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Archivio › Fuori Binario n. 228 · Aprile 2021 › pagina 3

ISTITUZIONI TOTALI

Una pena più umana è possibile

Uscire dalla necessità del carcere. Giustizia riparativa e inserimenti sociali. Intervista a Massimo Lensi, attivista radicale.

Stefania Valbonesi · Fuori Binario n. 228, Aprile 2021, pagina 3

La popolazione carceraria in Italia ammonta a circa 53-54mila persone. Coloro che sono detenuti con meno di tre anni di pena, secondo l'ultimo rapporto Antigone, sono 7-8mila persone. Persone che potrebbero godere immediatamente di misure alternative che però al momento non è possibile attivare. Il sovraffollamento del carcere diventa così uno dei motivi della sua disumanità. Abbiamo visto con Corrado Marcetti come lo spazio carcerario sia rivelatore di una vecchia concezione della natura della pena, figlia di culture lontane dalla modernità come il carcere punitivo ottocentesco o del terribile periodo fascista. Il carcere potrebbe però trasformarsi, se fossero attuate le riforme più recenti, in una struttura residuale per alcuni reati e rafforzare così i principi costituzionali della funzione rieducativa e del reinserimento nella società. Proseguiamo su questi temi la nostra riflessione con un altro compagno di viaggio, il radicale Massimo Lensi, uno dei maggiori sostenitori della necessità di riformare le carceri italiane riaffermando con forza la centralità della persona e dei suoi diritti.

Che valore ha oggi la funzione rieducativa della pena?

La funzione rieducativa è in piena crisi e, contrariamente a quanto stabilisce la Costituzione, non funziona. Ma la domanda che dovremmo porci è se ha mai funzionato. O si tratta di una semplice modalità, di un dispositivo della funzione disciplinare? Una domanda ancora più lecita da quando la legge Gozzini ha introdotto la premialità nella funzione rieducativa. Premialità a cui si accede solo per la tenuta di una buona condotta. Si parte dal presupposto che un detenuto dopo 10 anni non è la stessa persona di prima. La prigione cambia l'anima e il corpo. La punizione, però, non deve superare i limiti anche della concezione afflittiva della pena che consiste solo nella restrizione della libertà personale. A volte, le attività rieducative si innestano nel 'mal vivere' della reclusione carceraria. La rieducazione, in questo caso, è una utile possibilità per interrompere questa catena, allo stesso tempo, però, è legittimo chiedersi se sia vera rieducazione. Il problema riguarda appunto la natura disciplinare con cui è intesa di fatto la funzione rieducativa. Serve, cioè, veramente ad aiutare a rifarsi una vita? Ad uscire dal carcere con qualcosa di solido in mano? Oppure, come dice Foucault, è una attitudine del potere normalizzatore attraverso un processo di individualizzazione del prigioniero? Il fenomeno della disculturazione, e cioè la mancanza di capacità di affrontare la libertà quando un ex detenuto esce dal carcere, è il vero punto con cui la funzione rieducativa si dovrebbe confrontare.

In Italia esiste una percentuale altissima di recidiva.

Siamo al 70%, numeri dicono che bisogna ripensare l'intero sistema. Non sono un'abolizionista, ritengo che il carcere non possa essere abolito del tutto, è utopia pensarlo oggi, bisogna però considerarlo residuale. Ma se questa istituzione non può essere cancellata, lavoriamo almeno per innestarvi una reale funzione rieducativa accompagnata da concreti progetti di reinserimento lavorativo, sociale e familiare. La carcerazione è un fenomeno complesso, ridurlo alla mera espiazione della pena significa non vedere la complessità di una società che cambia.

È possibile rendere il carcere più umano?

Sì, e la novità in questo senso si chiama 'giustizia riparativa'. Si tratta di una modalità di mediazione penale: reo e vittima possono trovare un accordo privato per la riparazione del danno, invece di arrivare al giudizio finale. Mentre adesso assistiamo ad una specie di corpo a corpo fra pubblico ministero e imputato. Introdurre sperimentazioni di giustizia riparativa significa non arrivare alla conclusione della condanna, come avviene ad esempio in Canada o Francia con vantaggi per tutti. Per alcuni reati particolari, come i reati contro il patrimonio, trovare un accordo fra le parti comporta che il giudice accetti il raggiungimento dell'accordo sottoponendolo a una verifica mensile. Una soluzione che libererebbe moltissime persone che soffrono un percorso carcerario che non funziona più.

Cosa altro è possibile fare?

Dovremmo impegnarci tutti per una vera risocializzazione del detenuto, interna all'istituto penitenziario, ed estremamente difficile da attuarsi. E poi c'è la grande sfida del reinserimento dopo aver scontato la pena. E su questo la Regione, i Comuni, le Città metropolitane, devono fare assolutamente di più. Il ruolo della comunità è fondamentale per aiutare chi esce dal carcere. Gli Enti locali devono assumersi quelle responsabilità che fino ad oggi non hanno voluto assumersi o hanno assunto con troppa superficialità.

Pagina 3 del numero 228 Uscito sul numero 228 (Aprile 2021), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero