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140 VITTIME
Moby Prince, trent'anni dopo la verità è ancora da scrivere
Fu strage o disastro navale? Incongruenze e depistaggi di Stato che lasciano insoluto l'ennesimo tragico "mistero italiano".
Francesco Sanna · Fuori Binario n. 237, Febbraio 2022, pagina 3
L'11 aprile 1991 i familiari di 140 persone si riversarono a Livorno spinti dalle notizie di un incidente tra il Moby Prince, il traghetto in cui erano imbarcati i loro cari, e la petroliera statale Agip Abruzzo. Ad oltre trent'anni da allora, la parte di quei familiari ancora in vita ripone in questo 2022 la speranza sincera di ottenere la verità su quanto accaduto nello specchio d'acqua davanti alla città natale di Mascagni. Questa verità passa ormai da una domanda precisa: la notte tra il 10 e l'11 aprile 1991 la rada di Livorno fu teatro di una strage o di un'incredibile omissione di soccorso pubblico?
Fu strage?
Se l'attuale indagine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze portasse a ricondurre il caso Moby Prince al reato di strage, si tratterebbe della più grande della storia repubblicana. Mai nessun evento stragista ha pagato un prezzo di sangue così elevato: 140 morti. La "Strage di Livorno" avrebbe, come in casi analoghi, degli esecutori, un movente e dei mandanti. Persone in parte ancora in vita in parte sicuramente decedute. E se per le seconde il giudizio arriverebbe solo dalla storia, per le prime, i familiari delle vittime potrebbero veder celebrato un nuovo processo penale - il terzo - perché la strage, art. 422 del Codice Penale, è uno dei pochi delitti dell'ordinamento italiano che non va in prescrizione. Per riconoscere una strage nel caso Moby Prince è necessario rifarsi alla definizione del reato: serve qualcuno che "al fine di uccidere" abbia compiuto "atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità". In tal senso le piste stragiste analizzate dalla DDA di Firenze e dall'attuale Commissione d'inchiesta parlamentare attiva sul caso, passano da due evidenze. La prima è la presenza di una bomba in un locale del traghetto dove avvenne di fatto un'esplosione. La seconda è la verifica della scelta - per alcuni familiari "l'ordine" - di "lasciar morire" passeggeri ed equipaggio del traghetto, di cui sarebbe prova la negazione del soccorso pubblico persino a quella parte di questi di cui c'erano segni obiettivi di una sopravvivenza compatibile con un intervento salvifico, incredibilmente mancato.
L'esplosivo a bordo
La tesi "bomba" si poggia sull'effettivo ritrovamento nel locale eliche di prua del Moby Prince di cinque sostanze usate per ordigni "ad uso civile" e due sostanze (pentrite e T4) presenti invece in esplosivi militari o plastici da demolizione, tra i quali il semtex-H che segnò la stagione stragista italiana del triennio 1992-1994. Alla tesi "bomba" credeva il pm che curò la prima indagine, Luigi De Franco, ma la abbandonò sotto il peso di una perizia offerta alla Commissione d'inchiesta ministeriale sul caso da Mariperman, élite esplosivista della Marina Militare. Secondo quest'ultima nel locale esploso avvenne una deflagrazione da gas che avrebbe bruciato le sostanze esplosive. Nessuno si chiese cosa ci facessero in un locale tecnico di un traghetto passeggeri e lì si chiuse la questione, nonostante le rivelazioni di un malavitoso sulla "proprietà" mafiosa di quel carico. La pista bomba è riemersa però nel 2018 dopo le nuove rivelazioni sul quadro assicurativo della vicenda. Il Moby Prince sarebbe infatti partito quella notte da Livorno con due polizze gemelle che risarcivano il suo armatore per un importo pari almeno al doppio del suo valore di mercato, di cui una specificamente rivolta a eventi "di guerra" tra cui attentati esplosivi.
L'uomo che fu lasciato morire
L'altra pista stragista ha a che vedere con le anomalie di un soccorso mai rivolto alle 140 vittime, la notte dell'incidente e la mattina successiva. Emblematico il caso di un cameriere del traghetto - Antonio Rodi - che alle prime luci dell'alba si mostrò integro e vivo benché a pochi metri da corpi arsi, come ritratto dal girato di un videoperatore che volteggiava sopra la poppa del traghetto su un elicottero dell'esercito. Rodi, probabilmente svenuto, fu lasciato in quella posizione e brucerà in favore di telecamere nelle due ore successive, sotto gli occhi di un elicottero dei Carabinieri. La sua storia è il simbolo di scelte dello Stato contrarie alle sue leggi. E in quel momento il coordinamento del soccorso, quindi la responsabilità di tali scelte, era della Marina Militare, come palesato da un documento riemerso dagli archivi solo nel 2021. Perché Rodi non fu soccorso? La risposta a questa domanda potrebbe rappresentare la chiave per determinare se ci troviamo di fronte ad una strage o al tragico risultato di una imperdonabile omissione di soccorso pubblico con cui lo Stato affrontò quel disastro navale, tramutandolo nella più grande tragedia della marineria civile italiana dal dopoguerra.
Il depistaggio
Fino a quattro anni fa questo disastro era raccontato come il tragico epilogo di un errore umano del comando del Moby Prince che, confuso da un banco di nebbia da avvezione capace di coprire la sola petroliera e lasciare visibili le altre navi in rada, si accecò accendendo dei piccoli fari per illuminare il ponte di manovra, finendo a tutta velocità contro una petroliera larga quanto tre campi da calcio, alta 25 metri, con un impianto di illuminazione pari a quello di uno stadio. A corollario di questo racconto, risultato falso, lo Stato raccontò in sentenza la menzogna più grande: la morte entro mezz'ora di tutte le 140 vittime. Questo incredibile "depistaggio giudiziario", come definito in Commissione d'inchiesta dal rappresentante dei familiari delle vittime Angelo Chessa, ha responsabili noti e mai perseguiti. Se nelle sentenze sono scritte falsità, se aziende di Stato hanno prodotto atti giudicati non veritieri, se perizie fatte in nome e per conto del popolo italiano - come quella sui tempi di sopravvivenza - riportano errori imperdonabili, qualcuno dovrebbe risponderne.
Le ipotesi
Nel frattempo però sia la Commissione d'inchiesta che la Procura di Livorno - titolare dell'indagine per territorialità, ad eccezione del reato di strage indagato dalla DDA di Firenze - continuano ad essere concentrate sulla ricostruzione dell'evento, inclusa la pista dell'incidente navale finito male. Se la Commissione guidata da Andrea Romano (PD) si è affidata in tal senso a Cetena spa per generare una ricostruzione 3D dell'evento a partire dai punti fermi noti, la Procura di Livorno ha approfondito con testimoni la pista del guasto tecnico. Il Moby Prince aveva in effetti un problema al mozzo delle eliche di dritta e presentava dopo la collisione un quadro da avaria alla timoneria. Tra le ipotesi ancora in piedi a giustificare l'incidente, infine, anche una precollisione tra Moby Prince e un mezzo non identificato, forse a servizio delle navi militarizzate americane presenti in rada la notte della collisione e cariche di armi di ritorno dalla Guerra del Golfo. Tutti scenari ad oggi ancora plausibili che attendono una verifica definitiva in questo 2022.
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Uscito sul numero 237 (Febbraio 2022), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
