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Lo sai che...Redazione · Come sostenerci
> "Quando do cibo ai poveri, mi chiamano santo. Quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, mi chiamano comunista." > Hélder Câmara
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Indicazioni di votoCristiano Lucchi · Resistenze
Nel nostro disgraziato Paese si può morire per aver deciso di aiutare il prossimo? Sì, tra le lacrime di coccodrillo dei più naturalmente. È successo il 18 agosto scorso, a Carrara.
Maria Laura Zuccari è stata uccisa dagli effetti di un clima esasperato dall'azione dell'uomo. Le è caduto un albero addosso durante una tempesta. Nonostante i rischi che avrebbe corso ha lasciato la sicurezza offerta dalla propria casa per sincerarsi delle condizioni di una senza dimora che viveva in un parco pubblico. Lo racconta Marco Rovelli all'interno, nelle pagine dedicate a come le istituzioni combattano i poveri e non la povertà; all'incredibile vicenda di un Comune, quello di Firenze, che nega la cittadinanza (e i diritti ad essa correlati) a chi non vuol seguire percorsi e accompagnamenti che meglio troverebbero asilo in uno Stato etico e non di diritto; dove il reddito di cittadinanza viene avversato dalle stesse classi sociali che guadagnano dallo sfruttamento di chi sta peggio.
Ecco, l'Italia del 2022 è fatta così. Chi è povero va punito, nel migliore dei casi ignorato. Ma se una persona non ci sta, non si fa mettere il cappio dai perbenisti di turno, si muove con il proprio corpo in aiuto di un altro corpo, allora diventa l'esempio da seguire, la foglia di fico di un'umanità ormai devastata dall'individualismo, dall'egoismo e dal si salvi chi può.
In queste pagine non troverete nessun articolo sulle imminenti elezioni. I temi che stanno a cuore al nostro giornale, alle tante donne e ai tanti uomini che in strada (e non solo) cercano quotidianamente di sopravvivere, sono assenti dal dibattito pubblico. Si preferisce dare in pasto all'opinione pubblica un conflitto tra i partiti che noi reputiamo falso.
Tranne rarissime eccezioni, infatti, dagli anni Novanta ad oggi destra e sinistra hanno governato un sistema liberista distinguendosi sui dettagli e non sulla sostanza.
Quando entreremo in cabina elettorale, il 25 settembre, penseremo a Maria Laura e ai principi e ai valori che l'hanno mossa. Solo dopo potremmo segnare la scheda senza timore di sbagliare.
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2Pagina 21 articolo
La scrittura come via di fugaLaura Bardelli · Controvento
Pastore, bandito, latitante, detenuto, poeta: dall'isolamento del carcere alla seconda vita con la Comunità delle Piagge
C'è un filo che percorre la vita e le opere di Giovanni Farina, pastore-poeta nato a Tempio Pausania nel 1950, ed è quello costituito dal potente legame con la terra, le sue creature, i suoi odori e sapori. Se si scorrono le oltre trecento pagine della sua autobiografia, Nonostante i cacciatori di uomini, lo si rintraccia facilmente, così come è agevole riconoscere il punto in cui quel legame viene reciso dall'irrompere della cronaca giudiziaria nell'esistenza di questo giovane, stabilitosi con la famiglia sulle montagne intorno a Prato.
Lo sradicamento dal ventre naturale costituito dal binomio Barbagia-Calvana avviene nel 1975, quando una segnalazione, che poi si rivelerà priva di fondamento, lo conduce alle Murate di Firenze, il primo di una lunga serie di luoghi di pena, luoghi che sono al tempo stesso non-luoghi, diversi e sempre uguali. Dopo un secondo arresto e molti mesi di carcerazione preventiva, decide di intraprendere in proprio l'attività pastorale, ma nel 1979 viene di nuovo colpito da un mandato di cattura: allora si lancia in una corsa disperata e per qualche tempo si dà alla macchia, diventando il "bandito" (nel senso letterale del termine) che lo Stato aveva da tempo deciso che fosse.
Sono gli anni della latitanza, in cui partecipa ai sequestri Ciaschi e Del Tongo per poi approdare in Sud America, una terra della quale conserva un ricordo struggente: prima in Venezuela, sotto il cui cielo stellato si insinua la nostalgia e dove una donna, Marlene, lo mette di fronte all'inganno di un'esistenza sotto copertura; poi in Colombia.
Arrestato all'aeroporto di Bogotà il 4 ottobre del 1982 ed estradato, finisce in una girandola di carceri, antiche fortezze in località celebri per la loro storia, luoghi ameni la cui bellezza negata si fa ancora più straziante. Volterra (dove trascorre quattro mesi in isolamento totale), San Gimignano, Livorno, Porto Azzurro: «un carcere imponente come un castello antico, sembra una sentinella nel grande mare azzurro, da dove si vedono le sue acque che vivono il desiderio di esistere quando toccano il sasso sulla riva con rumore di abbandono».
L'applicazione dell'articolo 41 bis (simile all'articolo 90 che gli era stato imposto fin lì e pensato per i mafiosi, dopo gli omicidi Falcone e Borsellino) comporta limitazioni estreme ed una sostanziale sospensione dei diritti del detenuto: sorveglianza continua, non più di una telefonata e un'ora di colloquio al mese da dietro un vetro blindato, proibite le riviste e i libri con copertina rigida, censurato il giornale, vietato dare il buongiorno al detenuto di fronte; gli indumenti sono contati e non possono essere imbottiti, anche la penna e i fogli per scrivere sono concessi con il contagocce. Grazie alla lettura e a una preside illuminata, un altro "luogo deputato" dello Stato trova tuttavia spazio in questa solitudine anonima: la scuola. Nel carcere di Fossombrone, presso Urbino, Giovanni, che aveva frequentato solo fino alla quinta elementare, riprende gli studi interrotti e scopre un'altra via di fuga attraverso la scrittura.
Ma le avventure del protagonista non sono finite: passato al regime di semilibertà, si dà nuovamente alla latitanza e vola in un'altra isola, agli antipodi della sua Sardegna: arrestato il 25 agosto 1998 all'aeroporto di Sidney, conosce anche le prigioni australiane, dove riceve la visita di Giuseppe Soffiantini, del cui sequestro era stato intanto accusato: Soffiantini non lo riconoscerà mai come uno dei suoi carcerieri e nel 2007 firmerà l'introduzione alla raccolta Poesie.
Del viaggio che lo porta a Fiumicino, Giovanni ci lascia una delle immagini più visionarie di tutta la sua autobiografia in cui, dalla metamorfosi fra l'uomo incatenato al suo sedile e l'aereo stesso, nasce un nuovo essere, che tenta disperatamente di librarsi in volo: «Sospeso in alto nell'aria, sembrava un grosso uccello che dopo uno sforzo fisico riusciva a cavalcare il vento, ad andare verso il cielo. Nella sua lunga corsa sulla pista, aveva fatto non pochi scricchiolii: sembrava che tutte le sue ossa si stessero rompendo, aveva pianto di dolore!».
Oggi, che Giovanni Farina sconta l'ultimo anno di pena fuori dalle mura del carcere, presso il Centro sociale Il Pozzo, quel filo si è finalmente riallacciato e le due anime di quest'uomo silenzioso e industre appaiono ricongiunte nel servizio alla collettività: alle Piagge si occupa della biblioteca e due volte a settimana si dedica alla cura del podere di Villore, in Mugello.
La comunità lo ha festeggiato il 23 giugno scorso, quando sono stati presentati i suoi libri, attraverso i quali la sua incredibile storia si dipana come un romanzo d'avventura, trovano spazio le riflessioni, si aprono lunghi silenzi. Giovanni appariva indaffarato, fra pentoloni e spiedi, felice, a tratti un po' smarrito in mezzo a tanta gente: «Mi devo riabituare alla socialità», ha ammesso aprendo l'incontro con un ringraziamento commosso, rivolto in particolare ad Alessandro Santoro. Forse, ha ritrovato quel luogo dell'anima che andava cercando nella macchia della Calvana, aprendosi un varco fra i rovi: «Sono andato a vedere la mia casa: era quarantatré anni che non ci andavo; ho durato fatica a trovarla, è diventata una giungla, mi sono fatto spazio con il machete», mi aveva scritto qualche settimana fa, inviandomi una valanga di fotografie. Poi ha aggiunto: «Però ci sono riuscito».
(Le citazioni sono tratte da Giovanni Farina, Nonostante i cacciatori di uomini. Autobiografia, Editziones Associazione culturale de su Arkivu bibrioteka «T. Serra», Guasila, 2013)
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3Contro il decoro2 articoli
Vietato annaffiare, così imparateCarlo Cuppini · Contro il decoro
A Firenze si promulga un'ordinanza inutile ma "educativa", sanzione inclusa. Un metodo per scaricare le responsabilità che sa di deriva verso lo Stato etico
Sembra che i politici e gli amministratori italiani abbiano trovato la pietra filosofale del "buon" (o forse del "facile") governo nella colpevolizzazione dei cittadini. Colpevolizzare, perseguitare, punire, è la dinamica che è stata sperimentata in tutte le declinazioni possibili durante la gestione della pandemia: un metodo che non risolve nessun problema, ovviamente, ma che ha il pregio di scaricare le responsabilità, creare coinvolgenti diversivi, direzionare le aspettative e le frustrazioni dei cittadini lontano dai "palazzi", e in definitiva fornire un alibi perfetto ai politici per non fare niente di niente sul piano strategico e strutturale.
Sul finire della pandemia, nuove emergenze hanno richiamato nuovi tipi di colpevolizzazione e di persecuzione. La logica è sempre quella, e il corollario è sempre la delazione: un modo capillare ed economico per sorvegliare, promosso da vari influencer, cantanti e attori, i cui episodi più significativi sono a volte riferiti con compiacimento civico dalle testate locali.
In questa estate rovente e disidratata, a Firenze e in molte altre città registriamo l'accanimento degli amministratori contro il verde privato, i giardini, gli orti e dunque la cosiddetta "economia di sussistenza": quel modello di produzione e scambio di cui parlava già Ivan Illich, che non trova un posto nell'economia di mercato, sfugge alle sue leggi e alle sue misurazioni, e per questo può - o forse deve - scomparire.
Così l'ordinanza 157 del 28 luglio 2022 del Sindaco di Firenze dispone il "divieto assoluto, su tutto il territorio comunale, di utilizzare l'acqua potabile proveniente dall'acquedotto per scopi diversi da quelli igienici e domestici ed in particolare è vietato utilizzare acqua potabile fornita dal pubblico acquedotto per: l'innaffiamento di giardini, prati ed orti; (...)"
Una chiacchierata telefonica con la funzionaria che ha redatto l'ordinanza mi chiarisce, al di là di ogni possibile dubbio, che quanto scritto va preso alla lettera: le mie quattro piante di pomodori possono seccare, il mio giovane ciliegio anche, le tre piante di kiwi vecchie di trent'anni, che producono centinaia di frutti, lo stesso. Salvo "ingegnarsi".
Ma dunque l'emergenza idrica è tale da sacrificare il verde urbano privato, che è utile non solo all'estetica del giardino o del balcone, ma anche al godimento del fresco, all'ossigenazione dell'aria di tutti, alla produzione di beni alimentari a uso familiare? Qualcuno morirà di sete se io userò i miei 40 litri d'acqua al giorno per tenere in vita questi esseri vegetali? Vorrei saperlo, perché se così fosse sarei il primo a mettere il sigillo al rubinetto in giardino e a far andare in malora ogni essere vivente che lo popola - vegetali e, di conseguenza, animali.
Ebbene, la risposta è no: Firenze non si trova in un'emergenza idrica del genere. Lo dicono le misurazioni idrometriche dell'invaso di Bilancino, che fornisce acqua agli acquedotti dell'Anconella e di Mantignano, e quindi offre acqua potabile a tutta l'area fiorentina. L'11 agosto scorso venivano misurati 55 milioni di metri cubi d'acqua. Più o meno alla stessa data, dal 2021 al 2011, il valore in milioni di metri cubi era: 62, 56, 58, 63, 53, 58, 57, 57, 60, 43, 58.
Del resto, lo dice la stessa ordinanza: "dato atto che al momento l'Arno, da cui si approvvigionano gli impianti di potabilizzazione dell'Anconella e di Mantignano, è in grado di soddisfare la richiesta idrica di Firenze e degli altri comuni serviti grazie all'acqua presente nell'invaso di Bilancino..."
E lo dice anche l'assessore all'Ambiente del Comune di Firenze Andrea Giorgio: "Si tratta di un'ordinanza che risponde ad una situazione critica e mira a orientare i comportamenti dei cittadini: infatti sebbene grazie all'invaso di Bilancino la città oggi non viva una situazione emergenziale, la siccità che affrontiamo e i cambiamenti climatici epocali in atto ci devono spingere a promuovere sempre più un approccio al consumo più attento alla risorsa idrica: tutti devono capire che ognuno di noi, con gesti all'apparenza piccoli, può fare la differenza e tutelare un bene comune fondamentale" (Ansa, 28/7/22).
Orientare i comportamenti dei cittadini. Promuovere approcci. Tutti devono capire che ognuno può fare la differenza... Sono propositi sacrosanti, ci mancherebbe. Chi scrive cerca di improntare le proprie scelte, grandi e piccole, a criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed etica da qualche decennio. Ma intaccare disinvoltamente libertà e diritti, individuali e collettivi, per perseguire obiettivi fondamentalmente "educativi", o in rapporto a una paradossale e preoccupante idea di "emergenza preventiva ed eventuale", sa molto di Stato etico, nell'accezione peggiore.
Francamente, di fronte a queste sempre più frequenti manifestazioni del potere politico e amministrativo, tese a rimpiazzare la responsabilità istituzionale con la colpevolizzazione dei cittadini, mi pare ogni volta di vedere crollare un pezzo della cultura liberale e dell'idea di Stato che da essa è nato.
Ugo Bardi, docente all'Università di Firenze, esperto di clima, energie e risorse, ha scritto sul suo blog su Il Fatto Quotidiano: "Siamo di fronte a un problema serio che non si risolve con ordinanze che alla fine sono soltanto una spennellata di verde. Bisogna curare il territorio, e questo vuol dire in primo luogo evitare di cementificarlo, cosicché non si perda immediatamente la pioggia che arriva. (...) Di certo, non serve a niente prendersela con i cittadini che non chiedono altro che potersi prendere cura dei loro orti".
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Là dove c'era un lago adesso c'è... un altro hotelAndrés Lasso · Contro il decoro
In questi giorni di siccità, in cui in tanti comuni italiani si stanno attivando autobotti, in cui ai cittadini di Firenze è proibito anche innaffiare (ma non lavare l'auto all'autolavaggio) è ancora più deprimente passare da Viale Belfiore, dove si era formato questo lago accidentale di acqua di falda pulitissima, e vedere al suo posto gru, cemento, e cartelli entusiasti che annunciano il prossimo Student Hotel.
È triste pensare alle migliaia di metri cubi d'acqua che sono state drenate via durante settimane, anzi mesi, e gettate nelle fogne, perché quella era "una voragine senza futuro" (parole testuali del sindaco Nardella).
Evidentemente l'idea che il futuro della nostra società sia più legato all'acqua dolce e alla sua disponibilità, che non all'ennesima struttura ricettiva di lusso in una città satura di turismo, non sfiora nemmeno gran parte della nostra classe politica.
Eppure persino in chiave turistica, quella situazione poteva essere sfruttata in modo diverso. Proviamo a immaginare.
A immaginare un progetto in cui si rimodellavano gli argini, si mettevano a dimora piante acquatiche autoctone che si aggiungevano alla vegetazione che già stava spontaneamente colonizzando l'area. Si creava un punto con un piccolo molo e qualche pedalò, una discesa accessibile, si faceva una vera riqualificazione coniugando fruibilità, sicurezza e servizi ecosistemici.
Avremmo avuto un lago naturale a un passo dalla ZTL, a 500 metri dalle Cascine, a 5 minuti di ciclabile.
Avremmo avuto un'isola di calore in meno.
Avremmo avuto un caso studio di interesse nazionale per progetti di ricerca in campo di ecologia urbana.
Avremmo avuto dell'acqua, da usare per emergenze come quella odierna, acqua per caricare qualche autobotte e irrigare qualche albero messo a dimora nelle ultime stagioni, anziché farlo seccare.
L'ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo è allarmante. Tra le tante cose ci dice che quello avvenuto tra il 2012 e oggi ci ha privato di 360 milioni di metri cubi di acqua che non è arrivata alle falde. In altre parole, se lo avessimo stoppato anche solo dieci anni fa oggi avremmo 6mila litri di acqua a testa in più.
In compenso avremo uno Student Hotel. Che probabilmente avrà come l'altro anche una piscina. Perché "the beach is boring", la spiaggia è noiosa, come recita il loro slogan in quella di Viale Lavagnini. Forse per taluni in generale il contesto naturale è noioso, spiaggia o lago che sia. Invece accelerare un processo di crisi ecologica globale dagli effetti forse irreversibili, sembra così emozionante...
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4Pagina 42 articoli
Lo slalom del reddito di cittadinanzaValentina Baronti e Camilla Lattanzi · Diritti
Garantire un'entrata certa e un sostegno per trovare lavoro: un'idea buona e giusta che inciampa negli inghippi della burocrazia e delle procedure online
"Non voglio il reddito di cittadinanza. Ne ho bisogno ma preferirei lavorare: guadagnerei di più e potrei mettere in pratica quello che so fare. Ho fatto il muratore, il metalmeccanico, so fare l'idraulico, so lavorare con le mani. Poi ho avuto alcuni problemi e sono rimasto fuori dal giro. Mi hanno dato il reddito di cittadinanza, mi spetta". È la testimonianza di F. sul reddito di cittadinanza, una delle tante: "Il reddito non mi accompagna nel lavoro, ricevo solo qualche annuncio, poi devo procedere io a candidarmi ed è complicato farlo, anche per ragioni tecnologiche". F. ci mostra i messaggi che riceve dalla sua tutor su Whatsapp, nello smartphone. "Pensavo che avendo fatto domanda al Centro per l'Impiego, entro tre mesi avrei trovato un lavoro, magari un lavoro di ripiego, ma ero disposto a tutto. Invece il mio reddito di cittadinanza è scaduto due volte senza che trovassi un lavoro, e ho dovuto penare per farmelo rinnovare. Il perché non si è capito: il Caaf ha dato la colpa all'Inps di Roma, l'Inps di Roma ha detto che è stata colpa dell'Inps di Firenze e all'Inps di Firenze hanno dato la colpa al Caaf. Sono stato alcuni mesi senza reddito e ho dovuto affrontare da capo la trafila: portare l'Isee, fare domanda e stare altri mesi senza reddito aspettando l'attivazione. Il mio navigator all'inizio è stato gentile e simpatico, probabilmente è una tattica. Inizialmente cerca di motivarti e di stimolarti, ti chiama spesso, ma alla fine nel tempo il rapporto si è ridotto ai messaggini su Whatsapp. Ho avuto una mail e un numero di telefono al quale rivolgermi, ma a me non hanno mai risposto".
Guardiamo insieme a F. gli ultimi messaggini che ha ricevuto: si tratta di richieste di candidature per Operatore ecologico, Guardiania (custodia e sorveglianza), Addetto alle pulizie. "Tutti e tre possono essere adatti a me - dice F. - perché cambiare i sacchetti o spazzare per terra sono operazioni che tutti possono fare". Guardiamo l'annuncio per la guardiania: non è specificato se possono candidarsi anche persone pregiudicate. "In occasione della fiera toscana del lavoro si ricerca personale come guardia notturna, per gestire avvenimenti, effettuare check-in, eccetera. Esperienze precedenti non richieste. Full time. Tipologia di lavoro: a tempo determinato. Sede Firenze. Possesso partita IVA no." Tentiamo di procedere per ultimare la candidatura, ma il procedimento si blocca e non ci riusciamo. "È sempre così, finisco per avere problemi di password, di spid, di sistema operativo, di APP". Quindi? "Quindi ieri ho fatto una giornata di lavoro al nero come manovale. Nessuna garanzia, nessuna tutela, nessuna continuità, ma bisogna pur campare".
F. ha dovuto prendere un nuovo appuntamento al Centro per l'Impiego, dove spera che possano aiutarlo. "Per lo Spid devo cambiare smartphone, perché quello che ho non supporta la APP necessaria. E se non hai risorse per un nuovo telefono?".
Anche per S. la principale delusione è legata all'impossibilità di trovare un lavoro: "Se, come avevano detto inizialmente, l'erogazione della quota mensile del RDC poteva trasformarsi in un incentivo all'assunzione dei percettori in qualche azienda, allora il provvedimento avrebbe funzionato e molte aziende avrebbero avuto dei vantaggi, ricevendo in questo modo un sostegno sul costo del lavoro". Ma per S. al danno di non aver avuto accesso al mondo del lavoro si è aggiunta la beffa: nel marzo scorso l'erogazione del reddito è stata sospesa senza preavviso ed è stato chiesto il rimborso di sei mesi, oltre 6mila euro che questa famiglia, entrambi i genitori disoccupati e due minori a carico, proveniente da un'altra città e quindi senza appoggi familiari, potrà restituire, bontà loro, a rate. Tutto per un errore commesso dagli uffici che li hanno seguiti nella macchinosa burocrazia che avvolge tutto in questo paese, ma che è ancora più grave quando ostacola provvedimenti verso i soggetti più deboli della società. "Ci è stato tolto il sussidio del reddito di cittadinanza e anche l'assegno dei minori senza nessun preavviso né spiegazione - racconta -. Ce ne siamo accorti dopo la non avvenuta ricarica del mese di marzo scorso e con due minori a carico che vanno a scuola l'allarme e la preoccupazione sono state grandi".
Il nucleo familiare di S. ha un ISEE inferiore a mille euro, quindi ben al di sotto del tetto massimo di oltre 9mila euro previsto per avere diritto al reddito di cittadinanza. Il problema è stata una polizza sulla vita bloccata, che quindi non poteva essere riscattata, che faceva superare, seppur di misura, il tetto patrimoniale: "Nel dicembre 2021 abbiamo ricevuto una lettera che ci segnalava una situazione di indebito per sei mensilità a cavallo tra il 2019 e il 2020 per le mensilità dei mesi da luglio 2019 a gennaio. Ci siamo recati all'Inps con questa lettera, ma ci è stato detto di stare tranquilli, che non ci avrebbero sospeso il sussidio e che potevamo chiedere il riesame o fare ricorso tramite il patronato, cosa che abbiamo fatto. Poi a marzo la doccia fredda: il reddito viene sospeso". Nel frattempo S., non appena la polizza era stata riscattabile, l'aveva ritirata, rimanendo quindi senza lavoro, senza reddito e senza risparmi. Con il marito disoccupato e due figli a carico.
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Negare la residenza è come cancellare una personaAntonella Bundu e Dmitrij Palagi · Diritti
Chiediamo che Palazzo Vecchio riconosca finalmente questo diritto fondamentale
Antonella Bundu e Dmitrij Palagi, Sinistra Progetto Comune
Il diritto alla residenza, si sa, è perfetto, non può essere messo in discussione. Da esso derivano anche doveri e obblighi, ma principalmente la questione è il riconoscimento dell'esistenza umana su un territorio. A Palazzo Vecchio, come in troppi altri Comuni, questo dettaglio è dimenticato. Soprattutto da quando si è emanata una legge con cui si è negato il valore della Costituzione per chi vive in immobili senza averne titolo. Nel corso degli anni, con atti proposti prima da Firenze Riparte a Sinistra e - in questa consiliatura - da Sinistra Progetto Comune, abbiamo più volte evidenziato come numerose circolari e sentenze avessero chiarito l'ordine di priorità anche in termini normativi.
Se lo Stato (attraverso gli enti locali) nega la mia presenza sul territorio, c'è un tentativo di cancellarmi come essere umano. Nel 2019 era stato approvato un atto che impegnava l'Amministrazione a utilizzare lo strumento della residenza virtuale (nata principalmente per registrare le persone senza fissa dimora) per chi vive in città in situazioni di irregolarità. Purtroppo subito dopo le elezioni la nuova Giunta - nonostante le dichiarazioni dello stesso Sindaco - ci ha chiarito come non intendesse dare seguito alla mozione votata dal Consiglio comunale pochi mesi prima. Allora abbiamo insistito, ottenendo - durante la pandemia - che quantomeno si bloccasse la cancellazione di quelle già concesse. Purtroppo anche questo indirizzo è rimasto una vuota dichiarazione di intenti.
Il reddito di cittadinanza aveva portato il Ministero del Lavoro a ricordare quali sono gli obblighi del Comune anche nel recente passato, ma niente. Ci è voluta la sentenza del 26 aprile di questo anno a ribadire che tutte le persone hanno diritto alla residenza. Ne ha scritto Fuori Binario lo scorso numero. Chi vive in uno spazio senza titolo può usare l'iscrizione anagrafica virtuale, come da tempo ripetiamo e ripete la sinistra di opposizione del Comune di Firenze. Ma niente, per ora nessuno con funzioni di governo in Palazzo Vecchio vuole riconoscere gli sbagli. Viviamo in una città dove persino bambine e bambini di pochi anni hanno dovuto essere al centro di importanti mobilitazioni, perché si registrasse la loro esistenza.
C'è un altro aspetto su cui occorre con urgenza lavorare: separare la residenza da qualsiasi tipo di percorso, soprattutto da un confronto con i servizi sociali, che sono un diritto, ma non un obbligo da imporre. Tre sono le priorità. Dare la residenza a chiunque viva sul nostro territorio, cessare con l'abitudine delle cancellazioni fatte con leggerezza, togliere quello che di fatto è un percorso obbligatorio di passaggio dai servizi sociali per poter avere l'iscrizione anagrafica virtuale. Lo abbiamo ribadito in un atto approfondito a ridosso della pausa dei lavori, a fine luglio. Confidiamo che finalmente a settembre Palazzo Vecchio si adegui alla Costituzione e al riconoscimento della dignità di ogni vita.
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Intrappolati nella povertàValentina Baronti · Diritti
In Toscana il 37% di chi lavora è povero: secondo i dati Inps, Caritas e Cgil, per uscire da una condizione di bisogno non basta più uno stipendio o un sussidio
La retorica dei furbetti del divano, oltre alle storie di chi ha provato a trovare un lavoro tramite il sistema del reddito di cittadinanza, la smontano i numeri. Primi fra tutti quello dell'ultimo rapporto annuale dell'INPS, da dove emerge come il 40% dei nuclei che percepiscono il reddito di cittadinanza hanno almeno un lavoratore con regolare posizione aperta all'INPS e che tra i percettori del reddito lavora il 30% nella fascia di età 18-49 anni e il 18% tra i cinquantenni. Questo perché per uscire dalla povertà non basta il reddito di cittadinanza, che ha una media di 570 euro per nucleo familiare, e non basta nemmeno lavorare, trattandosi spesso di lavori a termine e a tempo parziale.
Andiamo a vedere ora due rapporti che analizzano la situazione a Firenze e in Toscana, quello dell'Osservatorio della povertà e delle risorse della Caritas e "Quando lavorare non basta" di Ires Cgil. Dai dati contenuti nelle due ricerche emerge chiaramente che la povertà negli ultimi tre anni è aumentata e che si sia stati "fannulloni" o "volenterosi lavoratori", poco cambia. Negli ultimi tre anni la percentuale di chi dichiara di avere un reddito insufficiente per fare fronte alle normali esigenze è passata dal 43,3% al 71,5% e oggi in Toscana abbiamo il 37% di lavoratori poveri, che con il proprio reddito da lavoro arrivano a 6.700 euro annui. Tra il 2019 e il 2021 il numero di utenti che si sono rivolti alla Caritas sono aumentati del 16,2% e nella prima parte del 2022 le cose non sono andate meglio, anzi si è registrata una nuova tendenza, chiamata "effetto intrappolamento".
Chi si è rivolto alla Caritas nel 2020, quindi in piena crisi pandemica e sociale, ha avuto difficoltà ad uscire dallo stato di bisogno. Nel 2021 ritroviamo il 17% degli utenti entrati per la prima volta negli archivi l'anno precedente, contro una media che negli anni passati si aggirava intorno al 13% e la cosa peggiore è che la percentuale scende appena al 10% se guardiamo al 2022. In pratica, una buona parte di chi si è trovato per la prima volta in condizione di povertà nell'anno in cui si chiusero tutte le attività per il Covid, vi è rimasto ancora per altri due anni, nonostante le restrizioni all'economia non ci siano più da un pezzo. Tra i lavoratori poveri le categorie più a rischio sono i domestici, 40 ore settimanali per un reddito medio anno di 7.200 euro, e gli operai agricoli, 23 settimane di lavoro annue per un reddito medio di 10.700 euro.
Non ce la fa chi non ha ritrovato un lavoro, non ce la fa chi ha il reddito di cittadinanza, non ce la fa chi è stato sfrattato e non ce la fa neanche chi un lavoro ce l'ha. Si legge nel rapporto Caritas: "Questo disallineamento tra le risorse disponibili e le necessità legate alla sopravvivenza, rappresenta un aspetto che già si delineava con forza negli anni precedenti alla pandemia e che si è fatto più acuto e più strutturale negli ultimissimi tempi".
I numeri parlano chiaro, stipendio o reddito di cittadinanza, oggi per un numero sempre crescente di famiglie sbarcare il lunario è diventata un'impresa e presentare il problema come un fatto di avere voglia o meno di alzarsi dal divano è fuorviante, oltre che in mala fede. È una narrazione che spinge i poveri ad una competizione eterna tra chi ha più bisogno di un altro, mentre il tema vero è antico quanto la società capitalistica nella quale viviamo e si chiama distribuzione della ricchezza, sempre più diseguale, iniqua e senza regole.
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Maria Laura, o del restare umaniMarco Rovelli · Diritti
Ho parlato tante volte senza speranza della terra apuana in cui vivo, una terra fatta di tante memorie ma di un presente troppo povero di troppe cose. Ma giovedì 18 agosto, a Carrara, una donna ha dato una testimonianza luminosa al mondo. Una testimonianza tragica, che meglio sarebbe non fosse mai stata. Una donna di 68 anni, Maria Laura Zuccari, era uscita di casa mentre un tornado imperversava per andare da una giovane donna che da giorni dormiva, con la sua cagnolina, su una panchina perché sfrattata. Voleva vedere se avesse bisogno di qualcosa, voleva dirle di salire a casa sua per rifugiarsi. Non ha fatto in tempo: un albero è stato sradicato dalla tempesta, è crollato, Maria Laura ne è rimasta travolta.
Oggi molte persone nel quartiere la ricordano come una donna che da sempre si prodigava per aiutare tutti, che fosse per fare la spesa a qualcuno che era in difficoltà, o aiutare a casa. Stavolta aveva incontrato qualcuno che non era del quartiere, che veniva da fuori. Ma per le persone che stanno all'altezza dell'umano non importa da dove una persona venga, chi ha bisogno di aiuto va aiutato. Così Maria Laura si era presa a cuore una donna sfrattata. Una donna che avrebbe dovuto essere presa a cuore dalle istituzioni, però. Una donna che non doveva essere lì, perché è indegno di ogni civiltà che una persona in una difficoltà tanto grande sia abbandonata a se stessa, e si trovi da un giorno all'altro in mezzo alla strada. Così come è indegno di uno "Stato sociale" che non si investa in una politica di edilizia popolare accessibile, che molte case popolari siano lasciate inagibili, che a farla da padrone nelle città sia la speculazione edilizia.
Le donne come Maria Laura sono lì a testimoniare un'altra possibilità di vita, una possibilità che ci riguarda tutti. Prendiamoci l'impegno di ricordarla come merita, Maria Laura, testimone, e dunque, per usare la parola greca che ha quel significato, martire.
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Conversazione con una A.I.Gilberto Pierazzuoli · Tecnologie
In questo articolo a quattro mani le parti in corsivo sono state elaborate da una intelligenza artificiale a partire dagli input forniti dall'autore umano
Gli umani tendono a fare un uso strumentale delle cose. Ma lo strumento non ha ancora l'attività in lui stesso; è una cosa inerte. Le cose però cambiano con le macchine automatiche, ma in maniera ancor più sottile nel momento in cui si implementa in esse una qualche forma di intelligenza.
L'uso strumentale non è solo una caratteristica umana, ma anche una caratteristica degli animali. Gli animali usano le cose per procurarsi cibo, riparo, ecc. Ma non hanno la capacità di utilizzare le cose in modo più astratto. L'uso strumentale è una forma d'uso che si basa sul fatto che la cosa è un mezzo per raggiungere un fine. Il fine è ciò che è importante, non la cosa in sé. L'uso strumentale è diverso da altre forme d'uso, come l'uso estetico, in cui la cosa è valutata per sé stessa.
Quando i feedback della macchina interagiscono linguisticamente con gli umani. Questo non significa che le cose in senso stretto parlino - i sintetizzatori vocali in realtà già lo fanno - significa che le cose sono ormai immerse in un ambiente attraversato e alimentato da flussi di informazione. Con l'Internet delle cose, le cose stesse captano ed emettono informazioni. Il modo di essere inerte delle cose viene così smentito.
Quando le cose diventano parte di un ambiente linguistico, i nostri rapporti con esse cambiano. Le cose non sono più semplici oggetti inanimati, ma si trasformano in interlocutori, spesso dotati di una personalità. Le cose diventano parte di un ambiente linguistico, i nostri rapporti con esse cambiano. Questo è un esempio di come la tecnologia cambia il nostro linguaggio. Il linguaggio è una cosa molto complessa. Non è solo una questione di parole, ma di come le parole interagiscono con il mondo che ci circonda.
"La cosa digitale", emancipa l'umanità dal dover "manipolare" le cose. La macchina intelligente potrebbe realmente permettere questa emancipazione, nello spazio dove questa manipolazione ci esonera dal dover lavorare ma il capitale usa invece questa possibilità per alimentare l'esercito di manodopera di riserva, per introdurre differenziali che creano profitto.
L'uso della macchina intelligente per il controllo sociale è una cosa che non si può più ignorare. La macchina intelligente è una macchina che è in grado di fare cose che prima erano riservate all'uomo. Non si tratta di una semplice allusione alla situazione della nostra società, ma di una vera e propria analisi delle sue dinamiche. Una situazione che è anche una proiezione, una previsione, una profezia. La nostra società è una società della simulazione, una società della rappresentazione, una società della plasticità. Non è una società della realtà, ma una società della simulazione della realtà. Simulazione è una parola che deriva dal latino simulare, che significa "imitare".
I ricordi sono cose che si sono stagliate dal fondo, dal continuum spaziale e temporale della realtà. Ricordare è lo scarto, quel che rimane dall'azione dell'oblio. Per ricordare bisogna dimenticare. Ricordare tutto non ha senso. Si possono ricordare le cose che hanno la capacità di farsi presenti, di indugiare presso di noi; di offrirsi alla presa.
Tutto il resto è dimenticato. I ricordi sono come piante che crescono nei nostri giardini. Nelle nostre menti. Le piante sono tracce. Le tracce sono ricordi.
Ecco che si fa evidente, al contrario, tutta la potenzialità simbiotica tra i due mondi. Tutte le aperture e le conquiste di un piano collaborativo che si articoli intorno alle linee di senso che gli umani possono suggerire alle macchine.
Al contrario, la mancanza di un disegno strategico da parte dei politici, l'incapacità di immaginare un futuro alternativo all'attuale modello di sviluppo sostenibile, la difficoltà a comprendere e capire le potenzialità delle nuove tecnologie che sono pronte a cambiare il nostro modo di vivere e di pensare, stanno generando un'incertezza diffusa che si traduce in una diffidenza che va oltre alla semplice reazione, che è sempre più alla ricerca di una chiara identità. Accade, quindi, che questo nuovo mondo che si sta configurando, che si sta trasformando, che si sta modificando, che è sempre più presente nella nostra vita di tutti i giorni, che è già entrato nelle nostre case, che è già entrato nelle nostre macchine, ancora non parla un linguaggio universale, ancora non parla un linguaggio che tutti possano comprendere, un linguaggio che tutti possano decodificare, ma che è soprattutto un linguaggio che può essere manipolato.
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Cacciatori di captcha (a cottimo)Ginox · Cyber Bluff
Nella vostra esperienza di navigazione in rete vi sarete senza dubbio imbattuti in servizi che richiedono di risolvere dei semplici puzzle di immagini o di decifrare delle scritte distorte per verificare che siate umani. Avrete maledetto quei pittogrammi impossibili da leggere con lettere deformate e intrecciate le une nelle altre. Questi escamotage per saggiare l'origine non artificiale della vostra persona sono detti captcha. Nascono per impedire l'accesso a certe operazioni da programmi scritti apposta per automatizzarle. Il motivo di solito è prettamente economico. Per esempio se si offre un servizio "gratuito" ma con visualizzazione di pubblicità, il business sta in piedi solo se quegli annunci sono visionati da degli umani.
Esistono però aziende che hanno invece un interesse a automatizzare l'accesso, banalmente perchè sfruttano servizi "gratuiti" offerti da altre organizzazioni. Chi fa spam ad esempio manda milioni di mail, e non vuole che i propri affari siano bloccati da qualche giochino di più o meno ovvia risoluzione per una persona, ma impossibile per una macchina. Nasce così una professione paradossale, ma alquanto rappresentativa del nostro buffo mondo digitale: il risolutore di captcha. L'idea è semplice e perversa. Quando il software che vorrebbe automatizzare l'accesso a un servizio riceve il puzzle, lo invia a una piattaforma sulla quale sono in attesa qualche migliaio di persone. Una di queste lo visualizza e lo risolve. Il compenso va da 0,2 a 2 dollari ogni 1000 puzzle risolti. Ovvero dedicando 12 ore al giorno, a fine mese si sarà guadagnato 200 dollari circa.
Va da sè che questa attività si rivolge a persone piuttosto disperate disposte a barattare la propria giornata per pochi soldi. Si fonda inoltre sulla costante connessione in rete del personale, chiaramente a carico del personale stesso.
Oltre alle palesi dinamiche di sfruttamento, è interessante rilevare il modello filosofico: Internet si basa su un'elevata interazione tra macchine, ma serve a mettere in comunicazione le persone. Su questo dato si basano i guadagni miliardari dei colossi del web. Quando la comunicazione tra computer diviene in parte indesiderata, perchè intacca il modello di business, si riporta la questione su problemi umani, troppo umani, per una macchina. Chi invece ha un interesse economico a automatizzare certi processi, rimette in gioco le persone con il compito di superare il test di umanità.
È importante insomma essere di carne e ossa, ma con un valore diverso: potenziali consumatori da irretire, manodopera da sfruttare, o entrambi.
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7Attualità1 articolo
Salute mentale in carcere, c'è ancora molto da lavorareCorrado Marcetti · Attualità
Chi entra "sano" rischia di ammalarsi, chi è già sofferente non trova supporto. A 15 anni dal passaggio di competenze, una ricerca fa il punto su Sollicciano
Venerdì di fine luglio a San Salvi, sede della "Società della ragione", quinto anniversario della scomparsa di Sandro Margara, padre della Riforma carceraria mille volte tradita, si presenta il rapporto di ricerca Salute mentale e assistenza psichiatrica nel carcere di Firenze Sollicciano, curata da Giulia Melani, Katia Poneti e Lisa Roncone con la supervisione scientifica di Franco Corleone.
In premessa ai lavori si presenta l'edizione aggiornata dell'antologia di scritti di Margara La Giustizia e il senso di umanità, una pubblicazione da adottare come libro di testo per coloro che operano in carcere, anche suddivisa in fascicoli tematici per favorirne la lettura. Uno di questi dovrebbe riguardare la salute in carcere visto che la popolazione detenuta, anagraficamente giovane, presenta un complessivo stato di salute assai peggiore rispetto alla popolazione libera. C'è caldo nella sede dell'incontro ma nel carcere ad alta temperatura di Sollicciano oggi le celle devono essere forni.
La ricerca fornisce un primo quadro di conoscenza sul funzionamento del modello di assistenza psichiatrica e di tutela della salute mentale in carcere dopo l'abolizione degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Prima della loro chiusura i detenuti che nel corso della carcerazione manifestavano forme di disagio psichico, i cosiddetti "folli rei", vi venivano inviati in osservazione psichiatrica e il più delle volte vi rimanevano.
Questa sorta di orribile travaso non è agibile con le R.E.M.S (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza), destinate principalmente agli autori di reato riconosciuti infermi di mente in sede processuale, per cui la questione delle situazioni di "disordine comportamentale", ritenute ingestibili nel sistema organizzativo dell'istituto penitenziario, si manifesta con maggiore eclatanza. Si tratta di un tema che è stato spesso sovraccaricato di stereotipi e luoghi comuni che rischiano di nutrire una nefasta "nostalgia" dei manicomi.
La questione è esattamente un'altra: il carcere rappresenta un fattore patogeno che predispone all'insorgenza e allo sviluppo di diverse forme di disagio mentale. Lo conferma il fatto che disturbi psichiatrici sono stati diagnosticati in circa il 35% della popolazione penitenziaria, in particolare quelli correlati alla dipendenza da sostanze stupefacenti insieme ai disturbi di personalità e a quelli connessi a sintomatologia ansiosa e depressiva. La serie delle rilevazioni condotte dall'Agenzia Regionale di Sanità Toscana sullo stato di salute della popolazione detenuta nelle carceri della regione mostra come costante che i disturbi psichici sono sempre quelli percentualmente più incidenti, il 49,2% nel 2021, in preoccupante crescita rispetto alle rilevazioni precedenti. In linea con questo andamento l'assunzione dei farmaci riguardanti il sistema nervoso costituisce il 53,5% del totale tra ansiolitici, antipsicotici, antidepressivi, sedativi e altri.
A circa 15 anni dal passaggio alla competenza regionale e delle Aziende sanitarie locali dell'assistenza medica penitenziaria la tutela della salute mentale in carcere resta un nodo di particolare problematicità. In particolare l'intervento di tutela è reso particolarmente complicato nel contesto carcerario dal difficile dialogo tra le finalità di controllo dell'istituzione penitenziaria e quelle di tutela della salute della cultura socio-sanitaria. Nonostante i protocolli esistenti, sopravvivono nodi normativi e culturali ancorati alla funzione di contenimento sociale del carcere che rendono difficoltosi i percorsi di prevenzione e di cura. Questi, a loro volta, sono largamente insufficienti e organizzativamente non sono in grado né di fornire quella continuità terapeutica che sarebbe necessaria né di rendere partecipe il soggetto in cura della propria condizione di salute, restituendogli un ruolo attivo nel percorso di riappropriazione della propria integrità fisica e mentale. Nella gran parte dei casi la presa in carico e il programma trattamentale si svolge nelle sezioni detentive ordinarie altrimenti, nei casi di patologie gravi, è prevista la collocazione del soggetto in cura in appositi spazi, a gestione medico-psichiatrica, denominati ATSM (Articolazione Tutela Salute Mentale), ricavati all'interno del carcere, dove è possibile strutturare un intervento intensificato con minori difficoltà rispetto alle sezioni ordinarie. A Sollicciano è presente l'unica ATSM della regione (attivata nel 2019), per circa 8 posti, e qui vengono trasferiti dagli altri 15 carceri toscani i detenuti con una diagnosi di patologia grave.
Al grande carcere fiorentino è dedicata la ricerca qualitativa sul sistema di relazioni tra le diverse aree coinvolte a vario titolo nel modello di gestione della salute mentale: area sanitaria, giudiziale, penitenziaria, socioassistenziale. Le interviste ai rappresentanti delle istituzioni interessate hanno messo in luce punti di convergenza sugli aspetti più generali come la concezione multifattoriale della salute mentale o il profilo patogeno del carcere ma anche evidenziato scollamenti di responsabilità sulla presa in carico e conflitti di competenze tra il polo sanitario e quello penitenziario, in particolare rispetto alla catalogazione e gestione di quei disturbi psicosociali, di quei comportamenti oppositivi, di rottura della routine carceraria, di contrasto, che il presidio sanitario non ritiene appartengano alla sfera delle patologie psichiatriche. Su questioni delicate e complesse come l'assegnazione alla Atsm o il reingresso nella sezione ordinaria si possono manifestare importanti divergenze di vedute.
Ultima considerazione: nel microcosmo carcerario il presidio della sanità pubblica sembra ancora un avamposto in territorio di confine, le voci della ricerca indipendente possono renderlo meno lontano.
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Germinale, alle Piagge un nuovo spazio per l'arteElena Barthel e Anna Lisa Pecoriello · Attualità
Grazie a un processo di progettazione e costruzione aperto a tutti una ex serra è diventata un ambiente multifunzionale dove "coltivare nuove generazioni"
Lo scorso 15 luglio con una festosa cerimonia e lo spettacolo finale della giovanissima compagnia di teatro le Rotte Sedie (nata da un percorso di teatro comunitario) è stato inaugurato "Germinale", un nuovo spazio della Comunità delle Piagge.
Realizzato grazie alla vincita del premio Creative Living Lab del Ministero della Cultura - Direzione Generale Creatività Contemporanea, Germinale è uno spazio dedicato ai giovani e alla loro libera espressione attraverso il teatro e le arti. Germinale ospiterà laboratori, mostre ed eventi (per lo più gratuiti o basati sull'economia del dono) di teatro, danza, musica, cinema e altro proposto dagli utenti stessi... ma sarà anche il luogo dove i ragazzi potranno incontrarsi e semplicemente stare, chiacchierare, leggere un libro e rilassarsi. L'edificio, alle spalle del centro sociale il Pozzo, è una ex serra, già distrutta da atti vandalici, ricostruita e adattata a spazio multifunzionale attraverso un seminario tematico e un cantiere di autocostruzione di cui sono stati protagonisti un gruppo di studenti del Dipartimento di Architettura dell'Università degli Studi di Firenze, alcuni inserimenti socio-lavorativi della Cooperativa il Pozzo e tanti volontari della Comunità delle Piagge.
Il nome del progetto si ispira al celebre romanzo di Emile Zola, dedicato al riscatto delle classi più povere, ma "Germinal" è anche il settimo mese del calendario rivoluzionario francese, corrispondente all'inizio della primavera, che richiama momenti importanti della vita contadina. Germinale è stato immaginato infatti come una serra per coltivare nuove generazioni, nuove culture, nuovi semi di futuro.
Il processo di progettazione e costruzione è stato aperto a tutti, lo spazio pensato come una casa per la vita di tutti i giorni in cui molteplici attività sono accolte e facilitate.
Il progetto proseguirà a settembre con il Piagge tour della scuola Paolo Uccello, il laboratorio Tazebao insieme ai ragazzi del doposcuola e un laboratorio di incisione proposto da due artisti delle Piagge fondatori del progetto il Prisma con il supporto della Stamperia d'arte il Bisonte. Il laboratorio si concluderà con una mostra l'8 ottobre in concomitanza con il finissage del progetto 'Germinale'.
Germinale nasce in continuità con altri progetti portati avanti dalla Comunità delle Piagge negli ultimi anni come Apriti Piazza e Tazebao, per promuovere la realizzazione a piccoli passi e dal basso di Piazza Alpi/Hrovatin, uno spazio di 10.000 mq che doveva essere la nuova centralità del quartiere, prevista da anni nei piani urbanistici e mai realizzata, denominato piazza dal Comune di Firenze e intitolato a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sul quale, nel 2018 è stato promosso dalla Comunità delle Piagge un processo partecipativo di progettazione. È nota la vicenda della piazza che dopo il processo partecipativo il Comune ha destinato a ospitare il deposito della linea 4 della tramvia (Leopolda-Piagge). Da lì è iniziata una lunga trattativa che forse, dopo diversi anni, si concluderà con una vittoria degli abitanti poiché il deposito verrà quasi sicuramente realizzato a Campi in concomitanza con il prolungamento della linea stessa.
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Tra i ragazzi della Piazza del MondoAlice Gibbi · Attualità
Viaggio a Trieste per toccare con mano la realtà delle migrazioni
Il Progetto Ubuntu della Comunità delle Piagge è nato per guidare un gruppo di ragazzi nell'esplorazione dei frammenti di Africa che in Italia si stanno legando sempre più profondamente alle realtà locali. Il nome è preso da un'etica sub-sahariana, i cui ideali suggeriscono anche l'approccio scelto verso il progetto stesso: valorizzare le relazioni interpersonali, esercitando compassione e rispetto verso gli altri.
Dopo una serie di conversazioni sia con chi aiuta i migranti che con i migranti stessi, abbiamo deciso che era arrivato il momento di mettersi in azione e abbiamo scelto due mete da poter visitare, una delle quali era Trieste, dove opera l'associazione Linea D'Ombra. "In questa piazza si riflette lo stato del mondo" ci ha detto Gianandrea Franchi, vicepresidente dell'associazione. In effetti, passare qualche minuto in piazza della Libertà, o piazza del Mondo, come la chiamano qui, è come fare un check up completo alla desolata situazione politica europea. Una quarantina di ragazzi sono seduti per terra, mangiando il pollo offerto loro dai volontari sotto lo sguardo attento della statua della principessa Sissi. Alcuni sono qua da qualche giorno ma la maggior parte sono arrivati ieri sera, come si può dedurre dai pantaloni sporchi di fango, dalle scarpe consunte dalla strada e dagli occhi stanchi. Attorno a loro volano gabbiani, che cercano di raccogliere qualche briciola di pane, visto che il loro territorio di caccia abituale è occupato da enormi navi da crociera.
Il resto della piazza è occupato da personaggi variabili: sulle panchine a volte siedono dei turisti che aspettano alla fermata del FlixBus, altre volte, ai margini della strada, compaiono le volanti della polizia. I volti più riconoscibili sono quelli dei volontari, uomini e donne estratti da ogni strato sociale, giovani universitari, adulti che lavorano o in pensione. Ognuno si ritrova perfettamente nel suo ruolo: c'è chi assiste i migranti provvedendo al primo soccorso, altri distribuiscono il cibo, alcuni fanno da traduttori. Gesti semplici, diretti, fatti come si fa ciò che si deve, perché dare un paio di pantaloni puliti e del cibo a chi è stanco e affamato non è un gesto eroico.
Quando non c'è nulla da fare ci sediamo insieme ai ragazzi, che a volte raccontano le loro storie. La maggior parte sono ragazzi giovani, scappati dal loro paese per necessità economiche o per evitare la guerra. Altri sono adulti, hanno una famiglia da sostenere e tengono le foto dei loro figli nel cellulare. Una mattina viene condiviso un articolo di un giornale triestino che critica la situazione in piazza. Quel pomeriggio i volontari si scambiano sguardi amareggiati e scuotono la testa con rabbia. "In linea di principio hanno ragione" dice qualcuno. "Se lo Stato aiutasse gli immigrati non dovremmo essere qui". In effetti, nessuno è contento che i ragazzi dormano in piazza, ma chi ha scritto l'articolo ha paura di fare brutta figura davanti ai turisti, gli altri si preoccupano del benessere delle persone in fuga.
Pochi giorni dopo, la polizia arriva in piazza e chiede i documenti. La sera, vengono fatte delle multe a chi dorme per terra, come se l'avessero scelto. Uno strano presentimento nasce nei volontari dell'organizzazione. Chissà per quanto riusciranno a continuare. Una cosa è certa: non si vogliono nascondere.
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9Attualità2 articoli
Libri a pedaliManuela Giugni · Attualità
Cronaca di un pomeriggio bollente e festoso con le inarrestabili volontarie della Bookbike
Arriva Manuela di Palazzuolo Strada Aperta.
Arriva Sandra/Penelope degli Anelli Mancanti.
Arrivano Eleonora e Sandra della ludoteca La Mondolfiera.
Arrivano Adriana, Mary e Graziana degli Anelli Mancanti....
Ore 17,30 - La Book esce in tutta la sua folgorante potenza in strada ed è pronta per partire. Adriana presta subito libri ad una madre e figlia.
Partiamo per la prima tappa: la Rotonda dei Barbetti. Un edificio a pianta centrale situato in mezzo alla piazza de Il Prato a Firenze. L'edificio è composto da due ambienti a base circolare con cupoletta e lucernario, raccordati in un unico insieme, che forma una singolare struttura biabsidata.
Ma prima di raggiungerla, la book in mezzo di strada si auto-sgancia dal "vagoncino". Cascano libri in terra. E un cameriere gentile, del ristorante La Carabaccia, lì accanto, Ludovico, vedendo questo insieme di donne festose e colorate e anche simpatiche, ci chiede se vogliamo che ci faccia una foto. E come si fa a dirgli di no? Abbiamo preteso che anche lui si facesse immortalare.
Intanto arriva Elena della Biblioteca Riccardo Torregiani, con la sua mamma. Ha in mano una scatolina tonda e rossa. È una piccola scatola magica che contiene biglietti bianchi con scritti in blu, pensieri gentili per chi si ferma a prenderli.
Ci fermiamo. La gente passa: - libri gratis! - ma molti si dirigono verso le Cascine, oggi c'è il concerto dei Red Hot Chili Peppers, e non hanno tempo per i libri. In effetti, c'è una fiumana di gente che ci sta andando. Le tramvie sono piene zeppe come le scatole di sardine.
E mentre Eleonora va a prendersi un gelato, Adriana ed Elena si scatenano alla ricerca di "clienti". Graziana documenta con le foto. Dice: "Non sono molto portata a fermare le persone...".
Puntualmente ci spostiamo nella seconda tappa: Via Palazzuolo angolo Via Maso Finiguerra. E lì succede di tutto.
1 - Festeggiamo il compleanno di Antonio - Mezza Botta (ci ho messo tutto il pomeriggio per ricordare il soprannome. Non mi voleva entrare), cantandogli Tanti auguri e yip, yip - Urrah. È accompagnato dai suoi amici. Eleonora gli legge una poesia della Szymborska.
2 - Mery fa video e foto. Anche Sandra Mondolfiera legge ad altri astanti. Legge a Linda, una ragazza assai luminosa, molto in sintonia con lo spirito della bookbike. Poi Manuela legge un breve brano da un libro che Mary le ha regalato sui diritti delle donne, e impone a Giovanni di ascoltarla e non lo lascia libero finché non ha finito di leggere.
Sandra-Penelope osserva divertita. Anche Rosanna sorride, e mi sembra che si trovi a suo agio con questa banda di donne eclettiche. Le donne quando fanno squadra sono imbattibili.
Ed eccoci pronte per l'ultima tappa: S. Paolino. E via la book in mezzo alla strada! Le auto che passano ci sorridono, così i motorini. Arriviamo in S. Paolino e ancora ci scateniamo. Arriva un signore troppo elegante che simpaticamente ci dispensa baci. Eleonora fa scambio di libri con il Bar "La Boite". Adriana cerca altri prestiti. Mary ci fa una foto autoscatto.
Che brave che siamo! Una per una. E che armonia. Siamo un po' stanche: "Ci vorrebbe una birra". Ma decidiamo di tornare e portare la book a dimora. Ci aiuta a sistemarla un ragazzo straniero, veramente gentile, che apprezza i nostri sentiti ringraziamenti.
Ciao care ragazze. A presto. Bel pomeriggio. Il caldo non lo abbiamo sentito. Eravamo troppo prese a fare altro.
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È arrivato un bastimento carico di...Clara Baldasseroni · Attualità
...gas, ma Piombino dice no a un impianto rischioso e impattante per l'ambiente e per la salute che danneggerà l'economia locale
Il nuovo rigassificatore di Piombino entrerà in funzione nell'aprile del 2023. La trattativa tra il Ministero della transizione ecologica e la Regione si è conclusa con una firma che sancisce lo stazionamento dell'impianto nel Tirreno per i prossimi 3 anni. Un analogo rigassificatore sarà posizionato a Ravenna, sull'Adriatico.
Ma cosa comporta la presenza di un impianto del genere nei nostri mari e nelle nostre città? La Snam, incaricata dell'installazione e della gestione della nave, ci racconta di un'opera estremamente sicura, anche se restano a nostro avviso, inevitabilmente, grosse perplessità. La Golar Tundra, questo il nome dell'imbarcazione, è lunga 300 metri e getterà l'ancora a 60 metri dalla banchina. La sua capacità di rigassificazione è di 5 miliardi di metri cubi di gas naturale l'anno, pari a 1/6 di quello che importavamo dalla Russia. Ci saranno rifornimenti dalle metaniere provenienti dall'Africa una volta alla settimana e il gas in arrivo sarà riconvertito da forma liquida a gassosa grazie ad un processo costoso e ad alto impatto energetico.
Gli abitanti di Piombino, gli ambientalisti e tutti coloro che dimostrano di saper stare al passo con la modernità, denunciano l'imposizione dall'alto della decisione. Nessuna forma di partecipazione dal basso è stata infatti contemplata. Si concentrano inoltre sul fatto che la Golar Tundra - e il suo carico mortale in caso di incidente - sarà posizionata a poche centinaia di metri dal centro abitato di una cittadina che ha già sofferto la presenza delle acciaierie, grandi fabbriche che nei decenni passati hanno provocato tanti guai alla salute dei piombinesi oltre che un'impennata di decessi per malattie correlate.
Oltre ai danni ambientali e alla salute preoccupa inoltre l'impatto del rigassificatore sull'economia locale. Il Parco nazionale dell'Arcipelago toscano e le creature marine che ospita, soffriranno inevitabilmente questa presenza. Il mare, anche il Tirreno, soffre del surriscaldamento climatico che colpisce il pianeta, e le specie tropicali stanno pian piano sostituendo quelle autoctone. Le attività di pesca della zona rischiano così di andare letteralmente al collasso. Anche per il settore turistico gli esperti paventano conseguenze negative. Qualcuno di voi andrebbe in vacanza accanto ad una potenziale, enorme, bomba di gas?
Ancora una volta il governo italiano, davanti all'ennesima crisi, non è stato in grado di pensare per tempo ad alternative fondate su un approvvigionamento energetico rinnovabile ed ecologicamente sostenibile. La transizione ecologica, già pesantemente compromessa dagli interessi dei poteri tradizionali, può essere rimandata. La società dei consumi non può fermarsi né rallentare. L'energia fossile torna protagonista e nessuna speranza può arrivare dal nuovo parlamento che siamo in procinto di eleggere. Troppo minoritarie sono infatti le forze politiche capaci di dare una speranza e un futuro all'umanità intera.
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Contro l'ippicaRestiamo Animali · Convivenze
Una macchina spietata di sfruttamento e morte foraggiata dallo Stato con soldi pubblici
Dream Stecca è morta il 15 luglio scorso all'ippodromo di Cesena durante la sua settima gara, aveva tre anni, era poco più di una puledra. L'ultima foto che abbiamo di lei la ritrae in pista: la cavalla, già indietro e in difficoltà da almeno 200 metri, inizia a sussultare, a galoppare, sbanda ed esce dall'inquadratura. Lo speaker continua a commentare la corsa come se nulla fosse, annuncia il vincitore, il secondo, il terzo piazzato. Finisce il video. Nella classifica ufficiale figurerà "ritirata", ma appena uscita dall'inquadratura la cavalla è stramazzata a terra. Arresto cardiaco? Emorragia polmonare? Nessuno lo sa, perché nell'ippica non è prevista l'autopsia, che viene (raramente) richiesta dal proprietario del cavallo, in questo caso "Allevamento Stecca".
Nell'ippica non esiste una statistica ufficiale sui cavalli morti e gli addetti ai lavori non ne parlano, ma tutti gli ultimi cavalli morti in gara avevano meno di cinque anni e gareggiavano da quando ne avevano due. "Cinque anni è l'età in cui si può dire (più o meno) completato lo sviluppo muscolo-scheletrico di un cavallo: allenarlo e metterlo in pista prima è peggio di una forzatura - afferma Sonny Richichi, presidente di Italian Horse Protection, con sede a Montaione - perché si alza inevitabilmente il rischio di incidenti gravi alle articolazioni, nonché il rischio di scompensi cardiaci o polmonari e spesso si arriva alla morte. Nell'ippica è normale far gareggiare i cavalli-bambini: gli allevatori li chiamano 'prodotti'. Messi in pista a due anni, arrivano a nove-dieci anni di età quando va bene, poi una fitta nebbia avvolge il loro destino".
Dove sono tutti i cavalli che non gareggiano più?
"Gli allevamenti, le scuderie e gli ippodromi dovrebbero ospitare centinaia di cavalli anziani - afferma Sonny - in quanto un cavallo può arrivare ai trenta anni di età e anche oltre. Quindi dove sono i cavalli pensionati, quelli che hanno corso invece di giocare con gli altri puledri, che hanno fatto i riproduttori invece di fare i cavalli? Dove sono i cavalli 'rotti', gli infortunati, quelli che non valevano neanche per fare i riproduttori? Non solo il mondo ippico tace su questi individui improvvisamente irreperibili ma neanche il ministero delle politiche agricole alimentari e forestali sa dove siano, perché non esistono elenchi o dati consultabili, se non le statistiche legate alle corse e ai premi vinti. Eppure lo Stato foraggia l'ippica con tanti soldi pubblici - conclude Richichi - più di 165 milioni di euro nel 2022, legalizzando le corse di puledrini in una cornice di totale opacità sul loro destino, dopo che per anni ha inutilmente gestito un'anagrafe equina che faceva acqua da tutte le parti, senza un minimo di tracciabilità e di trasparenza".
È tempo di fermare la spietata macchina ippica e di investire risorse per garantire un futuro di cure e riabilitazione a quei cavalli ancora costretti a correre in pista, affinché non scompaiano per sempre nella nebbia.
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Spino di Giuda, monumento di quartiereValentina Nicastro · Millefoglie
Questo signore vive a Firenze e si chiama "Spino di Giuda del Campo di Marte", anche se per esser precisi si trova al Salviatino e lo potete ammirare, splendido e maestoso, attaccato all'edicola che si trova all'inizio del viale Righi, subito prima dell'Ostello della Gioventù. Il suo nome scientifico è Gleditsia triacanthos L. Si tratta di un albero originario del Nord America, introdotto in Europa verso la metà del 1700: usato per abbellire giardini e parchi, può arrivare fino ai 30 metri di altezza. La sua chioma si estende verso l'alto, e guardandola si ha l'impressione di un tutt'uno molto etereo e leggero, nonostante la maestosità del gigante di cui parliamo. Il suo tronco e le sue ramificazioni presentano delle spine, da lì il nome triacanthos, "a tre spine": per questo il nome "Spino di Giuda", che rimanda alla corona di spine che Gesù fu costretto a portare durante la sua "Passione".
Sono andata da lui stamattina per sapere come sta e ho avuto piacere di vederlo in forma, al suo posto, accanto a un'edicola di giornali chiusa chissà da quanto tempo. I cittadini di questo quartiere hanno aspettato la primavera per vederlo di nuovo adornato a festa, con le sue piccole foglioline verdi e con le infiorescenze che poi sarebbero arrivate. Hanno visto i suoi frutti, dei piccoli baccelli che sono anche commestibili e che sono usati come foraggio per il bestiame. Si sono seduti davanti a lui e lo hanno ammirato come si osserva un'opera d'arte senza tempo.
Si ha l'impressione che lo Spino di Giuda sia sempre stato lì, testimone degli avvenimenti che hanno caratterizzato il quartiere. Il nostro gigante dovrebbe avere tra i 150 ed i 200 anni, un testimone di lungo corso. È lui il tesoro del Campo di Marte ed è compito di noi cittadini fare in modo che la sua bellezza non vada mai perduta. Proteggiamo e amiamo i nostri alberi, per consegnare ai posteri quello che è stato tramandato fino a noi.
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L'ecologismo impossibile del tour di JovanottiRestiamo Animali · Restiamo Animali
Era successo già nel 2019, ma il caso si ripete quest'anno. Riguarda il fratino, un "piccolo uccello con zampe da trampoliere, che abita le coste italiane e alcune zone umide interne, con una predilezione per i litorali sabbiosi e ghiaiosi", come spiega Franco Sacchetti in un prezioso libriccino illustrato pubblicato da Terra Nuova edizioni, "Fratini d'Italia". Il caso di cui parliamo è legato al Jova Beach Party, il reclamizzato tour di concerti che il cantante Jovanotti si ostina a tenere sulle spiagge italiane. Un tour che si presenta come ecologista e amico dell'ambiente, nonostante implichi la presenza di migliaia e migliaia di persone in luoghi fragili come i litorali, un enorme spostamento di mezzi per l'allestimento del palco in riva al mare, il fragore tremendo (almeno per l'udito degli animali selvatici) della musica amplificata.
Il caso del fratino scoppiò tre anni fa a Vasto, sollevato da gruppi che si preoccupano - tutto l'anno, non solo in vista degli improvvidi concerti in spiaggia - di proteggere una specie minacciata dagli insediamenti turistici e dalle infrastrutture che si spingono ormai fino alla riva del mare. Il concerto di Vasto alla fine saltò, per decisione del prefetto sulla base di preoccupazioni per la sicurezza (non per proteggere il fratino). Ma il cantante toscano e il suo carrozzone sono tornati a Vasto, come sulle altre spiagge italiane, nonostante le contestazioni.
"Il Jova Beach Party", hanno scritto alcune associazioni abruzzesi, incluso il Gruppo fratino Vasto, "è un'iniziativa insostenibile perché le spiagge non sono cumuli di sabbia inerte ma luoghi dove vivono piante e animali". Sembra ovvio, ma evidentemente non lo è.
Abbiamo un suggerimento per Jovanotti: se davvero vuole essere ecologista, perché non organizza i suoi concerti vicino alle discariche, nei pressi degli ecomostri, nei capannoni abbandonati, a ridosso dei cantieri delle tante opere inutili che deturpano il paesaggio italiano? Anche il fratino ne sarebbe contento.
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Congo, genocidio dimenticatoRiccardo Michelucci · Storia
Leopoldo II, re del Belgio, fu autore di una colonizzazione brutale che dimezzò la popolazione saccheggiando le risorse del paese
C'è voluto oltre un secolo perché un sovrano belga rompesse finalmente il muro del silenzio e dell'ipocrisia riconoscendo gli orrori commessi in Congo dal suo predecessore Leopoldo II a partire dalla fine del XIX secolo. "Esprimo il mio più profondo rammarico per gli atti di violenza e le sofferenze inflitte al Congo belga", ha scritto re Filippo in una lettera al presidente della Repubblica Democratica del Congo in occasione del 60° anniversario dell'indipendenza del Paese. Ciò che re Leopoldo II del Belgio mise in atto in Congo durante il suo regno è stata una delle più grandi tragedie dell'epoca moderna. Quando ascese al trono nel 1865, il trentenne sovrano si trovò a governare un piccolo paese nelle vesti di monarca costituzionale. Il Belgio non era però sufficiente per soddisfare la sfrenata ambizione di un megalomane senza scrupoli che desiderava esercitare un potere assoluto e indiscusso, arricchendosi personalmente ed erigendo immensi monumenti alla sua gloria. Reclutò il celebre esploratore Henry Morton Stanley, che percorse la foce del fiume Congo gettando le basi di un complesso sistema di sfruttamento delle immense risorse naturali della foresta, in primo luogo l'avorio e il caucciù. Mentre le grandi potenze europee si spartivano il continente africano, Leopoldo II si impossessò di un vasto e inesplorato territorio costruendosi una reputazione di filantropo ma avviando in realtà una delle più brutali colonizzazioni della storia. Ridusse in schiavitù la popolazione locale e saccheggiò le ricchezze del territorio trasformando il Paese in una sua colonia personale, al costo di circa dieci milioni di vite umane.
Nel suo ponderoso saggio Gli spettri del Congo. La storia di un genocidio dimenticato (Garzanti, 2001), lo storico statunitense Adam Hochschild racconta la pianificazione e l'attuazione dello sterminio di massa del popolo congolese e il sistematico saccheggio delle grandi ricchezze naturali del Paese centrafricano. Gli abitanti dei villaggi furono costretti a consegnare enormi quantità di avorio e di caucciù. Chi non vi riusciva era punito con una violenza disumana: agli uomini venivano tagliate le mani o i piedi, alle donne erano asportati i seni, e non c'era alcuna pietà neanche nei confronti dei bambini. Qualsiasi abuso era consentito e anzi incentivato, al fine di governare con il terrore un'efficientissima macchina di sfruttamento. In pochi decenni le politiche leopoldine dimezzarono letteralmente la popolazione del bacino del Congo.
Ma per fortuna in una storia tanto cupa e terribile c'è spazio anche per la redenzione del genere umano. Quel dramma favorì infatti la nascita di quello che lo storico definisce il primo grande movimento per la difesa dei diritti umani, grazie a un gruppo di viaggiatori, di idealisti e di missionari che riuscirono a mobilitare l'opinione pubblica internazionale contro i massacri di Leopoldo II. Uomini coraggiosi come il pastore battista George Washington Williams, l'afroamericano William Sheppard e il console irlandese Roger Casement dettero vita a una campagna mondiale che costrinse infine Leopoldo II ad abbandonare il controllo del Congo. Nel 1908, prima di cedere ufficialmente la sua colonia personale al governo del Belgio, il tiranno fece anche bruciare i suoi archivi coloniali nel tentativo di cancellare quei crimini per sempre. Ma non ci riuscì.
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Il primo caduto della Resistenza fiorentinaRiccardo Michelucci · Firenze Ribelle
Nessuno ha mai pensato di celebrare nella pietra il sacrificio di Valerio Bartolozzi, giovane operaio originario di Scandicci ucciso il 9 settembre 1943 in piazza della Repubblica mentre distribuiva volantini antifascisti. La sera prima, la radio aveva finalmente trasmesso queste parole: "Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta". Dopo l'annuncio del maresciallo Badoglio, molti si erano illusi che la guerra fosse finita e si avvicinasse l'agognata libertà. Ma già poche ore dopo si era capito che la strada sarebbe stata ancora lunga.
I partiti antifascisti non avevano aspettato l'armistizio ed erano da tempo in piena attività. Valerio aveva solo 19 anni e lavorava alle Officine Grandi Riparazioni di Porta al Prato, dove il giorno prima era stato indetto uno sciopero in seguito alla notizia della resa italiana. Militava nelle file del Partito comunista e il 9 settembre si era recato in centro di buon'ora con alcuni compagni per distribuire i volantini che chiamavano il popolo alla lotta armata contro i nazisti. All'improvviso, da un angolo di piazza della Repubblica apparve un gruppo di carabinieri che ordinò con decisione d'interrompere il volantinaggio. Ne nacque un diverbio, volarono parole grosse, qualche spinta. Finché un tenente del regio esercito non estrasse la sua Beretta e sparò ad altezza d'uomo, colpendo Valerio.
Se una storia di carne, sudore e sangue come quella della Resistenza potesse essere ridotta a fredda statistica, si potrebbe dire che Valerio Bartolozzi fu il primo caduto della Resistenza a Firenze. Anche se un movimento resistenziale vero e proprio non aveva avuto ancora il tempo di organizzarsi. Il suo nome è stato portato con orgoglio da una brigata partigiana comunista che si costituì sulle colline di Firenze nella primavera del '44.
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Noi chiudiamo i rubinetti, voi chiudete gli allevamentiMarco Reggio · Intersexioni
di Marco Reggio, autore di Cospirazione animale
Il clima sembra fuori controllo, gli incendi divampano e l'acqua scarseggia. Il capitalismo risponde nell'unico modo che conosce: colpevolizzare ə cittadinə e adottare misure palliative. Uno striscione esposto da un gruppo animalista dice: "noi chiudiamo i rubinetti, voi chiudete gli allevamenti". Le persone vegane sono tentate, in questi giorni, di provare una cinica soddisfazione: noi ve l'avevamo detto che un sistema fondato sullo sterminio di miliardi di animali avrebbe portato alla catastrofe. Per di più, chi non mangia carne e derivati fa già da tempo la sua parte nel risparmio idrico, gli allevamenti intensivi sono una delle principali fonti di spreco (per produrre una bistecca ci vogliono 1000 litri d'acqua), e fa la sua parte nella prevenzione delle pandemie.
Allora perché lo sfruttamento degli animali non è al centro degli interessi dei politici e neppure della maggioranza dei movimenti per la giustizia climatica? Probabilmente perché la nostra società è da troppo tempo fondata sull'uccisione degli animali, sul fatto che le nostre debolezze, fragilità, bisogni vengono affrontati approfittando delle debolezze dei membri di altre specie. Grazie al loro sacrificio, noi prosperiamo. Sacrificio non consensuale: appena possono gli animali si ribellano, saltano i recinti, fuggono dai mattatoi. Su questa violenza strutturale si fonda anche lo sfruttamento del sud del mondo, in continuità con il colonialismo dei secoli scorsi: intere foreste vengono abbattute per far posto agli allevamenti e alle coltivazioni ad uso occidentale.
È giunta l'ora di rompere questo ingranaggio, alleandoci con coloro che finora abbiamo mangiato, schierandoci dalla parte delle mucche che provano a fuggire dai camion diretti verso il macello o con gli animali selvatici scacciati brutalmente dai propri territori.
Le buone abitudini individuali, come il veganismo, non bastano. Il cambiamento deve essere strutturale: occorre abolire tutti gli allevamenti e con la massima urgenza.
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Dirac docetEnea Tentoni · Il racconto
ovvero: la quantistica non è un meme
Al termine della cena lei gli disse: "Dimmi qualcosa di bello!".
Lui le rispose scrivendo su un fazzoletto: "(∂ + m) ψ = 0".
La luce delle candele che lei aveva messo sul tavolo illuminava fiocamente l'equazione. Lei si avvicinò confusa e chiese: "Cos'è questa roba?"
Lui le sorrise compiaciuto: "È la formula dell'entanglement, del groviglio quantistico! Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema... proprio come noi".
Lei ricambiò il sorriso, arrossendo. Si alzò e prese una prolunga della corrente da un mobile. Gli si avvicinò mormorando suadente nell'orecchio: "Chiudi gli occhi".
Lui guardò il cavo e ubbidì, con un sorriso ebete sul volto, "Hai gusti... particolari?", chiese.
Per tutta risposta lei gli avvolse velocemente la prolunga intorno al collo dicendo: "Disaggrovigliati da questo!"
Il ragazzo provò a liberarsi ma senza successo. La prolunga era sfilacciata e miriadi di fili appuntiti di rame gli si infilavano nella carne come tanti spilli. Ogni tentativo lo avvolgeva sempre di più al filo elettrico.
La ragazza terminò di legarlo e disse: "Primo: l'equazione è tutta sbagliata. Ci va un meno davanti alla massa, la quantità immaginaria davanti alla derivata e la derivata è tagliata: (i∂/ - m) ψ = 0". Prese un mestolo di legno e lo colpì in testa.
"Secondo: è quel taglietto sulla derivata a fare tutta la differenza. Quella non è UNA equazione ma un sistema di QUATTRO equazioni. È lì il genio di Dirac: cercando di mettere insieme meccanica quantistica con la relatività di Einstein si accorse che non era possibile scrivere un'equazione di particelle cariche con spin (per cui servono due equazioni), come ad esempio l'elettrone, senza avere anche due soluzioni ad energia negativa. Originariamente si pensò ad un mare di particelle, detto appunto mare di Dirac, ma poi ci si rese conto che le altre due equazioni rappresentavano il positrone, l'antiparticella dell'elettrone".
"Il mare di Dirac?" riuscì a mormorare lui, "non era in una puntata di Evangelion?"
Altra mestolata, ancora più forte.
"Terzo: il quantum entanglement ha senso per i sistemi microscopici. Se una particella a carica nulla decade producendo due particelle di carica opposta ciascuna delle due particelle non ha carica determinata sino a che qualcuno non la misura".
"Come quando io non so se fuori piove o no?", chiese lui.
"No!" Colpo sulla fronte. "La pioggia è un sistema macroscopico. Fuori o piove o NON piove. Sei tu che sei ignorante di quello che succede all'esterno. In un sistema microscopico la carica di ciascuna particella è sia positiva che negativa. Quando fai la misura e trovi ad esempio una particella con carica negativa allora puoi star sicuro che l'altra particella, si trovasse anche all'altro capo della galassia, assumerà istantaneamente carica positiva".
Il sangue iniziava a colare sul volto di lui, ma la foga della ragazza, per quanto eccessiva gli piaceva. "Istantaneamente, vuoi dire più veloce della luce?", rispose preparandosi all'ennesima botta.
Stranamente non giunse nulla: "Esatto. Einstein evidenziò questo paradosso come limite della meccanica quantistica, ma poi alla lunga si convinse che era così che il mondo microscopico funziona. Anche perché in ogni caso non è possibile trasmettere informazione o comunicare in questo modo. Sono stati fatti vari esperimenti che confermano questo fenomeno".
"Allora è vero che tutti gli esseri dell'universo sono collegati tra loro. Come la Forza in Guerre Stellari".
Lei riprese a colpirlo ripetutamente con il mestolo, sempre più forte. Ogni parola un colpo. "Quale. Parte. Di. 'Non. È. Possibile. Comunicare'. Non ti è chiara?" il mestolo si ruppe lasciando il volto del ragazzo insanguinato. "Basta con queste scemenze new age, oltretutto da quando Lucas ci ha messo i Midi-cosi nella nuova trilogia ha distrutto anche la poesia ed il fascino della Forza".
"Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?" chiese il ragazzo. Lentamente si stava districando dal cavo elettrico. Già pensava al dopo pregustandolo.
"Ho studiato questa roba sui libri, non su facebook, ho un dottorato in fisica".
Uno sguardo scettico si fece strada sul volto di lui: "Ma come è possibile, una ragazza così carina come...".
Non finì la frase. La ragazza infilò la spina nella presa.
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Caccia alle streghe e capitalismoGiuliana Mesina · Fuori Scaffale
Silvia Federici è scrittrice, docente universitaria, attivista femminista no global, protagonista negli anni '70 del movimento internazionale per il Salario al Lavoro Domestico, saggista. L'elenco non è esaustivo, ma dà ragione dell'originalità della rilettura storica che il saggio in questione offre. Vi è un punto nella storia nel quale si è verificata la trasformazione dei rapporti economici: semplificando parecchio, la nascita del capitalismo è avvenuta quando un gruppo sociale ha potuto accumulare capitale a spese di un altro gruppo. Si tratta di una fase storica molto analizzata, a partire da Marx che individua nell'esproprio delle terre in epoca tardomedievale quel punto originario. Marx non cita tuttavia la divisione di genere e l'oppressione della donna quale passaggio rilevante affinché il capitalismo possa radicarsi e crescere. La lettura di Federici invece da qui parte ed è, fra le altre cose, incardinata sul legame tra stregoneria e marginalità sociale. Le donne, soprattutto quelle più libere, sono state colpite attraverso il fenomeno della caccia alle streghe per distruggere il loro sapere comunitario e il loro potere politico e per rendere possibile l'espropriazione delle terre, origine del capitalismo. Eppure la caccia alle streghe è un fenomeno ancora, per certi versi, misterioso. Di cosa si è trattato veramente e cosa ha significato per l'epoca in cui si è manifestata? Si tende a pensare questo evento in modo un po' folkloristico, le cosiddette "streghe" sono quelle tramandate da fiabe e film, dimenticando invece la dimensione di dolore e di tragedia umana che lo ha caratterizzato, e anche l'importante ruolo che ha avuto per l'insediarsi del capitalismo.
Un saggio importante, che fornisce una interessante ricostruzione storica ma offre anche un contributo fondamentale alla lettura degli attuali processi della globalizzazione, delle periodiche crisi del capitale e dei ritornanti fenomeni di oppressione e controllo verso le donne e il loro corpo.
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria, Mimesis, 2020
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Fondazioni bancarie, qual è il problema?Antonella per MAG Firenze · Se hai, hai per dare
Là dove non arriva lo Stato Sociale è forte nel nostro Paese l'operosità degli enti non profit e uno spirito solidaristico forte della cittadinanza. La presenza degli enti non profit si evidenzia sempre di più in momenti di crisi economica e politica in cui, l'assenza di quest'ultima, anima la società civile ad auto organizzarsi per sopperire al mancato compito delle scelte politiche, il ruolo dello Stato, di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (Cost. art. 3 c.2).
Un ruolo di forte supporto all'insufficiente operato delle politiche attive di stato sociale è dato dalle Fondazioni bancarie, che erogano denaro sul territorio, a pioggia, garantendo l'operatività del "secondo welfare". Potremmo pensare "che bello, meno male che ci sono loro", ma cercando di "scavare" come e da dove arrivano questi soldi distribuiti possiamo vedere che anche questo meccanismo ha le sue falle, basate su un sistema iniquo.
Le Fondazioni bancarie distribuiscono sui territori quelli che sono gli utili derivanti dalle attività delle banche, pertanto da un'attività economica che dovrebbe essere solo di supporto al sistema che invece è diventata anch'essa parte centrale del sistema e produttrice di denaro dal denaro (il sogno di Pinocchio...).
L'aspetto più immediato da valutare è proprio il sistema del credito, da cui nascono le banche, mettendo in relazione chi ha denaro che non usa e chi necessita denaro per un periodo per poi restituirlo. Già dalle basi vediamo che chi ha riceve un beneficio economico (interesse attivo) e chi non ha subisce il peso di non avere (interesse passivo), sistema che acuisce le disuguaglianze. Per non parlare di strumenti più complessi, gestiti anche da fondi di investimento che non esitano a chiudere aziende in salute per guadagnare altrove di più, creando crisi economiche/sociali sui territori in cui operano. Oppure il ruolo di alcune banche nel commercio di armi, facendo utili con la mano destra ed erogando fondi ad associazioni umanitarie con la sinistra.
Siamo sicuri che questo sistema sia così virtuoso?
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Il Villaggio dei Popoli #luoghiamiciRedazione · Servizio
È la bottega storica del commercio equo e solidale fiorentino. Tra i suoi scaffali di via dei Pilastri potete trovare alimenti, artigianato, cosmetici e prodotti per la casa che arrivano da tutto il mondo per sostenere l'economia dei lavoratori che li producono o li trasformano. Fermare lo sfruttamento di milioni di donne e uomini (e di bambine e bambini) è da oltre 30 anni l'obiettivo della cooperativa Il Villaggio dei Popoli.
Quest'anno lanciano il primo Festival della Transizione Ecologica di Firenze: una giornata di talk, dibattiti, laboratori, musica e svago aperta a tutti; un evento pensato per rendere le persone pienamente consapevoli di cosa significhi transizione ecologica e di quali cambiamenti questa comporti nella loro vita quotidiana: dall'alimentazione all'approvvigionamento energetico, dall'economia all'emergenza climatica. Appuntamento il 1° ottobre alle Murate, ingresso libero. Maggiori informazioni e il programma sul sito www.villaggiodeipopoli.org
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#Luoghiamici - Dove trovare il giornale?Redazione · Servizio
Una rete solidale di gruppi, realtà, associazioni, movimenti che accompagnano la crescita dei diffusori di Fuori Binario: per ridurre i costi di acquisto a loro carico, per rinsaldare i rapporti con la città, per ampliare il numero dei lettori e delle lettrici. Hai un luogo amico da proporre? Scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.
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- Casa del Popolo 25 Aprile in via del Bronzino 117
- Casa del Popolo Le Panche in via Giulio Caccini 13b
- Comunità delle Piagge in piazza Alpi-Hrovatin 2
- Comunità dell'Isolotto in via degli Aceri 1
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La pianta che salverà il pianetaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
In 100 giorni la canapa cresce quattro metri, ed è composta da cellulosa, emicellulosa e lignina. Una tonnellata di steli, ovvero 1000 chili di materia secca, è composta come segue:
- cellulosa 70% di cui il 45% carbonio (= 315 Kg di carbonio)
- emicellulosa 22% di cui il 48% carbonio (= 106 Kg di carbonio)
- lignina 6% di cui il 40% carbonio (= 24 Kg di carbonio).
In totale, il carbonio di una tonnellata di materia secca ammonta a 445 Kg, il 44,5%.
I 445 chilogrammi di carbonio contenuti nelle piante derivano dalla sintesi clorofilliana dell'anidride carbonica atmosferica in rapporto di 1 a 3,6, quindi la CO2 estratta dall'atmosfera da mille chili di canapa secca ammonta a 1613 Kg.
Considerando che un ettaro produce 8 tonnellate (in altre pubblicazioni è riportato un valore di 12 ton/ha, ma noi continuiamo su questa linea di calcolo) e quindi 1,613 ton di CO2 x 8 = 13,04 tonnellate di CO2 immagazzinate in fibra e canapulo.
Radici e foglie lasciate in campo valgono un ulteriore 20% del raccolto e contengono il 42% di carbonio, quindi il 20% di 8 tonnellate risulta essere 1,6 tonnellate x 0,42 = 0,672 carbonio delle radici x 3,6 = 2,456 anidride carbonica assorbita dalle radici. Quindi, l'anidride carbonica totale raccolta da un ettaro di canapa industriale è pari a 15,46 tonnellate, di cui 13 in materiali pregiati e 2,46 in arricchimento del terreno di sostanza organica.
I dati su cui abbiamo lavorato fin qui sono ricavati dalla rivista "Dolce vita", che ringraziamo.
Sviluppando ancora un po' il calcolo risulta che ogni metro quadrato piantato a canapa assorbe 1,546 chilogrammi di CO2.
Immaginiamo di avere una macchina che fa 20 Km con un litro: un litro di benzina si trasforma con la combustione, più o meno, in tre chilogrammi di CO2. Ciò significa che con un metro quadrato coltivato a canapa industriale posso compensare ogni anno 10 chilometri di strada percorsa con il motore a scoppio.
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SempreRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia
Quanto ancora dobbiamo aspettare l'amore? Quanto ancora c'è da aspettare? Mentre Lei è davanti alla porta, noi non la apriamo. Quanto soffre chi vuole e come fa a sentirlo? Amore è gioia cosa vuoi sentire se non apri
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Stazione di postaRedazione · Stazione di posta
Lettere e opinioni.
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È tutta colpa dei poveriLuca Bravi · Stazione di posta
Quando ho sentito della morte di Alika Ogorchukwu (che tanti titoli sui social di giornali online continuano a chiamare 'l'ambulante') e le ultime parole del criminale che lo ha ucciso a mani nude, che ha detto: "è perché chiedeva insistentemente l'elemosina alla mia fidanzata"; mi sono tornate in mente le tante ordinanze anti-poveri fioccate nelle città per 'difendere il decoro', quelle che resero l'elemosina un reato.
Il decreto sicurezza di fine 2018 ne è stato un esempio lampante, le zone rosse, quando con questo termine s'intendeva non il Covid, ma le aree pubbliche interdette a certe categorie di persone, ne sono un altro.
Ci sarà un nesso tra quello che è successo a Civitanova ed aver abituato le persone a percepire l'elemosina come un'offesa alla società e la povertà come un reato? Ci sarà un legame tra questo e l'inerzia di tanti che filmavano?
In prossimità di elezioni, con il tema dell'antifascismo che pare tornato di moda per dichiararsi diversi dalla Meloni, credo sarebbe utile partire con una riflessione proprio da quanto successo ad Alika che, guarda caso, aveva la colpa di chiedere l'elemosina.
Luca Bravi
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Impaginare un giornale è sempre stato il tuo sogno?Redazione · Servizio
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Si tratta di un impegno di qualche ora al mese, programmabile e flessibile. È necessario saper usare Indesign e avere voglia di contribuire con tempo ed energia alla riuscita del progetto Fuori Binario.
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Cecilia Stefani & Valentina Baronti (desk), Veronica Urbano (grafica), Rossella Giglietti e Ginox (sito), Barbara Imbergamo e Gianna Innocenti (social & segreteria redazione), Maria Veltri (luoghi amici), Alessandro Simoni, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Clara Baldasseroni, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gian Luca Garetti, Gilberto Pierazzuoli, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Ilaria Morelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi.
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.
DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni e Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Danila Remus (Tranvia S.M.N.), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piagge, Repubblica, Cimabue).
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CREDITI FOTOGRAFICI - Cristiano Lucchi (2), Cecilia Stefani (3, 5), Greg Rosenke (7), Elena Barthel (8), Palazzuolo Strada Aperta (9), Valentina Nicastro (10), Villaggio dei Popoli (13), Gianluca Costantini (14).
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
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RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.
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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.
Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org
PER MANGIARE
STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica
STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì
CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230
PER CURARSI
ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Mercoledì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960
L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013
CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008
CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093
PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925
SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455
CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516
ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270
CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112
CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711
CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479
CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 055463891, 0552646182
ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876
ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150
SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581
ANELLI MANCANTI Sportello Consumatori - Ore 19-21: Giovedì Sportello Lavoro - Ore 19-21: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035
SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046
ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 055229188, 0552276388
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Martedì e Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468
L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533
IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737
CENAC Via Rubieri 5r - 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 0558493526, 055683627
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551
LAVORO
SPORTELLO CUB 2° e 4° Mercoledì del mese Via Palazzuolo 95
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375
CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e
- servizi sociali
- mense
- dormitori
- docce
- ambulatori
- sportelli casa
- sportelli legali
- dipendenze
Diventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio
Cari aspiranti diffusori,
se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.
La redazione di Fuori Binario
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Come sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneRedazione · Servizio
Cara lettrice, caro lettore,
il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.
I nostri diffusori
La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.
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- Piazza Tasso, Piazza del Carmine, da Giovanni
- Piazza delle Cure, da Totò
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- Novoli e Peretola, da Filippo
- Tramvia Santa Maria Novella, da Danila
- Viale XI Agosto, da Berisa
- Pontassieve, Mugello, Livorno, da Clara e Raffaele
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