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Fuori Binario n. 236

Gennaio 2022 · 34 articoli · ISSN 2784-9384

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Pagina 1: Prima pagina Per una generazione di maschi nuoviHo denunciato: e ora?Contro la violenza i simboli non bastanoLentezza, pochi soldi e nessuna visione per un sistema che resta... in panchinaUsare le parole per normalizzare ed escludereSe anche i muri ci guardano in una smart city ostile agli umaniLa crisi dei chip, ovvero l'illusoria leggerezza dell'informaticaItaliani gli stipendi più bassi d'EuropaSei ricco o povero? Scoprilo con l'IrpefAl cinema con i lavoratori della GknSollicciano, una comunità a rischio \"afflitta da impotenza e depressione\"Le eccezionali immagini di un normalissimo pestaggioMufloni: prima importati, ora sgraditiDal vimini all'aspirina, le mille virtù dei saliciMai più animali in scena. Vittoria sul campo della LAVPolitici, imprenditori e media: le catene della democrazia\"Non mollare\", il giornale antifascista dei fratelli RosselliAntispecismo: ogni corpo è sacro e merita rispetto e libertàArriva dal carcere una favola antica sulla gentilezzaI \"senza casa\" d'America: una tribù che viaggiaI nodi territoriali, una rete per MAG FirenzeDon't worry be happyContro il patriarcatoIl futuro dell'automobile richiede uno sforzo di fantasia per trasformare ogni veicolo in un mezzo multifunzioneEuropa assassina, perché lo permettiamo?Lo spazio pubblico non deve essere un privilegio per le sole automobiliLa prevenzione sanitaria diventata una chimeraDetoxify, il calendario contro la maschilità tossicaColophonFuori dal Tunnel. Per non perdersi a FirenzeDare forza a Fuori Binario. Scopri cosa puoi fare anche tuDiventare strillone. Guadagnare qualcosa vendendo il giornaleCome sostenere giornale e associazioneDove trovarci
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Per una generazione di maschi nuoviCecilia Stefani · Dal basso

Nasce a Firenze un comitato civico contro la violenza sulle donne che finalmente vede gli uomini prendersi carico del problema

Gli uomini possono aiutare a costruire un mondo senza violenza. Anche questo si legge nel manifesto del neonato comitato civico Impariamo a dire "noi", che si propone di rompere quel silenzio maschile che puntualmente cala quando si tratta di violenza contro le donne. Un silenzio tra l'indifferenza e l'imbarazzo, che sembra dire "sì vabbè, ma io non ho fatto nulla di male, cosa c'entro?". Il comitato invece nasce da una riflessione di un gruppo di uomini - e donne - che hanno deciso di riconoscere la responsabilità maschile, individuale e collettiva, nella violenza di genere.

Il manifesto continua "Siamo padri, zii, mariti, fratelli, partner, o soltanto amici di donne che talvolta non abbiamo rispettato o lasciato essere". Lasciato essere: lasciato essere come volevano essere, senza costringerle in qualche canone imposto da una società di maschi. Perché questa è già una violenza, spesso la prima di tutte: imporre un'identità.

La violenza contro le donne assume tante forme, non solo quella tragica ed estrema del femminicidio, e tutte hanno un substrato comune, un humus fatto di stereotipi, di tradizioni, di canoni, che alla fine sono nocivi per tutti, maschi e femmine. Da qui la presa di coscienza della necessità di crescere una generazione di "maschi nuovi", liberi da quella mascolinità tossica che nasconde i sentimenti e proibisce le lacrime, che si fa forte del possesso e del sopruso sulle donne, anche su quelle che dice di amare.

Abbiamo parlato con due componenti del comitato, Pippo Russo, giornalista e sociologo, e Andrea Bagni, insegnante fresco di pensione.

"Abbiamo avvertito il bisogno di una riflessione collettiva durante il lockdown della primavera scorsa - ci racconta Russo - quando la costrizione tra le mura casalinghe aveva coinciso con un'impennata dei casi di violenza domestica. Così abbiamo cominciato a ragionare soprattutto sulle dinamiche culturali alla base del fenomeno, e constatato quanto per le donne siano quotidiane le piccole umiliazioni, gli abusi, le discriminazioni. In questo percorso ci siamo potuti confrontare con l'associazione Artemisia e con il CAM, Centro di ascolto per uomini maltrattanti. L'idea di costituire un comitato civico è nata dalla volontà di stabilire un rapporto con le istituzioni e proporre iniziative pubbliche. Tra i promotori ci sono Eros Cruccolini, garante dei detenuti, e Donata Bianchi, presidente della Commissione Pari opportunità del Consiglio comunale".

Tra le prime attività del comitato sta partendo un progetto con l'Istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Bagno a Ripoli, che è nato dall'incontro con un collettivo di ragazze e ragazzi. Ce ne parla Andrea Bagni: "Si tratta di un doppio percorso: è già iniziato un lavoro di raccolta di storie personali di incontro con episodi di violenza (non solo fisica ma verbale, psicologica, economica). Queste storie verranno poi elaborate e raccontate nell'assemblea di istituto. A breve comincerà anche un laboratorio teatrale che coinvolgerà una cinquantina di studenti. Questi, nella filosofia del Teatro dell'Oppresso, metteranno in scena dei momenti conflittuali affidandone lo svolgimento all'improvvisazione dei partecipanti. Il lavoro sarà coordinato da una psicologa del CAM".

Come insegnante, Bagni ha sempre cercato di stimolare gli studenti allo "smontaggio" di quei cliché così soffocanti per la loro crescita emotiva. E la risposta è, a suo dire, confortante: "Per la mia esperienza, i ragazzi non sono così superficiali come spesso vengono dipinti. Per coinvolgerli, è molto importante partire dal personale, che accende più lampadine emotive. A quel punto si vede che tante barriere crollano e c'è una grande apertura mentale". È vero però che al Marco Polo le femmine sono la maggioranza... "Sì, i maschi spesso sono più restii a manifestare i loro sentimenti, temono di rivelarsi fragili. Sarebbe interessante riuscire a lavorare in qualche istituto professionale a prevalenza maschile, per provare anche lì a mostrare la possibilità di un altro modo di essere uomini".

Intanto, è possibile partecipare alle attività del comitato mettendosi in contatto tramite Facebook dalla pagina Impariamo a dire noi.

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Ho denunciato: e ora?Redazione · La testimonianza

Lettera di una vittima lasciata sola con la propria paura

Ho pensato a lungo se scriverle o meno, perché la mia è una banale storia di violenza domestica, senza alcun tipo di colpo di scena (fino ad ora), uguale a mille altre storie seppur nella sua unicità. Le scrivo oggi, nel giorno dell'udienza presidenziale per la mia richiesta di separazione. Non le racconterò delle vicissitudini quotidiane, dello squallore degli ultimi anni, delle sofferenze subite da me e dalle mie figlie. Vorrei raccontarle del "dopo", di quello che accade quando, grazie a tre anni di psicoterapia (e ventidue di abusi), una donna prende coscienza di sé e della sua situazione e decide di mettere la parola fine alla sua sofferenza gratuita quotidiana. Lei molto spesso ha scritto con pertinenza della difficoltà per una vittima di arrivare a riconoscersi come tale e poi del passo successivo che è quello di chiedere aiuto e denunciare.

Io ho chiesto aiuto una prima volta nel 2011, ma forse i tempi non erano maturi e non ho avuto l'assistenza richiesta: non sono più andata agli incontri e loro non mi hanno più cercata. La prima querela contro mio marito per aggressione (tentò di strangolarmi) sempre del 2011 finì in un nulla di fatto: da vittima da manuale di un manipolatore maligno supplicai il giudice di archiviare il procedimento, dicendo che il comportamento di mio marito era solo conseguenza del fatto che io lo avevo provocato. E il giudice archiviò.

Quest'anno, a quarantasette anni, con due figlie vittime anch'esse della situazione (in cura presso uno psichiatra la grande e in terapia psicologica la piccola) ho trovato coraggio e risorse per voltare pagina: ho trovato un'avvocata seria e generosa che mi ha seguita passo dopo passo nel percorso per la separazione giudiziale (perché l'abusante non lascia andare facilmente la sua vittima e costringe alla strada più tortuosa per la separazione), ho avuto l'appoggio incondizionato della mia famiglia (che era del tutto ignara delle mie difficoltà e da cui mi ero parzialmente allontanata nel corso degli anni) e mi sono rivolta ai Carabinieri presentando tre denunce querele, corredate da materiale audio e da chat di WhatsApp.

La prima denuncia che ha fatto attivare il Codice Rosso risale a metà settembre. Il brigadiere che ha raccolto la querela mi ha dedicato l'intera giornata, rinunciando alla sua pausa pranzo e andando oltre il suo turno di lavoro: il tribunale affida la delicata operazione di raccolta di notizie sommarie alle forze dell'ordine, riservandosi in un secondo momento di contattare la vittima. È stata una giornata estenuante, in cui ho dovuto raccontare e fare comprendere a un estraneo in poche ore tutto il mio dramma, producendo le prove audio che avevo a disposizione.

Da quel giorno a livello istituzionale non è successo nulla. Tanto che fino ad oggi ho dovuto sporgere altre due denunce, di cui l'ultima una settimana fa, con tanto di venuta dei carabinieri a casa mia e piena ammissione da parte di mio marito davanti ai militari delle minacce rivoltemi. E ancora nulla. E lui che, impunito, peggiora il suo comportamento giorno dopo giorno. E io sola, alla sua mercé, con il solo supporto del mio avvocato.

Oggi all'udienza presidenziale al tribunale per il primo atto della separazione giudiziale sono entrata in una stanza anonima, con una presidente che scriveva al computer senza guardarmi in faccia e che trattava il voluminoso faldone con dentro gli ultimi vent'anni di vita e sofferenze miei e delle mie figlie come un atto burocratico da sbrigare al più presto perché avevamo superato l'orario del pranzo. Alla richiesta della mia avvocata di adottare delle misure di protezione per allontanare mio marito tempestivamente da me e dalle ragazze la presidente ha dato in escandescenze, affermando che se c'era già il Codice rosso della procedura penale allora ci avrebbe pensato il Pubblico Ministero a prendere quelle misure e che lei non aveva alcuna intenzione di emettere il provvedimento delle misure di protezione che avrebbe significato un'altra udienza tra quindici giorni "alla vigilia di Natale!", non considerando che dalla prima attivazione del Codice rosso erano già trascorsi tre mesi senza che si muovesse nulla.

Ecco, cara Loredana, quello che succede dopo che una donna vittima di violenza denuncia: nulla. La macchina burocratica si inceppa, il meccanismo non è oliato, i compartimenti della giustizia civile e penale non collaborano e non dialogano (io oggi sono rimasta annichilita dalle urla stizzite della presidente, mi sono sentita svalutata, non creduta, mortificata e molto stupida nell'aver creduto nella giustizia). E noi "vittime" che abbiamo avuto il coraggio e la fortuna di riuscire a ribellarci restiamo sole con le nostre paure, fino a quando succederà qualcosa di più grave che ci farà finire sulle pagine dei giornali (cosa di cui farei volentieri a meno), date in pasto a un pubblico che ci farà violenza altre migliaia di volte.

**

Loredana Lipperini ha condiviso questa testimonianza sulla sua bacheca Facebook e ci ha autorizzati a riproporla su queste pagine.

(Disegno di Elisa Castellano | instagram asiel_drawsthings)

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Contro la violenza i simboli non bastanoOrnella De Zordo · Violenza di genere

La rete di protezione e supporto per le donne va potenziata. Scarpe rosse, panchine rosse... ma sono rossi anche i bilanci di Centri e Case Rifugio per una cronica mancanza di risorse

Il cuore del sistema antiviolenza italiano è costituito dai Centri Antiviolenza e dalle Case Rifugio che, data l'assenza di una risposta adeguata da parte delle istituzioni, per molto tempo sono state le uniche realtà a offrire supporto alle donne vittime di violenze. La loro nascita, da ricondurre al movimento femminista, ha di fatto anticipato l'azione governativa di un paio di decenni. Solo a partire dal 2013 i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio hanno infatti ottenuto un riconoscimento normativo e un finanziamento nazionale, anche se insufficiente. Sono strutture essenziali per contrastare la violenza sulle donne.

Alcuni dati: sono oltre 15mila - secondo i dati Istat - le donne che nel 2020 hanno iniziato il percorso di uscita dalla violenza presso i Centri. Per rispondere ai loro bisogni, i servizi più offerti dai Centri nel 2020 sono stati l'ascolto (97,1%) e l'accoglienza (82,8%).

Ma i Centri vanno sostenuti molto di più, in un Paese in cui nel 2020 – sempre secondo Istat - i femminicidi sono stati 106 (quasi 9 al mese) su 116 rilevati in totale, e dove – sarà bene ripeterlo - la maggior parte delle donne (77,6%) è stata uccisa da un partner o da un parente (dato stabile nel tempo); percentuale che nei mesi di marzo e aprile 2020 ha raggiunto rispettivamente il 90,9% e l'85,7%. Il 2021 ha visto un aumento di questo fenomeno dell'8%.

E di Centri e Case Rifugio ce ne vorrebbero molte di più. Stando ai dati diffusi, nel 2019 risultavano attivi in Italia 281 Centri antiviolenza e 257 Case rifugio. Il tasso medio di copertura nazionale è di solo 2 servizi offerti ogni 100mila donne di età superiore ai 14 anni, in misura diversificata sui territori.

Sappiamo che le donne senza mezzi e senza una rete di sicurezza sono più a rischio di violenza, e spesso più difficoltà a denunciare, e questo dato è particolarmente vero per le donne migranti. La prevenzione deve accompagnare l'intervento di emergenza.

Alla data di chiusura del rapporto di ActionAid, le risorse per l'annualità 2021 non sono ancora state trasferite alle Regioni, lo schema di riparto delle risorse è giunto in Conferenza Stato-Regioni solo lo scorso 3 novembre. A distanza di nove anni dall'entrata in vigore della legge, il Dipartimento Pari Opportunità continua ad emanare il decreto di ripartizione dei fondi nel secondo semestre dell'anno, generalmente attorno al 25 novembre (!). Considerato che le risorse sono regolarmente allocate a inizio anno nel bilancio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si tratta di un ritardo ingiustificabile e inaccettabile, che si ripercuote sulla sostenibilità delle strutture antiviolenza e quindi sulla vita delle donne che vi ricorrono.

Sempre più forti si devono levare le voci di chi si batte contro discriminazione e violenza maschile e di genere, finché dalle piazze e da ogni luogo necessario arrivino forti e chiare nelle stanze del potere.

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Lentezza, pochi soldi e nessuna visione per un sistema che resta... in panchinaOrnella De Zordo · Violenza di genere

È quanto emerge dal rapporto 2021 di ActionAid

Il report 2021 di ActionAid "Cronache di un'occasione mancata" ha registrato una fotografia impietosa dell'utilizzo delle risorse del sistema antiviolenza nazionale: gli impegni presi sono in grandissima parte disattesi e i finanziamenti stanziati richiedono anni per essere effettivamente disponibili, perché le pratiche si insabbiano negli uffici e nelle stanze che dovrebbero consentirne l'attuazione in tempi rapidi. Ecco in sintesi i dati più significativi, al 15 ottobre 2021.

  • Il Piano nazionale antiviolenza per il triennio 2021-2023, dopo un anno dalla scadenza del Piano 2017-2020, non è ancora stato reso operativo.
  • Nessuna risorsa è ancora stata trasferita dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni per il 2021.
  • Per l'annualità 2020 ci sono voluti 7 mesi per il trasferimento dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni, che ad oggi hanno erogato solo il 2% dei fondi nazionali antiviolenza.
  • La situazione è disastrosa anche se risaliamo all'utilizzo dei fondi negli anni precedenti, visto che ad oggi è stato erogato solo il 56% di quanto stanziato nel 2019, il 67% per il 2018; il 71% per il 2017 e il 74% di quanto stanziato negli anni 2015 e 2016.
  • Solo l'1% delle risorse destinate dal DL Cura Italia alle Case rifugio per far fronte alle spese straordinarie è stato effettivamente liquidato.

Ma non è finita. La prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne sono assenti dalle pianificazioni strategiche adottate a livello nazionale con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026. Inoltre, il Dipartimento Pari Opportunità continua a delegare alle Regioni l'onere di implementare quanto previsto dal Piano antiviolenza, lasciando a loro la scelta di quali attività finanziare. Con il rischio di veder aumentare i divari esistenti tra Regioni, e di non assicurare la stessa disponibilità di servizi alle donne in tutte le parti del Paese. Come infatti avviene.

Parlando di cifre, nel 2020 il DPO ha erogato circa 61,6 milioni per prevenire e contrastare la violenza. Ancora una volta, tali risorse sono state prevalentemente destinate a interventi di protezione (58,5 mln di euro, pari al 95%) e in misura residuale (970 mila euro, pari al 5%) ad azioni di prevenzione. Il totale sbilanciamento dei fondi a favore dell'asse protezione dimostra che in Italia c'è ancora un approccio emergenziale e tradisce la mancanza di una visione politica che voglia incidere organicamente sulla prevenzione, di cui a parole tutti riconoscono l'importanza.

Sono dati che vanno conosciuti, e di cui va chiesto conto a chi fa parte di questa catena tossica, perché è di fatto corresponsabile, per inerzia o disinteresse, dei ritardi. È evidente che le politiche antiviolenza non sono state considerate dalle istituzioni italiane una priorità da affrontare con le tempistiche e le modalità che un fenomeno così grave richiede. Mentre le continue violenze su donne e persone LGBTQIAP*+ che si registrano in Italia stanno a dimostrare che è necessario un drastico cambio di passo e di mentalità.

(o.d.z.)

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Usare le parole per normalizzare ed escludereGilberto Pierazzuoli · Contro il decoro

Il libro di Carmen Pisanello "In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie"

L'articolo 4 del decreto Minniti sulla "sicurezza urbana" n. 14/2017 definisce «sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati», «la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico. La vivibilità, il decoro urbano e il contrasto alle illegalità sono elementi che riguardano il bene pubblico». E, con il DASPO urbano, arriva anche la possibilità di imporre il divieto di frequentazione di determinati pubblici esercizi e aree urbane ad alcuni soggetti, che si vedono quindi applicare una misura di restrizione della libertà non a partire dalla constatazione di un reato commesso, ma dalla semplice potenzialità a commetterlo.

In nome della sicurezza, questo e altro. Proprio nella fase nella quale i reati sono in diminuzione, la percezione di una mancanza di sicurezza è al proprio auge, pompata da pressoché la totalità delle forze politiche dell'arco parlamentare. Decoro e degrado sono dunque al centro di questa operazione, di questo meccanismo di controllo e repressione che agisce anche al di là dello spazio che il decreto copre.

Voce decoro dal Sabatini Coletti: «Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta». Un concetto che rimanda a un ampio spettro di valori storicamente e socialmente determinati. Perché ci sia decoro occorre che tutto sia dunque corretto, conforme. In realtà il termine – così come il suo apparente contrario: degrado – rimandano a un ambito di tipo estetico e quindi ad una certa difficoltà a tracciarne i limiti di applicazione. Un graffito urbano è, per alcuni, una forma di arricchimento artistico, per altri non si tratterebbe altro che di sudicio da dover ripulire. A Roma e Milano la onlus Retake organizza squadre per pulire gli spazi pubblici, a Firenze tocca invece ad una associazione di volontariato denominata "Gli angeli del bello" che impone un criterio estetico attraverso il quale decide che una toppa di grigio è esteticamente più apprezzabile di qualsiasi murales.

Quel movimento in espansione intorno al decoro urbano tende a non riconoscere i simboli, ma solo sporcizia, rendendo così difficile poterlo confutare facendo emergere un significato «dalla loro cancellazione in linea con una prospettiva di normalizzazione della città». Una città decorosa diventa allora quella dove non si vedono marginalità e miseria, senza lavavetri, mendicanti, rom o venditori abusivi.

Proprio intorno all'aspetto estetico, inteso come dispositivo al servizio di politiche securitarie, parla il libro di Carmen Pisanello. Decoro e degrado, per lei, ruotano intorno all'individuo attraverso un processo di soggettivazione orientandolo verso quella che si potrebbe chiamare una procedura di normalizzazione, che si legittima «non nella comunanza (intesa come essere insieme)» di chi sostiene le regole, «ma nel rifiuto di chi non le rispetta».

Degrado e decoro sono soltanto parole, ma sono parole che agiscono o perlomeno hanno un carattere condizionante. Prendiamo per esempio il termine informe che è qualcosa di più di un semplice aggettivo. Il compito delle parole va infatti oltre il significante, creano un valore d'uso che, nel caso di parole come informe e degrado, richiede di isolare ciò che è, per esempio, informe come il sudiciume, il fango, la mota, gli escrementi. Questi non possono evadere dallo spazio che gli è assegnato. Ma ciò che è informe è soltanto il contrario dell'uniforme, dell'uniformato, del consono. Ecco che le parole mostrano il loro poter essere dispositivi normalizzanti ed escludenti.

L'informe è qualcosa di anomalo che si vuole far passare per anormale e, in quanto anormale, lo si può trascurare, cancellare, espellere. A-normale qualifica infatti ciò che non ha regola o ciò che contraddice la regola, ciò che il sistema non può permettere, mentre «anomalia» designa l'ineguale, il ruvido, l'asperità, anche queste cose non ben viste, ma che per il sistema non costituiscono dei problemi. In questo senso si espleta la capacità performante delle parole, la loro capacità di aggregare e fare consenso deviando il desiderio stesso che diviene pubblicamente accettabile quando si veste di un insieme di caratteristiche volte al consumo delle merci, possibilmente legali. Ogni altro consumo è dissipazione: una minaccia per l'ordine costituito.

Decoro si muove dunque su un terreno che rimanda sia al campo dell'estetica che a quello dell'etica, della morale, all'interno delle quali si possono così creare una serie di opposizioni che si sviluppano a cascata. L'opposizione buono/cattivo può contenere conseguentemente altre coppie oppositive quali pulito/sudicio, ma anche la nostra decoro/degrado, con l'imperativo escludente verso il lato destro della serie così costruita. Con la conseguenza che questa esclusione toccherà anche a semplice, povero, plebeo.

Anche i poveri, a questo punto, non sono più dignitosi come invece dicevano i nostri nonni, sono materia di degrado che non può essere mostrata. Una società come quella contemporanea, che crea i poveri, non li vuole far vedere, li vuole nascondere alla vista e, cosa ancora più grave, alla politica tutta.

Carmen Pisanello, "In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie", Ombre Corte, Verona 2017

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Se anche i muri ci guardano in una smart city ostile agli umaniGilberto Pierazzuoli · Capitalismo della sorveglianza

Chi decide gli obiettivi degli algoritmi che già ora modellano le nostre città?

La crisi sanitaria, economica e ambientale ci può sbattere sotto i ponti. Ma anche no. L'architettura ostile – paranoica espressione della crudeltà tra esseri umani prodotta dal sistema competitivo capitalistico – ha creato una galleria di oggetti architettonici degna di un museo degli orrori. Sotto i ponti appositi spuntoni impediscono di potersi sdraiare. Anche le panchine non possono essere usate per dormirci, ogni angolo appena più protetto è munito di dissuasori. E non siamo all'interno di un film su una civiltà distopica. Siamo qui, adesso, nelle smart city dei sindaci sceriffi.

A proposito di smart city: la Sidewalk Labs (ramo di Alphabet – Google) vuole riprogettare un quartiere di Toronto riempiendolo di sensori, telecamere, radar e altri recettori in maniera da rendere attive e reali quelle che potevano essere delle reazioni e degli aggiustamenti attuati a partire da delle simulazioni in 3D. La città non ha bisogno di essere progettata, essa si riconfigura da sé a partire dai dati che ha raccolto e che continua a raccogliere. La città sarà sempre più coerente in tutte le sue componenti a partire però dalla sua percezione della realtà.

La smart city che si auto configura, che si auto progetta, sposterà ad esempio le sue funzioni in base ai flussi, ottimizzando i percorsi. I semafori intelligenti calibreranno i loro tempi in base alla domanda, ai flussi di traffico, sino ad ottenere una ottimizzazione assoluta che potrebbe esigere che certi comportamenti umani non siano compatibili con l'efficienza del sistema. Oppure, più semplicemente, consigliare l'ora alla quale uscire, la strada da fare, a quale velocità farla e così via. Potrebbe arrivare ad essere così efficiente da richiederci una efficienza pari a quella messa in atto dal sistema. Quali obiettivi deve perseguire questo tipo di smart city assoluta? Chi li decide? Chi scrive gli algoritmi? Una società privata? Con quali scopi? Quale sarà in questa visione il ruolo dell'urbanista, ma anche quello del politico? O il politico è ormai soltanto quella parte del meccanismo che deve spianare la strada al "progresso" e metterla in mano agli speculatori di turno, a qualche startup che fa così moda? Appunto, che senso ha affidare la città a società private che perseguono il loro tornaconto, il loro interesse, il loro profitto?

E l'impianto securitario che ha messo in campo un numero insensato di telecamere, in vista della sicurezza e del decoro che è sotteso anche alla smart city generica, in che direzione vuole andare? Forse in quella che anche una città modellata dal vivere dei suoi abitanti in secoli di storia deve seguire. Andare incontro al futuro sulla linea di quel progresso del quale la tecnoscienza digitale ha provocato un'impennata. Non guardarsi indietro. La storia non esiste. Le tradizioni, i saperi, le arti e i mestieri sono ormai alla mercé di questa visione messianica nei confronti del futuro.

La mano invisibile del mercato brancica nel tessuto urbano raccogliendo ogni possibile speculazione, ogni occasione di messa a profitto. Le reti sociali e produttive che lo innervavano, vengono sottomesse. L'assenza di regolamentazione delle piattaforme le lascia operare senza controllo. La gentrificazione delle città ad opera di Airbnb e simili ne ha svuotato i centri storici dagli abitanti originali; ha scacciato i nativi confinandoli nelle riserve delle periferie. Ma ha anche requisito i fondi commerciali dove erano ubicate le botteghe artigiane. Un artigianato già sopraffatto dalle produzioni seriali delle industrie delocalizzate che in un delirio produttivo mettono sul mercato e mandano in discarica quantità insensate di merci effimere e cheap. Una smart city controllata, militarizzata e difesa per permettere al mercato di trasformare le città turistiche in parchi giochi, o in Gran Bazar tracimanti merci e fast food per un metabolismo accelerato che assecondi la bulimia capitalistica. La crescita!

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La crisi dei chip, ovvero l'illusoria leggerezza dell'informaticaGinox · Cyber Bluff

Spesso si associa all'informatica l'aggettivo immateriale. Il mondo dell'immateriale rimanda a una sorta di luogo delle idee, dove la mente crea e distrugge. Si parla di algoritmi, alcune persone in maniera entusiasta, altre preoccupata e critica. In generale si tiene a dare per scontato che il flusso di informazioni sia il centro di tutto. Un mio professore di programmazione all'università era solito dire l'hardware è solo una limitazione. Come se la mente da sola potesse tutto e fosse solo trattenuta dalla ferraglia.

La crisi dei chip è interessante perché ci riporta decisamente con i piedi per terra, anzi nel silicio. Questo elemento è largamente presente nel suolo, ma necessita di essere lavorato e sta alla base della produzione dei chip. Il paese al mondo che produce più silicio è la Cina, segue di parecchie lunghezze la Russia, terzi gli Stati Uniti.

Il problema è che la pandemia ha ridotto significativamente la produzione cinese, e di conseguenza è calata anche la produzione di chip a Taiwan. Questo piccolo stato insulare è infatti il maggior produttore di chip del pianeta. E i microchip sono per la componentistica elettronica l'equivalente delle patatine per il fast food: le ritrovi dappertutto. Oltre al Covid Taiwan ha attraversato una lunga siccità e la lavorazione del silicio richiede moltissima acqua. Per completare il quadro si tenga presente la guerra commerciale tra Stati Uniti e la Cina. Diversi settori industriali, si pensi all'auto, sono stati costretti a rallentare o fermare la produzione per la carenza di chip. E questa contrazione è ricaduta su tutta la filiera associata.

È interessante notare come il settore high tech, che costruisce di sé un immaginario ispirato alle nuvole, alla fluidità, all'immaterialità, alla capitalizzazione delle informazioni, dei saperi, delle conoscenze vada in crisi per qualcosa di molto corporeo, sanguigno e materiale: una pandemia e l'assenza di pioggia. Ma questa crisi non ha cambiato le carte in tavola, non ha modificato quel mondo, l'ha solo reso ben evidente: la cosiddetta immaterialità del digitale è in realtà molto più materiale di quanto appaia. La sua presunta "leggerezza" è piuttosto un'illusione retorica per coprire uno spesso insostenibile fardello.

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Italiani gli stipendi più bassi d'EuropaCristiano Lucchi · Paese Reale

Salari, guadagniamo sempre meno: cosa aspettiamo a ribellarci? Dai dati dell'Ocse esce il ritratto della nostra classe dirigente dove la politica regge il sacco a un'imprenditoria di rapina.

Una delle frasi più demagogiche e populiste usata dai politici al governo è quella che dice "Non mettiamo le mani in tasca agli italiani", o nella versione più elegante "È l'ora di dare e non di prendere". Grazie all'associazione Openpolis che ha elaborato i dati dell'Ocse, oggi sappiamo che l'Italia è l'unico paese europeo in cui i salari sono diminuiti rispetto al 1990 (-2,9%) mentre in tutti gli altri salivano, in alcuni casi anche fortemente.

Un record negativo, quello italiota, che la dice lunga sulla capacità delle aziende di creare profitto per gli imprenditori a scapito della giustizia sociale e di una redistribuzione della ricchezza: il patrimonio del 5% più ricco degli italiani - titolare del 41% della ricchezza nazionale netta - è infatti superiore a tutta la ricchezza detenuta dall'80% più povero (dati Oxfam), e la forbice si allarga anno dopo anno.

Un record negativo che accende un faro sull'incapacità della politica attuale di tutelare le classi povera e media, con spirito costituzionale e leggi adeguate.

Un record negativo che rende infine palese il comportamento assolutamente incomprensibile della maggioranza degli italiani nei confronti della classe dirigente predatoria che da qualche decennio sta asfissiando il Belpaese: gli imprenditori restano dei miti da eguagliare (miti, appunto); i politici continuano ad essere legittimati dal voto in ogni occasione, nonostante si confermino protagonisti della peggiore classe dirigente europea, seppur accompagnata dalla retorica dei "migliori" imposta nel dibattito pubblico dalla stampa dominante.

È evidente che se li votiamo siamo corresponsabili delle loro scelte. Cosa aspettiamo allora ad uscire dalla narcosi? Ad alzare la voce, a pretendere rappresentanti nelle istituzioni più capaci di rispondere ai nostri bisogni, con una partecipazione attiva al dibattito pubblico invece di rifugiarci sul divano, smartphone in mano? Cosa deve succedere per smetterla una volta su tutte di leggere, ascoltare, appassionarci a giornali, trasmissioni, pagine social che remano contro i nostri interessi ma che hanno il merito di saper prendere in giro il prossimo rendendoci così complici dei nostri aguzzini?

La tabella che pubblichiamo in questa pagina parla da sola. Rispetto sia ai paesi dell'Europa settentrionale e occidentale che a quelli dell'ex blocco sovietico, negli Stati europei del Sud c'è stata una sostanziale stagnazione dei salari, con il record negativo dell'Italia. Nel nostro paese il maggiore aumento (in quanto a entità della retribuzione) si è registrato negli anni tra il 1995 e il 2010, in cui si è progressivamente passati da un salario medio annuale di circa 37mila dollari ad uno di 42mila. Un aumento comunque molto lontano da quello delle altre nazioni europee, se pensiamo che il salario medio irlandese, per esempio, è passato negli stessi anni da circa 31mila a quasi 50mila dollari. Tra il 2012 e il 2019 poi la variazione è stata minima, mentre tra il 2019 e il 2020 c'è stata una diminuzione piuttosto importante (-5,9%), che ha riportato i salari italiani al di sotto dei livelli del 1990. Se all'inizio degli anni '90 l'Italia era il settimo stato europeo subito dopo la Germania per salari medi, nel 2020 è infatti scesa al tredicesimo posto, sotto a paesi come Francia, Irlanda, Svezia (che negli anni '90 avevano salari più bassi) e Spagna.

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Sei ricco o povero? Scoprilo con l'IrpefBarbara Imbergamo · Paese Reale

Solo l'1% degli italiani guadagna più di 100mila euro l'anno e la riforma fiscale di Draghi favorisce i redditi più alti.

Sul sito irpef.info c'è uno strumento costruito su base statistica sulle dichiarazioni dei redditi del 2017 che ci permette di verificare la nostra posizione reddituale rispetto al resto del Paese, ovvero ci indica quante persone stanno sopra a quel reddito e quante sotto; ne emergono dati interessanti e semplici da analizzare.

Il totale dei contribuenti in Italia nel 2017 è stimato in circa 41 milioni (per la precisione 41.211.336 persone). Il reddito considerato è quello annuale indicato in ambito Irpef come "reddito complessivo": comprende quindi tutti i redditi da lavoro e non; stiamo parlando, dunque, del reddito imponibile. Per capirsi, quella cifra che sta alla riga 14 del riepilogo del 730.

Giocando con i dati si può verificare che, rispetto a un reddito annuo di 1.000 euro, il 91,83% dei contribuenti si colloca sopra e l'8,17% dei contribuenti si colloca sotto; se passiamo a 10.000 euro verifichiamo che il 68,4% degli italiani guadagna di più e che il 31,6% ne guadagna meno.

Insomma, escludendo chi non fa dichiarazione (persona senza reddito o evasore totale) circa il 30% della popolazione vive con un imponibile di 10.000 euro l'anno.

Una persona con imponibile di 100.000 si colloca tra coloro che percepiscono di più, infatti è superata solo dall'1,13% degli italiani mentre il 98,87% ne guadagna meno: si tratta del famigerato 1% dei più benestanti.

Il dato è abbastanza chiaro: la gran parte dei redditi è schiacciata verso il basso. Lo si verifica inserendo il valore di 17.000 euro che divide la platea quasi esattamente alla metà: con 49,18% di italiani che dichiarano di più e 50,82% che dichiarano di meno. Sembrerebbe dunque che il reddito medio italiano sia inferiore ai 20.000 euro.

Se consideriamo che la riforma fiscale proposta dal Governo Draghi prevede solo 4 aliquote – la fascia di reddito fino a 15mila euro resta al 23%; quella tra i 15 e i 28mila euro scende dal 27% al 25%; quella dai 28mila ai 50mila euro (prima era 55mila) diminuisce dal 38% al 35%; oltre quella cifra si applicherebbe quella del 43% (invece del precedente 41%) – e che i maggiori vantaggi di questa riforma vanno a vantaggio dei redditi più alti (quelli che si collocano più vicino ai 50mila euro) rispetto a quelli che stanno vicini ai 28mila è facile capire che vantaggi ne avrà la gran parte della popolazione e come, al contrario, i maggiori favori vanno sempre verso coloro che si collocano nel 5% più ricco della popolazione italiana.

Il link per verificare il nostro reddito e per capire contro chi protestare: https://www.irpef.info/calcola-tua-posizione-classifica-contribuenti.

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Al cinema con i lavoratori della GknLorenzo Guadagnucci · Condivisione

Un film racconta la disumanità di un sistema che stritola anche i manager. Intanto il Collettivo non si arrende e propone una riconversione dal basso.

> È stato proiettato a Firenze il film "Un altro mondo" di Stéphane Brizé, impietoso ritratto del modello neoliberista. In sala anche il Collettivo di fabbrica, in lotta a Campi Bisenzio contro l'annunciata chiusura, che sta immaginando un percorso di reinsediamento produttivo dal basso. Che cosa unisce le due storie.

Metti di trovarti una sera al cinema a vedere un film insieme a un gruppo di persone che sta vivendo nel proprio quotidiano, ormai da cinque mesi, ciò che si racconta sullo schermo. Non è un cortocircuito ma una relazione stretta fra immaginazione e realtà, con gli operai presenti in sala che rivivono la loro storia, rappresentata però da un punto di vista opposto al loro. È successo poco prima di Natale a Firenze, al cinema Stensen, dove è stato proiettato il film "Un altro mondo" di Stéphane Brizé, presentato in concorso alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e in uscita nelle sale italiane nel prossimo mese di febbraio. In sala, col pubblico, un gruppo di operai della Gkn, l'azienda metalmeccanica di Campi Bisenzio, proprietà del fondo d'investimento britannico Melrose, che il 9 luglio scorso comunicò via mail l'improvvisa chiusura dello stabilimento e il contestuale licenziamento dei 422 dipendenti (in realtà circa 500, dovendo includere quelli impiegati in piccole aziende di servizio).

Il film - terzo di una trilogia di Brizé dedicata al mondo dell'economia e del lavoro - racconta la storia di un manager, direttore di uno stabilimento francese controllato da una multinazionale statunitense, cui viene ordinato di tagliare del 10% il personale (circa 50 operai su 500), senza un apparente motivo, con l'effetto di compromettere l'operatività e la sicurezza dell'azienda. Il film si concentra sui dilemmi etici del manager e mostra la rete di relazioni in cui è inserito: il legame con un funzionario tuttofare che non digerisce il piano di licenziamenti, i buoni rapporti con gli operai grazie alla fama pregressa di direttore dal volto umano, la difficile interazione coi dirigenti di rango superiore e con il superboss negli Usa (magistrale la scena della videoconferenza decisiva). Brizé sembra voler mostrare quanto contano gli individui, le loro scelte, la loro forza morale, nelle dinamiche di potere dell'economia contemporanea, ma quel che emerge con più forza è la potenza di un sistema - l'economia globale finanziarizzata - che sfugge a criteri di condotta comprensibili e razionali. Il personale dev'essere ridimensionato non per ragioni tecniche, operative o per far fronte a fatturati decrescenti, ma perché così vuole Wall Street.

È l'esperienza che stanno facendo gli operai della Gkn, messi fuori su due piedi e senza alcun preavviso, ma all'interno di logiche finanziarie - e non industriali - almeno di medio periodo. Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica Gkn, al termine della proiezione ha detto che almeno uno dei cinque direttori di stabilimento che si sono succeduti da quando Melrose ne è proprietaria (da meno di quattro anni), potrebbe corrispondere al protagonista del film, coi suoi problemi di coscienza. Quel direttore rimase in carica pochi mesi ed è possibile che abbia lasciato l'incarico per non portare a termine il progetto che forse Melrose aveva fin dall'inizio: chiudere, anziché far funzionare al meglio, la sede fiorentina.

"Un altro mondo", attraverso una storia inventata, rende visibili processi generali, radicatisi negli anni: è come un capitolo di un ideale manuale di economia reale, ben diverso dai testi che si studiano nelle università. E fa capire, questo film, perché la vicenda della Gkn - in fondo uno stabilimento come tanti, di una periferia cittadina, in un'area per altro non famosa per i suoi insediamenti industriali - abbia colpito così tanto l'opinione pubblica e suscitato un inedito fermento sociale e politico attorno a sé. È successo perché il Collettivo di fabbrica Gkn, nell'immediatezza dei fatti, appena arrivata la notizia dell'improvvisa chiusura, è riuscito a impostare un discorso generale, guardando oltre la propria pur difficilissima condizione. Ha fatto capire che la sconvolgente mail recapitata il 9 luglio è una spia - l'ennesima, a dire il vero - che segnala un sistema economico sempre più fuori controllo, oltre che irrimediabilmente avulso da parametri etici anche minimi. Molti lo hanno capito e questo spiega la quantità e la qualità della mobilitazione attorno al caso Gkn. Siamo immersi in un sistema economico che si regge su alcuni pilastri profondamente marci: uno lo mostra il film, ed è reso evidente nella vita concreta dalla storia della fabbrica fiorentina, dove tutti gli operai - per dire dell'insensatezza dell'operazione - continuano a ricevere da cinque mesi a questa parte lo stipendio pieno, a fabbrica chiusa (e ora occupata dagli stessi operai sostenuti da numerosi volontari esterni).

"Un altro mondo" finisce in un modo che non stiamo a raccontare, la sorte della Gkn invece è ancora incerta. Salvetti l'altra sera ha detto con onestà che vicende così di solito non finiscono bene, ma stavolta ci sono nuovi fattori in campo. Da un lato l'inattesa mobilitazione, dall'altro la capacità del Consiglio di fabbrica d'essere parte attiva e propositiva nella ricerca di vie d'uscite. L'attenzione generale, al momento, è concentrata sul "consigliere" nominato da Melrose e sulle sue ipotesi di riconversione dello stabilimento (passaggio già visto, con esiti infausti, in vertenze precedenti, a dire il vero), ma gli operai stanno mettendo a punto, con un gruppo di docenti e ricercatori dell'Istituto universitario Sant'Anna di Pisa, un progetto volto a creare un polo italiano della "mobilità sostenibile", cioè auto e bus elettrici o di nuova generazione, a minore consumo e impatto inquinante, posto che i mezzi di trasporto privati in prospettiva dovrebbero calare di numero, di cui Gkn, che produce semiassi, potrebbe essere uno dei terminali. La richiesta è quella di un intervento finanziario e progettuale degli enti pubblici, superando i vincoli e le ossessioni del modello neoliberista. È una sfida anche politica profonda. Decisiva. In sostanza, a fronte di un'economia che sembra avere perso la testa, sta prendendo corpo l'ipotesi di un percorso di reinsediamento produttivo dal basso, che fa leva sull'intelligenza collettiva. Un percorso che merita d'essere seguito e incoraggiato.

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Sollicciano, una comunità a rischio \"afflitta da impotenza e depressione\"Vincenzo Russo · Carcere

Nella relazione del Garante dei detenuti latitano numeri, presenze, provenienze, reati, misure alternative e recidive. Come si può intervenire decentemente in assenza di tali informazioni?

> Vincenzo Russo, cappellano del carcere fiorentino di Sollicciano, conosce a fondo i problemi di chi vi è costretto. Dopo l'ultima relazione del Garante dei detenuti di Firenze ha preso carta e penna e ha scritto al Dubbio, il quotidiano edito dalla Fondazione dell'Avvocatura Italiana. Ecco la sua denuncia.

Ho letto il resoconto del Garante e apprezzato soprattutto lo sforzo di mettere in relazione le varie competenze e le diverse responsabilità istituzionali. Il quadro presentato non è privo di spunti che lasciano trapelare intenzioni e prospettive positive. Ma lo sguardo prospettico, a mio avviso, non può da solo dare senso ad una riflessione approfondita sulle attuali condizioni che le detenute e i detenuti delle strutture fiorentine si trovano a vivere oggi. Sì, oggi! Perché è l'oggi che conta più di tutto e che deve essere al centro delle preoccupazioni e degli sforzi delle persone a ciò preposte.

Per questo sono rimasto un po' deluso dalla relazione presentata dal Garante al Consiglio Comunale, ricca di progetti e proposte interessanti, ma nella quale non ho trovato un solo accenno alle specifiche condizioni che i detenuti e le detenute vivono sulla loro pelle. Su questo mi sono trovato più in sintonia con quanto affermato a suo tempo dal Sindaco Nardella quando ha parlato della comunità carceraria come di una comunità "afflitta da impotenza e depressione", e il carcere (di Sollicciano in particolare, più da chiudere che da restaurare).

Nella relazione del Garante non ci sono notizie sui numeri, le presenze, le provenienze, i reati, le ammissioni alle misure alternative, le recidive. Queste notizie non possono essere secondarie, ma punto di partenza fondamentale per una conoscenza puntuale della realtà di queste strutture. Una relazione sugli interventi in carcere non può prescindere da una sorta di "bilancio", nella fattispecie un bilancio sociale per avere una fotografia precisa della realtà e di quanto fatto per modificarla, risolverla o quant'altro. Dove incardinare altrimenti progetti credibili e realizzabili?

Dalla visita del Sindaco Nardella e dalle sue dichiarazioni drastiche ma pragmatiche nulla è cambiato. Le criticità e le emergenze sono continuate, si sono susseguite senza interventi di sorta, quasi si fosse rassegnati ad un inevitabile decorso negativo. Parlo del caldo asfissiante durante l'estate, del freddo e dell'umido durante gli inverni, del degrado strutturale con crolli e pericoli, dei servizi non funzionanti, della presenza più volte denunciata di cimici ed altri animaletti non proprio salubri. Ma voglio parlare anche e soprattutto dei problemi di salute fisica e psichica, delle detenute e dei detenuti, degli episodi di autolesionismo, delle morti, dei suicidi. Notizia di un giorno e poi più niente. Voglio parlare delle difficoltà con cui si affronta una malattia in carcere, e non solo quella da Covid. Voglio parlare del disagio dei lavoratori, delle carenze di numero e di possibilità di affiancamento ai detenuti nei loro percorsi di riemersione dall'illegalità verso un ritorno nella società che non sia peggiore dell'andata.

Faccio quotidianamente esperienza di tutto questo, come, credo, tutti coloro che con una certa sensibilità sociale entrano e lavorano nelle strutture penitenziarie di questa città. Anche fuori l'aria che si respira non è molto diversa: anche fuori la povertà è crescente, la forbice sociale si allarga, c'è disoccupazione, carenza di cultura, di possibilità, di solidarietà. Ho sempre considerato il carcere come parte ed espressione del territorio, quel che accade "fuori" non è mai tanto diverso da quanto si ritrova "dentro". I problemi del fuori sono sotto gli occhi di tutti, non servono relazioni, basta guardarsi attorno e dentro. E dunque come è possibile che dentro sia tutto così positivo ed avviato a soluzione concreta? Invidio lo sguardo così ottimista del Garante, ma fatico a condividerlo. Certo non voglio imputare al Garante responsabilità che sono enormemente più estese. Ma preferirei una descrizione più concreta anche se forse meno piacevole. Se non si parte dal concreto non si arriva da nessuna parte, ce lo dice la logica e l'esperienza. Dato il punto di arrivo (di non ritorno come dicono i nostri giovani nelle piazze del mondo) non è una impresa facile.

Comunque sia bisognerà cominciare, a piccoli passi, con pazienza e perseveranza, partendo da quanto (poco? tanto?) realizzato per migliorare, allargare. Questo deve essere l'impegno di tutti ed il mio pensiero va immediatamente alle associazioni, al volontariato, alle imprese, agli artigiani impegnati in questo cammino che non è di solidarietà ma di reciproco sostegno, di reciproco arricchimento, di conoscenze, di energie e di forza. Tra queste non posso non ricordare quella che insieme a me, nella realtà di casa Caciolle dell'Opera Madonnina del Grappa, offre strade alternative a chi sconta una pena o ha espiato la condanna, col lavoro ed il servizio agli altri. A Caciolle proviamo ad esercitare l'arte del vivere sociale nella costruzione di un percorso di formazione e di arricchimento culturale. Una educazione, non, permettetemi, una rieducazione, perché non cancelliamo il passato, le esperienze passate delle persone, anzi le vogliamo valorizzare facendole diventare un unicum di realizzazione piena. Con piccoli gesti e passaggi quotidiani si prova a riedificare quanto, sovente, è stato distrutto dalle condizioni vissute in carcere.

(in foto, murale di Emilia Maria Chiara Petri a Casa Caciolle)

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Le eccezionali immagini di un normalissimo pestaggioValentina Baronti · Carcere

Il video dei detenuti massacrati dalle guardie nel carcere di S. Maria Capua Vetere mostra uno dei modi con cui il sistema difende se stesso.

Marzo 2020. L'emergenza Covid arriva in Italia, iniziano le prime restrizioni, le tv rimandano immagini allarmanti, il panico si diffonde e si abbatte su un sistema dall'equilibrio fragile, come quello carcerario. I detenuti chiedono sicurezza, mascherine e tamponi, visto lo stato di cronico sovraffollamento delle celle, ma in cambio ricevono chiusure, annullamento delle visite esterne e dei progetti di reinserimento sociale, dei corsi di formazione e delle attività didattiche organizzate dalle associazioni. Poi ci sono i primi casi di Covid in carcere. Si cerca di tenerli a tacere per non alimentare il panico, ma non ci si riesce e la tensione cresce. Invece di dare risposte il sistema somministra repressione, in maniera violenta e sproporzionata. Su alcuni media si parla di rivolte sedate dagli agenti penitenziari, ma la verità è lontana da venire e balzerà agli occhi del mondo soltanto un anno dopo, quando si diffondono le immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. Ma questo è solo uno dei casi, l'unico che è stato possibile documentare, l'unico per il quale si è avviata un'indagine e poi un processo.

La mattanza del 6 aprile 2020 viene raccontata nell'ultimo libro edito da Napoli Monitor, "La settimana santa" di Luigi Romano, presidente dell'associazione Antigone Campania, acquistabile online dal sito napolimonitor.it. Un testo che non si limita a ripercorrere i fatti, ma che li inquadra in un sistema generalizzato, basato sull'uso della forza, per mantenere un equilibrio reso impossibile dalla variabile della pandemia. Si legge nel libro: "Ogni sistema penale ricerca un punto di equilibrio oltre il quale comincia a disgregarsi, generando disfunzioni che comportano costi sociali anche molto elevati. Il nostro sistema è appena imploso". Il punto, per Luigi Romano, non è tanto raccontare cosa è successo in quel tragico 6 aprile, né quello di delineare le responsabilità, a questo penserà il processo. Il punto è raccontare "le meccaniche di autoconservazione del sistema", un sistema che difende se stesso, in cui gli stessi sindacati chiedono di risolvere i problemi endemici del sistema carcerario tramite operazioni di "pacificazione", che sono fatte di paura, chiusura, repressione, tanto da creare un clima esasperante, con un alto livello di detenuti medicalizzati per problemi psichiatrici.

A Santa Maria Capua a Vetere però qualcosa va storto. Vuoi la tensione legata al Covid, vuoi la paura del contagio, vuoi un grumo di rabbia repressa che gli agenti avevano voglia di sfogare, ci sono state dimenticanze cruciali: telecamere lasciate accese, un alto numero di pestati, impossibili da trasferire tutti per occultare le prove, un giudice di sorveglianza che non si volta dall'altra parte, le videochiamate al posto dei colloqui in presenza, che i familiari hanno registrato, documentando gli effetti del pestaggio. Quei volti tumefatti, gli occhi neri, le lacerazioni, le ossa rotte, non si potevano occultare. Le prove erano lì sotto gli occhi di tutti, anche se per arrivare a vedere i filmati in prima visione al tg della sera, bisognerà aspettare un anno. Ecco. Questo non ha funzionato a Santa Maria Capua a Vetere. E le porte del carcere si sono spalancate, le pareti sono diventate di vetro. Portando alla ribalta quella che non è assolutamente un'eccezione, ma la regola del mantenimento dell'ordine nelle carceri italiane.

Luigi Romano ripercorre senza fronzoli gli eventi di quei giorni ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per le violenze che abbiamo visto tutti, ma perché ce le racconta dall'altra parte della barricata, con la visione dei detenuti, in un'operazione di rilettura storica dell'attualità, raccontata dai vinti, dai pestati, dagli ultimi della società. Non è facile convincere l'opinione pubblica che la versione di un carcerato è quella vera e che le forze dell'ordine, lo Stato, il sindacato, stanno mentendo. E che questa menzogna non è un caso, ma un sistema, che vige da decenni in tutte le carceri italiane, nel silenzio e nell'indifferenza generale. Finché non sono arrivate quelle immagini, che non ammettono interpretazioni.

"Non sappiamo se la sola testimonianza dei detenuti avrebbe comunque allertato la Procura o se questi elementi sarebbero stati indagati con lo stesso rigore. D'altronde, è indubbio che in altre circoscrizioni, come Modena, gli inquirenti e il tribunale, nonostante le circostanziate testimonianze dei detenuti e soprattutto l'assillante presenza di nove morti, sono giunti a conclusioni diverse rispetto a quanto sostenuto dagli inquirenti e dal giudice per le indagini preliminari a Santa Maria Capua a Vetere". Il cortocircuito è stato proprio l'intervento del magistrato di sorveglianza, che non accetta le versioni ufficiali fornite dalla dirigenza della polizia penitenziaria e si presenta per ben due volte fisicamente nell'istituto, in un momento in cui si faceva tutto per via telematica, per verificare di persona cosa era accaduto. Da lì sono partite le indagini e poi il processo, anche se c'è voluto ancora un anno perché i media nazionali se ne occupassero e perché il governo sospendesse dal servizio gli agenti indagati. Ma la storia della settimana santa nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non è che la punta dell'iceberg, perché "quelle mostruosità sono generate dall'ingovernabilità del penitenziario su cui ricadono le scelte di politica securitaria. In fin dei conti, alle istituzioni penali viene richiesto principalmente di gestire l'ammasso crescente degli esclusi".

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Mufloni: prima importati, ora sgraditiRestiamo Animali · Biodiversità

L'Ente Parco vuole "eradicare" gli esemplari presenti al Giglio. Gli abbattimenti sono stati sospesi ma la questione "alieni" resta aperta.

Ancora gli "animali alieni". Ancora progetti di "eradicazione". Dopo cinghiali e scoiattoli, tocca ai mufloni. La storia stavolta viene dall'isola del Giglio, dove l'ente Parco un bel giorno ha annunciato un piano di abbattimento di tutti i mufloni del posto, giudicati una minaccia per la biodiversità in quanto presenza "aliena" e anche responsabili di danni arrecati alle coltivazioni. Il Parco ha spiegato di applicare un progetto europeo di tutela degli ecosistemi e di avere deciso di passare all'azione, affidando l'esecuzione degli animali - in numero imprecisato, anche considerando una decina di esemplari catturati e già trasferiti lontano dall'isola - a un gruppo di cacciatori specializzati.

Alle dichiarazioni, in verità, non sono seguiti i fatti (anche se alcuni animali sono stati forse uccisi nei primi giorni della "campagna"), perché l'intervento di alcune associazioni animaliste e di numerosi attivisti ha portato a un accordo: i mufloni rimasti sull'isola non saranno sterminati, ma catturati e spostati altrove. Questo, almeno, è quanto scritto nel patto firmato dal Parco con Lav e Wwf, un accordo che mantiene delle ombre: sul numero degli animali effettivamente presenti sull'isola, sulla sorte degli animali che non dovessero essere catturati, sulla destinazione degli altri. E poi rimane la questione di fondo: perché progettare l'eradicazione? Su quali basi? In quale prospettiva?

È una questione delicata, perché i mufloni sono in effetti arrivati al Giglio solo pochi decenni fa, su iniziativa - sembra - di un privato cittadino, che mise in piedi un piccolo allevamento. Gli animali si sono poi dispersi nell'isola, trovando evidentemente un habitat adatto, un po' come succede in Sardegna, dove i mufloni sono considerati autoctoni. Quelli del Giglio sono invece reputati "alieni" e "nocivi", come altri esseri viventi presenti sull'isola: una specie di tartaruga importata da chissà chi e una pianta "straniera". L'obiettivo del Parco è quello di eliminare gli "alieni" e ripristinare gli ecosistemi di un tempo. Ma è davvero raggiungibile questo obiettivo in un mondo che fa degli scambi con l'esterno la sua ragion d'essere? In un'isola al centro di traffici turistici e commerciali intensi? E devono essere gli animali a pagare le azioni sbagliate compiute in passato?

La sospensione degli abbattimenti concede ora un po' di respiro e forse insegnerà agli amministratori a cercare fin da subito soluzioni non cruente per i problemi che si trovano ad affrontare, valutando anche l'ipotesi che i cambiamenti di popolazione ormai avvenuti debbano essere gestiti senza cercare improbabili fughe... nel passato. La pausa può essere anche l'occasione di ripensare a fondo i rapporti con le specie animali: alla radice di tutto c'è un errore basilare, l'idea di poter disporre delle vite altrui a piacimento, allevando e commerciando animali, incuranti di loro e delle conseguenze delle proprie azioni.

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Dal vimini all'aspirina, le mille virtù dei saliciIlaria Morelli · Millefoglie

Quello dei salici è un genere che raggruppa alberi e arbusti legnosi di aspetto molto diverso. Il più facile da riconoscere è il salice piangente (Salix babylonica) per via della sua chioma inconfondibile con i rami flessibili che ricadono verso il basso fin quasi a toccare il suolo: a dispetto del nome scientifico però, non viene dalla Mesopotamia, ma dalle regioni temperate della Cina. Il portamento dei rami penduli, il giallo oro del fogliame in autunno e i vistosi fiori primaverili, ne fanno un albero molto decorativo, immancabile nei giardini cinesi e giapponesi e più recentemente anche in quelli europei.

Nei dintorni di Firenze troviamo il salice bianco (Salix alba), che insieme a pioppi, frassini e ontani, costituisce la flora che costeggia i fiumi di tutta Europa: il genere Salix ama l'acqua e cresce bene in zone umide.

Oltre a fornire ombra e foraggio, il salice ha costituito anche un'importante risorsa per la vita quotidiana come rimedio per febbri e dolori: dalla corteccia del salice bianco venne isolata la salicina, un precursore dell'acido salicilico, l'Aspirina, prodotta industrialmente e commercializzata a partire da fine '800.

Prima dell'invenzione della plastica, i rami flessuosi del Salix viminalis (vimini) erano utilizzati per la legatura della vite: pratica che sopravvive nelle rare aziende che scelgono di abbandonare la plastica per tornare al "salcio", come si dice in Toscana.

I tronchi capitozzati di questi salici erano un elemento immancabile del paesaggio agricolo. Il colle del Viminale ha questo nome perché vi crescevano salici che i Romani raccoglievano per i vimini. Virgilio cita spesso il salice e nelle Georgiche scrive: Viminibus salices fecundae (I salici sono fertili di vimini).

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Mai più animali in scena. Vittoria sul campo della LAVCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali

Quando scrisse l'atto unico "Sik Sik l'artefice magico", Eduardo De Filippo non deve aver pensato troppo a quei tre "interpreti" costretti a fare da comparse. Era il 1929 e il fatto di impiegare due piccioni e un pollastro in uno spettacolo teatrale non impressionava più di tanto. I tempi sono cambiati e l'attenzione verso gli animali ha portato a progressi concreti nel vissuto delle persone e nelle normative, pur restando gli animali non umani nella nostra società "i più oppressi fra gli oppressi", come ebbe a dire una volta Aldo Capitini, il filosofo e politico "amico della nonviolenza".

Il Comune di Firenze, nel suo Regolamento per la tutela degli animali, all'articolo 18 ne vieta espressamente l'utilizzo nello spettacolo (con l'eccezione dei circhi), come ha dovuto constatare Carlo Cecchi, grande attore e regista di origine fiorentina, nei giorni trascorsi in città all'inizio di dicembre con il suo spettacolo in calendario al Niccolini (oltre a "Sik Sik l'artefice magico", il programma includeva un altro atto unico di Eduardo, "Dolore sotto chiave").

Nelle prime due serate una coppia di poveri piccioni e un pollastro hanno dovuto calcare la scena, coinvolti in una sgangherata "magia" prevista dal copione, che ha per protagonista un improbabile e stralunato illusionista. Poi la segnalazione venuta da qualche spettatore ha messo in azione la sezione fiorentina della Lav, che ha chiesto e ottenuto per le due rimanenti rappresentazioni l'utilizzo di animali finti. La qualità dello spettacolo non ne ha affatto risentito, anzi ne è uscita migliorata: è scomparsa la vena di tristezza che prende chiunque osservi con un po' di empatia gli animali costretti a vivere situazioni improprie.

La via del dialogo con direzione del teatro e compagnia, scelta dalla Lav, che ha rinunciato a presentare una denuncia formale, è stata quindi vincente. Ci piace pensare che anche il grande Eduardo sarebbe stato d'accordo nel compiere insieme ad attori e spettatori questo piccolo passo in avanti.

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Politici, imprenditori e media: le catene della democraziaFuori Binario · Rinnovamento della politica

La proposta di Extinction Rebellion.

La scena si apre con tre persone eleganti con le mani sugli occhi così da non voler vedere: rappresentano il Potere Politico, il Potere Mediatico e il Potere Economico. Di fronte a loro c'è la Democrazia, legata, che non riesce a muoversi né a liberarsi nonostante ripetuti tentativi. Entrano così in scena i Cittadini che portano i cartelli in cui richiedono assemblee per aiutare la Democrazia a liberarsi dalla rete che la imprigiona. Si dispongono in cerchio, la proteggono e costringono i Tre Poteri a scendere dai loro scranni e a sedersi nelle "assemblee dei cittadini" sulle note della canzone "La libertà" di Giorgio Gaber. È questa la performance, tenutasi a Firenze in Piazza Santa Maria Novella, e intitolata "Democrazia legata=democrazia negata" con cui il movimento internazionale Extinction Rebellion ha promosso la raccolta di firme per una proposta di legge popolare che introduca le Assemblee dei cittadini anche in Italia.

"Le Assemblee dei cittadini - dicono gli attivisti di ER - vedono protagonisti alcuni cittadini sorteggiati in base a specifici criteri che dibattono e deliberano su questioni di pubblico interesse. Si tratta di esperienze che da oltre un decennio si moltiplicano in tutto il mondo. Col supporto di esperti, i cittadini hanno la possibilità di studiare, discutere e decidere per il proprio futuro, laddove gli eletti da soli non riescono a dare soluzioni adeguate. Il primo grande tema su cui chiediamo di convocare un'Assemblea dei Cittadini è proprio l'emergenza climatica. Come in Francia, davanti a questa urgenza dobbiamo coinvolgere i cittadini, per intervenire subito dando le risposte che i Governi e la politica tradizionale non sono stati in grado di offrire".

Con questa performance fiorentina Extinction Rebellion ha dato conto della drammatica situazione in cui versa la nostra democrazia, i poteri che la controllano e di come le assemblee dei cittadini possano divenire uno strumento di partecipazione popolare e rinnovamento democratico per uscire dall'attuale crisi.

L'iniziativa rientra nella campagna di Extinction Rebellion "Ultima Generazione" all'interno della quale sono stati organizzati a Roma alcuni blocchi stradali per attirare l'attenzione del Governo Draghi su questi temi e per introdurre in Italia le Assemblee dei cittadini. Un appello condiviso anche da una rete di oltre 30 associazioni toscane che chiede alla Regione Toscana di convocare un'assemblea di cittadini per decidere come utilizzare le ingenti risorse europee stanziate a favore di questo territorio, sia con il PNRR, sia con i fondi strutturali europei 2021-2027.

Info: www.facebook.com/assembleecittadine.ora | coord.assemblee.cittadine@gmail.com

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\"Non mollare\", il giornale antifascista dei fratelli RosselliRiccardo Michelucci · Firenze Ribelle

Il primo giornale clandestino antifascista d'Italia fu concepito nel gennaio 1925 in un villino di via Giusti, a pochi passi da piazza SS. Annunziata. Già il suo nome, "Non mollare", rappresentava un appello alle coscienze, una sorta di parola d'ordine per quella Resistenza che due decenni dopo sarebbe culminata nella lotta di Liberazione. In quella casa abitavano i fratelli Carlo e Nello Rosselli, due tra i più importanti attivisti dell'antifascismo italiano del periodo antecedente lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Non volevano soltanto realizzare un giornale d'informazione bensì disobbedire alle proibizioni del governo fascista, esercitando il diritto a promuovere il libero pensiero. "Non ci è concessa libertà di parola: ce la prendiamo. Riporteremo articoli e notizie che non possono essere pubblicati nei giornali d'opposizione", recita un famoso editoriale.

Per far uscire "Non mollare", il gruppo che faceva capo ai fratelli Rosselli dovette attenersi a regole cospirative assai rigide, ma in poco tempo il giornale clandestino iniziò a circolare e diffondersi. Grazie al contributo volontario dei lettori, nei primi mesi ne furono stampate a Firenze circa tremila copie. Il numero uscito nel febbraio del 1925 arrivò a una tiratura di 12mila esemplari, per via della pubblicazione di un clamoroso documento inedito che inchiodava Mussolini come mandante dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti.

In luglio le camicie nere fecero irruzione nella casa di via Giusti, da dove i Rosselli se n'erano già andati. Ogni giorno si registravano aggressioni e pestaggi da parte degli squadristi, che assaltavano case, botteghe, uffici di antifascisti, perfino sedi di attività assistenziali. Il loro bersaglio principale era l'antifascismo borghese e laico, che proprio a Firenze aveva uno dei suoi centri più vitali. A causa di questo clima Rosselli e gli altri furono costretti a lasciare l'Italia, ma il 9 giugno 1937 i due fratelli furono scovati e uccisi in Normandia da un gruppo di sicari fascisti. Il giornale "Non mollare" avrebbe ripreso le pubblicazioni dopo la guerra, divenendo l'organo del Partito d'Azione fiorentino.

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Antispecismo: ogni corpo è sacro e merita rispetto e libertàEleonora Bocchi · Intersexioni

Intersexioni ospita Eleonora Bocchi, femminista antispecista.

Nel 2019 la parola "antispecismo" è entrata a far parte dei lemmi del dizionario Treccani. Tuttavia, per la maggior parte delle persone è ancora un termine sconosciuto. Per poter definire l'antispecismo abbiamo bisogno di interrogarci intorno alla parola "specismo". Citando Massimo Filippi, possiamo definire lo specismo come la teoria che separa "i corpi che contano, da tutelare, proteggere e sacralizzare, da quelli che non contano, che possono essere uccisi e sfruttati impunemente."

Quelli animali sono corpi meno liberi di altri ed è proprio per questo che a Richard Ryder, lo psicologo che nel 1970 ha coniato il termine "specismo", sembrava inaccettabile che, in un tempo in cui si lottava senza sosta per i diritti, gli animali fossero esclusi dalle rivendicazioni. Quelli in cui scrive Ryder sono anni in cui i corpi diventano liberi di abortire, di prevenire una gravidanza, di scegliere in merito alla propria sessualità, di lottare contro il padrone, per la libertà del tempo, per una vita dignitosa.

È da lì che dovremmo ripartire, con la consapevolezza che il desiderio di libertà non è una prerogativa umana, che riconoscere la resistenza animale – espressa dagli animali in fuga dagli zoo, dagli allevamenti, dai laboratori dove avviene la sperimentazione – non significa antropomorfizzare i non umani. Quando leggiamo di un polpo che scappa da un acquario dobbiamo interrogarci sul destino di milioni di polpi. Quando sentiamo di un animale "d'allevamento" che si aggira per le strade di una città, dopo essere scampato alla morte, dobbiamo interrogarci sul trattamento che riserviamo a miliardi di animali.

Se ci interessa il destino dei corpi, di tutti i corpi, non possiamo più permetterci di ignorare quello che accade alle porte delle nostre città, in quei luoghi dove l'annientamento dei corpi animali è normale routine. Dobbiamo tornare a reclamare diritti e libertà, per noi e per chi è diverso da noi.

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Arriva dal carcere una favola antica sulla gentilezzaFuori Binario · Spettacolo e diritti

La Compagnia teatrale di Sollicciano porta in scena una fiaba di Basile. "Faccia di capra" è anche un docufilm premiato per il miglior cast all'HIIFF.

Un film documentario con protagonisti i detenuti della Compagnia teatrale di Sollicciano. Si intitola "Faccia di capra. Storia di una metamorfosi" e dà conto di come la Compagnia, formata anche da attrici professioniste, ha vissuto l'isolamento causato dalla pandemia nella primavera del 2020. In quei lunghi mesi si tenne una lunga corrispondenza epistolare tra chi era costretto in carcere e il resto della compagnia, recluso anch'esso a causa del lockdown, seppur ognuno nella propria abitazione. Il cuore di quelle lettere che con frenesia entravano e uscivano da Sollicciano era il soggetto dello spettacolo "Faccia di capra", liberamente tratto dall'omonima fiaba de "Lo cunto de li cunti", una raccolta di 50 favole in lingua napoletana scritte nel Seicento da Giambattista Basile. Lavorare al testo di "Faccia di capra" diventò l'eco fantastica di una lenta e difficile trasformazione che riguardò tutti.

Definito il soggetto, e finita la prima fase di isolamento pandemico, la produzione del film si trasferì in carcere con prove due o tre volte a settimana sotto la guida dalla regista Elisa Taddei. Oltre a recitare i detenuti hanno costruito le scenografie e anche alcune maschere, a partire da quella della protagonista che si trasforma in "faccia di capra". Terminate le prove si è abbassato il ciak e sono partite le riprese, con non poche difficoltà, visto che ai cameraman non è stato permesso di entrare a Sollicciano e sono stati così sostituiti dalla stessa regista. Ciò non ha impedito di arrivare a un ottimo risultato, tanto che il docufilm è stato premiato per il miglior cast all'HIIFF - Heart International Italian Film Festival.

Chi vede il film [le date delle prossime proiezioni alla pagina facebook.com/teatrosollicciano] assiste alla metamorfosi nata dal confronto continuo tra mondo della fiaba e quello della realtà. Punti fermi, ieri come oggi, l'ingratitudine e la trasformazione, con un finale positivo che ricorda però a tutti noi come nella vita sia sempre importante essere riconoscenti e gentili verso chi lo è stato altrettanto nei nostri confronti.

La produzione di "Faccia di capra. Storia di una metamorfosi" è di Krill Teatro – Murmuris che conclude così la trilogia del fantastico dopo "Le mille e una notte" e "La tempesta" di Shakespeare. Krill Teatro nasce nel 2008 con la finalità di fare e promuovere il teatro all'interno della Casa Circondariale di Sollicciano. L'attività dell'associazione ha l'obiettivo di diminuire il senso di oppressione e isolamento che provoca il carcere e si è sviluppata a partire dall'esperienza della regista Elisa Taddei, che nel 2004 ha fondato la Compagnia di Sollicciano all'interno della Casa Circondariale di Firenze.

I testi di "Faccia di capra" sono di Otto Marco Mercante da "Diario di un attore al tempo dell'Apocalisse", la regia di Elisa Taddei e Corrado Ravazzini, le scene di Francesco Givone, Marwen Bjaoui, Daniel Ciungu, Daniele Biondi, Ibrahim Bjaoui, i costumi di Giulia Bigioli, fonica di Andrea Narese, musiche di Ars Nova Napoli. In scena gli attori e le attrici Massimo Bevilacqua, Daniele Biondi, Marwen Bjaoui, Ibrahim Bjaoui, Angelo Cisternino, Daniel Ciungu, Marco Franci, Sebastiano Jouini, Sussanah Iheme, Daria Menichetti, Monica Santoro.

(c.b.)

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I \"senza casa\" d'America: una tribù che viaggiaGiuliana Mesina · Fuori Scaffale

Ci sono voluti tre anni e 24mila chilometri percorsi, alla giornalista statunitense Jessica Bruder, per completare il suo libro, Nomadland - Un racconto d'inchiesta, ritratto on the road della comunità americana dei senza fissa dimora, persone in movimento a caccia di lavori temporanei, con le loro case mobili di ogni tipo e spesso in un'età in cui si dovrebbe godere della pensione.

È l'America dei senza-welfare, quella delle vittime della bolla immobiliare del 2008, trasformatesi in un popolo di nomadi che percorre strade infinite alla ricerca di opportunità.

"Molte persone che ho incontrato sentivano di aver trascorso troppo tempo a perdere a un gioco truccato. E così hanno trovato il modo di fregare il sistema" scrive nel libro Jessica Bruder, "hanno rinunciato alle tradizionali quattro mura, rompendo le catene di affitto e ipoteche. Si sono trasferite in furgoni, camper e roulotte, spostandosi da un posto all'altro alla ricerca del clima mite, e riempiendo i serbatoi coi lavori stagionali".

Sono persone che hanno scoperto che il Grande Sogno Americano è un imbroglio: non sono tuttavia dei perdenti ma cercano una libertà da mettere sopra la loro testa come un cielo stellato, e anche se sono spesso più vicini ai settanta che ai sessanta, hanno ancora molti sogni da realizzare.

Non c'è retorica nel richiamo al mito della freeway, degli easy-rider e dei pionieri: la tribù dei workamper (così viene chiamata la manodopera a basso costo, disposta a spostarsi alla ricerca di lavori stagionali) sperimenta forme di amicizia, solidarietà e libertà mai provate in una vita da "regolari". E questo è il contrappeso a ogni fatica, rinuncia e insicurezza.

Chloé Zhao e Frances McDormand si sono innamorate di questo libro-inchiesta e ne hanno tratto un film, Nomadland, premiato con il Leone d'Oro a Venezia e con gli Oscar come miglior film, miglior regia a Zhao e miglior attrice protagonista a McDormand.

Jessica Bruder, Nomadland. Un racconto d'inchiesta. Ed. Clichy 2020 — librichegirano.blogspot.com

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I nodi territoriali, una rete per MAG FirenzeFabrizio Cherubini · Se hai, hai per dare

di Fabrizio Cherubini per MAG Firenze.

Territorialità e relazioni sono elementi indispensabili per costituire vere comunità resistenti e sovversive. Per MAG Firenze quindi, che è attiva in tutta la provincia di Firenze e vuole essere un granello di sabbia negli ingranaggi della finanza speculativa, non è sufficiente avere una sede centrale che fin dall'inizio è stata alle Piagge. Da qui è nata la necessità di disseminarsi sul territorio attraverso gruppi di soci organizzati che abbiamo chiamato nodi territoriali.

I nodi territoriali dunque sono gruppi di persone che in un determinato territorio si organizzano autonomamente per diffondere e promuovere il progetto MAG Firenze. La costituzione dei nodi territoriali è importantissima perché solo in ambiti territoriali limitati è possibile generare e alimentare quelle relazioni vere e profonde che rappresentano uno degli elementi fondamentali di una esperienza di finanza alternativa. Li abbiamo chiamati nodi immaginandoli come i nodi di una rete diffusa su tutto il territorio della provincia, ognuno con la propria autonomia ma tutti in cammino verso lo stesso orizzonte condiviso.

Un nodo territoriale rappresenta quindi un punto di riferimento sul territorio. Oltre a svolgere una funzione di promozione del progetto, finalizzata alla raccolta del denaro e alla diffusione di una cultura altra sull'uso del denaro stesso, l'attività dei nodi è fondamentale anche nell'accompagnamento dei prestiti per attività di imprese che gravitano in quel determinato territorio. Inoltre un nodo territoriale, sostenuto e accompagnato da MAG Firenze, può essere anche il punto di partenza per la costituzione di un progetto di microcredito locale.

Attualmente nodi territoriali di MAG Firenze si trovano in tutti i quartieri della città e in alcune località della provincia; per saperne di più, promuovere un nodo nella tua zona o partecipare ad uno già esistente puoi informarti su www.magfirenze.it.

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Don't worry be happyRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia

Non esiste un sistema dove tenere tutto per sé, lo stesso sistema al contrario dà tutto per tutti. Noi siamo il sistema che fa fatica a vivere, ognuno di noi ne è fautore non si può negarlo. La vita è fatta di incontri che portano a nuove conoscenze, ne siamo portatori e donatori. Ognuno di noi è uno per l'altro.

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Contro il patriarcatoRedazione · L'angolo della poesia

Un pensiero di bell hooks, scrittrice femminista scomparsa il 15 dicembre 2021.

"Il primo atto di violenza che il patriarcato esige dai maschi non è la violenza verso le donne. Invece il patriarcato chiede a tutti i maschi che si impegnino in atti di automutilazione psichica, che uccidano le parti emotive di se stessi. Se un individuo non riesce a paralizzare emotivamente se stesso, può contare su uomini patriarcali per mettere in atto rituali di potere che attaccheranno la sua autostima".

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Il futuro dell'automobile richiede uno sforzo di fantasia per trasformare ogni veicolo in un mezzo multifunzioneFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

Il futuro dell'automobile è ancora tutto da scrivere. Da parte nostra non abbiamo fatto gran che per salvargli l'anima, d'altra parte le finanze scarseggiano e le nostre conoscenze automobilistiche si fermano davanti alle catene da neve... così studieremo le biciclette che sono più a portata di mano. L'automobile con il motore a scoppio intanto è entrata in crisi di identità ed anche noi, che alla macchina ci siamo affezionati come ad uno di famiglia, ne sentiamo già la mancanza.

La nostra fiducia nel progresso è però incrollabile e di un mezzo per lo meno a tre ruote ne abbiamo bisogno per mille motivi, così l'abbiamo immaginata diversa: lo spazio che occupa sembra chiedere un tetto di pannelli fotovoltaici per alimentare motori elettrici montati sulle ruote di dietro, il motore termico che disperde in calore il 65% dell'energia del combustibile può essere convinto con un convogliatore a riscaldare il condominio mentre la dinamo ricarica le batterie; quando l'inverno bussa alle porte e gli impianti solari chinano il capo davanti a giorni troppo corti, basterà accendere la macchina e mentre la dinamo ricarica le batterie sfinite da notti troppo lunghe il motore spingerà l'aria calda fino in casa.

D'estate invece i pannelli danno l'energia sufficiente per andare in giro una ventina di chilometri al giorno, che poi sono i chilometri che fa l'80% del parco automobilistico più o meno circolante; chi deve fare più strada userà il motore endotermico. Se poi stagniamo il vano motore avremo il mezzo giusto per vivere nelle zone alluvionabili che sono sempre di più. L'abitacolo, attrezzato a modino, sarà un rifugio antisismico autosufficiente per due persone.

Con tutte queste cose da fare, invece, un'industria automobilistica senza idee manda a casa centinaia di specialisti dell'automobile e la pubblica amministrazione resta a guardare lo smantellamento di un'industria d'eccellenza, indispensabile alla transizione verso un mondo libero da fossili catene.

In figura: prototipo di veicolo sperimentale che giustifica la sua esistenza con un'adeguata produzione energetica. Il relitto di una barca è stato trasformato in una "scultura metalmeccanica" con produzione di energia dal Sole (420 Watt di picco) che saranno utilizzati a Rusciano di Mondeggi per il frigorifero e la lavatrice. Sono state poi applicate in maniera artistica due biciclette per poterla muovere. Se come veicolo c'è ancora da lavorare parecchio e per l'abitabilità finora c'è solo il tetto, come impianto solare funziona egregiamente. Ciò dimostra che tutti i veicoli possono essere anche mezzi per la produzione di energia. Infine, la barca serve a ricordare che ci aspetta il diluvio.

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Europa assassina, perché lo permettiamo?Redazione · Stazione di posta

Caro Fuori Binario,

a metà dicembre è uscito il Rapporto asilo 2021 pubblicato dalla Fondazione Migrantes: si tratta di una cruda analisi, piena di numeri e statistiche, sul cinismo e la cattiveria di noi europei. Basti citare l'aumento del numero di migranti morti e dispersi nel tentativo di raggiungere l'Europa sia attraverso il Mediterraneo che l'Oceano Atlantico: siamo passati dai 2.350 del 2020 ai 2.460 (a novembre) del 2021.

Ma il nostro egoismo si abbatte, come una clava, senza pudore, anche sui richiedenti asilo che fuggono dalle "nostre" guerre: nel 2020 su 1,4 milioni di profughi in arrivo, la ricca Europa, 500 milioni di abitanti, ha fatto entrare solo 20mila persone. In cinque anni (5!) solo 3.300 persone sono potute arrivare nel nostro Paese attraverso i corridoi umanitari promossi da Ong e associazionismo.

Negli stessi giorni ai nostri confini, alle porte di Trieste, è annegata in un torrente in piena una bambina curda di 10 anni e un ragazzo del Bangladesh è stato ritrovato cadavere stroncato dal freddo della notte. È questa l'Europa che vogliamo?

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Lo spazio pubblico non deve essere un privilegio per le sole automobiliLuisa Rossi · Stazione di posta

Caro Fuori Binario,

nel momento in cui si fa un gran parlare di transizione ecologica, puntando tutto su una semplice conversione energetica, non ci si pone abbastanza il problema dello strapotere del mezzo privato, che invade le città e occupa lo spazio pubblico. La situazione di grande cambiamento che stiamo vivendo dovrebbe invece allargare questo dibattito, di cui in Italia non si parla abbastanza e che invece è vivace negli altri paesi europei, tanto da aver stimolato soluzioni alternative.

Non si tratta di demonizzare il traffico privato, ma di dare a tutti la possibilità di utilizzare lo spazio pubblico e di mettere quindi le persone nella condizione di scegliere il trasporto pubblico o la bicicletta per gli spostamenti brevi. A Londra per esempio si stanno sperimentando quartieri detti a basso traffico, dove l'auto può essere usata solo dai residenti e non da chi attraverserebbe quelle strade senza doversi fermare lì. A Parigi sono addirittura riusciti a rendere ciclabile Rue de Rivoli.

Un'altra soluzione può essere quella di allargare marciapiedi e piste ciclabili, riducendo le carreggiate e i posti auto, perché se non si fa questo difficilmente chi vive in città farà la scelta di viaggiare in bicicletta. Spostarsi in bici facendo lo slalom tra auto parcheggiate e traffico a doppia corsia, è pericoloso e certo non stimola a scegliere quel mezzo di trasporto.

Credo che la vera transizione ecologica nelle città debba per forza passare dalla ripartizione dello spazio pubblico in maniera equa, in modo che tutti gli utenti ne traggano beneficio. Solo disincentivando l'uso del mezzo proprio a motore si può incentivare mezzi pubblici ed ecologici. Questo sarebbe il vero decoro che Firenze merita.

Luisa Rossi

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La prevenzione sanitaria diventata una chimeraDonella Verdi · Stazione di posta

Caro Fuori Binario,

ti scrivo per raccontarti un'esperienza personale sull'ormai conclamato disservizio del Servizio sanitario: faticosamente, da agosto, riesco a prenotare una visita dall'otorino per il 10 dicembre. Con sorpresa trovo ad accogliermi sulla porta il medico e l'assistente e penso: ho aspettato molto tempo però l'accoglienza è davvero inaspettata e positiva.

L'effetto positivo purtroppo dura poco. Il medico, dopo la visita, mi prescrive altri approfondimenti indicandomi di andare direttamente al CUP, presente in sede, per prenotare l'esame di approfondimento e la successiva visita di controllo, però a Firenze non c'è nessuna disponibilità, il primo accesso disponibile è per il 12 di luglio a Sesto Fiorentino ma non vi è nessuna possibilità di prenotazione per la visita di controllo con il medico che mi ha prescritto gli esami. Con rammarico, l'impiegata del CUP, mi ha consigliato di tornare a gennaio, dopo l'epifania, per vedere se nel frattempo si sono liberati dei posti.

PS: da agosto ho ancora il foglio della ricetta dematerializzata rilasciatami dal medico di base per una risonanza magnetica. Ogni tanto la prendo in mano, la guardo e, attraverso il CUP on line, provo fiduciosa a ritentare per un appuntamento ma, fino ad ora senza successo. In questo caso proprio non ci sono speranze, nè a Firenze nè in nessun altro luogo, nemmeno a distanza di mesi, semplicemente sul portale compare la scritta "nessuna disponibilità".

Però mi dicono che per le malattie conclamate la sanità toscana funziona e l'accesso alle cure c'è. Bene, ma la prevenzione che fine ha fatto?

Donella Verdi

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Detoxify, il calendario contro la maschilità tossicaIntersexioni · Stazione di posta

Per il 2022 il blog Le Sex en Rose ha preparato un calendario originale, bello e per una buona causa!

Nasce dalla volontà di decostruire la maschilità dominante, con il suo tragico portato di tossicità, e di favorire una maschilità alternativa, positiva, accogliente, sensibile, collaborativa e costruttiva.

Detoxify colora l'immaginario del maschile con vissuti, narrazioni, idee e corpi tutti diversi di persone che nel quotidiano mettono in pratica una pluralità di modi di essere uomini e di contrastare la mascolinità tossica. I protagonisti sono divulgatori, artisti e attivisti che si sono messi in gioco per proporre un immaginario del maschile alternativo alle rappresentazioni stereotipate dei media.

I fondi raccolti dalla vendita dei calendari verranno utilizzati per finanziare le attività del gruppo che sta sensibilizzando proprio contro il sessismo e il maschilismo, presenti anche nel movimento LGBTQIA+, e riprodotti anche tristemente da alcune donne del movimento, per cui è necessario informare, sensibilizzare e tenere alta l'attenzione!

Qui le info https://bit.ly/3IK1U2x

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Clara Baldasseroni, Corrado Marcetti, Daria Campriani, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Gilberto Pierazzuoli, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Michela Balocchi, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Bartolomeo Piras (Careggi), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Alpi-Hrovatin, Repubblica, Cimabue).

SU INTERNET - www.fuoribinario.org | redazione@fuoribinario.org

CREDITI FOTOGRAFICI - C. Suthorn (1), Elisa Castellano (2), Cecilia Stefani (3), Alessio Atrei (7), Extinction Rebellion (11), Halit Kurtulmus Aytoslu (13).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n° 4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

ABBONAMENTI - Annuale 30 euro, sostenitore 50 euro, www.paypal.me/fuoribinario. Iban IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506. Conto corrente postale 20267506.

RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.

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Fuori dal Tunnel. Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata • 055282263 Via Baracca 150/e • 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica. Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale. Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 • 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 • 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r • 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 • 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a • 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 • 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 • 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M • 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 • 055222455

CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo • 055291516

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 • 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E • 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 • 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 • 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 • 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 • 0552646182, 055463891

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 • 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina 34 • 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 • 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 • 0554630876

ACISJF HELP CENTER 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 • 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 • 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 • 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 • 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Ma. Ore 14-17: Gio Via dell'Agnolo 5 • 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 • 3703169581

ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 • 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 • 0556122035

SANT'EGIDIO 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 • 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante • 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 • 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 • 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 • 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 • 0552276388, 055229188

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 • 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 • 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r • 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 • 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 • 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 • 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 • 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 • 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 • 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n • 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 • 055373737

CENAC Via Rubieri 5r • 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 • 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 • 055211632

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 • 055683627, 0558493526

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana • 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r • 393 5895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese — Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese — Via Palazzuolo 8 • 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese — Piazza Baldinucci 8r • 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda • 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r • 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio • 3351246551

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 • 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 • 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni. Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

  • solidarietà
  • senza dimora
  • mense
  • docce
  • accoglienza
  • sportelli legali
  • casa
  • dipendenze

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Dare forza a Fuori Binario. Scopri cosa puoi fare anche tuRedazione · Servizio

UN PROGETTO CHE VALE

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. TUTTO CIÒ CHE OFFRIRAI IN PIÙ COSTITUIRÀ IL SUO GUADAGNO.

Come sostenerci

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto, inoltre, Fuori Binario viene diffuso all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

I Luoghi Amici

Se apprezzi il nostro lavoro, se hai letto fino a quest'ultima pagina... ti proponiamo infine un nuovo modo per sostenere i nostri diffusori. Puoi certo acquistare il giornale in strada, abbonarti, oppure, ed è questa la novità, promuovere un "Luogo Amico" di Fuori Binario sul tuo posto di lavoro, nella tua associazione, nel tuo negozio o dovunque vorrai.

Funziona così. Ti proponiamo l'acquisto mensile di alcune copie a due euro l'una. In questo modo copriamo i costi tipografici (un euro) e alimentiamo la Cassa comune dei diffusori (l'altro euro) per ridurre il costo di acquisto a chi lo vende. Le copie che ti consegneremo puoi regalarle a chi pensi possa essere interessato, distribuirle ai volontari o attivisti, o anche rivenderle al prezzo che vorrai. La vostra realtà sarà inoltre segnalata e promossa come Luogo amico sul giornale.

Una rete solidale

Questa rete solidale intorno al giornale ha per noi una tripla valenza: ci consente di ridurre i costi di acquisto a copia per i diffusori, ci permette di rinsaldare i rapporti tra il giornale e le realtà cittadine e diventa più ampio il bacino dei lettori di un giornale indipendente.

Se abbiamo stimolato la tua curiosità scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.

  • giornale di strada
  • diffusori
  • autofinanziamento
  • luoghi amici
  • abbonamenti
  • 5x1000
  • residenza anagrafica
  • volontariato

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Diventare strillone. Guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete far parte del nostro progetto senza problemi. Contattando la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org potete proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui accanto.

Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione che ogni mese prova a raccontare, senza fake news, perché nella nostra città e nel nostro paese aumenta la povertà. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

  • strillone
  • diffusori
  • povertà
  • reddito
  • giornale di strada
  • informazione
  • partecipazione

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Come sostenere giornale e associazioneRedazione · Come sostenerci

Per abbonarti al giornale bastano 30 euro l'anno

Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506 intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!

Puoi inoltre scegliere di fare una donazione e ricevere a casa uno dei nostri regali:

  • Fino a 10 euro: 4 cartoline di Fuori Binario
  • Fino a 30 euro: 4 cartoline di Fuori Binario e pubblicazione tascabile a scelta
  • Fino a 50 euro: 2 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Fino a 100 euro: 4 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Oltre 100 euro: tutte le cartoline, il cd "Clochard" di Diego Moreno e 6 libri a scelta
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Dove trovarciRedazione · Servizio
  • Oltrarno: da Cezar
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