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Archivio › Fuori Binario n. 235 · Dicembre 2021 › pagina 4

CONTRO IL DECORO

Il dissenso è una sfida alla Legge, non un crimine

L'addomesticamento delle manifestazioni non è indizio di una società pacificata.

Donatella Di Cesare · Fuori Binario n. 235, Dicembre 2021, pagina 4

Perché quasi ogni forma di conflitto sembra scivolare fuori dal quadro della legalità? Il passaggio della protesta dalla fabbrica alla piazza ha segnato anche il mutare e l'ampliarsi della posta in gioco: dalla questione economica del salario alla questione biopolitica dell'abitare.

Le rivendicazioni che riguardano le condizioni del lavoro conservano il loro inalterato rilievo, ma le forme legali di lotta, vanto e conquista del movimento operaio, vanno via via perdendo intensità, quasi destinate al declino. Questo vale per tutta la sfaccettata gamma del repertorio sindacale - in particolare per lo sciopero che, divenuto quasi prassi istituzionale, continua a essere efficace, senza però avere la dirompenza di un tempo.

Malgrado ciò i sindacati restano un cardine delle lotte salariali, tanto più imprescindibile, se si considera la crisi strutturale in cui si dibattono da decenni i partiti, ormai del tutto privi di richiamo. A lungo illegale, la manifestazione è diventata un diritto riconosciuto, una libertà fondamentale nel contesto democratico. Tuttavia ha perduto il suo carattere spontaneo, ha smarrito per lo più la sua carica sovversiva, finendo per essere addomesticata e riassorbita nel quadro giuridico, organizzativo e politico. L'autorità prefettizia la concede e la sorveglia, le organizzazioni tradizionali (sindacati, partiti, associazioni partigiane, ecc.), e spesso anche i movimenti, la richiedono e la coordinano (non sempre con gli esiti voluti).

Può accadere perfino, com'è avvenuto in Francia l'11 gennaio 2015, all'indomani dell'attentato a Charlie Hebdo, che una grande manifestazione per la libertà d'espressione, guidata da parecchi capi di governo, serva come pretesto per promulgare uno stato d'emergenza liberticida.

L'addomesticamento della manifestazione non è indizio che il conflitto sia sparito e la società pacificata. Piuttosto, come cambiano i contenuti, così mutano anche le forme di lotta. E quel che la governance non riesce a istituzionalizzare, viene semplicemente espulso dalla legalità e criminalizzato. In questo modo si rimarca il confine tra quel che è ammesso nello spazio pubblico e quel che è respinto. Accanto alle proteste legali si moltiplicano quelle lotte extra-legali, relegate ai bordi, eppure sempre più significative. Al punto che la tendenza a criminalizzarle non impedisce che il centro di gravità del conflitto ecceda inesorabilmente lo spazio pubblico e lo destabilizzi.

I protagonisti delle lotte extra-legali hanno volti diversi: dagli attivisti informatici, che dal cyberspazio lanciano segnali d'allerta, ai militanti che tentano di elaborare nuovi modi abitare, dai nuovi disobbedienti, con i loro gesti talvolta plateali, a quanti operano nelle Ong, le organizzazioni non governative che si muovono negli spazi transfrontalieri, nei tratti di mare libero, innalzando ancora il vessillo della giustizia, la bandiera dell'umanità. Contro di loro, che assistono i profughi nei campi, che aiutano i migranti, un fuoco di fila per neutralizzarli. Questo significa che a essere estromesso dalla legalità non è solo il militante, spinto a inventare inedite modalità di lotta, ma anche chi compie un atto umanitario, un atto che, come tale, dovrebbe essere riconosciuto e apprezzato.

Emerge così, dagli avvenimenti politici e giudiziari più recenti, il ruolo di primo piano che lo Stato svolge nel criminalizzare e, dunque, nel depoliticizzare il conflitto. Nella sua deriva sovranista e securitaria è infatti pronto sia a dichiarare illegali quegli atti presentati altrimenti come diritti o doveri democratici, sia a far passare per criminale chi si avventuri a compierli. Con questo sovranismo, aspro e risentito, prepara il terreno per la repressione. Ma finisce per dibattersi in dilemmi senza precedenti che non possono non coinvolgere la stessa democrazia.

I nuovi disobbedienti sono temibili fuorilegge, che bisognerebbe condannare penalmente, oppure sono cittadini esemplari alla cui audacia si deve la vitalità della democrazia? Minacciano l'ordine pubblico o consentono alla legge di ritrovare il senso perduto della giustizia? Si può sintetizzare così il dilemma passato progressivamente all'ordine del giorno.

La disobbedienza non vale solo nei regimi dispotici. È il sale della democrazia. I cittadini non sono sudditi e non possono perciò accettare supinamente una legge che, prima ancora dei limiti di costituzionalità, supera quelli di umanità. Come se fosse ovvio fare del soccorso un reato, come se fosse scontato capovolgere l'etica: chi si impegna a salvare vite umane sarebbe colpevole di dannarle. Dove la difesa dei diritti umani è considerata eversione, la democrazia rischia il tracollo. L'accusa di ribellismo è pretestuosa. Chi disobbedisce non viola la legge - la sfida. E la sfida in nome di una Legge più alta, di una Costituzione tradita, di una giustizia mancata.

(nella foto: manifestazione degli studenti, degli operai e dei movimenti, 20 novembre 2021)

Tratto da Donatella Di Cesare, "Il tempo della rivolta", Bollati Boringhieri, Torino 2020.

Pagina 4 del numero 235 Uscito sul numero 235 (Dicembre 2021), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero