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Fuori Binario n. 235

Dicembre 2021 · 38 articoli · ISSN 2784-9384

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Pagina 1: Prima pagina Lo sai che...Dieci anni senza Enzo MazziLa storia dell'Isolotto in un libroNon si scherza con la povertàIl dissenso è una sfida alla Legge, non un crimineSe i social hanno le bolle, anche la democrazia non sta benissimoNavigare con gli occhialoni: a chi conviene il Metaverso?Pochi e sempre più ricchi: ecco i padroni del mondoEat the rich: armi, vaccini, pacchi, stipendi d'oro...Potere alla parolaLa lotta comune di freelance e operaiLa ripresa? Per noi è solo altro precariatoVerso lo sciopero generaleLa rabbia operaia cresce e coinvolgeGKN un appello all'unitàLa dignità perduta di una professioneCarne, un'industria mortiferaIl cipresso: arrivò dall'Oriente l'icona del paesaggio toscanoCop 26: la catastrofe climatica? Pensiamoci dopo mangiatoFine dell'incuboLa strage dei senegalesi e la risposta di FirenzeAlla scoperta della clitoride, piccola grande sconosciutaUn giornale migliore si vende di piùI colori di Piazza Tasso15 anni dopo, rileggiamo Anna PolitkovskajaMicrocredito per tuttiAcre sterile stagno / Spazi immensiNon è un paese per pedoni... ma lo potrebbe diventareFirenze merita di più. Oggi è una città avvizzita, avvitata su se stessaDraghi all'assalto dei servizi pubblici localiUn giornale ricco, aperto e radicato: avanti cosìI nostri erroriColophonFuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeDare forza a Fuori Binario. Scopri cosa puoi fare anche tuDiventare strillone. Guadagnare qualcosa vendendo il giornaleCome sostenere giornale e associazioneDove trovarci
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Lo sai che...Redazione · Come sostenerci

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Dieci anni senza Enzo MazziMoreno Biagioni · Memoria

Dalla Comunità di base dell'Isolotto fino al Social Forum, la sua figura rappresentava la Firenze migliore. Il ricordo di un amico e compagno di lotte.

Enzo Mazzi non è stato solamente il principale animatore della comunità parrocchiale, divenuta poi Comunità di base, dell'Isolotto e quello che più di altri/e l'ha rappresentata all'esterno, in Italia e nel mondo, con i suoi scritti.

In diverse occasioni ha avuto un ruolo importante nel dare visibilità e parola alla Firenze dell'accoglienza e della solidarietà, ai soggetti discriminati ed emarginati, alle realtà impegnate a costruire "un altro mondo possibile".

Ricordo che durante una delle ricorrenti campagne contro la popolazione Rom fu organizzata dalle associazioni antirazziste un'iniziativa pubblica che rendesse evidente l'esistenza di una città diversa, disponibile a contrastare i sentimenti di rifiuto e di ostilità alla base di tali campagne.

Alcune centinaia di cittadini/e si ritrovarono in piazza Strozzi per dare questo segnale in controtendenza rispetto ad un senso comune che stava divenendo sempre più diffuso.

Ad un certo punto, insieme ad Enzo Mazzi, arrivò un nutrito gruppo di donne ed uomini Rom del campo del Poderaccio, situato in zona Isolotto, e questo rese ancora più valida la manifestazione, in quanto condivisa da quanti/e erano discriminati/e e da chi si mostrava solidale con loro.

Il rapporto di Enzo con il popolo Rom del Poderaccio non era nato improvvisamente in tale occasione, ma aveva le sue radici in un susseguirsi di incontri, di presenze Rom alle assemblee/messe domenicali in piazza, di partecipazione a vertenze con l'Amministrazione comunale perchè si uscisse finalmente dalla logica dei cosiddetti "campi nomadi".

Gli organizzatori della manifestazione in piazza Strozzi (Piero Colacicchi dell'ADM, Associazione per la Difesa delle Minoranze, e Riccardo Torregiani della Rete Antirazzista) non nascosero la loro soddisfazione per quell'arrivo inaspettato e per quell'incontro in piazza della Firenze solidale con i Rom.

Certo, non fu così eliminata l'ostilità nei loro confronti, ma si dette un piccolo contributo a creare degli anticorpi nei confronti del clima di intolleranza alimentato dalla stampa cittadina (in questa direzione andò anche il bel libro di Antonio Tabucchi "Gli zingari e il Rinascimento", che uscì in quel periodo).

In occasione del Social Forum Europeo che si svolse a Firenze nel 2002 - e che dette un segnale di ripresa e di rilancio dei movimenti solidali e pacifisti dopo le tremende giornate dell'anno precedente a Genova (quando il potere aveva cercato di annientare con la violenza le molteplici realtà che si battevano per "un altro mondo possibile" - e sempre più necessario) - fu dato ad Enzo Mazzi l'incarico di dare il benvenuto in città alle persone provenienti da tanti paesi europei, e non solo, portatrici di esperienze diversissime, ma accomunate dalla comune volontà di volere profondi cambiamenti.

Enzo parlò in piazza Santa Croce e le sue parole fecero uscire Firenze dalla nebbia che l'aveva avvolta nelle settimane precedenti a causa di un'indegna campagna che prospettava violenze e saccheggi a causa del Social Forum (tanto che molti negozianti commissionarono lavori straordinari per proteggere le loro botteghe, che tennero rigorosamente chiuse durante la manifestazione conclusiva del Forum... su diverse di loro i manifestanti appesero poi dei cartelli che dicevano "Chiuso per ignoranza").

Enzo e la Comunità dell'Isolotto avevano preso parte, in precedenza, alla stesura di un libretto, in italiano ed in inglese, che cercava di contrastare il clima ostile al Forum presente in città, presentando a chi arrivava da fuori il volto solidale ed accogliente di Firenze: le molte esperienze che in tempi diversi l'avevano caratterizzata in tal senso, dalla Società di Mutuo Soccorso agli organismi di autogestione sorti durante l'alluvione ai movimenti sviluppatisi successivamente nei quartieri. Il libretto fu stampato in 20.000 copie grazie a un finanziamento della Regione.

Il Social Forum fu un grande successo: si protrasse per alcuni giorni, invadendo la Fortezza da Basso, lo spazio in cui si svolsero i molti suoi seminari, gruppi di lavoro, assemblee. I partecipanti, complessivamente, furono circa 70.000 e la manifestazione conclusiva contro la guerra vide la presenza in piazza di centinaia di migliaia di persone. Le istituzioni locali, Comune e Regione, avevano dato un sostegno all'iniziativa (anche se successivamente non avrebbero tenuto granché conto delle indicazioni che dal Forum erano uscite). Fu uno dei momenti più alti e significativi del movimento pacifista (che il New York Times definì "la seconda potenza mondiale").

Ma la guerra contro l'Irak scoppiò ugualmente, pochi mesi dopo, e ciò causò la progressiva sparizione di tale movimento.

In uno dei momenti più alti e partecipati dell'esperienza dei Social Forum era stato Enzo Mazzi a rappresentare Firenze, l'altra Firenze, quella non racchiusa nelle cartoline turistiche e nelle logiche mercantili.

È opportuno ricordarlo in un momento in cui questa seconda sta prevalendo in modo netto. La memoria di Enzo ci sia di stimolo a cambiare rotta.

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La storia dell'Isolotto in un libroRedazione · Libri

"L'esperienza cristiana dell'Isolotto. Il racconto di un testimone partecipe" fu scritto in francese da Jacques Servien nel 1969 e nel 2019 è stato tradotto in italiano, a cura dell'Archivio storico della comunità dell'Isolotto. Il libro illustra la vicenda della parrocchia e della comunità dell'Isolotto, con un capitolo dedicato a don Mazzi.

Enzo Mazzi fu nominato parroco dell'Isolotto nel 1954; da subito visse a diretto contatto con il popolo e praticò un nuovo modo di essere prete: povertà evangelica, rinuncia di ogni remunerazione, ascolto, comunione, decisioni condivise nelle assemblee parrocchiali, compiti non prettamente sacerdotali assegnati completamente ai laici. La parrocchia era davvero una comunità aperta e ha a cuore soprattutto i poveri e gli operai.

Tutto ciò provocò contrasti con la gerarchia ecclesiale. L'occasione del Vescovo Florit per la definitiva rimozione del sacerdote avviene il 22 settembre 1968, quando Don Mazzi, assieme ai parroci della Casella e di Vingone, sottoscrisse una lettera di solidarietà ai fedeli che avevano occupato il Duomo di Parma.

J. Servien, L'esperienza cristiana dell'Isolotto. Il racconto di un testimone partecipe, Libri liberi / Comunità dell'Isolotto, Firenze 2019.

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Non si scherza con la povertàTiresia · Politica

Pregi e difetti del RdC oltre la propaganda, le notizie gonfiate e i discorsi da bar. Di Tiresia per Fuori Binario.

Se dietro quel nome, Reddito di cittadinanza (RdC), non ci fossero milioni di persone, coi loro volti, i loro corpi, i loro sogni, le loro aspirazioni e paure, insomma, con le loro vite, la ferocissima battaglia fra i favorevoli al provvedimento e i nemici giurati si potrebbe derubricare a una incruenta battaglia simbolica. Quei milioni di persone però ci sono. E la disputa, da simbolica, diventa reale. Per queste persone archiviare il RdC potrebbe avere esiti catastrofici. Non si può quindi analizzare la faccenda con superficialità e distacco. Serve partecipazione. Dalla parte dei beneficiari, quelli su cui la battaglia si sta consumando.

I simboli d'altronde ci sono. E contano molto. Il perimetro in cui infuria la battaglia è stato infatti tracciato da figure che poco o nulla hanno a che vedere con il reddito di cittadinanza così com'è. Vediamo un po'.

La propaganda criminale, sdraiata sul divano

I detrattori del RdC, in prima fila i renziani, prima nel Partito Democratico e poi in Italia Viva, hanno veicolato, e anche con un certo successo grazie alla compiacenza di testate giornalistiche nazionali, l'immagine del beneficiario come una persona dedita a una "vita in vacanza", con velati riferimenti alla concentrazione geografica dei percettori come tara imperdonabile della misura e con il divano come luogo di elezione. Una propaganda martellante sugli "abusi": i famosi "abusi", argomento forte dei discorsi da bar e sui social, scoperti grazie a un controllo efficace, sono stati 48.000; 48.000 su tre milioni, appena l'1,6 %. Ancora meno se consideriamo una platea di 1,25 milioni di famiglie. Tutto ciò in un crescendo di accuse, di titoloni sulle truffe, invero risibili rispetto agli abusi di chi arraffò ristori post lockdown, sino ad arrivare all'infame definizione di "reddito di criminalità" con cui Matteo Renzi ha etichettato il provvedimento pochi giorni or sono.

Eppure, a molti risulterà sorprendente sapere che sia Renzi che Maria Elena Boschi - quella a cui si deve l'espressione "una vita in vacanza" - sedevano nel Consiglio dei ministri che nell'agosto del 2018 varò il "Reddito di inclusione" (REI), la prima misura organica, non sperimentale, di contrasto alla povertà varata in Italia nel dopoguerra. Mutuato in buona parte dalla "Bolsa Familia" del presidente brasiliano Lula, il REI prevedeva un sussidio ai nuclei familiari oscillante fra i 187 e 539 euro al mese, per un massimo di 18 mesi. Finanziato con due miliardi di euro, contro i 7 del RdC, il REI è durato troppo poco per restare nella memoria collettiva. Tuttavia, due aspetti del REI andrebbero ricordati: a) era una misura di contrasto alla povertà, b) era una misura decentrata, prevedeva cioè una rete di "welfare di prossimità", in cui grande spazio avevano i servizi sociali dei comuni e le associazioni del terzo settore.

Se giudicassimo il REI con il metro Renzi-Boschi, lo dovremmo definire una misura più "assistenzialista" del RdC. Sì, perché l'obiettivo della misura era il "contrasto alla povertà" non aiutare i percettori a trovare un lavoro. Insomma, la vita in vacanza sarebbe stata più facile col REI che col RdC. Il REI scontava anch'esso un vizio per così dire "filosofico", ossia che la povertà fosse un fatto individuale e non un fenomeno di massa e sociale. La gabbia ideologica del progetto personalizzato e di realizzazione individuale ci imprigiona negli anni Novanta.

Un reddito per uscire dalla povertà

Il RdC invece non è una misura di contrasto alla povertà ma una "politica attiva del lavoro". In parole povere: nasce come strumento per aiutare i beneficiari a uscire dalla povertà attraverso il lavoro. Dal REI ha preso le parti meno positive, tipo un intricato e sadico impianto sanzionatorio - con l'idea sottintesa che il povero sia sempre un truffatore - ed è persino peggiore quando eleva a 10 anni, nel REI erano 2, il periodo minimo di residenza in Italia per poterne beneficiare. Criticabile è anche la sua natura di misura "calata dall'alto" che fa piazza pulita delle reti locali sostituendole con l'INPS e i centri per l'impiego nella figura dei "navigator". Tecnicalità, si dirà. Queste tecnicalità sono, tuttavia, ben chiare ai percettori, anche se non le chiamano così.

Per esempio, Umberto

Umberto, nome di fantasia, è un beneficiario sui 50 anni, abitante in una di quelle strade fittizie che i comuni assegnano a chi non ha una casa, ai circensi e ai nomadi. Umberto col RdC si paga una stanza in affitto, alimentando, sia detto en passant, il bacino elettorale dei locatori, miniera di consensi per chi invece vorrebbe abolire il sussidio. Umberto, senza conoscere i dettagli della legge, ne identifica il difetto principale; se da un lato la benedice perché gli ha permesso di avere un tetto sulla testa, dall'altro però lo ha svincolato da quella rete "locale" di assistenti sociali del comune e associazioni di volontari, lasciando come suoi unici contatti i navigator e gli addetti del Centro per l'impiego, che, seppur bravissimi, come ci tiene a sottolineare, per lui sono solo nomi o poco più. È il difetto dell'approccio "top-down" come direbbero quelli che hanno studiato, "e 'un so con chi parlare!" come invece dice Umberto.

Povertà ridotta del 2%, primi in Europa

Il RdC è riuscito ad abbattere del 2% il tasso di povertà assoluta nel 2020. Quasi tre volte la media europea. Un dato oggettivamente strabiliante. Il punto è che questo strumento non era nato per ridurre la povertà, ma per aiutare i percettori a trovare un impiego. In dettaglio, il RdC, che ha coinvolto circa tre milioni di persone, ha consentito al 5,7% circa di esse di trovare lavoro. È una cifra pari più o meno al triplo della media nazionale di chi trova lavoro grazie ai centri per l'impiego.

Si può dire quindi che, pur con risultati in assoluto mediocri, la possibilità di trovare lavoro per i beneficiari rifulge per efficacia (sull'efficienza è un altro discorso) nel confronto con la platea degli altri utenti dei CpI. In altre parole, costa molto e funziona poco in un contesto nazionale che costa poco e funziona pochissimo.

Per un'analisi più attenta sul reale impatto si dovrebbero vedere i dati di occupazione per settori di coloro che non hanno beneficiato del RdC, confrontarli con quelli di altre misure di incentivo al lavoro ecc. ma partendo da dati grezzi, in un contesto, a essere generosi, mediocre per risultati ottenuti, l'introduzione del RdC ha reso quei numeri un po' meno mediocri.

Prima le imprese, poi le persone

Un'altra frase che si sente spesso è che "anziché ai beneficiari il RdC dovrebbe essere dato alle imprese". Chi lo dice è in buonafede. E non sa che il Sussidistan è, in questo paese, più generoso con esse che coi percettori del RdC. In Italia le imprese possono avere sconti anche fino a 6.000 euro di contributi se assumono una donna iscritta ai Centri per l'Impiego da un tot di tempo o con più di una certa età. Lo stesso RdC è premiante per chi assume. Esistono i benefici della legge 68/99. Esiste Garanzia Giovani che finanzia i tirocini, esiste Giovanisì. E altre misure ancora. Insomma di modi per assumere le imprese ne hanno. Nello spaccato toscano le imprese tendono a sfruttare al massimo le agevolazioni esistenti. Soprattutto per professioni di livello medio alto. Il laureato si assume ma come tirocinante, praticante o appartenente a categorie protette.

In conclusione, come la relazione della commissione Saraceno ha sottolineato, le parti peggiori del RdC sono quelle più "rigoriste", tipo la sproporzione fra quanto si dà ai single e alle famiglie numerose, o la vergognosa lista dei beni ammissibili, veramente umiliante per chi lo percepisce. E che si tratta di difendere, più che lo strumento così com'è, i risultati positivi da esso raggiunti. Che sono molti, nonostante che raramente se ne legga sulle prime pagine dei quotidiani.

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Il dissenso è una sfida alla Legge, non un crimineDonatella Di Cesare · Contro il decoro

L'addomesticamento delle manifestazioni non è indizio di una società pacificata.

Perché quasi ogni forma di conflitto sembra scivolare fuori dal quadro della legalità? Il passaggio della protesta dalla fabbrica alla piazza ha segnato anche il mutare e l'ampliarsi della posta in gioco: dalla questione economica del salario alla questione biopolitica dell'abitare.

Le rivendicazioni che riguardano le condizioni del lavoro conservano il loro inalterato rilievo, ma le forme legali di lotta, vanto e conquista del movimento operaio, vanno via via perdendo intensità, quasi destinate al declino. Questo vale per tutta la sfaccettata gamma del repertorio sindacale - in particolare per lo sciopero che, divenuto quasi prassi istituzionale, continua a essere efficace, senza però avere la dirompenza di un tempo.

Malgrado ciò i sindacati restano un cardine delle lotte salariali, tanto più imprescindibile, se si considera la crisi strutturale in cui si dibattono da decenni i partiti, ormai del tutto privi di richiamo. A lungo illegale, la manifestazione è diventata un diritto riconosciuto, una libertà fondamentale nel contesto democratico. Tuttavia ha perduto il suo carattere spontaneo, ha smarrito per lo più la sua carica sovversiva, finendo per essere addomesticata e riassorbita nel quadro giuridico, organizzativo e politico. L'autorità prefettizia la concede e la sorveglia, le organizzazioni tradizionali (sindacati, partiti, associazioni partigiane, ecc.), e spesso anche i movimenti, la richiedono e la coordinano (non sempre con gli esiti voluti).

Può accadere perfino, com'è avvenuto in Francia l'11 gennaio 2015, all'indomani dell'attentato a Charlie Hebdo, che una grande manifestazione per la libertà d'espressione, guidata da parecchi capi di governo, serva come pretesto per promulgare uno stato d'emergenza liberticida.

L'addomesticamento della manifestazione non è indizio che il conflitto sia sparito e la società pacificata. Piuttosto, come cambiano i contenuti, così mutano anche le forme di lotta. E quel che la governance non riesce a istituzionalizzare, viene semplicemente espulso dalla legalità e criminalizzato. In questo modo si rimarca il confine tra quel che è ammesso nello spazio pubblico e quel che è respinto. Accanto alle proteste legali si moltiplicano quelle lotte extra-legali, relegate ai bordi, eppure sempre più significative. Al punto che la tendenza a criminalizzarle non impedisce che il centro di gravità del conflitto ecceda inesorabilmente lo spazio pubblico e lo destabilizzi.

I protagonisti delle lotte extra-legali hanno volti diversi: dagli attivisti informatici, che dal cyberspazio lanciano segnali d'allerta, ai militanti che tentano di elaborare nuovi modi abitare, dai nuovi disobbedienti, con i loro gesti talvolta plateali, a quanti operano nelle Ong, le organizzazioni non governative che si muovono negli spazi transfrontalieri, nei tratti di mare libero, innalzando ancora il vessillo della giustizia, la bandiera dell'umanità. Contro di loro, che assistono i profughi nei campi, che aiutano i migranti, un fuoco di fila per neutralizzarli. Questo significa che a essere estromesso dalla legalità non è solo il militante, spinto a inventare inedite modalità di lotta, ma anche chi compie un atto umanitario, un atto che, come tale, dovrebbe essere riconosciuto e apprezzato.

Emerge così, dagli avvenimenti politici e giudiziari più recenti, il ruolo di primo piano che lo Stato svolge nel criminalizzare e, dunque, nel depoliticizzare il conflitto. Nella sua deriva sovranista e securitaria è infatti pronto sia a dichiarare illegali quegli atti presentati altrimenti come diritti o doveri democratici, sia a far passare per criminale chi si avventuri a compierli. Con questo sovranismo, aspro e risentito, prepara il terreno per la repressione. Ma finisce per dibattersi in dilemmi senza precedenti che non possono non coinvolgere la stessa democrazia.

I nuovi disobbedienti sono temibili fuorilegge, che bisognerebbe condannare penalmente, oppure sono cittadini esemplari alla cui audacia si deve la vitalità della democrazia? Minacciano l'ordine pubblico o consentono alla legge di ritrovare il senso perduto della giustizia? Si può sintetizzare così il dilemma passato progressivamente all'ordine del giorno.

La disobbedienza non vale solo nei regimi dispotici. È il sale della democrazia. I cittadini non sono sudditi e non possono perciò accettare supinamente una legge che, prima ancora dei limiti di costituzionalità, supera quelli di umanità. Come se fosse ovvio fare del soccorso un reato, come se fosse scontato capovolgere l'etica: chi si impegna a salvare vite umane sarebbe colpevole di dannarle. Dove la difesa dei diritti umani è considerata eversione, la democrazia rischia il tracollo. L'accusa di ribellismo è pretestuosa. Chi disobbedisce non viola la legge - la sfida. E la sfida in nome di una Legge più alta, di una Costituzione tradita, di una giustizia mancata.

(nella foto: manifestazione degli studenti, degli operai e dei movimenti, 20 novembre 2021)

Tratto da Donatella Di Cesare, "Il tempo della rivolta", Bollati Boringhieri, Torino 2020.

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Se i social hanno le bolle, anche la democrazia non sta benissimoGilberto Pierazzuoli · Capitalismo della sorveglianza

L'algoritmo intelligente è un grandissimo spione, e i nostri like gli facilitano il lavoro. Ma più siamo profilati, più ripetitivi e scontati diventano i contenuti che ci propone la rete.

La rete come mezzo di comunicazione di massa si distingue dagli altri perché permette oltre che di accedere alle informazioni anche di immetterle. Ognuno con pochi sforzi tecnici ed economici si può fare il proprio blog, ma anche, in maniera ancora più semplice, avere un account su Facebook o, per i più giovani, su TikToK, un profilo su Twitter, un canale su Instagram o su You Tube. In queste piattaforme, chiamate infatti social, si accede e si interagisce/comunica con amici, conoscenti ma anche potenzialmente con tantissime persone anche sconosciute. Attraverso la rete si accede anche a tante forme di informazione, oltre a poterne immettere di nuova.

Ma come funziona il tutto? Intanto serve uno strumento che trovi dove tutta questa informazione abita. Senza un motore come Google non si andrebbe da nessuna parte, se non in siti di cui conosciamo già la Url, l'indirizzo. Venti anni fa di motori ce n'erano molti come Virgilio, Yahoo!, AltaVista, Msn Search, Super Eva e molti altri ancora come il cinese Baidu. Adesso Google è diventato il più usato e opera in una situazione di quasi monopolio. Ma come funziona?

Inizialmente il motore di Google esplorava tutto il web cercando delle corrispondenze tra le parole che costituivano l'interrogazione e i contenuti di ogni sito. Il risultato era un numero enorme di risposte. Erano tutti siti nei quali quei termini comparivano, ma anche questa informazione non era sufficiente. Occorreva un ulteriore strumento per cercare in questa enorme massa di indirizzi. L'idea fu quella di indicizzare la risposta. Google scelse di imitare il sistema di punteggio usato per la classificazione delle riviste scientifiche che consisteva nel numero di citazioni che esse raccoglievano e dalla "autorità" delle riviste dalla quale provenivano le citazioni. Si creava così una classifica che metteva nelle prime pagine i risultati più pertinenti e più autorevoli. Nasceva il ranking, il punteggio che i motori assegnavano a ogni contenuto che portava nelle prime pagine dei risultati delle ricerche quelle provenienti dai siti considerati più autorevoli. È il lavoro che svolge l'algoritmo di Google che si affina e si aggiorna giorno dopo giorno diventando così efficiente da sbaragliare la concorrenza.

Ma l'uso del motore era gratuito e quindi si poneva il problema di come monetizzare tutto questo lavoro. C'era la pubblicità che trovò nel nuovo media uno sbocco che sarebbe diventato così produttivo da portare la rete a essere il mezzo pubblicitario più usato e più redditizio. Certo se l'accesso alla rete doveva passare quasi sempre attraverso i motori di ricerca le pagine degli stessi erano appetibili per ospitare la pubblicità, ma non abbastanza per giustificare il lavoro che c'era dietro a quei motori.

A questo punto si ha una convergenza tra la ricerca della maggiore efficienza possibile delle ricerche stesse e la sua monetizzazione. Ecco che si personalizzano i risultati. Tra tutti i siti che il motore scova si privilegiano adesso quelli di argomento più affine all'autore. L'algoritmo diviene sempre di più "intelligente" tanto che le sue risposte diventano sempre più pertinenti. Per fare questa opera di personalizzazione dei risultati però, l'algoritmo dovrà per forza fare la tua conoscenza, dovrà sapere qualcosa di te. Dovrà cominciare a spiarti, a raccogliere dati sulla tua persona per offrirti così un prodotto migliore. Nasce la profilazione dell'utente che, guarda caso è anche utilissima dal punto di vista pubblicitario. La pubblicità invece di rivolgersi a un pubblico generico, sarà invece indirizzata verso un tipo di consumatore specifico probabilmente interessato al prodotto da pubblicizzare. Ecco che i dati che ogni utente produce dal suo comportamento in rete divengono preziosi. Anche quelli dei poveri, di quelli che consumeranno meno, ma che statisticamente informano l'algoritmo e profilano non soltanto il singolo utente ma che possono essere indicizzati in categorie specifiche.

Nei social il comportamento dell'utente è addirittura più trasparente: si scelgono i propri amici o le persone da seguire, si formano gruppi e ci si iscrive alle pagine di tale argomento. Si commentano le notizie o più semplicemente si lascia un segno per il loro apprezzamento, un like o un cuoricino. Ma anche Facebook ha personalizzato le bacheche. Quando scorri la colonna delle news non ti appaiono quelle messe da tutti i tuoi amici ma soltanto quelle di coloro con i quali interagisci di più e che, a lungo andare, saranno quelli che ti sono più affini, costituendo così una cerchia ristretta e una categoria di consumatori ai quali poter rivolgere una pubblicità che pare essere meno invasiva perché riguarda cose (merci) che probabilmente ti interessano realmente.

Ecco le bolle. Il web crea delle bolle nelle quali sono tutti d'accordo, sia che si dicano cose di un qualche fondamento o si propugnino idee strampalate. Le bolle, luoghi dove nascono le bufale più incredibili ma che trovano lo spazio per poter circolare e qualche volta di invadere le bolle vicine. Le bolle che impediscono nello stesso tempo una forma di comunicazione critica e fuori dal coro, se non ristretta in quella piccola bolla di persone che di quella cosa erano già convinte.

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Navigare con gli occhialoni: a chi conviene il Metaverso?Ginox · Cyber Bluff

L'economia legata al web necessita di delineare periodicamente degli scenari che realizzino il concetto di innovazione. Questo strano mondo realizza una perenne mutazione spesso ricucinando sempre le solite ricette. Qualche mese fa Facebook ha ritirato fuori la realtà virtuale, nel termine di Metaverso. In pratica si tratta del web così come lo conosciamo, ma visitato con un casco (il visore) sul capo. L'idea è semplice e ben solidificata nell'immaginario fantascientifico, per ora non aveva attecchito se non limitatamente nel mondo dei videogiochi, o forse in qualche sala cinematografica particolarmente futuribile. Anche nel mondo del cinema infatti risalta fuori a ondate la visione in 3D. Di solito consumata la stagione riscompare in un cantuccio.

Facebook punta però molto sul Metaverso, tanto che ha deciso di cambiare nome alla società, chiamandola Meta. Zuckerberg ha acquisito già anni fa la Oculus VR, che per ora è sempre stata il fanalino di coda del proprio fatturato, prima dell'annuncio del Metaverso. Meta spiega di immaginarsi così l'Internet futura, ovvero come un'esperienza immersiva vissuta con l'aiuto di visori 3D.

Io ho provato solo due volte in vita mia dei visori 3D e ne sono uscito dopo 15 minuti con una nausea devastante e un mal di testa da paracetamolo. È un'esperienza comune tra chi li ha provati. L'idea di una normalità legata a questi oggetti mi sembra che contempli una sorta di cambiamento quasi morfologico nell'essere umano, che forse è quello che Zuckerberg intende quando dice di voler addestrare i nuovi produttori di contenuti.

Io penso che il Metaverso si situi nell'onda della necessità dell'innovazione continua, anche quando questa non produca nulla di buono per l'umanità. Facebook invecchia, è sempre più una piattaforma cosiddetta B2B, business to business, ovvero dove aziende tentano di vendere cose ad altre aziende, e così Zuckerberg prova a diversificare i propri affari, cercando di inventarsi il futuro di Internet, che è un buon modo per garantirsi dei guadagni, se sei Internet vali un sacco di soldi. Ma allo stato attuale il Metaverso, secondo me, potrebbe al limite essere causa di nausea e vomito e poco altro.

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Pochi e sempre più ricchi: ecco i padroni del mondoCrilò · Capitale

Nel dossier "Top200" del Centro nuovo modello di sviluppo. Colossi multinazionali dell'economia e della finanza detengono un terzo del PIL globale. E controllano l'80% del commercio.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci è andata giù dura e, in occasione della Giornata mondiale del diabete, lo scorso 14 novembre, ha puntato il dito e lanciato l'allarme: "Tre multinazionali controllano il mercato dell'insulina e bloccano la competizione per prezzi più bassi". Il risultato è che milioni di persone malate di diabete, ha sottolineato il presidente, non se la possono permettere. Ma quello dell'OMS non è l'unico rapporto a mettere nel mirino le multinazionali che, con le loro dinamiche fagocitanti e i loro business multimiliardari, creano divari troppo ampi e precipizi d'ingiustizia fra i Paesi e all'interno degli stessi, così come nelle differenti aree del mondo. Uscito in questo mese a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, un altro dossier fotografa lo spietato mondo delle multinazionali che, negli ultimi quindici anni, hanno visto i loro ricavi in continua ascesa.

"Eat the rich. Top200. La crescita del potere delle multinazionali" è quest'anno alla sua undicesima edizione (con dati aggiornati al 2020), laddove "eat the rich" – tradotto: mangia i ricchi – è l'abbreviazione di una frase attribuita al filosofo Jean-Jacques Rousseau, utilizzata e divenuta famosa soprattutto negli ultimi vent'anni fra chi si oppone alla diseguaglianza di ricchezza.

Il centro di ricerca toscano focalizza l'attenzione sulle duecento più grandi multinazionali al mondo, gruppi con diramazioni internazionali che si stima controllino l'80% del commercio globale, contribuendo al 30% del prodotto lordo mondiale. Facendo un raffronto con il 2005, si nota una crescita delle Top200 su tutti i fronti, anche se quello maggiore riguarda proprio i fatturati. I dipendenti, invece, crescono meno "come conseguenza – si nota – di un assetto produttivo in rapida trasformazione". Mentre un tempo le aziende tendevano infatti ad integrarsi verticalmente in modo da controllare tutte le fasi, oggi "si preferisce appaltare il più possibile all'esterno, preferibilmente in Paesi a bassi salari, per ridurre i loro costi di produzione". Soltanto nel 2020 i profitti hanno registrato un rallentamento come conseguenza della pandemia da Covid-19, che ha fatto calare il fatturato delle 200 multinazionali top del 5% rispetto all'anno precedente. A parte questo evento eccezionale, dal 2005 i ricavi e i profitti sono cresciuti del 60 e del 30% rispettivamente.

Ora, se la somma dei fatturati delle prime 25 multinazionali (6.183.925 M$) è di poco inferiore alle entrate del governo USA (6.350.408 M$), ne deriva che, di fatto, le multinazionali hanno a disposizione più potere degli Stati: "delle prime cento entità economiche, 70 sono multinazionali e 30 governi", rileva il rapporto CNMS. Con soldi e potere concentrati nelle mani di pochi, il passo successivo è un allentamento e uno sfilacciamento dei processi democratici, mentre è la finanza ad avere l'ultima parola e perfino 'capacità decisionale'. O meglio: i colossi dell'economia e della finanza "possono usare il loro potere per condizionare le scelte di governi e parlamenti. In un libro denuncia, John Perkins racconta i metodi usati per corrompere i capi di Stato del Sud del mondo anche se "spesso l'attività di lobby avviene in forma organizzata per avere più peso".

Fra le Top200, troviamo due multinazionali italiane (la nazionalità è definita in base al Paese in cui è domiciliata la capogruppo): Assicurazioni Generali (97 miliardi di fatturato e quasi due di profitti) e Enel (74 e 3) ma, nonostante oltre la metà abbia sede in Europa (il 53%), a fare la parte del leone sono sempre le multinazionali americane e cinesi, con un balzo di queste ultime nel 2020 (State Grid, China National Petroleum, Sinopec Group, rispettivamente seconda, quarta e quinta). All'interno della decina di testa, la supremazia resta comunque degli Stati Uniti: il colosso americano della grande distribuzione organizzata, Walmart, già al primo posto nel 2010, guida ancora la classifica con una fatturazione annuale di oltre 500 miliardi di dollari (559.151), seguito da Amazon, Apple, CVS, UnitedHealth Group. I settori più proficui? Petrolio, trasporti, elettronica, finanza mentre l'automotive è in una parabola discendente.

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Eat the rich: armi, vaccini, pacchi, stipendi d'oro...Crilò · Capitale

Fra gli otto capitoli del dossier 2021 sulle multinazionali, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che cura l'edizione 2021, enuclea quattro tematiche: "Amazon. Impero del virtuale"; "L'economia dei militari"; "Vaccini anti-Covid. Sovvenzioni pubbliche, profitti privati"; "Giochiamo a farci belle" e "L'Italia degli stipendi d'oro".

I vaccini anti-Covid sono considerati dall'angolazione delle multinazionali farmaceutiche che si sono viste arrivare valanghe di contributi pubblici (gli US hanno finanziato la ricerca privata con 18 miliardi $; la UE con tre) mentre la loro vendita rappresenta ora il 50% dei ricavi (fino al 2019 era il 15%). Il fatturato di Moderna è cresciuto in un anno dell'8.300% mentre i profitti sono passati da -241 milioni$ nel primo semestre 2020 a +4 miliardi nel primo semestre 2021. Pfizer ha accresciuto il fatturato del 68% rispetto al primo semestre 2020 ed entrambe hanno preteso prezzi più alti sui nuovi acquisti dalla UE, senza contare che hanno beneficiato anche dei brevetti mentre, secondo il Tax Justice Network, sfruttano i vantaggi dei paradisi fiscali.

Nel focus su Amazon, si mette in evidenza l'opacità del gruppo del megamiliardario Jeff Bezos, il terzo al mondo per fatturato, di cui non abbiamo però una fotografia rappresentativa nel probabile tentativo di pagare meno tasse possibile.

Di segretezza si parla nelle pagine dedicate all'economia dei militari in Egitto e in Myanmar di cui preoccupa l'espansione che ha finito per coinvolgere anche l'industria del turismo. Secondo alcuni, in Egitto i militari controllano tra il 15 e il 40% del Pil senza che si conoscano bilanci, contributi, profitti.

La scarsa trasparenza è anche il tema del capitolo "Giochiamo a farci belle", che fa uno zoom sugli investimenti fatti dalle aziende per farsi percepire migliori di quanto siano; a questo fine "impiegano termini tanto impegnativi quanto vaghi, difficili da misurare".

Last but not least, il CNMS presenta gli stipendi dei primi dieci amministratori delegati: da FCA (11,7 milioni di euro) a Exor (8,5), Enel (7,5), Amplifon (3,6). A un lavoratore medio servirebbero 36 anni per guadagnare altrettanto.

(crilò)

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Potere alla parolaGinox · Condivisione

A Prato la scuola di italiano dei Si Cobas cerca insegnanti per i lavoratori stranieri.

La sede dei Si Cobas a Prato si trova in via Ferrara 30/c. Si compone di una stanza principale e alcune più piccole, sono passato a vederla la sera in cui veniva presentato il primo corso del loro progetto di scuola. Si tratta di un corso di italiano. Le persone con cui ho parlato mi hanno spiegato il perché di questa iniziativa. Dopo la chiusura del presidio alla Texprint e la sentenza sull'illegittimità dei licenziamenti, lo sgombero delle tende davanti al Comune, il duro pestaggio alla Dreamland, i cortei e i presidi, il sindacato è in una fase di riorganizzazione, presto partiranno nuovi scioperi. Il clima in città non è tranquillo, ma non sfavorevole. Le aziende sono sotto pressione, in qualche modo il sistema di sfruttamento che vede come pacifico lavorare su turni improbabili 7 giorni su 7, non è facile da scalfire, gli strumenti burocratici e legali fanno parte della lotta, ma da soli non bastano.

Il sindacato è fatto dai lavoratori e quindi bisogna investire su di loro, a 360 gradi. Molti iniziano a lavorare giovanissimi e il ritmo della loro esistenza è scandito essenzialmente dal lavoro e dal sonno, in una situazione nella quale devono barcamenarsi in un paese di cui non conoscono bene la lingua, la legislazione e le dinamiche legate al sistema produttivo. E così anche quando si ottengono delle vittorie in termini di diritti sul lavoro non basta per migliorare le condizioni di vita. Ottenuto di far rispettare una cosa basilare come l'orario 8x5, rimangono ancora molte difficoltà per ottenere la possibilità di una vita degna: i permessi di soggiorno, le residenze, che non sono questioni banali, perché permettono l'accesso a tutta una serie di servizi, che spesso diamo per scontati.

Da questa visione a tutto tondo nasce l'idea di una scuola, che come primo passo serva a fornire uno strumento fondamentale: la conoscenza della lingua, per poter interagire da pari in un'Italia che spesso è ingiustamente ostile e escludente. La sede si sta trasformando in questo senso, è un luogo che emana una certa vitalità solidale, ancora ingombro dai resti del presidio alla Texprint, pieno di sedie e ricco di capannelli in cui le persone discutono. Non è un caso che il corso di italiano sia nato come esperienza estemporanea, proprio al presidio/picchetto permanente di fronte alla Texprint.

Alla domanda se poteva essere utile rilanciare l'iniziativa su Fuori Binario, mi è stato risposto che per ora le persone interessate sono già il doppio di quanto si preventivava: erano attese 15 persone, se ne sono presentate 30.

Nei loro social il progetto veniva presentato così: "Uno strumento nato ai cancelli della Texprint che ora sta muovendo i primi passi verso una maggiore organizzazione. Uno strumento per arricchirci nel tempo liberato dalle vittorie degli scioperi dove si lavorava 12x7. Uno strumento per abbattere le barriere linguistiche e rompere la segregazione. Uno strumento per formarci e poter lottare con sempre più conoscenze contro lo sfruttamento del distretto tessile". Parole che riassumono bene il loro spirito e obiettivi.

Ciò che servirebbe davvero sono insegnanti, per espandere e far progredire l'esperienza. Rigiriamo quindi da queste colonne il loro appello rivolto a chi sia in grado di aiutare in questo senso e ricordiamo che i Si Cobas sono contattabili da www.facebook.com/SiCobasFirenze.

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La lotta comune di freelance e operaiBarbara Imbergamo · Condivisione

Intervista a Giulia Carini di Redacta, lavoratori dell'editoria.

Acta è l'associazione dei freelance e dal 2004 si occupa di promuovere la coalizione fra tutti i lavoratori indipendenti, a prescindere dalla professione che svolgono. Tra le battaglie vinte, il blocco dell'aumento dei contributi Inps e lo Statuto del lavoro autonomo. Redacta è il sottogruppo che dal 2019 riunisce lavoratrici e lavoratori dell'editoria libraria, un settore che a fronte delle elevate competenze richieste offre compensi bassissimi e irregolarità su contratti e tempi di pagamento.

I freelance di Acta e Redacta negli ultimi mesi hanno iniziato a costruire legami e connessioni anche con lavoratori della filiera editoriale che lavorano da dipendenti, precari, intermittenti e questo appare come un importante elemento di novità nell'ambito delle lotte del lavoro perché traccia un percorso di condivisione tra persone che vivono diverse forme di precarietà e sfruttamento.

Una direzione simile è quella che hanno impresso alla loro lotta gli operai della Gkn di Campi Bisenzio che ripetutamente ribadiscono che il loro sguardo sulla crisi include anche precari, disoccupati, persone con contratti a tempo indeterminato ma con salari da fame, tirocinanti, partite Iva, piccoli esercenti, lavoratori del turismo, della ristorazione, dello spettacolo, del giornalismo e dell'informazione, a cottimo mascherato, a nero ai quali si rivolgono chiedendo: "E voi come state"?

Su questi temi abbiamo intervistato Giulia Carini, attiva in Redacta, interrogandola sul salto di qualità al quale stiamo assistendo e che può essere considerato una novità che avvicina mondi fino ad ora considerati distanti "secoli".

Avete organizzato incontri con lavoratori che non sono freelance ma che rappresentano porzioni di filiere produttive comuni, come quella editoriale. Con quali esiti?

In luglio Redacta ha organizzato un incontro con le lavoratrici e i lavoratori del sindacato di base SiCobas che lavorano alla Città del Libro di Stradella, teatro per anni di mobilitazioni collettive e scioperi dei quali l'ultimo proprio lo scorso luglio, con l'obiettivo di avviare un progetto di analisi della filiera, perché qualunque rivendicazione collettiva non può che partire da una conoscenza approfondita delle condizioni dell'intero settore, indipendentemente dal ruolo che si ricopre al suo interno.

Lo sfruttamento è solo per i precari?

Sentiamo molto l'esigenza di aprire un confronto fra lavoratori e lavoratrici che vada oltre i singoli inquadramenti: come freelance ci scontriamo quotidianamente con la nostra instabilità professionale e a volte ci dimentichiamo che i nostri colleghi dipendenti, magari soci di cooperative, possono vivere condizioni di sfruttamento. Siamo convinti della necessità di portare avanti questo dialogo per riaffermare che si tratta di una lotta comune.

Eravate presenti all'incontro tra gli operai della Gkn e i giornalisti?

Abbiamo riconosciuto lo stesso intento nell'invito rivolto dagli operai della Gkn a lavoratori e lavoratrici dell'informazione, per questo abbiamo deciso di partecipare. Abbiamo ragionato di diritti e possibili coalizioni, di invisibilità e passione, superando le differenti condizioni di impiego.

Gkn sta lanciando un tour coi lavoratori dello spettacolo. Anche questo è un campo di lotta che di nuovo avvicina una lotta operaia a un mondo tipicamente freelance e precario. Cosa ti aspetti da questa azione?

Noi redattrici lavoriamo ogni giorno con le parole, e vediamo la necessità estremamente pratica di costruire un linguaggio comune per parlare di sfruttamento e allargare una coalizione in grado di ribaltare il tavolo. I teatri, dove si possono utilizzare linguaggi diversi, anche non verbali, sono sicuramente un luogo dove questo calderone può iniziare a sobbollire, sia sopra che sotto il palco. Insomma, vediamo nel tour organizzato da Gkn tutte le premesse per un percorso interessante, a cui parteciperemo volentieri.

Come proseguirà il vostro impegno?

A dicembre a Milano parteciperemo a un incontro in cui Redacta dialogherà con i delegati sindacali delle grandi catene di librerie e librai indipendenti di Milano.

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La ripresa? Per noi è solo altro precariatoCarlotta · Coltiviamo le insorgenze

Prendiamoci la responsabilità del nostro ruolo come donne lavoratrici.

Sono Carlotta e mi faccio voce del Coordinamento donne Gkn costituitosi subito dopo i licenziamenti del 9 luglio all'interno dei cancelli della fabbrica. Siamo donne, mogli, compagne lavoratrici e simpatizzanti, a favore e a supporto della lotta. Vi parlerò delle lavoratrici donne partendo proprio dalle mie esperienze.

Ho lasciato il lavoro poco prima della pandemia per esigenze famigliari: proprio perché lo stipendio del mio compagno, operaio Gkn, doveva essere quello più sicuro.

Ho ritrovato lavoro solo da pochi mesi. Ora sono una lavoratrice interinale, precaria.

Sono un pacco che può essere rispedito al mittente in ogni momento. Qualcosa che scade a fine settimana, fine mese. Ogni tre mesi se sono fortunata. Uno specchietto per le allodole della ripresa economica, della nuova occupazione post pandemia. Lavoro in una fabbrica metalmeccanica dove la stragrande maggioranza è fatta da lavoratrici straniere: le più sfruttabili, le più ricattabili. La cosa inaccettabile è che loro stesse sono arrivate a concepire ciò come naturale. Ma il lavoro è tutt'altro… non è umiliazione e soprusi, ma è dignità!

La mia storia non la racconto perché è la mia storia individuale ma proprio perché è la storia che hanno vissuto e che vivono tante donne. È una storia collettiva. La perdita del lavoro con la pandemia, la rinuncia al lavoro per sostituirsi ad uno stato sociale sempre meno presente e che ha colpito le donne in maniera ancora più inesorabile. Proprio questa mattina una mia collega è stata licenziata perché mamma, perché quando la figlia si ammala lei si assenta da lavoro.

Questa mia storia parla di come la ripresa economica, di cui tanto si parla, per noi lavoratrici si traduce in impieghi ancora più precari, ancora più sfruttati di prima. Impieghi dove le donne sono ancora più ricattabili, magari le donne immigrate che con il loro stipendio mantengono tutta la famiglia anche quella nel paese di origine e che se perdono il lavoro poi devono anche lasciare l'Italia perché magari perdono anche il permesso di soggiorno. Quelle donne spesso arrivano ad accettare anche molestie sessuali e psicologiche in silenzio, pur di non perdere il lavoro.

Ecco, il 9 luglio davanti ai cancelli della Gkn abbiamo imparato una lezione forte e chiara. Le nostre sofferenze, le nostre condizioni, non sono solo individuali, ma anche collettive. Quindi solo insieme possiamo uscire da questa sofferenza e da queste ingiustizie. Per provare a farcela dobbiamo convergere tutte e tutti in un'unica direzione e per far questo dobbiamo sensibilizzare le persone che abbiamo accanto nei nostri luoghi di lavoro. Prendendoci la responsabilità: tutti abbiamo un ruolo sociale e politico in questo Paese.

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Verso lo sciopero generaleValentina Baronti · Coltiviamo le insorgenze

Dal collettivo di fabbrica l'appello alla convergenza e alla responsabilità sul lavoro.

Sciopero generale e generalizzato. È il grido che si leva dal doppio appuntamento organizzato dal collettivo di fabbrica Gkn per sabato 20 novembre, con l'adesione allo sciopero studentesco per le vie di Firenze e domenica 21 novembre, quando dentro lo stabilimento di Campi si è tenuta l'assemblea pubblica sulle prospettive della nazionalizzazione e la necessità di convocare uno sciopero generale.

"Sono quattro mesi che andiamo avanti – ha detto Dario Salvetti, rsu GKN, nel discorso conclusivo della manifestazione degli studenti – stiamo chiedendo a tutti una grossa fatica. Ci sono vertenze ovunque, ma la vera fatica è operare su una molteplicità di piazze separate. Alla fine di questo autunno non saprete rispondere a questa domanda: perché non avete convocato lo sciopero generale, perché non ci avete messo nella stessa piazza?".

Ma lo sciopero generale non è una crocetta sul calendario: è la tappa di un percorso che va costruito nei luoghi di lavoro e nella società.

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La rabbia operaia cresce e coinvolgeRedazione · Editoriale

Per un'azione politica collettiva che trasformi la crisi in occasione di rinascita

Convergiamo. È la nuova bandiera sventolata dal collettivo di fabbrica Gkn all'assemblea cittadina del 28 ottobre al Teatro Puccini di Firenze e all'assemblea pubblica del 21 novembre nello stabilimento di Campi. Una sfida che parte da quei palchi, fatti di racconti di precariato, di sfruttamento, di delusione, di mancanza di sicurezza, di morti sul lavoro, di vertenze perse, di nazionalizzazioni farsa. Riportiamo qui due storie simbolo: una uscita dal Puccini e una arrivata da chi quei palchi non ha avuto neanche la forza di ascoltarli, tanta era la disillusione.

Carlotta interviene al Puccini a nome del coordinamento donne Gkn, racconta la sua storia per invitare tutte e tutti ad assumersi la responsabilità, perché "tutti abbiamo un ruolo sociale e politico in questo Paese".

Samuele invece affida ai social la sua denuncia e da giornalista si fa operaio. Niente di poetico o di romantico, Samuele si fa operaio, precario, perché solo così può andare avanti, perché il suo lavoro di giornalista non gli permette di campare. Due vite che aprono due riflessioni: la crisi della rappresentanza e la fuga dai mestieri per i quali eravamo stati formati, con impiego di risorse non solo delle famiglie ma anche dello Stato. Cosa perdiamo noi dalla scelta di Samuele? Perdiamo una voce, una professionalità nelle pagine di un giornale.

Le condizioni di sfruttamento sui posti di lavoro hanno allontanato tanti, troppi,

(il testo si interrompe qui: nel PDF del numero la parte finale dell'editoriale non è presente nel livello testo, perché eccedente rispetto alla cornice di impaginazione. Per il seguito si rimanda all'immagine di pagina 8.)

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GKN un appello all'unitàValentina Baronti · Insorgenze

Insieme, nei posti di lavoro, a scuola e nei territori, verso lo sciopero generale.

Per costruirlo ognuno deve fare la propria parte, organizzandosi nelle proprie aziende, fabbriche, uffici, scuole, teatri. Perché se c'è una certezza, tra i tanti dubbi e le troppe situazioni indefinite che si sono ascoltate all'assemblea del 21 novembre, è che la crisi di diritti, salario, sicurezza, stabilità riguarda le lavoratrici e i lavoratori di ogni settore, i disoccupati, gli studenti. Una moltitudine di voci all'insegna della rabbia e del riscatto. Duecento persone che hanno dedicato la propria domenica a raccontare ed ascoltare, ad elaborare la propria rabbia in proposta, in mobilitazione.

La vertenza della Gkn, nel momento in cui andiamo in stampa, è in una fase cruciale e gli scenari che potrebbero aprirsi sono molteplici. Quel che invece è stato già previsto è che si cercherà di scaricare la responsabilità sui lavoratori. "Tenetevi pronti alla massima mobilitazione – dicono dal collettivo – e allargate la lotta, portate l'"insorgiamo" sui territori e nei vostri posti di lavoro".

Quanti hanno "ripiegato" su mestieri con qualche garanzia salariale, rinunciando a dare il meglio di sé per la comunità in cui vivono? E cosa acquistiamo noi dalla denuncia di Carlotta, da quella mancanza di rappresentanza che ci spinge a farci parte attiva?

Gli operai della Gkn ci stanno dimostrando che solo organizzandoci, convergendo, attivando un'intelligenza collettiva possiamo trasformare la tragedia del nostro tempo in un'occasione storica. Una tragedia fatta di salari che si abbassano sempre di più, di costo della vita che lievita, di diritti che svaniscono, di continui rinculi sulla sicurezza, fino a tornare a condizioni da prima rivoluzione industriale. Un'opportunità fatta di rinascita, di passione, di lotta. Gkn è solo la punta dell'iceberg, la cima di un'immensa montagna di ghiaccio, di lavoratrici e lavoratori stanchi e delusi, di giovani e di studenti che vedono davanti a sé un futuro a tinte fosche, con l'unica certezza che sarà la Terra a chiedere il conto.

Uomini e donne che stanno provando a fare da soli, attivando percorsi che a qualcuno possono sembrare utopici o fantascientifici, ma che fino a pochi mesi fa nessuno di noi avrebbe potuto immaginare e invece sono qui, esistono e resistono. Perché siamo tutti responsabili, come ci ricorda Carlotta, e tocca a noi fare quello che dovrebbe fare la Politica. Sì, quella con P maiuscola, quella che molti di noi non hanno mai visto né immaginato.

E allora convergiamo per insorgere, insorgiamo per convergere. Perché questo è quello a cui siamo chiamati, perché questa è l'unica, vera, ultima speranza che abbiamo.

(v.b.)

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La dignità perduta di una professioneSamuele · In prima persona

Fare il giornalista non paga: mi dimetto per un posto da operaio.

È come quando ero piccino. Quando da ragazzi eravamo alla partita del Castelluccio e passavamo il tempo a lanciarci giù dal "grottone" macchiando i calzoni di verde. Anche ora sto rotolando giù. Ma a differenza di quando ero ragazzo, ora non mi diverto. Al contrario. Sto male. Di più. Sto malissimo. E non vedo il fondo. Dopo nove anni di onorato servizio e lenta ma costante crescita professionale, mi sono dimesso dal Tirreno. Sono andato via io. Non sentivo più niente di interessante da scrivere. Soprattutto aveva perso di senso, piano piano, il mio lavoro: rincorrere il politico di turno per la polemica del giorno, prendere il tipo del giorno e fargli l'intervista, persino le manifestazioni della Gkn mi davano fastidio, mi immedesimavo troppo e ne soffrivo.

Qual è stato il problema? All'inizio sono stati i compensi del nuovo editore del giornale: la Sae. Poi parlo della considerazione per quanto fatto negli anni scorsi da parte di chi mi avrebbe dovuto valorizzare e non l'ha fatto. Non potevo continuare a scrivere e vedere a fine mese un'entrata pari a poco più di uno stagista.

Il crollo è iniziato nel gennaio 2021: il conguaglio ha bruciato gran parte delle mie già poche entrate. Poi è arrivato il nuovo contratto Sae ad aprile: fatto al ribasso quando mi avevano assicurato che non avrebbero cambiato nulla. Poi è arrivato il crollo vero e proprio mio personale. Ho sentito montare mese dopo mese come una rassegnazione. Ho cominciato a provare un senso di depressione che cresceva e cresceva. Ogni servizio era diventato come un masso da spostare dallo stomaco ogni giorno. Non avevo più interesse. Non avevo più entusiasmo. Mi sentivo sfruttato. L'estate l'ho passata in affanno e ad agosto sono letteralmente sparito. A settembre ho riprovato a scrivere per il giornale ma, visto lo stipendio di ottobre, mi sono reso conto che il conto corrente sarebbe comunque continuato a calare.

Oggi non sono più il ragazzo che si lanciava dal "grottone" con gli amici di paese. Sono padre di famiglia, vado per i 47 anni, mia moglie si spacca in quattro per la famiglia e io, tra depressione e sempre meno soldi in banca per la famiglia, fatico pure a guardare in faccia i miei figli.

Un lavoro vero deve essere prima di tutto un lavoro dignitoso. Qualunque esso sia. E avere la mostrina del giornalista sulla giacchetta era diventato solo un peso. Così mi sono dimesso dal Tirreno.

Sto abbandonando i miei sogni? Non lo so. Di certo ho fatto mille esplorazioni per un nuovo lavoro in questi mesi. Ho fatto domanda pure alle Poste per un lavoro temporaneo. Mi hanno preso. Vado a fare l'addetto smistamento a Sesto Fiorentino. Farò l'operaio. Farò le notti. Non so quanto durerà. Ho una laurea con lode. Sono ventun'anni che ho la tessera da giornalista in tasca. Non la perderò. Ma farò l'operaio. Perlomeno per un po' lo stipendio sarà dignitoso. E poi chissà. Di certo, dopo aver dato il sangue per anni a questo giornale, mai avrei pensato che il post-Covid mi avrebbe portato a fare tali scelte.

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Carne, un'industria mortiferaRestiamo Animali · Ambiente e consumi

Fermare gli allevamenti intensivi è una battaglia ambientalista. La campagna di Greenpeace segna una svolta nell'ecologismo.

L'industria della carne è una mostruosa macchina di morte: crea e distrugge vite, costringendo milioni, anzi miliardi di esseri viventi a condurre esistenze di pura sofferenza, e in più danneggia in modo grave gli ecosistemi. È per questo secondo motivo – e per la crescita incessante dei consumi di carne (nonostante una certa stasi o contrazione in alcuni paesi del Nord globale) - che il mondo ambientalista, ancora poco permeabile alla prospettiva antispecista, si è avvicinato a una causa rimasta finora prerogativa delle associazioni animaliste. È una novità importante, che potrebbe portare novità significative, visto che la riduzione drastica dei consumi di carne è indicata come necessaria da tutti gli studiosi di cambiamenti climatici.

Ma di che parliamo, in concreto? Della campagna "Ferma gli allevamenti intensivi" lanciata da Greenpeace, la nota organizzazione ecologista internazionale. "Quello che mangiamo oggi", dice lo slogan di Greenpeace, "determina il mondo di domani: non mettiamo il pianeta nel piatto".

Le cifre elaborate da Greenpeace restituiscono la dimensione del fenomeno: 75 miliardi sono gli animali macellati nel mondo, ogni anno. 4,3 milioni – per fare un esempio vicino a noi - i maiali e 1,5 milioni i bovini stipati nei capannoni degli allevamenti intensivi in una sola regione italiana: la Lombardia. L'attuale modello di produzione intensiva del nostro cibo è una bomba biologica a tutti gli effetti e ne abbiamo sperimentato la potenza: il 70% delle malattie infettive emergenti (come Sars, Ebola, influenza suina, aviaria, probabilmente anche Sars-Cov2, il virus all'origine del Covid 19) provengono da animali, attraverso lo "spillover", il salto dell'agente patogeno da una specie animale alla nostra, a causa dell'eccessiva vicinanza fra gli animali selvatici e gli allevamenti o – anche – gli insediamenti umani.

In questo momento, fra l'altro, è in corso un allarme-aviaria in Veneto, a testimoniare pericoli sanitari sempre incombenti. E un'inchiesta del Guardian ha rivelato che un numero spaventoso di animali è stato abbattuto per fermare l'emergenza aviaria in vari paesi del mondo, con casi di spillover tra volatili ed esseri umani.

La questione animale - e quindi la necessità di chiudere al più presto la stagione degli allevamenti intensivi - non è praticamente entrata fra i temi discussi a Glasgow durante la conferenza sul clima detta Cop26, che non a caso si è risolta in un sostanziale fallimento. Le attuali classi dirigenti stanno dimostrando di non essere all'altezza – né sul piano politico, né su quello etico-culturale - della sfida globale posta dalla crisi climatica e quindi è più che mai necessaria una forte mobilitazione dal basso, che diffonda consapevolezza ed elabori proposte concrete, spingendo poi perché si traducano in fatti.

La campagna di Greenpeace può essere considerata parte di questo sforzo. Per sostenerla: andare su www.greenpeace.org/italy/ e dall'opzione "attivati" nel menù principale, entrare in "ferma gli allevamenti intensivi".

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Il cipresso: arrivò dall'Oriente l'icona del paesaggio toscanoIlaria Morelli · Millefoglie

Anche se non si è naturalisti esperti e non si conosce quel magico strumento per il riconoscimento degli alberi chiamato "chiave dicotomica", alcuni alberi sono comunque facili da riconoscere. Basti pensare al cipresso (Cupressus sempervirens) la cui sagoma sempreverde costituisce un elemento inconfondibile del paesaggio del Centro Italia. Oltre al classico cipresso dalla chioma a forma colonnare e i rami addossati al tronco, questa specie si può presentare in versione horizontalis con una chioma meno compatta e i rami quasi orizzontali.

Il cipresso è giunto qui dall'Oriente in epoca antica, introdotto da Fenici o Etruschi o Romani, e si è naturalizzato divenendo specie pienamente adattata in grado anche di riprodursi spontaneamente. Sopporta bene climi con precipitazioni molto irregolari e sopravvive a lunghi periodi siccitosi, adattandosi a crescere un po' ovunque anche in condizioni limite. Usato come albero da frangivento e rimboschimento, per segnare i confini di proprietà o come pianta ornamentale, il cipresso è utilizzato anche in arte topiaria, l'arte di dare forme geometriche, umane o animali, alla chioma degli alberi e delle siepi. Grazie all'elevata resistenza a umidità e attacchi di insetti e funghi, il suo legno è apprezzato e utilizzato in falegnameria per mobili, costruzioni navali e infissi interni ed esterni.

A Firenze i cipressi svettano sulle colline dei dintorni, lungo alcuni viali urbani e nei giardini storici. Diversi esemplari si trovano anche nei complessi delle basiliche di Santa Maria Novella e Santa Croce. Bellissimi cipressi si trovano poi in numerose opere pittoriche ospitate in musei e chiese della città.

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Cop 26: la catastrofe climatica? Pensiamoci dopo mangiatoCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali

Credere alle promesse dei politici sul clima non è mai stato facile, ma dopo questa notizia la fiducia registra un minimo storico: alla conferenza Onu Cop26, a Glasgow, tra una riunione e l'altra, i delegati si sono rimpinzati di carne, pesce e latticini, cioè quanto di peggio in termini di impatto ambientale (senza considerare la sfera etica). Dopo l'incoerenza del via-vai di decine di jet privati, qualcuno ha giustamente voluto sapere cosa veniva servito a tavola, anche perché il settore agricolo ha un fortissimo impatto sull'ambiente, quindi era prevedibile che il menù sarebbe stato un indagato speciale. Ebbene, metà delle pietanze servite nella sala principale dello Scottish Exhibition Center era a base di carne, l'alimento con l'impronta di carbonio più alta. Ogni porzione di carne supera di gran lunga il mezzo chilo di CO2 indicato come "etico", toccando anche i 3,4 kg di CO2.

Per un raffronto: una porzione vegana di lasagne di zucca con formaggio tipo cheddar ma interamente vegetale, ha emissioni equivalenti di CO2 di 0,7 kg, mentre una porzione di fusilli al farro, con cavolo nero e funghi prataioli si ferma a 0,3 kg di CO2. Per non dire del consumo smodato di salmoni, cresciuti in allevamenti intensivi che hanno causato gravi danni ambientali in tutto il mondo. È imbarazzante la disinvoltura con la quale, durante e dopo discussioni che riguardano argomenti così seri, persone che sono ben informate e dovrebbero essere massimamente consapevoli, si siano comportate come se andasse tutto bene.

Per chi ha una sensibilità antispecista, gli animali non sono cibo per ragioni etiche e di coscienza: un sistema che pianifica la nascita e la morte di miliardi di individui è aberrante in sé e anche un'ipotetica carne a impatto ambientale zero non ci farebbe cambiare idea. Ma stiamo parlando di una conferenza sul clima, durante la quale, dopo avere discusso di clima impazzito, con il segretario generale dell'Onu, António Guterres, che parla di catastrofe, si è pasteggiato senza darsi alcun limite. A chi spetta dare l'esempio? Chi farà il primo passo?

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  • clima
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Fine dell'incuboCristiano Lucchi · Giustizia

Archiviato il "reato di solidarietà". A Trieste Lorena e Gian Andrea accolgono i migranti della rotta balcanica e nell'indifferenza dei più curano le loro ferite.

È durato esattamente nove mesi il travaglio di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi: era il 23 febbraio scorso quando la Digos di Trieste violò il loro domicilio con l'accusa di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a fini di lucro", per aver ospitato per due notti una famiglia iraniana, con due bambini di 9 e 11 anni, proveniente dalla Rotta balcanica.

Il 23 novembre il pubblico ministero e il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bologna hanno archiviato l'accusa fatta nei loro confronti "non emergendo elementi che consentano la sostenibilità dibattimentale dell'accusa". Un'archiviazione che mostra con chiarezza l'intenzione politica dell'indagine che ha portato all'inchiesta. Ne avevamo scritto su queste pagine denunciando l'abominio. L'indagine, iniziata nel 2019 e raccontata su Fuori Binario nel maggio scorso, nasce per iniziativa della procura triestina che intende cogliere un legame intrinseco fra la cosiddetta cellula triestina di passeur, Lorena e Gian Andrea e, indirettamente, Linea d'Ombra, l'associazione che hanno fondato e che ogni giorno accoglie in Piazza del Mondo (Piazza della Libertà) a Trieste decine di migranti sofferenti e spesso feriti dalle polizie nel loro viaggio.

"Quel mattino la Digos ha suonato all'alba e mi ha sequestrato computer e cellulare. Sono stato accusato di aver accolto per due notti una famiglia iraniana composta da padre, madre e due bambini e di averli accompagnati il giorno dopo ad un money transfer per cambiare 800 euro con la mia carta di identità", racconta Gian Andrea. "Poi la magistratura ha messo insieme le due notti a casa mia con una terza in cui hanno dormito presso un'organizzazione di passeur curdi che traffica esseri umani per lucro, legata, pare, al terrorismo internazionale. Da questa semplificazione arriva l'accusa più grave che mi colpisce per aver compiuto un semplice atto di umanità, accoglienza e solidarietà".

Inizialmente l'indagine riguardava solo Gian Andrea. In un secondo tempo, ha coinvolto anche Lorena. Questo fatto ne ha prodotto lo spostamento presso il tribunale di Bologna dato che Lorena, giudice onorario presso il tribunale dei minori di Trieste, rientra nei ranghi della magistratura per la quale è competente appunto il tribunale bolognese. Il procedimento giunge quindi nelle mani di un magistrato non interessato a un'intenzione politica punitiva nei confronti di chi agisce solidalmente con i migranti, il quale non ha difficoltà a ravvisare il carattere artificioso della presunzione di collegamento fra Gian Andrea, Lorena e la cosiddetta cellula triestina e, ancor più, lo scopo di lucro. Chiede quindi l'archiviazione che il giudice per le indagini preliminari conferma.

Per Gian Andrea e Lorena "il succo di questa vicenda sta appunto nel rendere ancora una volta evidente il carattere politico delle denunce nei confronti degli attivisti solidali con i migranti: così è caduta la denuncia contro Mediterranea e prima ancora quella contro Carola Rackete. Crediamo che cadrà anche quella di Andrea Costa di Baobab di Roma. Diverso è caso di Mimmo Lucano perché si tratta di un esempio 'pericoloso', in quanto avrebbe potuto diffondersi presso altri piccoli comuni spopolati come esempio di rinascita sociale".

Linea d'Ombra vive di donazioni volontarie e non riceve nessun finanziamento pubblico, per mantenersi indipendente. Le donazioni servono ad aiutare i migranti in difficoltà bloccati in Bosnia e in arrivo a Trieste dalla rotta balcanica. Per sostenerla, vedi su lineadombra.org

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La strage dei senegalesi e la risposta di FirenzeRiccardo Michelucci · Firenze ribelle

La strage che avvenne in piazza Dalmazia il 13 dicembre 2011 è stata una delle pagine più nere della storia di Firenze dal Dopoguerra a oggi. Quel giorno maledetto, la sua fama di città tollerante, aperta e dai solidi anticorpi fu spazzata via in poco meno di tre ore da un incubo destinato a scavare un solco indelebile e a lanciare una complessa sfida per il futuro. Da quell'orrore sono passati ormai dieci anni.

Quella tarda mattinata, un cinquantenne militante di estrema destra si presentò al mercato rionale della piazza armato di una pistola 357 magnum e cominciò a sparare contro i primi ambulanti senegalesi che si trovò di fronte. Sotto i suoi colpi caddero Samb Modou, 40 anni, e Mor Diop, 54. Un loro connazionale, il trentasettenne Moustapha Dieng, restò a terra ferito gravemente, ma ancora vivo. Il killer approfittò del caos per scappare a bordo della sua Polo blu e intorno alle 15 fece scoppiare il panico al mercato di San Lorenzo, aprendo il fuoco su un altro gruppo di senegalesi. Ferì gravemente due uomini: il 32enne Mor Sougou e Mbenghe Cheike, di 42 anni. L'assassino decise infine di farla finita, sparandosi un colpo alla gola.

La sua fu una strage a sfondo razzista, frutto di un odio xenofobo lucido e determinato, e Firenze reagì spontaneamente alla tentazione di ridimensionare quell'orrendo crimine a mero fatto di cronaca. Quattro giorni dopo, oltre 20mila persone parteciparono a una bellissima marcia contro la xenofobia e in memoria delle vittime. Ma fin da subito fu chiaro a tutti che per rispondere a quella ferocia non ci si poteva limitare a un abbraccio fraterno e solidale. L'onda della commozione per quella terribile strage razzista e della solidarietà per la comunità senegalese era destinata a protrarsi a lungo. La società civile si attivò spontaneamente organizzando iniziative di raccolta fondi, cene e sottoscrizioni per le famiglie delle vittime. I fondi raccolti furono portati in Senegal per finanziare la ristrutturazione di due scuole nei villaggi d'origine di Samb e Mor.

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Alla scoperta della clitoride, piccola grande sconosciutaAnita Catania · Intersexioni

Intersexioni ospita Anita Catania di Uncover.it.

Una corretta educazione sessuale, priva di tabù, inciderebbe favorevolmente sulla conoscenza del proprio corpo, sulla diminuzione del numero delle malattie trasmesse sessualmente, sugli stereotipi e sulle discriminazioni di genere, come sostiene anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Come siamo fattə? Il progetto Uncover.It nasce proprio per affrontare liberamente la sessualità, partendo dalla conoscenza del proprio corpo, a partire dalla conoscenza di una parte specifica, parzialmente visibile, del corpo femminile: la clitoride.

Il logo del progetto è proprio una clitoride stilizzata e trae ispirazione da un'immagine realizzata attraverso una risonanza magnetica eseguita per uno studio scientifico portato avanti dall'Ospedale Universitario di Ginevra: lì si evidenzia la reale forma della clitoride sia nella donna intatta sia nella donna che ha subito una mutilazione genitale (MGF) con escissione della clitoride. Le immagini chiariscono che nella donna con MGF manca solo la punta dell'organo, il resto è intatto nella sua normale sede anatomica. Rispetto all'apparato maschile, che è esterno e quindi visibile, quello femminile è interno e la sua anatomia è sconosciuta a molte donne e uomini.

La clitoride è stata spesso indicata come una parte insignificante dell'organo genitale femminile, un bottoncino appena visibile, dove le piccole labbra si riuniscono nella parte superiore. In realtà è molto più grande di quello che si può immaginare e vedere, essendo la maggior parte di essa collocata all'interno della vulva, arrivando nella sua totalità ad una dimensione media di circa 7-10 centimetri. La clitoride è molto innervata e, se stimolata adeguatamente, porta la donna all'orgasmo.

L'anatomia degli organi sessuali femminili e maschili è simile, hanno la stessa origine embrionale ed entrambi hanno parti erettili. Eppure, rischiamo di diventare grandi senza sapere come siamo fatti.

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Un giornale migliore si vende di piùCezar Toma · Storia di un diffusore

Dalla Romania a Firenze perché città multietnica. Dormiva per strada, poi l'incontro con Fuori Binario.

Mi chiamo Cezar Toma e sono nato a Iasi, in Romania. Ho 44 anni e da dieci faccio il distributore in strada di Fuori Binario. Ho scelto Firenze per cercare lavoro anche perché è frequentata da diverse persone di tante nazionalità e questo mi dava fiducia. In tanti anni ho trovato solo piccoli lavoretti saltuari, di minima durata e di poca entrata, poi più nulla. Mi sono adattato a dormire per strada con freddo e intemperie, come altri miei connazionali. Ciò che mi restava da fare per vivere era quello che non avrei mai voluto fare: l'elemosina.

Poi un giorno si è aperto uno spiraglio; ho incontrato per caso un amico che distribuiva un giornale e parlandoci mi ha detto che era possibile farlo anche per me. Così mi ha accompagnato all'associazione Periferie al Centro che ho saputo essere la proprietaria di questo giornale di strada. Dopo aver fatto quattro chiacchiere con la presidente Mariapia Passigli, ho accettato di provare a distribuirlo e mi è stata indicata la zona dove farlo, cioè Ponte Vecchio e Santo Spirito.

Devo dire che le prime giornate sono state dure e quasi stavo lasciando perdere, poi nei giorni a seguire mi si sono avvicinate diverse persone che dopo aver parlato con me hanno volentieri preso il giornale. Così, presa più fiducia in quello che stavo facendo, ho continuato fino ad oggi, con stacchi saltuari per ritornare in Romania dove ho famiglia e dei figli che vivono con la nonna, mia madre.

Oltre a farmi conoscere e aiutare dai lettori ho trovato in redazione un gruppo affiatato di persone che mi hanno sempre sostenuto e aiutato in vari modi. Anche durante il periodo di lockdown ero presente nei miei luoghi, anche se per pochi spiccioli.

Sono contento che mi sia stata richiesta questa presentazione sul giornale come è stato per altri diffusori, tra l'altro quest'anno c'è stato un cambiamento editoriale e direttivo, il giornale si propone di allargare la visione e dopo queste nuove uscite tanta gente mi ha detto che siamo cresciuti. Questo, oltre a darmi più lavoro, è per me una nuova spinta per collaborare ancora di più a questa iniziativa.

Con questo, invito i lettori a passare a trovarmi nella zona di distribuzione, ci sarà tempo di fare quattro chiacchiere e scambiarci gli auguri di un Buon Natale e un più felice nuovo anno. Vi saluto e ringrazio tutti caramente. A presto vederci sul Ponte Vecchio!

(testo raccolto da Roberto Pelozzi)

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I colori di Piazza TassoRoberto Pelozzi · Verde urbano

Una bella novità ha preso piede nel quartiere. A cura dell'Associazione Progress, con la partecipazione di altre realtà dell'Oltrarno tra cui Fuori Binario, sarà messo in opera il progetto "I colori di Piazza Tasso", finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Il 12 novembre scorso hanno preso il via le attività di cura e manutenzione del verde, con la creazione di un punto d'acqua e la compilazione dell'ordine delle piante da collocare nelle aree identificate, in accordo con la direzione ambiente del Comune. Ovviamente i primi giorni, tutti i venerdì dalle 14 alle 16, saranno riservati a questa attività di partenza.

Questo progetto tende a restituire la vivibilità nel verde di bimb*, mamme, persone, in questa molto frequentata piazza popolare. Noi del giornale, che abbiamo le finestre sulla piazza, ne siamo contenti e partecipiamo come divulgatori delle fasi più importanti.

Ben venga questo cambiamento, ricordando l'offesa dell'interramento dei cassoni dei rifiuti vicino al monumento che ricorda l'eccidio, avvenuto in piazza il 17 luglio 1944, di cinque antifascisti tra cui Aligi Barducci (Potente) e Bruno Fanciullacci. E allora buon impegno: questo è solo l'inizio, una goccia nel mare!

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15 anni dopo, rileggiamo Anna PolitkovskajaGiuliana Mesina · Fuori scaffale

È il 2021 e sono passati già 15 anni dall'assassinio di Anna Politkovskaja, ed è nel 2021, proprio nel giorno della sua morte, il 7 ottobre, che sono scaduti i termini di prescrizione per individuare i mandanti del suo omicidio. Il 7 ottobre è anche il compleanno di Vladimir Putin, singolare coincidenza. Ed è ancora nel 2021 che l'Accademia di Svezia conferisce il premio Nobel per la Pace al fondatore e storico direttore della Novaya Gazeta, Dmitry Muratov: è il giornale per cui lavorava Anna, uno dei pochi quotidiani indipendenti russi.

Sollecitati da questo crocevia di coincidenze, è importante rileggere oggi il lavoro di inchiesta di Politkovskaja, soprattutto a partire da uno dei suoi libri più belli, "Cecenia", edito da Fandango libri nel 2003. È un libro emozionante, che suscita indignazione e lacrime, che squarcia l'abisso morale sulla seconda guerra cecena, durata dieci anni e per lo più dimenticata, dopo la "pacificazione" imposta da Putin. La profonda conoscenza del popolo ceceno ha portato Anna a vivere in prima persona alcune delle vicende più oscure e drammatiche della storia recente, come la strage di bambini nella scuola di Beslan, in Ossezia, e il sequestro di ostaggi al teatro Dubrovka, a Mosca: il suo coraggio e la sua costante lotta per la verità le costarono un tentativo di avvelenamento e svariati attentati, prima che i suoi assassini la colpissero a morte nell'ascensore del suo condominio.

Sono da leggere tutte le raccolte dei suoi articoli, come "Proibito Parlare" (Mondadori 2007) e "La Russia di Putin" (Adelphi 2005): qui sono presenti tutti i filoni di indagine di Anna, non solo la Cecenia ma anche l'operato dell'esercito federale russo, la condotta di Kadyrov, presidente ceceno legato a Putin, le torture, i rapimenti, il calvario dei civili in una Grozny distrutta e violata, ma anche la vita quotidiana di cui era testimone nella Russia del suo tempo, la corruzione, l'arbitrio delle istituzioni, i diritti negati.

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Microcredito per tuttiMariella Marzuoli · Se hai, hai per dare

Come far parte della MAG. Di Mariella Marzuoli per MAG Firenze.

Perché aderire a Mag Firenze? Il riferimento è alla cooperativa finanziaria di cui parliamo su Fuori Binario da qualche mese, che pratica finanza critica erogando prestiti a tasso zero e senza spese per progetti che abbiano una ricaduta positiva sul territorio o, nel caso del microcredito, prestiti per aiutare persone in difficoltà. L'intero capitale di Mag è costituito da quote di 1062 soci, che rimangono di proprietà dei sottoscrittori, ma sono a disposizione per i prestiti. Inoltre i soci sostengono le spese vive della cooperativa e svolgono tutta l'attività a titolo volontario.

Insomma, messa così sembra una cosa di una certa pesantezza. Chi diventa socio Mag compie una scelta politica con l'obiettivo di cambiare il senso comune sul denaro, introdurre un granello di sabbia nell'ingranaggio di un mondo, quello della finanza, che appare vincente rispetto a quello dell'economia produttiva. Inoltre desidera sostenere soggetti deboli che abbiano progetti o che siano in difficoltà.

Tutte persone speciali? Altruiste? No. Il segreto sta nelle avventure che si vivono in quanto soci. In questi anni di attività – e passo al "noi" perché la cosa mi appassiona – abbiamo conosciuto e seguito tante persone di età, sogni, aspirazioni, problemi, culture diverse. Abbiamo vissuto molte vite, ci siamo interessati di agricoltura, di editoria, di sartoria, di musica, di pedagogia, di edilizia, di cohousing, di cinema, di lavoratori in lotta…

Chi si occupa di microcredito ha dormito sonni agitati per l'ansia suscitata da alcune situazioni, ma ha anche gioito quando le cose si sono risolte. Abbiamo stretto nuove relazioni che sono diventate anche amicizie, abbiamo fatto qualche festa, cene e pranzi conviviali per raccolta fondi o nell'ambito di iniziative di informazione.

Ecco, le cose stanno così. Ci piace stare in questo flusso di vite e di energie che si intrecciano, che fanno dimenticare intoppi, problemi, stanchezza e ci danno forza e speranza.

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Acre sterile stagno / Spazi immensiFraska · L'angolo della poesia

Non di parto ma d'aborto non di ventre ma di testa ti generò tua madre.

T'hanno allevata

nel vuoto delle tasche e nel buio dei rancori, nutrito la tua spietata scienza di carne morta di morte violenta.

Tu sei né d'ossa né di carne su pelli troppo tenere una carezza senza grazia.

Sei arida rapina di mani vecchie e dure lamiera pesante di un amore non avuto.

E triti e rubi e - non vedi? - e non senti nella pioggia la vita feconda che esplode in specchi d'acqua.

Che farai?

Le mie figlie ballano al Sole perché chiamano all'amore loro padre il Cielo ed al calore eccitata nuovamente si tende l'erba calpestata.

E allora?

Non cogli il sentimento della carne umida di queste labbra, e a quale giogo vorrai costringere la sinuosa schiena inarcata delle mie creature?

Mangiami sulla testa sdegna i miei colori sogna le mie paure,

come violerai i ricci di queste fronde ispide?

Non con la forza strapperai le mie viscere al corpo.

Urlami nelle orecchie attenta ai miei occhi bruciami il tempo,

non hai terapia per rimediare al mio ardore.

Le mie gambe interrate sono solide radici.

Io levo un grido perché ho voce:

canto vita nuova vita nuova dissepolta vita che la storia sempre ha preferito morta.

Che offri?

Quanto spazio tiene un pugno stretto dentro?

Fra le labbra dei sospiri risposte contraddette accavallate,

negli occhi di un bambino spazi immensi.

Le lingue dei contrasti cavalieri senz'armi e nei tuoi giorni

sporchi sterili inutili spermi.

Il tuo vizio t'incatena, non t'alzi al vento come profumo ma stagni nelle fosse di trincea.

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Non è un paese per pedoni... ma lo potrebbe diventareFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

Negli anni passati ogni metro disponibile è stato dato alle automobili, le autostrade sono entrate in città con le loro quattro corsie obbligatorie e tutta la liturgia automobilistica di barriere architettoniche "minori" come cordoli e marciapiedi pare diventata l'unica possibilità di progettazione stradale.

Seguendo il paradigma automobilistico in atto i nostri luoghi finiranno tutti per somigliare alla periferia di Milano e le persone saranno sempre costrette in situazioni anguste e pericolose come avere la porta di casa che dà su di un marciapiede di un metro scarso e le macchine che viaggiano a tutta birra subito dopo, oppure non poter andare più a piedi da un paese ad un altro come tra S. Andrea a Rovezzano e Rovezzano, se non facendo giri molto ampi.

Se però si vanno a vedere le misure di queste strade ci si accorge che si potrebbe fare qualcosa di diverso, per esempio le misure di via Carlo Alberto dalla Chiesa, 22 metri, sono le stesse del Viale dei Colli. Se ci piace di più il Viale dei Colli è perché lo spazio è ripartito in modo ben diverso: nel primo caso citato, contro 4 metri lasciati per le persone ce ne sono 18 riservati alle automobili, nel secondo caso i metri per le persone e gli alberi sono 12 e per le auto 10.

Viale Carlo Alberto dalla Chiesa: 2m. Marciapiede, 9m. corsia Sud, 9m. corsia Nord, 2m. marciapiede.

Viale dei Colli (davanti agli Assi): 4m. Marciapiede, 2m. siepe, 5m. corsia Sud, 5m. corsia Nord, 3m. Siepi, 3m. Marciapiede.

Dopo molti anni che viaggio avanti e indietro per queste strade devo dire che non ho dubbi su quale preferire.

Se poi si guarda il pezzetto di strada davanti all'Associazione "Il Melograno", cento metri da Villa Favard, le misure che sono forse non tanto precise "perché prese a passi" in quanto lo strumento di misura più a portata di mano, ci dicono che ci sono 19,5 metri di strada di cui: 1m. marciapiede, 8m. corsia Nord, 6m. corsia Sud, 3m. Semaforo, 1,5m. marciapiede.

In un mondo ganzo sarebbe tipo così: 3m. spazio ciclopedonale, 1m. siepe, 5m. corsia Nord, 1m. siepe, 5m. corsia Sud, 1m. siepe, 2m. spazio ciclopedonale.

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Firenze merita di più. Oggi è una città avvizzita, avvitata su se stessaCristina L. · Stazione di posta

Una Firenze trasandata, sciupata, avvilita, avvizzita, avvitata su sé stessa, avviluppata nel mysterium iniquitatis, del perché ci siano persone disposte a stare ore in fila per mangiare una schiacciata variamente ripiena in via de' Neri; città senz'anima se non quella dei turisti ai quali, francamente, non vogliamo nemmeno particolarmente bene, ma interamente al turista dedicata; ripiombata nello stesso tourbillon mordi-consuma-fuggi del pre-covid nonostante tutto il Rinascimento possibile, nonostante gli spergiuri che no, non sarebbe accaduto mai più.

Fatta la grazia gabbato lo santo: si riparte con lo studentato di lusso nell'ex Palazzo delle Poste di via Pietrapiana. Perché pare una maledizione: gli edifici restano anni a ingombrare la memoria cittadina come giganti fatiscenti fino al punto in cui chi ci punta gli occhi viene scambiato per un salvatore del patrimonio. Invece è qualcuno, spesso un'entità finanziaria, che ha tutto l'interesse o gli interessi (la beneficenza è un'altra cosa e quella autentica difficilissima ad incontrarsi). Si pensasse, una volta tanto, ad interventi di edilizia agevolata per giovani coppie, a riportare un po' di residenza in centro, a nuove case popolari, al cohousing per anziani, a spazi per lo studio per la musica, per l'arte, etc etc etc.

E allora sì: com'è triste, Firenze.

Cristina L.

La risposta della redazione. Cara Cristina, le responsabilità per come si è ridotta la nostra città sono diffuse. Al primo posto troviamo però un'amministrazione comunale che da anni, in piena continuità, avalla scelte che puniscono residenza e socialità per favorire dogmaticamente un'economia non più al servizio della persona ma del profitto di pochi. Qui proviamo a raccontare le contraddizioni di politiche - non solo cittadine va riconosciuto - che puniscono i più fragili e aumentano le diseguaglianze.

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Draghi all'assalto dei servizi pubblici localiMarco Bersani · Stazione di posta

Draghi ha varato il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni di tutti i servizi pubblici locali, senza alcuna esclusione, insieme alla definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.

Un provvedimento vergognoso che sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità. Senza alcun senso del ridicolo, si dice però che il provvedimento ha lo scopo di «promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all'apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l'efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell'ambiente e il diritto alla salute dei cittadini».

Ribaltando di 180° la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, la gestione di questi servizi diventa una competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza.

Separa le funzioni di gestione da quelle di controllo.

Mentre all'affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato»; dovrà tempestivamente trasmetterla all'Autorità garante della concorrenza e del mercato; dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi; dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l'autoproduzione.

Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un'adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un'adeguata tutela del gestore uscente. In questo contesto, il richiamo alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.

Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali.

Di questo si tratta. Fatto da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società. Per il governo Draghi non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.

Marco Bersani

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Un giornale ricco, aperto e radicato: avanti cosìAlessandro De Angeli · Stazione di posta

Caro direttore,

pensavo di scrivervi già da qualche settimana, poi, nonostante il vaccino, ho beccato il Covid dal quale sto uscendo solo adesso. Volevo soprattutto complimentarmi per il giornale che state facendo; lo trovo fatto benissimo, col taglio giusto, attuale, ricco di contenuti trattati sia temporalmente che qualitativamente in modo impeccabile.

È il giornale che avrei voluto anch'io diventasse un giorno Fuori Binario, e ora che lo vedo realizzato mi rende felice e soprattutto felice che (r)esista.

È finalmente un giornale aperto davvero alle istanze sociali, economiche e culturali che attraversano la società e questo disgraziato paese ed allo stesso tempo radicato nella realtà che rappresenta.

Veramente un gran lavoro, ma non avevo molti dubbi quando ho saputo del tuo arrivo, conoscendo quanto fatto sin dai tempi de l'Altracittà, il giornale edito dalla Comunità delle Piagge.

Se poi un giorno vi andrà di ascoltare la storia della nascita di Fuori Binario, delle nottate sotto i ponti di Firenze a parlare/reclutare chi ci dormiva, delle riunioni "segrete" all'albergo popolare, degli affannosi tentativi di trovare i primi finanziamenti, ecc. sono sempre ovviamente a disposizione, per un'operazione memoria che è sempre bene avere nel dna.

Quindi il mio è in definitiva un incoraggiamento ad andare avanti così senza tentennamenti.

La strada è tracciata.

Alessandro De Angeli

La risposta della redazione. Caro Alessandro, sei tra i fondatori di questo giornale, unico nel panorama nazionale. Il tuo nome è "inciso" nel colophon qui sotto, per questo leggere quanto scrivi ci rende, tutti e tutte, orgogliosi e fiduciosi per il futuro. Ottima la tua proposta di raccontarne gli inizi, lo faremo con molto piacere in uno dei prossimi numeri. (cl)

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I nostri erroriRedazione · Stazione di posta

Per un problema tecnico nel numero di novembre è saltato il finale dell'articolo di Daria Campriani. Lo pubblichiamo ora scusandoci con l'autrice: "Il 20 novembre di ogni anno si celebra il Transgender Day of Remembrance, ossia il giorno della memoria delle persone trans che non ci sono più".

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Corrado Marcetti, Daria Campriani, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Michela Balocchi, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Bartolomeo Piras (Careggi), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Alpi-Hrovatin, Repubblica, Cimabue).

SU INTERNET - www.fuoribinario.org — redazione@fuoribinario.org

CREDITI FOTOGRAFICI - Makkox (1), Leonardo Sgatti (4), Centro Nuovo Modello di Sviluppo (6), Si Cobas (7), Pat Carra/Redacta (7), Cristiano Lucchi (8), Valentina Baronti (9), Cecilia Stefani (13).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

ABBONAMENTI - Annuale 30 euro, sostenitore 50 euro, www.paypal.me/fuoribinario. Iban IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506. Conto corrente postale 20267506.

RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.

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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Ma. Ore 14-17: Gio Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

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  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Dare forza a Fuori Binario. Scopri cosa puoi fare anche tuRedazione · Servizio

UN PROGETTO CHE VALE

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. TUTTO CIÒ CHE OFFRIRAI IN PIÙ COSTITUIRÀ IL SUO GUADAGNO.

Come sostenerci

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto, inoltre, Fuori Binario viene diffuso all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

I Luoghi Amici

Se apprezzi il nostro lavoro, se hai letto fino a quest'ultima pagina... ti proponiamo infine un nuovo modo per sostenere i nostri diffusori. Puoi certo acquistare il giornale in strada, abbonarti, oppure, ed è questa la novità, promuovere un "Luogo Amico" di Fuori Binario sul tuo posto di lavoro, nella tua associazione, nel tuo negozio o dovunque vorrai.

Funziona così. Ti proponiamo l'acquisto mensile di alcune copie a due euro l'una. In questo modo copriamo i costi tipografici (un euro) e alimentiamo la Cassa comune dei diffusori (l'altro euro) per ridurre il costo di acquisto a chi lo vende. Le copie che ti consegneremo puoi regalarle a chi pensi possa essere interessato, distribuirle ai volontari o attivisti, o anche rivenderle al prezzo che vorrai. La vostra realtà sarà inoltre segnalata e promossa come Luogo amico sul giornale.

Una rete solidale

Questa rete solidale intorno al giornale ha per noi una tripla valenza: ci consente di ridurre i costi di acquisto a copia per i diffusori, ci permette di rinsaldare i rapporti tra il giornale e le realtà cittadine e diventa più ampio il bacino dei lettori di un giornale indipendente.

Se abbiamo stimolato la tua curiosità scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.

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  • 5x1000
  • residenza anagrafica
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Diventare strillone. Guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete far parte del nostro progetto senza problemi. Contattando la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org potete proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui accanto.

Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione che ogni mese prova a raccontare, senza fake news, perché nella nostra città e nel nostro paese aumenta la povertà.

Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

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  • informazione indipendente
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Come sostenere giornale e associazioneRedazione · Servizio

Per abbonarti al giornale bastano 30 euro l'anno.

Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506, intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!

Puoi inoltre scegliere di fare una donazione e ricevere a casa uno dei nostri regali:

  • Fino a 10 euro: 4 cartoline di Fuori Binario
  • Fino a 30 euro: 4 cartoline di Fuori Binario e pubblicazione tascabile a scelta
  • Fino a 50 euro: 2 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Fino a 100 euro: 4 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Oltre 100 euro: tutte le cartoline, il cd "Clochard" di Diego Moreno e 6 libri a scelta
  • abbonamenti
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  • cartoline
  • pubblicazioni
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Dove trovarciRedazione · Servizio
  • Oltrarno da Cezar
  • Piazza Repubblica, Via Cimabue, Comunità delle Piagge da Teodor
  • Piazza Tasso, Piazza del Carmine da Giovanni
  • Piazza delle Cure da Totò
  • Rifredi da Cristina e Fraska
  • Careggi da Bartolomeo
  • Via Masaccio, Via Milanesi da Robert
  • Sant'Ambrogio, Stazione, Campo di Marte, Borgo San Lorenzo da Nanu
  • Novoli e Peretola da Filippo
  • Viale XI Agosto da Berisa
  • Pontassieve, Mugello, Livorno da Clara e Raffaele

Online su www.fuoribinario.org, facebook.com/fuoribinariofirenze, instagram.com/fuoribinariofirenze

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