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Lo spazio della prigioneStefania Valbonesi · Istituzioni totali
Dialogo con Corrado Marcetti. Strutture fatiscenti e politiche innovative mai applicate. È così che i penitenziari italiani sono rimasti disumani. Le promesse tradite di Sollicciano, mero luogo di punizione.
Un mondo totalizzante, pervasivo, che non lascia nessun aspetto della persona fuori di sé. Parliamo di carcere, ma il discorso è così ampio che si rischia ad ogni piè sospinto di dimenticare qualcosa, un lembo che poi, si verifica, è fondamentale per un dibattito che si apra con l'eterno quesito: è necessario? Quanto e a chi serve? Qual è la sua finalità? La pena può essere davvero rieducativa o rimane fatalmente punitiva? Un viaggio complesso che proseguirà anche nei prossimi numeri di Fuori Binario. Un percorso sconosciuto ai più, in cui proseguiremo in punta di piedi grazie all'ausilio di alcuni compagni di viaggio che da testimoni, attivisti e studiosi possano offrirci parte della loro conoscenza.
Lo spazio carcerario
Una delle prime cose che si fanno, quando si parte per un viaggio, è misurare lo spazio. Ed è proprio dallo spazio che siamo voluti partire. Abbiamo chiesto di accompagnarci a Corrado Marcetti, ex presidente della Fondazione Michelucci attiva da quarant'anni con analisi, studi e ricerche sulle istituzioni totali. Marcetti è uno degli esperti internazionali di questa mai sufficientemente affrontata questione. Perché il carcere nasce, cresce e vive sullo spazio: negato, limitato, disciplinato. Uno spazio su cui si costruisce, si lavora, diventa narrante quando, ad esempio, si ragiona della connessione fra il suo utilizzo e la finalità per cui un essere umano vi viene detenuto.
Lo spazio, insufficiente e malridotto, diventa punizione
"Gli spazi carcerari sono parte integrante della pena - spiega Marcetti - sono un elemento essenziale del suo carattere afflittivo che si traduce spazialmente in ambienti reclusivi strutturati sulla separazione, sulla ripetitività, sulla deprivazione sensoriale e sulla alienazione. Questi spazi incidono sulla salute fisica come sulla psiche dei reclusi. La loro configurazione interviene in maniera rilevante sulla condizione umana di chi è privato della libertà. Tanto più se come nella gran parte delle strutture carcerarie italiane si tratta soprattutto di carceri di celle, di corridoi e vani sovraffollati, di impianti mal funzionanti, di servizi igienico-sanitari inadeguati, di spazi insufficienti per le attività formative e lavorative, per la scuola e per la cura della persona in senso lato. Sin dall'invenzione del carcere detentivo come istituzione totale (pochi secoli fa) sono state elaborate in successione tipologie architettoniche ritenute più confacenti ai modelli di esecuzione della pena, modelli elaborati per rispondere alle finalità che via via venivano attribuite alla pena stessa. Ma il carcere ancora oggi rimane incentrato in maniera dominante sullo spazio minimo esistenziale della cella".
Un carcere "non costituzionale"
"La gestione istituzionale della quotidianità della vita dei reclusi come lo stesso impegno dell'associazionismo che interviene sul carcere, fanno i conti con questa realtà", continua Corrado Marcetti. "C'è da aggiungere che il funzionamento dell'organismo carcerario può essere reso più complesso dalla presenza nello stesso istituto di diversi regimi detentivi (bassa, media, alta sorveglianza, 41 bis...) e poi i regimi hanno a loro volta dei sotto-regimi. Insomma è un carcere di tante carceri, tra cui il carcere riservato alle donne dove la declinazione spaziale della questione di genere è il più delle volte solo l'arrangiamento di un ambiente-gioco per i bimbi delle madri detenute. Se poi nella gestione degli spazi vogliamo comprendere la manutenzione, allora la disastrosa condizione e la fatiscenza di molte strutture testimonia dell'ultimo posto assegnato per lungo tempo al carcere nelle priorità di spesa, a conferma della sua considerazione come discarica sociale. Davvero non si può parlare di un carcere 'costituzionale' nel senso del rispetto delle finalità previste dalla Costituzione".
L'architettura di Sollicciano
Se questa è la premessa teorica dello spazio carcere, è quasi inevitabile chiedere a Marcetti come si sviluppa lo spazio a Sollicciano. "Il carcere fiorentino non ha una struttura panoptica. Non è un alveare circolare di celle singole completamente visibili da una torre centrale di ispezione. Quel modello era concepito come una macchina architettonica di controllo e isolamento a pervasività totale. In tutto il mondo sono stati realizzati pochi esempi di carcere panottico, tra questi la prigione di Arnhem, vicino ad Amsterdam, recentemente dismessa. La progettazione del carcere di Sollicciano introdusse invece contenuti architettonici innovatori, ispirati dal dibattito pubblico che avrebbe portato alla Riforma carceraria del 1975. Una discussione portata avanti in Parlamento e soprattutto nella società. Senza le lotte nelle carceri e senza l'azione dei movimenti sociali di protesta per la drammatica condizione di vita nelle carceri italiane non ci sarebbe stata infatti alcuna riforma".
Le promesse mancate del carcere fiorentino
"Il progetto del nuovo complesso di Sollicciano fu redatto da un gruppo di architetti fiorentini che reinterpretarono la tipologia cosiddetta 'a palo telegrafico' con una soluzione innovativa, prospettando un'articolazione degli spazi incentrata sulla giornata detentiva fuori dalla cella, da trascorrere in una serie di attività", continua Corrado Marcetti. "La realizzazione dell'opera, che poi fu inaugurata nel 1982, incrociò varie emergenze nazionali e la sostanziale disattesa dei contenuti della Riforma. Furono imposte per ragioni di sicurezza modifiche che snaturarono il progetto. Ad esempio i cubi destinati all'ora d'aria, che non erano affatto previsti perché il tempo si sarebbe dovuto trascorrere diversamente dalla tradizionale routine carceraria. Gli anni dell'emergenza sicurezza nelle carceri, iniziata poco tempo dopo l'approvazione della Riforma del 1975, calarono il sipario sui programmi e sui progetti innovatori di architettura carceraria".
Le scelte sbagliate e il Giardino degli incontri
"Su Sollicciano il discorso sarebbe lungo, a partire dalla localizzazione periferica di confine tra Firenze e Scandicci, dall'ubicazione su terreni inadatti come testimonia la toponomastica del contesto (via del Pantano, via Bassa...), dalla qualità dei materiali usati per la costruzione, dalle difficoltà di collegamento pubblico", dice Marcetti. "Ricostruire un rapporto tra società e carcere è stato molto faticoso e ha richiesto un grande impegno dell'associazionismo. Tra gli spazi interni occorre rammentare il Giardino degli Incontri progettato da Giovanni Michelucci insieme ai suoi collaboratori, tra cui i detenuti autori della proposta originaria, che costituisce un'alternativa al tradizionale meccanismo dei colloqui, di cui scardina fissità e monotonia, introducendo possibilità di movimento e di gioco all'aperto e al chiuso con i bambini".
L'involuzione dell'edilizia penitenziaria
Negli anni si mosse, producendo, in particolare a Firenze, una stagione in cui parve che le cose potessero cambiare. Idee nuove che si affacciarono facendo scuola e plasmando una nuova idea di carcere, anche nell'uso e nella distribuzione degli spazi. "L'occasione fu la Legge 663 del 1986, conosciuta anche come legge Gozzini - continua Marcetti - volta a valorizzare l'aspetto rieducativo della carcerazione rispetto a quello punitivo e a promuovere le misure alternative alla detenzione. Come già visto con la legge di Riforma del '75, il destino di queste riforme è stato quello di essere progressivamente svuotate e largamente disattese. Il discorso vale anche per il Regolamento penitenziario del 2000 predisposto dalla nobile figura di Alessandro Margara. Sulle strutture carcerarie posso dire tranquillamente che i complessi realizzati dal '75 in poi rappresentano un periodo involutivo dell'edilizia penitenziaria che ha prodotto solo strutture compatte serializzate e decontestualizzate senza alcun rapporto con i contenuti di riforma. Il ruolo assolutamente dominante del carcere contenitivo permane ancora oggi".
I bambini in carcere con le madri
Ben poco è stato fatto per supportare con spazi adeguati, sia dentro che fuori il recinto, le misure alternative dell'esecuzione penale. "Che senso ha mantenere dentro il perimetro carcerario le sezioni di semilibertà, destinate a coloro che lavorano fuori durante il giorno e hanno l'obbligo di rientrare per la notte tra le mura di una prigione", prosegue l'ex presidente della Fondazione. "O quelle destinate a detenute madri con bambini piccoli. L'attuale sistema carcerario rivela tutti i limiti di una istituzione totale, che, consumati modelli e retoriche, si presenta ancora nella sua egemone dimensione custodiale".
Il fallimento di una stagione promettente
Viene da chiedersi quali siano le ragioni profonde per cui una stagione che prometteva un nuovo approccio al carcere non come strumento di annullamento dell'individuo ma riportandolo su un solco di 'rientro' in un circuito umano, possa avere fallito, certo, ma soprattutto come così miseramente. Il carcere è infatti in un certo senso tornato non solo a essere punitivo tout court, con l'aggiunta delle condizioni disumane cui la vetustà, il degrado, l'incuria delle strutture spesso versano (e di cui scontano gli effetti, morali e fisici, persino gli agenti di polizia penitenziaria), ma anche punto di versamento delle devianze, di ogni devianza. Ma perché le riforme del carcere si rivelarono fallimentari? Corrado Marcetti risponde così: "perché le riforme in questo paese, quando hanno un carattere progressista, vengono svuotate dei contenuti migliori, incontrano opposizioni e ostacoli quando non una controriforma. L'attivazione in Olanda di vasti e concreti programmi di pratiche alternative all'esecuzione penale ha avuto come esito la dismissione di circa il 20% degli istituti carcerari, determinata dalla marcata diminuzione della popolazione detenuta. In Italia la misura recente della 'messa alla prova' ha riguardato soprattutto casi che non avrebbero incontrato il carcere. Insomma una misura aggiuntiva invece che sostitutiva. C'è una realtà carceraria che continua inesorabilmente a perpetuare sé stessa".
Le immagini interne al carcere sono tratte da due video pubblicati su YouTube dalla Cgil e da Rtv38.
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Una pena più umana è possibileStefania Valbonesi · Istituzioni totali
Uscire dalla necessità del carcere. Giustizia riparativa e inserimenti sociali. Intervista a Massimo Lensi, attivista radicale.
La popolazione carceraria in Italia ammonta a circa 53-54mila persone. Coloro che sono detenuti con meno di tre anni di pena, secondo l'ultimo rapporto Antigone, sono 7-8mila persone. Persone che potrebbero godere immediatamente di misure alternative che però al momento non è possibile attivare. Il sovraffollamento del carcere diventa così uno dei motivi della sua disumanità. Abbiamo visto con Corrado Marcetti come lo spazio carcerario sia rivelatore di una vecchia concezione della natura della pena, figlia di culture lontane dalla modernità come il carcere punitivo ottocentesco o del terribile periodo fascista. Il carcere potrebbe però trasformarsi, se fossero attuate le riforme più recenti, in una struttura residuale per alcuni reati e rafforzare così i principi costituzionali della funzione rieducativa e del reinserimento nella società. Proseguiamo su questi temi la nostra riflessione con un altro compagno di viaggio, il radicale Massimo Lensi, uno dei maggiori sostenitori della necessità di riformare le carceri italiane riaffermando con forza la centralità della persona e dei suoi diritti.
Che valore ha oggi la funzione rieducativa della pena?
La funzione rieducativa è in piena crisi e, contrariamente a quanto stabilisce la Costituzione, non funziona. Ma la domanda che dovremmo porci è se ha mai funzionato. O si tratta di una semplice modalità, di un dispositivo della funzione disciplinare? Una domanda ancora più lecita da quando la legge Gozzini ha introdotto la premialità nella funzione rieducativa. Premialità a cui si accede solo per la tenuta di una buona condotta. Si parte dal presupposto che un detenuto dopo 10 anni non è la stessa persona di prima. La prigione cambia l'anima e il corpo. La punizione, però, non deve superare i limiti anche della concezione afflittiva della pena che consiste solo nella restrizione della libertà personale. A volte, le attività rieducative si innestano nel 'mal vivere' della reclusione carceraria. La rieducazione, in questo caso, è una utile possibilità per interrompere questa catena, allo stesso tempo, però, è legittimo chiedersi se sia vera rieducazione. Il problema riguarda appunto la natura disciplinare con cui è intesa di fatto la funzione rieducativa. Serve, cioè, veramente ad aiutare a rifarsi una vita? Ad uscire dal carcere con qualcosa di solido in mano? Oppure, come dice Foucault, è una attitudine del potere normalizzatore attraverso un processo di individualizzazione del prigioniero? Il fenomeno della disculturazione, e cioè la mancanza di capacità di affrontare la libertà quando un ex detenuto esce dal carcere, è il vero punto con cui la funzione rieducativa si dovrebbe confrontare.
In Italia esiste una percentuale altissima di recidiva.
Siamo al 70%, numeri dicono che bisogna ripensare l'intero sistema. Non sono un'abolizionista, ritengo che il carcere non possa essere abolito del tutto, è utopia pensarlo oggi, bisogna però considerarlo residuale. Ma se questa istituzione non può essere cancellata, lavoriamo almeno per innestarvi una reale funzione rieducativa accompagnata da concreti progetti di reinserimento lavorativo, sociale e familiare. La carcerazione è un fenomeno complesso, ridurlo alla mera espiazione della pena significa non vedere la complessità di una società che cambia.
È possibile rendere il carcere più umano?
Sì, e la novità in questo senso si chiama 'giustizia riparativa'. Si tratta di una modalità di mediazione penale: reo e vittima possono trovare un accordo privato per la riparazione del danno, invece di arrivare al giudizio finale. Mentre adesso assistiamo ad una specie di corpo a corpo fra pubblico ministero e imputato. Introdurre sperimentazioni di giustizia riparativa significa non arrivare alla conclusione della condanna, come avviene ad esempio in Canada o Francia con vantaggi per tutti. Per alcuni reati particolari, come i reati contro il patrimonio, trovare un accordo fra le parti comporta che il giudice accetti il raggiungimento dell'accordo sottoponendolo a una verifica mensile. Una soluzione che libererebbe moltissime persone che soffrono un percorso carcerario che non funziona più.
Cosa altro è possibile fare?
Dovremmo impegnarci tutti per una vera risocializzazione del detenuto, interna all'istituto penitenziario, ed estremamente difficile da attuarsi. E poi c'è la grande sfida del reinserimento dopo aver scontato la pena. E su questo la Regione, i Comuni, le Città metropolitane, devono fare assolutamente di più. Il ruolo della comunità è fondamentale per aiutare chi esce dal carcere. Gli Enti locali devono assumersi quelle responsabilità che fino ad oggi non hanno voluto assumersi o hanno assunto con troppa superficialità.
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Suicidi e cattivo giornalismoCarlo Bartoli · Deontologia dell'informazione
Parlarne di più, parlarne meglio. Come aiutare i più fragili e le famiglie a rimuovere un tabù secolare. Stop alla stampa becera e ai social quando non rispettano la persona.
Il suicidio è un dramma che coinvolge ogni anno poco meno di un milione di persone nel mondo e rappresenta la seconda causa di morte per i giovani in età compresa tra i 15 e i 29 anni di età. A fronte di un fenomeno così drammatico, viene da chiedersi perché la nostra società e i media, che ne rappresentano la voce, parlino così poco e così male di suicidio. Il linguaggio dei media è spesso inadeguato, interessato al sensazionalismo piuttosto che ad una informazione corretta, rispettosa del dolore e attenta alla funzione sociale dell'informazione. Su quanto accade nei social meglio stendere un velo pietoso.
La buona emulazione
Il suicidio è un fenomeno complesso e non deve essere ricondotto a una causa precisa. Non servono facili spiegazioni: non esistono epidemie di suicidi, il suicidio non è mai la conseguenza "logica" di una drammatica situazione. Il disagio e la sofferenza possono anzi concludersi in maniera opposta. A questo proposito, le testimonianze di attori, cantanti, persone dello spettacolo che mettono a nudo le proprie sofferenze e gli sforzi per uscirne può aiutare molti a non oltrepassare quella linea rossa che porta all'annullamento della propria esistenza. L'effetto emulativo, in questo caso, può essere utilizzato anche per riaccendere una piccola luce e aiutare una persona fragile a ricostruire il senso della propria esistenza; a questo proposito, ricordare quali sono gli enti e le associazioni che possono aiutare le persone in difficoltà è un piccolo aiuto che il giornalismo può fornire.
Imparare a conoscere il disagio
Centinaia di studi dimostrano quanto sia rilevante l'emulazione nello spingere persone fragili e in crisi a togliersi la vita. Questo non significa che dobbiamo evitare di parlare di suicidio. Al contrario, occorre parlarne di più, approfondire le motivazioni, imparare a coglierne i segnali premonitori, dare un sostegno ai familiari, segnalare i centri che possono fornire un aiuto a chi è in crisi. Insomma, sviluppare una cultura che affranchi la nostra società dall'idea che il suicidio sia un fenomeno inesplicabile, imprevedibile, un atto egoista con il quale chi si toglie la vita si libera di tutti i problemi. Uno "stigma" sociale grava sul suicidio, su chi si uccide, su familiari e amici. È l'ora di voltare pagina e rimuovere il peso di un tabù secolare.
I limiti che la stampa deve rispettare
Proprio il giornalismo dovrebbe aiutare a riflettere, sempre ricordando che il principio fondamentale del giornalismo è e resta l'essenzialità dell'informazione. Talvolta è inevitabile descrivere le modalità o i luoghi di eventi del genere, ma nella maggioranza dei casi questi dettagli non aggiungono niente alla notizia, al massimo aumentano la sofferenza di chi è coinvolto. Lo stesso vale per chi con sciocca superficialità posta o condivide sui social notizie di suicidio, tentati suicidi, atti autolesionistici. L'impulsività è spesso un fattore decisivo: ci sono studi che sgombrano il campo da ogni dubbio. Indicare luoghi e modalità con cui qualcuno si è tolto la vita può rappresentare un involontario e tragico suggerimento per persone in bilico.
\*Presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Toscana
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4.000 suicidi in Italia. Manca la prevenzioneRedazione · Suicidi, il fenomeno
I fattori di rischio al tempo della pandemia. Che fare?
In Italia si registrano ogni anno circa 4.000 morti per suicidio, di cui ben il 78,8% sono uomini. Sia per gli uomini che per le donne il tasso di suicidio aumenta con l'età: 20 casi ogni 100.000 abitanti tra gli anziani di età superiore ai 70 anni e 4 casi ogni 100.000 tra le ultra70enni. Tra i giovani il suicidio è, purtroppo, una delle prime cause di morte. L'Istituto Superiore di Sanità ha stilato un documento sul fenomeno, ecco i punti principali.
Il rischio ai tempi del Covid
Il pericolo che l'attuale crisi sanitaria possa causare anche un aumento dei suicidi è uno scenario molto probabile. Sono ancora sconosciuti gli effetti a lungo termine del distanziamento fisico, del confinamento in casa, della convivenza con una familiare affetto da Covid, nonché delle limitazioni all'accesso ai servizi sanitari e di prevenzione e cura. I ceti sociali più svantaggiati, in particolare, soffrono di più a causa della perdita del lavoro o della riduzione del reddito. Tutto questo, unito alla paura di essere positivi al Covid e di ammalarsi e/o di far ammalare i propri cari, ha generato un forte stato d'ansia e preoccupazione per il futuro che si ripercuoterà inevitabilmente sulla salute mentale della popolazione e rischia di impattare anche sul rischio di suicidio.
Pandemia e fattori di rischio
Tra i fattori di rischio specifici legati alla pandemia, senza pretesa di esaustività, si può elencare il distanziamento sociale, che può aver esacerbato i problemi di salute mentale; il consumo di alcol; la violenza domestica; la restrizione delle libertà personali; la paura del contagio, lo stress e burnout per medici e operatori sanitari; il ruolo di un'informazione tossica che può aumentare paura e ansia (vedi accanto); la riduzione dei servizi dedicati alla prevenzione e cura del disagio mentale e del suicidio (ne abbiamo parlato nel numero 227 di Fuori Binario) e, naturalmente, la crisi economica, la disoccupazione, la precarietà.
Cosa si può fare?
Il filo che lega tutti i fattori di rischio per il suicidio è l'incertezza e la perdita di speranza per il futuro. Il suicidio si può però prevenire se si riesce a intervenire sulla sofferenza psicologica e a ridare speranza alle persone in crisi. Il suicidio è il risultato di molti fattori (genetici, biologici, individuali e ambientali) e la malattia psichiatrica non è l'unico fattore di rischio, pertanto le politiche di prevenzione del suicidio non possono essere confinate al solo ambito sanitario ma devono tener conto anche dei potenziali fattori di rischio a livello di contesto sociale, economico e relazionale. Inoltre, devono essere considerati anche gli effetti destabilizzanti sulle persone con le quali il suicida era in relazione; i survivor, cioè coloro che sono stati colpiti da un lutto in seguito ad un suicidio, presentano più frequentemente senso di colpa, e sentimenti di rifiuto e abbandono rispetto a chi ha perso qualcuno per cause naturali.
In Italia manca la prevenzione
Nonostante la prevenzione del suicidio sia stata individuata come obiettivo prioritario dai maggiori organismi internazionali, solo pochi Paesi nel mondo hanno sviluppato una strategia nazionale per la prevenzione del suicidio e l'Italia non è ancora tra questi. Le politiche di prevenzione devono prevedere un approccio multisettoriale inserito nel contesto sociale, economico e relazionale. Necessaria, infine, l'individuazione dei principali fattori di rischio a livello locale con interventi mirati anche a livello di comunità.
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Detenuti in calo ma aumentano i suicidi in carcereRedazione · Carcere
Nel 2020, 61 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane. 11 suicidi ogni 10.000 persone. L'età media è di 39,6 anni. La fascia più rappresentata, 15 decessi, è quella fra i 36 e i 40 anni, seguita da 8 decessi di ragazzi tra i 20 e i 25 anni. I più giovani avevano 22 anni; la persona più anziana aveva 80 anni, a Cagliari. Il carcere dove si sono concentrati più suicidi è a Como; seguono, con 2 casi ognuno, Benevento, Brescia, Napoli Poggioreale, Palermo Pagliarelli, Roma Rebibbia, Roma Regina Coeli e Santa Maria Capua a Vetere. 13 i suicidi dopo le rivolte e le proteste sui tetti di marzo 2020, a inizio lockdown, e il conseguente allontanamento tra detenuti e i loro cari.
Fra le tendenze, notiamo il costante calo della popolazione detenuta straniera: al 31 dicembre 2020, circa 17,3 mila, contro i 19,9 mila di fine 2019 e i 20,2 mila del 2018. Le percentuali del 2020 confermano il trend degli ultimi 10 anni con una diminuzione di circa 4 punti percentuali. Anche la presenza di donne segue l'andamento generale: al 31 dicembre 2020 sono 2.255 contro le 2.663 dell'anno precedente e le 2.576 del 2018.
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La salute diseguale ai tempi del CovidBeatrice Montini · Povertà sanitaria
In pandemia crescono povertà e malattie. Mezzo milione di persone non si cura più per motivi economici. In Toscana assistite 25mila persone con le donazioni in farmacia.
Lo scoppio della pandemia ha colpito il sistema economico e sociale italiano in "forme e intensità allarmanti e imprevedibili". Così l'Istat, nel recente Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes), evidenzia il duro impatto del Covid sugli italiani. I dati dicono che il 28,8% delle famiglie ha dichiarato un peggioramento della situazione economica rispetto all'anno precedente. Anche "numeri" relativi alla crescita delle persone indigenti parlano da soli: secondo una stima preliminare per il 2020, oltre 5,6 milioni di individui si trovano in condizione di povertà assoluta in Italia, con un'incidenza media pari al 9,4%, rispetto al 7,7% del 2019. Si tratta dei valori peggiori dal 2005.
Più poveri al nord
La povertà cresce soprattutto al Nord: qui la percentuale di poveri assoluti passa dal 6,8% al 9,4%, mentre al Centro passa dal 5,6% al 6,7% e al Sud dal 10,1% all'11,1%. Più colpite le famiglie con bambini e ragazzi. Gli under 18 sotto la soglia di povertà sono 1 milione e 346 mila (il 13,6%): ancora una volta il valore più alto dal 2005. E, infine, secondo un altro recente rapporto, una persona su due che adesso si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta.
Stili di vita miseri favoriscono le malattie
L'aumento della povertà assoluta ha effetti diretti anche sulla salute degli individui: le persone più abbienti stanno meglio, si ammalano di meno, vivono più a lungo. Come ha scritto anche Michael Marmot nel libro "La salute disuguale" (2016), chi è socialmente più disagiato, con una scolarità più bassa, si ammala di più perché è più esposto a stili di vita non salutari e ad ambienti di vita più degradati. Un esempio su tutti è dato dalla distribuzione dell'obesità: mettendo a confronto i due estremi - cioè il 10% della popolazione più svantaggiata con il 10% dei meno disagiati - la prevalenza dell'obesità nel primo gruppo è il doppio rispetto al secondo.
Chi è povero spende solo 3,77 euro al mese in farmaci
In Italia la capacità di spesa pro capite mensile per le cure mediche è di circa 65 euro per chi non ha particolari difficoltà economiche, chi si trova in una situazione di indigenza ha invece a disposizione massimo 10,15 euro. La situazione - spiegano ancora i ricercatori - è aggravata dal fatto che le persone povere spendono il 63% del loro budget sanitario mensile per acquistare farmaci da banco e destinano solo 3,77 euro alle altre cure necessarie, di cui fanno parte anche quelle a scopo preventivo (per questo tipo di spese le persone non povere investono 36,82 euro, cioè 10 volte di più).
173 mila persone hanno rinunciato del tutto a curarsi
Il risultato? Secondo l'ultimo "Rapporto sulla Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico" 434 mila persone hanno dovuto rinunciare nel 2020 all'acquisto di medicinali di cui avevano bisogno per ragioni economiche e 173 mila hanno rinunciato del tutto a curarsi perché non hanno chiesto aiuto agli enti assistenziali. Oppure hanno chiesto aiuto ma, in molti casi, gli enti che fornivano loro sostegno, avevano subito l'impatto della pandemia: "Il 40,6% ha sospeso alcuni servizi. Il 5,9% ha chiuso e non ha ancora riaperto", conferma Luca Pesenti, docente di Sociologia alla Cattolica di Milano e direttore della ricerca.
Oltre 33.000 i farmaci donati in Toscana
Sono oltre 1.800 gli enti assistenziali che - in collaborazione con il Banco Farmaceutico - distribuiscono medicinali a chi non riesce ad acquistarli. Ogni anno, di solito a febbraio, viene organizzata un'iniziativa nazionale di raccolta attraverso le farmacie a cui tutti possono partecipare. I medicinali più richiesti sono quelli per il tratto alimentare, per il sistema nervoso e per quello muscolo-scheletrico, per le malattie metaboliche e per l'apparato respiratorio, ma servono anche presidi medici e integratori alimentari. Nell'edizione 2020 sono stati raccolti a livello nazionale 541 mila farmaci, pari a 4 milioni di euro. In Toscana le 33.840 confezioni di farmaci raccolte in 301 farmacie (pari a un valore di 248.000 euro) hanno contribuito a curare circa 25 mila persone.
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Quanta sofferenza ancora in Palestina?Radio Wombat · Geopolitica
La testimonianza di Micol Savia, avvocata dei Giuristi Democratici.
Buongiorno Palestina è una trasmissione di Radio Wombat che segue l'evoluzione della questione palestinese nei territori occupati. Nella puntata numero 72 abbiamo proposto un intervento di Micol Savia, avvocata, rappresentante dell'Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici (IADL), un'organizzazione fondata nel 1946 che riunisce avvocati e giuristi di tutto il mondo e che ha rappresentanti permanenti presso le Nazioni Unite a New York, Ginevra, Parigi e Vienna. Micol Savia offre un resoconto documentato delle violazioni del diritto internazionale commesse dallo Stato di Israele.
Mezzo secolo di occupazione
Prima di tutto c'è l'aggressione: da oltre 50 anni Israele occupa illegalmente la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est ed il Golan siriano. Sono centinaia le risoluzioni delle Nazioni Unite che gli intimano di ritirarsi, a cominciare dalle Risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di Sicurezza. L'invasione militare e l'occupazione, così come l'annessione, sono atti di aggressione proibiti dal diritto internazionale. Il divieto di acquisizione di un territorio con la forza e il diritto dei popoli all'autodeterminazione sono principi cardine del diritto internazionale, non ammettono deroghe né eccezioni. La guerra di conquista è catalogata come crimine contro la pace fin dai tempi del processo di Norimberga.
Crimini di guerra
Lo Stato di Israele ha commesso nel passato, e commette ancor oggi, crimini di guerra; in quanto Potenza occupante, nei territori occupati è tenuto a rispettare le norme del diritto internazionale umanitario e in particolare quelle stabilite dalle Convenzioni di Ginevra per proteggere coloro che in caso di conflitto, per una ragione o per l'altra, si ritrovano "nelle mani" del nemico e sono, pertanto, particolarmente vulnerabili: i feriti, i prigionieri di guerra e la popolazione civile dei territori occupati. Fin dall'inizio dell'occupazione, Israele ha ripetutamente e sistematicamente violato le previsioni della Quarta Convenzione di Ginevra, relativa alla protezione dei civili. E lo ha fatto alla luce del sole, sottoponendo la popolazione civile siriana e palestinese ad ogni tipo di vessazione: detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali, attacchi militari indiscriminati, privazione dei mezzi di sostentamento, costruzione di insediamenti illegali, trasferimento di popolazione, demolizione di case, punizioni collettive, trattamenti crudeli e disumani, etc.
Apartheid e violazioni nell'indifferenza
Si passa poi all'apartheid, cioè l'insieme di norme che discriminano su base etnica o religiosa stabilendo una disuguaglianza di diritti tra la popolazione. Così come definito dalla Convenzione Internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di apartheid, si tratta di un vero e proprio crimine contro l'umanità. Infine vi sono le violazioni massive e sistematiche dei diritti umani. Israele è parte di quasi tutti i principali trattati internazionali in materia di diritti umani, ma, inutile dire, le autorità israeliane violano tutti i diritti umani dei palestinesi - civili, politici, economici, sociali e culturali - in forma massiva e sistematica. Purtroppo ad oggi a Ginevra, durante le sessioni del Consiglio dei Diritti Umani, quando si discute la situazione nei territori occupati, le delegazioni dei paesi occidentali e di molti paesi latinoamericani boicottano semplicemente il dibattito. Consentendo il perpetuarsi dell'attuale situazione.
Podcast della trasmissione su http://bp72.vado.li/
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Vaccinare subito i senza fissa dimoraRedazione · Salute
Un appello affinché il piano vaccini non dimentichi gli oltre 500mila "invisibili" arriva dal Tavolo immigrazione e salute. Caritas, Emergency, MSF, l'Associazione Studi Giuridici Immigrazione, fra gli altri, hanno scritto una lettera al ministro della Salute per chiedere che vengano date le indicazioni per inserire nel piano anti-Covid coloro che, pur vivendo in Italia, risultano amministrativamente inesistenti: i senza fissa dimora, gli italiani e gli stranieri in strutture collettive, chi è senza documenti o permesso di soggiorno, i cittadini comunitari in condizione di irregolarità, gli apolidi, parte della popolazione Rom e Sinti. Persone che spesso vivono in condizioni di criticità, con alto fattore di rischio socio-sanitario e per questo bisognosi di risposte rapide e inclusive.
E un appello a vaccinare gli 'ultimi', gli 'invisibili', ovvero tutte quelle persone che per lo Stato non esistono ma che hanno diritto, come tutti, alle cure e che sono tanto più a rischio di contrarre e anche di trasmettere il Covid arriva anche dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, che suggerisce di indirizzare anche su questo versante coloro che si sono offerti come vaccinatori volontari. L'invito è quello di accogliere l'offerta inserendoli all'interno di un piano che preveda la vaccinazione di tutte quelle persone che non hanno voce, che non chiedono nulla, che vivono nella solitudine e nell'emarginazione; soggetti doppiamente fragili, dal punto di vista sociale oltreché sanitario, a cui va garantito il diritto fondamentale alla salute e l'accesso alle cure.
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Cibo per i senza tetto dai ragazzi del SaffiRedazione · Povertà
Come nella tradizione napoletana del "caffè sospeso", gesto di solidarietà che lascia l'equivalente di una tazzina di caffè a beneficio di una persona bisognosa, così i ragazzi e il personale dell'Istituto Alberghiero Saffi di Firenze, hanno messo in piedi un'iniziativa che punta su cibo e solidarietà. L'equivalente di un caffè o di una schiacciata può essere lasciato in cassa al bar dell'Istituto: con il ricavato, vengono acquistati gli ingredienti per realizzare pane e pizze da consegnare ogni sabato, attraverso il comitato Cittadini per Firenze, ai senzatetto. Tutti i prodotti vengono realizzati da un centinaio di studenti durante il tempo libero mentre sono il doppio i docenti che partecipano all'iniziativa.
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Edilizia pubblica: i Comuni non discrimininoRedazione · Casa
Ci sarebbero criteri discriminatori nei regolamenti comunali per l'accesso all'edilizia residenziale pubblica. A denunciarlo è l'Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali della Presidenza del consiglio che ha ricevuto segnalazioni da tutta Italia, Toscana compresa. Nello specifico, pare che non sia rispettata la parità di trattamento per alcune categorie in particolare stato di bisogno. Per l'Unar sono due i criteri ritenuti discriminatori: la residenzialità storica, che assegna un punteggio aggiuntivo a chi vive da più anni in un territorio e non dispone di un altro alloggio e, per gli stranieri, l'obbligo di fornire la documentazione necessaria a provare di non possedere immobili in nessun paese del mondo. Anche la Corte Costituzionale recentemente ha puntato l'accento sulla necessità di non violare i principi di uguaglianza e ragionevolezza nonché sulla funzione sociale dell'edilizia pubblica.
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\"Comunità di pratica\" per l'inclusione socialeRedazione · Diritti
Realizzare uno scambio di esperienze e di competenze sui temi dell'inclusione sociale, con particolare attenzione alle famiglie più vulnerabili, ma anche della lotta alla povertà, del sostegno ai minori e agli stranieri. È questo l'obiettivo della "Comunità di pratica" sull'inclusione sociale in Regione Toscana, presentata e promossa in collaborazione con Anci per favorire un apprendimento continuo attraverso la condivisione delle conoscenze. Il progetto avrà durata triennale. Il campo tematico di riferimento dell'anno scorso è stato quello delle politiche di contrasto alla povertà con particolare riguardo al reddito di cittadinanza; con il 2021 al centro le politiche e gli interventi di inclusione sociale delle famiglie in situazione di vulnerabilità.
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In bus gratis se non puoi pagareRedazione · Diritto alla mobilità
A Bologna un progetto a sostegno dei senza fissa dimora. La soddisfazione del giornale di strada "Piazza Grande".
Il progetto - per ora attivo solo in Emilia-Romagna - prevede l'attivazione di un abbonamento semestrale al costo calmierato di 60 euro, che il Comune di Bologna, primo a sperimentarlo, coprirà a sue spese in modo che il titolo di viaggio sia completamente gratuito. Ogni anno nel capoluogo emiliano si registra un flusso di circa 2.500 persone senza fissa dimora, di cui un migliaio stabili. I senza fissa dimora potranno viaggiare in autobus con un abbonamento speciale a loro dedicato, pagato dalle istituzioni e fortemente voluto dall'associazionismo. Una vera conquista di dignità per centinaia di persone, costrette a infinite discussioni sui bus sul pedaggio chiesto in cambio del loro diritto/bisogno di mobilità, nonostante non abbiano denaro per l'acquisto del biglietto. Un modo anche per abbattere lo stigma sociale che in questi casi non fa che aumentare nei confronti delle persone più fragili.
Fine delle umiliazioni
L'abbonamento gratis per i senza fissa dimora è una vera e propria conquista di dignità. Carlo Salmaso di Piazza Grande, giornale di strada nostro cugino, distribuito a Bologna, ha dichiarato tutta la sua soddisfazione: "Non sappiamo dire quanto siamo felici. Si tratta di un esperimento innovativo e siamo davvero contenti, un'iniziativa capace di ascoltare chi sta male e di tracciare strade di grande senso e umanità. Era una grande umiliazione per le persone vedersi trattare così, la mole di sofferenza umana legata a questo piccolo fatto era davvero alta". Ringraziando le istituzioni e i tecnici che hanno permesso la realizzazione del progetto ha aggiunto che questo dovrà essere solo un primo passo per restituire dignità ai senza fissa dimora: "Vogliamo sia solo l'inizio, perché i bus non sono solo un mezzo di trasporto, sono un luogo di convivenza e espressione di cittadinanza, che non si smette mai di costruire".
Un abbonamento per andare ovunque
L'abbonamento sarà valido su tutto il bacino di Bologna e Tper, la società di trasporti locale, sta completando i test per la produzione della tessera elettronica. Saranno i servizi sociali a fornire all'azienda di trasporto tutti i dati dei soggetti interessati attraverso un portale online dedicato. Tper stamperà poi la tessera e la invierà di nuovo agli operatori sociali per la consegna nelle mani della persona che ne ha fatto richiesta. Anche il rinnovo potrà essere fatto da remoto. L'elenco dei nominativi a cui destinare l'abbonamento sarà stilato dai servizi sociali comunali insieme all'azienda pubblica di servizi alla persona. Nel 2019 il Comune ha speso 360.000 euro per le tariffe agevolate ad anziani in difficoltà economica, disabili, famiglie numerose e rifugiati. Cifra che è scesa a 295.000 euro nel 2020 per effetto di un calo degli abbonamenti soprattutto tra disabili e rifugiati (in crescita invece gli anziani).
Le multe pregresse
Per l'associazione Avvocato di strada, tra i promotori dell'iniziativa, Bologna è la città ideale per far partire il progetto perché le mense sono spesso molto distanti dai dormitori. Per gli avvocati ora si apre la partita delle multe pregresse. Ci sono infatti persone che negli anni hanno accumulato migliaia di euro tra multe e more e che, appena trovano un lavoretto, si vedono parte del salario pignorato. Per trovare una soluzione chiedono di istituire un gruppo di lavoro proprio sulle multe pregresse per trovare insieme a Tper e al Comune, che ha già dato la disponibilità a lavorarci, un percorso per annullarle. Questo provvedimento pare accontentare tutti. L'azienda di trasporto risolve così un problema annoso, visto che i controllori perderanno meno tempo e potranno dedicarsi a coloro che, pur avendo disponibilità economica, cercano di non pagare il servizio. Allo stesso tempo possono segnalare ai senza fissa dimora che ignorano l'opportunità a loro dedicata, i passi necessari per ottenere la tessera.
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Il capitalismo di rapina? A Prato, alla TexprintStudenti di Sinistra · Lavoro
Operai sfruttati 12 ore al giorno per 7 giorni, lavoro in nero, repressione. Torna la lotta di classe.
I giorni che ci lasciamo alle spalle sono stati caratterizzati da una profonda tensione e molteplici atti di violenza. Sono numerose le immagini e i filmati che testimoniano gli episodi di repressione esercitati dalle forze dell'ordine ai danni degli operai della Texprint in sciopero ormai da due mesi. Tutto questo concorre alla costruzione di un immaginario distopico, nel quale la banale richiesta di una giornata lavorativa di otto ore viene vista come una rivendicazione criminale che necessita di essere repressa.
Dal 18 gennaio gli operai della Texprint di Prato sono in sciopero. Dall'11 febbraio sono in presidio permanente, notte e giorno, davanti ai cancelli della fabbrica. Ciò che ha portato a questa situazione sono le condizioni lavorative disumane a cui erano sottoposti, le quali riflettono modalità lavorative tipiche dell'Ottocento: turni da 12 ore per 7 giorni la settimana, assenza di qualsiasi tutela contrattuale e di sicurezza lavorativa e un'ampia minoranza di personale a nero. Ad innalzare i livelli di conflittualità è stato un episodio che ha visto un operaio dell'azienda perdere un dito durante il turno di lavoro, alla luce della mancanza di qualsiasi forma di tutela e di controlli.
La tensione è culminata quando le forze dell'ordine hanno compiuti molteplici tentativi per sgomberare il picchetto allestito dagli operai fuori dalla fabbrica. Sono diversi infatti gli atti di violenza messi in atto nei confronti degli operai, molti dei quali hanno riportato ferite. In particolar modo un lavoratore, a seguito degli scontri odierni, è stato trasportato in condizioni di incoscienza in ospedale da un'ambulanza. Riteniamo inaccettabile il trattamento che è stato riservato agli operai: le condizioni di lavoro che prevedano 8 ore per 5 giorni settimanali e un contratto regolare vanno intese come condizioni necessarie e non privilegi.
Ed è da questi presupposti che il 10 marzo abbiamo deciso di convocare un presidio sotto la sede della presidenza della Regione Toscana. È di primaria importanza manifestare il nostro dissenso nei confronti delle misure messe in atto dalle forze dell'ordine. Riteniamo che sia dovere delle istituzioni regionali salvaguardare il diritto al lavoro. È necessario che la Regione Toscana prenda provvedimenti contro il sistema imprenditoriale basato sul ricatto e lo sfruttamento avvalendosi di strutture mafiose e vicine alle criminalità organizzata.
Gli operai della Texprint non sono i soli a vivere sulla propria pelle tali vessazioni. Sono numerosi i lavoratori e le lavoratrici che condividono situazioni analoghe, nel Macrolotto pratese ma non solo. Tutti sono consapevoli che ormai la vertenza Texprint ha varcato i cancelli della fabbrica, che 8x5 non è più solo la lotta di Alì, Sha o Abdul ma è la lotta di migliaia di altri lavoratori del distretto. Resistere e vincere oggi significa non chinare più la testa domani. Questa lotta non può che concludersi in un modo: con la vittoria.
(SDS)
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L'impegno della Regione Toscana nella vertenza TexprintRedazione · Lavoro
Dopo il presidio dei lavoratori sotto alla Regione Toscana è intervenuto Valerio Fabiani, consigliere delegato al lavoro del presidente Eugenio Giani. Ecco le sue parole: "Stiamo seguendo con preoccupazione la vicenda e ribadiamo la nostra disponibilità a intervenire nuovamente, secondo le nostre competenze, per promuovere la riapertura di un confronto tra le parti qualora maturino le condizioni".
Fabiani ha spiegato di essersi attivato presso l'Ispettorato del lavoro e presso il protocollo della Regione 'Lavoro sicuro' per verificare il rispetto dei diritti e delle condizioni di lavoro dei dipendenti ed ha aggiunto: "Abbiamo convocato separatamente le parti, a cominciare dal sindacato SI Cobas, che ha riferito le ragioni della mobilitazione e le proposte rivolte all'azienda. Se su quest'ultime il ruolo della Regione non può che essere teso a facilitare un negoziato fra le parti, abbiamo invece ritenuto di intervenire subito per fare chiarezza, a fronte delle denunce del sindacato stesso, circa la regolarità dei rapporti di lavoro, la sicurezza sul luogo di lavoro ed il rispetto del contratto collettivo nazionale applicato".
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La libreria che ti suona il campanelloValentina Baronti · Cultura e dignità del lavoro
Bookdealer, nasce a Firenze la app che rispetta i diritti di chi lavora.
Che cos'è una libreria? Un negozio di libri, risponderebbe uno scolaro diligente. E invece è molto di più: una libreria è magia, sogno, resistenza. La magia di farsi scegliere da un libro. Il sogno di scoprire nuovi orizzonti. La resistenza di una piccola realtà che combatte contro i colossi internazionali del commercio online, contro il ricatto dei bestseller, contro l'anonimato dell'algoritmo. Acquistare in una piccola libreria, oggi più che mai, non è soltanto una questione di equità, è un atto ribelle.
Sì però, diciamoci la verità, aprire un'applicazione e aspettare che il libro ti arrivi a casa è tremendamente comodo, facile, rapido e anche economico. Un metodo tanto efficace e ormai entrato nelle nostre abitudini, che non è sempre possibile rinunciarvi. E adesso non è neanche più necessario. Comprare libri online in maniera etica è possibile, grazie a Bookdealer, una piattaforma nata a Scandicci dove a vendere sono le piccole librerie indipendenti di tutta Italia, una scommessa non solo per chi le ha aperte e faticosamente va avanti, ma anche per i quartieri in cui sono nate, per i lettori di oggi e di domani.
Con Bookdealer queste realtà indipendenti cercano di resistere all'oceanico attacco di Amazon, che strangola la piccola editoria, riduce la cultura a merce, appiattisce il pensiero critico, sfrutta il lavoro e inaridisce le città. L'idea, che si ispira a un'analoga piattaforma statunitense, è venuta la scorsa primavera, quando le librerie erano chiuse e annaspavano nelle consegne a domicilio. È allora che si è pensato a un modo per metterle in rete e competere così con i colossi, non tanto in prezzo o tempo di consegna, dove ovviamente sono imbattibili, ma dando un servizio migliore, dalla consegna a casa da parte del libraio fino alla dedica scritta a mano sui biglietti regalo.
Una normale piattaforma di e-commerce con il valore aggiunto dell'umanità: appena si apre il sito si trovano subito i consigli dei librai, scritti di loro pugno e non dagli esperti di marketing delle case editrici o in maniera automatica dal "sistema"; e nel girovagare tra gli scaffali virtuali si trovano autentiche perle, proprio come in una piccola libreria, ma moltiplicate per mille. È come avere a disposizione in un unico luogo quelle particolarità tipiche della città, una città ideale, dove passeggiando ci si ferma alla libreria specializzata in graphic novel oppure in quella che ha le riviste di arte o ancora in quel vecchio fondo con i testi di storia locale.
Ma Book Dealer non è un'operazione nostalgia. Delle grandi piattaforme mantiene la semplicità e il metodo intuitivo ormai noto a tutti, dalla ricerca al carrello, con la particolarità che si può scegliere la libreria da cui si vuole acquistare e, in base a quella, la modalità di consegna a domicilio, ritiro in negozio o corriere. Si spende di più? Sì, qualcosa in più si spende, non molto. Ma in cambio si hanno la magia, il sogno e la resistenza.
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Uomini che odiano le donne, e come possono smettereRiccardo Michelucci · Maltrattamenti
A Firenze il primo centro italiano: un luogo dove si lavora con chi è violento.
Per fermare la violenza sulle donne bisogna educare gli uomini. Può apparire elementare, eppure fino a qualche anno fa in Italia non esisteva alcun percorso educativo-rieducativo per affrontare una piaga sociale che si fa sempre più dilagante. E che con l'isolamento forzato imposto dalla pandemia ha assunto dimensioni ancora più gravi.
Il primato fiorentino
Nel 2013 il governo italiano ha ratificato la Convenzione europea sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne che prevede anche l'istituzione di programmi rivolti agli autori di violenza domestica. A Firenze però, qualcuno ci aveva già pensato alcuni anni prima creando il primo, pionieristico, progetto italiano per la rieducazione degli uomini. È il CAUM (Centro di ascolto uomini maltrattanti), un servizio sperimentale lanciato nel 2009 dalla storica associazione antiviolenza Artemisia con la collaborazione dell'Asl 10 di Firenze. In undici anni di attività il progetto è cresciuto in modo esponenziale e si è allargato in tutta Italia, aprendo sedi anche a Roma, Cremona, Ferrara e in Sardegna. Altre realtà simili sono nate in molte altre parti d'Italia. Da quando ha aperto, la sede fiorentina ha seguito complessivamente circa cinquecento persone e attualmente ha in carico una cinquantina di pazienti, assistiti da uno staff multidisciplinare composto da psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, oltre a un operatore specializzato sugli abusanti sessuali che lavora direttamente in carcere.
L'accesso al servizio
"Le tipologie di uomini che accedono al servizio sono essenzialmente due", ci spiega la psicologa Alessandra Pauncz, fondatrice e presidente del CAUM di Firenze. "Alcuni arrivano qua per scelta, cioè decidono spontaneamente di avviare un percorso. Poi ci sono quelli inviati dai tribunali o dagli avvocati perché sono stati sottoposti a un percorso giudiziario. Esiste però un'ulteriore modalità di accesso, definita "per ammonimento", che è frutto di una legge del 2014. Prevede che le forze dell'ordine, dopo aver ricevuto una segnalazione anche in forma anonima e a valle di una piccola indagine, provvedano a inviare a un centro per maltrattanti l'uomo che ancora non ha una denuncia a suo carico e non ha ancora compiuto un reato".
Il metodo di intervento
Il servizio prevede inizialmente una serie di colloqui individuali all'interno dei quali viene svolta un'indagine sulla motivazione dell'uomo e una prima rilevazione della violenza. Nella fase iniziale, a metà e a fine percorso vengono contattate anche le partner per poter raccogliere alcune informazioni e operare una prima valutazione del rischio. Poi il paziente viene inserito in un gruppo psico-educativo della durata di sei-otto mesi insieme ad altri uomini che hanno le stesse problematiche. Qui, in sessioni condotte da un uomo e da una donna, si affrontano determinati argomenti e si forniscono strumenti per elaborarli sul piano emotivo-cognitivo. "Spesso gli uomini si rivolgono a noi sull'onda di una crisi ma riconoscono solo parzialmente di aver agito violenza", spiega Pauncz. "Generalmente sono uomini che minimizzano l'atto di violenza, non la riconoscono e la imputano alla compagna, non assumendosene la responsabilità".
Tipologia dell'uomo maltrattante
La tipologia dei maltrattanti è molto varia. Di solito sono uomini che hanno una relazione di medio-lungo periodo, spesso con figli, sono tendenzialmente occupati, italiani, in prevalenza tra i 35 e i 55 anni. Ma negli ultimi anni sono aumentati sia i giovani che i più anziani. "Nei nostri gruppi ci sono in genere una decina di partecipanti. I nuovi arrivati sono sempre ben accolti e non vengono mai giudicati. Anzi spesso trovano molto utile sapere che non sono soli e alla fine si rendono conto che hanno dei benefici stando lì e riescono a stare meglio con sé stessi".
La violenza fisica e psicologica
Per beneficiare di un gruppo non c'è neanche bisogno di aver usato violenza fisica: il percorso ideato dagli operatori del CAUM è infatti di natura riabilitativa ma cerca anche di lavorare sulla prevenzione, imparando a riconoscere certi atteggiamenti e a evitarli prima che si verifichino. "Molti uomini che partecipano al programma non hanno mai colpito fisicamente la loro partner - precisa Pauncz - ma con i loro comportamenti e le loro parole, hanno fatto sì che la loro partner e i loro bambini si sentissero male o avessero paura di lui. Usare la violenza psicologica è sbagliato quanto fare male fisicamente a qualcuno. Cerchiamo di lavorare con le nuove generazioni, mostrando nuovi modelli di mascolinità che riconoscano e valorizzino la vulnerabilità. Pensiamo che sia necessario anche rivedere la socialità maschile: permettere agli uomini di essere più liberi di esprimersi, non imbrigliandoli in stereotipi nocivi e retrogradi. Infine, bisogna rivedere le normative di uguaglianza di genere: per esempio, basta dire che la gestione della famiglia è appannaggio della donna e il lavoro dell'uomo".
I risultati del percorso
Resta il fatto che i mesi di lockdown e di "zona rossa" - con la convivenza forzata nelle case - hanno allungato ancora di più la pagina nera delle violenze e dei femminicidi nel nostro Paese. Secondo i dati Istat dal marzo al maggio 2020 le richieste di aiuto e delle segnalazioni e le telefonate al numero anti-violenza e stalking 1522 sono aumentate del 119% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Anche in questo caso il CAUM di Firenze, forte dell'esperienza maturata negli anni, ha cercato di giocare d'anticipo. A partire dall'inizio del lockdown ha destinato un'attività di supporto aggiuntivo per gli uomini che aveva in carico in quel momento. Ha portato immediatamente tutte le attività on-line e ha dotato tutti gli operatori di cellulare di servizio e linee guida specifiche per poter fornire il massimo supporto.
Ma come si fa a ritenere concluso il percorso di recupero di un uomo violento considerandolo 'guarito'? "Un buon segnale - conclude la presidente CAUM di Firenze - è quando riconosce che il suo comportamento è sbagliato e si mette in discussione. Ma poi conta il tempo trascorso dall'ultima manifestazione di violenza, esattamente come per chi soffre di dipendenze. Quando può dire di essere un maltrattante che non picchia da tanti anni può considerarla una medaglia, un riconoscimento concreto del lavoro che è riuscito a fare su sé stesso".
(foto di Margherita Caprilli)
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Dove rivolgersiRedazione · Maltrattamenti
L'associazione Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti Onlus ha sede a Firenze in via Enrico il Navigatore 17.
È aperta martedì e mercoledì dalle 9.30 alle 12.30 e giovedì dalle 14 alle 17.
Tel. 339/8926550
info@centrouominimaltrattanti.org
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Ecco le Comunità energeticheMauro Romanelli · Consumi
La filiera corta elettrica disponibile per tutti. L'imperativo? Convertire l'attuale sistema. Ecologia e lotta alle povertà.
Molti ormai conoscono i Gruppi di Acquisto Solidale (Gas), realtà in campo da tempo, e molti ne fanno anche parte. Immaginiamo ora di trasferire quel concetto e quello spirito in campo energetico. Mettersi insieme, piccoli produttori autonomi e consumatori di energia - famiglie, negozi, associazioni, circoli, anche istituzioni pubbliche - per produrla e consumarla a filiera corta, senza l'intermediazione di una grande multinazionale, accumulando gli eccessi prodotti in un dato momento, quando ad esempio c'è molta illuminazione e molto vento, per poi scambiarseli al bisogno, secondo le necessità contingenti: questo lo spirito delle comunità energetiche. Davvero molto simile a quello dei Gas, come si può notare. Con la differenza che mentre i Gas sono nati spontaneamente dal basso come meravigliosa idea di emancipazione e di alternativa, anche e soprattutto etica, ad un certo modo di vivere e consumare, e spesso hanno incontrato persino qualche ostacolo dalle leggi e dalle istituzioni, le comunità energetiche sono, per una volta, un'ottima politica promossa ufficialmente nientedimeno che dall'Unione Europea, all'interno della direttiva Red II del 2018, recepita e trasformata in legge recentemente, quindi operativa anche in Italia.
Prosumer anche tu
Questa nuova normativa istituisce la figura del "prosumer", ovvero del "produttore-consumatore" di energia (come è ovvio, si parla di energia esclusivamente di tipo rinnovabile). Prosumer possiamo essere tutti: singoli, unità condominiali, piccole e medie imprese, istituzioni pubbliche, purché installiamo un impianto di produzione di energia rinnovabile. Una volta installato e attivato, possiamo condividere l'energia che produciamo con altre utenze a noi prossime territorialmente (tecnicamente: con altre utenze a valle della nostra stessa cabina di trasformazione), riunendosi in un'associazione specifica, la Comunità energetica, appunto riconosciuta dalla legge, e persino rivendere alla Rete nazionale gli eventuali eccessi di produzione. Per di più per l'energia prodotta da impianti di energia rinnovabile che operano all'interno di una Comunità energetica, è riconosciuta una specifica tariffa incentivante, che può essere cumulata col super bonus 110%, destinato alle ristrutturazioni edilizie che fanno compiere un salto di almeno due categorie energetiche agli edifici.
Sicuro e alla portata di tutti
Si tratta quindi di novità che incoraggiano ognuno di noi ad abbracciare la filosofia dell'energia pulita, della prossimità, e anche dell'efficienza, perché sicuramente questo modello consente meno sprechi e meno dispersioni, rispetto al tradizionale meccanismo verticale e "passivo", in cui l'energia è prodotta in grandi centrali e trasferita alle utenze esclusivamente tramite la Rete nazionale. In un recente articolo dell'ingegner Giovanni Mori, attivista dei Fridays for Future, a proposito dei black out devastanti legati agli eventi di freddo estremo in Texas (eventi causati, benché sembri un paradosso, dal riscaldamento globale), spiega molto bene come il modello della produzione da tante piccole centrali autonome, è più resiliente e capace di tutelarci da questo tipo di disastri, che purtroppo saranno sempre più frequenti.
In nome di Alex Langer
Ma un altro aspetto davvero da non sottovalutare è l'elemento di solidarietà sociale. Combattere la povertà energetica, abbattere le spese per le famiglie più in difficoltà, può essere uno degli effetti benefici di questo nuovo strumento, contribuendo a rendere la conversione ecologica "socialmente desiderabile", come auspicava Alex Langer. E forse non è un caso, che il primo progetto di comunità energetica annunciato in Italia, operativo da aprile, sarà nella periferia est di Napoli, e sarà un progetto di lotta alla povertà, portato avanti da Legambiente e associazioni di solidarietà locali, e che coinvolgerà 40 famiglie a basso reddito. E quando si hanno interessi in comune, viene più facile socializzare: il progetto prevede anche percorsi formativi e ricreativi, per accrescere la consapevolezza delle famiglie protagoniste. Promuovere Comunità energetiche ovunque possibile, per ricostruire, attraverso iniziative concrete che hanno da subito un effetto positivo sulla vita e sul reddito delle persone, una consapevolezza politica eco-socialista. Un ottimo suggerimento per far rinascere dal basso la sinistra e, soprattutto, un po' di speranza.
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Violenza informatica di genere in aumentoRedazione · Donne
"Con l'avvento dei social media la violenza informatica di genere è una minaccia in costante crescita con impatti a livello individuale, sociale ed economico, sulle donne e sulle ragazze e sulla società in generale. Le azioni intraprese finora sono state inadeguate e la natura transfrontaliera della violenza informatica di genere deve ancora essere affrontata adeguatamente".
Anche perché in questi tempi di pandemia per il coronavirus la situazione si è potenzialmente peggiorata, perché la vita sociale delle persone è cambiata ed è molto più online di prima. Considerazioni che rappresentano il risultato di uno studio pubblicato dal Servizio ricerca del Parlamento europeo. Lo studio stima che dal 4 al 7% delle donne nei 27 Paesi Ue ha subito molestie online negli ultimi 12 mesi, mentre tra l'1 e il 3% ha subito stalking virtuale.
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Lo sciopero sociale di insegnanti e genitoriRedazione · Scuola
Uno "sciopero sociale di insegnanti e genitori", quello del 26 marzo scorso, che aveva un obbiettivo chiaro: no alla Dad, ovvero alla didattica a distanza. Il movimento "Priorità alla scuola" si oppone da tempo alla chiusura delle scuole e chiede che le risorse del Recovery Plan vengano utilizzate per assunzioni, regolarizzazioni, edilizia scolastica.
Partito da Firenze nel marzo 2020 contestualmente al primo lockdown anti-Covid, per fare pressioni sul sindaco Nardella affinché riaprisse le scuole, il PAS si è man mano esteso a tutto il territorio nazionale, fino a contare diverse migliaia di aderenti.
I punti all'ordine del giorno dell'iniziativa, sono sintetizzati nel manifesto-appello rivolto al governo: meno alunni per classe e, di conseguenza, più docenti a disposizione, regolarizzazione degli insegnanti precari, adeguamento degli stipendi al livello europeo, investimenti che migliorino e realizzino nuovi spazi, funzionali alle esigenze, dalla scuola per l'infanzia fino agli istituti universitari.
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Nessuna tutela per le sex workerRedazione · Prostituzione
In Italia si contano almeno 120.000 sex worker e circa 20 milioni di clienti annui. Sono donne e donne trans che si emancipano attraverso la loro sessualità non sentendosi oggetti, ma "operatrici" che erogano servizi a pagamento a chi li richieda. Tutto questo succede però in una dimensione che in Italia non è regolamentata, così queste persone soffrono il vuoto normativo esistente non potendo accedere ai diritti e doveri come qualsiasi altra professione. Situazione che si è aggravata a causa dell'emergenza Covid.
Il nuovo report del Comitato internazionale dei diritti dei lavoratori del sesso, evidenzia come circa l'80% delle persone che operano in questo settore sia straniero, in maggioranza senza documenti e legato a situazioni di dipendenza da protettori, senza la possibilità di aprire una partita Iva o avere contratti. Malgrado il sex work sia riconosciuto in diversi paesi, non vengono tutelati molti diritti come la salute, l'accesso alla pensione e ai documenti (per chi è straniero) mentre il più grande problema resta il rapporto con le forze dell'ordine e il rischio di essere maltrattati dai clienti.
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Amazon, la dignità non è un paccoRedazione · Lavoro
Il primo sciopero della logistica italiana che ha coinvolto tutta la filiera di Amazon si è tenuto lo scorso 22 marzo. Indetto dagli impiegati della grande multinazionale americana ha visto protagonista tutto l'indotto da cui dipende buona parte del successo del "business del pacco". Le persone sfruttate dal sistema Amazon hanno chiesto migliori condizioni di lavoro a partire da una regolamentazione dell'orario di lavoro, salari più alti e fine del precariato.
I driver che consegnano la merce arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanali inseguendo le indicazioni di un algoritmo che non conosce né le norme di regolazione dei tempi di vita né tanto meno quelli del traffico. Dentro i magazzini si lavora 8 ore e mezza con una pausa pranzo di mezz'ora, senza nessuna verifica dei turni di lavoro, nessuna contrattazione, nessun confronto sui ritmi di lavoro e per il riconoscimento dei diritti sindacali. Pensateci la prossima volta che comprate su Amazon.
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Società della cura a difesa dei beni comuni: apre la Scuola di Attivazione PoliticaJason Nardi · Beni comuni
Arriva in Toscana, online e gratuita. Per superare un sistema al collasso. Le lezioni sono libere e possono essere seguite a percorso iniziato.
Se pensate che la politica sia affare solo di chi è stato eletto, legifera e governa, ricredetevi: si può fare politica da semplici cittadini e come parte attiva della società, cercando di incidere sulle scelte pubbliche, per il bene comune, difendendo i diritti e praticando quelle alternative al sistema attuale che sta letteralmente distruggendo la vita sul pianeta. In un momento storico definito dall'emergenza continua, ma crollato velocemente in vecchi schematismi economici e sociali, nasce in Toscana la Scuola di Attivazione Politica: uno spazio virtuale e partecipato per costruire strumenti concreti per quella transizione socio-economica in chiave ecologica e solidale che appare sempre più necessaria e urgente.
Economie per una società della cura
In risposta alla crisi del Covid-19, varie componenti della società civile hanno dimostrato di possedere gli enzimi per rispondere ai bisogni di chi non viene raggiunto da Stato e istituzioni. La pandemia ha fatto emergere chiaramente limiti e fragilità del modello economico lineare basato sul "estrai, produci, consuma e scarta". Ancor più chiaramente si è evidenziato come un evento improvviso come il dilagare di una pandemia, pur previsto da enti di ricerca e istituzioni internazionali da decenni, possa portare i sistemi sociali e economici globali e locali al collasso. Valorizzare saperi diffusi, ragionare sul cambiamento attorno alla difesa del bene comune, dei diritti sociali e ambientali, riattivare cittadini e comunità per superare le crisi sistemiche, sono fra gli obiettivi di questo corso, che metterà in relazione le proposte teoriche e pratiche di "economie trasformative" più interessanti a livello nazionale ed internazionale, partendo dalle realtà attive in Toscana.
Un corso gratuito e inclusivo
Il corso è gratuito e aperto a tutti, ma per la peculiarità dei temi trattati è particolarmente indirizzato a operatori/trici dell'economia solidale, del volontariato e del "terzo settore" in generale, studenti/esse universitari/e, associazioni, organizzazioni, attivisti/e, giornalisti/e, gruppi informali. Il corso si terrà una volta a settimana per 2 mesi. Il primo incontro è stato il 23 marzo ma naturalmente si può partecipare ai successivi senza problemi, basta scrivere a formazione@solidariusitalia.it. L'impegno stimato per i partecipanti sarà di un paio d'ore settimanali e ognuno può procedere con il suo passo, scegliendo e concordando un proprio piano di studio e di autoformazione, così da seguire solo le sessioni che lo interessano di più.
I primi appuntamenti
"Cura condivisa del territorio: la transizione ai beni comuni" è il tema dell'appuntamento del 30 marzo, a cui seguirà il 6 aprile un incontro su "Filiere agricole dirette e sovranità alimentare: dalla piccola distribuzione organizzata alle politiche locali"; il 13 aprile si affronterà la questione di come passare "Da monocultura turistica a nuove forme di turismo ecosociale" e il 20, sempre di aprile, si ragionerà di "Finanza etica e mutualistica: dalle Mag alle piattaforme collaborative".
Sul sito https://commonfare.net/ il progetto e i video degli incontri, anche dal resto d'Italia.
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Credito a chi non ha garanzie. Con la finanza critica si puòFabrizio Cherubini · Se hai, hai per dare
Ci sono cose che spesso ci sembrano inaccessibili e immutabili. Prendiamo la finanza, un mondo che sembra fatto di regole ben precise, dove "specialisti" del settore muovono i nostri risparmi perseguendo il massimo guadagno indipendentemente da principi di eticità e solidarietà, senza che la nostra voce conti qualcosa. Se vogliamo provare a cambiare almeno un po' una società che non ci piace e che riteniamo ingiusta, dobbiamo impegnarci in prima persona e smetterla di delegare ad altri il controllo degli aspetti più importanti della nostra vita.
Con questo spirito sette anni fa è nata la Cooperativa finanziaria MAG Firenze (Mutua Auto Gestione). I due principi fondanti che ci hanno guidato nel pensare, progettare e realizzare questo progetto sono "dal denaro non si può fare altro denaro" e "se hai, hai per dare". Riportare nella pratica finanziaria questi principi significa mettere al centro di ogni organizzazione economica, finanziaria e sociale l'essere umano con i suoi sogni, bisogni e progetti. Per fare questo siamo convinti che non si può cambiare un sistema incrostato di ingiustizia come quello finanziario ma occorre rivoluzionarlo, sovvertirlo. Ed ecco allora che MAG Firenze finanzia quei progetti economici che hanno come scopo non l'arricchimento personale ma il ben-essere delle persone e del territorio. E il tasso di interesse applicato è pari a zero perché al centro di tutto c'è un'assunzione di responsabilità fondata sulla relazione e non sulle garanzie patrimoniali.
Processi di cambiamento radicale come questo hanno bisogno di una partecipazione ampia e condivisa, ed è per questo che elemento centrale nell'organizzazione di MAG è l'assemblea di tutti i soci che decide l'approvazione dei singoli prestiti con il metodo del consenso, oltreché indirizzare politicamente le attività. Mese dopo mese avremo modo di approfondire molti aspetti e presentare alcune delle attività finanziate da MAG Firenze, per adesso chi vuol saperne di più può curiosare su www.magfirenze.it.
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Remoti, assenti o altro? La difficile arte della presenzaLaura Bardelli · Banchi di sabbia
Pare che i Måneskin, recenti vincitori del festival di Sanremo, abbiano dedicato il loro brano "Zitti e buoni" ad un prof delle superiori che li invitava in tal modo, immagino, a seguire in buon ordine le sue lezioni. Non è mia intenzione addentrarmi oltre per questa strada, che porta sul pericoloso confine della popolata (e populista) Terra di Quelli che danno la colpa di tutto alla scuola: è argomento complesso, controverso e da "maneggiare con cura", come scrive opportunamente Enrico Galiano in un suo intervento.
A me interessa piuttosto cogliere l'occasione per continuare qui la riflessione, già avviata nel numero precedente, sul come si sta a scuola e soffermarmi sul termine "presenza", che i registri elettronici di nuova generazione tentano disperatamente di declinare nell'era della DAD. Per cui adesso si vede apparire, accanto ai classici colori verde di Presente e rosso di Assente, un paradossale quadratino blu che recita Assente/Presente, a indicare la modalità zapping con cui studenti/esse tendono a usufruire delle lezioni scolastiche a distanza.
Ma quanto tutti noi possiamo essere assenti del tutto, assenti/presenti o quantomeno remoti anche quando fisicamente ci siamo, è cosa sulla quale bisognerebbe riflettere, non solo a scuola, e su cui le discipline orientali hanno da millenni puntato il faro. Io so solo che, in presenza o a distanza, su Zoom come su Meet, Teams o nelle squallide aule cui già si accennava la volta scorsa, quando la corrente passa tra chi parla e chi ascolta (ruoli che peraltro, ora più che mai, devono essere interscambiabili), ed il circuito che mette in relazione la testa con il cuore è attivo, si vede, si sente, si percepisce anche nel silenzio sospeso o nelle distanze siderali: si chiama connessione ed ha poco a che fare con la potenza della rete internet. Solo allora si è veramente presenti, e basta.
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40.000 firme per dire no all'acqua in borsaRedazione · Beni comuni
Ecco perché vanno fermati i signori del profitto. Assetati e più poveri: futuro a rischio per l'umanità.
Oltre 40.000 persone hanno deciso di sottoscrivere l'appello "Quotazione in Borsa dell'acqua: NO grazie" lanciato dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua a fine gennaio. Diverse decine sono anche le adesioni pervenute da parte di personalità del mondo della cultura, dell'attivismo sociale e politico e dello spettacolo tra cui Gino Strada, Dacia Maraini, Lidia Ravera, Mimmo Lucano, Alex Zanotelli, Vito Mancuso, Sabina Guzzanti.
Finanza e profitti contro l'umanità intera
A 10 anni dallo scippo referendario dell'acqua pubblica, le cose, se possibile stanno peggiorando per il bene comune per eccellenza. Questa raccolta di firme evidenzia però che la quotazione dell'acqua in Borsa da tanti viene percepita come una minaccia reale per l'umanità e per la prosecuzione della vita stessa sulla Terra. Un avvenimento che apre scenari che inevitabilmente porteranno all'emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese. Si tratta di una breccia che renderà possibile scommettere, attraverso lo strumento dei "future", sul prezzo dell'acqua regolato in futuro dalla legge della domanda e dell'offerta. Da qui la deriva inquietante per cui si guadagnerà di più se l'acqua diventerà via via più scarsa.
Meno acqua con la crisi climatica
La diminuzione della disponibilità per l'uso umano, in conseguenza del surriscaldamento globale e dei relativi cambiamenti climatici, è ormai una certezza che la comunità scientifica internazionale ribadisce da anni. L'IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, nel V Rapporto del 2014 segnalava che, per ogni incremento di 1°C della temperatura, un ulteriore 7% della popolazione mondiale vedrà ridursi del 20% la propria disponibilità di risorse idriche. Mentre nel Rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2020 l'ONU afferma che 785 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile sicura e 4,2 miliardi di persone non hanno ancora accesso in modo sicuro a servizi igienico-sanitari. Questa operazione speculativa rischia di rendere vana nei fatti la fondamentale risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU del 2010 sul diritto universale all'acqua che rappresenta un passaggio storico frutto di grandi mobilitazioni a livello globale per il riconoscimento del diritto all'accesso a questo bene.
Le richieste alla politica
Per questi motivi il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, e naturalmente anche quello toscano, hanno chiesto un incontro al presidente del consiglio e ai presidenti di Camera e Senato al fine di consegnare le firme raccolte contro la quotazione dell'acqua in Borsa, e per l'adozione di ogni iniziativa utile a far ripartire la discussione della proposta di legge "Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale".
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Come difendersi da bufale, catene e complottismiGabriela Jacomella · Notizie avariate
Cosa significa sapere intercettare una bufala? Significa, ad esempio, non cascare nel tranello dei complottisti. Perché purtroppo le teorie del complotto proliferano come non mai al tempo della pandemia. Il motivo è comprensibile: di fronte a un evento così enorme, così preoccupante, per certi versi ancora così misterioso - la scienza non può prescindere da un tempo per così dire fisiologico per analizzare e comprendere un fenomeno - ci sentiamo smarriti, confusi, senza punti di riferimento. E allora, pur di trovare un'àncora a cui aggrapparci, ecco che siamo pronti a credere a ciò che, magari, conferma proprio le nostre peggiori supposizioni. Perché in qualche modo ci conforta, sentirci dire che "ci avevamo visto giusto".
Ecco spiegato il successo preoccupante di un messaggio come quello che gira su WhatsApp, e in cui a un (vero) premio Nobel per la medicina, il giapponese Tasuku Honjo, viene attribuita una dichiarazione-bufala sulle origini del coronavirus: "Shocking", inizia il messaggio (che WhatsApp ci segnala come "inoltrato molte volte", chiaro indizio di catena di Sant'Antonio). E prosegue affermando che l'immunologo giapponese "ha fatto scalpore oggi nei media dicendo che il virus corona non è naturale. se è naturale, non avrà influenzato il mondo intero in quel modo. Perché, a seconda della natura, la temperatura è diversa nei diversi paesi...". Il messaggio (di cui lasciamo volutamente gli errori) prosegue con una serie di falsità facilmente confutabili.
Ma già da queste righe è chiaro il tranello: il testo è una traduzione grossolana dall'inglese, l'unico link è a una generica pagina di Wikipedia con il profilo di Honjo. E poi c'è quel riferimento a "oggi": di che giorno si parla, di preciso? Di nessuno... perché la dichiarazione fantomatica, appunto, non è mai stata rilasciata. Ma in questo modo si dà a chi legge una sensazione di urgenza, di scoop, e si crea una perfetta bufala "sempreverde", pronta a restare in circolazione - e a fare danni - per mesi e mesi.
[www.gabrielajacomella.com]
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Le nostre relazioni regalate ai social, per i loro profittiGinox · Cyber bluff
Usiamo indifferentemente i termini social network e social media, ma il primo è piuttosto impreciso. Facebook, Twitter, Instagram, Tik tok, ecc... non hanno troppo in comune con una rete, ma hanno moltissimo da spartire con un media. Qualcosa che si situa tra soggetto e oggetto dell'informazione. I social media a cui siamo abituati non sono neutri. La forma che assumono è studiata per garantire loro un profitto dall'analisi dei dati, del resto sono un'azienda.
Consideriamo i social come mezzi e luoghi in grado di espandere la nostra sfera di relazioni: se Facebook ha 2 miliardi di utenti pensiamo che potenzialmente sia questo il nostro bacino relazionale. Al contrario il loro core business è modellare le relazioni, restringendone il campo. I social tendono a individuare delle "cerchie" di persone, perché solo così la loro analisi può essere raffinata. Le notizie che vengono proposte, le amicizie segnalate, rispecchiano il nostro campo di interessi, nello stesso modo in cui Amazon propone articoli in base agli ultimi acquisti.
I social media sono un tramite selettivo. I termini di questa selezione vengono decisi orientando gli algoritmi, le ricette utilizzate per analizzare le nostre relazioni. Possono decidere di nasconderci certi contenuti, o proporcene altri. Il rapporto tra utente e media in questo caso è decisamente a favore del secondo: è gratis, puoi solo accettare i termini del servizio. Esibire la propria vita sui social è un atto di fede, implicitamente ti viene imposto di fidarti. È una sorta di strana servitù volontaria: in cambio di un meccanismo più o meno comodo per comunicare, si accetta di partecipare a qualcosa che assomiglia a una gigantesca indagine di mercato, o a un esperimento sociologico su larga scala.
Il rapporto che si viene a creare è simile a quello tra gli abitanti del mondo di Oz e il Mago: siamo noi che crediamo nelle sue qualità, ma spostata la tenda non rimane che un contenitore vuoto di relazioni, che in verità sono già nostre e a cui i social media non possono aggiungere nulla.
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La mia missione? Curare il Sottopasso delle Arti. Con Fuori Binario raccontiamo la nostra vitaTotò Orlando · Storia di un diffusore
Totò lavora in Piazza delle Cure ed è molto amato. Fu costretto a lasciare il lavoro a causa di un infortunio.
Salvatore è un personaggio molto conosciuto e benvoluto dalla gente del quartiere delle Cure. Nel tempo è riuscito con grande impegno a far rivivere un luogo, il sottopasso, altrimenti deputato al solo passaggio, all'incuria e, talvolta, ad atti di violenza. Con la sua presenza ormai decennale il luogo ha cambiato prospettiva, divenendo un vero e proprio punto di incontro e anche una galleria di street art tra le più importanti della città. Ecco come si racconta.
Mi chiamo Salvatore "Totò" Orlando e ho 69 anni. Sono siciliano e dal 1967 vivo a Firenze. Sono arrivato quando avevo 15 anni da Milano per lavorare come fabbro e muratore, il caso volle che scendessi proprio alla stazione delle Cure, ma ancora non esisteva il sottopasso. Dopo qualche anno ho subito un infortunio sul lavoro e poi dei problemi per la casa. Costretto a lasciare l'impiego mi sono ritrovato a vivere la mia vita nel sottopasso che subito, a prima vista, trovai molto trascurato. Per me curarlo, pulirlo, tenerlo in ordine, è diventata una missione. Suonando l'armonica riuscivo a vivere e spendere qualche lira per tenere pulito il luogo. E lo faccio ancora adesso.
Il primo incontro con Fuori Binario lo devo a Mariapia, cofondatrice del giornale, da quel momento lo frequento e distribuisco. Il giornale mi piaceva soprattutto perché veniva scritto da chi stava per strada e lo distribuiva, vivendo sulla sua pelle questa condizione. Avuti tesserino e autorizzazione iniziai ad offrirlo alle persone che incontravo. Notavo che la gente lo seguiva interessata e aspettava ansiosa l'uscita mensile. Nel tempo ho conosciuto molte persone, ho iniziato a farci amicizia e ad avere la loro collaborazione nel mio impegno di rivitalizzazione e cura del sottopasso.
Tante anche le amicizie tra noi diffusori, molti vivevano per strada e ci si dava tutti una mano. Certo la città era un'altra, a quel tempo più accogliente. Ricordo la gioia per gli incontri tenutisi al sottopasso: arte, recite, teatro di strada, musica. Con la partecipazione e a volte la regia di Fuori Binario, performance uniche da ricordare.
Il mio desiderio in questo momento di rinnovamento è che l'associazione Periferie al Centro riesca ad espandersi creando in città, con la partecipazione istituzionale, luoghi di ritrovo e sosta per chi vive questa condizione. Poter passare delle ore in socialità, specie nella stagione invernale, è un sollievo.
Un caro saluto, Salvatore.
(testo raccolto da Roberto Pelozzi)
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I russi sono matti. Viva i russi!Giuliana Mesina · Fuori scaffale
Amore, seduzione, potere e byt.
Il 2021 è incontestabilmente l'anno dei russi, non solo perché ricorre il bicentenario della nascita di Dostoevskij, e sarebbe già ragione sufficiente, ma soprattutto perché stiamo vivendo un tempo folle e talmente oscuro da farci sentire spiritualmente in linea con quel particolarissimo umore che solo la letteratura russa sa evocare in noi. Chiunque abbia letto un romanzo russo si sarà trovato immerso in un bislacco catalogo umano, in un'oscurità infernale che non riguarda solo chi vive ai margini, ma è elemento costitutivo della condizione umana, il tutto spesso condito da una specie di umorismo straniante e al contempo tragico, ineguagliabile. Si dice che chi legge un romanzo russo non si riprenda mai dal malessere eterno che vi scopre: e per fortuna, aggiungiamo.
Tutto questo lo descrive superbamente Paolo Nori in "I russi sono matti. Corso sintetico di Letteratura Russa", un libro singolare e molto simile al suo autore, ironico a volte fino al nonsense, ma bravissimo nel trasmettere la sua passione per gli scrittori russi. Nonostante il sottotitolo, non bisogna pensare di trovarsi di fronte a un manuale classico o a un testo accademico. Paolo Nori è un grande studioso, traduttore e conoscitore della letteratura russa, una delle più grandiose mai esistite, anche se limitata a meno di due secoli, dal 1820 al 1991, anno in cui si dissolse formalmente l'Unione Sovietica.
Nori ha affinato un suo personalissimo stile di divulgazione, grazie all'amore per il paradosso, per l'aneddoto fulminante, per l'ironia intelligente. In questo libro c'è un distillato di tutto il suo amore per i russi, matti e per questo seducenti; un programma di viaggio nella steppa letteraria attraverso tre sentieri simbolici: l'amore, il potere e il byt (termine russo intraducibile che si riferisce alle piccole cose del quotidiano e al senso più alto che assumono nel nostro spirito). Fidiamoci dei russi, perché come dice Viktor Šklovskij: "Persone felici non ce ne sono".
Paolo Nori, I russi sono matti. UTET 2020 [librichegirano.blogspot.com]
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La vita che neghiamo ai piccioniCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali
Cibo, acqua, pulizia e coccole.
Ma perché ce l'abbiamo tanto con i piccioni? La sindaca di Fiesole, imitando altri colleghi, ha emesso da poco un'ordinanza che multa fino a 500 euro le persone che danno loro del cibo. Si criminalizzano pretestuosamente le persone che amano i piccioni, mentre l'ente pubblico continua a non assumersi le sue responsabilità con alternative sostenibili e rispettose.
Alessandro Lamuraglia conosce i piccioni come nessun altro perché nella vita ne ha recuperati tanti, li ha rimessi in forze e li ha liberati. Alcuni però hanno scelto di restare con lui diventando suoi conviventi. Perché, esattamente come altri animali domestici, tutto quello che desiderano i piccioni è mangiare buon cibo, avere dell'acqua in cui lavarsi, vivere con serenità la vita di coppia a cui tengono sopra a ogni altra cosa.
I piccioni vivevano su rupi e scogliere, ma gli umani li hanno prelevati e snaturati fin dall'antichità (6-10.000 anni fa) per utilizzarli come messaggeri e a scopo decorativo, costruendo per loro apposite colombaie. Solo 200 anni fa sono stati abbandonati a loro stessi, e hanno cercato di adattarsi rimanendo accanto a chi li aveva custoditi fin da tempi remoti, ora però da randagi e mendicanti.
La soluzione - dice Alessandro - sarebbe un atto di responsabilità collettivo, gestito dagli enti locali, come accade in alcune città straniere: preparare case adatte a loro (le colombaie), fare finalmente un serio controllo delle nascite (sostituzione delle uova) e somministrare cibo specie-specifico. Potrebbero occuparsene le associazioni, le scuole, gli studenti di biologia o scienze forestali.
Alessandro documenta le sue esperienze con foto e video per creare una nuova cultura, fatta di rispetto, assistenza e cura, non di dominio o di sterminio. E ci racconta la storia di Pada Cruzada, un piccione che è stato sempre in voliera, rimasto vedovo due volte e due volte riaccoppiato, che da quando è diventato disabile è stato coccolato, servito e riverito fino al suo ultimo giorno all'età di 22 anni. Ecco cosa vogliono i piccioni.
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AscoltareLoretta Troni · L'angolo della poesia
Ascoltando le prime voci del mattino i pensieri della notte se ne vanno. Movimenti delicati nell'aria si sentono attraverso finestre e persiane chiuse. Suoni di vita che ti chiamano ti attraggono in cose pur sempre nuove. Ascoltare la risposta che di riflesso esce da te e scivola via con i rumori vivi della natura. Pause di lunghi silenzi accompagnati da rumori lontani ti fanno pensare che la vita è pur sempre in movimento. Calda nel mio letto osservo i miei pensieri le mie sensazioni. Sono nuove, fresche? Fanno parte del mattino? E mi accorgo quanto la ripetizione può essere dentro di me
e ascolto... Mi abbandono e allora sento le membra tiepide e quanto è bello il proprio corpo caldo e vivo... Assonnata esce da me un sorriso e vecchie sensazioni fisiche di giunture doloranti scivolano dal mio corpo che ora sa ascoltare, sa sentire, sa aprirsi alla nuova vita che la giornata offre. E mi rendo conto che dentro il silenzio della notte, dentro il silenzio di sé, c'è sempre un nuovo mattino.
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Vi auguro sogni a non finireJacques Brel · L'angolo della poesia
Vi auguro sogni a non finire e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare vi auguro passioni vi auguro silenzi vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e le risate dei bambini.
Vi auguro di rispettare le differenze degli altri perché il merito e il valore di ognuno spesso è nascosto.
Vi auguro di resistere all'affondamento, all'indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca.
Vi auguro di non rinunciare mai alla ricerca, all'avventura, alla vita, all'amore, perché la vita è una magnifica avventura e niente e nessuno può farci rinunciare ad essa, senza intraprendere una dura battaglia.
Vi auguro soprattutto di essere voi stessi, fieri di esserlo e felici, perché la felicità è il nostro vero destino.
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La strada si raccontaRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia
Uniamo i nostri sforzi, le buone idee per quello che socialmente esiste, ciò che viviamo che vorremmo vivere. Non si può fermare o dimenticare lo scorrere del tempo. Quello che avviene, è per quelli che lo vedono, lo sentono, lo vivono. La vita siamo noi, utilmente una volta!
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Lei non sa chi sta vaccinandoAlessandro Simoni · Altri binari
Quelli che "stanno in fissa" con la pari dignità sociale si saranno appassionati al dibattito sull'attribuzione a certi gruppi professionali della precedenza nella vaccinazione contro il Covid. Problema che quando questo numero di Fuori Binario uscirà sarà - forse - superato, e si può quindi affrontare lievemente. Ricapitoliamo cosa è avvenuto in Toscana (la situazione non era la stessa in tutta Italia): corsie preferenziali sono state assegnate al personale sanitario e delle RSA, al personale scolastico e universitario, alle forze armate e di polizia e al personale degli uffici giudiziari. Tutti vaccinati indistintamente anche giovanissimi, che fossero sommergibilisti o dottorandi in diritto romano. Per magistrati e avvocati, i rappresentanti di categoria non hanno lesinato argomenti circa la rispettiva necessità di protezione, e anche noi docenti universitari siamo stati direi unanimi nell'accettare la scorciatoia.
La questione è complessa, formarsi un'opinione non è semplice, e personalmente non ci sono riuscito. Per deformazione professionale ho però curiosato in qualche paese con un solido pedigree democratico per vedere chi era stato incluso tra gli "indispensabili". Ho iniziato dalla Svezia, ma niente, come criteri solo età e salute. Salta la fila solo chi assiste direttamente i più fragili. I soliti nordici insensibili. In Inghilterra? Prima viene il personale delle residenze per anziani, e subito dopo quello socio-sanitario, ma solo se in prima linea. Poi stop, solo età e salute. Irritato, ho confidato nella grande civiltà francese sperando di trovare accademici e toghe. Invece i maledetti hanno sì incluso il "personale delle istituzioni sanitarie", e "chi assiste anziani e disabili vulnerabili", ma poi solo i vigili del fuoco, i sapeurs pompiers.
Chi ha ragione? Difficile dire. Ma se la frase "Lei non sa chi sono io" non ha in altre lingue la stessa carica evocativa che ha in italiano un motivo ci sarà.
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Il bagaglio minimo indispensabile: il kit di sopravvivenza energeticoFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Non si può lottare contro i mulini a vento, illustri esempi ce lo hanno insegnato. Alle grandi fattorie del vento che accentrano la produzione energetica non ci possiamo opporre data l'emergenza climatica, possiamo però percorrere un'altra strada, quella del decentramento della produzione a livello individuale. L'energia del sole, la forza del vento sono di tutti e tutti possono contribuire al salvataggio di questo mondo producendosi una buona parte dell'energia necessaria, per lo meno quella indispensabile.
Per questo motivo riteniamo necessario che tutti dispongano fin dalla nascita di un modulo di continuità permanente: un metro quadro di fotovoltaico, un regolatore di carica ed una batteria da cento ampere. Una vera e propria dotazione personale di protezione civile preventiva. Uno Stato che si rispetti dovrebbe pensare a questa strategica fornitura e a produrre, in tempo utile, tutto ciò che servirà a tutti, e si può fare facilmente, programmando la produzione in piani quinquennali e assumendo a tempo indeterminato tutti i disoccupati e le disoccupate.
Nel bagaglio minimo indispensabile, detto anche kit di sopravvivenza del prossimo futuro, sarebbe previsto anche un metro quadro di solare termico per produrre acqua calda sanitaria, un aerogeneratore con le pale di un metro per la forza motrice ed un metro cubo di canapa in materassini di dieci centimetri utile per l'isolamento termico; e poi un set di pali quadrati, dadi e bulloni di acciaio inox (quattro barre di due metri, otto di un metro e sedici di venticinque centimetri) come scatola di montaggio di oggetti vari quali: una libreria, un letto, una cabina telefonica, una cuccetta, un'automobile oppure un supporto per pannelli solari.
Nel caso lo Stato non lo facesse ce lo facciamo da noi.
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