attraverso storie di resistenza e fragilità. A febbraio il ciclo si è aperto in Palestina con Sarah & Saleem. Il 10 marzo prosegue con "Una donna promettente", indagine feroce sul trauma e sulla vendetta che mette a nudo una società popolata da uomini colpevoli o passivamente complici. Il tema dell'abuso di potere prosegue il 28 aprile in "Soy Nevenka", dove la coercizione politica non ammette il rifiuto femminile, trasformando il ricorso ai tribunali in un luogo di espiazione. Il 26 maggio il francese "L'attachment" propone invece una riflessione su affetti liberi dal vincolo del possesso. Chiude la rassegna il 30 giugno "Paternal Leave", un confronto diretto con la figura paterna e con la complessità di assumersi la responsabilità della cura dell'altro.

Alla fine di ogni proiezione ci sarà lo spazio per riflettere e discutere insieme. Per provare a immaginare vie di esodo dalla violenza, un altro modo di essere uomini e padri e amanti. Non violenti. Un po' migliori, un po' più felici.

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Bar e ristoranti antisprecoRedazione · Attualità

Ridurre lo spreco alimentare nella ristorazione, responsabile del 28% dello spreco alimentare, facilitando la donazione del cibo ancora buono a fine giornata. È l'idea alla base del "Donometro", un progetto dello spin off accademico dell'Università di Bologna che vuole mettere in contatto bar e ristoranti con le realtà sociali che si occupano della distribuzione del cibo. Gli esercizi potranno caricare anche piccole eccedenze alimentari, consentendo alle associazioni di organizzare in modo efficiente la raccolta e la distribuzione di alimenti ancora perfettamente consumabili.

--- Articolo della Redazione, "Bar e ristoranti antispreco", Fuori Binario n.282

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Assegno di esclusioneValentina Baronti · Attualità

"Abbandonare una visione meramente assistenzialista e promuovere l'inclusione sociale e lavorativa, per mettere in sicurezza i nuclei familiari più fragili e poveri". Sono le parole della Presidente del consiglio Giorgia Meloni alla Convention della dirigenza dell'Inps. Il riferimento è all'assegno di inclusione (Adi) e al supporto formazione lavoro (Sfl), che hanno sostituito il reddito di cittadinanza.

Ora, non è che il reddito di cittadinanza avesse abolito la povertà, ma sicuramente i due nuovi strumenti non fanno che aggravare il problema. Andiamo a vedere i dati.

Il reddito di cittadinanza veniva erogato a 1,3 milioni di nuclei familiari, mentre l'Adi si ferma a 695mila nuclei. Ma, fin qui, l'effetto era voluto. Secondo il governo di destra, infatti, l'assegno di inclusione va solo a chi non può inserirsi nel mercato del lavoro, quindi disabili, minori e over 60. Per tutti gli altri c'è l'altra misura, quella che prevede percorsi di inserimento lavorativo. Ma, anche in questo caso, i dati parlano chiaro: a fronte di 228mila domande, appena 72mila persone ricevono il sussidio, con la conseguenza che 156mila poveri sono rimasti al palo, perché in effetti il lavoro non c'è.

E chi ci ha guadagnato in tutto questo? Non i poveri assoluti, che in Italia oggi sono 5,7 milioni di persone, di cui 4 milioni privi di sussidi; ma piuttosto lo Stato, che con il passaggio dal reddito di cittadinanza a queste due nuove misure ha risparmiato 1,7 miliardi. Soldi che certo non sono stati investiti in scuola o sanità e nemmeno in una politica industriale capace di creare posti di lavoro.

Un fallimento che deve essere sembrato tale anche allo stesso governo, tanto che sono stati alzati i limiti ISEE per accedere ai sussidi e sono stati aumentati anche gli assegni mensili. Ma non sarà certo questo ad abolire la povertà e nemmeno a diminuirla. I costi sempre più elevati di beni essenziali come la casa o l'energia, spingono nella povertà anche chi un lavoro ce l'ha, figuriamoci gli altri.

Nel discorso alla Convention, Meloni ha sottolineato il "significato profondo del lavoro che ogni giorno i dirigenti dell'Istituto svolgono per rispondere ai bisogni concreti degli italiani", definendo l'Inps "il volto di uno Stato amico, affidabile e capace di rispondere sempre di più alle richieste delle persone". Quelle stesse persone che sempre più numerose scivolano nella povertà, alle quali lo Stato sta dicendo: è colpa tua.

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3Umanità1 articolo
Genocidio mediterraneoCristiano Lucchi · Umanità

Il ciclone Harry ha colpito a metà gennaio Calabria, Sicilia e Sardegna. Tutti abbiamo sotto gli occhi la rupe di Niscemi devastata dall'incuria delle istituzioni prima che dagli eventi meteorologici. Molti credono anche che non ci siano state vittime, nessun italiano è morto. Ma il globo, Meloni dixit, è terracqueo, dobbiamo quindi necessariamente allungare il nostro sguardo per capire cosa è successo in mare, al largo delle nostre coste, sotto gli occhi della nostra Guardia Costiera e di Frontex, l'Agenzia europea che controlla e gestisce le frontiere esterne.

Ad accompagnare il nostro sguardo è Mediterranea Saving Humans, la meritoria organizzazione che monitora le acque con le navi Mare Jonio e Alex, in collaborazione con Sea-Watch e Open Arms. L'obiettivo è salvare le persone che si trovassero in difficoltà in quel tratto di mare, a causa dell'assenza di corridoi umanitari tra le coste africane e quelle europee.

Mille persone disperse, senza speranza

"La strage avvenuta a gennaio nel Mediterraneo centrale, con almeno 1.000 persone disperse, potrebbe essere la più grande degli ultimi anni. Ci troviamo davanti a una situazione catastrofica, tra imbarcazioni disperse e corpi recuperati", racconta Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Med. Secondo le informazioni trasmesse dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto di Roma e segnalate dal giornalista Sergio Scandura, al 24 gennaio risultavano disperse in mare almeno otto imbarcazioni, con 380 persone, partite da Sfax. Il 22 gennaio è arrivata a Lampedusa un'imbarcazione con un corpo senza vita, mentre due gemelline di un anno erano disperse in mare. Il giorno seguente, in un altro naufragio, è sopravvissuto solo Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, soccorso dalla nave mercantile Star. Konte ha perso suo fratello, sua cognata, suo nipote e almeno altre 47 persone. Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla Ocean Viking e altre decine di corpi sono stati recuperati dalle autorità maltesi.

Se non bastasse, il quadro diventa se possibile ancora più tragico qualche giorno dopo, grazie alle testimonianze raccolte da "Refugees in Lybia e Tunisia". Continua Ferrari: "Si sono intensificate le violenze da parte dei militari negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax, in Tunisia, e di conseguenza è aumentata la pressione per le partenze da diversi punti costieri. Oltre a quelle sopracitate, ce ne sarebbero molte altre sparite e il numero delle persone disperse sarebbe di almeno mille."

Annegati nel silenzio mentre l'Italia santifica Sanremo

Mille tra donne, bambini e uomini in cerca di fortuna nel vecchio continente, annegati nel silenzio più assoluto, mentre l'Italia tutta è pronta a sedersi sul divano per commentare il Festival di Sanremo. Aggiunge giustamente il cappellano di Med: "Quello che colpisce, oltre al dato e al grido di dolore dei familiari e amici dei dispersi, è il silenzio che avvolge questa ennesima strage, nonostante le nostre responsabilità: le condizioni di ingiustizia globale che forzano le persone a migrare, la chiusura dei canali legali che le costringe a percorrere rotte così pericolose, le violenze delle milizie finanziate dai Paesi europei per bloccare le persone migranti, l'assenza di dispositivi strutturali di salvataggio e gli ostacoli alle navi di soccorso civile, nonché l'indifferenza di larga parte della società. Se è vero che tante persone sono disperse, è vero anche che le loro storie stanno emergendo grazie a 'Refugees in Libya e Tunisia' e che grazie a tutte le realtà del soccorso in mare l'ingiustizia e l'indifferenza non hanno ancora avuto l'ultima parola".

Il bilancio dettagliato

Laura Marmorale - presidente di Mediterranea - approfondisce le dinamiche di morte avvenute nel Nostro Mare nei giorni del ciclone Harry: "Secondo le informazioni trasmesse dal Centro per il coordinamento del soccorso marittimo, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L'allerta raggruppava otto casi SAR (Search and Rescue) distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent'anni a questa parte in mare". Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea.

Il salvataggio di Konte, il testimone

Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha poi condiviso le immagini che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità, Konte racconta che l'imbarcazione si è capovolta. Lui è sopravvissuto per più di 24 ore in mare, prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell'acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. Dalla sua testimonianza, in quel naufragio sono morte 47 persone, tra cui il fratello, la cognata e il nipote di Konte, che in seguito al salvataggio è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

Le brutalità gratuite

Per Laura Marmorale "la testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati".

I convogli diretti in Italia

Mediterranea, grazie alle sue antenne africane, dà conto di come un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed "Mauritania", abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. "Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell'ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino".

Il genocidio mediterraneo

Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Alcuni cadaveri in decomposizione sono arrivati anche sulle coste italiane. Il costo umano è pesantissimo. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contraddittorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi, sono disperate. "Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l'inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà".

Con la nuova legge ci saranno più morti

Il governo Meloni ha approvato il disegno di legge sull'immigrazione e per l'attuazione del Patto dell'Unione europea sulla migrazione e l'asilo, introducendo così un'ulteriore stretta securitaria. Il decreto spinge su blocchi navali, restrizioni sull'accoglienza e sui ricongiungimenti familiari e procedure di rimpatrio accelerate che permettono l'allontanamento immediato di persone provenienti dai "paesi sicuri". Tra questi "paesi sicuri" troviamo anche stati come Tunisia, Egitto, dove richiedenti asilo sono a rischio di respingimenti e dove ci sono gravi violazioni dei diritti.

Per OpenArms le conseguenze saranno gravi. "La legge colpisce le persone, avremo meno soccorsi in mare, meno possibilità di protezione, più persone esposte a persecuzioni e trattamenti inumani".

Amnesty International sottolinea che si tratta di "un impianto punitivo, in cui l'immigrazione è ancora considerata non un fenomeno da gestire, ma una minaccia alla sicurezza nazionale. Il tutto si pone in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale, come quelli sul soccorso in mare o sull'accesso ad un esame individuale delle domande d'asilo".

Meno sicurezza, più morti. Complimenti al governo italiano e all'Europa tutta.

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4Difesa della democrazia2 articoli
Imparziali solo se liberiDanilo Conte · Referendum

La riforma della giustizia avrebbe pesanti conseguenze anche sulle cause di lavoro. Ecco perché votare NO

Accettereste che l'amministratore del vostro condominio venisse scelto estraendo a sorte? No di certo; si tratta di funzione troppo delicata: l'ascensore, le luci delle scale, le pulizie, la facciata, le liti coi vicini. Insomma no. L'amministratore ce lo vogliamo scegliere: ci riuniamo e lo votiamo. E il Presidente o il direttivo dell'associazione di cui fate parte? Che sia un'associazione politica, sportiva, di volontariato, del tempo libero. Il Presidente e il direttivo li vogliamo eleggere, per garantire la democraticità degli organi ed essere certi che gli iscritti siano adeguatamente rappresentati. E se un Preside va in classe di vostro figlio e dice che d'ora in poi i rappresentanti degli studenti o dei genitori non saranno più democraticamente eletti ma sorteggiati, non pensereste che denota evidenti segni di squilibrio? Dove mai s'è visto un organo i cui membri sono estratti a sorte?

La giustizia come una lotteria

Ebbene quella appena descritta è la soluzione adottata dalla legge di riforma costituzionale per l'organo di governo della magistratura: il CSM, anzi i CSM, perché d'ora in poi ce ne saranno due, uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri. Bisogna avere una bella faccia tosta e una volontà distruttiva dell'assetto costituzionale senza precedenti, per spacciare questa riforma come una soluzione che permetterà alla Giustizia di funzionare meglio. Un organo di rango costituzionale con compiti delicatissimi i cui componenti sono estratti a sorte. Ma qualcuno ci crede davvero? Qualcuno è davvero convinto che i grandi problemi che ha la giustizia, la lentezza dei processi, la mancanza di personale e di mezzi di cui sono responsabili governi e parlamento, la farraginosità di alcune procedure, le cattive prassi di cui sono colpevoli giudici e avvocati, si possano risolvere estraendo a sorte i membri del Consiglio Superiore della Magistratura, un organo dove dovrebbero sedere i migliori, i più esperti, quelli con maggiore esperienza, quelli più incorruttibili?

Giudici fedeli al governo

Abbiamo quindi una prima certezza. La riforma su cui dovremo votare è anzitutto assurda e del tutto scollegata dagli obiettivi che dichiarano di voler perseguire i suoi sostenitori. Ma allora perché? Preso atto che l'obiettivo dichiarato è irraggiungibile, occorre cercare quello vero, nascosto e non dichiarato. Se leggiamo meglio veniamo a scoprire che questi due nuovi CSM sono formati, come quello attuale, da due componenti. Ma, con la riforma, la componente dei magistrati viene eletta tirando a sorte tra tutti i magistrati, mentre la componente eletta dai politici viene estratta a sorte da un elenco ristretto di esperti, nominati dalla maggioranza parlamentare, ossia dalla stessa maggioranza di governo. Quindi questa maggioranza molto verosimilmente formerà un elenco costituito interamente da persone "amiche" del governo o quanto meno che la pensano come il governo. Ma a questo punto è evidente che quelli che sono "amici" del Governo (sia che il governo sia di destra sia di sinistra) avranno molto probabilmente la maggioranza dentro questi due nuovi organi; poiché i membri eletti dalla maggioranza di governo saranno tutti in blocco dalla stessa parte e difenderanno le stesse posizioni, mentre gli altri si disperderanno nella varietà delle mille idee e posizioni possibili, essendo demandata la loro nomina ad una estrazione tra le migliaia di magistrati.

Un NO per essere liberi

Ecco dunque l'obiettivo che persegue la riforma. I due futuri Consigli Superiori della Magistratura avranno una granitica componente politica selezionata, preparata e fedele alla maggioranza e al governo e una componente della magistratura frammentata, probabilmente inesperta, demandata alla sorte. I due CSM saranno quindi nelle mani della maggioranza di governo. E lo stesso vale per l'altro organo che questa riforma introduce per la prima volta ossia l'Alta Corte disciplinare che si occuperà dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Nessun problema? Non è così. Bisogna infatti ricordare che questi organi (CSM ed Alta Corte) decidono, le carriere, le nomine, l'assegnazione degli incarichi dirigenziali, i procedimenti disciplinari, i trasferimenti, le assegnazioni a questa o a quella funzione. Il risultato di questa riforma, qualora dovesse vincere il sì, sarà che i Giudici saranno meno autonomi: se emettono sentenze che non sono gradite alla maggioranza di governo, per esempio, questa, mediante il controllo sui CSM e sull'Alta Corte, potrebbe decidere che quel giudice non farà carriera o sarà trasferito ad altre funzioni o sarà, addirittura, sottoposto a procedimento disciplinare. Vogliamo davvero questo?

Cosa succede alle cause di lavoro?

Un operaio, un lavoratore che intenta causa ad una grande società deve essere sicuro che il Giudice che ha di fronte decida la sua causa liberamente, secondo legge, privo di condizionamenti, senza la paura di emettere una sentenza non gradita ad un imprenditore molto potente, magari "amico" o sostenitore del Governo o addirittura finanziatore dei partiti di governo. Quel giudice rischierebbe di non decidere liberamente o serenamente. Gli attacchi ai magistrati di questi giorni, le critiche esplicite del governo che non condivide alcune sentenze, lo confermano. Oggi il Governo si limita alle dichiarazioni, un domani avrà il potere di intervenire direttamente contro il giudice che ha preso una decisione che non condivide.

La vittoria del Sì non migliorerà i reali problemi della giustizia e renderà la magistratura meno indipendente dalla politica. Non è questione di destra e sinistra. Bisogna opporsi a questo disegno anche a tutela dei giudici di destra, affinché siano liberi ed indipendenti da futuri governi di sinistra. La divisione dei poteri, quello giudiziario, separato da quello politico, è un pilastro della democrazia. Per questo al Referendum voterò convintamente NO.

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Gli allievi di don Milani votano NoFondazione don Milani · Referendum

Anche la Fondazione don Milani, il Gruppo don Milani di Calenzano e l'Istituzione don Milani con una voce unica e chiara invitano ad esprimere il proprio No al referendum sulla riforma costituzionale sulla magistratura. Ecco il testo del loro documento.

Questa riforma apre la strada ad un sempre maggiore controllo della politica sul potere giudiziario attraverso una radicale modifica degli assetti dell'organo di autogoverno di quel potere, il consiglio superiore della magistratura.

Il motivo centrale del nostro No sta nel merito stesso della riforma. La proposta, nei fatti, consegna enorme potere e influenza sulla giustizia alle maggioranze politiche del momento, avvantaggiandole di volta in volta, come riconosciuto dallo stesso Ministro della Giustizia, estensore della riforma.

Questo significa porre le basi per minare alla radice il principio della terzietà del giudice, che è sacro in uno Stato di diritto. Se la carriera, le assegnazioni e il futuro di un magistrato dipendono da chi detiene il potere politico, come può quel giudice essere – e apparire – veramente imparziale e terzo rispetto alle parti? Si rischia di creare due pesi e due misure: una giustizia per chi ha appoggi politici e una per il cittadino comune. Viene così svuotato di senso quanto stabilito della Costituzione, che garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura attraverso il suo autogoverno.

È il senso di responsabilità che ci ha insegnato don Lorenzo ad imporci questa presa di posizione.

Nella Lettera ai Giudici il priore ricorda che la parola "uguaglianza" scritta in Costituzione deve diventare vita concreta. Una giustizia asservita al potere politico tradisce proprio quel principio di uguaglianza di fronte alla legge. Nella stessa Lettera, don Milani non difendeva solo una causa, ma il ruolo stesso della magistratura come potere autonomo e terzo, unico baluardo a difesa dei diritti di chi non ha voce.

Per don Milani la Costituzione era un testo sacro, uno strumento di riscatto per gli ultimi. Modificarla in questo senso significa tradirne lo spirito più profondo e tradire il principio della separazione dei poteri, l'unico argine contro l'arbitrio e il sopruso del potente sul povero.

I CARE, definisce una dimensione etica antitetica al "me ne frego" fascista e alla sua violenza prevaricatrice. I CARE significa capire le ragioni dell'altro, riconoscere la sua umanità, fondare sul dialogo la convivenza, sentire la responsabilità di difendere, di tutelare, di migliorare ciò che è condiviso e importante per tutti.

La parola era per don Milani la chiave fatata per l'emancipazione degli ultimi, e si deve stare in guardia dai tanti tentativi a cui si assiste oggi di stravolgere il senso di tante parole importanti e privarle del loro significato.

La parola "giustizia" diventa un suono vuoto se chi deve amministrarla non è libero. Un giudice che dipende dalla politica non potrà mai ascoltare veramente la parola del povero, dell'emarginato, del "piccolo" a cui don Milani ha dedicato tutta la sua esistenza.

Per tali ragioni, questo referendum non è una semplice questione tecnica, ma una scelta di valori e di sistema. Chiediamo a tutti – cittadini, educatori, giovani – di votare No. Per restare fedeli alla Costituzione e all'insegnamento di Barbiana, per continuare ad avere cura insieme della nostra Costituzione. Pensiamo che di fronte ad una legge ingiusta, che si aggiunge ad altre leggi ingiuste che seguono l'obiettivo di limitare i diritti e rottamare la democrazia, "l'obbedienza non è più una virtù". Sentiamo forte la responsabilità, oggi, di difendere l'indipendenza della giustizia pilastro irrinunciabile dello stato di diritto e con essa la tradizione democratica della nostra terra. Per continuare ad avere cura di quel fragile compromesso da coltivare e tutelare ogni giorno e che si chiama democrazia, sentiamo la responsabilità di votare No a questo referendum.

--- Articolo della Fondazione don Milani, "Gli allievi di don Milani votano No", Fuori Binario n.282

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5Difesa della democrazia0 articoli

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6Salute1 articolo
Ciao StefanoLa Comunità di Fuori Binario · Salute

Stefano ha deciso di lasciarci. Per l'importanza che ha avuto per la nostra Comunità lo ricordiamo con affetto e amore e torneremo presto a parlare di lui.

Scrive Francesco: "Ciao Stefano, amico e compagno in questa avventura che si chiama Vita. Grazie di averci dedicato tempo ed esperienza, forza e passione. Sei venuto quando ti abbiamo invitato e te ne sei andato quando, malgrado tutte le nostre energie, la ragnatela del regime ti ha lasciato una sola smagliatura per sfuggire al ragno a guardia del sistema che combattevi. Un ragno ingannevole che fa balletti d'amore per attirarti, ma che ti lascia a terra morente dopo l'amplesso. Rimarrà per me stampata per sempre nella mente la tua immagine in cui lanci un bacio alla terrazza dell'associazione come ad una vecchia amica a cui vuoi bene e sei affezionato, un saluto a qualcosa a cui hai dedicato tanto".

Roberto, una vita a Fuori Binario, punta il dito su una stampa distratta e stereotipata, e scrive "Clochard a chi? E no, non va bene che alla sua morte una persona venga sfregiata in un titolo con uno scritto simile, Clochard si suicida, come fosse un soggetto meno degno di vivere. Non va proprio bene che un giornalista con tanto di scuola alle spalle, non abbia compreso il sentimento dell'uguaglianza tra esseri umani, e il tocco morbido da adottarsi in casi del genere. Chiamerei questo con il suo nome: una vera e propria offesa alla dignità della persona! E chiederei perciò il rispetto di un'etica fondata sul rispetto altrui, specie in tristi frangenti".

Siamo vicini alla famiglia, abbracciamo Yury e Cristina. Insieme torneremo a parlare e a scrivere di Stefano, delle sue angosce e del sistema che le ha provocate, lasciandolo senza alternative.

--- Articolo de La Comunità di Fuori Binario, "Ciao Stefano", Fuori Binario n.282

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7Attualità1 articolo
Firenze, o caraAlberto Ottanelli · Attualità

Salari fermi, prezzi al consumo che aumentano (anche più dell'inflazione), affitti, spostamenti, assicurazioni con rincari insostenibili. Il risultato è che vivere in una città-vetrina come Firenze diventa sempre più difficile, specie per chi una casa non ce l'ha, ma anche per chi ha un mutuo, dei figli, oppure vive in affitto, e non solo nelle zone più prestigiose della città. Nel 2026, lo certifica l'ultima indagine dell'Osservatorio di Federconsumatori Toscana, ogni famiglia fiorentina dovrà spendere 780 euro in più rispetto all'anno precedente, cento euro sopra la media nazionale. I prezzi per il cibo sono aumentati del 24,9% tra il 2021 e il 2025, ben più dell'inflazione reale (+8%). Tanto che anche l'Antitrust ha deciso di avviare un'indagine sulle responsabilità della grande distribuzione in merito a questa discrepanza.

Per scoprire che uno dei motivi dei prezzi gonfiati, che rendono la spesa più salata ovunque, è da ricercare nella presenza di un sovraffollamento turistico ormai diffuso anche nei quartieri meno centrali. Vivere dignitosamente costa oggi circa 4mila euro al mese per una famiglia di quattro persone, 1.600 per un single. Cifre proibitive per chi vive di salari minimi. Anche abitare costa caro, con la previsione di un ulteriore aumento di circa il 5% a causa della rendita turistica. Ma pure trasferirsi in periferia può diventare costoso, con le assicurazioni auto che aumentano di quasi 140 euro.

Federconsumatori chiede interventi del Governo e una rimodulazione dell'IVA, ma la verità è che ormai anche i beni essenziali sono merce di speculazione e il divario sociale rischia di trasformarsi in baratro.

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8Società1 articolo
Stop aggressioni... reciprocheGuido Leoni · Società

I medici non si toccano, ma nemmeno i pazienti vanno vessati.

Sono seduto nella sala d'aspetto di un Centro di Salute Mentale. Di fronte a me un muro, con al centro un vetro scorrevole. Un infermiere lo apre e si affaccia per chiedermi se ho appuntamento. Confermo, specificando il terapeuta e l'orario. L'infermiere richiude il vetro.

Sono in anticipo e mi annoio, osservo un quadro molto colorato che un utente ha lasciato in mostra. Poi la mia attenzione passa a un cartello visto e rivisto, che fa parte di una campagna contro gli abusi degli utenti verso gli operatori sanitari. Da quando l'ho visto la prima volta, sono passati mesi, non ho mai smesso di avere delle idee al riguardo. Oggi lo fotografo, voglio scrivere cosa mi fa pensare. Il titolone riporta: "Stop aggressioni... in difesa di chi lavora". Quello qui riprodotto è uno dei tanti affissi in giro, ma guarda caso ha quest'appunto a penna: "Però è reciproco". E qui casca l'asino.

In difesa degli operatori negli ultimi anni sono state scritte leggi ad hoc e decretati inasprimenti delle pene. Anche senza avere statistiche alla mano, questo fa pensare che ci sia un aumento degli episodi di violenza in ambito sanitario. Dove c'è violenza c'è sicuramente un problema, o più probabilmente diversi. E quando ci sono fenomeni diffusi di violenza in un apparato, non può venire da una parte sola. E infatti non è così: qui i miei elementi sono tutti vissuti personali. Non posso portare né prove, né testimonianze, ho solo la mia voce. Non ho mai denunciato: ero in cura, ho chiesto aiuto ai miei stessi terapeuti, persino quelli che mi avevano ferito.

Esiste una bolla di violenza agita da alcuni operatori verso i loro pazienti almeno di pari dimensioni e di maggiore gravità, in quanto realizzata in una posizione di superiorità, e talvolta nell'ambito di una richiesta d'aiuto da parte di persone con patologie riconosciute. Ho vissuto interventi non professionali, dannosi per il mio recupero, un rapporto sessuale indesiderato, sono stato costretto ad assumere dei medicinali senza conoscere quali, sono stato legato (procedura illegale) senza conoscere le ragioni. Ho saputo di altri rapporti sessuali che si sono verificati in strutture residenziali, e di un'operatrice che in seguito ai rapporti ha più volte pedinato un utente.

Una roba, insomma, alla L.A. Confidential, dove i professionisti più confusi la fanno sempre franca, protetti dal silenzio dei colleghi e dall'incapacità di proteggersi delle vittime.

Riguardo alla violenza opposta, sempre da condannare, ci vedo anche delle ragioni strutturali. Pazienti che ricevono cure sempre più frettolose e basate soprattutto sulla terapia farmacologica, con pochissimo spazio alle parole, tagli al personale, riduzione dell'orario, fascistizzazione del sistema. Più che inasprire le pene in modo unidirezionale, bisognerebbe tutelare anche la posizione degli utenti. Per tutto il resto la questione è politica, e attiene prima di tutto alla gestione dei fondi. Le statistiche ci parlano di tagli continui, che incidono oltre che sul numero del personale, anche sulla quantità dei posti letto. Ora che la ricerca dei farmaci e gli studi sull'efficacia della psicoterapia hanno raggiunto un punto molto alto, la gestione della salute mentale in Italia sta diventando quasi esclusivamente emergenziale.

  • salute mentale
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  • operatori sanitari
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9Cultura3 articoli
TapumRedazione · Cultura

Leo Ortolani, Feltrinelli, 2025

Tapum di Leo Ortolani è una graphic novel che reinventa la Grande Guerra. Ambientata nella battaglia del Monte Ortigara del 1917, il fumetto segue il tenente Mariani e il capitano Dolon, due figure che incarnano l'assurdità e l'umanità travolta dal conflitto. Il titolo richiama il rumore degli spari e i canti alpini. L'uso efficace del chiaroscuro e il tratto grafico netto amplificano l'ansia e la desolazione della guerra. Ortolani trasferisce il suo tipico humor in una dimensione irreale che accentua l'assurdità del conflitto. Elementi come il dialetto veneto e i riferimenti culturali (dal canto alpino alla tradizione cinematografica italiana) radicano il racconto nella memoria collettiva, sottraendolo a qualsiasi retorica celebrativa. Tapum rinnova il modo di parlare della guerra, ricordando che la memoria vive non solo nei monumenti, ma nella capacità di rinarrare, con pietas e intelligenza, la fragilità umana travolta dalla follia bellica. https://bit.ly/46ekux4

--- Articolo della Redazione, "Tapum", Fuori Binario n.282

  • fumetto
  • graphic novel
  • Grande Guerra
  • memoria
  • antimilitarismo

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The PickersRedazione · Cultura

Regia di Elke Sasse, 2024

Vogliamo frutta e verdura a basso prezzo, tutto l'anno. Nessun problema. I raccoglitori consegnano, ma stanno pagando loro il prezzo per noi: migranti sfruttati raccolgono le nostre arance, fragole, olive, mirtilli e altri frutti e ortaggi in Grecia, Spagna, Italia o Portogallo. Questo non accade "altrove". Questa è l'Europa. The Pickers è un viaggio nei campi d'Europa dove vengono coltivati i nostri frutti e ortaggi. Mirtilli in Portogallo, olive in Grecia, fragole in Spagna: un milione di migranti raccoglie in Europa. Sono la forza lavoro mobile che riempie i nostri cestini nei supermercati, spostandosi da una zona all'altra. La maggior parte non ha contratti né salari minimi; alcuni sono senza documenti o hanno debiti elevati con gli intermediari. https://bit.ly/4am6uDW

--- Articolo della Redazione, "The Pickers", Fuori Binario n.282

  • documentario
  • sfruttamento
  • migranti
  • agricoltura
  • lavoro
  • Europa

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La guerra è cambiataRedazione · Cultura

Alessandro Arduino, Einaudi, 2026

Alessandro Arduino analizza come la guerra si sia evoluta sovrapponendo storie personali di mercenari, istruttori militari, imprenditori della sicurezza e hacker per arrivare a una visione geopolitica globale. Dall'Asia centrale alla Cina, dall'Ucraina all'Afghanistan dei Talebani, fino alla Siria e al cyberspazio, Arduino mostra un conflitto sempre più privatizzato, dove la logica del profitto spesso sostituisce quella della difesa nazionale. Forte di ventidue anni trascorsi in Cina e di un accesso diretto agli attori coinvolti, l'autore integra fonti primarie, interviste e ricerche sul campo, superando le sole percezioni occidentali e includendo prospettive asiatiche e mediorientali. Le nuove tecnologie alimentano l'illusione di guerre rapide, pulite e scientifiche, ma Arduino smonta questo mito ricordando tre costanti immutabili: la guerra non è mai breve, mai economica e mai priva di vittime. Una versione grafica del libro è disponibile sul blog concetticontrastivi.org. https://bit.ly/4qD268g

--- Articolo della Redazione, "La guerra è cambiata", Fuori Binario n.282

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  • guerra
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  • tecnologia militare
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10Infografica3 articoli
Quando le parole non bastanoTomaso Montanari · Cultura

Un lenzuolo di 25 metri con i nomi dei bambini uccisi a Gaza: un grido di dolore e testimonianza che diventa arte.

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: "Dove abita Dio?". Quelli risero di lui: "Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?". Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: "Dio abita dove lo si lascia entrare".

Questa meravigliosa storiella ebraica di Martin Buber vale anche per l'arte: che è potenzialmente ovunque, ma di fatto è solo dove la si lascia entrare. Cioè dove si cerca di comunicare – attraverso il lavoro delle mani – qualcosa che le parole non potrebbero raggiungere: e così capita che anche non pensando affatto di 'fare arte', ci si trovi a realizzare impressionanti opere d'arte.

È il caso dell'enorme sudario realizzato dal collettivo Carnia per la Pace, un 'lenzuolo' lungo venticinque metri e largo otto, con sopra scritti i nomi dei 18.500 bambini di Gaza assassinati da Israele tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2025: un'opera realizzata seguendo l'intuizione di Paola Caridi, che ha visto nei sudari di Gaza il segno più alto e straziante di questo genocidio ancora in corso.

Io l'ho visto srotolare da una folla in Piazza del Carmine, a Firenze, mentre un vento leggero increspava come onde quei piccoli nomi.

L'ho visto coprire le pietre dove camminarono Michelangelo e Leonardo, per andare a vedere i corpi dei poveri cui Masaccio aveva restituito un'altissima dignità nella Cappella Brancacci. Poche ore prima il segretario di Stato di Trump, Rubio, li aveva arruolati a legittimare il genocidio e l'imperialismo americano: ma l'unica civiltà cui davvero appartengono quei sommi artisti è quella umana.

L'ho visto stagliarsi contro la facciata del convento in cui, nel novembre del 1943, un gruppo di madri ebree furono scoperte, e quindi deportate in un campo di sterminio nazista, con i loro bambini. E accanto al sudario sbucava un cartello coraggioso, "Ebrei contro il genocidio", a legare quei fili invisibili.

L'ho visto lambire la pietra d'inciampo posta di fronte alla casa della piazza dalla quale, nel luglio del 1944, fu rapito e deportato, e quindi assassinato, Ugo Cambi, colpevole di essere antifascista. E l'ho visto circondato da persone pronte a disobbedire alle leggi spaventose che si preparano in Parlamento, invocando pubblicamente: "Palestina libera!". Quel grande sudario cura e denuncia, lega e scioglie, piange e condanna. Perché è sempre a Gaza il nostro cuore. E solo segni come questo riescono a dirlo davvero.

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Tracce di invisibiliLaura Tabegna · Cultura

Rassegna di teatro, cinema e incontri fino al 17 maggio

Senza documenti e senza terra. Sono invisibili per il sistema, ma esistono. L'accoglienza e l'aiuto sono fondamentali, ma è anche necessario amplificare con le emozioni dell'arte quel grido silenzioso che rimarrebbe altrimenti soffocato. La rassegna "Tracce di invisibili", dedicata ai diritti umani e giunta alla terza edizione, propone a Firenze un cartellone di teatro, cinema e incontri, in corso fino al 17 maggio. Il carattere indipendente del festival si esprime attraverso il completo autofinanziamento e nella scelta dei luoghi di incontro, volutamente fuori dai circuiti commerciali, ma dentro l'anima viva dei quartieri. Gli spettacoli sono in programma al Brillante – Nuovo Teatro Lippi (via Fanfani, 16), al cinema Astra in piazza Beccaria, e nella sede di Progetto Arcobaleno in via del Leone 9.

"Vogliamo portare fuori dalla nostra sede la realtà degli 'invisibili' e raccontarla a tutta la società attraverso altri linguaggi, quelli dell'arte, perché il messaggio diventi più efficace – ha spiegato il presidente di Progetto Arcobaleno, Tullio D'Amora. – Il tema dei diritti umani abbraccia le storie dei migranti, della lotta allo sfruttamento, della tutela dell'ambiente, fino alla situazione carceraria. Gli incontri sono dialoghi aperti con autorità in prima linea, tra cui direttrici di carcere e un procuratore antimafia, ma anche con tanti operatori quotidianamente impegnati nelle azioni di solidarietà".

Nello specifico, il festival convoglierà compagnie da tutta Italia, espressione di circuiti indipendenti. Merita una segnalazione la produzione originale del festival, "Tracce di vita", con regia di Daniela Morozzi e interpretazione di Johara Breda (17/5 ore 18). Le tracce degli invisibili sono rappresentate, in questo caso, dai diari delle vittime di tratte criminali. Il silenzio di tanti innocenti sarà raccontato a voce alta su un palco di periferia, capace di raggiungere i confini dell'umanità.

Il festival è organizzato da Associazione Progetto Arcobaleno, Arci Firenze, Amnesty International Firenze, Gruppo Giovani Amnesty International Firenze, Fondazione Stensen e Arca cooperativa. Arcobaleno, capofila della rassegna, è nato 40 anni fa a Firenze per sostenere concretamente chi vive in situazioni di disagio, marginalità, sfruttamento.

Per il cartellone completo della rassegna Tracce di invisibili: https://www.progettoarcobaleno.it/rassegna-tracce-di-invisibili/ Info: arcobaleno@progettoarcobaleno.it

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Le mappe del disagio a FirenzeFelice Simeone · Infografica

Precarietà, isolamento, povertà: zona per zona, i dati rilevati dall'ISTAT sulla situazione socio-economica

Il sottofondo della città-vetrina è agitato da correnti di invisibilità che i numeri, finalmente, provano a fotografare. L'ISTAT ha recentemente rilasciato i valori dell'indice IDISE (Indice di Disagio Socio-Economico), un nuovo strumento statistico che permette di mappare la vulnerabilità non più solo per grandi medie cittadine, ma al livello di singoli isolati dei diversi quartieri delle città.

Per chi scrive su questo giornale, la povertà non è un numero, ma un volto incontrato in strada. Tuttavia, capire come l'esclusione si distribuisce o, al contrario, si aggrega sul territorio è fondamentale per proporre politiche di prossimità che non siano solo emergenziali.

L'IDISE è un indice composito che misura quanto sia difficile, per individui e famiglie, soddisfare i bisogni di base a fronte di carenze lavorative, educative o abitative. La media comunale è fissata convenzionalmente a 100: ogni valore superiore a questa soglia indica un disagio maggiore rispetto alla media cittadina.

L'indice si compone di nove indicatori chiave, suddivisi in tre grandi aree:

1. Lavoro: tasso di occupazione, precarietà lavorativa e famiglie a bassa intensità di lavoro. 2. Istruzione: adulti con basso livello di studio, abbandono scolastico precoce e la quota di NEET (giovani di 15-29 anni che non studiano né lavorano). 3. Vulnerabilità abitativa e sociale: anziani over 70 che vivono soli in case non di proprietà e famiglie con figli senza redditi da lavoro o pensione.

I dati ISTAT su Firenze disegnano una città dove il disagio si concentra in specifiche aree.

Il Quadrilatero di Novoli è l'area con l'IDISE più alto della città (108,6). Qui, tra via Torre degli Agli, via Valdera e via Lippi e Macia, l'ISTAT rivela una combinazione di condizioni di disagio particolarmente gravi: quasi il 60% dei residenti ha un basso livello di istruzione e ben il 35% dei giovani ricade nella categoria NEET: qui la mancanza di titoli di studio si traduce in marginalità lavorativa cronica.

A Brozzi, Quaracchi e alle Piagge, il disagio è strutturale. Le Piagge, in particolare, registrano una delle quote più alte di abbandono scolastico (fino al 23,8% in alcune micro-aree), alimentando un ciclo di povertà educativa che condanna le nuove generazioni.

Spesso percepito come borgo residenziale tranquillo, il Galluzzo nasconde un'area di forte fragilità tra via Massapagani e via Santi di Tito. Qui il disagio è prevalentemente generazionale: oltre il 44% degli over 70 vive solo e senza casa di proprietà. È la solitudine degli anziani senza rete, esposti al caro affitti e all'isolamento sociale.

Lungo l'asse di viale Guidoni, a Firenze Nova, oltre ad una diffusa povertà scolastica, il disagio è legato alla precarietà abitativa e alla forte incidenza di cittadini stranieri che vivono in condizioni abitative sovraffollate o precarie, spesso invisibili ai servizi sociali tradizionali.

I dati ISTAT rivelano sacche di disagio perfino in diverse zone del centro storico. In San Frediano, l'IDISE arriva molto vicino a 104, determinato prevalentemente dal basso reddito delle famiglie e dal basso livello di istruzione fra i giovani, che, infatti, per il 25% sono NEET. La vera sorpresa è che queste condizioni si ritrovano anche in ampie aree intorno a Santa Maria Novella che si estendono anche in Oltrarno (IDISE 105,6). Qui i residenti storici non riescono più a sostenere il costo della vita in un quartiere trasformato in un parco giochi per il turismo di lusso.

Nell'area di Santa Croce, compresa tra via Ghibellina e il mercato di Sant'Ambrogio, l'IDISE arriva quasi a 105. Qui il disagio è legato alla precarietà lavorativa. Molti nuclei familiari vivono di lavori stagionali legati al turismo o alla ristorazione, senza garanzie e ad un'incidenza significativa di famiglie con figli che non hanno redditi stabili da lavoro (32%).

Questi dati confermano che l'esclusione a Firenze ha diverse facce: c'è chi non ha mai iniziato (i giovani NEET di Novoli), chi è caduto lungo la strada (i precari delle periferie nord) e chi è rimasto solo al traguardo (gli anziani del Galluzzo). La capillarità della mappatura dell'IDISE fornisce informazioni molto dettagliate che le Istituzioni, se non le ignorano, possono usare per elaborare azioni mirate.

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11Società2 articoli
A Sad StoryClara Baldasseroni · Società

Disagi per i lavoratori del Servizio Assistenza Domiciliare

I disagi per i lavoratori del Servizio assistenza domiciliare (SAD) di Firenze si sono manifestati da tempo anche a causa di frequenti cambi di appalto del servizio: il 1° aprile 2025 passaggio dalla cooperativa uscente Elleuno alla cooperativa Ancora che è subentrata e lavora a sua volta tramite il consorzio Blu. Il cambiamento ha suscitato ulteriori preoccupazioni tra i lavoratori che si trovano ad assistere persone anziane, non autosufficienti, malati psichici, famiglie in difficoltà, persone fragili, secondo lunghe liste d'attesa. Sono circa 900 gli utenti che possono ricevere assistenza direttamente a casa da 104 operatori distribuiti su cinque quartieri di Firenze. Sin dal 24 marzo dello scorso anno, i lavoratori hanno organizzato presidi sotto il Comune di Firenze. I delegati sindacali di Cub, Usb e Uil avevano chiesto la riassunzione di tutto l'organico in seguito al cambio di appalto e maggior rispetto nella stipulazione dei contratti. La vicenda è tuttora in evoluzione e attualmente la gestione dei turni resta il nodo più urgente.

Già da prima dell'estate era stato definito un accordo dove la cooperativa si impegnava a pagare tutte le ore di lavoro, a partire dalla timbratura (attraverso i nuovi telefoni in dotazione) e considerare non solo i dodici minuti stimati per ogni spostamento, ma calcolare i tempi effettivi che possono arrivare fino trenta/quaranta minuti, per ricevere un pagamento completo di turni continui e evitare di svolgere ore non pagate o doverne saltare. Secondo quanto riportato, gli assistenti domiciliari sono stati aggrediti più volte dagli utenti per i ritardi dovuti alle difficoltà nell'arrivare ai domicili, come per trovare i parcheggi, visto che i permessi rilasciati non permettono la sosta sui posti per disabili dove restano multabili.

Le aggressioni sono state molteplici, alcune anche gravi. Ultimamente un'assistente è stata assalita da sei persone durante una visita e ha riportato lesioni, nonostante nei giorni precedenti lei avesse informato la Cooperativa di una situazione difficile presso un'abitazione. Inutilmente: non sono intervenuti preventivamente, né con telefonate, né inviando una compresenza in suo aiuto, ma hanno abbandonato la lavoratrice al suo destino. La Cooperativa non ha ancora commentato ufficialmente la situazione che, giunta a un punto critico, richiede un intervento istituzionale urgente. Il committente del servizio è il Comune di Firenze che, chiamato in causa, ha assicurato di essere sensibile alle problematiche e ha garantito l'impegno per trovare una soluzione in futuro e per migliorare la qualità del servizio. Dal momento che non c'è stata ancora nessuna conciliazione, i lavoratori stanno organizzando uno sciopero per richiedere un trattamento equo e per richiamare l'attenzione sulla sicurezza dei lavoratori che nel frattempo continuano a chiedere giustizia.

  • assistenza domiciliare
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Per condividere oltre il tapFrancesco Martinelli · Società

Ho ripensato a quando, da bambino, la nonna chiamava dal balcone, mentre, noi ragazzini giocavamo al pallone o ad "acchiappino". C'era la merenda e, allora, tutti insieme ci si buttava su quel vassoio di pane e olio o pomodoro. Avevamo tutti le mani e le bocche sporche per il ruzzare che facevamo la mattina dei giorni di festa. Era una comunione dettata dalla fame per il tanto correre che facevamo: una sensazione "di pienezza" condivisa.

Ho rievocato i lontani anni trascorsi mentre ascoltavo sull'autobus bambini che, usciti da scuola, dicevano: "condividi questo video". Lo facevano fissando, assorti, ognuno il proprio cellulare. Talmente vicini fisicamente, ma talmente lontani nei pensieri. Così, sentendo la vecchiaia come un pugno nello stomaco, mi sono tornate in mente quelle fette di pane depositate sul balcone e tutte quelle mani tese sopra mentre, con voci ridenti e vivaci, gridavamo: "a me, a me, anch'io!".

Sento in me sempre più il rifiuto verso le comunità virtuali. Ci vedo una perdita incredibile di socialità e contatto fisico. Un comportamento innaturale che si trasforma, spesso, in una posa. Come quei giovani studenti in autobus stanno imitando quello che hanno visto sui media, così, probabilmente, trasmetteranno ad altri il loro modo di agire. Alla fine quella che verrà trasmessa sarà una semplice abitudine vuota, senza la ritualità di un sentire e "piena" soltanto di solitudine.

Perché con uno smartphone si può condividere una foto, ma come condividere la gioia o il dolore? Come si può formulare un'idea comune? Sarà possibile, in futuro, trasmettere quell'energia che proviene dall'essere corporalmente presente e partecipe ad un'azione, un'assemblea, un corteo, un gioco come quello del nascondino?

Per non diventare troppo retorico, voglio spiegare perché sto condividendo questi pensieri con chi legge queste mie righe. Ultimamente, abbiamo discusso in redazione sulla necessità di usare di più i social media e la rete telematica per la diffusione del giornale. La qual cosa darebbe maggior risonanza a Fuori Binario. Promuoverci sui social, senza mettere online il nostro lavoro, è anche un modo per farci conoscere da chi poi ci incontrerà in strada, rafforzando così il contatto tra i diffusori di strada e i lettori, il rapporto tra chi vende il giornale e chi lo compra. Molti di voi lo sapranno già: c'è qualcosa di speciale nell'incontro con un diffusore di Fuori Binario, chi lo acquista ha un moto di empatia, immedesimandosi negli stati d'animo di chi propone (di persona!) uno dei pochi giornali di carta ancora esistenti. Non solo: essendo gli articoli nati dal basso, è proprio colui che ti dà il giornale a trasmetterti la fatica e l'emozione intensa vissute nel realizzarlo. Le puoi notare sul volto di chi ha scritto il giornale e, al contempo, lo distribuisce.

Questo atto, che possiamo definire politico, per cui un bene individuale (le pagine di un giornale) diventa una risorsa collettiva, impone a tutti uno sforzo comune che non è, soltanto, quello di premere un tasto, ma è, piuttosto, quello di creare un rapporto di desiderio e vicinanza tra una persona e l'altra. Io credo che sia questo che davvero possa costruire un ponte tra tutte le periferie della nostra città, e questo a partire dalla condivisione di qualcosa di reale: il punto di vista di chi vive in strada e, anche, di chi vuole uscire dalla precarietà e dalle tante prigioni psicologiche che ci stritolano.

È un invito, il mio, a non limitarsi a essere lettori passivi, ma a venire a far parte della nostra rete, del nostro giornale e dell'associazione Periferie al Centro. A farli, perché no, anche un po' vostri. Perché noi siamo qui, in carne e ossa, e vi aspettiamo.

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12Rubriche4 articoli
Fiori d'asfaltoa cura di Laura Bardelli · Rubriche

Esercizi di sguardo poetico dalle periferie

Brezza marzolina

Quando si nota l'alone misterioso delle cose, quando si fa attenzione e si vede ovunque il tentativo, magari fallito, di cura, delle mani che ci provano a vivere, quando si scopre di non essere solo sopravvissuti ma anche scampati, nasce una sottile gioia, ogni tanto esultante, ogni tanto solo brezza marzolina, ma che non ci abbandona più. Qualcuno ci ama tutti. La consapevolezza è una forma d'amore, una sua visita, amore di chi ha cura e di chi vede la cura. La consapevolezza visita tutti.

Chandra Livia Candiani, I visitatori celesti, Einaudi 2024

La Pace

Oggi chi è al potere, non è più in grado, di riconoscerla. Di fatto, dopo averla riconquistata con forti sacrifici, ora la ridisegna. Le armi, strumento delle guerre, dall'essere colpevoli di violenze e uccisioni da parte dell'uomo, in una ideologia di potere e schiavitù, vengono ora rivalutate a livello mondiale per ottenere la pace. Un accostamento al detto: se vuoi la pace prepara la guerra, una assurdità! Poiché in origine la guerra è il contrario di pace. Dobbiamo così, nostro malgrado e dopo aver abolito l'obbligo al servizio militare, difendere questo. Non mi riconosco in questo, sono l'uomo inadatto; resto ad aspettare! Chissà se un nuovo moto da seguire arriverà e sarà ascoltato.

Roberto Pelozzi

115.

Dammi tu per il vaso lacrimale la pura argilla, terra; effondi, mio essere, le lacrime che in te s'ingorgarono. A lungo trattenute, ora si sciolgano nel ben costrutto vaso. È male solo non avere un dove, ogni cosa che è ha la sua legge.

Rainer Maria Rilke, Poesie

--- Articolo a cura di Laura Bardelli, "Fiori d'asfalto", Fuori Binario n.282

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Una IA femminista?Marta Benettin · Femminismi

A maggio 2025, su questa rubrica, avevo scritto del patriarcato che permea le intelligenze artificiali: una conseguenza diretta del fatto che le IA sono progettate, addestrate e sviluppate in larghissima maggioranza da uomini, e su dati che riflettono esperienze e stereotipi di genere. Un esempio: quando, a parità di condizioni economiche, decide l'IA, il prestito bancario viene concesso più spesso agli uomini che alle donne.

Esiste però almeno un'alternativa: AfroféminasGPT, un software di intelligenza artificiale ideato dall'attivista e filosofa Antoinette Torres Soler e addestrato su voci femminili, nere e decoloniali.

Non si tratta di una semplice IA "corretta", ma di uno strumento dichiaratamente basato sul pensiero afrofemminista e antirazzista. Un'IA che non finge neutralità, perché la neutralità – soprattutto nella tecnologia – sappiamo che non esiste.

AfroféminasGPT non attinge a dati in tempo reale dal web, ma lavora su un database limitato e curato di testi del pensiero decoloniale e femminista. L'obiettivo è chiaro: evitare che l'ennesima intelligenza artificiale riproduca la modalità maschilista e razzista di internet, mascherata da "statistica" o da "verità assoluta" in quanto basata in teoria su un gran numero di testi.

È una prospettiva potente e necessaria, ma non priva di interrogativi. AfroféminasGPT non è connessa a internet per scelta politica, ma resta costruita su infrastrutture di ChatGPT, all'interno di un sistema tecnologico proprietario, occidentale e concentrato nelle mani di poche grandi aziende globali. Può un'IA davvero femminista e antirazzista esistere su fondamenta che paritarie non sono?

La forza del progetto sta proprio nel non occultare questa contraddizione. Forse la domanda giusta non è se questa IA sia "pura", ma se apra uno spazio nuovo: quello in cui iniziamo a chiederci non solo cosa risponde un'IA, ma da dove parla. Provate a usarla!

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Il pioppo dei RenaioliValentina Nicastro · Mille Foglie

Ho ritrovato giorni fa il pioppo dei Renaioli: era spoglio del suo abito ma non poteva essere più elegante.

Il pioppo dei Renaioli si trova nel quartiere 4 di Firenze, anche chiamato "Isolotto", lungo il fiume Arno. Un amico albero che ho iniziato a conoscere nel 2022, perché un albero non finirai mai di conoscerlo, e per farlo devi vederlo nel tempo che scorre, nei suoi diversi cambi d'abito, spogliarelli e lente vestizioni.

Dal 2024 è stato inserito nell'Albo degli Alberi Monumentali d'Italia (AMI).

Fino a pochi decenni fa i renaioli attraversavano ogni giorno l'Arno per estrarre dal suo fondale sabbia e ghiaia per la costruzione dei palazzi e dei monumenti fiorentini. Dall'alba al tramonto, questi uomini faticavano duramente, governando i loro barchetti senza remi, facendo leva e dandosi la spinta sul fondo del fiume con lunghe pertiche di legno. Erano figure centrali per la città, facevano parte del suo paesaggio culturale. Ecco perché ho chiamato pioppo dei Renaioli questo albero, che è stato parte di quel paesaggio e che ha partecipato a quel periodo storico, con la sua discreta e possente presenza.

Gli abitanti storici dell'Isolotto ricordano il grande pioppo radicato vicino alla sponda sud dell'Arno: i renaioli facevano girare intorno a lui la fune, utilizzandolo come carrucola naturale, quando c'era da trainare le zattere con la rena dalla sponda nord alla sponda sud del fiume.

Il nome scientifico è Populus nigra, più comunemente "pioppo nero", ed è un albero deciduo che può raggiungere i 35 metri di altezza. Ha una chioma espansa e una crescita veloce. La corteccia è scura e profondamente fessurata, mentre le foglie sono ovato-triangolari, appuntite, con margine dentellato e picciolo lungo, di colore verde brillante sulla pagina superiore, più chiare su quella inferiore. In autunno, le foglie diventano gialle. Il pioppo nero è una pianta dioica, si potrebbe dire bisex, perché genera fiori maschili e femminili che si accoppiano però con i pollini di piante separate.

Andate a salutare il pioppo dei Renaioli, quando vi capita! Lo trovate più o meno a metà strada tra la passerella dell'Isolotto e il ponte all'Indiano.

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  • pioppo nero
  • Renaioli
  • natura urbana
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Clima: non c'è più tempo da perdereFabio Bussonati · Un Mondo Ganzo È Possibile

Abbiamo visto con i nostri occhi la scomparsa del sole di Dicembre e Gennaio e di tutta la Costa Jonica della Sicilia. Non c'è più tempo da perdere e come tecnici non possiamo tacere su quelle che sono soluzioni a portata di mano ma che algoritmi o paradigmi misteriosi relegano sotto il tappeto; la cosa più clamorosa è che gli isolanti naturali non vengono usati per l'isolamento degli edifici se non in bioarchitettura che è, per ora una nicchia ristretta, ma vengono usate quasi esclusivamente materie plastiche di origine petrolifera che non sono adatte a contenere le ondate di calore.

Tra gli isolanti naturali spicca la canapa che regola anche l'umidità dell'aria: una tonnellata di materia secca è composta da 445 Kg di carbonio ricavati con la sintesi clorofilliana dall'anidride carbonica atmosferica che è in rapporto di 1 a 3,6.

Quindi per ogni tonnellata di materia secca vengono estratti dall'atmosfera 1613 Kg di anidride carbonica, e siccome ogni ettaro di canapa produce otto tonnellate di materia secca, ne consegue che ogni ettaro immagazzina in fibra e canapulo 3,56 tonnellate di carbonio, togliendo dall'atmosfera 13,04 tonnellate di anidride carbonica. A questi vanno aggiunti i valori riscontrati nelle radici e nelle foglie lasciati nel campo, che sono un ulteriore 20% del raccolto, composte a loro volta con il 42% di carbonio.

In totale l'anidride carbonica raccolta da un ettaro di canapa industriale ammonta a circa 15,46 tonnellate di cui 2,46 in arricchimento del terreno di materiale organico. I dati relativi alla canapa che pubblichiamo sono tratti dalla rivista "Dolce Vita" che cordialmente ringraziamo.

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  • isolanti naturali
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  • edilizia

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13Attualità6 articoli
Bonus e-bike: è davvero green?Tommaso Martinelli · Ecologia

Fino al 31 marzo sarà possibile fare domanda di contributi comunali per l'acquisto di bici elettriche. Fino a 1000 euro di cui il 50% verrà erogato all'acquisto e il 50% dopo aver percorso almeno 400 km in 6 mesi, chilometri che dovranno essere diligentemente certificati con apposita app.

Potrebbe sembrare tutto ok, tutto bello e tutto "green" ma vorrei soffermarmi su come le logiche tecnocapitalistiche saturino l'aria che respiriamo. Ancora una volta, dopo le agevolazioni per bus e tram, il comune di Firenze eroga fondi pubblici non per tutti, ma solo per "tecnocittadini" felicemente muniti di smartphone e relative App. Inoltre, il bonus è solo per le e-bike e molti ciclisti "classici", se vogliono la bici nuova, saranno incentivati a passare a quella elettrica con un aumento netto di inquinamento e rifiuti. Il messaggio è purtroppo chiaro, oltre la retorica "green", quello che si cerca di educare è un cittadino consumatore sempre più dipendente da piattaforme e mezzi tecnologici.

Buona e-pedalata con app a tutti!

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  • incentivi
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  • tecnocapitalismo
  • app
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Morti prevedibili ma l'obiettivo era il massimo profittoV.B. · Sicurezza sul lavoro

Fallimento sistemico. Così si è chiusa la perizia richiesta dalla procura di Prato per la strage dell'Eni di Calenzano. Gli ingegneri incaricati dal tribunale hanno scritto, nero su bianco, che l'esplosione si poteva evitare, bastava fermare il carico del carburante durante i lavori di manutenzione alla pensilina. E allora perché è stato commesso un errore così grossolano nelle procedure? Perché fermare le autobotti sarebbe costato 250mila euro. Allora tanto valeva rischiare la vita di cinque lavoratori.

Purtroppo Eni non è un caso isolato. Nel 2025 gli infortuni sul lavoro in Italia, secondo i dati dell'Inail, sono aumentati dell'1,4%, 1093 sono stati i morti, tre in più dell'anno scorso, 8 di loro erano studenti. 14 sono stati gli incidenti plurimi con 33 morti complessivi. Un leggero calo si registra in Toscana, dove gli incidenti sono scesi dello 0,91% e si contano 67 morti. Dati allarmanti, che ci parlano di un paese in cui la vita di chi lavora non vale niente, basta correre sempre più veloce e fare sempre più profitti, fino alla prossima strage.

È questo il fallimento del sistema, non una pura casualità e nemmeno una questione di cultura della sicurezza. Finché si continuerà a mettere il profitto davanti a tutto, che sia la vita dei lavoratori o la tutela dell'ambiente o la sicurezza di chi vive intorno agli impianti produttivi, ogni anno ci ritroveremo a contare i morti e magari a indignarci, senza però avere la forza di cambiarlo questo sistema. L'unica giustizia è quella dei tribunali e arriva postuma.

L'altra strage del nostro territorio, quella del cantiere dell'Esselunga in via Mariti dove sono morti cinque lavoratori, è arrivata alla chiusura delle indagini e anche in questo caso l'atto di accusa è chiaro: "Gravi errori di progettazione per inseguire la massimizzazione del profitto". A provocare il disastro, scrivono i pubblici ministeri nell'avviso di conclusione delle indagini notificato a cinque persone e a tre società, l'errore di progettazione della trave che cedette provocando il collasso dei solai. Il motivo? "Un risparmio di spesa ottenuto con il mancato affidamento della progettazione a professionisti esterni e con impiego di personale numericamente inadeguato". Tradotto: si voleva risparmiare e allora ci siamo presi il rischio. Tanto la vita mica era la nostra.

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  • infortuni
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Il rovescio della medagliaRedazione · Attualità

Nelle scorse settimane siamo stati inondati dalla retorica patriottica delle Olimpiadi di Milano Cortina. Ma il medagliere, di cui l'Italia va orgogliosa, ha il suo rovescio, e le conseguenze le subiremo per gli anni a venire. Secondo i dati pubblicati da Greenpeace Italia, le emissioni causate dalle Olimpiadi Invernali 2026 porteranno a una perdita stimata di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso (l'equivalente in termini di superficie di circa 1.300 piste olimpiche di hockey su ghiaccio) e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai. Questa è solo una delle contraddizioni dei giochi invernali: per farli c'è bisogno della neve, ma farli fa sciogliere il ghiaccio.

L'altra grande incoerenza è la scelta di sponsor ad alto contenuto di gas serra: Eni, Stellantis e ITA Airways. Era il 1988 quando la sponsorizzazione del tabacco fu vietata alle Olimpiadi Invernali di Calgary, in Canada, dopo che i danni alla salute pubblica divennero innegabili. E oggi? Siamo capaci di fare altrettanto davanti alla catastrofe climatica provocata dalle fonti fossili?

--- Articolo redazionale, "Il rovescio della medaglia", Fuori Binario n.282

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Tavoli gratis a Palazzo VecchioRedazione · Città in vendita

Quanto costa cenare nel Salone dei Cinquecento? Servono 40mila euro solo per avere lo spazio in concessione, ma lo puoi avere gratis se organizzi un incontro tra proprietari di hotel di lusso e buyer internazionali, ossia fondi speculativi pronti a gettarsi ancora di più sulla culla del Rinascimento, per finire di trasformarla in una non città, abitata solo da ricchi studenti e turisti mordi e fuggi.

È successo all'inizio di febbraio, quando la cena di gala dell'evento Terra Italia si è tenuta proprio all'ombra degli affreschi del Vasari, dopo che l'amministrazione aveva azzerato il canone di concessione per l'uso della sala.

E l'utilità pubblica dove sta? Nel progettare l'ennesimo student hotel? Oppure un nuovo cubo nero con vista sul ponte Vecchio?

--- Articolo redazionale, "Tavoli gratis a Palazzo Vecchio", Fuori Binario n.282

  • Palazzo Vecchio
  • cena di gala
  • turismo di lusso
  • speculazione
  • patrimonio pubblico

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Firenze Città Operatrice di PaceRedazione · Conflitti

Oltre sessanta associazioni si sono messe in rete per chiedere che Firenze sia Operatrice di Pace. La rete è nata a febbraio all'SMS di Peretola, con l'obiettivo di applicare le delibere del Consiglio Comunale di Firenze del 1986 e del 2024, attraverso la costituzione della Consulta delle associazioni che promuovono iniziative di educazione alla pace e alla nonviolenza.

L'assemblea ha votato all'unanimità un documento in cui si ribadisce la richiesta di attuazione delle delibere e di costituzione della Consulta della Pace anche allargando l'iniziativa ai Comuni dell'area fiorentina e in cui si è espressa la volontà di agire in una molteplicità di azioni e di iniziative riassunte in 4 assi tematici: Firenze città in pace; Firenze città della pace, Firenze città per la pace, Firenze contro la guerra.

La rete si è data un coordinamento a rotazione che resterà in carica per sei mesi. Nella sua prima riunione l'assemblea ha espresso solidarietà alla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, vittima di ingiustificabili attacchi alla sua persona e alle sue idee.

--- Articolo redazionale, "Firenze Città Operatrice di Pace", Fuori Binario n.282

  • pace
  • nonviolenza
  • associazioni
  • Consulta della Pace
  • diritti umani
  • Palestina

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Chi protesta è un disagiatoV.B. · Repressione

A Firenze una studentessa del liceo Machiavelli Capponi, di origini marocchine, è stata classificata come "soggetto sociale disagiato" dai servizi sociali per aver partecipato a un presidio degli operai della stireria l'Alba davanti al negozio Patrizia Pepe in piazza Duomo, organizzato dal sindacato Sudd Cobas. Prima è stata convocata insieme ai genitori per un colloquio, poi ha subito un'ispezione in casa: un caso che solleva interrogativi inquietanti sull'uso strumentale dei servizi sociali per intimidire chi esercita il diritto di protesta, e su una possibile discriminazione legata alle origini della sua famiglia.

  • repressione
  • studenti
  • protesta
  • schedatura
  • lavoro
  • sfruttamento
  • razzismo

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14Colophon2 articoli
Il giornale in strada - Colophon e diffusoriRedazione · Colophon

Sezione: COLOPHON | Autore: Redazione

Cara lettrice, caro lettore, il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate con le persone più fragili della città decise di sostenerle facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, uno dei pochi in Italia, da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori — La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza dimora, poveri che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto — La loro possibilità di costruire un reddito dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Questa copia viene affidata a chi lo vende al costo di un euro: è il costo vivo della stampa, dell'affitto della sede e delle utenze. Ciò che offrirai in più andrà a lui.

Diffusori autorizzati

A Firenze: Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Pontassieve e Mugello), Cristina Niccoletti (Rifredi, Piazza Leopoldo), Danila Remus (Santa Maria Novella, Duomo), Francesco Martinelli (Rifredi, Piazza Leopoldo), Gheorghe Carolea (Ospedale Ponte a Niccheri), Grafian Stanescu (Piazza della Repubblica), Marzio Muccitelli (Talenti, Oltrarno), Mihai e Mindra Copalea (Santissima Annunziata, San Marco), Nanu e Maria Ghiocel (Sant'Ambrogio), Raffaele Venuto (Pontassieve e Mugello), Robert Ionita (Via Masaccio, via Milanesi), Teodor Stanescu (Piagge, via Cimabue).

A Livorno: Clara Baldasseroni, Raffaele Venuto.

Redazione

Direttore responsabile: Cristiano Lucchi. Vicedirettrice: Valentina Baronti. Redazione: Alberto Ottanelli, Barbara Cremoncini, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Cecilia Stefani, Clara Baldasseroni, Corrado Marcetti, Cristina Niccoletti, Emanuela Bavazzano, Fabio Bussonati, Felice Simeone, Francesco Martinelli, Gian Luca Garetti, Giovanni Sighele, Guido Leoni, Jacopo Stefani, Laura Bardelli, Laura Tabegna, Lorenzo Guadagnucci, Maddalena Giannelli, Mariella Marzuoli, Marta Benettin, Ornella De Zordo, Paolo Babini, Piero Sbardellati, Riccardo Michelucci, Roberto Pelozzi, Tomaso Montanari, Tommaso Martinelli, Sindy Arcidiacono, Valentina Nicastro, Valerio Giovannini. Grafica e impaginazione: Veronica Urbano, Cecilia Stefani, Antonio Russo.

Sede: Via del Leone 76, Firenze. Tel. 055/2286348. Redazione aperta Lunedì, Mercoledì e Venerdì dalle 15 alle 18.

Editore: Periferie al Centro ODV. Reg. Tribunale di Firenze 4393 del 23/6/1994. ISSN 2784-9384. Chiuso in tipografia il 22 febbraio 2026.

--- Articolo della Redazione, "Il giornale in strada - Colophon e diffusori", Fuori Binario n.282

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Luoghi AmiciRedazione · Colophon

Sezione: COLOPHON | Autore: Redazione

Una rete solidale di gruppi, associazioni, movimenti che accompagnano l'avventura di Fuori Binario. Per segnalare un nuovo luogo amico scrivere a redazione@fuoribinario.org.

  • Anelli Mancanti — Via Palazzuolo 8, Firenze
  • Associazione Convivendo — Via Agnoletti 18, Scandicci
  • Biblioteca Università Europea — Via dei Roccettini 9, Fiesole
  • Bistrot GreenGo — Via Masaccio 15r, Firenze
  • Caffè La Piazzetta — Piazza Tanucci 11r, Firenze
  • Casa delle Donne — Via delle Vecchie Carceri 8, Firenze
  • Centro di Teatro Internazionale — Via Vasco de Gama 49, Firenze
  • Centro Storico Lebowski — La Trave, Via de' Vespucci, Firenze
  • Cinema Garibaldi — Via Filippo Lippi, Scarperia
  • Casa del Popolo Primo Maggio — Le Sieci, Pontassieve
  • Casa del Popolo 25 Aprile — Via del Bronzino 117, Firenze
  • Circolo Firenze Democratica — Viale Petrarca angolo piazza Tasso
  • Circolo Il Melograno — Via Aretina 513, Firenze
  • Casa del Popolo Il Progresso — Via Vittorio Emanuele II 135, Firenze
  • Casa del Popolo La Costituzione — Via Gramsci 560, Sesto Fiorentino
  • Casa del Popolo La Montanina — Montebeni, Fiesole
  • Casa del Popolo Osteria Nova — Via Roma 448, Bagno a Ripoli
  • Circolo Sant'Ellero — Via Contessa Itta 2, Sant'Ellero
  • Casa del Popolo San Niccolò — Via San Niccolò 33r, Firenze
  • Casa del Popolo S.M.S. Serpiolle — Via delle Masse 38, Firenze
  • Comunità delle Piagge — Piazza Alpi-Hrovatin 2, Firenze
  • Comunità dell'Isolotto — Via degli Aceri 1, Firenze
  • Csa Next Emerson — Via di Bellagio 15, Firenze
  • Enoteca Vigna Vittoria — Via Fabbroni 14r, Firenze
  • Fattoria di Mondeggi — Colline di Bagno a Ripoli
  • Forimercato Rete Sociale — Via del Guarlone 10r, Firenze
  • Fraternità di Romena — Romena, Pratovecchio Stia
  • G.A.S. Rione Lippi c/o Arci — Via Fanfani 16, Firenze
  • I' Candelaio - Ronda della Carità — Via del Leone 36r, Firenze
  • La Botteghina — Via Barbera 2r, Firenze
  • Libreria Punti Fermi — Via Boccaccio 49r, Firenze
  • Londra 12, il Taxi di Consuelo — Per le strade di Firenze
  • Madonnina del Grappa — Via delle Panche 30, Firenze
  • Orto Collettivo — Via degli Ulivi 30, Calenzano
  • Biblioteca Torregiani — Via Palazzuolo 95, Firenze
  • Pantagruel — c/o Sollicciano, Firenze
  • perUnaltracittà, La Città invisibile — Gruppo di acquisto
  • Petit Carré — Via Pierozzi 25, San Casciano
  • Progetto Arcobaleno — Via del Leone 9, Firenze
  • SOMS Insorgiamo Collettivo Ex GKN — Via Fratelli Cervi 1, Campi Bisenzio
  • Sudd Cobas — Via San Jacopo 7, Prato
  • Teatrodante Monni — Piazza Dante 23, Campi Bisenzio
  • Villa Guicciardini — Via di Montughi 55, Firenze
  • Villaggio dei Popoli — Via dei Pilastri 45r, Firenze

--- Articolo della Redazione, "Luoghi Amici", Fuori Binario n.282

  • luoghi amici
  • distribuzione
  • rete solidale
  • associazionismo

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15Pagina 151 articolo
Fuori dal Tunnel - Mappa della solidarietà fiorentinaA cura di Silvia Guasti e Jacopo Stefani · Per non perdersi

Una mappa della solidarietà fiorentina. Informazioni preziose per chi vive in strada, è arrivato in città da poco o non conosce la lingua: dove mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, ricevere soccorso.

Per essere accolti e vestirsi

Emergenza freddo (da dicembre a marzo) — Accoglienza dalle 19 alle 9, con distribuzione materiale igienico, cena e colazione. Prenotazioni e informazioni: Lun-Gio 8,30-12,30, Via Corelli 91, tel. 055267701 / 3371213981.

Albergo Popolare — Lun-Ven 10-12, Via della Chiesa 68, tel. 055211632.

Angeli della Città — Distribuzione coperte, vestiario e alimenti (portare ISEE, su appuntamento). Lun, Mer e Gio 10-12,30; Mar 15-18. Via Sant'Agostino 19. Per segnalare persone in difficoltà: 3405239889 / 3534189595.

Centro Aiuto Vita — Banco alimentare per donne in gravidanza o con bambini fino ai 2 anni. Lun-Ven 8,30-12, Piazza San Lorenzo 9, tel. 055291516.

Per mangiare

Ronda della Carità — Tutti i giorni cena 20,30, Stazione Campo di Marte, incrocio Via Mannelli - Viale Mazzini. Tel. 3482712275.

Caritas — Pranzo tutti i giorni 11-13,15, Via Petri 1 (angolo via Baracca), tel. 05530609230.

Angeli della Città — Distribuzione alimenti (portare ISEE, su appuntamento). Via Sant'Agostino 19.

Vincenziani — Banco alimentare, Mer 14-16, Via del Ronco Corto 20.

La Fenice — Tutti i giorni colazione 9-10, Lun pranzo alle 12. Via del Leone 35, tel. 0550510241.

Centro Aiuto Vita — Banco alimentare per donne in gravidanza o con bambini fino ai 2 anni. Lun-Ven 8,30-12, Piazza San Lorenzo 9, tel. 055291516.

Sportello legale

Anelli Mancanti — Assistenza e orientamento legale per persone senza dimora. Mar e Gio 9,30-12,30, Via Palazzuolo 8.

Sindacato di base CUB — Sportello di orientamento sui diritti del malato. Mer 16-19, Via di Scandicci 86, tel. 3295923500.

Comunità delle Piagge — Sportello di orientamento sui diritti del malato. Mer 16-18, Piazza Alpi e Hrovatin 2, tel. 3492527246.

Sportello liste di attesa — Per ottenere l'erogazione delle prestazioni in tempi giusti. c/o Circolo Arci di Porta a Prato.

Associazione Incontriamoci sull'Arno — Sportello di orientamento sui diritti del malato. Gio 15-19, Borgo San Frediano 53R, tel. 3771098460.

Per farsi una doccia

Caritas — Campo sportivo Cascine del Riccio, Lun, Mer, Ven 7-11, Via del Ponte a Iozzi 2 (capolinea bus 36), tel. 05530609230.

La Fenice — Solo per utenti registrati e su prenotazione. Lun-Ven 10-13, tel. 0550510241.

Kit igienici

ACISJF Help Center — Assorbenti, pannolini, bagnoschiuma, spazzolini. Lun-Gio 9,30-12,30 e 14,30-17; Ven 9,30-12,30. Via Valfonda 1, tel. 055294635.

Aiuto dipendenze

Centro Java — Lun-Ven 15-19, Ven-Sab 24-5. Via Pietrapiana angolo via Fiesolana, tel. 0552340884.

Progetto Arcobaleno — Su appuntamento. Lun-Ven 9-19. Via Faentina 23, Loc. Faltona (Borgo San Lorenzo), tel. 0558494052.

Narcotici Anonimi Italia — Incontri più giorni a settimana, tel. 0684025043 (numero unico nazionale).

Giocatori Anonimi — Solo gioco d'azzardo. Lun 21-22,30, Via Morosi 38.

Stop violenza

Sportello Vanessa — Lun 8-12 e 14,30-17,30; Mar 14,30-17,30; Gio 8-12; Ven 8-12. c/o Humanitas Firenze, Via San Bartolo a Cintoia 20/H2, tel. 3480719121.

Nosotras Onlus — Su appuntamento. Lun-Ven 9-13. Via Faenza 103, tel. 0552776326.

Progetto Arcobaleno — Contro la tratta e lo sfruttamento. Mar e Gio 13,30-16, Via dell'Agnolo 5, tel. 055284823 / 3922428438.

Sportello lavoro

ACISJF Help Center — Mer e Ven 9,30-12,30 (stesura e aggiornamento CV anche Lun-Gio 14,30-16,30). Via Valfonda 1, tel. 055294635.

Nosotras Onlus — Orientamento lavorativo donne. Lun-Ven 9,30-13. Via Faenza 103.

Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org. Elenco aggiornato su www.fuoribinario.org/index.php/fuori-dal-tunnel.

--- Articolo a cura di Silvia Guasti e Jacopo Stefani, "Fuori dal Tunnel", Fuori Binario n.282

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16Ultima pagina3 articoli
Il sasso e la manoValentina Baronti · Infine

Lanciare il sasso e nascondere la mano. Sembra essere questa la strategia della destra. Due gli episodi più recenti in provincia di Firenze, a Calenzano e a Bagno a Ripoli.

A fine gennaio, la consigliera di FdI di Calenzano Monica Castro è balzata agli onori della cronaca nazionale, per aver criticato la scelta dell'amministrazione di stringere un patto di amicizia con Jenin: "Non si poteva andare a fare un gemellaggio con l'Austria che sono ricchi? Venivano qui e ci portavano qualche risorsa. Noi dobbiamo andare da quelli storpi, tutti ridotti male, senza casa, senza nulla, non riconosciuti". Queste le sue parole, salvo poi dire che, ovviamente, era un discorso ironico. Intanto però quelle parole sono state pronunciate, in una sede istituzionale.

Poche settimane dopo è stata la volta dei consiglieri di FdI di Bagno a Ripoli, che hanno chiesto di istituire una sorta di schedatura dei docenti in base all'orientamento politico. Nella mozione presentata si chiede di identificare l'orientamento insegnato e voluto dal corpo docente e dalla dirigenza scolastica, facendo anche degli esempi di denominazione: politicamente schierata a sinistra, ideologicamente comunista, favorevole alle teorie lgbtq+, antiamericana, antisionista, antifascista ecc… Salvo poi dichiarare, due giorni dopo, che è stata una provocazione. Quindi, ancora una volta, si fa a chi la tira più grossa e si rimane a guardare.

Del resto, poche settimane prima il Ministero aveva chiesto alle scuole di censire gli alunni palestinesi, con una circolare che probabilmente non avrà nessuna conseguenza reale, ma intanto si è buttata lì la possibilità di una schedatura in base alla razza e la prossima volta a qualcuno non sembrerà poi così strano. È un gioco pericoloso, questo, di tirare il sasso e nascondere la mano, perché entra lentamente e profondamente nell'opinione pubblica e apre la strada allo smantellamento della democrazia.

Lo hanno capito bene le comunità colpite da questi due episodi, che sono scese in piazza, sia a Calenzano che a Bagno a Ripoli, per ribadire valori come la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà, la pace. Hanno manifestato, fieramente antifasciste e con quella strana convinzione che l'Italia sia una democrazia e non l'anticamera di un regime.

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Cruciverba #282 - SbardeRedazione · Cruciverba

Orizzontali: 1. Dedito alla vita contemplativa — 7. Aria... latina — 10. Utensile da cucina bucato — 12. La Rai filogovernativa, sarcasticamente — 13. Interpreti femminili di cinema e teatro — 14. "Acceso" sugli interruttori — 16. Thematic Apperception Test — 17. ___ Fleming, padre di 007 — 19. Espressione matematica o chimica — 23. Sei romano — 24. Competizione automobilistica — 25. Fuori dall'ordinario, eccezionale — 28. Nome proprio di origine russa — 29. In coda alla locomotiva — 30. Giovane tra i tredici e i diciannove anni.

Verticali: 1. Corpo celeste luminoso — 2. Sacre senza pari — 3. Il Di Rienzo, tribuno romano — 4. Alimentate da corrente — 5. Il... telefono della giungla! — 6. Inizio di un'attività o evento — 7. Chi evita i rapporti con gli altri — 8. Gruppo umano con cultura e lingua comuni — 9. Ha tre reti — 11. Babà... da favola! — 15. Iniziali di Frassica — 18. Famoso calciatore brasiliano vivente — 20. Punto cardinale — 21. La Romano della narrativa — 22. Lo sono incudine e martello — 26. Sono... in mezzo alla campagna — 27. Agenzia internazionale per l'energia atomica — 29. Sigla di Venezia.

--- Articolo della Redazione, "Cruciverba #282 - Sbarde", Fuori Binario n.282

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--- Articolo della Redazione, "E tu come puoi sostenerci?", Fuori Binario n.282

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·Altri articoli del numero3
Un medico per i senza dimoraBarbara Cremoncini

Poco nota e poco applicata, la legge 176 del 2024 garantisce anche a chi non ha la residenza di potersi scegliere un medico di base.

C'è una legge che garantisce alle persone senza dimora l'assistenza sanitaria e la possibilità di essere seguite da un medico di famiglia, saltando passaggi burocratici complessi per chi non ha una residenza e deve procurarsene una fittizia e spesso non ha nemmeno i documenti o la possibilità di usare un computer. Questa legge c'è, e potrebbe essere una piccola rivoluzione per chi vive per strada, più esposto a malattie, spesso croniche, che richiedono di essere curate, controllate e seguite con continuità, con farmaci per i quali è indispensabile una ricetta medica. Tutte patologie per cui non può bastare il ricorso al pronto soccorso, che poi è il posto dove spesso finiscono le persone senza casa quando hanno bisogno di cure. Ma l'ospedale serve a poco se poi non si può ricorrere con continuità alle medicine, una volta che sono finite e se non si possono prenotare visite specialistiche ed esami.

Stiamo parlando della legge 176, approvata dalle Camere all'unanimità nel novembre 2024, primo firmatario il deputato Pd toscano Marco Furfaro. Il testo, in tutto tre articoli, è stato sostenuto da numerose realtà del terzo settore e dal mondo della sanità, a partire dall'Associazione Avvocato di strada, alla Caritas, per arrivare alle Federazioni degli Ordini dei medici e dei Medici di famiglia. A fare da apripista, nel 2011, una legge regionale dell'Emilia Romagna, poi seguita negli anni da leggi analoghe in Calabria, Puglia, Abruzzo, Liguria e Marche.

La legge nazionale, entrata in vigore nel dicembre 2024, avvia una sorta di sperimentazione, della durata di due anni, con una dotazione di un milione di euro per ciascuno degli anni 2025 e 2026. Grazie ad essa le persone che non hanno una residenza possono iscriversi, senza impicci di natura burocratica, nelle liste degli assistiti delle aziende sanitarie locali, scegliere un medico di medicina generale o un pediatra, nonché accedere alle prestazioni incluse nei livelli essenziali di assistenza.

In questa prima fase non si applica ai cittadini stranieri senza permesso di soggiorno ed è in vigore solo nelle città metropolitane: Firenze, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia.

Ma anche questa opportunità, limitata (l'approvazione bipartisan ha avuto il suo prezzo) ma pur sempre preziosa, rischia di restare sulla carta o di non essere colta affatto, producendo ulteriori disuguaglianze. "Una volta raggiunto questo traguardo – spiega l'avvocato Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di strada e pioniere della prima legge approvata in Emilia Romagna – la nostra battaglia deve essere quella di far approvare leggi in tutte le Regioni, in modo da estendere a tutti il diritto che al momento resta limitato a chi vive nelle aree metropolitane. Poi per renderla applicabile è necessario insistere perché dal governo vengano linee guida univoche, indicazioni chiare, una modulistica uniforme, su modalità di attuazione che al momento sono diverse da zona a zona".

In altre parole, fatta la legge, bisognerebbe fare in modo che venisse davvero applicata. E questo vale, in particolare, per l'area metropolitana fiorentina, dove in mancanza di una norma regionale, la legge nazionale resta l'unica possibilità. "Non sembra che da parte del governo ci sia poi tutta questa attenzione e si capisce anche il perché – commenta un operatore dell'Associazione fiorentina La Fenice – sarebbero utili direttive precise, perché per avere una residenza, che oggi è l'unico modo per poter accedere all'anagrafe Asl, ci vogliono mesi e la situazione a Firenze è già fuori controllo. La legge permette invece di procedere subito all'iscrizione, indipendentemente dalla residenza".

Quello che al momento sembra scarseggiare sono informazione e comunicazione, essenziali per coinvolgere il mondo del volontariato come pure i medici e gli operatori Asl. Quanto ai fondi, non si ha notizia che il riparto previsto per gli anni 2025 e 2026 del milione indicato nel testo sia mai avvenuto. "In realtà questa legge non ha bisogno di fondi – dice però Mumolo – perché è una norma che di per sé crea un risparmio: il costo di un singolo intervento al pronto soccorso è infatti stimato fra i 250 e i 400 euro, mentre un medico di base costa all'anno 80 euro per ogni cittadino che cura. Inoltre la possibilità di curare alcune malattie prima che cronicizzino o di prevenire complicazioni gravi fa risparmiare in salute e ci guadagna anche il sistema".

Ma va detto che, pur seguendo percorsi un po' tortuosi, la notizia è arrivata agli sportelli Asl. "Certo, si può fare – rispondono all'Ufficio relazioni con il pubblico della Toscana Centro – bisogna rivolgersi all'ufficio anagrafe, prendendo un appuntamento". L'appuntamento si prende per telefono, tutti i giorni dalle 9 alle 12, chiamando lo 055.545454: un po' di pazienza per parlare con l'operatore ma poi, ci assicurano, si può scegliere il medico e non serve la residenza. Chi parla sembra sapere il fatto suo. Confortante e anche strano, visto che l'ente da cui la Asl discende, la Regione, non ne sa assolutamente nulla. Ma per una volta il cortocircuito premia il cittadino.

È il caso di ricordare che numerose ricerche hanno confermato quello che spesso è sotto gli occhi di tutti: le persone fragili, senza istruzione o comunque povere sono più esposte a malattie croniche e carenze alimentari (6,3 persone su mille, ad esempio, soffrono di diabete contro una media del 5,8 - dati Ars), la speranza di vita si riduce e la mortalità aumenta. Analizzando le 434 morti in strada rilevate nel 2024 la Fiopsd ha rilevato che il 38,8% di queste è stata causata da malattie, che hanno colpito persone anche molto giovani. Malattie e morti in molti casi evitabili.

A questo punto l'informazione è cruciale. "Certo, non tutte le persone prive di residenza anagrafica potranno o vorranno fare ricorso a questa possibilità – osserva l'Avvocato di strada – ma l'importante è sapere che si può". Un diritto in più che è utile conoscere e far conoscere.

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Nel baratro della disuguaglianzaMariella Marzuoli

Rapporto Oxfam 2025: l'1% più ricco del pianeta possiede il 43% della ricchezza mondiale e controlla le leve del potere politico.

La democrazia è a rischio in tutto il mondo. È ciò che emerge dal rapporto Oxfam 2025 "Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia". L'analisi della situazione è molto dettagliata. Il "come uscirne" un po' meno.

La crescita della disuguaglianza economica risulta la causa principale dell'erosione dei diritti e della libertà politica. Secondo Oxfam i miliardari hanno 4000 volte più possibilità di ricoprire cariche politiche rispetto alle persone comuni. L'1% più ricco del pianeta possiede il 43% della ricchezza mondiale, mentre quattro miliardi di persone ne detengono lo 0,52%. Una plutocrazia con il controllo dell'economia a scapito dei cittadini e dell'ambiente. Venti anni fa la metà della popolazione mondiale viveva in stati democratici, oggi soltanto tre persone su dieci.

Le élite politiche ed economiche alternano posizioni di potere nelle istituzioni a posizioni di potere nei settori privati, piegando la politica ai propri interessi anche grazie alla propaganda mistificatrice consentita dal possesso accentrato dei media.

E dire che il 65% della ricchezza accumulata dai miliardari nell'ultimo anno sarebbe sufficiente a far vivere in condizioni dignitose, con 8,30 dollari al giorno, i poveri del mondo. Soltanto il 13% della ricchezza dei miliardari è in mano alle donne, il reddito da lavoro degli uomini è 2,4 volte superiore a quello delle donne, le quali svolgono ogni giorno 12,5 miliardi di ore di lavoro di cura non retribuito. La montante retorica sulla famiglia si fonda anche su un arretramento dei diritti delle donne.

I salari diminuiscono di anno in anno mentre i prezzi dei beni di prima necessità aumentano. Privatizzazione e tagli ai servizi pubblici e alla sanità colpiscono le persone più vulnerabili, mentre le grandi aziende farmaceutiche e le compagnie di assicurazione sanitaria registrano profitti colossali.

Il rapporto analizza poi la situazione italiana che rispecchia quella generale, con alcune peculiarità legate alla situazione politica. Tra il 2014 e il 2024 la povertà assoluta familiare è passata dal 6,2% all'8,4% (da 1,55 a 2,22 milioni di famiglie) e quella individuale dal 6,9% al 9,8% (da 4,1 milioni a 5,7 milioni di persone in povertà assoluta).

Oltre ai provvedimenti repressivi che introducono nuovi reati, il governo Meloni erode i diritti tramite inique politiche fiscali, assenza di politiche di contrasto alla povertà e di sostegno del lavoro. Citando il rapporto, "i salari costituiscono solo il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti (...). Tuttavia, fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre 17 è il contributo dei profitti (e 33 delle imposte indirette)". Ovviamente il tema della tassazione della ricchezza rimane un tabù.

È in aumento il lavoro non standard, con i relativi contratti a termine, part time. Quale fascia d'età è maggiormente coinvolta in questo tipo di lavoro? I giovani tra i 15 e i 24 anni. Bassi salari, inesistente potere contrattuale.

Il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all'Assegno di Inclusione, con la modifica dell'Isee ha ridotto e modificato la platea degli aventi diritto. L'Isee serviva per effettuare una graduatoria ordinando i nuclei familiari dal più povero al più ricco. Il principio di categorialità ha scardinato questo principio, per cui le prestazioni dello stato sociale non sono più in rapporto al livello di povertà ma all'appartenenza a una determinata categoria "eccezionalmente svantaggiata e vulnerabile" tipo avere figli...

Provvedimenti conditi da un ostentato disprezzo verso i settori più deboli che trasformano "in capri espiatori le minoranze", i migranti, le persone razzializzate, la comunità LGBT.

Il rapporto indica infine le Misure di contrasto alla povertà a vocazione universale. Molto dettagliate ma, con questa classe dirigente, irrealizzabili. Ma vale la pena riportare parte della riflessione secondo la quale i poveri "possono avere una voce politica significativa quando esistono organizzazioni della società civile forti, partiti politici in grado di mobilitare e rappresentare i loro interessi, una solida competizione elettorale e istituzioni democratiche ben funzionanti". Quindi un appello a tutti noi ad attivarsi non solo in nome di ma con i poveri.

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Al piano terra della vita degli altriAlberto Ottanelli

Intervista con Alessandro Santoro. "Lo stato sociale è stato demolito in favore di bonus elemosina. Sogno una città fatta di piccole comunità senza gerarchie".

Disuguaglianze crescenti, nuove forme di marginalità sociale ed una insofferenza diffusa nei confronti di chi esprime dissenso o propone nuove forme di socialità. Ne abbiamo parlato il mese scorso su Fuori Binario, raccontando il rapporto di Amnesty Italia sullo stato dei diritti umani nel paese. Per approfondire questi temi, abbiamo chiesto un commento ad Alessandro Santoro, prete, da oltre trent'anni voce e anima della periferia fiorentina. Ci incontriamo alle Piagge, nel prefabbricato in cui celebra la messa ma che ospita anche le attività del centro sociale e della cooperativa per la raccolta dei rottami di ferro per la quale Alessandro, avendo rinunciato allo stipendio di prete, lavora. La nostra chiacchierata prende spunto dalle recenti morti di due senza dimora.

Alessandro, nell'ultimo mese a Firenze sono morte in strada, di freddo e di stenti, due persone. Dal tuo punto di vista, cosa raccontano queste morti sulla condizione reale della povertà in città?

Ci dicono che la forbice tra chi detiene privilegi e chi vive in un grado di povertà spaventoso è sempre più ampia. Non è solo una questione economica: è una povertà culturale, sociale e di diritti. Oggi tocchiamo con mano una restrizione dei diritti e un rifiuto quasi sistematico di accogliere chi scappa dalla miseria. E le politiche sociali sono fallimentari perché non sono più costruite mettendosi nei panni degli ultimi.

Tu citi spesso Erri De Luca e la necessità di "mettersi al piano terra del marciapiede" della vita degli altri. Cosa intendi concretamente?

Significa stare al livello della vita dell'altro, senza guardarlo dall'alto in basso. Solo da lì puoi intuire quanto sia profondo il solco tra chi è cittadino a pieno titolo e chi no. Mi viene in mente anche Don Luigi Di Liegro, il direttore della Caritas di Roma degli anni Settanta, quando diceva: "Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei". Oggi mancano la capacità e il coraggio di questo salto. Non ci rendiamo conto che, senza reti di protezione, su quel marciapiede potremmo cascarci tutti in un istante.

Secondo te esiste ancora una "classe media" o stiamo assistendo a una polarizzazione estrema?

Manca la via di mezzo: ci sono pochissimi che hanno tantissimo poi c'è una zona grigia che si sta assottigliando sempre di più. La classe media negli ultimi venti anni si è molto impoverita. I dati statistici celebrano il calo della disoccupazione, ma tacciono sul fatto che gli stipendi sono inadeguati al costo della vita. La risposta comune è la difesa dello status quo: ognuno guarda dalla finestra cercando di non perdere il proprio pezzetto di patrimonio. Ma la realtà si capisce solo quando provi a vivere su quel crinale, dove non esistono paracaduti.

Lo Stato, le Istituzioni locali intervengono con diversi sussidi. Non sono sufficienti?

Lo stato sociale è stato demolito e sostituito dalla "politica dei bonus". Bonus energia, bonus bebè, bonus mamme... sono solo pannicelli caldi. Non cambiano la condizione sociale, anzi, mantengono le persone dipendenti dall'aiuto "benevolo" di qualcun altro. Il povero resta dipendente dai sussidi invece di diventare autonomo. Non serve il bonus energia, bisogna intervenire sul costo del gas. Non serve il sussidio, serve il lavoro. Dobbiamo costruire meccanismi che permettano di rialzarsi con le proprie gambe, per diventare finalmente cittadini attivi. Le politiche sociali dovrebbero partire da qui.

Se potessi fare una sola domanda alle istituzioni cittadine, cosa chiederesti?

Chiederei di cambiare radicalmente il modo di incontrare le persone. Gli assessori dovrebbero venire fisicamente sul territorio, incontrare gli abitanti, ascoltare la loro voce, non decidere da uffici lontani. Altrimenti continueremo a fare, come diceva Don Milani, "parti uguali tra disuguali". Per farti un esempio: se l'affitto delle case popolari è basato sull'Isee, ma poi le spese condominiali restano uguali per tutti, quel costo peserà enormemente di più sul povero. Ecco cosa significa fare parti uguali tra disuguali.

E la Chiesa fiorentina? Che ruolo dovrebbe avere nel denunciare queste ingiustizie?

Purtroppo anche la Chiesa talvolta è parte di questo sistema di assistenza che non libera. È difficile denunciare le contraddizioni se si resta dentro quella logica. Serve un cambiamento radicale di mentalità: smettere di essere erogatori di servizi per diventare costruttori di comunità.

Come si costruisce, concretamente, questa alternativa?

A partire dal basso. Immagino una città fatta di tante piccole comunità che io chiamo "spazi morbidi": luoghi senza gerarchie dove ci si siede, si riposa, si beve un caffè insieme. E questo vale sia per chi sta per strada, sia per il tossico, per il rider, o anche per chi sta un po' più in alto sulla scala sociale e che proprio per questo non entra mai in contatto con queste realtà. Solo così sarà possibile incontrarsi, ascoltarsi, capirsi.

Un'utopia difficile da realizzare...

Difficile, certo, ma necessaria. Se non cambiamo mentalità, resteremo nella logica dell'aiuto caritatevole. Per chi è cristiano, il punto centrale è proprio l'abbassamento di Dio che si fa uomo. La parabola del Samaritano non a caso ci insegna che tutto parte da un uomo che "scende" da Gerusalemme e, assalito dai briganti, viene soccorso da una persona, peraltro l'eretico di turno, il quale lo accompagna a trovare rifugio nel Pandocheion, che in greco significa "casa che accoglie tutto e tutti". Ecco, io sogno una Firenze fatta di tanti Pandocheia.

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