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Archivio › Fuori Binario n. 229 · Maggio 2021 › pagina 11

FIRENZE RIBELLE

Storia di Giulio Ginanni, il comico ucciso dai fascisti

Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 229, Maggio 2021, pagina 11

Una lapide sulla facciata del civico 49 di lungarno Cellini, a pochi passi dalla torre di San Niccolò, ricorda Giulio Ginanni, il comico ucciso dai fascisti nel 1930. Ormai in pochi si ricordano di lui: la sua vita fu stroncata prima che la carriera potesse prendere il volo: se non fosse morto giovane per tener fede alla sua arte, avrebbe potuto contendere a Totò il ruolo di simbolo della comicità italiana. Invece Ginanni morì appena 27enne per le conseguenze di un pestaggio subito all'uscita di un suo spettacolo da un gruppo di squadristi, che voleva punirlo per i suoi popolarissimi monologhi nei quali era solito sbeffeggiare apertamente il regime e i politici dell'epoca.

Nato a Firenze nel 1903, Ginanni aveva iniziato a recitare nelle compagnie di Ermete Zacconi e Augusto Novelli, specializzandosi nell'improvvisazione e nell'imitazione di attori e personaggi famosi. Sul palco non risparmiava nessuno: giovani e vecchi dell'alta borghesia e del popolo, sindaci e fiaccherai. Tutti, presto o tardi, erano trasformati in macchiette dalla sua ironia tipicamente fiorentina e dal suo vernacolo elevato ad arte.

Ma il genio di Ginanni era destinato a esplodere nel varietà. In un'epoca in cui il mondo dello spettacolo ancora non poteva avvalersi della diffusione televisiva, scrisse e rappresentò una serie di monologhi divenuti pietre miliari della comicità in vernacolo. Era capace di usare in modo magistrale tutti i dialetti d'Italia, di inventarsi finte parole inglesi e francesi, distorcendole grazie alla sua voce da tenore, che all'occorrenza sapeva trasformare in quella di un bambino, di un vecchio, di un meridionale, di un veneto. All'epoca veniva accostato al grande Petrolini, tutti i grandi comici toscani devono essergli in qualche modo debitori.

La sua satira era popolare e al tempo stesso raffinata, ironica e pungente. Ma fu proprio uno dei suoi monologhi più marcatamente politici, "I' sindaco", a urtare il regime, innescando l'aggressione e il pestaggio fatale da parte di una banda di fascisti, all'uscita da un teatro milanese.

Pagina 11 del numero 229 Uscito sul numero 229 (Maggio 2021), a pagina 11. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero