Archivio › Fuori Binario n. 236 · Gennaio 2022 › pagina 4
CONTRO IL DECORO
Usare le parole per normalizzare ed escludere
Il libro di Carmen Pisanello "In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie"
Gilberto Pierazzuoli · Fuori Binario n. 236, Gennaio 2022, pagina 4
L'articolo 4 del decreto Minniti sulla "sicurezza urbana" n. 14/2017 definisce «sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati», «la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico. La vivibilità, il decoro urbano e il contrasto alle illegalità sono elementi che riguardano il bene pubblico». E, con il DASPO urbano, arriva anche la possibilità di imporre il divieto di frequentazione di determinati pubblici esercizi e aree urbane ad alcuni soggetti, che si vedono quindi applicare una misura di restrizione della libertà non a partire dalla constatazione di un reato commesso, ma dalla semplice potenzialità a commetterlo.
In nome della sicurezza, questo e altro. Proprio nella fase nella quale i reati sono in diminuzione, la percezione di una mancanza di sicurezza è al proprio auge, pompata da pressoché la totalità delle forze politiche dell'arco parlamentare. Decoro e degrado sono dunque al centro di questa operazione, di questo meccanismo di controllo e repressione che agisce anche al di là dello spazio che il decreto copre.
Voce decoro dal Sabatini Coletti: «Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta». Un concetto che rimanda a un ampio spettro di valori storicamente e socialmente determinati. Perché ci sia decoro occorre che tutto sia dunque corretto, conforme. In realtà il termine – così come il suo apparente contrario: degrado – rimandano a un ambito di tipo estetico e quindi ad una certa difficoltà a tracciarne i limiti di applicazione. Un graffito urbano è, per alcuni, una forma di arricchimento artistico, per altri non si tratterebbe altro che di sudicio da dover ripulire. A Roma e Milano la onlus Retake organizza squadre per pulire gli spazi pubblici, a Firenze tocca invece ad una associazione di volontariato denominata "Gli angeli del bello" che impone un criterio estetico attraverso il quale decide che una toppa di grigio è esteticamente più apprezzabile di qualsiasi murales.
Quel movimento in espansione intorno al decoro urbano tende a non riconoscere i simboli, ma solo sporcizia, rendendo così difficile poterlo confutare facendo emergere un significato «dalla loro cancellazione in linea con una prospettiva di normalizzazione della città». Una città decorosa diventa allora quella dove non si vedono marginalità e miseria, senza lavavetri, mendicanti, rom o venditori abusivi.
Proprio intorno all'aspetto estetico, inteso come dispositivo al servizio di politiche securitarie, parla il libro di Carmen Pisanello. Decoro e degrado, per lei, ruotano intorno all'individuo attraverso un processo di soggettivazione orientandolo verso quella che si potrebbe chiamare una procedura di normalizzazione, che si legittima «non nella comunanza (intesa come essere insieme)» di chi sostiene le regole, «ma nel rifiuto di chi non le rispetta».
Degrado e decoro sono soltanto parole, ma sono parole che agiscono o perlomeno hanno un carattere condizionante. Prendiamo per esempio il termine informe che è qualcosa di più di un semplice aggettivo. Il compito delle parole va infatti oltre il significante, creano un valore d'uso che, nel caso di parole come informe e degrado, richiede di isolare ciò che è, per esempio, informe come il sudiciume, il fango, la mota, gli escrementi. Questi non possono evadere dallo spazio che gli è assegnato. Ma ciò che è informe è soltanto il contrario dell'uniforme, dell'uniformato, del consono. Ecco che le parole mostrano il loro poter essere dispositivi normalizzanti ed escludenti.
L'informe è qualcosa di anomalo che si vuole far passare per anormale e, in quanto anormale, lo si può trascurare, cancellare, espellere. A-normale qualifica infatti ciò che non ha regola o ciò che contraddice la regola, ciò che il sistema non può permettere, mentre «anomalia» designa l'ineguale, il ruvido, l'asperità, anche queste cose non ben viste, ma che per il sistema non costituiscono dei problemi. In questo senso si espleta la capacità performante delle parole, la loro capacità di aggregare e fare consenso deviando il desiderio stesso che diviene pubblicamente accettabile quando si veste di un insieme di caratteristiche volte al consumo delle merci, possibilmente legali. Ogni altro consumo è dissipazione: una minaccia per l'ordine costituito.
Decoro si muove dunque su un terreno che rimanda sia al campo dell'estetica che a quello dell'etica, della morale, all'interno delle quali si possono così creare una serie di opposizioni che si sviluppano a cascata. L'opposizione buono/cattivo può contenere conseguentemente altre coppie oppositive quali pulito/sudicio, ma anche la nostra decoro/degrado, con l'imperativo escludente verso il lato destro della serie così costruita. Con la conseguenza che questa esclusione toccherà anche a semplice, povero, plebeo.
Anche i poveri, a questo punto, non sono più dignitosi come invece dicevano i nostri nonni, sono materia di degrado che non può essere mostrata. Una società come quella contemporanea, che crea i poveri, non li vuole far vedere, li vuole nascondere alla vista e, cosa ancora più grave, alla politica tutta.
Carmen Pisanello, "In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie", Ombre Corte, Verona 2017
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Uscito sul numero 236 (Gennaio 2022), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
