Archivio › Fuori Binario n. 243 · Settembre 2022 › pagina 11
STORIA
Congo, genocidio dimenticato
Leopoldo II, re del Belgio, fu autore di una colonizzazione brutale che dimezzò la popolazione saccheggiando le risorse del paese
Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 243, Settembre 2022, pagina 11
C'è voluto oltre un secolo perché un sovrano belga rompesse finalmente il muro del silenzio e dell'ipocrisia riconoscendo gli orrori commessi in Congo dal suo predecessore Leopoldo II a partire dalla fine del XIX secolo. "Esprimo il mio più profondo rammarico per gli atti di violenza e le sofferenze inflitte al Congo belga", ha scritto re Filippo in una lettera al presidente della Repubblica Democratica del Congo in occasione del 60° anniversario dell'indipendenza del Paese. Ciò che re Leopoldo II del Belgio mise in atto in Congo durante il suo regno è stata una delle più grandi tragedie dell'epoca moderna. Quando ascese al trono nel 1865, il trentenne sovrano si trovò a governare un piccolo paese nelle vesti di monarca costituzionale. Il Belgio non era però sufficiente per soddisfare la sfrenata ambizione di un megalomane senza scrupoli che desiderava esercitare un potere assoluto e indiscusso, arricchendosi personalmente ed erigendo immensi monumenti alla sua gloria. Reclutò il celebre esploratore Henry Morton Stanley, che percorse la foce del fiume Congo gettando le basi di un complesso sistema di sfruttamento delle immense risorse naturali della foresta, in primo luogo l'avorio e il caucciù. Mentre le grandi potenze europee si spartivano il continente africano, Leopoldo II si impossessò di un vasto e inesplorato territorio costruendosi una reputazione di filantropo ma avviando in realtà una delle più brutali colonizzazioni della storia. Ridusse in schiavitù la popolazione locale e saccheggiò le ricchezze del territorio trasformando il Paese in una sua colonia personale, al costo di circa dieci milioni di vite umane.
Nel suo ponderoso saggio Gli spettri del Congo. La storia di un genocidio dimenticato (Garzanti, 2001), lo storico statunitense Adam Hochschild racconta la pianificazione e l'attuazione dello sterminio di massa del popolo congolese e il sistematico saccheggio delle grandi ricchezze naturali del Paese centrafricano. Gli abitanti dei villaggi furono costretti a consegnare enormi quantità di avorio e di caucciù. Chi non vi riusciva era punito con una violenza disumana: agli uomini venivano tagliate le mani o i piedi, alle donne erano asportati i seni, e non c'era alcuna pietà neanche nei confronti dei bambini. Qualsiasi abuso era consentito e anzi incentivato, al fine di governare con il terrore un'efficientissima macchina di sfruttamento. In pochi decenni le politiche leopoldine dimezzarono letteralmente la popolazione del bacino del Congo.
Ma per fortuna in una storia tanto cupa e terribile c'è spazio anche per la redenzione del genere umano. Quel dramma favorì infatti la nascita di quello che lo storico definisce il primo grande movimento per la difesa dei diritti umani, grazie a un gruppo di viaggiatori, di idealisti e di missionari che riuscirono a mobilitare l'opinione pubblica internazionale contro i massacri di Leopoldo II. Uomini coraggiosi come il pastore battista George Washington Williams, l'afroamericano William Sheppard e il console irlandese Roger Casement dettero vita a una campagna mondiale che costrinse infine Leopoldo II ad abbandonare il controllo del Congo. Nel 1908, prima di cedere ufficialmente la sua colonia personale al governo del Belgio, il tiranno fece anche bruciare i suoi archivi coloniali nel tentativo di cancellare quei crimini per sempre. Ma non ci riuscì.
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Uscito sul numero 243 (Settembre 2022), a pagina 11. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
