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Archivio › Fuori Binario n. 236 · Gennaio 2022 › pagina 8

CARCERE

Sollicciano, una comunità a rischio \"afflitta da impotenza e depressione\"

Nella relazione del Garante dei detenuti latitano numeri, presenze, provenienze, reati, misure alternative e recidive. Come si può intervenire decentemente in assenza di tali informazioni?

Vincenzo Russo · Fuori Binario n. 236, Gennaio 2022, pagina 8

> Vincenzo Russo, cappellano del carcere fiorentino di Sollicciano, conosce a fondo i problemi di chi vi è costretto. Dopo l'ultima relazione del Garante dei detenuti di Firenze ha preso carta e penna e ha scritto al Dubbio, il quotidiano edito dalla Fondazione dell'Avvocatura Italiana. Ecco la sua denuncia.

Ho letto il resoconto del Garante e apprezzato soprattutto lo sforzo di mettere in relazione le varie competenze e le diverse responsabilità istituzionali. Il quadro presentato non è privo di spunti che lasciano trapelare intenzioni e prospettive positive. Ma lo sguardo prospettico, a mio avviso, non può da solo dare senso ad una riflessione approfondita sulle attuali condizioni che le detenute e i detenuti delle strutture fiorentine si trovano a vivere oggi. Sì, oggi! Perché è l'oggi che conta più di tutto e che deve essere al centro delle preoccupazioni e degli sforzi delle persone a ciò preposte.

Per questo sono rimasto un po' deluso dalla relazione presentata dal Garante al Consiglio Comunale, ricca di progetti e proposte interessanti, ma nella quale non ho trovato un solo accenno alle specifiche condizioni che i detenuti e le detenute vivono sulla loro pelle. Su questo mi sono trovato più in sintonia con quanto affermato a suo tempo dal Sindaco Nardella quando ha parlato della comunità carceraria come di una comunità "afflitta da impotenza e depressione", e il carcere (di Sollicciano in particolare, più da chiudere che da restaurare).

Nella relazione del Garante non ci sono notizie sui numeri, le presenze, le provenienze, i reati, le ammissioni alle misure alternative, le recidive. Queste notizie non possono essere secondarie, ma punto di partenza fondamentale per una conoscenza puntuale della realtà di queste strutture. Una relazione sugli interventi in carcere non può prescindere da una sorta di "bilancio", nella fattispecie un bilancio sociale per avere una fotografia precisa della realtà e di quanto fatto per modificarla, risolverla o quant'altro. Dove incardinare altrimenti progetti credibili e realizzabili?

Dalla visita del Sindaco Nardella e dalle sue dichiarazioni drastiche ma pragmatiche nulla è cambiato. Le criticità e le emergenze sono continuate, si sono susseguite senza interventi di sorta, quasi si fosse rassegnati ad un inevitabile decorso negativo. Parlo del caldo asfissiante durante l'estate, del freddo e dell'umido durante gli inverni, del degrado strutturale con crolli e pericoli, dei servizi non funzionanti, della presenza più volte denunciata di cimici ed altri animaletti non proprio salubri. Ma voglio parlare anche e soprattutto dei problemi di salute fisica e psichica, delle detenute e dei detenuti, degli episodi di autolesionismo, delle morti, dei suicidi. Notizia di un giorno e poi più niente. Voglio parlare delle difficoltà con cui si affronta una malattia in carcere, e non solo quella da Covid. Voglio parlare del disagio dei lavoratori, delle carenze di numero e di possibilità di affiancamento ai detenuti nei loro percorsi di riemersione dall'illegalità verso un ritorno nella società che non sia peggiore dell'andata.

Faccio quotidianamente esperienza di tutto questo, come, credo, tutti coloro che con una certa sensibilità sociale entrano e lavorano nelle strutture penitenziarie di questa città. Anche fuori l'aria che si respira non è molto diversa: anche fuori la povertà è crescente, la forbice sociale si allarga, c'è disoccupazione, carenza di cultura, di possibilità, di solidarietà. Ho sempre considerato il carcere come parte ed espressione del territorio, quel che accade "fuori" non è mai tanto diverso da quanto si ritrova "dentro". I problemi del fuori sono sotto gli occhi di tutti, non servono relazioni, basta guardarsi attorno e dentro. E dunque come è possibile che dentro sia tutto così positivo ed avviato a soluzione concreta? Invidio lo sguardo così ottimista del Garante, ma fatico a condividerlo. Certo non voglio imputare al Garante responsabilità che sono enormemente più estese. Ma preferirei una descrizione più concreta anche se forse meno piacevole. Se non si parte dal concreto non si arriva da nessuna parte, ce lo dice la logica e l'esperienza. Dato il punto di arrivo (di non ritorno come dicono i nostri giovani nelle piazze del mondo) non è una impresa facile.

Comunque sia bisognerà cominciare, a piccoli passi, con pazienza e perseveranza, partendo da quanto (poco? tanto?) realizzato per migliorare, allargare. Questo deve essere l'impegno di tutti ed il mio pensiero va immediatamente alle associazioni, al volontariato, alle imprese, agli artigiani impegnati in questo cammino che non è di solidarietà ma di reciproco sostegno, di reciproco arricchimento, di conoscenze, di energie e di forza. Tra queste non posso non ricordare quella che insieme a me, nella realtà di casa Caciolle dell'Opera Madonnina del Grappa, offre strade alternative a chi sconta una pena o ha espiato la condanna, col lavoro ed il servizio agli altri. A Caciolle proviamo ad esercitare l'arte del vivere sociale nella costruzione di un percorso di formazione e di arricchimento culturale. Una educazione, non, permettetemi, una rieducazione, perché non cancelliamo il passato, le esperienze passate delle persone, anzi le vogliamo valorizzare facendole diventare un unicum di realizzazione piena. Con piccoli gesti e passaggi quotidiani si prova a riedificare quanto, sovente, è stato distrutto dalle condizioni vissute in carcere.

(in foto, murale di Emilia Maria Chiara Petri a Casa Caciolle)

Pagina 8 del numero 236 Uscito sul numero 236 (Gennaio 2022), a pagina 8. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero