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DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
Un cantiere sociale contro l'autoritarismo
Fuori Binario · Fuori Binario n. 282, Marzo 2026, pagina 1
Come è cambiata l'Italia con i numerosi decreti sicurezza del Governo Meloni? Siamo di fronte a un attacco alla democrazia? Su queste e altre domande si confrontano due esperti in materia, collaboratori di Fuori Binario. Vincenzo Scalia, professore associato in Sociologia della devianza presso l'Università degli Studi di Firenze, che si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata e abusi di polizia; e Lorenzo Guadagnucci, giornalista, fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova, e autore, insieme a Vittorio Agnoletto, di "L'eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova".
La cosiddetta emergenza sicurezza e i relativi "pacchetti" normativi hanno una lunga storia. Qual è la novità introdotta dal governo Meloni?
Vincenzo Scalia - Il governo Meloni si distingue dagli altri per quello che chiamerei la repressione preventiva. Le norme contenute nei vari ddl sicurezza, a cominciare dal decreto antirave, hanno l'obiettivo di impedire che le persone si aggreghino in modo spontaneo e che comunichino tra di loro per elaborare strategie di opposizione condivise. Di più: la norma anti-blocchi stradali, quella cosiddetta antigandhi, e lo scudo penale per i poliziotti mirano a rendere impossibile manifestare e fare valere i propri diritti rispetto ad eventuali abusi di polizia. A questo va aggiunto tutto l'apparato simbolico. Non soltanto il governo interviene lì dove l'allarme viene creato e diffuso dai media, ma comunica al pubblico che manifestare è pericoloso, militarizzando le città in occasione di dimostrazioni pubbliche. Gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna mostrano come il governo Meloni, a differenza dei precedenti, si rifiuta di mediare, agendo attraverso il prefetto e bypassando così non solo le realtà diffuse a livello locale, ma anche le amministrazioni pubbliche. Sembrerebbe un contesto neonapoleonico.
Lorenzo Guadagnucci - A me sembra che il governo Meloni abbia colto l'occasione di alzare la posta sfruttando un terreno politico-culturale preparato negli anni, ormai decenni precedenti, con la cosiddetta emergenza sicurezza, una costruzione politico-mediatica sganciata dalla realtà ma coltivata da tutti i governi che l'hanno preceduta, a partire dal secondo governo Prodi (2006-2008), quello che cominciò a parlare di "insicurezza percepita" equiparandola all'insicurezza reale. Oggi Meloni fa un passo in più e mira a una democrazia dell'intimidazione: nel mirino c'è chi scende in piazza e l'obiettivo sembra essere la criminalizzazione dei movimenti sociali, unica reale opposizione esistente.
Si profila una democrazia autoritaria? Che caratteristiche, a vostro parere, potrebbe avere?
Vincenzo Scalia - La democrazia autoritaria si manifesta svuotando il parlamento e le istanze intermedie, come le amministrazioni locali, delle loro prerogative. Il sovrano, o meglio, la sovrana, agiscono in modo diretto col pubblico, al limite con la mediazione di mezzi di comunicazione compiacenti, che diffondono il messaggio governativo. Anche se una certa cultura legalitaria è diffusa anche a sinistra, il governo vi attinge a piene mani. Non a caso, dopo i fatti di Torino, Meloni ha lanciato un appello bipartisan. Sa di avere dalla sua una parte dell'opposizione. Non si può, non si deve discutere delle misure intraprese dal governo. Non si può manifestare il proprio malessere. Pena incorrere nella repressione. Sotto questo aspetto, il parlamento, la magistratura, le autonomie locali, costituiscono intralci da neutralizzare o eliminare. Non è un bel futuro quello che ci aspetta.
Lorenzo Guadagnucci - Oltre a tutto questo, credo che dobbiamo guardare anche all'estero per immaginare le forme della democrazia autoritaria a venire: è probabile che paesi come Ungheria, Israele, Stati Uniti e le loro democrazie illiberali e autocratiche, le loro forme di apartheid, possano costituire un nuovo modello istituzionale per molti altri paesi.
Quali saranno gli effetti per le persone più fragili?
Vincenzo Scalia - Le persone fragili possono aspettarsi solo il peggio. Per esempio, pensiamo alle zone rosse. Una persona con precedenti penali non può recarsi in una zona dove magari è situato l'ospedale. Oppure non può portare le medicine alla madre o al padre malato che risiedono in quella zona. Il tutto, sulla base di criteri discrezionali in mano alla polizia, che si rivolgerà a quelli dall'aspetto poco raccomandabile, mentre lascerà stare chi è vestito bene e appare, per loro, una persona rispettabile. Per non dire dei senza tetto, dei minori non accompagnati, dei rom, delle sex workers, indicati a priori come la quintessenza della pericolosità e costretti a stare lontano dai centri città, senza magari potere ricorrere ai centri di assistenza per nascondersi, invece, in periferia con mezzi di fortuna. Senza parlare poi di categorie ancora più fragili, come detenuti e consumatori di sostanze, criminalizzati e rinchiusi in strutture disumane.
Lorenzo Guadagnucci - Credo che si stia prefigurando un assetto sociale e normativo sempre più classista, con forme più o meno velate di apartheid. Tutto ciò non può che alimentare nuove forme di esclusione e un clima di crescenti tensioni. In larga parte è già così: le condizioni di vita e le prospettive esistenziali dei più fragili stanno già vivendo una fase di incipiente deterioramento, alimentato anche dall'indebolimento della funzione pubblica, dal rifiuto diffuso dell'uguaglianza come valore guida. È un grande tema sia politico sia culturale.
Quale tipo di risposta politica, sociale, culturale pensate sia possibile immaginare?
Lorenzo Guadagnucci - Posto che siamo di fronte a una debolezza estrema, fino all'evanescenza, delle opposizioni politiche istituzionali, del tutto incapaci di esporre e sostenere una visione alternativa all'autoritarismo e all'apartheid sociale (per non parlare dell'economia di guerra), credo che sia arrivato il momento per i movimenti sociali di non limitarsi all'azione e alla protesta di piazza, pur necessari, ma di attivare o riattivare tutte le forme di solidarietà e mutualismo dal basso che sono la vera forza di ogni opposizione sociale, in condizioni di autoritarismo crescente. Tutte le strutture autogestite di base devono essere sostenute e rafforzate, nessuna esclusa: dalla casa alla salute al lavoro all'informazione. C'è da aprire un grande cantiere sociale e politico di ricostruzione dei nessi di cittadinanza; c'è bisogno di dare una dimensione corale alla ricerca di senso avvertita da moltissime persone.
Vincenzo Scalia - Oppure, semplicemente, bisogna uscire dalla gabbia neoliberista. In due sensi. Il primo è quello di smetterla di tagliare la spesa pubblica. Piuttosto che in armi, si deve investire in edilizia pubblica, scuole, sanità, centri di aggregazione, assunzione di personale che opera nel sociale. Il secondo senso di marcia è quello dell'inclusione. Il neoliberismo si basa sulla competizione. Chi ce la fa, bene. Chi non ce la fa, rimane fuori e deve starci. Se non accetta la marginalità, gli si dispiega l'apparato repressivo: carceri, polizia. Non a caso, le questioni che pone il movimento Defund the Police, nato negli USA, dove, da Reagan in poi, i soldi del welfare sono andati alle carceri e ai poliziotti. È ora di invertire la tendenza.
!Pagina 5 Fuori Binario #282
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Uscito sul numero 282 (Marzo 2026), a pagina 1. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
