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Archivio › Fuori Binario n. 243 · Settembre 2022 › pagina 2

CONTROVENTO

La scrittura come via di fuga

Pastore, bandito, latitante, detenuto, poeta: dall'isolamento del carcere alla seconda vita con la Comunità delle Piagge

Laura Bardelli · Fuori Binario n. 243, Settembre 2022, pagina 2

C'è un filo che percorre la vita e le opere di Giovanni Farina, pastore-poeta nato a Tempio Pausania nel 1950, ed è quello costituito dal potente legame con la terra, le sue creature, i suoi odori e sapori. Se si scorrono le oltre trecento pagine della sua autobiografia, Nonostante i cacciatori di uomini, lo si rintraccia facilmente, così come è agevole riconoscere il punto in cui quel legame viene reciso dall'irrompere della cronaca giudiziaria nell'esistenza di questo giovane, stabilitosi con la famiglia sulle montagne intorno a Prato.

Lo sradicamento dal ventre naturale costituito dal binomio Barbagia-Calvana avviene nel 1975, quando una segnalazione, che poi si rivelerà priva di fondamento, lo conduce alle Murate di Firenze, il primo di una lunga serie di luoghi di pena, luoghi che sono al tempo stesso non-luoghi, diversi e sempre uguali. Dopo un secondo arresto e molti mesi di carcerazione preventiva, decide di intraprendere in proprio l'attività pastorale, ma nel 1979 viene di nuovo colpito da un mandato di cattura: allora si lancia in una corsa disperata e per qualche tempo si dà alla macchia, diventando il "bandito" (nel senso letterale del termine) che lo Stato aveva da tempo deciso che fosse.

Sono gli anni della latitanza, in cui partecipa ai sequestri Ciaschi e Del Tongo per poi approdare in Sud America, una terra della quale conserva un ricordo struggente: prima in Venezuela, sotto il cui cielo stellato si insinua la nostalgia e dove una donna, Marlene, lo mette di fronte all'inganno di un'esistenza sotto copertura; poi in Colombia.

Arrestato all'aeroporto di Bogotà il 4 ottobre del 1982 ed estradato, finisce in una girandola di carceri, antiche fortezze in località celebri per la loro storia, luoghi ameni la cui bellezza negata si fa ancora più straziante. Volterra (dove trascorre quattro mesi in isolamento totale), San Gimignano, Livorno, Porto Azzurro: «un carcere imponente come un castello antico, sembra una sentinella nel grande mare azzurro, da dove si vedono le sue acque che vivono il desiderio di esistere quando toccano il sasso sulla riva con rumore di abbandono».

L'applicazione dell'articolo 41 bis (simile all'articolo 90 che gli era stato imposto fin lì e pensato per i mafiosi, dopo gli omicidi Falcone e Borsellino) comporta limitazioni estreme ed una sostanziale sospensione dei diritti del detenuto: sorveglianza continua, non più di una telefonata e un'ora di colloquio al mese da dietro un vetro blindato, proibite le riviste e i libri con copertina rigida, censurato il giornale, vietato dare il buongiorno al detenuto di fronte; gli indumenti sono contati e non possono essere imbottiti, anche la penna e i fogli per scrivere sono concessi con il contagocce. Grazie alla lettura e a una preside illuminata, un altro "luogo deputato" dello Stato trova tuttavia spazio in questa solitudine anonima: la scuola. Nel carcere di Fossombrone, presso Urbino, Giovanni, che aveva frequentato solo fino alla quinta elementare, riprende gli studi interrotti e scopre un'altra via di fuga attraverso la scrittura.

Ma le avventure del protagonista non sono finite: passato al regime di semilibertà, si dà nuovamente alla latitanza e vola in un'altra isola, agli antipodi della sua Sardegna: arrestato il 25 agosto 1998 all'aeroporto di Sidney, conosce anche le prigioni australiane, dove riceve la visita di Giuseppe Soffiantini, del cui sequestro era stato intanto accusato: Soffiantini non lo riconoscerà mai come uno dei suoi carcerieri e nel 2007 firmerà l'introduzione alla raccolta Poesie.

Del viaggio che lo porta a Fiumicino, Giovanni ci lascia una delle immagini più visionarie di tutta la sua autobiografia in cui, dalla metamorfosi fra l'uomo incatenato al suo sedile e l'aereo stesso, nasce un nuovo essere, che tenta disperatamente di librarsi in volo: «Sospeso in alto nell'aria, sembrava un grosso uccello che dopo uno sforzo fisico riusciva a cavalcare il vento, ad andare verso il cielo. Nella sua lunga corsa sulla pista, aveva fatto non pochi scricchiolii: sembrava che tutte le sue ossa si stessero rompendo, aveva pianto di dolore!».

Oggi, che Giovanni Farina sconta l'ultimo anno di pena fuori dalle mura del carcere, presso il Centro sociale Il Pozzo, quel filo si è finalmente riallacciato e le due anime di quest'uomo silenzioso e industre appaiono ricongiunte nel servizio alla collettività: alle Piagge si occupa della biblioteca e due volte a settimana si dedica alla cura del podere di Villore, in Mugello.

La comunità lo ha festeggiato il 23 giugno scorso, quando sono stati presentati i suoi libri, attraverso i quali la sua incredibile storia si dipana come un romanzo d'avventura, trovano spazio le riflessioni, si aprono lunghi silenzi. Giovanni appariva indaffarato, fra pentoloni e spiedi, felice, a tratti un po' smarrito in mezzo a tanta gente: «Mi devo riabituare alla socialità», ha ammesso aprendo l'incontro con un ringraziamento commosso, rivolto in particolare ad Alessandro Santoro. Forse, ha ritrovato quel luogo dell'anima che andava cercando nella macchia della Calvana, aprendosi un varco fra i rovi: «Sono andato a vedere la mia casa: era quarantatré anni che non ci andavo; ho durato fatica a trovarla, è diventata una giungla, mi sono fatto spazio con il machete», mi aveva scritto qualche settimana fa, inviandomi una valanga di fotografie. Poi ha aggiunto: «Però ci sono riuscito».

(Le citazioni sono tratte da Giovanni Farina, Nonostante i cacciatori di uomini. Autobiografia, Editziones Associazione culturale de su Arkivu bibrioteka «T. Serra», Guasila, 2013)

Pagina 2 del numero 243 Uscito sul numero 243 (Settembre 2022), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero