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Archivio › Fuori Binario n. 237 · Febbraio 2022 › pagina 4

RESISTENZA

Libere tutte! Quando i GAP fecero evadere diciassette detenute da Santa Verdiana

L'azione fu guidata da Bruno Fanciullacci e Elio Chianesi durante l'occupazione nazifascista.

Corrado Marcetti · Fuori Binario n. 237, Febbraio 2022, pagina 4

La mattina del 9 luglio 1944, una domenica, verso le sei e trenta, un gruppo di uomini con la divisa da repubblichini di Salò o in borghese, preceduti da un ufficiale tedesco con la sua uniforme, si presentò all'ingresso del carcere femminile di Santa Verdiana a Firenze per operare il trasferimento di una detenuta. L'ufficiale tedesco chiese del comandante per procedere rapidamente all'esecuzione dell'ordine e si fece aprire il portone d'ingresso. Una volta all'interno del carcere, neutralizzati gli agenti e tagliati i fili del telefono, il gruppo si fece perentoriamente condurre alla sezione delle detenute politiche. Il rumore degli stivali militari, le voci maschili concitate e l'immagine dell'ufficiale tedesco sbirciata dallo spioncino facevano presagire il peggio alle prigioniere. Quando li vide davanti alla sua cella, temendo un trasferimento per nuovi interrogatori e torture, Tosca Bucarelli urlò dal suo letto: «Ammazzatemi pure ma io da qui non mi muovo». Le detenute della sezione gridarono in suo sostegno e anche la suora sorvegliante intervenne a difesa: «Ma lasciatele finalmente in pace queste poverette». Non c'era tempo da perdere, Bruno Fanciullacci si avvicinò e le disse: «Toschina, siamo noi».

Quel "noi" stava per i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica) fiorentini, di cui Tosca era stata parte attiva fino all'arresto, subito il 20 febbraio 1944 per il fallito attentato al bar Paszkowski, affollato da ufficiali tedeschi. L'azione a Santa Verdiana era stata ideata nella casa del pittore Ottone Rosai, in via de' Benci 17, dove Fanciullacci era nascosto, ancora convalescente per le pugnalate ricevute da uno degli sgherri di Carità durante gli interrogatori seguiti all'arresto del 21 aprile 1944. Era l'uomo più ricercato di Firenze dopo la liberazione dall'ospedale in via Giusti, in cui era stato ricoverato per la gravità delle ferite subite. La casa di Rosai, "fascista della prim'ora", era ritenuta dai GAP un rifugio sicuro in cui nascondersi.

In realtà, Rosai non era indenne dai sospetti dei repubblichini dopo il suo distacco dal fascismo e la crescita dei contrasti con gli uomini del regime. Ma certo non era da questi immaginabile che "quel pederasta" desse rifugio a gappisti e partigiani ricercati, come il pittore Enzo Faraoni, responsabile coi suoi compagni di aver fatto esplodere l'11 giugno 1944, sotto Poggio alla Malva, otto vagoni carichi di tritolo del dinamitificio Nobel destinati alle truppe tedesche.

A casa Rosai era nascosto anche un ufficiale tedesco antinazista, passato nei ranghi della Resistenza, Alexander Schmiemann. Era stato necessario coordinare i due GAP di Bruno Fanciullacci e di Elio Chianesi per realizzare l'impresa a Santa Verdiana. Ed occorreva agire con tempestività, perché Tosca aveva il destino segnato. Non c'era da attardarsi: a Santa Verdiana Enrica Calabresi si era avvelenata il 18 gennaio 1944 e Carolina Lombroso, moglie del partigiano Eugenio Calò, era stata prelevata a maggio dalla sua cella insieme ai tre figli e deportata ad Auschwitz, dove tutti trovarono la morte. Anna Maria Enriques Agnoletti, del Movimento cristiano sociale, che collaborava col Partito d'Azione, in cui militava suo fratello Enzo, era stata a sua volta portata via e fucilata nel bosco di Cercina il 12 giugno 1944.

In quella bufera di rappresaglie, sangue e orrore che l'occupazione nazifascista riversava anche sulle carceri, poco potevano fare il direttore delle carceri fiorentine Giovan Battista Mazzarisi (in contatto col C.L.N), di fatto esautorato dai suoi compiti dagli aguzzini di regime, e Madre Ermelinda (al secolo Agnese Carducci), energica madre superiora delle suore della Congregazione di San Giuseppe dell'Apparizione, che operavano nel carcere cercando di alleviare le sofferenze inferte alle prigioniere politiche e ebree. Madre Ermelinda era però riuscita a ricollocare tutte le detenute politiche insieme, nella sezione al piano terra. Informazioni e notizie filtravano dal carcere attraverso la giovane figlia di Mazzarisi, Maria Carmela, e altri segreti canali di comunicazione. Dall'alta finestrella di un gabinetto al secondo piano del carcere, raggiungibile con accortezza durante l'ora d'aria, si potevano talvolta scambiare a distanza informazioni, col linguaggio dei segni, con qualcuno che a orari prestabiliti si fosse fatto trovare in un punto preciso della sottostante piazza Ghiberti. Occorreva un'azione che rompesse gli indugi, che facesse irrompere liberazione e umana fraternità.

Nella sezione erano presenti 17 detenute. Compagna di cella di Tosca era l'azionista Andreina Morandi, arrestata insieme ai genitori, il 7 giugno 1944, in seguito ai fatti di Radio Co.Ra, in cui il fratello Luigi, radiotelegrafista, era stato ferito a morte. In sezione c'era un'altra Tosca, Tosca Martini, operaia del lanificio Forti, attiva nell'organizzazione della lotta contro il fascismo in Val di Bisenzio, arrestata su delazione per aver issato, in occasione del Primo maggio 1944, sul cipresso più alto di Usella, frazione di Cantagallo, una bandiera rossa cucita dalle donne del paese e per aver affisso volantini antifascisti. Nella sezione erano anche detenute Milena Dami, moglie di Mario Martini, il capo della Resistenza nel pratese, riuscito rocambolescamente a fuggire dopo l'arresto, e sua figlia Milena. Il figlio quattordicenne, Marcello, era stato deportato a Mauthausen. Era lì anche l'infermiera, che aveva fornito ai GAP le notizie necessarie a rintracciare subito Fanciullacci all'interno dell'ospedale, agevolando l'azione che aveva portato alla sua liberazione. Diverse recluse erano state ritenute colpevoli di aver fatto parte di una qualche rete di assistenza che garantiva nascondigli, documenti falsi, sostegno a clandestini e fuggiaschi. C'erano anche due signore inglesi, accusate di aver aiutato dei militari inglesi fuggiti dalla prigionia. «O tutte o nessuna», aveva fatto sapere Tosca Bucarelli. E a sua volta la madre superiora ribadiva ai gappisti: «Portatele via tutte, perché quelle che restano me le prendono e le fucilano». «Ci sono anche queste», richiamava la suora portinaia che apriva le celle nel corso dell'azione.

Uscirono a gruppetti per non allertare gli agenti di guardia del vicino carcere delle Murate. Tosca Bucarelli, che aveva ancora gli occhi tumefatti e camminava a piccoli passi a causa dei danni permanenti che le erano stati inferti, andò via sulla canna della bici di Fanciullacci. Le altre si dispersero per il mercato e per le stradine del centro, trovando poi rifugio da parenti, amici, o in qualche istituto religioso. Nessuna delle evase fu ripresa.

Nel suo diario, Vita da gappisti, così scrisse Fanciullacci: «Oggi domenica 9 del mese di luglio 1944 è per me un giorno memorabile, un giorno che mi ha ricolmato di felicità, di quella felicità che si sente ma che non si potrà mai esprimere a parole».

(Bruno Fanciullacci ritratto da Ottone Rosai)

Pagina 4 del numero 237 Uscito sul numero 237 (Febbraio 2022), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero