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La conquista del diritto all'abitareSabrina e Monica (Associazione Un Tetto sulla Testa) · Autorecupero
Uno spazio di vita che si fonda sulle relazioni e la conoscenza reciproca. La proposta di un'assemblea comune.
> La realtà è complessa: per modificarla, superarla, occorrono attacchi precisi, in determinati punti e modi, con adeguati strumenti. E tutto è veramente difficile. Difficile vedere, difficile capire, difficile organizzarsi e lavorare insieme, difficile lottare in modo esatto, difficile migliorare: con quest'animo, con questa consapevolezza, presentando questi documenti, vogliamo contribuire all'incontro tra persone lontane, gruppi lontani e soprattutto tra le persone e i loro stessi problemi (Danilo Dolci, "Spreco: documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale", 1960).
Nelle città contemporanee la questione abitativa assume una connotazione forte che ha a che vedere con luoghi sociali segnati da profondi processi di esclusione e da una iniqua ricchezza, i cui meccanismi di redistribuzione sono ampiamente saltati.
Firenze, definita da tempo città "vetrina", è un esempio della schizofrenia istituzionale che favorisce i meccanismi di turisticizzazione, di speculazione finanziaria e di espulsione, nel mentre timidamente tenta qualche risposta attraverso misure di "aiuto" spesso marcate da insufficienti risorse e da approcci vetusti, basati su dicotomie (noi/loro; uomini/donne; meritevoli; immeritevoli) e su etichette ("poveri", "esclusi", "marginalizzati"), nonché spesso su luoghi comuni ("guerra tra poveri", tra quelli più duri a morire).
Facciamo casa
La casa rappresenta il nostro posto materiale nel mondo, è la "materializzazione" stessa della nostra relazione con l'ambiente. Essa è collegata a tre idee fondamentali: la sicurezza, ossia sentirsi sicuri in questo rapporto con l'ambiente; la familiarità, la casa è legata ai nostri legami più intimi; il controllo, ossia sentire di agire in uno spazio di cui abbiamo il totale controllo. Dunque, potremmo dire: come "siamo corpi" e "abbiamo dei corpi", così "ci sentiamo a casa" e "facciamo casa". La casa, che è una delle principali costanti della condizione umana, è soggettivamente significativa, ma guardata dalla prospettiva della organizzazione di una collettività, dei suoi spazi di vita e delle sue differenze di potere fra i gruppi che abitano tali spazi, essa assume anche una forte rilevanza politica.
Una rete per l'autorecupero
Di autorecupero a Firenze se ne discute dalla fine degli anni '90. Per molto tempo ha rappresentato un futuro remoto, da prendere poco sul serio: alcuni, dall'esterno, dicevano "non ve lo faranno mai fare"; altri, dall'interno delle occupazioni, date le grandi difficoltà di realizzazione, stentavano a credere che avesse, un giorno, riguardato davvero loro. L'autorecupero, infatti, è stato principalmente promosso in città, ma potremmo dire anche a livello regionale, dal Movimento di Lotta per la casa (da cui, successivamente, l'associazione Hassan Fathy e, poi, l'associazione Un Tetto sulla Testa) e dalla Fondazione Michelucci. Soggetti molto diversi, ma che in vari momenti hanno trovato sul campo un'alleanza capace di "legare" storie apparentemente diverse, dare voce e riconoscimento a persone e gruppi di abitanti in una posizione fragile, e gettare le basi per rendere possibile il passaggio dall'"informale" al "formale", da "occupazioni" a "sperimentazioni politiche" di risposta reale, praticabile e replicabile al diritto alla casa e, insieme, risposta di natura e utilizzo sociale ai "vuoti" urbani (immobili abbandonati, dismessi, di proprietà pubblica lasciati a marcire o messi in vendita per mere esigenze di bilancio).
La conquista del diritto alla casa
La lotta per arrivare all'apertura, nell'autunno del 2017, dei cantieri dell'ex Asilo Ritter e dell'ex Bice Cammeo è stata lunga e non lineare, con supporti dal territorio spesso vacillanti ma caratterizzata dalla determinazione di chi vi vedeva una occasione imperdibile per tracciare a Firenze l'esistenza di ciò che da quel momento non era più negabile: il diritto alla casa si conquista, se non è riconosciuto, fino a trasformare le politiche. L'autorecupero di per sé sarebbe, infatti, una sorta di "scoperta dell'acqua calda": da una parte, immobili pubblici inutilizzati, dall'altra persone senza casa; da una parte, sempre più ristrette risorse economiche pubbliche per la costruzione di nuovi edifici (che non si saprebbe neanche dove erigere, vista la saturazione dei "pieni" urbani), dall'altra, persone pronte a mettere le proprie energie e forze nella ristrutturazione. Ma non c'è alcun paradosso nella mancata o timida volontà delle istituzioni locali nel far proprio l'autorecupero come prassi politica, anzi vi si scorge la rigorosa coerenza a conservare i rapporti di potere, contribuendo all'aggravarsi di situazioni di sofferenza sociale. Il potere, però, non è qualcosa di generico, esso è incarnato in determinati luoghi e persone, e proprio per questo siamo riusciti con passione, "attacchi precisi" e "adeguati strumenti" a rendere viva quella piccola utopia di cui la sera spesso si discuteva al Ritter e che animava le assemblee dell'associazione in via Aldini.
Un percorso difficile ma necessario
Autorecupero significa molte cose, dunque: una casa, un immobile pubblico recuperato e restituito alla collettività, l'uscita fuori da linguaggi e pratiche assistenziali o di moda come "i patti per l'autonomia", il riconoscimento, l'autodeterminazione, relazioni che provano a "fare" ed "essere" insieme. Vuol dire apertura alla fruizione comune, anche quando l'autorecupero è abitativo: all'ex asilo Ritter, per fare un esempio, si sta pensando a come il giardino possa essere impiegato per iniziative del quartiere. Significa tessere storie comuni come promuovere alleanze inedite o sollecitare responsabilità civiche (si pensi, in questo caso, al coinvolgimento di Banca Etica e dei "garanti esterni" per la fidejussione). È tutto "veramente difficile", ma la strada ormai c'è. Dobbiamo continuare a percorrerla, come con noi hanno fatto a Firenze gli amici del Cecco, del Melograno e delle Torri.
La proposta per un'assemblea permanente
Ci piacerebbe che la sede di Fuori Binario, oltre a lavorare specificatamente sulla questione residenze, come hanno proposto recentemente alcuni compagni, potesse costituire una "Assemblea permanente sulle pratiche di autorecupero", che tenesse attivi regolarmente una virtuosa comunicazione, una discussione e un confronto sull'autorecupero perché aumentino le esperienze e la loro comprensione nella società, oltre al sostegno reciproco.
Nelle foto: lavorare insieme all'autorecupero di via Aldini; via Aldini, lavori in corso.
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Dalle occupazioni fiorisce una casaSabrina e Monica (Associazione Un Tetto sulla Testa) · Autorecupero
L'esempio virtuoso di Firenze. L'esperienza dell'ex Bice Cammeo di via Aldini e dell'ex Asilo Ritter di via Reginaldo Giuliani.
Avreste mai pensato che tinteggiare un muro o trasportare calcinacci con una carriola potessero diventare ponti che annullano le differenze economiche tra le persone e valorizzano le differenze culturali? Con l'autorecupero capita anche questo. Con "autorecupero" si intendono, in maniera generale, quegli interventi di recupero edilizio di un immobile ai quali partecipano direttamente e materialmente i soggetti che saranno i futuri destinatari degli alloggi e/o i futuri gestori. Nei due casi di cui parliamo, si tratta di un autorecupero prevalentemente abitativo, ma con aperture al territorio, che nasce a partire da due occupazioni storiche del Movimento di Lotta per la casa di Firenze e che coinvolgono i soci dell'associazione "Un Tetto sulla Testa" vincitrice del Bando regionale, parte dei quali saranno assegnatari di un appartamento per un periodo lungo ma limitato attraverso un comodato d'uso stipulato tra l'ente pubblico proprietario e l'associazione.
La portata politica di questi due progetti di autorecupero, l'ex Bice Cammeo di via Giovanni Aldini e l'ex Asilo Ritter di via Reginaldo Giuliani e i loro aspetti di proposta sociale, sono narrati a partire dagli squarci di vita vissuta che emergono da amichevoli "chiacchierate" con e tra alcuni soci impegnati nei cantieri. La "formula" dell'autorecupero non è solo un modo di risolvere emergenze abitative partendo da ristrutturazioni straordinarie di edifici che sono stati per decenni occupazioni da parte del Movimento di Lotta per la Casa di Firenze. I progetti rendono necessaria una partecipazione attiva delle persone coinvolte che in seguito saranno, per un periodo, i destinatari degli alloggi facenti parte dell'immobile, inizialmente abbandonato, poi occupato e - infine - entrato, proprio grazie all'autorecupero, nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica.
Nei cantieri dell'associazione, gli autorecuperanti affiancano le ditte preposte ai lavori più specializzati che necessitano di rilascio di certificazioni a norma di legge. Gruppi di persone si organizzano in assemblee a cadenza settimanale per le opere edili che si possono fare insieme. "Insieme" è la parola chiave per arrivare al fine comune: una casa dignitosa e "legale", cosa che è mancata per molti, troppi anni; e la dimostrazione che un modo equo di governare la città, e una risposta alla questione abitativa, è realizzabile a bassi costi e ad alto valore sociale.
Una casa che toglierà finalmente alle persone le ansie dovute al timore di essere sgomberate in ogni momento e di finire per strada. E che sta facendo da apripista per altre successive esperienze simili.
Accanto ai soci autorecuperanti nei progetti partecipano anche soci volontari, non direttamente coinvolti, in quanto non aventi i requisiti per poter ottenere la possibilità di abitare negli alloggi che verranno, ma che donano parte del loro tempo per una bella esperienza di lavoro collettivo. Ogni socio mette la propria opera, qualunque essa sia, a disposizione della collettività, secondo le proprie capacità e attitudini. Nascono "nuove figure", come chi organizza brogliacci per la contabilità dei lavori di cantiere, chi effettua scavi con pala e piccone, chi si occupa della pulizia e riordino dell'area di lavoro fino a vere e proprie opere edili come intonaci e imbiancature.
Con il tempo che passa ci si accorge di crescere, di migliorare, di saper fare cose che pensavi non ti appartenessero. Compresa la gestione di una associazione. Si comprende il valore di ogni tipo di lavoro, anche del più apparentemente "facile", in quanto necessario e preparatorio per i successivi interventi. Vista la eterogeneità di nazionalità e culture delle persone coinvolte nei lavori di squadra, si assiste a una graduale ma fortissima fusione di "usi e costumi" diversi: nelle pause pranzo si condividono cibi provenienti da vari paesi del mondo: "Si fa colazione con i datteri", come ricorda sorridendo Vanessa. Così come le grigliate all'ex asilo Ritter fanno da sfondo a momenti di festa comune. Ci si conosce e ci si apprezza anche attraverso i sapori, i profumi e i colori del cibo.
Di grande rilievo nei cantieri l'apporto delle donne che, oltre ai ruoli più "attesi" di mediazione, preparazione del cibo e pulizia, fattivamente partecipano ai lavori edili insieme agli uomini, aggiungendo energie lavorative necessarie. Nel periodo della pandemia, che ancora stiamo vivendo, i cantieri si sono dovuti adeguare alle nuove normative per il contenimento dei contagi e il lavorare insieme ha dovuto prendere "le distanze", ma è comunque proseguito in sicurezza per tutte e tutti. Nei cantieri di autocostruzione si riportano alla vita vecchie strutture e si recuperano anche rapporti umani e solidarietà. Tinteggiare un muro o trasportare calcinacci diventano così ponti tra culture diverse e capaci di annullare le differenze economiche.
Nelle foto: via Giuliani, i "Ritteriani"; via Giuliani, lavori in corso.
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Per approfondireRedazione · Autorecupero
A questo link sul sito di Fuori Binario troverete un approfondimento sulla normativa in Toscana e una prima bibliografia sul tema dell'autorecupero e le esperienze realizzate, che potrà essere aggiornata anche con segnalazioni da parte dei lettori:
http://www.fuoribinario.org/blog/2021/04/16/autorecupero-un-approfondimento/
Tutte le foto pubblicate sono state scattate prima dell'emergenza sanitaria.
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Assistere chi ha bisogno: priorità o concessione?Barbara Imbergamo · Diritti sociali
La crisi, lo stato sociale e i limiti del Comune di Firenze. Intervista a Dmitrij Palagi, consigliere a Palazzo Vecchio per Sinistra Progetto Comune.
"La povertà non è una colpa, scaturisce da politiche che hanno eroso i diritti sociali. Con questi livelli di diseguaglianza non si può lasciare il volontariato da solo a tappare le falle".
Luz (nome di fantasia) è peruviana, ha un figlio di 19 anni che studia in un istituto tecnico fiorentino. È in Italia da 13 anni e lavora come badante o addetta alle pulizie. Vive col figlio in un appartamento condiviso, senza contratto e dunque senza residenza, e per la stanza paga 450 euro al mese. Con la pandemia ha perso il lavoro, non ne trova un altro e così ha difficoltà a sostenere l'affitto e anche a fare la spesa. Quando è venuta allo Sportello solidale della Biblioteca Riccardo Torrigiani di Via Palazzuolo abbiamo provato a vedere se poteva far richiesta per il buono spesa del Comune di Firenze ma il bando si era appena chiuso. Per capire cosa è possibile fare in frangenti come questo per dare delle risposte a chi, come Luz, vive situazioni difficili, abbiamo pensato di intervistare Dmitrij Palagi consigliere comunale per Sinistra Progetto Comune, da sempre attento ai diritti degli ultimi.
Come funziona il buono spesa erogato dal Comune?
Nasce in seguito alla pandemia per supportare chi subisce di più la crisi. Ne hanno fatto richiesta soprattutto persone tra i 25 e i 50 anni con un Isee inferiore ai 6.000 euro (per l'80%) e coppie con figli minori di tre anni (il restante 20%) ed è finanziato esclusivamente da risorse statali ed europee per 3,5 milioni di euro. Grazie ad una mobilitazione dal basso l'ultimo bando ha criteri di accesso più larghi e il buono può andare anche a chi è privo di iscrizione anagrafica.
Quante persone ha raggiunto?
Con l'ultimo bando la Giunta Nardella ha dichiarato di aver raggiunto circa 7.000 nuclei familiari. Pare ci siano state meno domande respinte, anche se purtroppo tante persone sono rimaste fuori, anche per aspetti burocratici.
Mentre scriviamo, inizio aprile, non paiono esserci altri bandi all'orizzonte. A chi si devono appellare le persone in difficoltà?
Hanno deciso di limitarsi ad amministrare le risorse che arrivano, quando arrivano, senza nessuna seria programmazione. Dove destinare i fondi del bilancio comunale è sempre una scelta politica e, a quanto pare, per Palazzo Vecchio i poveri non sono una priorità. Nel 2020 si è diminuita in parte la spesa per "sviluppo e valorizzazione del turismo" che resta però una cifra alta: 2.129.000 euro. Avevamo chiesto di confermare almeno lo stesso minore importo (- 141.000 euro) per il 2021, ma neanche questo è stato accettato. Per il solo potenziamento delle telecamere di piazza Brunelleschi (le cui condizioni di pavimentazione sono note) si sono spesi 26.000 euro e Sindaco e Giunta si vantano di aver già installato 1.240 telecamere in città. Chi ha bisogno cerchi altrove, è il messaggio, nel frattempo sarà videosorvegliato.
Hanno negato altri fondi perché non si può fare "assistenzialismo".
Il centrosinistra, pur di non realizzare politiche a favore dei più fragili, afferma, a nostro avviso strumentalmente, che non si debba "assistere" la persona ma lavorare sulle cause delle diseguaglianze, lasciando poi al volontariato la "mitigazione" delle conseguenze. In linea teorica è corretto intervenire sulle cause, il problema nasce quando a dirlo è la parte politica responsabile proprio di quelle condizioni! Basti pensare alle tante riforme del mercato del lavoro che hanno eroso salari e diritti. Non battono ciglio però quando si vantano di come hanno distribuito i "buoni spesa" erogati grazie alle risorse della fiscalità europea.
Cosa dovrebbe fare allora chi subisce la crisi?
Rivolgersi al volontariato e al terzo settore, trattati come enormi bacini elettorali, trasformati nell'unico Stato sociale da loro immaginato, tradendo così la Costituzione. Non riescono a concepire un futuro in cui la dimensione pubblica torni centrale e capace di rispondere ai nuovi bisogni. Sono rinchiusi nel passato, del tutto subalterni alla retorica, smontata da economisti tra i più accreditati, secondo cui nella seconda metà del '900 - quella del welfare state - avremmo vissuto "al di sopra delle nostre possibilità".
Beneficenza e filantropia non sono per tutti e veicolano il messaggio "accontentatevi di quello che i ricchi sono disposti a concedervi".
Il privato in genere non dovrebbe garantire i diritti sociali, cioè ciò che è un bisogno fondamentale per la vita di ognuno di noi. Nell'aumento delle disuguaglianze degli ultimi decenni sono cambiati bisogni e abitudini. Mentre i patrimoni di pochi sono cresciuti a dismisura i salari sono crollati, se non scomparsi. Sono state tagliate le tasse ai ricchi mentre poveri e classe media se le sono viste aumentare grazie al ripudio dell'articolo 53 della Costituzione, che obbliga alla progressività fiscale. A Firenze Sindaco e Giunta si vantano di tenere al minimo le tasse locali, senza distinzione di reddito. Ci hanno raccontato che se aumenta la ricchezza, anche in poche mani, poi qualcosa arriva anche "in basso". Mentivano, sapendo di mentire. Oggi è sotto gli occhi di tutte e tutti.
Come è possibile scardinare questo modello?
Partirei da una domanda. Perché accettare quei livelli di disuguaglianza che facilmente possono essere smascherati nelle nostre "società dello spettacolo" che celano e giustificano i rapporti sociali di produzione vigenti? L'unico modo per rompere questa logica è costruire spazi di solidarietà e di pratiche condivise, partendo dalle necessità che si affrontano nel quotidiano, per scoprire quanto di più si possa ottenere insieme e quanto sia politico il sentimento di bisogno che si vive, quello sì individualmente.
L'idea che la povertà sia una colpa e che chi riceve assistenza sia "in debito" è molto diffusa nel sentire comune.
Chi governa le nostre società ha convinto le persone di essere sole di fronte al mercato. Un mercato che pervade ogni anfratto della nostra esistenza. Basti pensare al tema perverso della "meritocrazia" o anche a quello dell'abitare. A chi lavora, nei decenni passati, è stato proposto di acquistare un piccolo immobile, così da identificarsi con i grandi proprietari, invece che con chi non può permettersi un mutuo. Oggi però il precariato rende non percorribile questa strada, mentre gli affitti costano troppo, rispetto ai salari. Non vale solo per la città di Firenze, ma per tutta l'area metropolitana. Su questo tema registriamo una divisione e un'incomprensione tra le stesse classi lavoratrici, una vera e propria guerra tra poveri. Le case pubbliche sono considerate carità, non un diritto da rivendicare. Abbiamo ottenuto la richiesta di un nuovo Piano casa in questi giorni, in Palazzo Vecchio, vedremo se seguiranno azioni.
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Videosorvegliati, ma meno liberi e sicuriOrnella De Zordo · Controllo e repressione
Sicurezza sociale dimenticata. A Firenze vincono le telecamere: che però sono inutili. Fermiamo chi criminalizza dissenso e povertà. Costruiamo reti mutualistiche.
di Ornella De Zordo / perUnaltracittà
Con il progetto chiamato "Firenze Sicura", secondo i dati del Comune nel gennaio 2021 sono salite a 1240 le telecamere di videosorveglianza installate in città. Nel maggio 2014, a inizio mandato, erano circa 150. E il sindaco Nardella nell'agosto 2019, inaugurando la telecamera numero 818, twittava con orgoglio: "L'obiettivo è rendere #Firenze la città più videosorvegliata d'Italia, perché la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto". Intanto le persone che nella nostra città si sono rivolte alla Caritas sono passate da 22.069 a 31.531 (+42,8%!) in un solo anno.
Diciamo subito che per noi la sicurezza vera è quella di avere una casa, un'assistenza sanitaria, un lavoro sicuro, strade sicure da attraversare per le donne. Detto questo, il parametro securitario caro a Nardella non regge neppure alla verifica dei dati. Da varie ricerche indipendenti emerge infatti che non esiste una correlazione diretta tra l'aumento della videosorveglianza in spazi pubblici e la riduzione della criminalità. Lo dice ad esempio una ricerca compiuta dal Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità e dall'Università di Cambridge, (ne ha parlato La Stampa del 21 agosto 2020) la cui analisi su Londra ha dimostrato che in un anno su 1.000 crimini documentati dalle telecamere ne è stato risolto solo 1.
Sempre restando all'interno della logica securitaria dei nostri amministratori, aggiungiamo che l'aumento delle videocamere non è neppure motivato dall'aumento della cosiddetta criminalità diffusa, perché si dà il caso che il suo andamento, secondo le statistiche ufficiali del ministero dell'Interno (edizione 2019), sia in flessione, con i furti che diminuiscono del 5,77% dal biennio 2017-2018.
Eppure, ingenti risorse pubbliche vengono destinate all'acquisto di telecamere in Italia: ben 17 milioni di euro nel 2020, che diventeranno 27 milioni nel 2021 e 36 milioni nel 2022. A peggiorare il quadro si aggiunga che il decreto legge 14 del 2017 prevede che all'interno dei Patti per la sicurezza urbana (a cui la videosorveglianza si collega) si possano inserire anche soggetti privati. E allora, come mai investire un'enorme quantità di denaro pubblico per l'acquisto e l'installazione di apparecchi che non risultano utili?
Non c'è dubbio che aumentare il numero di telecamere in città risponda alla logica della sicurezza che ha dominato negli ultimi decenni e dimostri la volontà di puntare su strategie dirette a rispondere (o aumentare?) alla percezione di insicurezza. E ad attuare un controllo sociale che dalla lotta al famigerato "degrado", passando per la difesa del cosiddetto "decoro" arriva al Daspo urbano, ledendo i diritti e criminalizzando dissenso, diversità e povertà.
E intanto si tralasciano interventi che vadano nella direzione opposta, quelli che possono favorire l'integrazione, la costruzione di reti sociali e mutualistiche e che consolidano un tessuto sociale disgregato, contribuendo davvero a rendere la città più sicura per tutti e tutte.
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Firenze imperialeGiulietta Stefani · Tra toponomastica e storia
Per un censimento di vie, piazze e monumenti contro il mito infondato "Italiani brava gente".
Piazza Adua a Firenze, il rione Cirenaica a Bologna, il quartiere africano a Roma, l'Asmarina a Milano, ma anche centinaia di strade in tutta Italia, dedicate a Tripoli, Dogali, Mogadiscio, così come lapidi e monumenti intitolati ai Caduti in Africa o alle Inique Sanzioni (quelle imposte all'Italia dalla Società delle Nazioni nel 1935 in seguito all'invasione dell'Etiopia). Insomma tracce del nostro passato coloniale sparse nella toponomastica delle nostre città, ma per lo più dimenticate o nascoste, così come la storia stessa dell'occupazione italiana dei territori dell'Eritrea, della Somalia, della Libia e dell'Etiopia, sottomessi prima ai governi liberali e poi al regime fascista tra il 1885 e il 1941. Una storia che è tutt'oggi liquidata in poche righe nei manuali scolastici e spesso riassunta nell'immagine degli "italiani brava gente", ovvero colonizzatori benefattori e benvoluti dalle popolazioni locali.
Per un censimento coloniale
Per contrastare questo mito largamente infondato e risvegliare l'attenzione sulle responsabilità del nostro Paese, recentemente alcuni attivisti hanno rivolto l'attenzione ai segni e simboli, presenti nello spazio urbano, del nostro passato coloniale.
In varie città, anche sulla scia del movimento Black lives matter, si sono svolte manifestazioni di contestazione o trasformazione creativa di statue, lapidi, targhe stradali: flash mob, cartelloni, trekking tematici. Sulla rivista "Internazionale", Wu Ming 2 ha lanciato l'iniziativa di un censimento delle migliaia di luoghi "coloniali" sparsi in Italia e sta popolando un'interessante mappa online, corredata di schede con notizie e fotografie sui personaggi, le battaglie, gli eventi ricordati.
La mappa fiorentina
Firenze non è sfuggita a questa ricognizione, ma anche il Progetto Postcolonial Italy. Mapping colonial heritage, lanciato dai ricercatori Wurzer e Budasz, ha portato alla realizzazione di una mappa interattiva della Firenze "imperiale". In occasione del Black History Month Florence (cartellone di eventi sull'impronta di quello dedicato alla storia degli afroamericani negli Stati Uniti) è stato realizzato anche un tour audio, disponibile online anche in italiano, sulle tracce coloniali fiorentine. Dall'obelisco di Piazza dell'Unità, che ricorda, tra le altre, varie battaglie coloniali, a Piazza Adua, luogo della cocente sconfitta degli italiani nel 1896 ma celebrata poi per la "vendetta" ottenuta dalla conquista fascista dell'Etiopia nel 1936; dall'Istituto Geografico Militare, autore delle molte carte di rilievo dei territori coloniali, al Museo di Storia Naturale, Antropologia e Etnologia, fondato nel 1869 e dove sono conservati, tra più di 25mila reperti, anche i calchi in gesso di volti africani realizzati dall'antropologo fascista Lidio Cipriani. Manca in questo itinerario l'Istituto Agronomico per l'Oltremare, oggi sede dell'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, ma già Istituto agronomico per l'Africa Italiana dal 1904 al 1941: qui sono conservati ingenti materiali di archivio sugli studi per lo sfruttamento agricolo delle colonie.
C'è chi persevera
Mentre nascevano queste iniziative critiche, invece ad Affile, vicino a Roma, veniva eretto il Sacrario al Soldato d'Italia Maresciallo Rodolfo Graziani, un'opera costata ben 160 mila euro di soldi pubblici, ma che ha l'aspetto di un bagno pubblico. Imbarazzo e scalpore anche all'estero per un monumento al protagonista di spietate repressioni nelle colonie africane, a colpi di fucilazioni di massa, carcere e campi di internamento, condannato nel 1950 a 19 anni di carcere, ma solamente per la sua collaborazione con i nazisti. Il sindaco e due assessori di Affile erano stati condannati per apologia di fascismo, ma più recentemente la Cassazione ha annullato le sentenze, argomentando cavillosamente che non c'erano le basi dello specifico "reato". Pare quindi che in Italia siamo ancora piuttosto lontani da una riflessione critica sulle nostre responsabilità coloniali, ma questo non può che essere un incoraggiamento ad approfondire.
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La Resistenza dei Nativi AmericaniMosè Carrara Sutour · Stati Uniti
Native Lives Matter, tra diritti sociali e ambientali. I numeri: 5 milioni di persone, 574 Nazioni in 334 riserve. Prima dei simboli, l'impegno per una cittadinanza ritrovata.
Se il tempo della crisi - che porti il marchio del populismo razzista, della pandemia, della contrazione economica o del pianeta vulnerato dall'uomo - è diretto rivelatore degli squilibri interni a una società, l'esempio nordamericano appare emblematico nella sua capacità di costruzione e conservazione di una speciale categoria di "marginali". I native americans, che a dispetto del nome hanno ottenuto la cittadinanza statunitense per ultimi (l'Indian Citizenship Act è del 1924), risultano "naturalmente" estromessi dalle vicende che interessano la trasformazione della stessa società di cui fanno parte. Perfino negli anni delle proteste per i diritti civili e la pace mondiale, l'occupazione di Alcatraz (1969) e la resistenza armata a Wounded Knee, nella Riserva di Pine Ridge (Sud Dakota, 1973), erano viste dall'establishment come una "questione separata" e le rivendicazioni avanzate dall'American Indian Movement nascevano pronte per essere frustrate dal sommarsi di due aspetti interconnessi: le incomprensioni, i voltafaccia e i tradimenti in seno al Movimento e, dall'altro lato, il margine di azione del Bureau of Indian Affairs, agenzia federale controllata dal Ministero degli Interni, e la corruzione diffusa tra i suoi funzionari. Da una parte lo Stato, nella sua dimensione sovrana (federale e federati); oltre frontiera le "Nazioni indiane", colpite in negativo dalla storia ufficiale come un unico, immobile dagherrotipo: popolazioni da espellere o deportare, secondo un concetto di territorio fondato sul divide et impera e, per i sopravvissuti al genocidio, perfezionato nella distorsione della "riserva".
"Paese Indiano", quarto stato per dimensione
Limitandosi agli Stati Uniti, 574 Nazioni presenti in 35 Stati, con oltre 5 milioni di individui e 334 riserve riconosciute a livello federale, coprono un'area totale di 404.686 kmq: al netto delle sovrapposizioni territoriali, l'"Indian Country" risulterebbe il quarto Stato più esteso dopo Alaska, Texas e California (fonti: U.S. Census; NCAI, 2020). In Oregon, la scorsa estate, attivisti nativi ed esponenti di Black Lives Matter manifestavano uniti per gli stessi principi. Difficile immaginare per i primi qualcosa di simile a BLM rinunciando a una rivoluzione dello sguardo: persone e gruppi che diventano visibili non come incarnazione di simboli, dai contorni definiti grazie all'arma politica della "messa a distanza" spazio-temporale, ma in quanto portatori di istanze urgenti e concrete; non residui post-moderni di un passato decomposto e oggetto di folclore, ma cittadini che giocano un ruolo nella vita politica del Paese.
Più da vicino, le capacità condizionali non si misurano solo con la resilienza di realtà umane culturalmente complesse, ma si traducono in prese di posizione capaci di influenzare le politiche a più livelli e la giustizia delle corti. Gli ambiti interessati sono quelli dei diritti della persona, dei diritti sociali e "di terza generazione" (riconosciuti dalle Nazioni Unite dopo il 1948), tra cui l'autodeterminazione dei popoli, i diritti della donna e dell'infanzia, i diritti ambientali - dalle scorie nucleari interrate a Yucca Mountain alla battaglia giudiziaria della Standing Rock Sioux Tribe contro il Dakota Access Pipeline, un oleodotto lungo 1900 km, negli anni del ritorno al fossile imposto da Trump.
Relazioni sociali e forme di potere
Diversamente dal territorio, al cuore della resistenza opposta dai nativi non c'è separazione tra la terra rivendicata (con le risorse che contiene) e il piano immateriale di una cultura difesa e rivelata a partire da un nucleo di domande: cosa chiedono e come si definiscono gli abitanti di una Nazione? Perché la riserva oggi è necessaria? Come si iscrivono le aspettative e i desideri personali nel sistema di relazioni sociali e nelle molteplici forme di ritualità rispetto alla gestione del potere che incide, a vari livelli, sulle loro vite?
Una riflessione sulle attuali istanze di autogoverno tribale potrebbe prendere le mosse da qui: non pensando a una separazione speculare a quella generata dalla conquista, ma alla necessità di uno spazio istituzionale dove si è liberi di determinarsi, come persone e come gruppo, in base a diritti e bisogni specifici direttamente espressi (evitando mediazioni forzate, speculazioni e fenomeni di lobbying). Allontanandosi dalla narrativa della marginalità come decadenza, dell'incapacità per l'"indiano" di tirarsene fuori o ritornare al tempo del mito, non sarà difficile avvertire in quale consistente misura quegli stessi diritti e bisogni, più che con il bene di uno o determinati gruppi, hanno a che fare con il bene comune.
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The right thingRadio Wombat · Stati Uniti
Alla scoperta del collettivo californiano "Socialists of Caltech". In lotta per il diritto alla casa, solidali coi senza fissa dimora.
Parlare del problema abitativo a Los Angeles potrebbe sembrare strano, perchè è un luogo lontanissimo da noi e abbiamo già abbastanza problemi simili a Firenze e in Italia in generale. È però interessante capire come esistano anche negli Stati Uniti, il paese che attualmente traina l'economia mondiale, movimenti ispirati alla sinistra di base. E che non si limitino a sopravvivere, ma sappiano aprire vertenze e lotte e costruire una presenza territoriale. Potete ascoltare il podcast completo della trasmissione al link http://miseve.vado.li. Vi troverete un'intervista ad un esponente del collettivo "Socialists of Caltech". Chiamarsi "Socialists" in quel degli Usa è una forte presa di campo, in una paese nel quale per anni si è cercato di epurare quel termine. L'intervista parla del diritto all'abitare a fianco del sindacato degli inquilini di Los Angeles.
Studenti e attivisti
I "Socialists of Caltech" sono un gruppo di studenti e universitari del Technological Institute of California. L'approccio del collettivo è però andare oltre le vertenze universitarie e partecipare attivamente ai problemi del tessuto urbano circostante. Hanno deciso per questo di legarsi alla lotta del sindacato dell'area di Pasadena. In quella zona la condizione di affittuario è un fenomeno fortemente legato alle classi medio/basse, quello che nell'intervista è indicato sommariamente come proletariato urbano. La normalità abitativa viene considerata la proprietà della casa, seppure sia appannaggio di una minoranza della popolazione. Chi affitta si ritrova in una condizione di apparente eccezionalità e ha pochissime tutele.
In verità il campo di intervento dei "Socialists" è un poco più ampio, perché gli affittuari vengano fatti rientrare in una categoria di persone che non possiedono stabilmente una dimora, ovvero non hanno i mezzi per poter diventare proprietari di casa, come anche i senza fissa dimora e la popolazione carceraria. La questione abitativa diventa così il minimo comune denominatore di una classe di persone e contribuisce ad unire le lotte di un tessuto urbano più ampio e meno frammentato rispetto ad esempio alle questioni del mondo del lavoro. La loro stessa condizione di studenti li vedrebbe come elementi estranei da queste ultime vertenze, ma considerando invece le esigenze e le condizioni di vita legate ai problemi dell'abitare emerge un comune filo conduttore.
La proposta di legge sugli affitti
La sfera d'azione dei "Socialists" viene con naturalezza inserita all'interno del discorso antirazzista, perché non si può prescindere dal fatto che siano le comunità nere e latine a subire le maggiori pressioni sul tema della casa. Il sindacato degli inquilini non ha avuto dubbi nell'appoggiare fin da subito le proteste che hanno seguito l'omicidio di George Floyd, per testimoniare come la questione abitativa in quei luoghi sia conseguenza di un problema più ampio e molto radicato a tutti i livelli della società americana. Gli interventi che il sindacato mette in campo sono vari e spaziano da una proposta di legge per imporre un calmiere dei prezzi dell'affitto, che in America suona come una bestemmia alla proprietà privata, fino all'azione diretta con picchetti antisfratto, occupazioni di case, e uno sportello di assistenza legale. È interessante rilevare come di fatto utilizzino strategie e tattiche molto differenti, ben coscienti dell'esigenza di contrastare un sistema legislativo che offre pochi appigli, progettato per favorire in ogni modo la proprietà privata, anche quando questa entri in aperto conflitto con la giustizia sociale.
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Accusato di terrorismo perché cura i migrantiCristiano Lucchi · Rotta Balcanica
Conversazione con Gian Andrea Franchi: "Accogliere è un atto politico oltre che un dovere". In piazza a Trieste coi volontari di Linea d'Ombra.
I migranti affamati dal liberismo economico e dalla crisi ambientale si raccolgono sul Bosforo da tutto il Medio Oriente e oltre, per incamminarsi, letteralmente a piedi, verso l'Unione Europea. Lo fanno per tentare il 'game', come lo chiamano, riuscire cioè a varcare il confine che separa la terra dei 'barbari' da un continente pieno di opportunità agli occhi di chi fugge da guerre, dittature, territori politicamente e socialmente devastati. Quando arrivano in Europa, la polizia croata non ha pietà. Se sei fortunato ti spoglia e ti leva le scarpe prima di respingerti a sud, in Bosnia, fuori dall'Unione. Se ha voglia di divertirsi ti picchia fino ad arrivare alla tortura. Magari con il supporto di squadre paramilitari fasciste che ti sprangano le giunture di ginocchia e piedi e ti ustionano con ferri roventi affinché tu non possa più 'giocare' nei boschi dei Balcani alla ricerca di una vita migliore. Sono molti a morire, sopraffatti dal dolore, dalla sofferenza, dalla fame.
A raccogliere i cocci umani che sopravvivono e giungono in Italia, umiliati e feriti dalle politiche di Bruxelles, ci pensano i volontari della Ong Linea d'Ombra di Trieste. Curano le loro piaghe, accarezzano i loro piedi martoriati, tentano di ricucire le ferite più profonde, anche quelle dell'anima. Abbiamo incontrato Gian Andrea Franchi, uno dei protagonisti della primavera triestina, uno di coloro che è riuscito a riconoscere un po' di dignità ai migranti. Ha 84 anni ed è indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e terrorismo internazionale.
Terrorismo internazionale o reato di solidarietà?
"La Digos ha suonato all'alba e mi ha sequestrato computer e cellulare. Sono accusato di aver accolto per due notti una famiglia iraniana composta da padre, madre e due bambini e di averli accompagnati il giorno dopo ad un money transfer per cambiare 800 euro", racconta Gian Andrea. "Poi la magistratura ha messo insieme le due notti a casa mia con una terza in cui hanno dormito presso un'organizzazione di passeur curdi che traffica esseri umani per lucro, legata, pare, al terrorismo internazionale. Da questa semplificazione arriva l'accusa più grave che mi colpisce per aver compiuto un semplice atto di umanità, accoglienza e solidarietà".
Questa inchiesta ha però avuto il merito di illuminare come non mai le attività di Gian Andrea e degli altri volontari. Tg e giornali nazionali hanno raccontato la storia e tutti hanno capito che si tratta di un mero "reato di solidarietà" che ha il merito di aprire un dibattito sulle vergognose politiche migratorie europee. "Questo è il lato positivo della vicenda - ammette Gian Andrea. Molti ci hanno espresso fattivamente la loro vicinanza e così a uscirne rafforzate saranno le nostre attività".
I volontari triestini hanno compiuto anche una ventina di viaggi in Bosnia, proprio al confine con la Croazia. "Volevamo toccare con mano la situazione in cui si muovono i migranti e vivere la loro odissea mentre accade. Inoltre sono viaggi utili a portare ai protagonisti del 'game', grazie alle tante donazioni che riceviamo, scarpe, vestiti, medicinali e soprattutto telefoni, unica ancora di salvezza per chi è costretto a marciare nei boschi per settimane".
Prima gli italiani?
Gian Andrea Franchi ha molto chiaro qual è il ruolo del migrante nell'altro 'game', quello che la politica degli Stati europei gioca sulla pelle degli ultimi. "Difendere i confini, mettere al centro il concetto identitario di nazione, andare avanti a forza di slogan come 'Prima gli italiani', attaccare i più poveri e gli esclusi, in un mondo interconnesso e complesso come l'attuale, serve a nascondere quelli che sono i reali problemi: dalla crisi economica al grande aumento di diseguaglianza che abbiamo vissuto a partire dagli anni Ottanta". Un meccanismo, quello del capro espiatorio, vecchio di millenni ma che ancora oggi affascina decine di milioni di europei privi di strumenti di interpretazione.
Il sistema di potere dell'Europa e i respingimenti
"L'Unione Europea è una costruzione gerarchica con cui gli Stati gestiscono dei blocchi di potere. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i diritti della persona", approfondisce Gian Andrea. "Quando si parla di Costituzione Europea e di diritti, lo si fa per gettare fumo negli occhi, per nascondere il cuore di questa struttura di potere che è economico e non politico. Basta andare in Bosnia, mettere mani e occhi sulla realtà e capire cos'è l'Europa oggi: costruzione di campi di concentramento nei Balcani e in Turchia, di veri e propri lager in Libia. Il tutto finanziato con la nostra fiscalità, con i soldi degli europei. Digeriamo senza problemi decine di migliaia di morti nel Mediterraneo".
Nel loro stare in piazza Gian Andrea, sua moglie Lorena e i volontari di Linea d'Ombra, le giovani laureate in medicina di La Strada Si.Cura, sono d'esempio per un popolo, quello italiano, ormai imbolsito e incapace di difendere la lunga stagione novecentesca della conquista dei diritti sociali e civili. "Oggi subiamo la militarizzazione della società, le polizie possono praticare abusi di potere senza problemi", dice Gian Andrea. "L'avvocata che segue il mio caso è la stessa che ha messo in moto il meccanismo, grazie ad un ragazzo pakistano, che ha portato alla storica sentenza del Tribunale di Roma che ha dichiarato illegali i respingimenti dei migranti dall'Italia alla Slovenia".
La sinistra, i migranti e i diritti negati
Gian Andrea sembra avere 30 anni meno della sua età anagrafica, se lo incontri in piazza o nei suoi viaggi in Bosnia pensi che abbia trovato l'elisir di lunga vita. "Questa esperienza crea un tipo di rapporto diretto con le persone bisognose, ma senza che si trasformi in semplice carità. Stare in piazza ad accogliere e curare corpi carichi di sofferenza è un atto politico che passa sopra tutte le differenze, culturali in primo luogo".
Un messaggio forte, soprattutto per quella sinistra parlamentare che oggi si è trasformata quasi in un'istituzione totale, in un corpo malato della democrazia in cui pare insuperabile il dogma liberista del profitto d'impresa che vince sul diritto della persona. "E poi tutto il mondo è ormai entrato in una dinamica terribile, basti pensare alla crisi ambientale che tra non molto vedrà migrare oltre la metà della popolazione mondiale".
Per sostenere le azioni di Linea d'Ombra e la copertura delle spese legali, tutti i dettagli sul sito: www.lineadombra.org/
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5 giugno con i migranti della Rotta BalcanicaRedazione · Diritti
Un presidio di solidarietà e accoglienza dedicato ai profughi in Bosnia che percorrono la Rotta Balcanica e sono repressi dalle polizie europee, come raccontiamo a pagina 7.
Ad organizzarlo un cartello di movimenti fiorentini per la libera circolazione delle persone, contro i respingimenti, in difesa di chi salva vite, contro la povertà (e non i poveri), a favore di sostegni economici e per il diritto alla casa, al lavoro e alla salute per tutti e tutte.
Appuntamento alle ore 16 di sabato 5 giugno in Piazza San Lorenzo a Firenze.
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Carceri: in Italia le più affollate d'EuropaRedazione · Carceri
L'Italia ha il "primato" in Unione europea per il sovraffollamento delle carceri. E in Europa è seconda dietro solo alla Turchia. È quanto risulta dal rapporto Space pubblicato dal Consiglio d'Europa con l'Università di Losanna. In Italia risultano 120,3 detenuti ogni cento posti; seguita da Belgio (117,2), Francia (115,7) e Ungheria (113,2).
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Caritas Firenze, 9mila nuovi poveri per pandemiaRedazione · Covid
Il numero di persone che si sono rivolte a Caritas, tra metà aprile 2020 e febbraio 2021, è salito da 22.069 a 31.531 (+42,8%): di questi 8.919 sono 'nuovi poveri', a causa dell'emergenza sanitaria, ben presto poi diventata anche economica.
I più colpiti sono i lavoratori del settore turistico, della ristorazione, del commercio e dello spettacolo ma anche piccoli imprenditori. Il 55,7% denuncia di avere un reddito insufficiente (era il 48,7% nel precedente rapporto). In aumento gli italiani, il 26,1% contro il 22,1% del periodo pre-Covid. I 'nuovi poveri' sono poi giovani, con un incremento della fascia d'età 35-44 anni.
In Toscana le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono 121.000 (5,4% della popolazione): in aumento rispetto alle 106.000 del 2019. In Italia le persone in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, per un numero complessivo di individui di 5,6 milioni.
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In Serbia si vaccinano anche i migrantiRedazione · Covid
La Serbia è anche fra i primi Paesi al mondo a vaccinare profughi e migranti presenti sul suo territorio. La campagna vaccinale interesserà i circa seimila richiedenti asilo al momento presenti nel Paese balcanico. Il primo round di vaccinazioni ha interessato 570 profughi residenti nello storico campo profughi di Krnjaca, all'estrema periferia di Belgrado.
Si tratta di un passo "estremamente importante" perché riguarda persone che vivono in un luogo sovraffollato, "dove mantenere la distanza di sicurezza è difficile", ha ricordato il rappresentante dell'Oms in Serbia. Ma si tratta anche di un "gesto" simbolico di grande significato, che comunica ai profughi che non sono dei reietti, ma possono essere "inclusi nella società", ha fatto eco una funzionaria dell'Agenzia Onu per i rifugiati che ha parlato di "giorno molto, molto speciale".
I vaccini potrebbero essere molto utili anche nella vicina Bosnia, dove sono migliaia i profughi bloccati e dove preoccupa il contagio di una cinquantina di essi ospitati in due centri ricettivi nel Nordovest del Paese.
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Quel senzatetto Cupido involontarioRedazione · Amori
Un clochard che dorme sotto la basilica del Brunelleschi e un giornalista che, allertato dalla redazione, titubante sulle prime, decide infine di recarsi a vedere cosa accade in Santo Spirito, quartiere fiorentino di bellezza e marginalità. Quel redattore non sa che sta andando incontro non solo a una storia da raccontare ma anche a un destino che si deve compiere: il suo.
Così il senzatetto accanto al quale il giornalista si inginocchia per ascoltare meglio le sue parole, diventa un tramite. Perché poi, intervistando i residenti di Santo Spirito su cosa provassero di fronte a quell'umanità sola e dolente, il giornalista incontra quella che sarebbe diventata sua moglie.
Sei anni dopo che quel clochard ubriaco gli aveva parlato della sua "vita rotta", un'altra vita vede la luce, "figlia" di quella storia. Non mero fatto di cronaca ma filo di una tela che tesse e comprende e non giudica.
Auguri alla piccola Virginia di cui un inconsapevole clochard è "padrino" d'eccezione.
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La musica, terapia per guarire la menteZara Boatto · Salute
Per una nuova consapevolezza di se stessi.
Migliorare la salute mentale con il suono, uno strumento di comunicazione non verbale. È la musicoterapia, sperimentata per la prima volta in Italia nel 1843 da Biagio Gioacchino Miraglia, psichiatra e poeta.
"The Soundtrack of Homelessness", uno studio di Katherine Sample del 2019 sull'uso della musica nelle nuove generazioni senza dimora, dà conto di come la terapia musicale possa essere d'aiuto ai giovani nell'affrontare le miriadi di fattori di stress che sono costretti ad affrontare, ad iniziare dal disagio psicologico, la depressione, la violenza fisica e la mancanza di sonno. Un modo per trascendere il proprio contesto, uno strumento per plasmare una realtà alternativa.
Dalla ricerca si evince come molti di loro, se potessero, ascolterebbero musica "continuamente", principalmente per tenere "alla larga la realtà". La utilizzano come meccanismo di difesa e di regolazione dell'umore, il modo più efficace per raggiungere uno stato di quiete ideale. Progetti musicoterapeutici, come ad esempio i cori amatoriali, possono "portare al miglioramento della salute mentale attraverso la creazione di uno spazio sicuro dove svolgere un'investigazione emotiva, incrementando un senso di integrazione e appartenenza".
Nelle conclusioni dello studio si legge "come tutte le attività creative anche la composizione musicale è enormemente terapeutica e porta al rafforzamento dell'autostima, ad un maggior rispetto di sé e ad una migliore comunicazione emotiva. Attività che alleviano i sintomi di depressione, rinvigoriscono, riducono ansia e affaticamento e, in certi casi, svolgono un ruolo chiave nella guarigione da traumi complessi. La musicoterapia infatti incoraggia la persona ad addentrarsi nel proprio vissuto, inducendo una profonda introspezione che porta ad uno stato di consapevolezza, ed eventualmente alla riabilitazione".
Di tutto ciò abbiamo parlato con Staley, amico e musicista, capelli sbionditi da mille soli, un volto che ha visto battaglie e su un dito porta un teschio d'argento. Per lui "il potere della musica sta nell'elaborazione del vissuto e nella trasmissione intuitiva delle emozioni, dei sentimenti. Non c'è bisogno di tanti accordi per fare un pezzo, bastano groove, motivazione, dinamica della composizione" - ci dice. "Chi va oltre è un megalomane e perde il messaggio. Buon riff e molto sentimento, questa è la miscela giusta. Devi andare a cercare tu chi sei e cosa vuoi. L'importante è essere se stessi. Devi guardare avanti, devi fare la tua musica". Per Staley la musica è una forma di comunicazione: "Senza la musica io non vivo. Non è un bisogno, è la prolunga del mio braccio. La devo tenere sempre appresso".
Interpellata da Fuori Binario, la violinista e musicoterapeuta Francesca Bing spiega come la musica sia "un linguaggio universale. Arriva a comunicare nello stesso modo in tutti gli ambiti sociali, da chi sta meglio a chi affronta una vita con tante difficoltà. All'origine c'è sempre il bisogno di definire la propria identità. La voce è la cosa più intima dell'essere umano, il suo utilizzo è affermare in maniera incondizionata 'Io esisto!'".
Le abbiamo chiesto quali possano essere i primi passi per avviare un progetto di musicoterapia dedicata a chi vive in condizioni difficili. "Se c'è una resistenza al canto consiglierei di scrivere canzoni o musica a partire dalla propria esperienza. Ho sperimentato nel tempo che finché uno non affronta, non abbraccia il proprio vissuto, non si crea consapevolezza, non si va avanti. Ogni rimozione è dannosa e bisogna lasciarsi andare al ritmo e all'intensità".
Chiediamo a Francesca se la musicoterapia potrebbe essere uno degli strumenti per una società più inclusiva: "Perché no? Si tratta di un percorso complesso, lungo e difficile. Certo è però che il primo passo parte da se stessi, ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte. A volte basta solo iniziare".
Prima di lasciarci Staley suona un suo pezzo di anni andati: "She Moves", lei si muove. "È una canzone che parla della nostra depressione, dei problemi giovanili. La gente ci guardava storto per i nostri ideali, il nostro modo di vivere. Ma sulla cima di un capezzolo nasce la suonata maestrale. Perché dopo tutti i nostri problemi in fin dei conti, lei si muove".
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Salviamo gli adolescenti dal lockdown scolasticoValentina Baronti · Isolamento sociale e didattica a distanza
Ansia, autolesionismo, disturbi alimentari. Colloquio con la psicoterapeuta Silvia Alderighi e con Olga Labonia di "Priorità alla Scuola".
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza". Le parole di Antonio Gramsci campeggiavano su uno striscione di piazza Santissima Annunziata un anno fa, il 23 maggio 2020, alla prima manifestazione promossa dal Comitato Priorità alla Scuola, per chiedere il ritorno degli alunni in classe. Da mesi ormai si susseguono articoli, inchieste e trasmissioni televisive sul disagio giovanile e sulle gravi conseguenze della chiusura degli istituti. Ma genitori, studenti, insegnanti e psicologi lo dicono da un anno: riaprite le scuole o gli effetti collaterali saranno peggiori della cura.
Le statistiche
Ad un anno di distanza queste preoccupazioni trovano una conferma nelle statistiche. Uno dei primi appelli è arrivato dall'ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, che si è ritrovato i posti letto del reparto psichiatrico occupati al 100% per tentativi di suicidio. Poi è venuta la volta del Meyer di Firenze, dove gli accessi al pronto soccorso per problemi di salute mentale sono aumentati del 17%, principalmente per autolesionismo e disturbi del comportamento alimentare. Ad entrare nel merito del disagio giovanile è stato anche l'Ordine degli Psicologi, denunciando un aumento del 24% dei disturbi psicologici nelle fasce di età 3/14 e 14/19 anni: ansia, disturbi del sonno, scarsa concentrazione, sbalzi di umore, irritabilità e tristezza. Disagi che c'erano anche prima, sia chiaro, ma che il lungo periodo di isolamento ha amplificato.
La DAD
Tutta colpa della DAD? Non solo. Il responsabile è piuttosto l'isolamento sociale generalizzato che sta vivendo questa fascia di età. Ma la scuola in particolare, così come è organizzata, presenta le sue grosse lacune. "Non si può pensare alla scuola senza la relazione umana" - dice a Fuori Binario Silvia Alderighi, psicologa psicoterapeuta. "A scuola si apprendono delle nozioni perché c'è la relazione, perché si crea uno spazio di crescita personale, di formazione dell'identità. Le une non possono prescindere dall'altra. Altrimenti prevalgono noia e solitudine". Sicuramente la DAD ha tappato un buco, nell'immediato, quando tutto il mondo si è trovato senza barriere davanti alla pandemia e i governi hanno deciso di chiudere tutto, scuole comprese. Poi però i luoghi di lavoro, i negozi, i bar, i ristoranti hanno riaperto. Ma non la scuola o almeno non subito e solo in parte.
Il comitato Priorità alla Scuola
Questa situazione è apparsa subito incomprensibile agli studenti, ai genitori, agli insegnanti. Sono loro che hanno dato vita ai primi gruppi spontanei di protesta, che si sono presto messi in rete a livello nazionale. La prima azione è stata una petizione online, che nell'aprile 2020 raccolse 20mila firme, per chiedere un piano per la riapertura delle scuole. Così è nato il comitato "Priorità alla Scuola", che oggi coinvolge oltre 60 città italiane e che ha uno dei nuclei fondatori proprio a Firenze. Olga Labonia, del comitato fiorentino, ci racconta il disagio di studenti e genitori: "C'è chi ha figli che hanno sempre avuto un buon rendimento scolastico e che ora sono demotivati, chi deve gestire adolescenti che piangono tutto il giorno senza sapere come comportarsi. Durante il primo lockdown bambini e ragazzi l'hanno vissuta come una novità, ma ora il loro disagio è cresciuto in maniera esponenziale. Si sono chiusi nelle loro stanze ed escono solo per mangiare".
La generazione Covid
Un quadro preoccupante non solo per le famiglie ma per la società tutta, perché il rischio è quello di perdere una generazione. "Con l'aumento del ritiro sociale - spiega Silvia Alderighi -, si arriva all'abbandono scolastico, anche in soggetti che non hanno avuto un calo del rendimento. Sono le conseguenze della privazione della sfera personale e questo inciderà sulle loro scelte future. Ritroveranno la motivazione dopo?". Nello studio "I giovani ai tempi del coronavirus", condotto da Ipsos per conto di Save the Children, si stima che 34mila studenti delle scuole superiori abbandoneranno gli studi prima della fine dell'anno scolastico, divenendo così "facile preda di sfruttamento lavorativo". Ecco, questa è la questione. E ci riguarda tutti. "La scuola è un punto di riferimento - dice Olga Labonia -, una possibilità di riscatto sociale, il baluardo della legalità. Non una cosuccia che si può decidere di chiudere così. Stanno calpestando non soltanto il loro diritto all'istruzione, ma anche il loro diritto alla salute, alla loro salute psico-fisica".
Una questione di classe
A mettere il dito nella piaga è la psicologa Alderighi: "Non dimentichiamo poi le categorie più svantaggiate. Cosa succede a chi ha problematiche di tipo familiare? Se per tutti la scuola è un canale importante, per loro è fondamentale, determinante. E la chiusura di questo canale può diventare un dramma". Una prospettiva condivisa anche dallo stesso studio di Save the Children: tra gli studenti italiani tra 6 e 17 anni il 12,3% non ha a disposizione né pc né tablet, il 39,7% deve utilizzare gli strumenti informatici in contemporanea con fratelli o sorelle, il 41,9% vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, con difficoltà quindi nel trovare gli spazi adatti per fare lezione. In questi casi DAD significa aumento della disuguaglianza e la risposta alla pandemia diventa una questione di classe.
Che fare?
Anche se tutte le scuole, di ogni ordine e grado, riaprissero in presenza al 100%, come chiede il comitato Priorità alla Scuola, ci sarebbe da mettersi subito al lavoro per recuperare questa generazione. "C'è bisogno di un accompagnamento psico-emotivo - conclude Alderighi - per rielaborare il forte stress e tornare a progettare il proprio futuro. Ai genitori dico di parlare con loro, non fate mancare mai il dialogo e chiedete aiuto quando questo diventa impossibile". Un aiuto però che rischia di essere ancora una volta fonte di disuguaglianza.
Gli strumenti di sostegno psicologico pubblico saranno sufficienti per gestire il post-pandemia? Se lo chiede anche l'associazione degli ospedali pediatrici italiani, che nella propria home page, accanto alla foto di una ragazza con la mascherina, pubblica "Next generation, you? Non siete soli né dimenticati" e fa un appello alle istituzioni per un piano immediato di investimento nel settore della salute mentale di bambini e adolescenti.
Che ruolo può avere la scuola in tutto questo? Un ruolo centrale, fondamentale, determinante, altrimenti diventerà quell'ospedale di cui parlava Don Milani cinquant'anni fa, "che cura i sani e respinge i malati".
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Covid19, l'occasione per un salto evolutivo che rischiamo di perdereFelice Simeone · Il potere e la pandemia
L'incomunicabilità tra scienza e politica durante l'emergenza.
L'esplosione del Covid19 ha imposto il confronto tra politica e scienza. Dopo un anno di malattia e di morte, tuttavia, registriamo un'incomprensione frequente e, non di rado, l'incomunicabilità fra scienziati e politici. Le ragioni sono molteplici e complesse, ma possiamo intuirne qualcuna con un gioco molto semplice.
Guardate l'immagine qui al centro: qual è la linea orizzontale più lunga fra le due? Facile: quella sotto è più lunga. Ora prendete un righello e misurate le due linee: sono uguali. La misurazione è l'atto che definisce la scienza, che quindi, più che un sapere, è un metodo per testare le percezioni immediate della realtà. La difficoltà a capire la scienza è fondamentalmente resistenza ad accettare le conclusioni controintuitive a cui perviene. Cosa ci dice la nostra esperienza quotidiana della forma della Terra? Che è piatta. Eppure...
Le percezioni immediate della realtà sono le fondamenta, invece, della costruzione del consenso politico populista e della conservazione del potere: dalla condanna di Galileo fino alla temuta invasione odierna degli stranieri, chiunque ha voluto prendere il potere non ha fatto altro che puntare il dito ad indicare l'ovvio, l'apparente. L'ideologizzazione del Covid19 non è che l'ultimo esempio: mettere la mascherina è diventato un atto di sinistra, levarsela è di destra; chiudere è di sinistra, aprire è di destra. A questo si aggiunge l'incredibile onda di razzismo, nei primi mesi, verso chiunque avesse occhi a mandorla.
Su un livello diverso da quello della propaganda anche gli amministratori genuinamente preoccupati della nostra salute hanno messo in atto soluzioni rassicuranti perché ovvie: non c'era bisogno di un comitato tecnico-scientifico, infatti, per concepire il "tutti chiusi in casa" quale misura per annullare i contatti fra persone, a cui, in nome della prevenzione, sono stati negati persino i funerali dei familiari uccisi dal virus aprendo ferite che non guariranno mai. Devo concludere, allora, che i nostri governanti ignorano che la "gestione del rischio" è una scienza matura e in grado di elaborare strategie sostenibili di controllo dei contatti fra persone e virus a patto di non considerare, controintuitivamente, la pandemia un fatto esclusivamente sanitario-biologico.
Sappiamo ancora troppo poco, ma dobbiamo registrare l'assenza di un dibattito sulla gestione ampia del rischio che ha impedito a competenze, apparentemente lontane dalla lotta al virus, di proporre e testare strategie di riduzione del contagio oltre, o in aggiunta, a quelle biologico-sanitarie.
La natura ci ha insegnato che gli organismi sotto attacco rispondono ad una minaccia evolvendosi. Nel breve periodo, gli umani reagiscono molto più efficacemente di altre specie adattando la propria struttura sociale al nuovo contesto, soprattutto generando nuova cultura e nuove conoscenze. Attraversare questa pandemia ci fornisce l'opportunità di vivere questa evoluzione.
Per non sprecare questa occasione gli scienziati dovranno imparare che governare, arginare una malattia che ha infettato ogni aspetto del nostro vivere, comporta il confrontarsi con un livello di complessità molto più alto di quello che di solito si riscontra in un laboratorio di ricerca. Dal canto loro, i politici dovranno perseguire una visione dei problemi che vada oltre l'apparente e l'ovvio, e richiedere agli scienziati soluzioni che permettano la comprensione di un problema al di là della sua percezione immediata. Al momento, il dubbio che stiamo perdendo l'occasione di questo salto evolutivo è molto forte.
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Come ridistribuire il denaro quando non è più nostroFabrizio Cherubini · Se hai, hai per dare
di Fabrizio Cherubini per Mag Firenze
Se vogliamo pensare ad un'etica del denaro, ammesso di essere tra coloro che possono disporne a sufficienza, possiamo farci guidare dalla ripartizione che ne fa il teologo fiorentino Enrico Chiavacci.
Secondo Chiavacci una parte del denaro che possediamo rientra nella categoria del "necessario", ovvero quello che ci serve per vivere: pagare un affitto per la casa, il cibo, le cure mediche, la scuola dei figli, ecc., e questo dovrebbe essere un diritto per tutti.
Una seconda categoria è quella dell'"opportuno", cioè il denaro che ci permette di soddisfare quelli che potremmo definire i nostri bisogni secondari, ma che ci permettono di migliorare la qualità della nostra vita e caratterizzano anche le nostre individualità. Tra questi possiamo pensare, per esempio, al denaro necessario per l'acquisto di libri o per la visita a dei musei, a quello per fare dei viaggi oppure per assistere a dei concerti di musica.
Infine c'è un'ultima parte che comprende tutto quello che eccede le prime due categorie e che dovremmo considerare come "non più nostro". Rappresenta quella quota di denaro che una volta soddisfatti tutti i nostri bisogni dovremmo rimettere in circolo e rendere disponibile per chi non riesce a far fronte neppure ai bisogni primari, ovvero agli impoveriti da questo sistema economico, o per chi fatica a concretizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni.
Esperienze di finanza critica e microcredito alternative al sistema bancario possono aiutarci a fare un primo passo verso questa redistribuzione del denaro che, pur rimanendo nostro, entra così in un circolo virtuoso. "Investire" in tali esperienze permette a quel denaro, che altrimenti resterebbe fermo in banca o, ancora peggio, potrebbe essere utilizzato per speculazioni contrarie ai nostri principi, di dare un aiuto e una possibilità di emancipazione a chi ne ha bisogno.
Un primo passo verso una società conviviale dove tutti potremmo vivere meglio.
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L'anno scolastico è fallito, prendiamone atto per ripartireLaura Bardelli · Banchi di sabbia
Ammesso e non concesso che l'espressione "anno scolastico" abbia mai avuto un senso, ora è davvero arrivato il momento di considerarla definitivamente fuori corso. Se infatti in passato, la locuzione che pretendeva di ingabbiare in un calendario di adempimenti burocratici la fluidità dell'apprendimento, poteva apparirci necessaria o addirittura inesorabile, adesso urge ammettere che si tratta di forma vuota ormai prossima ad implodere. Come buona parte del nostro sistema di istruzione.
Il cosiddetto anno scolastico in corso andrebbe dunque coraggiosamente invalidato, insieme con il sedicente 2019-20, il rigido sistema delle classi progressive, delle promozioni e dei respingimenti, dei fantomatici percorsi di recupero dalle poco fantasiose sigle (PAI e PIA sono le croccanti risposte ministeriali al vuoto che si è venuto a creare con la pandemia) lasciato per sempre nel dimenticatoio.
In attesa di maturare un più flessibile progetto, adatto a venire incontro ai molteplici bisogni educativi, si dovrebbe preoccuparsi di una cosa sola: tenere agganciati/e studenti e studentesse alla scuola (anche quella a distanza, sì), al sapere, alla curiosità, all'ascolto, al dialogo, all'amore per la conoscenza. In altre parole, non perderli per strada. Poi si potrà studiare un semestre di recupero per tutti, una messa a livello delle conoscenze mirata, un sistema efficace di educazione permanente, potenziamenti, recuperi, classi modulari e tutto quello che vi pare.
Ma intanto bisogna restare aggrappati alla zattera e soprattutto maturare la consapevolezza (sento già il coro degli indignati e di quelli che griderebbero: "Ma poverini, non è mica colpa loro!", dimostrando puntualmente di non aver capito nulla) che una tale misura, di certo impopolare, non sarebbe punitiva ma andrebbe piuttosto a garantire il diritto all'istruzione, per dare corpo, sostanza e dignità a quello che altrimenti resterebbe, per l'appunto, solo un nome: anno scolastico.
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La comunità virtuosa del Sostegno alimentareFrancesco Talanti · Giustizia sociale
Cibo, casa, lavoro: nasce da questi bisogni la rete di mutuo soccorso nata con la pandemia. Anziani e giovani, cittadini e negozianti, così chi abita in San Frediano si è dato una mano.
È partito l'11 marzo 2020, a due giorni dal primo lockdown, e da allora non si è mai fermato. Con lo slogan "Dai se puoi, prendi se hai bisogno" il Sostegno alimentare di San Frediano ha coperto la prima fase di emergenza sanitaria quando non si trovavano né le mascherine né i disinfettanti, e continua oggi con la crisi economica e sociale che colpisce sempre più persone nel quartiere. Ad animarlo quattro realtà sociali fra le più attive: l'Occupazione di via del Leone, gli Amici dei Nidiaci, i Bianchi di Santo Spirito e Fuori Binario, una vera e propria rete di mutuo soccorso.
Da subito si sono attivate decine di persone, tutte volontarie. I primi aiuti erano pensati per non esporre gli anziani al contagio, con la spesa a domicilio. I volontari sanno di poter trovare ai Nidiaci e in via del Leone dpi, detergenti autoprodotti, guanti in plastica e mascherine cucite dalle mamme del quartiere. Vari ristoratori chiusi riaprono le cucine e donano pasti caldi alle persone in difficoltà.
A questo punto i destinatari del Sostegno alimentare non sono più solo gli anziani, il servizio si apre a chiunque viva con difficoltà la pandemia. Con l'aiuto logistico e l'esperienza di Fuori Binario viene organizzata negli spazi dell'associazione una distribuzione di pacchi con olio, sale, zucchero, farina, pasta, riso, passata, legumi, biscotti, latte e alimenti per l'infanzia. Alla base di tutto un vero e proprio lavoro di squadra fatto di centralinisti, impacchettatori e fattorini volontari. Un esempio che di lì a poco sarà seguito anche in centro, a Gavinana e a Rifredi.
In meno di un mese di attività i bisogni, le famiglie seguite e i volontari aumentano in maniera esponenziale. Inizia un forte pressing nei confronti di Quartiere e Comune per ottenere l'utilizzo della Stanzina dei Bambini sotto la redazione di Fuori Binario. La otteniamo con mille difficoltà: il Comune se ne vanta pubblicamente ma non ci aiuta. Si arriva al paradosso che la Protezione civile ci nega le mascherine perché autorganizzati e non legalmente riconosciuti. Ancora una volta si separa la giustizia dalla legalità.
Dopo più di un anno il Sostegno è ancora attivo e resiste continuando la sua attività grazie alle donazioni alimentari dei negozi di vicinato, al lavoro delle attiviste e degli attivisti e alle offerte sull'Iban IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506.
Carità? Beneficenza? Volontariato? No, semplice mutuo soccorso. Da questa esperienza è nato il Blocco, sportello antisfratto, casa e lavoro e, a breve, nascerà la Brigata Basaglia, spazio di ascolto e aiuto psicologico.
Il Sostegno è aperto il martedì, il mercoledì e il venerdì dalle 17 alle 19; ha un'assemblea nella quale si organizza la distribuzione ma si parla anche del quartiere, della città e delle vertenze su cui agire. Dare la possibilità di mangiare a chi non ce l'ha è fare comunità. Ed essere protagonisti sul territorio è il primo passo per gestire in maniera autonoma le nostre vite. Questo, per noi, è il Sostegno alimentare.
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Storia di Giulio Ginanni, il comico ucciso dai fascistiRiccardo Michelucci · Firenze ribelle
Una lapide sulla facciata del civico 49 di lungarno Cellini, a pochi passi dalla torre di San Niccolò, ricorda Giulio Ginanni, il comico ucciso dai fascisti nel 1930. Ormai in pochi si ricordano di lui: la sua vita fu stroncata prima che la carriera potesse prendere il volo: se non fosse morto giovane per tener fede alla sua arte, avrebbe potuto contendere a Totò il ruolo di simbolo della comicità italiana. Invece Ginanni morì appena 27enne per le conseguenze di un pestaggio subito all'uscita di un suo spettacolo da un gruppo di squadristi, che voleva punirlo per i suoi popolarissimi monologhi nei quali era solito sbeffeggiare apertamente il regime e i politici dell'epoca.
Nato a Firenze nel 1903, Ginanni aveva iniziato a recitare nelle compagnie di Ermete Zacconi e Augusto Novelli, specializzandosi nell'improvvisazione e nell'imitazione di attori e personaggi famosi. Sul palco non risparmiava nessuno: giovani e vecchi dell'alta borghesia e del popolo, sindaci e fiaccherai. Tutti, presto o tardi, erano trasformati in macchiette dalla sua ironia tipicamente fiorentina e dal suo vernacolo elevato ad arte.
Ma il genio di Ginanni era destinato a esplodere nel varietà. In un'epoca in cui il mondo dello spettacolo ancora non poteva avvalersi della diffusione televisiva, scrisse e rappresentò una serie di monologhi divenuti pietre miliari della comicità in vernacolo. Era capace di usare in modo magistrale tutti i dialetti d'Italia, di inventarsi finte parole inglesi e francesi, distorcendole grazie alla sua voce da tenore, che all'occorrenza sapeva trasformare in quella di un bambino, di un vecchio, di un meridionale, di un veneto. All'epoca veniva accostato al grande Petrolini, tutti i grandi comici toscani devono essergli in qualche modo debitori.
La sua satira era popolare e al tempo stesso raffinata, ironica e pungente. Ma fu proprio uno dei suoi monologhi più marcatamente politici, "I' sindaco", a urtare il regime, innescando l'aggressione e il pestaggio fatale da parte di una banda di fascisti, all'uscita da un teatro milanese.
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Il tuo account da 15 dollari è materia prima a costo zeroGinox · Cyber bluff
Se usate qualche social media vi sarete forse domandati, come mai sia gratuito. Proviamo a rispondere a questa domanda a partire da un caso concreto: Facebook ha avuto un profitto netto nel 2020 pari a poco meno di 30 miliardi di dollari, circa la metà di quello della Apple. Facebook ha circa 50.000 dipendenti, i propri incassi derivano quasi totalmente dalla pubblicità. L'azienda ha altri progetti, ad esempio produce hardware specifici, come il visore 3d Oculus, ma non incidono molto.
A rendere Facebook redditizia e interessante per il mercato è la mole di persone che la usano, un paio di miliardi. Il tipo di pubblicità venduta ha poi un'ulteriore caratteristica, viene definita mirata. Facebook ricava profitto dai propri utenti, dall'analisi del loro comportamento sulla piattaforma e permette così l'invio di annunci personalizzati. Si tratta dello stesso modello di business di Google ed è una costante del mercato pubblicitario contemporaneo.
Gli utilizzatori sono anche la materia prima dell'azienda. Un'acciaieria trasforma il minerale, Facebook tratta invece la sfera di relazioni e gli interessi dei propri utenti, li trasforma in utile. Usandolo si partecipa a una gigantesca indagine di mercato 24 ore al giorno per 365 giorni l'anno. Non lo fa di nascosto, è scritto nei termini del servizio. Si tratta di una sorta di impegno che l'utente si assume in cambio della "gratuità" della piattaforma che comunque gratis non è perché di fatto si sta partecipando al processo produttivo dell'azienda.
Se Facebook dividesse il proprio utile con gli utenti toccherebbero 15 dollari l'anno a ciascuno, una miseria. O possiamo anche dire che voi rappresentate per Facebook materia prima per un valore di 15 dollari l'anno. Si vede bene come il gioco si possa reggere solo sui grandi numeri. Gli utenti sono il minerale dell'industria estrattiva dei dati: se l'estrazione fisica delle risorse ha un forte impatto ambientale sul Pianeta, su cosa impatta l'industria estrattiva dei social che vede noi come materia prima a costo zero?
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Fuori Binario è la mia famiglia in Italia, mi permette di andare oltre l'elemosinaNanu Ghiocel · Storia di un diffusore
Un modo per sollevare i parenti dai problemi economici. Nanu vende il giornale a Sant'Ambrogio e vi aspetta per fare amicizia.
Nanu è un personaggio particolare, dotato di una sana allegria e voglia di fare amicizie, dal 2006 è distributore fisso del giornale ogni tanto si allontana un paio di mesi, per tornare in Romania a Costanza dove lo attende uno stuolo di nipoti.
Buongiorno cari lettori, sono Nanu Ghiocel e ho 47 anni. Vengo dalla Romania dove ho una famiglia numerosa che amo. Da parecchi anni sono presente a Firenze, dove sono arrivato in cerca di un nuovo lavoro e modo di vivere. Purtroppo ho fatto fatica nel trovare un lavoro stabile, ho dovuto arrangiarmi con piccoli lavori molto saltuari per poter mandare aiuto alla famiglia. Vedevo in strada persone che distribuivano un giornale poi, conosciuta Stefania della Caritas Diocesana, gli ho chiesto di che si trattasse, me lo ha spiegato e anzi mi ha indirizzato alla redazione di Fuori Binario affinché questo mi desse una mano a vivere, da quel momento mi sono iscritto e ho cominciato a distribuirlo.
È stata la mia fortuna, devo dire che personalmente non ho mai apprezzato il fatto di dover fare l'elemosina e il giornale mi è stato molto di aiuto per sollevare la famiglia dai problemi economici. Aggiungo che questo impegno mi ha fatto conoscere diverse persone, che voglio ringraziare una ad una. Firenze mi è diventata così amica, e ad oggi posso dire che mi conoscono tutti e quando sono in strada tutti mi salutano e si fermano a parlare con me volentieri. È quasi come avere un altra famiglia in Italia. Sono stato il primo distributore rumeno in città e ho coinvolto altri connazionali, e non solo, a partecipare.
Purtroppo qui la strada è stata il mio alloggio, a parte l'ospitalità in qualche emergenza freddo. Non ne sono addolorato, penso che quando finalmente anche la Romania entrerà in tutto a far parte dell'Europa, anche lì le cose cambieranno e forse non dovrò più spostarmi per vivere.
A Costanza ho un alloggio popolare del comune: 2 camere e servizi ed è dura mantenerlo, faccio presente che ad oggi lo stipendio di un operaio in Romania si aggira sui 300 euro al mese e purtroppo non dà nessuna sicurezza per mantenere una famiglia.
Chiudo questa mia testimonianza non dimenticando nessuna di quelle persone che mi hanno aiutato e mi aiutano con sincerità a vivere. Voglio ringraziare tutta la redazione di oggi e di ieri, Mariapia, Roberto, Sondra, Rossella, Gianna, nonché la nuova e i miei colleghi diffusori, tra tutti loro ho trovato amicizia.
Un grande, grande saluto, Nanu
(Testo raccolto da Roberto Pelozzi)
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Mal d'Italia, donne migranti tra assenza e nostalgiaGiuliana Mesina · Fuori scaffale
Il nostro modello sociale di cura e assistenza verso le persone anziane e sole si basa su una grande ipocrisia di fondo, che finge di non vedere il bisogno ormai endemico di lavoratrici migranti irregolari e non riconosciute. È il micidiale risultato di un progressivo definanziamento del Sistema sanitario pubblico e di una legge sull'immigrazione iniqua e razzista: insieme, alimentano una spirale discendente dove la fragilità degli anziani bisognosi di assistenza e delle loro famiglie si nutre della fragilità di donne migranti che abbandonano la loro famiglia in cerca di risorse per poterla sostenere.
Il nuovo libro di Marco Balzano, Quando tornerò, ha l'indiscutibile pregio di raccontare una delle loro storie senza dire chi siano i buoni o chi i cattivi, perché è così che succede nella realtà, quando è difficile stilare la classifica di chi soffre di più. La vicenda è quella di Daniela che da un piccolo centro della Romania decide, come molte connazionali, di partire per Milano per fare la badante, in modo da finanziare gli studi dei figli, per offrir loro la possibilità di un futuro migliore, per non dover più assistere all'ignavia di un marito ormai demotivato, disoccupato, alcolista. I punti di vista sono tre, quello di Daniela e quello dei figli, Manuel e Angelica: ognuno di loro si prende un capitolo per narrare la vicenda attraverso i propri occhi.
Niente è mai come sembra, perché a volte andare lontano è un modo per volare più alto, per ritrovarsi complesse e desideranti, per mettere a fuoco la propria vita e accettarsi anche nella voglia di fuga. Tra senso di colpa e desiderio di riscatto, tra parole non dette e lacrime ingoiate, tra corpi di vecchi da accudire e di giovani da risvegliare, c'è una donna che è il motore di tutto, che viene illuminata da una delle battute più persistenti nella memoria dopo aver chiuso il volume: "Se non capisci tua madre, è perché ti ha permesso di diventare una donna diversa da lei". Una lettura che parla anche di resistenza, ed è per questo ci sembra di casa, qui.
Marco Balzano, Quando tornerò, Einaudi 2021
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Condannato a morte per invasione di campoCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali
Cinghiale si avvicina alla scuola materna: abbattuto.
Con questo titolo, cinico e telegrafico, il 17 marzo scorso abbiamo appreso che un cinghiale era stato "giustiziato" in pieno giorno, davanti a bambini e passanti, a Compiobbi. La sua colpa era quella di avere osato avvicinarsi alla scuola materna, forse ritenendolo un posto tranquillo e accogliente, o forse perché si era perso. Una colpa molto grave, evidentemente, che gli è costata un'esecuzione capitale eseguita in modo rapido e inflessibile.
Impressiona la sbrigatività con la quale è stata decisa ed eseguita questa condanna a morte di un essere vivente che non aveva fatto male a nessuno. Il cinghiale aveva però infranto quella regola (a lui ignota) secondo la quale è inammissibile che "la natura" varchi determinati confini e arrivi a intralciare la frenesia cittadina, stradale, produttiva e commerciale: quando questo accade, la stessa persona che ogni domenica va a cercare "la natura" per boschi e spiagge, si scandalizza, imbraccia un'arma e disinvoltamente elimina, distrugge, uccide.
Non fa alcuna differenza se a rappresentare l'intralcio è la radice affiorante di un pino o un cinghiale, un istrice, un lupo, un orso: l'animale umano ha il potere e il diritto di decidere in che termini "la natura" possa decorare o disturbare, essere gradita o sgradita. I riti sono talmente abbreviati che non occorre nemmeno discutere, né giustificarsi, tanto nessuno verrà ad alzare la voce per difendere la vita di un povero cinghiale.
Noi abbiamo scritto alla sindaca di Fiesole per denunciare l'accaduto e la sua risposta è stata quella che ci aspettavamo: l'uccisione si era resa necessaria perché trasferire altrove l'animale "non sarebbe stato possibile garantendo la dovuta sicurezza per l'animale stesso (!) e per le persone incaricate". La morale è che per un animale selvatico, o "da reddito", oppure oggetto di sperimentazione scientifica, o magari ammaestrato per esibirsi in pubblico, non esiste considerazione: esistono solo corpi, corpi che non contano e che possono essere usati, sfruttati e uccisi senza pietà.
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vermiglioEdoardo Olmi · L'angolo della poesia
I giorni in cui il tempo ha la durata che gli dai gli unici 0-0 che guardi sono quelli della squadra del cuore.
Se il desiderio perde tappi come polline ad aprile, il vento sbatte le finestre della quotidianità.
C'è aria a reprimere gli sforzi la farfalla lo sa si leva in alto il vanto del pettirosso; anche quest'anno la terra è sopravvissuta.
Come spighe carezzo i tuoi capelli e rossi cerco i quaderni per le nostre poesie.
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Regalare un libro a chi vive il carcereRedazione · Carcere
Riempiamo le biblioteche carcerarie di libri nuovi. È lo scopo della campagna "Nel frattempo un libro", nata dalla collaborazione tra l'associazione volontariato penitenziario (AVP), il Polo Universitario Penitenziario, l'associazione Scioglilibro e alcune librerie indipendenti dell'area metropolitana fiorentina. Partecipare è semplice. Basta andare in una delle 28 librerie aderenti (il cui elenco è pubblicato alla pagina shorturl.at/bgsuA), acquistare un libro e destinarlo alla campagna.
Qui sopra una delle cartoline che sono state realizzate dai giovani illustratori dell'associazione Scioglilibro per rappresentare le frasi dei detenuti della Casa Circondariale di Prato, La Dogaia.
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Raccoglitori di SoleFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Ognuno può essere un raccoglitore di sole, il fatto stesso di essere venuti alla luce ci dà il diritto di sdraiarci e di occupare due metri di sole, e se lo si può prendere per l'abbronzatura lo si può prendere anche per trasformarlo in corrente elettrica. Il fatto di ragionare in metri quadri serve come punto di partenza sia per stabilire le dimensioni del posto al sole a cui abbiamo diritto sia per realizzare un sistema di costruzioni modulari, tipo "meccano" basato sul metro come misura base e finalizzato a garantire il riuso dei moduli che compongono i mobili nelle forme utili al momento.
Due metri quadrati sono le dimensioni di un asciugamano da mare e per chi ha in qualche modo una casa, può stendere i pannelli di ogni familiare sulla ringhiera della terrazza a Sud e con questi coprire le necessità per l'illuminazione e l'elettronica per una trentina d'anni garantiti in autonomia dalla rete.
Per chi invece una casa non ce l'ha, gli dovrebbe essere trovata, ma nell'immediato se per una qualsiasi calamità una persona si ritrova fuor di casa, può allestire un campeggio produttivo dove in inverno può produrre (utilizzando per il fotovoltaico solo uno dei due metri di cui sopra) 50 ampere ed in estate 100, avere un tetto impermeabile e la disponibilità di un altro metro di sole per riscaldare l'acqua.
Non basta però raccogliere energia, bisogna anche non buttarla via e per questo dobbiamo isolare tutte le nostre case e se usiamo la canapa che assorbe quattro volte la CO2 di una pianta media, come isolante, creiamo il magazzino di carbonio necessario a ripulire l'atmosfera dall'anidride carbonica.
Abbiamo bisogno che nascano tanti laboratori del sole, luoghi dove realizzare interventi per chi ha più bisogno, l'alfabetizzazione solare delle nostre genti e la progettazione del futuro; aspettiamo un ritorno di fantasia capace di cambiare il mondo, il futuro è ancora tutto da scrivere.
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Le tante identità rom e sintiAlessandro Simoni · Altri binari
Noi di Fuori Binario abbiamo colpevolmente "bucato" i 50 anni della giornata internazionale dei rom e dei sinti, che ricorreva l'8 aprile. Mezzo secolo durante il quale sono accadute tante cose, che hanno fatto sì che oggi di rom si parli in Italia decisamente di più che nel 1971. Giusto quest'anno un po' di meno, perché c'è la pandemia che tutto si porta via. Passata la crisi sarà interessante vedere come il governo non più a trazione populista prenderà in mano le questioni mai risolte dello status della minoranza rom e dell'intolleranza diffusissima quando si parla di "zingari".
Il fatto che l'8 aprile sia una ricorrenza internazionale non deve però farci dimenticare che il nodo dell'identità rom prende in ogni paese forme differenti, e che la retorica romantica dei "figli del vento", "popolo senza patria" ha prodotto malintesi molto pericolosi. Le diversità tra i vari gruppi sono infatti così grandi da svuotare di significato ogni generico riferimento ai "rom", e poco si capisce se non li si pensa anche come persone con radici in un certo paese esattamente come ognuno di noi.
Ma molto differenti sono anche le posizioni che le istituzioni statali assumono rispetto all'identità rom. Lo sanno benissimo molti dei rom da più tempo fiorentini, che spesso provengono da Kosovo e Macedonia, dove i rom sono citati nella Costituzione e hanno un ruolo politico importante. Paesi, certo, con molti problemi, tanto che molti rom di là verrebbero volentieri di qua. Rimane però il fatto che per un politico macedone o kosovaro sarebbe impraticabile cavalcare l'antiziganismo come faceva da noi un noto ministro dell'interno. E per chi non ci conosce non è semplice capire cosa vuol dire "campo nomadi", concetto che suscitava stupore in una rom macedone, di professione fisioterapista, con la quale mi trovai a parlare. Nessuno però dei presenti si stupiva che una rom facesse la fisioterapista. Anche sui rom ogni paese è storia a sé. Diciamo che in questo settore il Made in Italy è meglio non esportarlo.
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In ricordo di Franco Di GiuseppeRoberto Pelozzi · Ricordo
Siamo tristi in redazione, per la scomparsa di Franco Di Giuseppe, nostro socio amico e collaboratore. Il suo primo incontro con noi fu per coadiuvare la regia insieme a Costantino Gradilone del nostro gruppo teatrale, la Compagnia della Panchina, in quegli anni protagonista di vari spettacoli in Toscana. Sempre pronto e attivo per qualsiasi bisogno, lo salutiamo pensandolo al timone della sua barca, nei mari infiniti dell'universo.
Ciao Franco buon viaggio.
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Il nuovo Fuori Binario? Tanti articoli interessantiNicola Melloni · Stazione di posta
Cara redazione, ho sempre comprato saltuariamente Fuori Binario. A volte, ad essere sincero, lasciavo qualche spicciolo al venditore dicendogli: "Non ti preoccupare, il giornale non importa". Altre volte lo prendevo ma senza poi leggerlo. Negli ultimi giorni ho visto la nuova edizione e, devo dire, mi ha sorpreso. L'impressione di avere in mano un vero giornale cittadino la dà, senza dubbio, tanto che mi è venuto del tutto spontaneo concedermi del tempo per leggere alcuni articoli. Ben scritti, tra l'altro. Insomma, il nuovo Fuori Binario è una piacevole sorpresa. Credo che d'ora in poi lo comprerò con più regolarità, per sfogliarlo e per leggerlo, non solo per "fare l'elemosina".
Nicola Melloni, Firenze
Grazie Nicola per quanto ci scrivi. Vorremmo che questo giornale diventasse utile a chi lo legge per le informazioni che vi trova. Se ciò accadrà sarà più semplice garantire un reddito a chi lo vende in strada con l'obiettivo di emanciparsi proprio dall'elemosina. E se non vuoi perderne un numero trovi le indicazioni per abbonarti nell'ultima pagina.
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Grazie per la memoria e l'impegno antifascistaSandro Targetti · Stazione di posta
Cara redazione, innanzitutto complimenti per la nuova veste grafica di Fuori Binario e per il nuovo direttore. Ho letto ed apprezzato l'articolo di Riccardo Michelucci sui cinque giovani fucilati il 22 marzo 1944 al Campo di Marte, tra cui mio zio Guido (nella foto sotto il Sacrario). Grazie per la memoria e per l'impegno antifascista!
Vi propongo e vi chiedo, come avete sempre fatto, la collaborazione sui temi della casa e del diritto alla residenza che portiamo avanti come Rete Antisfratto Fiorentina, composta da Movimento di Lotta per la Casa, Resistenza Casa Sportello Solidale e dal Gruppo Casa di Campi Bisenzio.
Anche il Presidio No Inc-No Aeroporto è interessato a produrre articoli e contributi sulla lotta contro gli inceneritori e le opere inutili e dannose, e per la tutela del territorio. Lunga vita a Fuori Binario!
Sandro Targetti, Firenze
Grazie Sandro per le tue parole. Fuori Binario da 27 anni dà voce a chi non ce l'ha, è escluso dai circuiti che fanno opinione in città, viene represso quando il conflitto sociale cresce. Il diritto alla casa e alla residenza, la salute pubblica, le grandi opere imposte, la difesa dell'ambiente, sono temi centrali per la nostra linea editoriale. Continueremo a raccontarli molto volentieri proprio con il contributo di chi è protagonista delle lotte e delle vertenze sul territorio.
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Buon lavoro dall'Ordine dei GiornalistiRedazione · Stazione di posta
Nuovo corso per "Fuori Binario", il giornale di strada fiorentino dei senza fissa dimora. Alla direzione arriva il giornalista professionista Cristiano Lucchi, già attivo nei movimenti sociali e già direttore dell'Altracittà, il giornale della Comunità delle Piagge. Cambio al vertice anche per la società editrice della rivista, la onlus Periferie al Centro, con il nuovo presidente Alessandro Simoni, docente presso il dipartimento di scienze giuridiche dell'Università di Firenze. Il Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti della Toscana si congratula per le nuove nomine e augura buon lavoro al neo direttore e a tutta la redazione.
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Gli auguri dell'Associazione Stampa ToscanaRedazione · Stazione di posta
Fuori Binario, uno tra i primi giornali di strada italiani, cambia direttore. A dirigere il giornale dei senza fissa dimora fiorentini sarà il collega Cristiano Lucchi che si è assunto l'incarico di rilanciare una testata fondata nel 1994 con l'obiettivo di fare informazione sui temi della fragilità. Sandro Bennucci, presidente dell'Associazione Stampa Toscana, il sindacato dei giornalisti, a nome di tutto il consiglio direttivo, rivolge a Cristiano Lucchi l'augurio di buon lavoro in un momento particolarmente delicato per la professione. Anche un giornale di strada come Fuori Binario fa parte di un ecosistema, quello dell'informazione, che sta vivendo anni difficili, costretto com'è ad affrontare l'aggravarsi di una povertà diffusa, arrivata ad esplodere con la pandemia.
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I nostri ringraziamentiRedazione · Stazione di posta
Sono state molte le testate giornalistiche toscane e nazionali che hanno accolto con simpatia l'uscita del primo numero della nuova serie di Fuori Binario. Lo hanno presentato ai loro lettori sottolineando l'importanza della presenza di un giornale di strada nel costruire un piccolo reddito per le persone in difficoltà e nell'offrire un'informazione da un punto di vista inusuale.
La redazione di Fuori Binario ringrazia quindi, in ordine alfabetico, Adnkronos, Ansa, Corriere Fiorentino, Dire, La Città Invisibile-perUnaltracittà, La Nazione, Left, Linkabile, Nove da Firenze, Pellegrino Giornale, Qui Firenze, Radio Tre Fahrenheit e Radio Tre Prima Pagina, Redattore Sociale, Rtv38, la TGR RAI della Toscana, Toscana Media News e Toscana Oggi.
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Cecilia Stefani, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Francesco Talanti, Gabriela Jacomella, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.
CREDITI FOTOGRAFICI - Cecilia Stefani (p. 9), Cristiano Lucchi (4, 15), Fabio Bussonati (13), Gabriella Falcone (4), Gian Andrea Franchi (7), Giulio Grisendi (1, 9, 12), Martina d'Arpino (13), Ass. Un tetto sulla testa (1, 2, 3).
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lu/me/ve dalle 15 alle 18.
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. Edito dall'Associazione Periferie al Centro, sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
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RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.
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DiffusoriRedazione · Colophon
- Andrea Casagrande (Via Pietrapiana)
- Berisa Sabit (Viale XI Agosto)
- Cezar Toma (Oltrarno)
- Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello)
- Daniel Petrache (Via Cerretani)
- Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine)
- Jagjit Singh e Lucy (Piazza Puccini)
- Marcel Toma (Via Cerretani)
- Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo)
- Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello)
- Robert Ionita (Via Masaccio e Via Milanesi)
- Totò Orlando (Le Cure)
- Teodor Stanescu (Piazza Alpi-Hrovatin, Piazza Repubblica, Via Cimabue)
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- punti vendita
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- Firenze
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Fuori dal Tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una piccola guida, una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà cittadina. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città.
Segnalazioni alla mail redazione@fuoribinario.org
PER MANGIARE
STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica
STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gio/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì
CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca, 150/e - 05530609230
PER CURARSI
ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960
L.I.L.A. TOSCANA Ore 9-12 e 17-20: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via delle Casine 12r - 0552479013
CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008
CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093
PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925
SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455
CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609252
CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112
CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711
CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479
CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891
PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gio/Ve Via Faentina, 34 - 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via delle Ruote, 39 - 0554630876
ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
SPAZIO CIP Ore 13-16: Ma. Ore 14-17: Gio Via dell'Agnolo 5 - 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581
ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035
SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gio - Ore 14-20: Ve Via Attavante - 0557364043
L'ALTRO DIRITTO Via delle Pandette 35 - 0554374163
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046
ASCENSIONE Via Giovanni da Empoli 2 - 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gio per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gio Via Faentina 131 - 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e - 05526770
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gio/Sa Via del Leone 35 - 055211632
L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 - 3398210866
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533
IL COLLE Via R. Giuliani 115/m - 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737
CENAC Via Rubieri 5r - 055667604
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve - Chill out zone - Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda dietro ufficio postale - 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gio Via dei Pilastri 41r - 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468
L'ALTRO DIRITTO 0552759163
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via del Mezzetta 1 - 055601375
CENTRO ASCOLTO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1, via Baracca 150/E - 055301052
- servizi sociali
- mense
- dormitori
- docce
- ambulatori
- sportelli casa
- sportelli legali
- dipendenze
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Sali in carrozza?Cristiano Lucchi e Alessandro Simoni · Partecipa anche tu
Il valore del progetto
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Cristiano Lucchi, direttore Fuori Binario Alessandro Simoni, presidente Periferie al Centro
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- In Piazza Repubblica, in Via Cimabue e alle Piagge da Teodor
- In Via Cerretani da Daniel e Marcel
- A Ponte Vecchio e in Santo Spirito da Cezar
- In Piazza Tasso e Piazza del Carmine da Giovanni
- In Piazza delle Cure da Totò
- A Sant'Ambrogio, alla Stazione di Campo di Marte e a Borgo San Lorenzo da Nanu
- In Via Masaccio e Via Milanesi da Robert
- In Piazza Puccini da Lucy e Jagjit
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