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SOCIETÀ
Al piano terra della vita degli altri
Alberto Ottanelli · Fuori Binario n. 282, Marzo 2026
Intervista con Alessandro Santoro. "Lo stato sociale è stato demolito in favore di bonus elemosina. Sogno una città fatta di piccole comunità senza gerarchie".
Disuguaglianze crescenti, nuove forme di marginalità sociale ed una insofferenza diffusa nei confronti di chi esprime dissenso o propone nuove forme di socialità. Ne abbiamo parlato il mese scorso su Fuori Binario, raccontando il rapporto di Amnesty Italia sullo stato dei diritti umani nel paese. Per approfondire questi temi, abbiamo chiesto un commento ad Alessandro Santoro, prete, da oltre trent'anni voce e anima della periferia fiorentina. Ci incontriamo alle Piagge, nel prefabbricato in cui celebra la messa ma che ospita anche le attività del centro sociale e della cooperativa per la raccolta dei rottami di ferro per la quale Alessandro, avendo rinunciato allo stipendio di prete, lavora. La nostra chiacchierata prende spunto dalle recenti morti di due senza dimora.
Alessandro, nell'ultimo mese a Firenze sono morte in strada, di freddo e di stenti, due persone. Dal tuo punto di vista, cosa raccontano queste morti sulla condizione reale della povertà in città?
Ci dicono che la forbice tra chi detiene privilegi e chi vive in un grado di povertà spaventoso è sempre più ampia. Non è solo una questione economica: è una povertà culturale, sociale e di diritti. Oggi tocchiamo con mano una restrizione dei diritti e un rifiuto quasi sistematico di accogliere chi scappa dalla miseria. E le politiche sociali sono fallimentari perché non sono più costruite mettendosi nei panni degli ultimi.
Tu citi spesso Erri De Luca e la necessità di "mettersi al piano terra del marciapiede" della vita degli altri. Cosa intendi concretamente?
Significa stare al livello della vita dell'altro, senza guardarlo dall'alto in basso. Solo da lì puoi intuire quanto sia profondo il solco tra chi è cittadino a pieno titolo e chi no. Mi viene in mente anche Don Luigi Di Liegro, il direttore della Caritas di Roma degli anni Settanta, quando diceva: "Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei". Oggi mancano la capacità e il coraggio di questo salto. Non ci rendiamo conto che, senza reti di protezione, su quel marciapiede potremmo cascarci tutti in un istante.
Secondo te esiste ancora una "classe media" o stiamo assistendo a una polarizzazione estrema?
Manca la via di mezzo: ci sono pochissimi che hanno tantissimo poi c'è una zona grigia che si sta assottigliando sempre di più. La classe media negli ultimi venti anni si è molto impoverita. I dati statistici celebrano il calo della disoccupazione, ma tacciono sul fatto che gli stipendi sono inadeguati al costo della vita. La risposta comune è la difesa dello status quo: ognuno guarda dalla finestra cercando di non perdere il proprio pezzetto di patrimonio. Ma la realtà si capisce solo quando provi a vivere su quel crinale, dove non esistono paracaduti.
Lo Stato, le Istituzioni locali intervengono con diversi sussidi. Non sono sufficienti?
Lo stato sociale è stato demolito e sostituito dalla "politica dei bonus". Bonus energia, bonus bebè, bonus mamme... sono solo pannicelli caldi. Non cambiano la condizione sociale, anzi, mantengono le persone dipendenti dall'aiuto "benevolo" di qualcun altro. Il povero resta dipendente dai sussidi invece di diventare autonomo. Non serve il bonus energia, bisogna intervenire sul costo del gas. Non serve il sussidio, serve il lavoro. Dobbiamo costruire meccanismi che permettano di rialzarsi con le proprie gambe, per diventare finalmente cittadini attivi. Le politiche sociali dovrebbero partire da qui.
Se potessi fare una sola domanda alle istituzioni cittadine, cosa chiederesti?
Chiederei di cambiare radicalmente il modo di incontrare le persone. Gli assessori dovrebbero venire fisicamente sul territorio, incontrare gli abitanti, ascoltare la loro voce, non decidere da uffici lontani. Altrimenti continueremo a fare, come diceva Don Milani, "parti uguali tra disuguali". Per farti un esempio: se l'affitto delle case popolari è basato sull'Isee, ma poi le spese condominiali restano uguali per tutti, quel costo peserà enormemente di più sul povero. Ecco cosa significa fare parti uguali tra disuguali.
E la Chiesa fiorentina? Che ruolo dovrebbe avere nel denunciare queste ingiustizie?
Purtroppo anche la Chiesa talvolta è parte di questo sistema di assistenza che non libera. È difficile denunciare le contraddizioni se si resta dentro quella logica. Serve un cambiamento radicale di mentalità: smettere di essere erogatori di servizi per diventare costruttori di comunità.
Come si costruisce, concretamente, questa alternativa?
A partire dal basso. Immagino una città fatta di tante piccole comunità che io chiamo "spazi morbidi": luoghi senza gerarchie dove ci si siede, si riposa, si beve un caffè insieme. E questo vale sia per chi sta per strada, sia per il tossico, per il rider, o anche per chi sta un po' più in alto sulla scala sociale e che proprio per questo non entra mai in contatto con queste realtà. Solo così sarà possibile incontrarsi, ascoltarsi, capirsi.
Un'utopia difficile da realizzare...
Difficile, certo, ma necessaria. Se non cambiamo mentalità, resteremo nella logica dell'aiuto caritatevole. Per chi è cristiano, il punto centrale è proprio l'abbassamento di Dio che si fa uomo. La parabola del Samaritano non a caso ci insegna che tutto parte da un uomo che "scende" da Gerusalemme e, assalito dai briganti, viene soccorso da una persona, peraltro l'eretico di turno, il quale lo accompagna a trovare rifugio nel Pandocheion, che in greco significa "casa che accoglie tutto e tutti". Ecco, io sogno una Firenze fatta di tanti Pandocheia.
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Uscito sul numero 282 (Marzo 2026). Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
