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MALTRATTAMENTI
Uomini che odiano le donne, e come possono smettere
A Firenze il primo centro italiano: un luogo dove si lavora con chi è violento.
Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 228, Aprile 2021, pagina 8
Per fermare la violenza sulle donne bisogna educare gli uomini. Può apparire elementare, eppure fino a qualche anno fa in Italia non esisteva alcun percorso educativo-rieducativo per affrontare una piaga sociale che si fa sempre più dilagante. E che con l'isolamento forzato imposto dalla pandemia ha assunto dimensioni ancora più gravi.
Il primato fiorentino
Nel 2013 il governo italiano ha ratificato la Convenzione europea sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne che prevede anche l'istituzione di programmi rivolti agli autori di violenza domestica. A Firenze però, qualcuno ci aveva già pensato alcuni anni prima creando il primo, pionieristico, progetto italiano per la rieducazione degli uomini. È il CAUM (Centro di ascolto uomini maltrattanti), un servizio sperimentale lanciato nel 2009 dalla storica associazione antiviolenza Artemisia con la collaborazione dell'Asl 10 di Firenze. In undici anni di attività il progetto è cresciuto in modo esponenziale e si è allargato in tutta Italia, aprendo sedi anche a Roma, Cremona, Ferrara e in Sardegna. Altre realtà simili sono nate in molte altre parti d'Italia. Da quando ha aperto, la sede fiorentina ha seguito complessivamente circa cinquecento persone e attualmente ha in carico una cinquantina di pazienti, assistiti da uno staff multidisciplinare composto da psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, oltre a un operatore specializzato sugli abusanti sessuali che lavora direttamente in carcere.
L'accesso al servizio
"Le tipologie di uomini che accedono al servizio sono essenzialmente due", ci spiega la psicologa Alessandra Pauncz, fondatrice e presidente del CAUM di Firenze. "Alcuni arrivano qua per scelta, cioè decidono spontaneamente di avviare un percorso. Poi ci sono quelli inviati dai tribunali o dagli avvocati perché sono stati sottoposti a un percorso giudiziario. Esiste però un'ulteriore modalità di accesso, definita "per ammonimento", che è frutto di una legge del 2014. Prevede che le forze dell'ordine, dopo aver ricevuto una segnalazione anche in forma anonima e a valle di una piccola indagine, provvedano a inviare a un centro per maltrattanti l'uomo che ancora non ha una denuncia a suo carico e non ha ancora compiuto un reato".
Il metodo di intervento
Il servizio prevede inizialmente una serie di colloqui individuali all'interno dei quali viene svolta un'indagine sulla motivazione dell'uomo e una prima rilevazione della violenza. Nella fase iniziale, a metà e a fine percorso vengono contattate anche le partner per poter raccogliere alcune informazioni e operare una prima valutazione del rischio. Poi il paziente viene inserito in un gruppo psico-educativo della durata di sei-otto mesi insieme ad altri uomini che hanno le stesse problematiche. Qui, in sessioni condotte da un uomo e da una donna, si affrontano determinati argomenti e si forniscono strumenti per elaborarli sul piano emotivo-cognitivo. "Spesso gli uomini si rivolgono a noi sull'onda di una crisi ma riconoscono solo parzialmente di aver agito violenza", spiega Pauncz. "Generalmente sono uomini che minimizzano l'atto di violenza, non la riconoscono e la imputano alla compagna, non assumendosene la responsabilità".
Tipologia dell'uomo maltrattante
La tipologia dei maltrattanti è molto varia. Di solito sono uomini che hanno una relazione di medio-lungo periodo, spesso con figli, sono tendenzialmente occupati, italiani, in prevalenza tra i 35 e i 55 anni. Ma negli ultimi anni sono aumentati sia i giovani che i più anziani. "Nei nostri gruppi ci sono in genere una decina di partecipanti. I nuovi arrivati sono sempre ben accolti e non vengono mai giudicati. Anzi spesso trovano molto utile sapere che non sono soli e alla fine si rendono conto che hanno dei benefici stando lì e riescono a stare meglio con sé stessi".
La violenza fisica e psicologica
Per beneficiare di un gruppo non c'è neanche bisogno di aver usato violenza fisica: il percorso ideato dagli operatori del CAUM è infatti di natura riabilitativa ma cerca anche di lavorare sulla prevenzione, imparando a riconoscere certi atteggiamenti e a evitarli prima che si verifichino. "Molti uomini che partecipano al programma non hanno mai colpito fisicamente la loro partner - precisa Pauncz - ma con i loro comportamenti e le loro parole, hanno fatto sì che la loro partner e i loro bambini si sentissero male o avessero paura di lui. Usare la violenza psicologica è sbagliato quanto fare male fisicamente a qualcuno. Cerchiamo di lavorare con le nuove generazioni, mostrando nuovi modelli di mascolinità che riconoscano e valorizzino la vulnerabilità. Pensiamo che sia necessario anche rivedere la socialità maschile: permettere agli uomini di essere più liberi di esprimersi, non imbrigliandoli in stereotipi nocivi e retrogradi. Infine, bisogna rivedere le normative di uguaglianza di genere: per esempio, basta dire che la gestione della famiglia è appannaggio della donna e il lavoro dell'uomo".
I risultati del percorso
Resta il fatto che i mesi di lockdown e di "zona rossa" - con la convivenza forzata nelle case - hanno allungato ancora di più la pagina nera delle violenze e dei femminicidi nel nostro Paese. Secondo i dati Istat dal marzo al maggio 2020 le richieste di aiuto e delle segnalazioni e le telefonate al numero anti-violenza e stalking 1522 sono aumentate del 119% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Anche in questo caso il CAUM di Firenze, forte dell'esperienza maturata negli anni, ha cercato di giocare d'anticipo. A partire dall'inizio del lockdown ha destinato un'attività di supporto aggiuntivo per gli uomini che aveva in carico in quel momento. Ha portato immediatamente tutte le attività on-line e ha dotato tutti gli operatori di cellulare di servizio e linee guida specifiche per poter fornire il massimo supporto.
Ma come si fa a ritenere concluso il percorso di recupero di un uomo violento considerandolo 'guarito'? "Un buon segnale - conclude la presidente CAUM di Firenze - è quando riconosce che il suo comportamento è sbagliato e si mette in discussione. Ma poi conta il tempo trascorso dall'ultima manifestazione di violenza, esattamente come per chi soffre di dipendenze. Quando può dire di essere un maltrattante che non picchia da tanti anni può considerarla una medaglia, un riconoscimento concreto del lavoro che è riuscito a fare su sé stesso".
(foto di Margherita Caprilli)
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Uscito sul numero 228 (Aprile 2021), a pagina 8. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
