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ISTITUZIONI TOTALI
Lo spazio della prigione
Dialogo con Corrado Marcetti. Strutture fatiscenti e politiche innovative mai applicate. È così che i penitenziari italiani sono rimasti disumani. Le promesse tradite di Sollicciano, mero luogo di punizione.
Stefania Valbonesi · Fuori Binario n. 228, Aprile 2021, pagina 2
Un mondo totalizzante, pervasivo, che non lascia nessun aspetto della persona fuori di sé. Parliamo di carcere, ma il discorso è così ampio che si rischia ad ogni piè sospinto di dimenticare qualcosa, un lembo che poi, si verifica, è fondamentale per un dibattito che si apra con l'eterno quesito: è necessario? Quanto e a chi serve? Qual è la sua finalità? La pena può essere davvero rieducativa o rimane fatalmente punitiva? Un viaggio complesso che proseguirà anche nei prossimi numeri di Fuori Binario. Un percorso sconosciuto ai più, in cui proseguiremo in punta di piedi grazie all'ausilio di alcuni compagni di viaggio che da testimoni, attivisti e studiosi possano offrirci parte della loro conoscenza.
Lo spazio carcerario
Una delle prime cose che si fanno, quando si parte per un viaggio, è misurare lo spazio. Ed è proprio dallo spazio che siamo voluti partire. Abbiamo chiesto di accompagnarci a Corrado Marcetti, ex presidente della Fondazione Michelucci attiva da quarant'anni con analisi, studi e ricerche sulle istituzioni totali. Marcetti è uno degli esperti internazionali di questa mai sufficientemente affrontata questione. Perché il carcere nasce, cresce e vive sullo spazio: negato, limitato, disciplinato. Uno spazio su cui si costruisce, si lavora, diventa narrante quando, ad esempio, si ragiona della connessione fra il suo utilizzo e la finalità per cui un essere umano vi viene detenuto.
Lo spazio, insufficiente e malridotto, diventa punizione
"Gli spazi carcerari sono parte integrante della pena - spiega Marcetti - sono un elemento essenziale del suo carattere afflittivo che si traduce spazialmente in ambienti reclusivi strutturati sulla separazione, sulla ripetitività, sulla deprivazione sensoriale e sulla alienazione. Questi spazi incidono sulla salute fisica come sulla psiche dei reclusi. La loro configurazione interviene in maniera rilevante sulla condizione umana di chi è privato della libertà. Tanto più se come nella gran parte delle strutture carcerarie italiane si tratta soprattutto di carceri di celle, di corridoi e vani sovraffollati, di impianti mal funzionanti, di servizi igienico-sanitari inadeguati, di spazi insufficienti per le attività formative e lavorative, per la scuola e per la cura della persona in senso lato. Sin dall'invenzione del carcere detentivo come istituzione totale (pochi secoli fa) sono state elaborate in successione tipologie architettoniche ritenute più confacenti ai modelli di esecuzione della pena, modelli elaborati per rispondere alle finalità che via via venivano attribuite alla pena stessa. Ma il carcere ancora oggi rimane incentrato in maniera dominante sullo spazio minimo esistenziale della cella".
Un carcere "non costituzionale"
"La gestione istituzionale della quotidianità della vita dei reclusi come lo stesso impegno dell'associazionismo che interviene sul carcere, fanno i conti con questa realtà", continua Corrado Marcetti. "C'è da aggiungere che il funzionamento dell'organismo carcerario può essere reso più complesso dalla presenza nello stesso istituto di diversi regimi detentivi (bassa, media, alta sorveglianza, 41 bis...) e poi i regimi hanno a loro volta dei sotto-regimi. Insomma è un carcere di tante carceri, tra cui il carcere riservato alle donne dove la declinazione spaziale della questione di genere è il più delle volte solo l'arrangiamento di un ambiente-gioco per i bimbi delle madri detenute. Se poi nella gestione degli spazi vogliamo comprendere la manutenzione, allora la disastrosa condizione e la fatiscenza di molte strutture testimonia dell'ultimo posto assegnato per lungo tempo al carcere nelle priorità di spesa, a conferma della sua considerazione come discarica sociale. Davvero non si può parlare di un carcere 'costituzionale' nel senso del rispetto delle finalità previste dalla Costituzione".
L'architettura di Sollicciano
Se questa è la premessa teorica dello spazio carcere, è quasi inevitabile chiedere a Marcetti come si sviluppa lo spazio a Sollicciano. "Il carcere fiorentino non ha una struttura panoptica. Non è un alveare circolare di celle singole completamente visibili da una torre centrale di ispezione. Quel modello era concepito come una macchina architettonica di controllo e isolamento a pervasività totale. In tutto il mondo sono stati realizzati pochi esempi di carcere panottico, tra questi la prigione di Arnhem, vicino ad Amsterdam, recentemente dismessa. La progettazione del carcere di Sollicciano introdusse invece contenuti architettonici innovatori, ispirati dal dibattito pubblico che avrebbe portato alla Riforma carceraria del 1975. Una discussione portata avanti in Parlamento e soprattutto nella società. Senza le lotte nelle carceri e senza l'azione dei movimenti sociali di protesta per la drammatica condizione di vita nelle carceri italiane non ci sarebbe stata infatti alcuna riforma".
Le promesse mancate del carcere fiorentino
"Il progetto del nuovo complesso di Sollicciano fu redatto da un gruppo di architetti fiorentini che reinterpretarono la tipologia cosiddetta 'a palo telegrafico' con una soluzione innovativa, prospettando un'articolazione degli spazi incentrata sulla giornata detentiva fuori dalla cella, da trascorrere in una serie di attività", continua Corrado Marcetti. "La realizzazione dell'opera, che poi fu inaugurata nel 1982, incrociò varie emergenze nazionali e la sostanziale disattesa dei contenuti della Riforma. Furono imposte per ragioni di sicurezza modifiche che snaturarono il progetto. Ad esempio i cubi destinati all'ora d'aria, che non erano affatto previsti perché il tempo si sarebbe dovuto trascorrere diversamente dalla tradizionale routine carceraria. Gli anni dell'emergenza sicurezza nelle carceri, iniziata poco tempo dopo l'approvazione della Riforma del 1975, calarono il sipario sui programmi e sui progetti innovatori di architettura carceraria".
Le scelte sbagliate e il Giardino degli incontri
"Su Sollicciano il discorso sarebbe lungo, a partire dalla localizzazione periferica di confine tra Firenze e Scandicci, dall'ubicazione su terreni inadatti come testimonia la toponomastica del contesto (via del Pantano, via Bassa...), dalla qualità dei materiali usati per la costruzione, dalle difficoltà di collegamento pubblico", dice Marcetti. "Ricostruire un rapporto tra società e carcere è stato molto faticoso e ha richiesto un grande impegno dell'associazionismo. Tra gli spazi interni occorre rammentare il Giardino degli Incontri progettato da Giovanni Michelucci insieme ai suoi collaboratori, tra cui i detenuti autori della proposta originaria, che costituisce un'alternativa al tradizionale meccanismo dei colloqui, di cui scardina fissità e monotonia, introducendo possibilità di movimento e di gioco all'aperto e al chiuso con i bambini".
L'involuzione dell'edilizia penitenziaria
Negli anni si mosse, producendo, in particolare a Firenze, una stagione in cui parve che le cose potessero cambiare. Idee nuove che si affacciarono facendo scuola e plasmando una nuova idea di carcere, anche nell'uso e nella distribuzione degli spazi. "L'occasione fu la Legge 663 del 1986, conosciuta anche come legge Gozzini - continua Marcetti - volta a valorizzare l'aspetto rieducativo della carcerazione rispetto a quello punitivo e a promuovere le misure alternative alla detenzione. Come già visto con la legge di Riforma del '75, il destino di queste riforme è stato quello di essere progressivamente svuotate e largamente disattese. Il discorso vale anche per il Regolamento penitenziario del 2000 predisposto dalla nobile figura di Alessandro Margara. Sulle strutture carcerarie posso dire tranquillamente che i complessi realizzati dal '75 in poi rappresentano un periodo involutivo dell'edilizia penitenziaria che ha prodotto solo strutture compatte serializzate e decontestualizzate senza alcun rapporto con i contenuti di riforma. Il ruolo assolutamente dominante del carcere contenitivo permane ancora oggi".
I bambini in carcere con le madri
Ben poco è stato fatto per supportare con spazi adeguati, sia dentro che fuori il recinto, le misure alternative dell'esecuzione penale. "Che senso ha mantenere dentro il perimetro carcerario le sezioni di semilibertà, destinate a coloro che lavorano fuori durante il giorno e hanno l'obbligo di rientrare per la notte tra le mura di una prigione", prosegue l'ex presidente della Fondazione. "O quelle destinate a detenute madri con bambini piccoli. L'attuale sistema carcerario rivela tutti i limiti di una istituzione totale, che, consumati modelli e retoriche, si presenta ancora nella sua egemone dimensione custodiale".
Il fallimento di una stagione promettente
Viene da chiedersi quali siano le ragioni profonde per cui una stagione che prometteva un nuovo approccio al carcere non come strumento di annullamento dell'individuo ma riportandolo su un solco di 'rientro' in un circuito umano, possa avere fallito, certo, ma soprattutto come così miseramente. Il carcere è infatti in un certo senso tornato non solo a essere punitivo tout court, con l'aggiunta delle condizioni disumane cui la vetustà, il degrado, l'incuria delle strutture spesso versano (e di cui scontano gli effetti, morali e fisici, persino gli agenti di polizia penitenziaria), ma anche punto di versamento delle devianze, di ogni devianza. Ma perché le riforme del carcere si rivelarono fallimentari? Corrado Marcetti risponde così: "perché le riforme in questo paese, quando hanno un carattere progressista, vengono svuotate dei contenuti migliori, incontrano opposizioni e ostacoli quando non una controriforma. L'attivazione in Olanda di vasti e concreti programmi di pratiche alternative all'esecuzione penale ha avuto come esito la dismissione di circa il 20% degli istituti carcerari, determinata dalla marcata diminuzione della popolazione detenuta. In Italia la misura recente della 'messa alla prova' ha riguardato soprattutto casi che non avrebbero incontrato il carcere. Insomma una misura aggiuntiva invece che sostitutiva. C'è una realtà carceraria che continua inesorabilmente a perpetuare sé stessa".
Le immagini interne al carcere sono tratte da due video pubblicati su YouTube dalla Cgil e da Rtv38.
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Uscito sul numero 228 (Aprile 2021), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
