Archivio › Fuori Binario n. 236 · Gennaio 2022 › pagina 9
CARCERE
Le eccezionali immagini di un normalissimo pestaggio
Il video dei detenuti massacrati dalle guardie nel carcere di S. Maria Capua Vetere mostra uno dei modi con cui il sistema difende se stesso.
Valentina Baronti · Fuori Binario n. 236, Gennaio 2022, pagina 9
Marzo 2020. L'emergenza Covid arriva in Italia, iniziano le prime restrizioni, le tv rimandano immagini allarmanti, il panico si diffonde e si abbatte su un sistema dall'equilibrio fragile, come quello carcerario. I detenuti chiedono sicurezza, mascherine e tamponi, visto lo stato di cronico sovraffollamento delle celle, ma in cambio ricevono chiusure, annullamento delle visite esterne e dei progetti di reinserimento sociale, dei corsi di formazione e delle attività didattiche organizzate dalle associazioni. Poi ci sono i primi casi di Covid in carcere. Si cerca di tenerli a tacere per non alimentare il panico, ma non ci si riesce e la tensione cresce. Invece di dare risposte il sistema somministra repressione, in maniera violenta e sproporzionata. Su alcuni media si parla di rivolte sedate dagli agenti penitenziari, ma la verità è lontana da venire e balzerà agli occhi del mondo soltanto un anno dopo, quando si diffondono le immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. Ma questo è solo uno dei casi, l'unico che è stato possibile documentare, l'unico per il quale si è avviata un'indagine e poi un processo.
La mattanza del 6 aprile 2020 viene raccontata nell'ultimo libro edito da Napoli Monitor, "La settimana santa" di Luigi Romano, presidente dell'associazione Antigone Campania, acquistabile online dal sito napolimonitor.it. Un testo che non si limita a ripercorrere i fatti, ma che li inquadra in un sistema generalizzato, basato sull'uso della forza, per mantenere un equilibrio reso impossibile dalla variabile della pandemia. Si legge nel libro: "Ogni sistema penale ricerca un punto di equilibrio oltre il quale comincia a disgregarsi, generando disfunzioni che comportano costi sociali anche molto elevati. Il nostro sistema è appena imploso". Il punto, per Luigi Romano, non è tanto raccontare cosa è successo in quel tragico 6 aprile, né quello di delineare le responsabilità, a questo penserà il processo. Il punto è raccontare "le meccaniche di autoconservazione del sistema", un sistema che difende se stesso, in cui gli stessi sindacati chiedono di risolvere i problemi endemici del sistema carcerario tramite operazioni di "pacificazione", che sono fatte di paura, chiusura, repressione, tanto da creare un clima esasperante, con un alto livello di detenuti medicalizzati per problemi psichiatrici.
A Santa Maria Capua a Vetere però qualcosa va storto. Vuoi la tensione legata al Covid, vuoi la paura del contagio, vuoi un grumo di rabbia repressa che gli agenti avevano voglia di sfogare, ci sono state dimenticanze cruciali: telecamere lasciate accese, un alto numero di pestati, impossibili da trasferire tutti per occultare le prove, un giudice di sorveglianza che non si volta dall'altra parte, le videochiamate al posto dei colloqui in presenza, che i familiari hanno registrato, documentando gli effetti del pestaggio. Quei volti tumefatti, gli occhi neri, le lacerazioni, le ossa rotte, non si potevano occultare. Le prove erano lì sotto gli occhi di tutti, anche se per arrivare a vedere i filmati in prima visione al tg della sera, bisognerà aspettare un anno. Ecco. Questo non ha funzionato a Santa Maria Capua a Vetere. E le porte del carcere si sono spalancate, le pareti sono diventate di vetro. Portando alla ribalta quella che non è assolutamente un'eccezione, ma la regola del mantenimento dell'ordine nelle carceri italiane.
Luigi Romano ripercorre senza fronzoli gli eventi di quei giorni ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per le violenze che abbiamo visto tutti, ma perché ce le racconta dall'altra parte della barricata, con la visione dei detenuti, in un'operazione di rilettura storica dell'attualità, raccontata dai vinti, dai pestati, dagli ultimi della società. Non è facile convincere l'opinione pubblica che la versione di un carcerato è quella vera e che le forze dell'ordine, lo Stato, il sindacato, stanno mentendo. E che questa menzogna non è un caso, ma un sistema, che vige da decenni in tutte le carceri italiane, nel silenzio e nell'indifferenza generale. Finché non sono arrivate quelle immagini, che non ammettono interpretazioni.
"Non sappiamo se la sola testimonianza dei detenuti avrebbe comunque allertato la Procura o se questi elementi sarebbero stati indagati con lo stesso rigore. D'altronde, è indubbio che in altre circoscrizioni, come Modena, gli inquirenti e il tribunale, nonostante le circostanziate testimonianze dei detenuti e soprattutto l'assillante presenza di nove morti, sono giunti a conclusioni diverse rispetto a quanto sostenuto dagli inquirenti e dal giudice per le indagini preliminari a Santa Maria Capua a Vetere". Il cortocircuito è stato proprio l'intervento del magistrato di sorveglianza, che non accetta le versioni ufficiali fornite dalla dirigenza della polizia penitenziaria e si presenta per ben due volte fisicamente nell'istituto, in un momento in cui si faceva tutto per via telematica, per verificare di persona cosa era accaduto. Da lì sono partite le indagini e poi il processo, anche se c'è voluto ancora un anno perché i media nazionali se ne occupassero e perché il governo sospendesse dal servizio gli agenti indagati. Ma la storia della settimana santa nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non è che la punta dell'iceberg, perché "quelle mostruosità sono generate dall'ingovernabilità del penitenziario su cui ricadono le scelte di politica securitaria. In fin dei conti, alle istituzioni penali viene richiesto principalmente di gestire l'ammasso crescente degli esclusi".
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Uscito sul numero 236 (Gennaio 2022), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
