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Uno sportello Inps per le fasce deboli: bella idea, ma in Toscana non si è fattoValentina Baronti · Stato Sociale
A due anni dal lancio del progetto qui da noi è ancora tutto fermo. L'appello di Fuori Binario per garantire i diritti dei senza fissa dimora.
Chi vive in strada può non sapere di avere diritto ad un assegno sociale, al bonus bebè o all'assegno familiare, all'invalidità civile e via dicendo. Oppure può non sapere come fare ad accedere alle prestazioni assistenziali e previdenziali, a districarsi tra le pratiche, spesso interamente telematiche. Per questo l'Inps ha pensato a sportelli dedicati proprio alle fasce più deboli della popolazione, con l'obiettivo di far arrivare i propri servizi laddove finora non sono conosciuti. Questi sportelli, nell'ambito del progetto "Inps per Tutti", sono presenti in sei città metropolitane. Firenze non è tra queste e noi abbiamo provato a capire perché.
Il progetto è partito nel 2019 in via sperimentale a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino e Bari. In queste città sono presenti in tutto 19 sportelli, aperti presso i servizi sociali dei Comuni oppure presso alberghi popolari, centri di accoglienza, sedi di associazioni che si occupano di marginalità. Il servizio è stato fermato causa Covid nella primavera 2020, ma a partire da novembre dello stesso anno è ripreso, seppure con nuove modalità. Fin qui siamo ancora in fase sperimentale e l'assenza di Firenze e in generale della Toscana, può essere giustificata dal fatto che sono state scelte due grandi città per ogni area del paese: nord, centro e sud.
Nel giugno 2021 l'Inps decide di ampliare il progetto, considerando che la situazione pandemica ha fatto crescere l'emergenza sociale e quindi c'è bisogno di intercettare anche i nuovi poveri, che non hanno dimestichezza con i servizi sociali. Viene infatti firmato un accordo quadro nazionale tra Inps, ANCI, Caritas Italiana e Comunità di Sant'Egidio, recepito poi dalle strutture territoriali regionali, con l'obiettivo di estendere il progetto. A firmarlo sono le direzioni regionali dell'Inps di Lazio, Roma Capitale, Campania, Emilia Romagna, Calabria, Piemonte, Lombardia, Veneto. La Toscana ancora una volta non c'è.
A metà dicembre dello scorso anno abbiamo chiesto alla Direzione Toscana dell'Inps notizie in merito e ci è stato risposto che ci sono dei progetti in ponte ma che se ne sarebbe riparlato dopo le feste. Abbiamo chiamato dopo le feste, ma la risposta è stata la stessa: non ci sono novità. La stessa cosa l'abbiamo fatta con le sedi toscane delle associazioni che hanno firmato l'accordo quadro. E la risposta non è cambiata: risentiamoci dopo le feste.
Natale è passato, con il suo carico di doni, ai senza fissa dimora di Firenze forse ha portato qualche coperta o un pasto caldo, ma uno sportello in cui poter reclamare i propri diritti, lontani dalla logica dell'assistenzialismo, ancora non c'è. Intanto non c'è più il blocco degli sfratti, quello dei licenziamenti è già un lontano ricordo e la pioggia di finanziamenti del PNRR, se mai si tradurranno in servizi per i cittadini, non li vedremo concretizzarsi prima di quattro anni.
Fuori Binario si appella alla Direzione Toscana dell'Inps e alle associazioni che hanno firmato l'accordo quadro: aprite gli sportelli Inps per Tutti a Firenze e in Toscana. Se non possiamo neanche immaginare una riforma strutturale della gestione dell'emergenza sociale, almeno assicuriamoci di far arrivare a tutti, soprattutto a chi è nella situazione di massima debolezza, i sussidi cui hanno diritto.
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Aumentano i poveri, ma non i serviziValentina Baronti · Stato Sociale
Di fronte a bisogni sempre più stringenti, le istituzioni temporeggiano: questa la situazione vista dallo sportello di ascolto Acli a San Frediano.
L'impoverimento della popolazione e la crescita della tensione sociale, visti da dietro uno sportello di ascolto, hanno il volto di richieste semplici, cibo e casa, e hanno l'aspetto di un dramma anche psicologico, fatto di disperazione e rabbia. Lo ha raccontato a Fuori Binario Maria Chiara Cantini, operatrice dello sportello di ascolto Acli di San Frediano.
Di cosa si occupa lo sportello?
Il servizio è nato per sostenere le famiglie in difficoltà, ma l'utenza si è presto dimostrata diversa. Vengono da noi tanti adulti soli, in condizioni di estrema povertà. Allora ci siamo adattati noi alla richiesta.
Quali servizi fornite?
Aiutiamo nell'accesso ai servizi che, soprattutto dopo la pandemia, sono stati tutti digitalizzati e questo può essere per molti una barriera insormontabile. Sono cambiate anche le richieste. Mentre prima si rivolgevano a noi per un sostegno nello sbrigare le pratiche, ora le esigenze sono molto più basilari. Chiedono dove possono andare a prendere il pacco alimentare o dove possono dormire perché non hanno una casa.
I servizi sociali del Comune non danno risposte in questo senso?
Sono insufficienti e spesso le risposte sono inadeguate. Facciamo l'esempio di una famiglia sfrattata, il padre viene mandato all'albergo popolare, la madre con i bambini piccoli in una struttura e, se ci sono figli adolescenti, in centri per minori. Ma una famiglia che ha già subito tutta la trafila dello sfratto, con il suo carico emotivo e psicologico, non può venire smembrata così.
Quali servizi svolgete per il Comune di Firenze?
Abbiamo la convenzione per il bando Erp, ma anche qui si vede quanto la risposta sia insufficiente. Nell'ufficio del Comune ci sono due impiegate a gestire 5mila domande, neanche con tutta la buona volontà e l'impegno che ci mettono possono farlo in tempi ragionevoli. Il bando si è chiuso il 28 dicembre e fino a giugno non ci sarà la graduatoria provvisoria, poi si arriverà alla definitiva e infine alle assegnazioni. Nel frattempo però le persone finiscono per strada.
Voi cosa fate in questi casi?
Li indirizziamo verso realtà sociali e solidali che possono aiutarli, almeno per dare una risposta immediata. Ma manca una regia istituzionale, di questo come di altri servizi. Le associazioni, il volontariato, i movimenti si sono mobilitati e con la pandemia sono nate nuove esperienze. Riescono a dare risposte nell'emergenza, utilissime e sacrosante, ma senza una programmazione istituzionale si naviga a vista e non si danno soluzioni durature.
Cosa è cambiato con la pandemia?
Durante i mesi del lockdown è esploso il panico. Noi siamo rimasti aperti da remoto, le persone telefonavano, qualcuno era disperato, altri erano aggressivi. Poi abbiamo riaperto ma, mese dopo mese, il livello di rabbia cresce e crescerà ancora, con la fine del blocco degli sfratti. Dobbiamo considerare che ora si sbloccano i vecchi sfratti, quelli pre-pandemia, ma subito dopo arriverà l'ondata dei nuovi, che non saranno una passeggiata. Ce lo dicono i numeri dei posti di lavoro persi, in quanti non saranno riusciti a pagare l'affitto?
(v.b.)
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Moby Prince, trent'anni dopo la verità è ancora da scrivereFrancesco Sanna · 140 Vittime
Fu strage o disastro navale? Incongruenze e depistaggi di Stato che lasciano insoluto l'ennesimo tragico "mistero italiano".
L'11 aprile 1991 i familiari di 140 persone si riversarono a Livorno spinti dalle notizie di un incidente tra il Moby Prince, il traghetto in cui erano imbarcati i loro cari, e la petroliera statale Agip Abruzzo. Ad oltre trent'anni da allora, la parte di quei familiari ancora in vita ripone in questo 2022 la speranza sincera di ottenere la verità su quanto accaduto nello specchio d'acqua davanti alla città natale di Mascagni. Questa verità passa ormai da una domanda precisa: la notte tra il 10 e l'11 aprile 1991 la rada di Livorno fu teatro di una strage o di un'incredibile omissione di soccorso pubblico?
Fu strage?
Se l'attuale indagine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze portasse a ricondurre il caso Moby Prince al reato di strage, si tratterebbe della più grande della storia repubblicana. Mai nessun evento stragista ha pagato un prezzo di sangue così elevato: 140 morti. La "Strage di Livorno" avrebbe, come in casi analoghi, degli esecutori, un movente e dei mandanti. Persone in parte ancora in vita in parte sicuramente decedute. E se per le seconde il giudizio arriverebbe solo dalla storia, per le prime, i familiari delle vittime potrebbero veder celebrato un nuovo processo penale - il terzo - perché la strage, art. 422 del Codice Penale, è uno dei pochi delitti dell'ordinamento italiano che non va in prescrizione. Per riconoscere una strage nel caso Moby Prince è necessario rifarsi alla definizione del reato: serve qualcuno che "al fine di uccidere" abbia compiuto "atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità". In tal senso le piste stragiste analizzate dalla DDA di Firenze e dall'attuale Commissione d'inchiesta parlamentare attiva sul caso, passano da due evidenze. La prima è la presenza di una bomba in un locale del traghetto dove avvenne di fatto un'esplosione. La seconda è la verifica della scelta - per alcuni familiari "l'ordine" - di "lasciar morire" passeggeri ed equipaggio del traghetto, di cui sarebbe prova la negazione del soccorso pubblico persino a quella parte di questi di cui c'erano segni obiettivi di una sopravvivenza compatibile con un intervento salvifico, incredibilmente mancato.
L'esplosivo a bordo
La tesi "bomba" si poggia sull'effettivo ritrovamento nel locale eliche di prua del Moby Prince di cinque sostanze usate per ordigni "ad uso civile" e due sostanze (pentrite e T4) presenti invece in esplosivi militari o plastici da demolizione, tra i quali il semtex-H che segnò la stagione stragista italiana del triennio 1992-1994. Alla tesi "bomba" credeva il pm che curò la prima indagine, Luigi De Franco, ma la abbandonò sotto il peso di una perizia offerta alla Commissione d'inchiesta ministeriale sul caso da Mariperman, élite esplosivista della Marina Militare. Secondo quest'ultima nel locale esploso avvenne una deflagrazione da gas che avrebbe bruciato le sostanze esplosive. Nessuno si chiese cosa ci facessero in un locale tecnico di un traghetto passeggeri e lì si chiuse la questione, nonostante le rivelazioni di un malavitoso sulla "proprietà" mafiosa di quel carico. La pista bomba è riemersa però nel 2018 dopo le nuove rivelazioni sul quadro assicurativo della vicenda. Il Moby Prince sarebbe infatti partito quella notte da Livorno con due polizze gemelle che risarcivano il suo armatore per un importo pari almeno al doppio del suo valore di mercato, di cui una specificamente rivolta a eventi "di guerra" tra cui attentati esplosivi.
L'uomo che fu lasciato morire
L'altra pista stragista ha a che vedere con le anomalie di un soccorso mai rivolto alle 140 vittime, la notte dell'incidente e la mattina successiva. Emblematico il caso di un cameriere del traghetto - Antonio Rodi - che alle prime luci dell'alba si mostrò integro e vivo benché a pochi metri da corpi arsi, come ritratto dal girato di un videoperatore che volteggiava sopra la poppa del traghetto su un elicottero dell'esercito. Rodi, probabilmente svenuto, fu lasciato in quella posizione e brucerà in favore di telecamere nelle due ore successive, sotto gli occhi di un elicottero dei Carabinieri. La sua storia è il simbolo di scelte dello Stato contrarie alle sue leggi. E in quel momento il coordinamento del soccorso, quindi la responsabilità di tali scelte, era della Marina Militare, come palesato da un documento riemerso dagli archivi solo nel 2021. Perché Rodi non fu soccorso? La risposta a questa domanda potrebbe rappresentare la chiave per determinare se ci troviamo di fronte ad una strage o al tragico risultato di una imperdonabile omissione di soccorso pubblico con cui lo Stato affrontò quel disastro navale, tramutandolo nella più grande tragedia della marineria civile italiana dal dopoguerra.
Il depistaggio
Fino a quattro anni fa questo disastro era raccontato come il tragico epilogo di un errore umano del comando del Moby Prince che, confuso da un banco di nebbia da avvezione capace di coprire la sola petroliera e lasciare visibili le altre navi in rada, si accecò accendendo dei piccoli fari per illuminare il ponte di manovra, finendo a tutta velocità contro una petroliera larga quanto tre campi da calcio, alta 25 metri, con un impianto di illuminazione pari a quello di uno stadio. A corollario di questo racconto, risultato falso, lo Stato raccontò in sentenza la menzogna più grande: la morte entro mezz'ora di tutte le 140 vittime. Questo incredibile "depistaggio giudiziario", come definito in Commissione d'inchiesta dal rappresentante dei familiari delle vittime Angelo Chessa, ha responsabili noti e mai perseguiti. Se nelle sentenze sono scritte falsità, se aziende di Stato hanno prodotto atti giudicati non veritieri, se perizie fatte in nome e per conto del popolo italiano - come quella sui tempi di sopravvivenza - riportano errori imperdonabili, qualcuno dovrebbe risponderne.
Le ipotesi
Nel frattempo però sia la Commissione d'inchiesta che la Procura di Livorno - titolare dell'indagine per territorialità, ad eccezione del reato di strage indagato dalla DDA di Firenze - continuano ad essere concentrate sulla ricostruzione dell'evento, inclusa la pista dell'incidente navale finito male. Se la Commissione guidata da Andrea Romano (PD) si è affidata in tal senso a Cetena spa per generare una ricostruzione 3D dell'evento a partire dai punti fermi noti, la Procura di Livorno ha approfondito con testimoni la pista del guasto tecnico. Il Moby Prince aveva in effetti un problema al mozzo delle eliche di dritta e presentava dopo la collisione un quadro da avaria alla timoneria. Tra le ipotesi ancora in piedi a giustificare l'incidente, infine, anche una precollisione tra Moby Prince e un mezzo non identificato, forse a servizio delle navi militarizzate americane presenti in rada la notte della collisione e cariche di armi di ritorno dalla Guerra del Golfo. Tutti scenari ad oggi ancora plausibili che attendono una verifica definitiva in questo 2022.
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Libere tutte! Quando i GAP fecero evadere diciassette detenute da Santa VerdianaCorrado Marcetti · Resistenza
L'azione fu guidata da Bruno Fanciullacci e Elio Chianesi durante l'occupazione nazifascista.
La mattina del 9 luglio 1944, una domenica, verso le sei e trenta, un gruppo di uomini con la divisa da repubblichini di Salò o in borghese, preceduti da un ufficiale tedesco con la sua uniforme, si presentò all'ingresso del carcere femminile di Santa Verdiana a Firenze per operare il trasferimento di una detenuta. L'ufficiale tedesco chiese del comandante per procedere rapidamente all'esecuzione dell'ordine e si fece aprire il portone d'ingresso. Una volta all'interno del carcere, neutralizzati gli agenti e tagliati i fili del telefono, il gruppo si fece perentoriamente condurre alla sezione delle detenute politiche. Il rumore degli stivali militari, le voci maschili concitate e l'immagine dell'ufficiale tedesco sbirciata dallo spioncino facevano presagire il peggio alle prigioniere. Quando li vide davanti alla sua cella, temendo un trasferimento per nuovi interrogatori e torture, Tosca Bucarelli urlò dal suo letto: «Ammazzatemi pure ma io da qui non mi muovo». Le detenute della sezione gridarono in suo sostegno e anche la suora sorvegliante intervenne a difesa: «Ma lasciatele finalmente in pace queste poverette». Non c'era tempo da perdere, Bruno Fanciullacci si avvicinò e le disse: «Toschina, siamo noi».
Quel "noi" stava per i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica) fiorentini, di cui Tosca era stata parte attiva fino all'arresto, subito il 20 febbraio 1944 per il fallito attentato al bar Paszkowski, affollato da ufficiali tedeschi. L'azione a Santa Verdiana era stata ideata nella casa del pittore Ottone Rosai, in via de' Benci 17, dove Fanciullacci era nascosto, ancora convalescente per le pugnalate ricevute da uno degli sgherri di Carità durante gli interrogatori seguiti all'arresto del 21 aprile 1944. Era l'uomo più ricercato di Firenze dopo la liberazione dall'ospedale in via Giusti, in cui era stato ricoverato per la gravità delle ferite subite. La casa di Rosai, "fascista della prim'ora", era ritenuta dai GAP un rifugio sicuro in cui nascondersi.
In realtà, Rosai non era indenne dai sospetti dei repubblichini dopo il suo distacco dal fascismo e la crescita dei contrasti con gli uomini del regime. Ma certo non era da questi immaginabile che "quel pederasta" desse rifugio a gappisti e partigiani ricercati, come il pittore Enzo Faraoni, responsabile coi suoi compagni di aver fatto esplodere l'11 giugno 1944, sotto Poggio alla Malva, otto vagoni carichi di tritolo del dinamitificio Nobel destinati alle truppe tedesche.
A casa Rosai era nascosto anche un ufficiale tedesco antinazista, passato nei ranghi della Resistenza, Alexander Schmiemann. Era stato necessario coordinare i due GAP di Bruno Fanciullacci e di Elio Chianesi per realizzare l'impresa a Santa Verdiana. Ed occorreva agire con tempestività, perché Tosca aveva il destino segnato. Non c'era da attardarsi: a Santa Verdiana Enrica Calabresi si era avvelenata il 18 gennaio 1944 e Carolina Lombroso, moglie del partigiano Eugenio Calò, era stata prelevata a maggio dalla sua cella insieme ai tre figli e deportata ad Auschwitz, dove tutti trovarono la morte. Anna Maria Enriques Agnoletti, del Movimento cristiano sociale, che collaborava col Partito d'Azione, in cui militava suo fratello Enzo, era stata a sua volta portata via e fucilata nel bosco di Cercina il 12 giugno 1944.
In quella bufera di rappresaglie, sangue e orrore che l'occupazione nazifascista riversava anche sulle carceri, poco potevano fare il direttore delle carceri fiorentine Giovan Battista Mazzarisi (in contatto col C.L.N), di fatto esautorato dai suoi compiti dagli aguzzini di regime, e Madre Ermelinda (al secolo Agnese Carducci), energica madre superiora delle suore della Congregazione di San Giuseppe dell'Apparizione, che operavano nel carcere cercando di alleviare le sofferenze inferte alle prigioniere politiche e ebree. Madre Ermelinda era però riuscita a ricollocare tutte le detenute politiche insieme, nella sezione al piano terra. Informazioni e notizie filtravano dal carcere attraverso la giovane figlia di Mazzarisi, Maria Carmela, e altri segreti canali di comunicazione. Dall'alta finestrella di un gabinetto al secondo piano del carcere, raggiungibile con accortezza durante l'ora d'aria, si potevano talvolta scambiare a distanza informazioni, col linguaggio dei segni, con qualcuno che a orari prestabiliti si fosse fatto trovare in un punto preciso della sottostante piazza Ghiberti. Occorreva un'azione che rompesse gli indugi, che facesse irrompere liberazione e umana fraternità.
Nella sezione erano presenti 17 detenute. Compagna di cella di Tosca era l'azionista Andreina Morandi, arrestata insieme ai genitori, il 7 giugno 1944, in seguito ai fatti di Radio Co.Ra, in cui il fratello Luigi, radiotelegrafista, era stato ferito a morte. In sezione c'era un'altra Tosca, Tosca Martini, operaia del lanificio Forti, attiva nell'organizzazione della lotta contro il fascismo in Val di Bisenzio, arrestata su delazione per aver issato, in occasione del Primo maggio 1944, sul cipresso più alto di Usella, frazione di Cantagallo, una bandiera rossa cucita dalle donne del paese e per aver affisso volantini antifascisti. Nella sezione erano anche detenute Milena Dami, moglie di Mario Martini, il capo della Resistenza nel pratese, riuscito rocambolescamente a fuggire dopo l'arresto, e sua figlia Milena. Il figlio quattordicenne, Marcello, era stato deportato a Mauthausen. Era lì anche l'infermiera, che aveva fornito ai GAP le notizie necessarie a rintracciare subito Fanciullacci all'interno dell'ospedale, agevolando l'azione che aveva portato alla sua liberazione. Diverse recluse erano state ritenute colpevoli di aver fatto parte di una qualche rete di assistenza che garantiva nascondigli, documenti falsi, sostegno a clandestini e fuggiaschi. C'erano anche due signore inglesi, accusate di aver aiutato dei militari inglesi fuggiti dalla prigionia. «O tutte o nessuna», aveva fatto sapere Tosca Bucarelli. E a sua volta la madre superiora ribadiva ai gappisti: «Portatele via tutte, perché quelle che restano me le prendono e le fucilano». «Ci sono anche queste», richiamava la suora portinaia che apriva le celle nel corso dell'azione.
Uscirono a gruppetti per non allertare gli agenti di guardia del vicino carcere delle Murate. Tosca Bucarelli, che aveva ancora gli occhi tumefatti e camminava a piccoli passi a causa dei danni permanenti che le erano stati inferti, andò via sulla canna della bici di Fanciullacci. Le altre si dispersero per il mercato e per le stradine del centro, trovando poi rifugio da parenti, amici, o in qualche istituto religioso. Nessuna delle evase fu ripresa.
Nel suo diario, Vita da gappisti, così scrisse Fanciullacci: «Oggi domenica 9 del mese di luglio 1944 è per me un giorno memorabile, un giorno che mi ha ricolmato di felicità, di quella felicità che si sente ma che non si potrà mai esprimere a parole».
(Bruno Fanciullacci ritratto da Ottone Rosai)
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La pesantissima impronta ecologica di internet, bitcoin e smartphoneGilberto Pierazzuoli · Consumismi
Energia elettrica, acqua, terre rare: risorse indispensabili per il crescente traffico virtuale.
Agli inizi degli anni duemila gli utenti della rete erano 361 milioni, a fine di questo anno saranno circa sei miliardi, praticamente la totalità della popolazione terrestre, a riprova del fatto che la rete è ormai un bene indispensabile come l'acqua e che, come quest'ultima, dovrebbe perciò essere un bene comune da gestire e tutelare da istituzioni pubbliche e sovranazionali. La rete è invece di fatto una proprietà privata, con alcuni aspetti gestiti da istituzioni indipendenti con sede negli Stati Uniti, che hanno comunque un comportamento ibrido tra il pubblico e il privato.
Secondo il KTH Royal Institute of Technology, circa il 10% del consumo totale di elettricità del mondo è attualmente utilizzato da Internet, si stima che sarà del 20% nel 2025. Ademe, l'agenzia francese per l'ambiente e i consumi energetici, aveva stimato che nel 2020 l'energia consumata dal web avrebbe pareggiato quella sommata di Francia, Germania, Canada e Brasile. Esempio illuminante è l'energia che occorre per sostenere l'esistenza di un bitcoin. Per alimentare la blockchain e il data mining sui quali si basa appunto il traffico dei bitcoin in rete occorre annualmente circa la stessa quantità di energia consumata dai Paesi Bassi nel 2019 (dati dell'Università di Cambridge e dell'Agenzia internazionale per l'energia). Si stima che la produzione di bitcoin generi tra 22 e 22,9 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica all'anno, o tra i livelli prodotti dalla Giordania e dallo Sri Lanka, (da uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista scientifica "Joule"). Problema che il riscaldamento globale accentuerà perché occorrerà più energia per il raffreddamento dei grandi data center (si stima che i data center statunitensi abbiano utilizzato circa 100 miliardi di litri di acqua nel 2014).
Ciascuno dei server che fanno funzionare la rete consuma energia per funzionare e per mantenere climatizzati i locali delle webfarm: sono in media ogni anno 4 tonnellate di CO2 per ogni server, da moltiplicare per i milioni di macchine ormai distribuite in tutto il mondo; per non parlare del peso ambientale della loro fabbricazione e del successivo smaltimento.
Ci sono comunque delle previsioni anche favorevoli. L'aumento dell'efficienza delle strutture dei data center e il progressivo spostamento della rete verso device con schermi più piccoli (telefoni invece che monitor). Queste sono apparentemente delle buone notizie se non fosse che l'uso della rete sugli smartphone tende già ad acutizzare i problemi cognitivi e le controindicazioni sociali che questa pratica comporta e cioè la penalizzazione dei testi lunghi e complessi. La lettura sul telefono non si fa infatti soltanto quando si è in situazioni tranquille nelle quali è possibile anche un più alto livello di concentrazione, ma anche per strada, sui mezzi pubblici e via dicendo.
E, in tema di decrescita, non soltanto degli schermi, potrebbe essere interessante questo dato: vietare le fotocamere a colori ad alta definizione solo sui telefoni potrebbe ridurre il traffico dati in Europa del 40%, afferma Ian Bitterlin, ingegnere consulente ed esperto di data center a Cheltenham, nel Regno Unito; peccato che il mercato vada in un'altra direzione. E la mano invisibile del mercato, come ormai sappiamo, non può in nessun modo essere messa in discussione.
Le "terre rare" sono elementi essenziali dei sistemi di comunicazione. Il loro nome rimanderebbe a una certa scarsità, ma così non è. Quello che le rende poco disponibili è la difficoltà di estrazione di alcune e la loro concentrazione in determinate zone del mondo, la Cina in primis. Per il disprosio e il terbio, nel distretto di Janxi, soltanto lo 0,2% dell'argilla estratta li contiene. Questo significa che il 99,8% di questa diviene materiale di scarto e, in alcuni casi, agente di inquinamento quando viene scaricata nei fiumi nei quali aumenta a dismisura la quantità di ammonio. Per raffinare una tonnellata di terre rare, la Chinese Society of Rare Earths stima che il processo produca 75 mila litri di acque acide e una tonnellata di residuo radioattivo.
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La Cyber war di hacker e spie fa girare l'economiaGinox · Cyber Bluff
Il Clusit è un'associazione con sede al dipartimento di informatica dell'università di Milano che rilascia due volte all'anno un rapporto nel quale raccoglie e analizza i dati relativi agli attacchi informatici del semestre passato. È interessante spulciare questo tipo di fonti, perché aiutano a comprendere la visione, le preoccupazioni, le paranoie di stati e aziende rispetto alla questione della sicurezza informatica.
L'approccio del Clusit è abbastanza in linea con quello delle aziende che operano nel settore e in generale degli apparati governativi. Ogni report denuncia un incremento degli incidenti relativi a attacchi informatici, nell'analisi di quest'anno si parla di perdite a livello mondiale pari a 1 trilione per il 2020 e 6 trilioni per il 2021.
Non è molto chiaro come vengano calcolati questi numeri, se ne evince però il senso. Gli attacchi informatici su larga scala hanno un impatto sull'economia mondiale, in termini di perdite per le aziende. O, volendola guardare da un altro punto di vista: dal momento che tra i principali attori viene citato il cosiddetto Cybercrime, ovvero organizzazioni che sfruttano gli attacchi informatici per fare soldi, si può dedurre che queste attività siano piuttosto renumerative. Rispetto al 2020 si parla di un incremento del 21% di questo tipo di attacchi. È interessante notare come le perdite delle aziende si traducano comunque nel guadagno per qualcuno, è una delle magie del capitale: distruggere valore, per creare profitto.
A volte le attività di Cybercrime si trovano a convivere con quelle classificate come Information warfare, ovvero il più classico spionaggio tra Stati. Non è strano che una nazione possa avvalersi delle informazioni recuperate da campagne legate al Cybercrime. Si chiude un occhio, si scambiano favori. Politica e economia sono strettamente legate, le informazioni recuperate su una grossa azienda americana, potrebbero interessare al governo russo o cinese e viceversa. Le azioni riferibili apertamente allo spionaggio tra Stati secondo il rapporto del Clusit sono il 18% in più rispetto al 2020, anche se calano quelle di sabotaggio mirato, ovvero volte direttamente a provocare dei danni, -36%.
È interessante prendere coscienza di come la guerra tra Stati si trasferisca con naturalezza su Internet, logica continuazione degli attriti e tensioni del mondo reale. La cosiddetta "cyber war" appare meno violenta e cruda, ma è solo un palcoscenico diverso, e non viene mai da sola, ma sempre accompagnata dal più prosaico "sangue e affari", che caratterizza in negativo il nostro buffo mondo.
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GKN, la lotta non si fermaValentina Baronti · Lavoro
Dopo la firma dell'accordo sindacale. Salvetti, RSU: "È un risultato importante, ma senza una vera politica industriale il privato ha mani libere per depredare".
Laddove c'era pura speculazione, oggi c'è un accordo sindacale. Il 21 gennaio 2022, più di sei mesi dopo l'annuncio della chiusura della GKN di Campi Bisenzio, gli operai hanno approvato l'accordo quadro firmato al ministero dello Sviluppo Economico: 262 sì, 2 no e una scheda nulla. A votare è stato il 74% degli aventi diritto, una percentuale molto alta, considerando la situazione pandemica e le relative quarantene.
Dario Salvetti, delegato RSU GKN lo definisce un accordo sindacale avanzato in un contesto arretrato: "Siamo contenti dell'accordo in sé ma siamo scontenti del contesto. Il termine reindustrializzazione, da troppo tempo, viene usato per far scappare i vecchi proprietari e delocalizzare, dietro la promessa che arriverà qualcun altro. Noi abbiamo messo dei paletti a questo processo, ma la nostra speranza è che di questo tipo di rendustrializzazioni ce ne siano sempre meno. Avevamo una fabbrica dell'automotive che era riconvertibile in produzioni ancora migliori, ma sempre usando gli stessi macchinari e le stesse competenze, invece verremo depredati e delocalizzati".
La loro visione rimane un'altra, la stessa dell'assemblea cittadina al teatro Puccini dello scorso ottobre. Sia lo Stato a farsi carico di questo patrimonio industriale: "Banalmente, quello che ha fatto un privato, cioè arrivare e togliere la fabbrica dalle grinfie del fondo finanziario, lo poteva fare lo Stato e creare una filiera pubblica con le nostre produzioni. Questo sarebbe stato l'obiettivo e forse lo è ancora".
Il problema quindi è lo Stato, questo tipo di Stato, la mancanza di una politica industriale, di un reale piano di transizione ecologica, di strumenti che impediscano il sacrificio di una fabbrica sull'altare della finanza internazionale, di rapporti di forza che sono vistosamente sbilanciati. "Questo non è uno Stato pensato, studiato, modellato, nelle forme e nel personale politico, per prendere un'azienda in mano e farne bene pubblico – spiega Salvetti -. Qui è stata distrutta una storia industriale, non perché è stata fatta una scelta di politica industriale, non perché il paese ha deciso che era meglio produrre elettrolizzatori per fare idrogeno verde, qua è stata fatta una scelta di pura rapina capitalista. Questo è il punto". Eccolo, il contesto arretrato sul quale si innesta l'accordo sindacale avanzato.
I principali paletti che sono riusciti a mettere sono i tempi certi della reindustrializzazione; una clausola anti-logoramento, ossia l'obbligo per l'attuale proprietario di fare lui la reindustrializzazione, con altri investitori o con il capitale pubblico di Invitalia, se quei tempi certi non si verificano; la continuità occupazionale e di diritti, compreso l'obbligo per le nuove ditte di pulizia e logistica di riassumere gli ex-dipendenti in appalto; il controllo operaio su tutto il processo, tramite una commissione di proposta e verifica, di cui farà parte anche la RSU, che potrà proporre soluzioni e vigilare sui tempi e sull'utilizzo di eventuali fondi pubblici.
"A noi sembra un accordo che porta a casa il minimo sindacale – conclude Salvetti -. Eppure, è un accordo inimmaginabile senza questi sei mesi di assemblea permanente. Ogni singola parola è stata strappata con ogni singolo atomo di lotta, dalle manifestazioni, agli scioperi, alle trasferte, a chi ha cucinato, a chi presidiato, a chi ha mantenuto la fabbrica in ordine".
E allora la lotta non si ferma, il presidio si riorganizza, il collettivo di fabbrica e tutta la rete di solidarietà che in questi mesi è cresciuta continua a macinare idee, a stringere alleanze, ad allargare la lotta, a provare a praticare un altro rapporto di forza. Perché siamo ancora in una tappa del percorso, ancora un punto di partenza e non di arrivo.
Curva pandemica permettendo, è già ripreso l'Insorgiamo Tour in tutta Italia, con incontri e assemblee con le altre realtà in lotta, con l'obiettivo di costruire insieme un evento nazionale a marzo. Quali saranno i contorni di questo evento ancora non si sa, ma intanto #teneteviliberipermarzo.
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Per cambiare sesso basta una XRedazione · Genere
Una X sul certificato anagrafico, tutto qui. Dal primo gennaio, per cambiare sesso all'anagrafe, basterà presentarsi all'ufficiale di stato civile e pagare 75 franchi, anche se si è in attesa dell'intervento chirurgico per il cambio del sesso. Succede in Svizzera, dove entra in vigore la legge approvata nell'ottobre 2020 con un largo consenso parlamentare, rivolta a tutti coloro che hanno la convinzione intima di non appartenere al sesso con cui sono stati iscritti all'ufficio dello stato civile. Per farlo basterà questa intima convinzione e non più il complesso iter medico e burocratico previsto in tutti quei paesi in cui il cambio di sesso allo stato civile è consentito. Unico passaggio in più, previsto per i minori di 16 anni, è il consenso dei genitori.
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Il medico di base è un diritto per tutti, o quasiRedazione · Salute
L'Emilia Romagna fa da apripista e prevede il medico di base anche per chi non ha fissa dimora, garantito però solo a chi ha la cittadinanza italiana e non è residente in un paese diverso dall'Italia. La scelta del medico di base permetterà di garantire i livelli essenziali di assistenza e durerà un anno, a condizione che l'assistito si trovi ancora sul territorio regionale. Saranno i servizi sociali dei Comuni a informare in merito a questa possibilità e a fornire assistenza in tutti gli adempimenti burocratici. Un passo avanti importante nel garantire a tutti il diritto alla salute, con cure anche per le patologie croniche e non solo per le emergenze. Diritto che rimane negato a chi la cittadinanza italiana non ce l'ha.
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Costruiamo case che restano vuoteRedazione · Cemento
Negli ultimi dieci anni gli alloggi non utilizzati in Italia sono aumentati del 350%. I dati, diffusi da Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, fotografano la situazione abitativa del nostro Paese, mettendola in relazione con le politiche edificatorie. Ad oggi un quarto delle case italiane sono vuote, mentre si assiste al raddoppio del suolo edificato rispetto a 20 anni fa: 18 miliardi di metri cubi, di cui 15,5 miliardi destinati al residenziale. Ad essere interessate dal fenomeno in maniera significativa sono le regioni a maggiore vocazione turistica (Valle d'Aosta al 50,07%, Liguria al 30,93%) e le aree interne delle regioni meridionali (Calabria 38,74%, Molise 36,89%, Abruzzo 32,69%), per un totale di sette milioni di case vuote.
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Cib'aria, il viaggio comincia in cucinaBarbara Imbergamo · Incontri
Cibo, musica e letture dal mondo per cinque serate nel cuore di Firenze.
Cib'aria nasce dalla voglia di creare occasioni di scambio e di confronto con persone dalle diverse provenienze, dalla voglia di viaggiare seppur non potendo a causa del Covid, dalla curiosità di provare nuove cucine (che non siano italianizzate come spesso accade nei ristoranti del mondo presenti a Firenze) ma più in generale nasce dall'esigenza per le anime aperte presenti in città di creare occasioni di confronto, apertura e futuro. E dove se non in cucina, da sempre luogo di apertura e scambio?
Elena Pontil vive a Firenze da sette anni e si è sempre chiesta come la nostra città potesse essere tanto "internazionale" quanto chiusa. Fatta eccezione per il turismo che arriva dal mondo non esistono luoghi davvero internazionali e aperti. E allora, grazie alla sua esperienza in ambienti internazionali, la sua passione per il cibo e tanti anni di esperienza nell'organizzazione di eventi e corsi di cucina è nata Cib'aria.
Si tratta di serate dedicate a cucina, musica e letture provenienti da lontano ma a noi molto vicine con l'obiettivo di aprire la città di Firenze costruendo nuovi spazi di socialità e di storie condivise. Protagoniste infatti donne entusiaste delle loro origini che condividono le ricette d'infanzia tra un ballo e una lettura ad alta voce. A fine corso, si cena tutti insieme!
L'incontro è avvenuto grazie al passaparola e grazie ad alcune Associazioni attive in città: Palazzuolo Strada Aperta, Anelli Mancanti, e Amir Project, la bellissima realtà di guide turistiche migranti presente a Firenze, ma anche a singole persone molto attive come Greta Tofanelli.
Il viaggio è partito dal Marocco alla scoperta della cucina berbera insieme a Kadija, attiva in Amir project, ha proseguito in India tra sari e spezie con Shifali prima di arrivare in Senegal con Ngone, per capire non solo quali sono gli ingredienti principali dei piatti tradizionali ma cosa significhi la condivisione durante i pasti. Sarà rappresentata anche la ricca cucina albanese, a noi tanto vicina quanto sconosciuta, grazie alle prelibatezze di Adriana, anche lei volontaria di Amir project. Infine arrivo in Iran con la cucina persiana, fra le più antiche e ricche del Medioriente con abbondanza di spezie, aromi e consistenze uniche.
Il progetto è appena nato e questa è solo la prima rassegna ma si avverte un genuino interesse per questo tipo di scambi; l'idea futura (Covid permettendo) è di portare questi eventi anche nelle periferie e nelle case delle persone, soprattutto nelle famiglie per dare modo anche ai più piccoli di accogliere in casa propria e di crescere con una sana curiosità verso ciò che spesso viene descritto come "diverso" quando si tratta solo di dare spazio a bisogni così primari come incontrarsi, cucinare, raccontarsi sedendosi insieme intorno ad una tavola.
Apriamo quindi gli orizzonti e diamo il benvenuto a questo nuovo progetto in città!
Le prossime serate in calendario sono Senegal (1 febbraio), Albania (4 febbraio), Iran (15 febbraio). Gli appuntamenti sono tutti dalle 18.30 alle 21.30 e comprendono corso di cucina, cena e racconti dal mondo, presso l'Ostello Tasso in Via Villani 17.
Per info e prenotazioni Cib'aria: 339 3523715
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La spesa militare supera i 25 miliardi all'annoRedazione · Riarmo
Continua la costante crescita della spesa militare italiana, monitorata dall'osservatorio Milex. Nel 2022 sarà superata la soglia dei 25 miliardi annui, con una crescita del 3,4% rispetto al 2021, dell'11,7% sul 2020 e un balzo di quasi il 20% rispetto al 2019. Un altro record riportato da Milex riguarda l'acquisto di nuove armi, che nel 2022 supererà la soglia degli 8 miliardi, con un aumento del 13,8% rispetto all'anno precedente e un salto del 73,6% negli ultimi tre anni. La crescita delle spese militari è trascinata principalmente dall'acquisto di nuove armi. L'Italia si sta armando e negli ultimi tre anni lo ha fatto in maniera sistematica e con una crescita esponenziale, con buona pace dell'art. 11 della Costituzione.
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Ilva, i soldi sequestrati ai Riva regalati alla nuova proprietàRedazione · Inquinamento
575 milioni di euro, dell'oltre un miliardo sequestrato alla famiglia Riva per la bonifica ambientale dell'ex-Ilva di Taranto, andranno alla nuova proprietà, Arcelor Mittal e Invitalia, per la decarbonizzazione della centrale. La clausola è stata inserita nel decreto Milleproroghe e rischia di aprire un contenzioso con l'Unione Europea, che aveva posto la condizione che quei fondi venissero usati esclusivamente per le bonifiche e non per l'efficientamento degli impianti, che invece devono essere a carico della nuova proprietà. In pratica i soldi, trovati nei paradisi fiscali dei Riva e sequestrati per ripristinare le condizioni di salubrità, saranno utilizzati per ripianare i debiti e continuare a produrre acciaio. Contro la decisione si stanno mobilitando le forze politiche, i movimenti ambientalisti e sindacati come la USB.
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L'emergenza climatica è il primo dei nostri problemiRedazione · Ambiente
I disastri ambientali e i movimenti sviluppati intorno al G20 di Roma e alla Cop26 di Glasgow hanno fatto cambiare idea agli italiani: il 97% è pronto a cambiare le proprie abitudini per contrastare il cambiamento climatico. Il 78% pensa che questo oggi sia il principale problema e l'82% è convinto che gli Stati debbano intervenire subito.
Sono i dati di un'indagine Coop-Nomisma sul 2022, che dimostrano quanto il tema ambientale sia entrato nel dibattito pubblico, sia quello dei cittadini, disposti a interrogarsi sulle proprie abitudini ma anche a pretendere un atteggiamento diverso da parte dello Stato, sia quello degli esperti, che in questa ricerca individuano le maggiori fonti di impatto economico e sociale nell'anno che è appena iniziato: nuove fonti energetiche (58%), big data (38%) e biotecnologie (35%).
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Caro Papa, con le suore parlaci tuRedazione · Dal basso
Lettera aperta al pontefice.
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di persone senza casa di Firenze, donne, uomini, bambini/e e da tempo condividiamo le Tue parole, i Tuoi appelli per i poveri ed i migranti, le Tue denunce sulle tante ingiustizie di questa società.
Per questo vogliamo parlarti di una vicenda che abbiamo vissuto in prima persona. Dopo aver cercato inutilmente una casa in affitto, discriminati dai prezzi speculativi del libero mercato, dopo aver subito sfratti e vari sgomberi negli ultimi mesi, il 30 dicembre scorso, in mancanza di altre soluzioni, abbiamo occupato un edificio vuoto da circa due anni in via Vittorio Emanuele 89, angolo via Lanzi, a Firenze, di proprietà di un Istituto Religioso di Suore "Piccole Sorelle dei Poveri". Dopo alcuni giorni tranquilli, senza aver ricevuto nessuna visita o contatto né da parte dell'Ordine religioso, né da parte delle Istituzioni, la sera del 5 gennaio, sotto una pioggia battente, non è arrivata la Befana, ma un nuovo sgombero da parte della polizia, che ha motivato il suo intervento con la richiesta della proprietà di liberare con urgenza l'immobile. Dopo una trattativa durata alcune ore e dopo aver tentato inutilmente di parlare con la Madre Superiora, siamo riusciti ad ottenere dal Comune di Firenze solo la permanenza in una struttura per una-due settimane, ma non per tutti.
Ma il problema che intendiamo porTi è un altro. Ci siamo informati su questa istituzione religiosa proprietaria dell'immobile: l'Ordine delle "Piccole Sorelle dei Poveri" è stato fondato nel 1882 e conta varie case in tutta Italia per l'accoglienza di anziani, tra cui quella di via Andrea Del Sarto a Firenze. Non mettiamo in discussione l'attività benemerita dell'Ordine a favore dei poveri, ma in questo caso i poveri, ovvero noi, siamo stati messi per strada proprio da un Istituto Religioso, senza nessun dialogo, nessuna disponibilità a capire i nostri bisogni, le nostre vite concrete, ad ascoltare i motivi per cui abbiamo deciso di occupare un edificio vuoto. Non pretendevamo che ci dessero il palazzo, ma insieme potevamo trovare soluzioni e percorsi, anche temporanei, che ci garantissero un tetto.
Questa chiusura è la cosa che ci ha ferito più di tutto, perché l'abbiamo vissuta in netto contrasto con i Tuoi appelli. Siamo convinti che ci sia un gran bisogno di comportamenti e scelte coerenti da parte di tutti, perché altrimenti le parole lasciano il tempo che trovano. Credici, è proprio una vergogna che ci sia tanta gente senza casa e tante case senza gente!
Per questo Ti invitiamo a far sentire ancora più forte la Tua voce, noi faremo sentire la nostra per ottenere fatti concreti. Ti salutiamo con affetto,
le famiglie e le persone occupanti senza casa, con il sostegno della Rete Antisfratto Fiorentina (Movimento di lotta per la Casa e Resistenza Casa Sportello Solidale)
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I numeri del drammaRedazione · Casa
Con lo sblocco degli sfratti, per il 2022 si prevede in tutta Italia un boom di richieste ed esecuzioni forzate. Secondo le stime di Cgil e Sunia, in Toscana cinquemila famiglie rischiano di essere buttate fuori casa, a un ritmo di 70 sfratti al mese per Firenze.
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Italia sotto sfrattoStefania Valbonesi · Emergenza casa
In Toscana 150mila famiglie in stato di "precarietà abitativa". Cinquemila rischiano di essere buttate fuori casa nel 2022.
Jacopo è un ragazzo toscano che ha dovuto dormire su una panchina e a cui, nel sonno, sono state rubate le scarpe, col risultato che si è dovuto aggirare in pieno inverno scalzo, fino a quando una persona di buon cuore, avendolo notato e fermatosi a parlare, lo ha condotto in un negozio e gli ha comperato un paio di scarpe nuove. Franco invece lavora in un ristorante e dorme sotto il loggiato di una piazza fiorentina, senza potersi lavare o riposare, e rischia di perdere il lavoro se continuerà a vivere così. Sono solo due delle tante storie di persone che subiscono la crisi e che non sanno letteralmente dove sbattere la testa per sopravvivere nella nostra città.
Suore che cacciano i senza tetto
Intanto continuano gli sgomberi di chi – italiano o straniero – cerca in luoghi abbandonati un rifugio. Uno tra gli ultimi si è verificato la notte dell'Epifania quando la polizia ha allontanato un gruppo di famiglie, circa una ventina con minori, fra cui sei risultati positivi e ricoverati all'albergo Covid fuori Firenze. Uno sgombero avvenuto sotto la pioggia, a sera inoltrata, dopo l'occupazione, a Natale, di un immobile sito in uno dei quartieri "bene" di Firenze, di proprietà delle Piccole Sorelle dei Poveri. Suore che forse hanno smarrito il Vangelo e il suo messaggio di amore e accoglienza dell'altro. L'ennesimo campanello d'allarme, che tuttavia continua a essere bellamente ignorato dalle istituzioni locali e da quelle nazionali, un altro sprazzo di luce su una questione, quella abitativa, che sta assumendo a Firenze e in tutta Italia i contorni di una delle crisi sociali più gravi che si siano verificate nel Belpaese dal dopoguerra ad oggi. Un'affermazione pesante che trova però la sua giustificazione nella composizione sociale delle persone che entrano nel vortice del disagio abitativo, che sono sempre più, come sottolineato dai sindacati degli inquilini, dall'Istat ma anche da associazioni come la Caritas, persone che non appartengono storicamente all'area del bisogno, ma componenti di quella fascia grigia per cui governo e enti locali stanno approntando il famoso social housing, ovvero abitazioni dedicate a chi "non è talmente povero da entrare nella graduatoria Erp e talmente ricco da poter inserirsi sul mercato"… Peccato che questa fascia di fatto sia ormai quasi totalmente precipitata dal grigio al nero profondo del bisogno tout court.
Riprendono gli sfratti nonostante la pandemia
Se occupazioni e sgomberi si susseguono (a Firenze in un mese si è riusciti a collezionare cinque occupazioni e altrettanti sgomberi, senza che ci sia stato un confronto reale con le famiglie in buona parte di working poors che si trovano nelle condizioni di dover occupare per abitare), per quanto riguarda gli sfratti la situazione non solo è gravissima, ma si sta denunciando anche un profilo inusitato almeno a Firenze: la loro molecolarizzazione, un fenomeno che li rende sempre più carsici, ovvero, di fatto, non fotografabili.
Tanto più da ora in poi, visto che dal primo gennaio è scattata la ripresa degli sfratti eseguibili, con l'annullamento totale della sospensione che aveva visto il congelamento delle esecuzioni per tutta la durata della prima e seconda ondata pandemica.
Il provvedimento del secondo governo Conte era scattato nel marzo 2020 ed aveva collezionato diverse proroghe, fino ad arrivare, col decreto Sostegni, alla ripresa graduale degli sfratti con tre passaggi temporali, che vedeva l'ultimo step nel primo gennaio 2022, quando sarebbero arrivate a eseguibilità le morosità sorte tra il primo ottobre 2020 e il 30 giugno 2021.
Secondo le stime dell'Unione Inquilini nazionale, si sta parlando di almeno 100mila sfratti esecutivi con forza pubblica, stima che potrebbe anche essere per difetto e che si sommerebbe con almeno 50-100mila esecuzioni immobiliari dovute a insolvenza per mutui o debiti.
A Firenze si paventa un ritorno all'annus horribilis del 2018, quando gli sfratti giunsero a 100-130 al mese, come ricorda Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia, per almeno 700 sfratti immediatamente eseguibili, come puntualizza Pierro Pierri, segretario regionale dell'Unione Inquilini.
Mancano dati e politiche adeguate
Quanto agli strumenti, sono proprio i segretari regionali delle due maggiori organizzazioni degli inquilini, Sunia e Unione Inquilini, a mettere sul tavolo la dibattuta questione della costituzione della commissione per l'emergenza abitativa. Una sorta di cabina di regia che vedrebbe la presenza di Corte d'Appello, Tribunale, Amministrazioni, Prefettura oltre ovviamente ai sindacati, che potrebbe procedere non solo alla calendarizzazione degli sfratti, strumento indispensabile per governare il fenomeno, ma anche alla sua conoscibilità reale, sia a livello di analisi dei dati che di approntare le misure specifiche e concrete. Anche perché, avvisano Grandi e Pierri, il vero rischio attualmente è la "carsizzazione" del fenomeno. "Non è possibile capire i numeri veri dell'emergenza, in quanto se non c'è raccordo fra Corte d'Appello, amministrazione, tribunale, sindacati, Prefetto, non si riesce a intercettare il vero numero degli sfratti – sottolinea Grandi –, se non entra in funzione la Commissione del disagio abitativo, è facile prevedere che ci sarà una situazione di caos incontrollabile, con le persone e le famiglie abbandonate a se stesse che andranno in ordine sparso o dal sindacato, o dagli assistenti sociali, o dall'avvocato, o dai vari sportelli antisfratto, o dall'amico dell'amico… Ciò che chiedevamo come sindacato inquilini, era una richiesta ragionevole di supporto per le famiglie e politicamente necessaria, dal momento che è l'unico modo per capire veramente l'emergenza". Altre aree metropolitane hanno raggiunto l'obiettivo della Commissione, Firenze è partita per prima e non è ancora arrivata. Perché?
E mancano anche i soldi
"Stiamo chiedendo a livello nazionale, anche per Firenze, l'istituzione di una cabina di regia, che faccia capo alla Prefettura, affinché il termine della sospensione degli sfratti trovi dei meccanismi per arrivare al passaggio da casa a casa, distinguendo fra rilasci a piccoli proprietari e situazioni ben diverse, che riguardano i grandi proprietari – dice Pierri –. È necessario anche trovare risorse per offrire sostegno alle famiglie in difficoltà. L'amministrazione comunale deve creare una riserva di case volano allo scopo di non lasciare in mezzo al niente le famiglie sottoposte a sfratto. Segnalo inoltre che non siamo resi partecipi e non veniamo interpellati da chi ha responsabilità amministrative e di governo per un confronto fra possibili soluzioni, anche di carattere transitorio, che permettano di affrontare una situazione di emergenza destinata ad aggravarsi. Aggiungiamo che, essendo in fase di esponenziale crescita del dilagare della pandemia, bisognerà rivalutare una possibile nuova richiesta di sospensione, e che, di fronte alla situazione, bisognerà anche intervenire velocemente".
Non c'è più tempo
Velocemente, anche perché la situazione rischia di diventare insostenibile. Ed è ormai una narrazione sbagliata, quella che racconta che a soffrire per la mancanza di casa siano solo gli extracomunitari.
"L'allarme ormai è suonato da un pezzo – dice Marzia Mecocci, del Movimento di Lotta per la Casa – e mi sentirei di dire che già oggi non riusciamo a capire quale sia il numero di persone che sta per subire o subisce uno sfratto. Dato incontrovertibile, ormai gli sfratti eseguiti sono quasi tutti per morosità, il resto è abbondantemente residuale. Ma oltre a ciò, il vero problema è anche il fatto che, nonostante il blocco, i procedimenti sono andati avanti senza tuttavia che le tappe siano state comunicate. Ci troviamo sempre di più di fronte a famiglie che si ritengono ancora 'al sicuro', dal momento che hanno ricevuto solo una prima notifica, e che invece si ritrovano con la forza pubblica alla porta senza essere preparate. Per quanto ci riguarda, invitiamo tutte le persone che hanno ricevuto almeno un avviso di sfratto a recarsi presso l'Urp del Tribunale per fare un controllo della propria posizione. Tutto ciò complica enormemente le cose, soprattutto se si vuole avere un quadro attendibile della situazione".
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La funzione sociale della proprietà privataRedazione · Emergenza casa
Sulla sospensione degli sfratti si è pronunciata nel novembre scorso la Corte Costituzionale con una sentenza salomonica: da un lato, si riconosce la funzione sociale della misura, ma dall'altro la si accetta solo in quanto temporanea e conseguente all'emergenza pandemica, dal momento che gli sfratti producono, qualora non si esegua il passaggio da casa, una pesante valenza di salute pubblica. Dati alla mano, nel novembre scorso il relativo acquietarsi del livello del contagio aveva indotto la Suprema Corte a giudicare "impossibile" il prolungamento dello stop oltre il 31 dicembre. Insomma, la "compressione del diritto di proprietà" era ormai diventata intollerabile, secondo i giudici. Di sicuro, la recrudescenza attuale del contagio cambia in qualche modo le carte in tavola. Del resto, la stessa sentenza della Corte Costituzionale aveva invitato il legislatore ad "adottare altre misure più idonee per realizzare un diverso bilanciamento, ragionevole e proporzionato," se "l'evolversi dell'emergenza epidemiologica lo richiede".
> Art. 42 – (…) La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. (…)
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Fine delle speranzeRedazione · Emergenza casa
Qualcuno getta la spugna e, dopo aver ricevuto lo sfratto, se ne va. È il caso di una famiglia tunisina seguita dal Movimento Lotta per la casa, che dopo trent'anni di vita e lavoro in Italia, con tanto di cittadinanza e figli nati qui, ha deciso di rientrare al paese d'origine. Non tutti però: il padre infatti, cinquantenne, avendo perso il lavoro per la pandemia, non rientrerà al paese d'origine, in quanto dovrà cercarsi un altro lavoro. Dove? "Non in Italia – spiega la moglie, che parla un perfetto italiano – chi lo prenderebbe un cinquantenne? Dovrà recarsi in un altro paese europeo, presso altri parenti". Lei e i figli, in Tunisia. Aspettando che il padre trovi il modo di tornare tutti insieme. Ormai italiani, costretti a lasciare una seconda volta la patria: la prima per povertà, la seconda, pure.
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Pulcini maschi: non chiamatelo progressoRestiamo Animali · Ipocrisie
La determinazione del sesso già dall'uovo evita loro il massacro, ma certo non cambia di una virgola il destino amaro delle galline.
L'industria alimentare e una parte dei benpensanti hanno esultato quando un emendamento alla legge di Delegazione europea ha stabilito che dal 2027 in Italia sarà obbligatorio determinare il sesso del pulcino nell'uovo attraverso appositi dispositivi spettrofotometrici prima della schiusa, risparmiando così la vita a decine di milioni di pulcini maschi, condannati a morte nelle prime 24-48 ore dalla nascita: un effetto collaterale del consumo massivo di uova.
Il sessaggio – l'esame del sesso di un volatile – è attualmente un'operazione manuale, svolta da personale veloce e bene addestrato, perché i pulcini da selezionare passano su un nastro trasportatore, vengono presi uno per uno, controllati e poi divisi: le femmine sono messe da parte mentre i maschi vengono trasportati, vivi e pigolanti, verso l'imbuto del tritacarne, o uccisi per soffocamento in appositi sacchi. Sono considerati scarti in quanto non producono uova, hanno una carne fibrosa ma soprattutto crescono molto lentamente rispetto ai polli broiler, che, essendo progettati per il mercato della carne, hanno una crescita veloce e abnorme del petto.
Il vantaggio di non nascere sarà, per i pulcini maschi, del tutto accidentale e marginale, ma rappresenterà un sicuro vantaggio per le aziende, che oltre a giovarsene a livello di immagine, risparmieranno sui costi del sessaggio e dello smaltimento.
L'apparente "umanità" della norma finisce per spostare l'attenzione dal nodo critico della questione, cioè l'ingiustizia dello sfruttamento animale: basti pensare alle galline, che non vengono mai menzionate nelle notizie sulle nuove regole, eppure sono loro a fare le uova, non certo le industrie che ne traggono profitti. Esse continueranno a essere allevate, costrette in gabbie o recinti e trattate come macchine biologiche per la produzione di uova; in una visione pienamente cartesiana dell'animale-macchina, sfruttato all'inverosimile e senza scarti, le galline non esistono, non sono individui ma oggetti.
Questo nuovo divieto è un progresso? Non secondo noi. Progresso reale sarebbe la scelta di mettere finalmente in discussione lo sfruttamento animale e non limitarsi a mitigarne le conseguenze in modo del tutto marginale e surrettizio. Dal 2027 non nasceranno più pulcini maschi ma continueranno a nascere le femmine, destinate a vite tanto brevi quanto di intenso sfruttamento, che termineranno in un mattatoio.
Questo emendamento – come esplicitamente dichiarato nel testo – si inserisce nel solco di quei provvedimenti che vanno sotto il nome di "Benessere animale", il cui unico scopo è rendere l'allevamento e lo sfruttamento più accettabili per i consumatori.
Sono ormai le aziende stesse a premere per il benessere animale, un concetto che in realtà è un ossimoro: nell'industria della carne non può esservi alcunché di positivo per gli animali. Le macchine per il sessaggio non cambieranno l'ordine delle cose.
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Il pino, verde ombrello che rinasce dal fuocoIlaria Morelli · Millefoglie
Alzi la mano chi non sa riconoscere un pino, una presenza così familiare da lasciare numerose tracce anche nella toponomastica di Firenze, per non parlare delle decine di località e poderi sparsi in tutta la Toscana che prendono il nome da questo albero. Il genere Pinus conta numerose differenti specie distribuite un po' dovunque, dalle coste del Mediterraneo fino all'alta quota. Pino domestico, marittimo, nero, d'Aleppo, silvestre… In Toscana troviamo le specie mediterranee e in particolare il pino domestico. Sempreverde, tronco eretto, chioma a ombrello, gli aghi riuniti in mazzetti di due, è il pino che produce i pinoli (in passato chiamati anche pinocchi) e che forma le pinete dei litorali. In Italia si trova anche spontaneo, ma le pinete fatte unicamente o quasi da pino domestico sono tutte impiantate artificialmente, come quelle della Maremma grossetana, dove venivano seminati pini lungo le dune costiere una volta terminata la bonifica. Oggi ha un valore paesaggistico, ma nel passato il pino veniva coltivato per la sua rilevanza economica in quanto forniva numerosi prodotti: pinoli, legno e resina, una secrezione appiccicosa ottenuta dall'incisione dei tronchi, insolubile in acqua, da cui si estraevano la pece greca e la trementina, detta anche acqua ragia, utilizzata come solvente.
Come sa bene chi si occupa di antincendio boschivo, i pini, secchi e resinosi, sono altamente infiammabili. Potrebbe sembrare un punto di debolezza, ma in realtà i pini si sono espansi a danno di altre specie proprio grazie agli incendi. Le pigne, che contengono i semi, sono molto resistenti al fuoco e si aprono col calore. Al momento dell'incendio le pigne rilasciano i semi che daranno vita a nuovi alberi consentendo al pino di insediarsi nell'area bruciata prima delle altre varietà arboree. Da sempre la pigna è simbolo di forza vitale e la ritroviamo come elemento decorativo assai ricorrente di facciate e cancelli di ville e giardini storici.
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Pellicce, finalmente lo stop. Salvati settemila visoniCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali
La lotta animalista è durata anni, a forza di campagne informative, di azioni dirette, di petizioni e infinite forme di pressione: alla fine il parlamento ha detto stop. Stop agli allevamenti di animali destinati a essere uccisi per farne pellicce. La norma – un emendamento alla legge di bilancio, prima firmataria Loredana De Petris, votata negli ultimi giorni del 2021 – specifica il divieto di allevare "visoni, volpi, procioni, cincillà e animali di qualsiasi specie che vengano fatti riprodurre in cattività e uccisi con lo scopo di ricavarne pellicce".
È un atto di civiltà, che mette fine a una pratica orribile, del tutto superflua e ormai anacronistica: l'esibizione di pellicce di animali, da segno di status e di eleganza, è diventata, nella percezione di molti, una macabra pacchianeria, oltre che incompatibile con la mutata considerazione per la vita animale.
Nel concreto, il divieto mette fine agli ultimi cinque allevamenti di visoni esistenti in Italia (nel nostro paese non ci sono allevamenti di altre specie), distribuiti nelle province di Brescia, Cremona, Forlì-Cesena, Ravenna, L'Aquila. Sono strutture nelle quali, complessivamente, prima dell'esplosione della pandemia si allevavano e uccidevano circa 60 mila visoni all'anno; è seguita la crisi del settore, con i casi di infezione da coronavirus che hanno colpito allevamenti in tutta Europa. Al momento, nelle cinque strutture italiane in via di chiusura restano 7039 prigionieri, che saranno messi in salvo in collaborazione con associazioni animaliste.
Lo stop agli allevamenti di pellicce è importante in sé, ma è anche un interessante precedente per come è stato realizzato. La norma prevede un indennizzo alle aziende per la dismissione delle strutture e un contributo per la riconversione ad altre attività: nello specifico, nella produzione di energia rinnovabile. È un modello che potrebbe essere applicato ad altri comparti dello sfruttamento animale.
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Storie liberate: scrivere dal carcereClara Baldasseroni · Creatività
La rete "Vagabondi delle stelle".
Il Collettivo Informacarcere del Centro Sociale Evangelico di Firenze sta realizzando il progetto "Storie liberate" con i proventi dell'8 per mille della Chiesa Valdese. L'obiettivo è valorizzare la narrazione di esperienze personali cercando così di favorire il benessere psico fisico dei detenuti, promuovendo percorsi di inclusione e facendo conoscere anche all'esterno la realtà del carcere.
Sotto il nome "Vagabondi delle stelle", ripreso da un famoso libro di Jack London, sono stati organizzati dal Collettivo già alcuni incontri alla BiblioteCanova di Firenze. L'obiettivo è promuovere la scrittura all'interno delle carceri con laboratori che spingano verso una produzione giornalistica da destinare a giornali locali, e verso relazioni di tipo epistolare, affinché si possa stimolare la nascita di nuovi scrittori e magari la creazione di nuove pubblicazioni.
Il punto di partenza è costruire una rete nelle varie città dove si trovano le carceri, e attraverso dei tavoli di lavoro svolgere delle azioni concrete aprendo un dialogo culturale. La partenza è rilevare i laboratori di scrittura già presenti ad oggi nelle strutture detentive, e poi arrivare a realizzare un convegno entro il 2022, in modo che funzioni in modo efficace la rete "Vagabondi delle stelle: scrittrici e scrittori dalle carceri".
Le realtà che sono interessate al progetto possono contattare il Collettivo Informacarcere tramite l'indirizzo mail che trovate in fondo.
È già esistente una loro collana editoriale dal nome "L'evasione possibile", che riguarda le difficili esperienze di vita collegate al regime 41 bis. Attraverso di essa è in previsione una nuova pubblicazione e la ristampa di "Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis", di Pasquale De Feo, con il fine di promuovere la collana stessa accogliendo allo stesso tempo proposte e idee.
Esistono già vari libri pubblicati, tra cui: "Poesia d'amore dal carcere" di Giovanni Farina e "L'inferno dei regimi differenziati – 41 bis, aree riservate, 14 bis, AS" di Alessio Attanasio. Entrambi i volumi sono pubblicati dalle edizioni Libri Liberi e i loro autori sono delle persone che vivono una condizione di detenzione all'interno della struttura carceraria.
Altra notizia di interesse è che presso la BiblioteCanova di Firenze esiste un fondo librario, il Fondo "Bruno Borghi", gestito dal Collettivo Informacarcere del Centro Sociale Evangelico, che è completamente incentrato su questo tema, e anche altri temi sociali. Il Fondo raccoglie circa 1000 tra volumi, libri e opuscoli, il catalogo del materiale è consultabile sul sito della biblioteca.
Con l'organizzazione di mostre per le scuole e di una giornata aperta dedicata al Fondo si cercherà di farlo conoscere ad un pubblico più ampio.
L'azione per la sua gestione si dispiega dunque tra il Collettivo, la BiblioteCanova e gli operatori che gestiscono anche la biblioteca del carcere di Sollicciano – maschile e femminile – e della casa circondariale "Mario Gozzini".
Per partecipare potete contattarli attraverso il seguente indirizzo mail: collettivocse.informacarcere@gmail.com
Centro Sociale Evangelico – Via Manzoni, 21 – 50121 Firenze – Tel. 055/2478476
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Alessandro Sinigaglia, vita e morte del patriota meticcioRiccardo Michelucci · Firenze Ribelle
Alessandro Sinigaglia, uno dei simboli della Resistenza fiorentina, era figlio di un ebreo originario di Mantova e di una donna nera da poco emigrata dagli Stati Uniti. I due si erano incontrati a Villa Smith, a San Domenico di Fiesole (oggi Villa La Fonte), dove lavoravano al servizio di una ricca famiglia di imprenditori statunitensi. Il loro passato di persecuzione e segregazione lasciò un segno anche in Alessandro, che fin dal primo dopoguerra si schierò decisamente sul fronte proletario e a difesa delle minoranze. Nel 1921, dopo la morte della madre, si trasferì in Santa Croce, in un piccolo appartamento in via Ghibellina. Mentre lavorava nella modesta officina del padre in via de' Macci, il giovane Sinigaglia si accostò prima all'organizzazione antifascista degli Arditi del Popolo, poi alle idee comuniste. E proprio nel partito da poco fondato da Antonio Gramsci assunse incarichi significativi che lo portarono in giro per l'Europa. Quando scoppiò la guerra di Spagna, Sinigaglia partì volontario per unirsi all'esercito repubblicano, mettendo a frutto l'esperienza degli anni del servizio militare in Marina. Al momento della vittoria di Franco finì in un campo di concentramento in Francia.
Nel 1941, nel pieno della Seconda guerra mondiale, i fascisti lo fanno uscire e lo inviano al confino nell'isola di Ventotene. Come tanti altri detenuti ed esiliati politici, riacquista la libertà solo dopo la caduta di Mussolini, nell'estate del 1943, e dopo quasi 15 anni può finalmente tornare a Firenze. Sceglie il nome di battaglia "Vittorio" e inizia a guidare i Gruppi di azione patriottica fiorentini rivelandosi un grande capo carismatico.
Ma la sua vita trova un drammatico epilogo il 13 febbraio 1944. Quella sera sta cenando in una trattoria del suo quartiere, in via Palmieri, quando viene riconosciuto da due fascisti della banda Carità. È disarmato e non può far altro che tentare la fuga. Esce di corsa dalla trattoria ma dopo pochi metri una scarica d'arma da fuoco lo fa stramazzare al suolo e gli impedisce di partecipare alla liberazione di Firenze, che arriverà sei mesi dopo.
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Mutilazioni genitali femminili e intersex: due pesi e due misureMichela Balocchi e Ino Kehrer · Intersexioni
Il 6 Febbraio è la giornata internazionale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili (MGF). Ogni anno si stima che 3 milioni di bambine sotto i 15 anni vi vengano ancora sottoposte, nonostante che tali pratiche siano state riconosciute a livello internazionale come violazione dei diritti umani fondamentali. Nel 2012 l'Unione Europea ha raccomandato agli Stati membri di vietarle e, oggi, 14 Stati su 27 hanno adottato leggi specifiche in tal senso.
Lo scorso ottobre a Firenze intersexioni e Uncover.it hanno organizzato l'incontro dal titolo "FGM/IGM: due pesi e due misure" (https://bit.ly/3tdgzhd) con l'obiettivo di informare su cosa siano le MGF e le MGI (mutilazioni genitali intersex), affrontandone gli aspetti medici, sociali e giuridici. In entrambi i casi si tratta di interventi non consensuali praticati su genitali sani, per ragioni culturali e non terapeutiche, con effetti irreversibili sull'integrità e la salute psico-fisica di chi vi viene sottoposto. Ma mentre le MGF sono vietate sia a livello internazionale sia nazionale, le MGI vengono ancora praticate perché considerate terapeutiche, nonostante che non vi siano dati scientifici a sostegno di questo approccio e nonostante le proteste di attivistə e accademicə sin dal 1990, che ne testimoniano e denunciano gli effetti irreversibili e dannosi.
Mentre alcuni organismi internazionali hanno iniziato a condannare tali interventi sui minori intersex, ancora pochissimi Stati hanno adottato misure legali specifiche per vietarli.
Il convegno su MGF e MGI (che ha visto la partecipazione delle giuriste Anita Catania e Ino Kehrer, della ginecologa Lucrezia Catania, della sociologa Michela Balocchi e dell'attivista intersex Sabina Zagari) è stato il primo passo intrapreso: ne parleremo ancora e ne parleremo finché anche gli interventi non salvavita e non consensuali sui minorenni intersex saranno riconosciuti e trattati in Italia come mutilazioni genitali e dunque come violazioni dei diritti fondamentali delle persone.
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Volevo parlare di questa cittàFraska · Firenze
Volevo parlare di questa città.
Volevo parlare di questa città e parlarne bene, come un poeta. Volevo scrivere di occhi lucidi di sentimento e profumo intenso. Volevo scrivere che tutto può succedere di notte a Firenze, anche innamorarsi per sempre e così sia. La luna sui ponti. Volevo raccontare le piazze piene di risate e vino e chitarre e ragazze bellissime. Volevo ripassare ogni amico e ogni sguardo e ogni saluto, scivolare tra i ricordi e ricordare solo il meglio, il meglio di tutti noi.
Volevo, ma non voglio più…
Non dopo un'altra ragazza succhiata via dalla vita.
Non dopo un'altra vita schiacciata giù in una strada.
Non dopo questa solitudine, questo morire prima e poi, ma anche un po' durante.
Non si può. Perché gli occhi sono lucidi di pianto e di intenso c'è solo lo stridere delle attenuanti che questa città ha perso nei confronti della mia generazione.
Non posso, a meno di scegliere di girare la testa altrove e scacciare la realtà del quotidiano rifugiandomi in romanticherie fuori tempo e luogo.
Le labbra dei baci caldi sono una bocca gelida su Firenze e sento passi furtivi alle spalle. Il blu dipinto di blu è un grigio merda secca di giorni e l'aria sa di muco nella gola. Quando la mattina presto, sui mezzi, c'è solo gente che si ripara dal freddo e non va da nessuna parte che non sia nient'altro che altri due minuti via dalla brina. Quando cammino per strada e non c'è né visi né facce, ma solo ombre ed occhi spioni.
I vigliacchi ormai possono anche guardarsi allo specchio, perché gli specchi non hanno più teste per cui riflettere. Il testimone è scomparso. Lo specchio è un vetro cui guardare attraverso e dove lo sguardo può, attraversando ormai scarsi contenuti, rimirare un'altra patetica immagine dell'ennesimo tradimento di sé.
Volevo scrivere un'altra storia divertente e riderne con qualcuno che mi conosce bene e può anche prendersi gioco di me. Volevo, ma ormai quel qualcuno è più nessuno ed io sono rimasto con la penna schizzata sul foglio e la trama inceppata. La paura nel sangue.
Questo posto ha una responsabilità: il municipio, i cittadini, la questura, le scuole, le ASL, etc.
Questa città aveva una storia ed era una bella storia. Io avevo una storia ed era una bella storia da raccontare. Ad entrambi è rimasto solo un appiglio da cui stiamo scivolando.
Ruote panoramiche per sputare dall'alto in basso sulle teste di chi è rimasto senza ticket.
Sì, una volta era tutto maledettamente sexy. Ora è tutto molto McDonald con le brache calate, una Coca oscena davanti occhi innocenti, occhi feriti da un'insostenibile assenza.
Manca l'anima.
Quando si perde l'anima si perde la vita, si perde la vita, si perde la voglia, passa l'attimo; le circostanze si sono fatte circospette.
Ho la fortuna di poter dire d'essere ancora da questa parte della barricata (del resto si crepa da vivi e non da morti…), ma non è più una benedizione. Tutti ganzi a fare il poker face. La tristezza mi succhia l'uccello.
Così stavolta niente storie allegre, posso solo dire: in bocca al lupo!
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Quella caccia alle streghe che non è mai finitaGiuliana Mesina · Fuori Scaffale
Il termine femminicidio si è diffuso negli anni '90 del secolo scorso, ma è il termine che Ilaria Simeone richiama in questo libro a metà fra saggio e narrazione, dove ci conduce in un viaggio dalla fine del '500 al primo ventennio del '700, nel nord Italia, raccontando la condanna per stregoneria di molte donne, alcune note, altre ancora sconosciute.
L'autrice, studiosa e giornalista, ha analizzato gli atti dei processi: le vicende narrate sono quindi realmente accadute. Caterina, Toldina e le altre sono "eroine dello scandalo", dal significato greco del termine skandalon: insidia, ostacolo, inciampo.
"C'è un'inaspettata bellezza negli interrogatori, nelle deposizioni, nelle lettere, nei documenti ufficiali, […] volevo che quelle voci forti, moleste, scandalose, si riappropriassero della loro bellezza", dichiara l'autrice.
Ed è realmente così: c'è una profonda bellezza nel recuperare le voci e le fisionomie di queste donne, quando si coglie la terribile banalità del male in una società misogina capace di inaudita ferocia.
Ormai lo sappiamo, le streghe erano in realtà povere donne, soggetti deboli, mediamente ignoranti: gran parte delle vittime, oltre che indigenti, erano malate, disabili e comunque quasi sempre sole. È sempre presente un pregiudizio sessuale: la presunta strega è ambigua, spesso non maritata, veniva accusata di concedersi sessualmente al demonio a dimostrazione di una natura perversa, malefica.
Una storia durata centinaia di anni, quella delle streghe perseguitate dalla Chiesa: è ancora controverso il numero di donne condannate e sottoposte a esecuzione per stregoneria, c'è chi parla di decine di migliaia, c'è chi riduce a qualche centinaio. Ma il ridimensionamento delle stime sul numero di vittime non deve far sottovalutare la portata del fenomeno: la caccia alle streghe influenzò comunque la vita di milioni di persone.
E se ancora oggi i numeri dei femminicidi sono ogni giorno più preoccupanti, può darsi che sia necessario ripartire dalle streghe per difendere il seme della libertà che tutte le donne portano in sé.
Ilaria Simeone, Streghe. Le eroine dello scandalo, Neri Pozza Editore
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Strade che si intrecciano: ecco la vera ricchezza di MAGChiara Manetti · Se Hai, Hai Per Dare
Potrebbe sembrare un paradosso ma la "ricchezza" che Mag Firenze offre non è rappresentata dal denaro; risiede principalmente nelle relazioni che possono scaturire tra le persone, nel tentativo di annullare la differenza tra chi siede dalle due parti opposte del tavolo: quella che richiede e quella che ascolta.
Il primo incontro è particolare, abbiamo solo letto la richiesta di prestito, il progetto ci piace ed è in linea con i principi di MAG Firenze, ma spesso non conosciamo le persone che incontreremo.
Generalmente siamo tutti un po' imbarazzati ma poi, quando le persone iniziano a raccontare la loro idea e il loro sogno, diventiamo sempre più interessati; è come se una parte di noi partecipasse al progetto. Ovviamente non è così per tutti, né per tutti i prestiti che MAG assegna.
Al primo incontro ne seguono altri, dove piano piano iniziamo a costruire delle relazioni, dove aumenta la fiducia reciproca e cerchiamo di entrare dentro il progetto non da erogatori di denaro ma da compagni di viaggio. Spesso cerchiamo di intrecciare le nostre strade anche oltre il prestito, partecipando e condividendo iniziative comuni: una cena, un mercatino, uno spettacolo teatrale...
E così, non solo abbiamo finanziato progetti importanti – come allevare le api, produrre cibo biologico a basso impatto, offrire modalità educative e terapeutiche alternative, sviluppare arti espressive per promuovere l'inclusione, integrazione e il dialogo, rendere possibili progetti di autorecupero e riciclo, permettere la nascita di piccole case editrici, sostenere piccoli artigiani locali – ma abbiamo trovato nuovi amici.
Queste modalità esprimono un rovesciamento delle priorità e indicano la vera attività di MAG Firenze: la mutualità, lo sviluppo della solidarietà, la crescita delle relazioni e il ribaltamento dei ruoli fra chi, per una ragione o per un'altra, si trova a chiedere un prestito e chi ha una ricchezza in eccesso da restituire.
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Circolo 25 Aprile #luogoamicoRedazione · Servizio
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Pubblichiamo con piacere la fotografia che ci hanno inviato i nostri lettori e le nostre lettrici della Casa del Popolo 25 Aprile di via del Bronzino. Dal mese di gennaio il circolo è infatti diventato un #luogoamico di Fuori Binario, tra i primi di una serie che auspichiamo numerosa.
Tutti i mesi i soci, le socie, e chiunque capiti al 25 Aprile, potranno leggere il nostro giornale e contribuire alla sua crescita e al sostegno dei tanti senza fissa dimora che lo distribuiscono. Un grazie particolare ad Elisabetta Togni Dalla Torre, a Maria Grazia Campus e al coro Musiquorum per aver creduto al nostro progetto. Diventare #luogoamico di Fuori Binario vuol dire infatti far conoscere il nostro tentativo di fare giornalismo dal basso e allo stesso tempo, con il ricavato della vendita, abbattere il costo vivo a copia per i diffusori.
Se avete un #luogoamico da proporre non esitate! Scriveteci a redazione@fuoribinario.org o telefonateci allo 0552286348.
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Nella calza della befanaRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia
è il 5 sera, siamo alla vigilia, i bimbi attendono la calza, tra lo scroscio della pioggia un rumore li attira, tante lucine azzurre, pensano al suo arrivo. Non è così, non è come farebbe la befana, no, non direbbe così forte, FUORI TUTTI!!! La befana resta nei cuori dei bimbi e ora dove trovarli? in quale casa? qualcuno l'ha preceduta e ha portato il carbone. Eppure non sono cattivi hanno solo bisogno, con i loro genitori, di vivere una vita dignitosa e normale, stanchi di subire per sopravvivere. Questo spesso accade a Firenze, città dell'accoglienza di cui molti hanno perso la ragione. Ancor più in questa vicenda perché, chi ha chiesto con urgenza lo sgombero, le suore che, all'Epifania, con molta ipocrisia han rimosso il dovere.
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Sole e canapa possono salvare il pianetaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Alcune idee concrete per evitare la catastrofe
In Canada i venti a 350 chilometri all'ora hanno portato piogge torrenziali allagando le autostrade, così le patate prodotte non hanno potuto raggiungere il porto ed in Giappone hanno dovuto razionare le patatine.
Vista la posta in gioco non possiamo più farci grandi illusioni ma dobbiamo lavorare da subito al cambiamento e lo dobbiamo fare su due piani.
Il primo è quello di convincere in maniera nonviolenta le istituzioni a fare i passi che solo loro possono fare: sul piano industriale acquisire tutte le fabbriche in crisi e convertirle ai lavori necessari alla transizione ecologica, che sono tanti e da fare alla svelta come la rieducazione di milioni di automobili all'auto-produzione di energia e l'isolamento termico degli edifici, con isolanti che possiamo produrre con il Sole e la terra, come la canapa.
Già che se ne parla, smettiamola di evitare l'argomento, perché la canapa industriale assorbe da subito quattro volte l'anidride carbonica di una pianta media: è la pianta che può salvare il pianeta. È proprio per questo che ogni provincia sul piano agricolo deve subito realizzare un impianto di prima lavorazione per ridurre ai minimi termini i costi di trasporto: la canapa è tanta roba, è la pianta che produce più biomassa in assoluto.
Il secondo è dare a tutti la possibilità di usare l'energia di due metri quadrati di Sole, il Sole è di tutti, lo cantava anche Stevie Wonder, un diritto inalienabile dell'Uomo e della Donna, da scrivere in tutto il mondo, ed un impegno concreto per tutti noi che non vogliamo aspettare: siamo gli ultimi, dobbiamo essere i primi.
Promuovere l'alfabetizzazione solare e la realizzazione di impianti fotovoltaici per chi ha bisogno, far volare la fantasia e condividere le scoperte, realizzare gruppi di lavoro e di studio multidisciplinari in ogni quartiere.
Se contiamo in 50 milioni di persone la nostra popolazione, 50 milioni x 2 metri quadrati fanno 100 milioni mq... Dato che ogni metro quadrato produce 180 watt di energia, 100 milioni x 180 producono 18.000.000 kiloWatt.
Da considerarsi come Presidi di protezione civile individuale.
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Spero ci siano scintille di intelligenza di ragazze e ragazzi che vogliono imparare a ribaltare tuttoSimona Baldanzi · Stazione di posta
Giorni fa è entrata in Cgil a Prato una ragazza giovanissima e ha chiesto di avere un colloquio per lavorare. Leggendo su internet "camera del lavoro" pensava fosse un'agenzia interinale.
In un istituto tecnico superiore un ragazzo di diciassette anni era convinto che lo sciopero fosse illegale.
Una ragazza venuta a fare domanda di Naspi quando le ho spiegato che gliel'avevano respinta per mancanza di contributi mi ha chiesto cosa fossero.
La scuola deve sì avvicinarsi al lavoro, ma in termini di conoscenza, di diritti, di alfabetizzazione alle parole dei mestieri e dei sistemi economici, di storia di lotte e sindacato, di educazione civica, di costituzione, di comprensione dei rapporti di forza, di letture di contratti e buste paga.
Invece la zuppa che ci propinano da decenni è essere sempre più abituati ad essere sfruttati, a coltivare mansuetudine, a rimanere ignoranti per essere ricattabili o rimanere in limbi precari infiniti. E vogliono pure iniziare da elementari e medie.
Spero ci siano scintille di intelligenza di ragazze e ragazzi che vogliono imparare a ribaltare tutto. Anche contro chi mette in fila una sequela di indignazione seriale senza cambiare nulla che inizio a trovare disgustosa.
Simona Baldanzi
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L'erosione dei diritti dei lavoratori nasce già dal reclutamentoDiego Acampora · Stazione di posta
Caro Fuori Binario,
ti propongo una riflessione sulle offerte di lavoro che si trovano sui social (su Facebook ma tante anche su Linkedin) perché ci dicono ancora tantissimo di quale razza di paese siamo: Cerchiamo figura X nella città Y, inviare curriculum a Z. Nessuna descrizione delle mansioni e delle competenze necessarie, nessun inquadramento contrattuale.
Quando gli utenti richiedono queste informazioni la social media manager risponde: stiamo valutando i curriculum e risponderemo solo a quelli che corrispondono alle nostre richieste. Una volta è intervenuto un imprenditore d'azienda dicendo alla tipa: "guardi che per correttezza si risponde a tutti i curricula, ne va anche dell'immagine dell'azienda", non è stato neanche considerato.
Dall'altra parte della barricata cittadini famelici disperati che sgomitano e di questo orrore se ne fregano e insistono nell'invio di cv ad aziende che neanche si presentano.
Non avviene solo per aziende sconosciute o farlocche o impresentabili. Anche quelle rinomate non dichiarano quasi nulla delle condizioni contrattuali, delle ore richieste.
Il lavoro è una merce scarsa sulla quale si gettano tante persone accettando di partecipare alla gara del recruiting come in una trasmissione televisiva in cui devi indovinare cosa c'è nella scatola nera. Ecco cos'è l'inciviltà: di chi dà lavoro come i mazzieri al banco e di chi prova a prenderselo a qualsiasi costo. Due dinamiche che si nutrono a vicenda. È uno squallore totale.
Diego Acampora
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Pandemia, mancava solo la burocrazia...Monica Maglia · Stazione di posta
Esperienza diretta.
Risulti positivo ad un tampone fai da te (e sul positivo i dubbi sono praticamente inesistenti).
Telefoni al medico curante nella sola mezzora giornaliera concessa. Dopo vari tentativi e molti segnali di "occupato" finalmente il sanitario risponde: ti mando via mail la richiesta per il tampone molecolare. Fine della chiamata. Neppure la semplice domanda: ma come stai?
Il tampone molecolare conferma la positività al SARS-CoV2. Ti aspetti, secondo le procedure di cui hai sentito un gran parlare, che la Usl Toscana centro ti contatti ma.... dal 24 dicembre al 4 gennaio il telefono non squilla e nessuno si è fatto vivo. Per fortuna i sintomi sono abbastanza lievi ma con il passare del tempo sale il livello del giramento... Fossi stata un po' più anziana e i sintomi fossero stati più importanti?
Lascio a chi legge l'immagine desolante di quanta gente è stata lasciata abbandonata a se stessa in queste condizioni, alla faccia della tanto strombazzata sanità del territorio e di tante belle parole. Verba volant si dice e in questo caso di stronzate ne sono volate parecchie.
Monica Maglia
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Gira la ruota dello sfruttamento nel settore della moda e del lussoMax · In punta di china
Nel giorno di inaugurazione di Pitti Uomo i lavoratori precari bloccano la ruota panoramica voluta dal sindaco Nardella. Anche nella moda il tanto pubblicizzato rilancio dell'occupazione si regge su stipendi da fame e turni sempre più lunghi.
Dalla pagina "In punta di china", contenitore di tutte le cavolate, disegnini, macchie su carta (chiamate vignette) create da Max.
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani e Valentina Baronti (desk), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Clara Baldasseroni, Corrado Marcetti, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Gilberto Pierazzuoli, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Michela Balocchi, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Zara Boatto.
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.
DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Bartolomeo Piras (Careggi), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni e Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Danila Remus (Tranvia S.M.N.), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piagge, Repubblica, Cimabue).
SU INTERNET - www.fuoribinario.org | redazione@fuoribinario.org
CREDITI FOTOGRAFICI - Casa Bettola (1), Maria Chiara Cantini (6), Elena Pontil (7), Stefania Valbonesi (8), Cecilia Stefani (9), Cristiano Lucchi (12), Circolo 25 Aprile (13).
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.
Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org
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L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013
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CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093
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SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455
CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270
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CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479
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PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876
ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150
SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581
ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035
SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046
ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468
L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533
IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737
CENAC Via Rubieri 5r - 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375
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Dare forza a Fuori Binario. Scopri cosa puoi fare anche tuRedazione · Servizio
Un progetto che vale
Cara lettrice, caro lettore,
il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.
I nostri diffusori
La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.
Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto
La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. TUTTO CIÒ CHE OFFRIRAI IN PIÙ COSTITUIRÀ IL SUO GUADAGNO.
Come sostenerci
Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto, inoltre, Fuori Binario viene diffuso all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.
Le altre attività
L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.
I Luoghi Amici
Se apprezzi il nostro lavoro, se hai letto fino a quest'ultima pagina... ti proponiamo infine un nuovo modo per sostenere i nostri diffusori. Puoi certo acquistare il giornale in strada, abbonarti, oppure, ed è questa la novità, promuovere un "Luogo Amico" di Fuori Binario sul tuo posto di lavoro, nella tua associazione, nel tuo negozio o dovunque vorrai.
Funziona così. Ti proponiamo l'acquisto mensile di alcune copie a due euro l'una. In questo modo copriamo i costi tipografici (un euro) e alimentiamo la Cassa comune dei diffusori (l'altro euro) per ridurre il costo di acquisto a chi lo vende. Le copie che ti consegneremo puoi regalarle a chi pensi possa essere interessato, distribuirle ai volontari o attivisti, o anche rivenderle al prezzo che vorrai. La vostra realtà sarà inoltre segnalata e promossa come Luogo amico sul giornale.
Una rete solidale
Questa rete solidale intorno al giornale ha per noi una tripla valenza: ci consente di ridurre i costi di acquisto a copia per i diffusori, ci permette di rinsaldare i rapporti tra il giornale e le realtà cittadine e diventa più ampio il bacino dei lettori di un giornale indipendente.
Se abbiamo stimolato la tua curiosità scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.
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Diventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio
Cari aspiranti diffusori,
se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.
La redazione di Fuori Binario
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