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Archivio › Fuori Binario n. 235 · Dicembre 2021 › pagina 5

CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA

Se i social hanno le bolle, anche la democrazia non sta benissimo

L'algoritmo intelligente è un grandissimo spione, e i nostri like gli facilitano il lavoro. Ma più siamo profilati, più ripetitivi e scontati diventano i contenuti che ci propone la rete.

Gilberto Pierazzuoli · Fuori Binario n. 235, Dicembre 2021, pagina 5

La rete come mezzo di comunicazione di massa si distingue dagli altri perché permette oltre che di accedere alle informazioni anche di immetterle. Ognuno con pochi sforzi tecnici ed economici si può fare il proprio blog, ma anche, in maniera ancora più semplice, avere un account su Facebook o, per i più giovani, su TikToK, un profilo su Twitter, un canale su Instagram o su You Tube. In queste piattaforme, chiamate infatti social, si accede e si interagisce/comunica con amici, conoscenti ma anche potenzialmente con tantissime persone anche sconosciute. Attraverso la rete si accede anche a tante forme di informazione, oltre a poterne immettere di nuova.

Ma come funziona il tutto? Intanto serve uno strumento che trovi dove tutta questa informazione abita. Senza un motore come Google non si andrebbe da nessuna parte, se non in siti di cui conosciamo già la Url, l'indirizzo. Venti anni fa di motori ce n'erano molti come Virgilio, Yahoo!, AltaVista, Msn Search, Super Eva e molti altri ancora come il cinese Baidu. Adesso Google è diventato il più usato e opera in una situazione di quasi monopolio. Ma come funziona?

Inizialmente il motore di Google esplorava tutto il web cercando delle corrispondenze tra le parole che costituivano l'interrogazione e i contenuti di ogni sito. Il risultato era un numero enorme di risposte. Erano tutti siti nei quali quei termini comparivano, ma anche questa informazione non era sufficiente. Occorreva un ulteriore strumento per cercare in questa enorme massa di indirizzi. L'idea fu quella di indicizzare la risposta. Google scelse di imitare il sistema di punteggio usato per la classificazione delle riviste scientifiche che consisteva nel numero di citazioni che esse raccoglievano e dalla "autorità" delle riviste dalla quale provenivano le citazioni. Si creava così una classifica che metteva nelle prime pagine i risultati più pertinenti e più autorevoli. Nasceva il ranking, il punteggio che i motori assegnavano a ogni contenuto che portava nelle prime pagine dei risultati delle ricerche quelle provenienti dai siti considerati più autorevoli. È il lavoro che svolge l'algoritmo di Google che si affina e si aggiorna giorno dopo giorno diventando così efficiente da sbaragliare la concorrenza.

Ma l'uso del motore era gratuito e quindi si poneva il problema di come monetizzare tutto questo lavoro. C'era la pubblicità che trovò nel nuovo media uno sbocco che sarebbe diventato così produttivo da portare la rete a essere il mezzo pubblicitario più usato e più redditizio. Certo se l'accesso alla rete doveva passare quasi sempre attraverso i motori di ricerca le pagine degli stessi erano appetibili per ospitare la pubblicità, ma non abbastanza per giustificare il lavoro che c'era dietro a quei motori.

A questo punto si ha una convergenza tra la ricerca della maggiore efficienza possibile delle ricerche stesse e la sua monetizzazione. Ecco che si personalizzano i risultati. Tra tutti i siti che il motore scova si privilegiano adesso quelli di argomento più affine all'autore. L'algoritmo diviene sempre di più "intelligente" tanto che le sue risposte diventano sempre più pertinenti. Per fare questa opera di personalizzazione dei risultati però, l'algoritmo dovrà per forza fare la tua conoscenza, dovrà sapere qualcosa di te. Dovrà cominciare a spiarti, a raccogliere dati sulla tua persona per offrirti così un prodotto migliore. Nasce la profilazione dell'utente che, guarda caso è anche utilissima dal punto di vista pubblicitario. La pubblicità invece di rivolgersi a un pubblico generico, sarà invece indirizzata verso un tipo di consumatore specifico probabilmente interessato al prodotto da pubblicizzare. Ecco che i dati che ogni utente produce dal suo comportamento in rete divengono preziosi. Anche quelli dei poveri, di quelli che consumeranno meno, ma che statisticamente informano l'algoritmo e profilano non soltanto il singolo utente ma che possono essere indicizzati in categorie specifiche.

Nei social il comportamento dell'utente è addirittura più trasparente: si scelgono i propri amici o le persone da seguire, si formano gruppi e ci si iscrive alle pagine di tale argomento. Si commentano le notizie o più semplicemente si lascia un segno per il loro apprezzamento, un like o un cuoricino. Ma anche Facebook ha personalizzato le bacheche. Quando scorri la colonna delle news non ti appaiono quelle messe da tutti i tuoi amici ma soltanto quelle di coloro con i quali interagisci di più e che, a lungo andare, saranno quelli che ti sono più affini, costituendo così una cerchia ristretta e una categoria di consumatori ai quali poter rivolgere una pubblicità che pare essere meno invasiva perché riguarda cose (merci) che probabilmente ti interessano realmente.

Ecco le bolle. Il web crea delle bolle nelle quali sono tutti d'accordo, sia che si dicano cose di un qualche fondamento o si propugnino idee strampalate. Le bolle, luoghi dove nascono le bufale più incredibili ma che trovano lo spazio per poter circolare e qualche volta di invadere le bolle vicine. Le bolle che impediscono nello stesso tempo una forma di comunicazione critica e fuori dal coro, se non ristretta in quella piccola bolla di persone che di quella cosa erano già convinte.

Pagina 5 del numero 235 Uscito sul numero 235 (Dicembre 2021), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero