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Archivio › Fuori Binario n. 229 · Maggio 2021 › pagina 6

STATI UNITI

La Resistenza dei Nativi Americani

Native Lives Matter, tra diritti sociali e ambientali. I numeri: 5 milioni di persone, 574 Nazioni in 334 riserve. Prima dei simboli, l'impegno per una cittadinanza ritrovata.

Mosè Carrara Sutour · Fuori Binario n. 229, Maggio 2021, pagina 6

Se il tempo della crisi - che porti il marchio del populismo razzista, della pandemia, della contrazione economica o del pianeta vulnerato dall'uomo - è diretto rivelatore degli squilibri interni a una società, l'esempio nordamericano appare emblematico nella sua capacità di costruzione e conservazione di una speciale categoria di "marginali". I native americans, che a dispetto del nome hanno ottenuto la cittadinanza statunitense per ultimi (l'Indian Citizenship Act è del 1924), risultano "naturalmente" estromessi dalle vicende che interessano la trasformazione della stessa società di cui fanno parte. Perfino negli anni delle proteste per i diritti civili e la pace mondiale, l'occupazione di Alcatraz (1969) e la resistenza armata a Wounded Knee, nella Riserva di Pine Ridge (Sud Dakota, 1973), erano viste dall'establishment come una "questione separata" e le rivendicazioni avanzate dall'American Indian Movement nascevano pronte per essere frustrate dal sommarsi di due aspetti interconnessi: le incomprensioni, i voltafaccia e i tradimenti in seno al Movimento e, dall'altro lato, il margine di azione del Bureau of Indian Affairs, agenzia federale controllata dal Ministero degli Interni, e la corruzione diffusa tra i suoi funzionari. Da una parte lo Stato, nella sua dimensione sovrana (federale e federati); oltre frontiera le "Nazioni indiane", colpite in negativo dalla storia ufficiale come un unico, immobile dagherrotipo: popolazioni da espellere o deportare, secondo un concetto di territorio fondato sul divide et impera e, per i sopravvissuti al genocidio, perfezionato nella distorsione della "riserva".

"Paese Indiano", quarto stato per dimensione

Limitandosi agli Stati Uniti, 574 Nazioni presenti in 35 Stati, con oltre 5 milioni di individui e 334 riserve riconosciute a livello federale, coprono un'area totale di 404.686 kmq: al netto delle sovrapposizioni territoriali, l'"Indian Country" risulterebbe il quarto Stato più esteso dopo Alaska, Texas e California (fonti: U.S. Census; NCAI, 2020). In Oregon, la scorsa estate, attivisti nativi ed esponenti di Black Lives Matter manifestavano uniti per gli stessi principi. Difficile immaginare per i primi qualcosa di simile a BLM rinunciando a una rivoluzione dello sguardo: persone e gruppi che diventano visibili non come incarnazione di simboli, dai contorni definiti grazie all'arma politica della "messa a distanza" spazio-temporale, ma in quanto portatori di istanze urgenti e concrete; non residui post-moderni di un passato decomposto e oggetto di folclore, ma cittadini che giocano un ruolo nella vita politica del Paese.

Più da vicino, le capacità condizionali non si misurano solo con la resilienza di realtà umane culturalmente complesse, ma si traducono in prese di posizione capaci di influenzare le politiche a più livelli e la giustizia delle corti. Gli ambiti interessati sono quelli dei diritti della persona, dei diritti sociali e "di terza generazione" (riconosciuti dalle Nazioni Unite dopo il 1948), tra cui l'autodeterminazione dei popoli, i diritti della donna e dell'infanzia, i diritti ambientali - dalle scorie nucleari interrate a Yucca Mountain alla battaglia giudiziaria della Standing Rock Sioux Tribe contro il Dakota Access Pipeline, un oleodotto lungo 1900 km, negli anni del ritorno al fossile imposto da Trump.

Relazioni sociali e forme di potere

Diversamente dal territorio, al cuore della resistenza opposta dai nativi non c'è separazione tra la terra rivendicata (con le risorse che contiene) e il piano immateriale di una cultura difesa e rivelata a partire da un nucleo di domande: cosa chiedono e come si definiscono gli abitanti di una Nazione? Perché la riserva oggi è necessaria? Come si iscrivono le aspettative e i desideri personali nel sistema di relazioni sociali e nelle molteplici forme di ritualità rispetto alla gestione del potere che incide, a vari livelli, sulle loro vite?

Una riflessione sulle attuali istanze di autogoverno tribale potrebbe prendere le mosse da qui: non pensando a una separazione speculare a quella generata dalla conquista, ma alla necessità di uno spazio istituzionale dove si è liberi di determinarsi, come persone e come gruppo, in base a diritti e bisogni specifici direttamente espressi (evitando mediazioni forzate, speculazioni e fenomeni di lobbying). Allontanandosi dalla narrativa della marginalità come decadenza, dell'incapacità per l'"indiano" di tirarsene fuori o ritornare al tempo del mito, non sarà difficile avvertire in quale consistente misura quegli stessi diritti e bisogni, più che con il bene di uno o determinati gruppi, hanno a che fare con il bene comune.

Pagina 6 del numero 229 Uscito sul numero 229 (Maggio 2021), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero