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Fuori Binario n. 232

Settembre 2021 · 33 articoli · ISSN 2784-9384

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Chi ci nutrirà?Giovanni Pandolfini · Cibo e sostenibilità

La produzione industriale del cibo è tra i maggiori responsabili dell'inquinamento del Pianeta

Che tutti gli esseri viventi abbiano costantemente e più volte al giorno bisogno di cibo, oltre che di acqua da bere e ossigeno da respirare, è cosa nota. Che ci dobbiamo costantemente nutrire, possibilmente in modo corretto, per vivere e riprodurci lo sappiamo bene. Conosciamo benissimo queste priorità assolute per la nostra esistenza, le conosciamo così bene che spesso neanche ci pensiamo su. Durante le ultime decine di migliaia di anni, da quando la Terra ospita anche la nostra specie, la ricerca di cibo e le modalità per ottenerlo sono state geograficamente diverse e comunque sempre decentralizzate e con una naturale attenzione alla loro sostenibilità ecologica ovvero alla loro conservazione nel tempo. Nutrirsi è stato sempre un problema locale ed ha avuto un ruolo importante nella formazione delle varie culture e delle organizzazioni sociali.

Nelle aree del Pianeta cosiddette "civilizzate" da poche decine di anni non è più così. Il capitalismo e la sua "rivoluzione verde", la globalizzazione e la spasmodica ricerca del profitto, hanno distrutto le comunità locali e la loro capacità esperienziale di produrre il proprio cibo; hanno svuotato le campagne condensando le popolazioni negli agglomerati urbani. Chi ha bisogno di procurarsi il necessario alla sua vita lo può fare solo attraverso lo strumento più micidiale dell'affermazione del capitalismo stesso: il denaro. Tutte le relazioni fra uomini e donne della nostra specie sono regolate dal mercato e dal denaro, nelle aree "civilizzate" forzatamente e totalmente.

Nel nostro mondo la catena industriale del cibo si basa sul profitto e sta generando enormi problemi ambientali e sociali. L'industria del cibo si basa essenzialmente sull'accentramento fondiario, sullo sfruttamento del lavoro altrui, sulle monocolture estensive, sull'uniformità genetica di piante e animali e su di un sempre più pesante uso della chimica e di energie non rinnovabili.

\\\*

La produzione industriale del cibo attraverso la grande distribuzione organizzata è tra i maggiori responsabili dell'inquinamento dei suoli, delle acque e dell'aria che respiriamo, del cambiamento climatico in corso, e contribuisce in modo sostanziale ai nostri tanti problemi di salute: dalle malattie croniche all'indebolimento del nostro bioma interno e del nostro sistema immunitario con relative diffusioni di malattie infettive.

La produzione industriale ed il controllo della risorsa cibo appare sempre più strategica e si consolida come prioritaria per molte imprese transnazionali. Poche decine di colossi multinazionali controllano la quasi totalità del cibo prodotto e sono dentro ad ogni anello della catena industriale di produzione e distribuzione. Nell'ultimo anno e mezzo a causa della pandemia Covid il sistema ha subito una ulteriore forte accelerazione stravolgendo le regole del gioco. Quello che hanno sempre tentato di fare attraverso i meccanismi dei trattati internazionali come TTIP, CETA, MERCOSUR — spesso sotto l'osservazione diretta delle opposizioni popolari che talvolta hanno costretto gli Stati a metterli in discussione — adesso cercano di imporlo più decisamente e in modo più radicale. Ovvero scavalcando le regole e i controlli che tutelano la salute e gli interessi delle popolazioni, ridotte a "consumatrici" per facilitare la globalizzazione degli interessi dei potenti per aumentarne fatturati e profitti.

I colossi della tecnologia digitale e delle vendite online (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, etc.) avevano già fatto il loro ingresso nelle filiere industriali del cibo, oggi la situazione pandemica offre loro l'opportunità di imporre il loro monopolio grazie all'introduzione di programmi a controllo digitale per l'agricoltura (Agricoltura 4.0). Una agricoltura sempre più dipendente da nuovi e costosi macchinari aumenterà il loro dominio come anche il loro controllo sul commercio del cibo. A noi raccontano che si tratta di una virtuosa "transizione ecologica". Un vecchio e consumato schema: il capitalismo provoca disastri, devastazioni e disagi per tutti a vantaggio di pochi e dopo si ricicla proponendosi come la soluzione dei problemi da lui creati, ricavandoci di nuovo enormi profitti.

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Genuino ClandestinoRedazione · Il documento

Un manifesto per la Sovranità Alimentare

In Italia esiste una rete di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città metropolitane, cuochi, attivisti politici, persone e famiglie che fanno la spesa nei mercati clandestini: il suo nome è Genuino Clandestino, una vera e propria comunità che lotta per l'autodeterminazione e la sovranità alimentare. A Firenze sono due i nodi della rete: Mondeggi Fattoria senza padroni e la Comunità di Resistenza contadina Jerome Laronze che gestisce il Mercato di Piazza Tasso.

Gli attivisti e le attiviste di Genuino Clandestino, un movimento antirazzista, antifascista e antisessista nato nel 2010, utilizzano risorse abbondanti come il tempo ed il lavoro umano e risparmiano quelle preziose come l'acqua e la Terra. Vendono i loro prodotti nel territorio di appartenenza. La loro azione, ricca di alternative al sistema dominante, si basa su un Manifesto sottoscritto da tutte le realtà aderenti. Ecco i punti chiave:

Costruire comunità territoriali che praticano una democrazia assembleare e che definiscono le proprie regole attraverso scelte partecipate e condivise, i sistemi di garanzia partecipata sono lo strumento fondamentale per tessere relazioni fra città e campagna e sperimentare reti economiche alternative.

Sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell'ambiente e degli esseri viventi, a partire dall'esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l'emissione di gas serra, lo spreco d'acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera.

Praticare, all'interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l'autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall'agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo.

Sostenere attraverso pratiche politiche (come i mercatini di vendita diretta ed i gruppi di acquisto) il principio di autodeterminazione alimentare ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile e che provenga dalle terre che ci ospitano.

Salvaguardare il patrimonio agro alimentare arrestando il processo di estinzione della biodiversità e di appiattimento monoculturale.

Sostenere percorsi pratici di "accesso alla terra" che rivendichino la terra "bene comune" come diritto a coltivare e produrre cibo; sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e strumento di azione politica.

Sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante. Costruire un'alleanza fra movimenti urbani, singoli cittadini e movimenti rurali, che sappia riconnettere città e campagna superando le categorie di produttore e consumatore. Un'alleanza finalizzata a riconvertire l'uso degli spazi urbani e rurali sulla base di pratiche quali l'autorganizzazione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio. Sostenere le comunità locali in lotta contro la distruzione del loro ambiente di vita.

Genuino Clandestino è un movimento con un'identità volutamente indefinita. Al suo interno convivono singoli e comunità in costruzione, è aperto a tutt\*, diffida di gerarchie e portavoce e non richiede nessun permesso di soggiorno o diritto di cittadinanza; è fiero di essere Clandestino e porterà avanti le sue lotte e la sua esistenza con o senza il consenso della Legge.

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Firenze-Mondeggi: la marcia contadina (zapatista) per l'autodeterminazione e la sovranità alimentare negata dal G20Giovanni Pandolfini · Cibo e democrazia

Appuntamento il 18 e 19 settembre per definire una società migliore. Intanto, nelle stesse ore, a Palazzo Vecchio il diritto al cibo verrà compromesso dai "grandi" della Terra

Molti movimenti internazionali che riuniscono milioni di contadini, piccoli e medi agricoltori, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo, primo fra tutti Via Campesina, si opporranno in tanti modi alle iniziative istituzionali che nel mese di settembre occuperanno l'agenda di molti governi e strutture sovranazionali, compresa la NATO. Analizzando i programmi disponibili si tratta di un vero e proprio attacco digitale e biotecnologico al nostro cibo.

Il Salone dei Cinquecento, da luogo di partecipazione a simbolo del potere capitalista

Proprio Firenze, il 17 e il 18 settembre, ospiterà a Palazzo Vecchio — nel Salone dei Cinquecento voluto dal Savonarola per aumentare il controllo popolare in città e oggi epicentro della peggiore espressione del potere — la più importante di queste iniziative: il G20 dell'Agricoltura, cioè la riunione dei ministri dell'agricoltura dei venti paesi più "sviluppati" al mondo, come amano definirsi. Sempre a settembre, questa volta a New York, si terrà il "Food System Summit" organizzato dalle Nazioni Unite, ma dietro cui si vede con chiarezza la mano del World Economic Forum, conosciuto come Forum di Davos, che, bontà loro, ogni anno mette insieme esponenti di primo piano della politica, della finanza e dell'economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare. Un luogo di compensazione per gli interessi delle principali società transnazionali e un modo per muovere le loro fortissime pressioni sui governi di tutto il mondo, assoggettati al pensiero unico neoliberista.

Il paradosso della sostenibilità e della resilienza dei sistemi alimentari

A Firenze e New York questi signori ci racconteranno come sia possibile ragionare di sostenibilità e di resilienza dei sistemi alimentari attraverso l'informatizzazione delle attività agricole, un vero e proprio paradosso. È altresì evidente purtroppo come il sistema sia in grado di riempirci la pancia delle sue porcherie ma anche e soprattutto la testa con le sue narrazioni mistificatorie, che avranno un grande ascolto grazie alla complicità di un rivoltante sistema di informazione che vi suggeriamo di seguire nei giorni del G20 per comprenderne l'infimo livello condito da quel provincialismo informativo tutto fiorentino.

In quei giorni saremo ammansiti con le virtù di un vago e superficiale ambientalismo, buono solo a mantenere la coscienza quieta in un popolo disinteressato, condizionato, distratto, non informato, terrorizzato e del tutto slegato dall'origine e dalla provenienza del cibo di cui si nutre. Un popolo privato della propria autodeterminazione alimentare e territoriale su cui, grazie alla pandemia, regna ormai sovrano anche uno stato di eccezione permanente. Stando così le cose non ha forse molto senso farsi dettare l'agenda dalle loro iniziative tentando di contrastarle sotto alle loro "zone rosse" e contro le loro forze militari finanziate dalle nostre tasse (20 anni da Genova e tutto il resto insegnano), piuttosto è fondamentale continuare la nostra giornaliera Resistenza al dominio dell'attuale sistema di produzione industriale del cibo, continuando a dedicarci alle nostre quotidiane pratiche di vita di lotta e di sensibilizzazione con costanza e, come sempre in direzione ostinata e contraria.

Per tutti questi motivi nelle giornate del G20 Agricoltura organizzeremo due iniziative pubbliche proprio a Firenze.

Il movimento zapatista protagonista tra Firenze e la fattoria senza padroni di Mondeggi

A settembre una numerosa delegazione di Zapatisti sarà in Europa. Non sappiamo ancora se saranno con noi, ma con lo spirito che anima la loro lotta sabato 18 organizzeremo una grande "Marcia nazionale per la terra" che si snoderà da Piazza Tasso fino alle terre della Fattoria senza padroni di Mondeggi Bene Comune. 12 chilometri da percorrere pacificamente ma dal segno fortemente simbolico. Abbandoneremo la città dove i Venti grandi potenti della Terra parleranno della loro agricoltura per andare in un territorio liberato dall'agrobusiness. Lì parleremo di agroecologia, mutualismo, beni comuni, autodeterminazione alimentare e territoriale. Lì movimenti contadini si uniranno con tutti i movimenti e i comitati che lottano contro le grandi opere inutili e imposte nei loro territori. Marceremo per la terra con la t minuscola e la Terra con T maiuscola, tutti e tutte insieme per un futuro contadino ed ecologista, contro il capitale, le sue regole, le sue imposizioni e i suoi summit militarmente difesi.

L'assemblea dei movimenti contadini

A Mondeggi domenica 19 settembre, dalle 9.30 e per tutta la giornata organizzeremo assemblee dei movimenti contadini che praticano la Resistenza al sistema dominante dell'agrobusiness e della grande distribuzione organizzata. Avremo modo di conoscerci meglio, parleremo insieme e troveremo punti di convergenza confrontandoci su pratiche e mobilitazioni a sostegno dell'agricoltura contadina agroecologica.

\*Giovanni Pandolfini lavora la terra ed è tra gli animatori della Comunità di Resistenza Contadina Jerome Laronze e di Mondeggi; realtà sui cui siti è disponibile il programma completo delle iniziative.

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4Pagina 42 articoli
Anche Nardella si arrende: non vende più Mondeggi e dialoga con la Fattoria senza padroniRedazione · La vittoria dei movimenti contadini fiorentini

La Fattoria di Mondeggi, di proprietà della Città Metropolitana, non è più in vendita. Dopo anni di tentativi andati a vuoto arriva la svolta da parte del sindaco metropolitano Dario Nardella che annuncia un grande progetto di agricoltura sostenibile, finanziato con il Recovery Found, e l'avvio di un tavolo di confronto con il comitato Mondeggi Bene Comune. Ecco come la Fattoria senza padroni, che dal 2014 ha curato le terre abbandonate dalle istituzioni cittadine, ha commentato la notizia.

Di fronte alle dichiarazioni di Nardella, diciamo: finalmente. Per la prima volta in otto lunghi anni l'Ente proprietario ha assunto una posizione netta, escludendo la vendita. Non solo, ha infatti rilanciato circa una gestione collettiva della fattoria, che ne valorizzi le potenzialità sociali e produttive includendo la comunità territoriale e le realtà che ad oggi operano a Mondeggi; di fatto, quello che Mondeggi Bene Comune afferma e pratica ormai da anni. Ciò che pesa delle parole di Nardella è il riconoscimento ufficiale della piena legittimità di quelle istanze che Mondeggi Bene Comune ha portato avanti sinora.

Con buona pace dei vari detrattori che oggi fanno buon viso a cattivo gioco dopo aver lavorato esplicitamente per anni al progetto di alienazione, e aver gettato tonnellate di fango su coloro che a Mondeggi hanno investito tempo ed energie.

Rischiando di peccare di presunzione, ci teniamo ad affermare che se Mondeggi oggi si candida ad essere ciò Nardella ha illustrato, è solo e soltanto grazie al lavoro del comitato, e grazie soprattutto alle migliaia di persone che in questi anni hanno animato e attraversato le sue attività, dando nuova vita alla fattoria.

Una vita nata dal basso, pronta all'azione diretta quando necessario, convinta che illegale e illegittimo non siano sinonimi e che le trasformazioni virtuose, spesso, nascano da gesti di rottura. Siamo pronti a partecipare al percorso proposto. Il nostro auspicio è che anche dall'altra parte si tenga fede alle dichiarazioni roboanti, garantendo una gestione veramente collettiva e orizzontale di quello che ormai ufficialmente è riconosciuto bene comune. Nonostante il percorso che si delinea sia tutt'altro che privo di ostacoli, possiamo affermare ancora una volta che la lotta, quella ostinata, paziente, determinata, paga sempre.

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Robin Food è quiJason Nardi · Cibo e lavoro

Sette ragazzi fiorentini hanno deciso di sfidare le multinazionali del food delivery. In un settore trascurato dalla politica nasce una realtà che ha come primo valore la democrazia e la dignità sul posto di lavoro, senza trascurare l'economia locale e il territorio

Sono 7 ragazzi "rider" o fattorini che hanno deciso l'anno scorso di mettersi insieme per realizzare un sogno: una cooperativa "ciclologistica" locale, etica, democratica ed ecologica – e soprattutto che fornisca un contratto di lavoro stabile e dignitoso, fuori dallo sfruttamento dei lavoratori che caratterizza le aziende globali di consegne a domicilio.

Si chiamano: Duccio, Nadim, Simone, Alessandro, Luca, Salvatore e Mahmad. Età: dai 26 ai 40 anni. Tutti con esperienza di "rider" per le grandi aziende del food delivery. Incontro Luca per intervistarlo alle porte di Firenze, nell'orto sinergico che con un gruppo di amici sta coltivando con cura e orgoglio da oltre un anno. Un anno difficile – ma fecondo, di semi, piante e di idee che sono germogliate durante i mesi del lockdown e della pandemia, quando il lavoro dei fattorini del cibo si è moltiplicato a dismisura.

"Ho cominciato questo lavoro di rider per pagarmi gli studi", racconta Luca. "Studiavo fisica all'università ma ho interrotto perché ho visto che la prospettiva era una carriera alla scrivania – non proprio il futuro che avrei voluto. Così, da un piccolo lavoro da Gig Economy, ho pensato che si potesse trasformare in un lavoro vero. Come molti studenti, ho lavorato per molte di queste aziende, anche contemporaneamente. C'è una situazione assurda dove questo mercato sta crescendo e facendo grandi profitti, mentre chi ci lavora facendo le consegne guadagna sempre meno e ha sempre meno diritti. L'anno scorso abbiamo iniziato il nostro progetto, incontrandoci e conoscendoci sulla strada e discutendone insieme – così si è formata la squadra".

Sta cambiando qualcosa nel settore, con le proteste e la visibilità pubblica sui giornali che hanno avuto le vertenze dei rider?

Qualcosa è cambiato, ma in alcuni casi in peggio. I politici non hanno fatto abbastanza per regolamentare il settore – è il sistema giudiziario che ci ha riconosciuto come lavoratori e non come contraenti indipendenti. Solo Just Eat ha trattato con i sindacati e assunto i suoi rider, da alcune settimane, con una paga oraria fissa, assicurazione, ferie pagate. Ma la battaglia è tutt'altro che vinta.

Come mai avete deciso di costituire una cooperativa?

Siamo coscienti che una piccola impresa come la nostra non può competere con delle aziende multinazionali, ma vogliamo veramente fare la differenza e per questo, grazie ad un fondo mutualistico di Legacoop e alla CGIL abbiamo seguito un corso di formazione di impresa cooperativa e trovato un luogo dove incontrarci. Abbiamo anche guardato ad altri progetti di "delivery" etici, come SODE (social delivery) di Milano, Consegne Etiche di Bologna e Food for me di Verona. E poi ci siamo uniti a Coopcycle, una federazione di iniziative simili alla nostra di circa 70 cooperative, di cui 40 in Francia e altre in Spagna, Germania. Coopcycle condivide la piattaforma software e fornisce consulenza legale e finanziaria, oltre ad aiutare a sviluppare il modello d'impresa.

Tutti uomini, nessuna donna?

Ci sono alcune donne – anche se in generale non sono molte a fare questo lavoro, forse 1 su 10. C'è Bruna, brasiliana, che si dovrebbe unire a noi tra breve – e altre due amiche che ci stanno aiutando con la comunicazione e i social media.

Come vi state muovendo a Firenze?

Ci stiamo concentrando adesso nel creare una rete di partner tra ristoranti, catering e altri per le consegne di cibo, ma in futuro pensiamo anche di operare nella logistica per altri settori. Abbiamo fatto una accordo con OPLÌ, un progetto di ordini e consegne da produttori locali e in futuro potremmo cooperare anche con i GAS o altre forme di economia solidale. Spero che la nostra cooperativa – umana, locale e sostenibile – possa crescere e dare lavoro dignitoso a più persone, rompendo l'oligopolio delle grandi imprese e ispirandone altre.

Cosa possiamo fare per darvi una mano a realizzare Robin food coop?

Stiamo facendo un crowdfunding con Eppela [www.robinfoodfirenze.it] per poter acquistare delle bici e cargobike elettriche. Vi invitiamo a partecipare! E... cominciate a ordinare con noi!

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Università del crimineCorrado Marcetti · Contro il decoro

È impressionante la velocità con cui una società può regredire sulle questioni carcerarie. Un segnale non trascurabile arriva dalle motivazioni con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto la richiesta di detenzione domiciliare per motivi di salute da parte di un detenuto. Nelle motivazioni di rigetto della richiesta, dopo quella di conferma della compatibilità con il carcere, il Tribunale ha ritenuto di dover aggiungere che l'alta competenza acquisita durante la permanenza in carcere (lauree in Giurisprudenza ed Economia e master per giurista di impresa) può affinare "le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico".

Allo stesso modo si potrebbe affermare che una laurea in chimica conseguita da un detenuto potrebbe consentirgli un domani la realizzazione di sofisticati laboratori di raffinazione dell'eroina o quella in agraria l'impianto di estese coltivazioni di marijuana. E così via secondo un'aggiornata versione del carcere come università del crimine con tutta la forza simbolica di questo luogo comune che plasmerebbe, con il peso di una gravità senza scampo, anche l'alta formazione.

Chi ha una conoscenza, appena passabile, del carcere sa che nella biografia di molti detenuti sta incisa la prematura interruzione della carriera scolastica. E sa anche quanto sia importante ricucire, riannodare, anche attraverso una presenza importante e incisiva della scuola, fili che sono stati spezzati, affermando anche in carcere il Diritto all'Istruzione, compresa quella universitaria. Gli Atenei impegnati in quest'ambito in Italia sono ormai oltre 30 e l'esperienza universitaria è presente in circa 100 realtà penitenziarie, sostenendo lo studio universitario di circa 1000 detenuti. L'attività universitaria, come le esperienze scolastiche presenti presso gli istituti penitenziari, si realizza in situazioni molto differenziate per qualità degli spazi, iniziative di orientamento, strumentazioni tecniche, percorsi didattici e modalità di assistenza allo studio.

Lo sforzo di tanti di rendere fruibile la formazione universitaria nel difficile contesto carcerario non merita l'agitazione di fantasmi come quello della scaltrezza criminale. Ma anche questo può accadere nel "Carcere dopo Cristo", illuminante definizione di Sandro Margara: il raggiungimento di una elevata istruzione può essere considerato un sintomo di pericolosità sociale. Altro che carcere costituzionale.

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Cosa avviene nella mente dei funzionari che esercitano il potere del controllo?Alessandro Simoni · Contro il decoro

Un racconto di Primo Levi definisce la fascinazione derivata dal ruolo istituzionale ricoperto, spesso in divisa, che fa perdere di vista la sostanza di quanto si sta facendo. E questo è un pericolo, perché il lavoro fatto bene del rappresentante dello Stato è un lavoro che interviene direttamente sulle vite e sulle libertà delle persone.

(rubrica a cura di Alessandro Simoni e Giacomo Pailli)

> Scendemmo, più incuriositi che allarmati. Nel vestibolo c'era un maresciallo, ed a prima vista ci sembrò che fosse ubriaco: più precisamente, uno di coloro di cui si suole dire che hanno il vino allegro. Aveva in mano un fascicolo e parlava animatamente con l'albergatore. Ci salutò con cortesia, ci indirizzò un sorriso luminoso, e ci disse che eravamo in contravvenzione: ci accorgemmo allora che ubriaco non era, voglio dire non di vino, bensì dell'"esercizio delle sue funzioni"; come è noto, è questo un agente che esalta ed intossica almeno quanto l'alcool.

Questo brano è tratto da un racconto poco noto di Primo Levi, Fine settimana, che, per quanto di tono leggero, parte da vicende infinitamente più serie di quelle sul decoro urbano cui si occupa questa rubrica. Levi, che in gioventù fu anche appassionato alpinista, giunto in un alberghetto di montagna, si scopre in contravvenzione di una minuta disposizione che impediva alle persone di razza ebraica (siamo dopo il 1938) di soggiornare a meno di dieci chilometri dal confine. Le mappe consultate dal maresciallo dicevano che erano solo cento metri di meno, ma il testo della Gazzetta Ufficiale mostrato a Levi con entusiasmo professionale è chiaro. Nulla di personale, ma non possono restare. Levi e il compagno riusciranno però a prendersi una piccola rivincita e a mettere in imbarazzo il solerte maresciallo, rinunciando sì all'ascensione ma non al pernottamento, per il quale l'albergatore che li ha presi in simpatia non vorrà essere pagato.

Con il suo sguardo acuto, Levi mette a fuoco un fenomeno spesso trascurato quando si parla di regole da rispettare, controlli e controllori. Il punto di partenza è - certo - il fatto che il compito di controllare il rispetto di una qualsiasi regola comporta l'esercizio di un potere, piccolo o grande che sia. Ma di questo siamo normalmente abbastanza consapevoli, come anche del fatto che ad alcuni l'esercizio di un qualsiasi potere, anche microscopico, su un altro uomo o un'altra donna, genera un intenso piacere, pur se il potere nasce da una legge, magari di per sé giusta.

Levi guarda invece a un'altra sfumatura, più insidiosa, di quanto avviene nella mente delle persone che controllano altre persone, particolarmente di quelle che lo fanno in quanto in senso lato funzionari, chiamati quindi a rappresentare lo stato o una qualche sua più o meno remota propaggine istituzionale. Certo, si potrebbe a questo punto osservare che la norma che il maresciallo di Fine settimana si affanna ad applicare era una norma massimamente iniqua. Lo stesso Primo Levi che ne è vittima fa però scivolare via il peso dell'ingiustizia sottostante - nulla rispetto a quanto vivrà poi - mostrandosi consapevole che quella di cui ci parla è un'esaltazione indipendente rispetto ai valori che sono volta a volta in gioco. Il maresciallo mostra verso Levi il rispetto che l'epoca gli imponeva verso un cittadino di estrazione borghese, e quella regola legata alla razza ebraica è per lui simile a qualunque altra della Gazzetta Ufficiale, che si trattasse del taglio della legna o del contrabbando corrente nei valichi di frontiera. È per lui, appunto, semplicemente una delle tante occasioni in cui egli sta adempiendo al suo dovere.

Non vi è naturalmente nulla di male - anzi - nello svolgere in modo puntuale il compito che lo Stato ci assegna come suo rappresentante. Levi ci ricorda però con ironia come il rischio di rimanere affascinati dal proprio ruolo perdendo di vista la sostanza di quanto si sta facendo sia sempre incombente. E questo è un pericolo, perché il lavoro fatto bene del rappresentante dello Stato è lavoro che interviene non sulla materia inerte, come quello di cui è orgoglioso l'operaio Libertino Faussone della Chiave a stella, ma direttamente sulle vite e spesso sulle libertà delle persone.

La divertente immagine dell'agente che intossica almeno quanto l'alcool può forse aiutare i nostri lettori a comprendere lo spirito di quanto abbiamo scritto e scriveremo su Fuori Binario circa le politiche a tutela del decoro. Nessuno di noi è così anarchico o ingenuo da pensare che il governo di una città possa prescindere da regole e controlli. Ma neanche così sprovveduto da credere che la soluzione di ogni e qualsiasi problema passi solo attraverso l'introduzione di nuovi divieti, e che il potere così distribuito a una moltitudine di marescialli sia sempre esercitato da menti illuminate e ragionevoli.

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Contro la privatizzazione dei Beni pubbliciBarbara Imbergamo · Politiche virtuose

Intervista a Paolo Cacciari, animatore della Commissione popolare

Paolo Cacciari, architetto, giornalista e da sempre attivo nei movimenti sociali, è autore, tra gli altri, di "Pensare la decrescita. Equità e sostenibilità" (2006), "La società dei beni comuni" (2011), "Vie di fuga. Crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita" (2015) e di "Ombre verdi. L'imbroglio del capitalismo green. Cambiare paradigma dopo la pandemia" (2020). L'occasione per parlare con lui è l'avvio della Commissione popolare per i Beni comuni che ha tenuto il primo incontro nel giugno scorso.

Quando si è cominciato a parlare di Beni comuni in Italia e con quale significato?

Si è ricominciato a parlare di Beni comuni nel 2006, quando Elinor Ostrom ha vinto il premio Nobel per l'economia per aver dimostrato che la gestione condivisa delle risorse naturali è più efficace di quella pubblica o privata, e, nello stesso anno, si è insediata la Commissione Rodotà che ha definito beni comuni quei beni, soprattutto naturali, che sono essenziali alla realizzazione dei diritti fondamentali delle persone. Sono gli anni dell'iperliberismo, della deregolamentazione e della svendita dei beni demaniali. Col referendum sull'acqua del 2011 il concetto di Beni comuni si amplia in opposizione alla privatizzazione dei beni pubblici.

E infatti il termine Beni comuni viene usato per parlare non solo di risorse naturali. Ci può aiutare a fare un quadro?

Il concetto dei Beni comuni ha declinazioni economiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, politiche, con alla base l'idea della condivisione e della mutualità. Abbraccia anche risorse immateriali, cognitive, culturali, della rete internet, dei semi, dei genomi. In Italia è nato anche il movimento dei Beni comuni "urbani di uso civico" che ha occupato immobili per aprirli e gestirli dal basso. Un'esperienza meno radicale è quella di Labsus che, sulla base del principio di sussidiarietà presente nella Costituzione, ha introdotto Regolamenti per l'amministrazione condivisa a livello comunale di beni, immobili, giardini.

Perché è preferibile parlare di Beni comuni invece che di Beni pubblici? La definizione di "pubblico" non protegge abbastanza?

Questo dibattito è ancora aperto anche tra i sostenitori dei Beni comuni. In Parlamento ci sono varie proposte di legge, e una che si rifà più all'idea della commissione Rodotà che sostiene l'idea dei Beni comuni e un'altra che riprende le idee di Paolo Maddalena che è decisamente sul versante statalista e vuole rafforzare l'idea di bene pubblico nel codice civile. Io penso che il concetto di bene comune sia un concetto che rafforza l'idea pubblicistica dei beni. Attualmente la definizione legislativa di demanialità non mette al sicuro dalla sua alienazione e dal cambio di destinazione d'uso. Basta che il Ministero o il Sindaco renda un bene "disponibile" e quel bene può essere venduto. Dunque, non basta che un bene sia pubblico per essere inalienabile, bisogna fare di più. Sia sul piano normativo che gestionale.

Non c'è il rischio che l'etichetta di "pubblico" perda ancora più valore?

Io credo esattamente il contrario; se non mettiamo in discussione la gestione statalistica, non usciamo da un'idea proprietaria. La gestione di un Bene comune da parte di assemblee di cittadini è sostanzialmente diversa dalla gestione pubblica. Io non considero una garanzia la gestione da parte di un Sindaco, perché l'uso che ne fa può essere addirittura peggiore di quella che potrebbe farne il privato. Dobbiamo mettere in discussione i contenuti del servizio pubblico e rafforzare gli interessi collettivi con una democrazia partecipata e deliberante, che metta in discussione la democrazia rappresentativa e verticista.

  • beni comuni
  • privatizzazione
  • demanio
  • partecipazione
  • democrazia
  • acqua
  • decrescita
  • urbanistica

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La Commissione popolare dei Beni comuniRedazione · La scheda

L'idea è di promuovere un percorso pubblico che coinvolga non solo esperti giuridici o deputati ma anche chi direttamente è investito dalle esperienze nei beni comuni o che come cittadina/o è interessato a partecipare.

La Commissione popolare farà lo stesso iter che farebbe se fosse una Commissione parlamentare: analisi sinottica delle proposte di legge; tavoli di approfondimento per dibattere di alcuni punti specifici; audizione degli estensori dei testi di legge; ascolto delle realtà attive sui territori e stesura di una proposta che sia una sintesi ragionata di quelle esistenti da consegnare alla Commissione parlamentare.

La Commissione popolare proseguirà i lavori fino all'autunno. Tutte le informazioni su www.commissionepopolarebenicomuni.it

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350mila toscani vivono in aree inquinateRedazione · La petizione

La tua firma può spingere le bonifiche

È appena stato pubblicato lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento [SENTIERI https://bit.ly/384stOy] che conferma l'elevata incidenza di tumori ed altre malattie nei quattro Siti di interesse nazionale (SIN) della Toscana. Rispetto alle analisi precedenti emerge che a Massa Carrara continuano a verificarsi eccessi di mortalità (più 11% negli uomini e 9% nelle donne) e malformazioni congenite. A Livorno-Collesalvetti, invece, sono confermati decessi oltre la media attesa in entrambi i sessi. Ad Orbetello diminuisce la mortalità, ma persistono i ricoveri in eccesso. A Piombino, infine, si conferma la situazione negativa già rilevata nella precedente edizione dello studio. In Toscana sono oltre 350.000 le persone esposte, pari a circa il 10% della popolazione residente. Tutte e quattro le aree sono in attesa di bonifica.

I SIN sono delle aree molto estese, che lo stesso Stato ha classificato essere tra quelle che necessitano di bonifiche urgenti, in quanto le sostanze rilasciate da stabilimenti chimici industriali, ancora in funzione o chiusi anche da oltre 30 anni, rappresentano un grave pericolo per la salute e l'ambiente. Lo studio SENTIERI, relativo agli anni 2011-2019, ha rilevato che ogni anno in Italia muoiono 1500 persone prematuramente per il solo fatto di abitare nelle aree SIN.

Nell'ultimo anno la Regione Toscana (unica Regione in Italia ad aver provveduto a tale aggiornamento), ha aggiornato il suddetto studio su tutti e quattro i SIN. Lo studio è stato coordinato dal Comitato regionale ambiente e salute della Regione Toscana e conferma sostanzialmente le criticità precedentemente emerse, specialmente con riguardo agli indicatori di mortalità e incidenza di patologie riconducibili anche a esposizioni ambientali. Emerge inoltre, che lo stato di salute dei residenti nei SIN toscani è risultato alterato o compromesso sia analizzando gli indicatori generali di mortalità e morbosità per tutte le cause, sia per cause specifiche tumorali e non tumorali, a carico degli adulti, ma anche di neonati, bambini e giovani.

Il Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni per la depurazione, le bonifiche e la ripubblicizzazione del servizio idrico (CCA dbr*), l'Associazione Federalberghi Costa Apuana, l'Associazione Federalberghi Versilia e il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, hanno lanciato quindi un appello urgente alla popolazione interessata da tali gravi fenomeni, e non solo, affinché solleciti le istituzioni e gli enti preposti ad agire prima possibile; favorire la partecipazione e la trasparenza; fornire date certe sull'inizio delle bonifiche; condividere le priorità degli interventi di prevenzione e di individuare i soggetti responsabili dell'inquinamento ambientale al fine di ottenere il risarcimento in favore della collettività per i danni patiti. (red)

L'appello è su Change.org al link https://bit.ly/3yb5qfv

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Quei miseri diritti cancellati dalla burocraziaValentina Baronti · Migranti

Il labirinto a cui è costretto chi cerca protezione nel nostro paese. La denuncia del Forum per Cambiare l'Ordine delle Cose

Dopo aver attraversato il deserto ed essere passati dall'inferno libico, impiegando spesso anni per raggiungere una terra sicura in cui poter costruire la propria vita, i migranti si trovano invischiati nelle pastoie della pubblica amministrazione italiana, nel rimpallo di responsabilità, negli uffici "complicazione cose semplici".

Procedure incomprensibili che bloccano percorsi di vita faticosamente avviati, che fanno finire per strada anche chi si era ben integrato o che gettano nel limbo della legge intere famiglie, magari con figli nati qui e che qui hanno amici, studiano, si divertono, escono e giocano a calcio. La questura di Firenze per esempio, in piena pandemia, quando si facevano online anche le sedute del consiglio europeo, ha bloccato il sistema di prenotazione automatica degli appuntamenti, costringendo i migranti a recarsi di persona negli uffici. Con annessi gli inevitabili assembramenti, le attese iniziate a notte fonda per essere sicuri di trovare un posto, le code ripetute per giorni, dormendo in strada, con i figli al seguito.

Ci sono voluti presidi, proteste e una lettera aperta firmata da quaranta associazioni, per far ripristinare, alla fine di giugno, almeno la prenotazione online e il problema sembra essere risolto solo parzialmente.

Un primato di cui andare fieri, un vero Rinascimento fiorentino. E le cose non vanno meglio quando si tratta di vedere come viene applicato il decreto legge 130, emanato dal secondo governo Conte per superare i decreti "(in)sicurezza" di Salvini e in particolare per le richieste di protezione speciale. Firenze è rientrata nel monitoraggio svolto dal Forum per Cambiare l'Ordine delle Cose in 15 città italiane, intitolato proverbialmente "Paradosso all'italiana". Qui vengono riportate testimonianze inverosimili, rimbalzi continui nei muri di gomma della nostra burocrazia. Facciamo l'esempio di un cittadino migrante che, sulla base del nuovo decreto, presenta alla questura di Firenze la propria richiesta di protezione speciale: invia una pec, la questura la riceve, la accetta ma non lo convoca e non rilascia alcun permesso.

E qui sta il primo inghippo: a chi deve essere inoltrata la domanda, al questore o alla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale? Il dl 130, infatti, prevede che la richiesta di protezione speciale venga presentata al questore, il quale però rilascia il permesso dopo aver sentito la commissione territoriale. Sulla base di questo primo paradosso, le questure non accettano la domanda, oppure la accettano ma non vanno avanti, con il risultato che non si riesce nemmeno a far partire la procedura. Dopo le ennesime barricate delle associazioni e la pioggia di ricorsi degli avvocati, il 19 marzo il ministero dell'interno invia una circolare esplicativa che però, invece di spiegare, complica ancora di più le cose.

Questa, infatti, dice esplicitamente che la domanda di protezione umanitaria non deve essere inviata al questore, rimandando di fatto alla commissione territoriale, già abbastanza ingolfata nell'esame delle richieste di asilo, in barba alla semplificazione prevista dal dl 130. Sul dossier del Forum è riportata questa testimonianza, da Pistoia: "Ho provato a presentare istanza di protezione speciale direttamente al questore, in due questure diverse, e in entrambi i casi mi è stato risposto che le domande sono irricevibili in base a una circolare del 19.3.2021 secondo cui tale permesso di soggiorno può essere rilasciato solo in due ipotesi: se la Commissione Territoriale rigetta la protezione internazionale ma riconosce la sussistenza dei presupposti per la protezione speciale, e se lo straniero presenta istanza per un altro motivo e la questura ritiene che possano sussistere i requisiti per il riconoscimento della protezione speciale".

Sì, avete capito bene, per richiedere la protezione speciale bisogna chiedere un'altra cosa, sperando che, non avendo diritto a quest'altra cosa allora ci diano quello che ci serve davvero.

Vi sembra farraginoso? Immaginate come deve sembrare a chi non è avvezzo alla burocrazia italiana. Non va meglio a chi la protezione umanitaria ce l'aveva o ora deve rinnovarla. Qui la varietà regna suprema: c'è chi lo nega facendo riferimento al decreto di Salvini; c'è chi chiede, a corredo della domanda, la documentazione prevista dal vecchio decreto: iscrizione anagrafica, contratto di affitto, dichiarazione di ospitalità, certificato di residenza ecc...

Forse che in questura non sanno che la legge è cambiata? Quello che è sicuro è che nel frattempo, mentre le questure si rimpallano le responsabilità, i dirigenti chiedono circolari, le bozze di provvedimenti si moltiplicano, ci sono migliaia di persone la cui vita è appesa a un filo, che rimangono nel limbo, non possono avere contratti regolari, né di lavoro né di affitto, finiscono per strada o in mano alla criminalità.

Non è certo con questo spirito che il dl 130 è stato emanato e così caldamente accolto dai migranti e da chi in Italia si prende cura dei loro destini. Un decreto atteso, cui è stato dato grande risalto mediatico come l'atto che cancellava le leggi scellerate della Lega, viene di fatto inapplicato. E il governo che fa? Invoca la santa dei pubblici uffici: la circolare correttiva. Siamo infatti in attesa di una circolare che permetta finalmente di applicare il dl 130. C'è una bozza, ma è bloccata. Intanto l'estate è finita, i licenziamenti sono iniziati e noi rimaniamo qui: stessa legge, stessa circolare. Una serie così madornale di paradossi può essere giustificata semplicemente dalla proverbiale inefficienza burocratica italiana? I decreti Salvini sono stati aboliti, ma le questure li applicano ancora. Del resto, Tomasi di Lampedusa ce lo aveva detto più di sessant'anni fa: bisogna che tutto cambi se vogliamo che tutto resti com'è.

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In punta di dirittoRedazione · La scheda

Fino al 2018 l'Italia riconosceva tre tipi di permesso: asilo (status di rifugiato), protezione sussidiaria (pur non avendo lo status di rifugiato, rischia di subire un danno grave al rientro nel paese di origine), protezione umanitaria (viene rilasciato dal questore nel caso ricorrano seri motivi di carattere umanitario, anche in caso di diniego della richiesta di asilo).

Il 5 ottobre 2018 entra in vigore il decreto su sicurezza e immigrazione, voluto dal ministro dell'interno Matteo Salvini, che prevede, tra le altre cose, l'abolizione della protezione umanitaria.

Il 18 dicembre 2020 viene convertito in legge il dl 130 su immigrazione e sicurezza: viene ripristinata la protezione umanitaria, tramite il permesso di protezione speciale. Il dl 130 prevede che: "nel caso in cui sia presentata una domanda di rilascio di un permesso di soggiorno, ove ricorrano i requisiti di cui ai commi 1 e 1.1, il Questore, previo parere della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, rilascia un permesso di soggiorno per protezione speciale".

Il 19 marzo 2021 il ministero dell'interno invia una circolare esplicativa: "la tipologia di permesso di soggiorno per protezione speciale di cui all'art. 19 comma 1.2 del Testo unico immigrazione non può essere richiesta direttamente al questore".

Nel giugno 2021 viene elaborata una bozza di circolare correttiva, che però, al momento in cui andiamo in stampa, è niente di più di una bozza.

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Polvere di strada. Il cammino per il mondo di Ezio TaddeiCorrado Marcetti · Contro il sistema

Livornese, antifascista, antimilitarista e scrittore, dalla parte degli ultimi. La sua vita, sempre in direzione ostinata e contraria, nel ricordo a 65 anni dalla morte

Ezio Taddei, autore de "L'uomo che cammina", "Rotaia" e altri pregevoli libri, ha narrato la strada e la sua gente, sempre dalla parte degli ultimi e ultimo lui stesso. Nato a Livorno nel 1895 e trasferitosi a Roma col padre dopo la morte della madre, finisce per strada a 12 anni. Cacciato di casa in seguito all'arresto subito nel corso di una manifestazione e interrotta la formazione scolastica, si trova a vagabondare per Roma in cerca di un tetto e di un qualche lavoro; a 14 anni è già a Milano dove si arrangia coi lavoretti e la piccola economia illegale.

Nel suo girovagare, cresce ribelle tra mille avversità, ma si informa e legge libri di letteratura come Resurrezione di Tolstoj. Richiamato in guerra, durante il primo conflitto mondiale, insofferente al comando e anti-militarista dichiarato, viene isolato e punito, ma è l'unico del suo reparto che si lancia fuori dalla trincea per salvare un compagno ferito, giudicato perduto dal comando militare. Una scheggia di granata gli spezza un braccio ma il riconoscimento ricevuto non lo salva, dopo il ricovero ospedaliero, dal carcere militare per insubordinazione.

La sua vita sarà poi segnata da ripetute incarcerazioni nelle prigioni fasciste e lunghi periodi di confino, nei quali diviene amico di Sandro Pertini e di altri antifascisti. Dopo le soste forzate, riprende la vita di strada. Sottoposto alla libertà vigilata nella sua Livorno elegge a proprio domicilio la panchina di una piazza dove è regolarmente controllato. Espatria in Svizzera, con l'aiuto di amici contrabbandieri, e poi in Francia con l'intenzione di recarsi a combattere in Spagna ma la vittoria franchista frustra il suo desiderio.

Per sfuggire all'internamento, si imbarca clandestinamente per gli Stati Uniti, e a New York diviene amico di Arthur Miller, scrittore e saggista americano, che ne apprezza le qualità letterarie ma soprattutto diventa amico fraterno di Carlo Tresca, popolare sindacalista anarchico, con cui condivide le battaglie di strada e le veementi polemiche condotte sul giornale "Il Martello".

Quando Tresca viene assassinato, Taddei realizza una controinchiesta che smonta le risultanze dell'indagine ufficiale e mette a nudo le connivenze tra mafia italo-americana e fascismo. Successivamente denuncia il trasformismo dei boss mafiosi che, passati con i vincenti, collaborano con gli anglo-americani dopo lo sbarco in Sicilia.

Espulso dagli Stati Uniti nel dopoguerra e sbarcato a Napoli, stringe amicizia con un gruppo di scrittori tra cui Corrado Alvaro, Francesco Jovine e Guido Piovene. Pubblica libri che riscuotono una buona critica come Quinto Vangelo in cui Cristo lascia i poveri in eredità agli apostoli. Scrive sull'Unità diretta allora da Pietro Ingrao e ha un periodo di notorietà dovuta alla stima da parte di autori come Italo Calvino, ma rimarrà sempre povero come i suoi personaggi.

Dopo la morte, nella sua Livorno, nel 1956, viene rapidamente dimenticato, salvo brevi riscoperte editoriali. Ricordarlo su Fuori Binario è come riportarlo tra la sua gente.

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Emergenza SolliccianoRedazione · Paradossi italiani

Sovraffollamento, cimici, sporcizia diffusa, cucine insufficienti e disservizi. Intanto chiude il reparto trans e si "punisce" con trasferimenti fuori da ogni prassi

Il presidente di Progetto Firenze, Massimo Lensi, ha incontrato i primi di agosto il garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani, dopo aver visitato il carcere di Sollicciano insieme al consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi. Al centro del colloquio le gravi criticità del penitenziario fiorentino a partire dal sovraffollamento: a fine luglio erano infatti detenute 638 persone quando i posti regolamentari sono 491.

Non si tratta - purtroppo - del solo problema presente. "Il reparto transessuali, un'esperienza innovativa rispetto alle ordinarie prassi penitenziarie, è stato chiuso e le detenute trasferite, senza sapere se e quando rientreranno. Il reparto giudiziario è infestato dalle cimici, ed è in corso la disinfestazione. La seconda cucina inaugurata a ottobre 2020 è in funzione - ha continuato Lensi - ma nel frattempo è stata chiusa la prima. La direzione del carcere è in una situazione di precarietà da quasi un anno, mentre servirebbe stabilità, dopo continui cambi di direzione, intervallati da incarichi ad interim. Anche gli operatori Asl e gli educatori si trovano in condizione di sofferenza, poiché sono sotto organico: solo adesso è in fase di svolgimento un concorso per educatori, con pochissimi posti rispetto alle necessità e dopo più di vent'anni dall'ultimo concorso effettuato. Anche gli operatori sanitari vivono a loro volta una situazione di disagio: in molti casi hanno contratti precari".

Lensi si è soffermato poi sulle difficili condizioni di detenzione causate dalla magistratura di sorveglianza, "che in alcuni casi ha espresso prassi giudiziarie poco attente alla particolare condizione delle persone detenute". Dopo il principio di rivolta del 10 luglio scorso alcuni detenuti sono stati trasferiti per punizione, nonostante questa prassi "non trovi avallo nell'ordinamento penitenziario ma è ovunque utilizzata: si pensi che nello stesso modo sono stati trattati i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che hanno denunciato le violenze".

La salute psichica dei detenuti, è stato rilevato nell'incontro, "necessita di un maggiore investimento: i numerosi detenuti con patologia psichiatrica dovrebbero uscire dal carcere e scontare la pena all'esterno in luoghi idonei alla loro cura, come ha stabilito chiaramente la Corte Costituzionale nel 2019".

C'è poi la questione dei bambini in carcere. Nella sezione femminile, al momento della recente visita di Lensi e Palagi, erano presenti una neonata di pochi giorni e una donna incinta al settimo mese. Dal garante comunale, Eros Cruccolini, è arrivata la notizia della concessione della detenzione domiciliare alla madre della neonata, "ma resta improcrastinabile l'attuazione della legge che già prevede la realizzazione/attivazione di case-famiglia protette per le detenute con figli a seguito". Una soluzione "preferibile, rispetto alla realizzazione dell'istituto a custodia attenuata per madri, che comunque resta sempre un carcere. Le case famiglia protette permettono invece ai bambini a seguito delle madri detenute di vivere fuori dal carcere".

Il garante regionale ha preso atto delle criticità emerse e si è impegnato a chiedere, dopo le ferie estive "un incontro con l'Amministrazione penitenziaria, al fine di affrontare le possibili soluzioni alle problematiche emerse". (red)

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Ministra Cartabia, perché ha paura dei libri?Carmelo Musumeci · Istituzioni totali

La tortura del 41 bis ha molte facce, questa è tra le più odiose.

Succede ogni tanto che mi scriva qualche detenuto sottoposto al regime di tortura democratica del 41 bis, per dirmi che vorrebbe leggere qualche mio libro. Io devo rispondere che questo non è possibile, se hanno proibito di far entrare nelle celle delle sezioni del 41 bis perfino un libro dell'attuale Guardasigilli.

Signora Ministra, penso che bisognerebbe "condannare" i carcerati a leggere di più. Non potrebbe fare qualcosa per cambiare o modificare la norma che consente all'amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall'esterno?

Secondo alcuni professionisti dell'antimafia questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l'organizzazione criminale di provenienza. A mio parere in questo modo si fa invece un "favore" alla mafia, perché non si tiene conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l'anti-cultura mafiosa. Sì, è vero, ricevere un libro in carcere potrebbe essere pericoloso, ma tutto quello che entra nelle sezioni del 41 bis è controllato e letto, perché tutti hanno la censura e, comunque, pur correndo qualche rischio, i benefici sarebbero largamente superiori ai rischi, un po' come il vaccino contro il coronavirus.

Signora Ministra, ventisette anni di carcere duro mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere, con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa: è quello che ho deciso di fare ora scrivendoLe questa lettera aperta.

Chi è favorevole al divieto di fare entrare i libri nelle sezioni del 41 bis, io credo lo sia perché a sua volta legge poco: forse perché non ha tempo. Io, invece, in 27 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono certo che senza libri non ce l'avrei fatta. Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Le confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e rivissuto tante volte.

Una volta, un giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché i libri sono un po' come i figli: si amano tutti, perché tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro "Il Signore degli Anelli", perché molti prigionieri sono un po' come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi.

Mi ha entusiasmato anche il libro "Il rosso e nero" di Stendhal, perché mi ha insegnato che l'amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro "Delitto e castigo" di Fëdor Michailovic Dostoevskij, perché mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errori, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencato i libri di Hermann Hesse, fra cui "Siddharta" e "Il Lupo della steppa", perché mi hanno insegnato che quello che penso io spesso lo pensano anche gli altri…

Signora Ministra, mi permetta di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della Magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro "Fine pena ora": Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato.

Signora Ministra, fin dall'inizio della mia lunga carcerazione ho sempre letto, all'inizio con la testa e alla fine con il cuore. L'ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Mi creda, non è stato facile leggere in carcere, perché spesso per ritorsione mi impedivano di avere libri e persino una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina. Penso che si dovrebbe fare una buona legge per "condannare" i detenuti sottoposti al regime democratico di tortura del 41 bis a ricevere e a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare chi si occupa di giustizia e carcere a leggere di più, perché i libri rendono migliori le menti e i cuori delle persone, buone o cattive che siano.

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Chi è Carmelo MusumeciRedazione · L'autore

Carmelo Musumeci ha iniziato la sua attività di scrittore in prigione, in cui è detenuto dal 1991. Entrato in carcere con la licenza elementare, si diploma da autodidatta e consegue poi tre lauree: nel 2005 in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo "Vivere l'ergastolo", nel 2011 in Diritto Penitenziario con una tesi dal titolo "La 'pena di morte viva': ergastolo ostativo e profili di costituzionalità" e nel 2016 in Filosofia con 110 e lode discutendo la tesi "Biografie devianti". Con Nadia Bizzotto, della Comunità Papa Giovanni XXIII, condivide il progetto "Oltre le sbarre". Ha trascorso due anni in regime di semilibertà nel carcere di Perugia, durante i quali ha operato in una Casa Famiglia della Comunità di don Benzi. È stato scarcerato nell'agosto 2018 con la liberazione condizionale.

Tra i suoi libri ricordiamo "Gli uomini ombra e altri racconti" (2010), "Undici ore d'amore di un uomo ombra" (2012), "L'urlo di un uomo ombra. Vita da ergastolano ostativo" (2013), con Davide Galliani "Gli ergastolani senza scampo: fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo" (2016), "Diventato colpevole: il Signore delle bische" (2019).

Per conoscerlo meglio, e contattarlo, è online il sito www.carmelomusumeci.com

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Dio lo vuole? No, Dio non c'entraFelice Simeone · Fede, religione, politica

Dal ddl Zan all'omicidio di Saman Abbas: come la manipolazione delle coscienze inquina il dibattito pubblico.

Mia figlia è tornata a casa con un santino raffigurante un cuore sanguinante circondato da un filo spinato e infilzato da una croce: me lo ha dato il maestro di religione, mi ha detto. Ho acconsentito che mia figlia partecipi all'ora di religione perché volevo fosse esposta ad un messaggio che ritengo importante e profondo indipendentemente dalle sue implicazioni religiose.

Noi genitori siamo sempre molto esigenti sulla qualità dell'insegnamento; occuperemmo la scuola se in classe si appendessero cartine della Terra piatta. Il santino sanguinolento corrisponde ad affermare che la Terra è piatta: nessuno si è ribellato. Neanche io. La religione è forse l'unico ambito della nostra vita civile in cui non ci concediamo il dissenso. Ho pensato di scrivere al vescovo e riconsegnarli il santino. Ma poi l'uccisione di Saman Abbas mi ha paralizzato.

Saman Abbas, un'adolescente nata da genitori pakistani è stata uccisa probabilmente da un familiare perché ha rifiutato un matrimonio combinato. La stampa ha descritto la morte di Saman come un omicidio dell'Islam; già in altre vicende l'accostamento di violenza e Islam poteva sembrare evidente, ma, a ben guardare, è il patriarcato che ha armato il braccio omicida. Non possiamo negare che tante nostre vicine musulmane vivono in prigioni domestiche imposte da un'osservanza a regole che nulla hanno a che fare con la religione islamica (io, poi, credo che il patriarcato opprime anche gli uomini). Conosco il Corano abbastanza per poter affermare che l'assassinio di una adolescente non ha nessun fondamento nel messaggio di Maometto; e neanche un matrimonio combinato.

L'uso strumentale della religione per giustificare repressioni e discriminazioni pervade ampi spazi del dibattito pubblico. Le gerarchie cattoliche attaccano quotidianamente il decreto Zan che dovrebbe porre un argine al vituperio che concima l'odio verso la diversità sessuale. Ora, questi prelati, in virtù della tonaca che portano, respingono il ddl Zan in nome di Dio. Ma questa loro pretesa non ha alcun fondamento nella Bibbia. Noi laici di sinistra, lettori di questo giornale, ci siamo in genere opposti alle rivendicazioni dei chierici di qualsiasi confessione sul piano morale o etico: abbiamo perso, perché non ci sono molti argomenti da opporre a chi è convinto di agire nel nome di Dio. A questo punto, bisogna smascherare la trappola, costringere i nostri avversari ad esprimere gli argomenti terreni alla base delle loro presunte condanne divine. Cari amici Musulmani, l'omicidio di una quindicenne getta nella disperazione anche Dio; cari amici Cattolici, opprimere e discriminare è contro Dio.

Firenze è stata un centro di elaborazione profonda di queste cose. Isolotto, Barbiana, Badia Fiesolana, Piagge. Don Milani ci ha insegnato che l'istituzione dei cappellani militari è incompatibile con il messaggio evangelico: come si possono benedire le armi? Ernesto Balducci ci insegna la distinzione fra ciò che della religione è cultura, e ciò che è Fede. La cultura è un fenomeno sociale, e quindi discutibile, transitorio: viene dall'uomo; è in questo ambito che le istituzioni religiose giustificano il patriarcato, il dominio, il controllo, la discriminazione, la violenza. La Fede è il rapporto di un individuo con Dio, difficilmente cristallizabile in atteggiamenti collettivi.

Mi sembra che a questo punto si apra un orizzonte inedito nella lotta politica e culturale per gli anni a venire: sottrarre la Fede alle religioni; espropriare i prelati del monopolio della religione, liberare i cedenti dalla sottomissione. "La teologia della liberazione" diceva Balducci, "è la presa di coscienza, mai compiuta e sempre da rinnovare, delle cause che rendono subumano un uomo, anzi un popolo. E della necessità morale di lottare per la liberazione nei modi resi possibili dalle circostanze."

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Dentro Fuori BinarioGianna Innocenti · Periferie al centro

Alla scoperta delle tante attività svolte presso la sede del giornale.

La redazione di Fuori Binario e la sede dell'associazione che lo pubblica, Periferie al centro, si trovano in via del Leone 76, quasi all'angolo con piazza Tasso. Al primo piano troverete Roberto, il nostro caporedattore, insieme ad alcuni volontari e inserimenti lavorativi, come Alessandro e Lino. C'è un computer per trascrivere i pezzi per il giornale oltre al casellario postale dei residenti presso l'associazione; è anche un luogo dove fermarsi a fare due chiacchiere o ricaricare il cellulare.

Di fronte alla stanza della redazione è stato allestito un piccolo Audio Lab per registrare gratuitamente le tracce; questo spazio è gestito da alcuni componenti del Laboratorio Diladdarno, che bisogna contattare per avere istruzioni sul suo uso.

Al piano superiore c'è l'archivio del giornale fin dalla sua fondazione (giugno 1994). Dal n. 149 di Giugno 2012, comunque, i numeri sono consultabili sul sito Fuoribinario.org. Oltre a Fuori Binario nell'emeroteca sono raccolti altri giornali di strada e riviste su carcere, marginalità, psichiatria (le testate presenti sono consultabili sempre sul sito).

Presso i locali dell'archivio il martedì è attivo lo sportello casa e lavoro. La stanza è disponibile anche per riunioni o seminari. Un piccolo armadio conserva coperte e sacchi a pelo; in uno stand sono raccolti piumini per l'inverno (la cosiddetta "emergenza freddo") che vengono distribuiti a quanti ne hanno necessità, soprattutto a chi è costretto a passare la notte sulle panchine di piazza Tasso o di altre zone del quartiere: accettiamo tutto l'anno sacchi a pelo e coperte pesanti (non i plaid da divano, per capirsi!) in modo da averne una buona scorta.

Dalla primavera 2020, l'Associazione ha in comodato d'uso gratuito il locale al 62 rosso, proprio sotto la sede, la Stanzina dei Bambini, come deposito per il sostegno alimentare, a cui si dedicano principalmente i volontari dell'associazione e del Laboratorio Diladdarno: almeno 200 nuclei familiari del quartiere e di zone vicine (Isolotto, Rifredi, e fino allo scorso autunno anche il quartiere di Santa Croce) ne usufruiscono. C'è un continuo bisogno di volontari che assicurino questo servizio vitale. In genere, si preparano pacchi ad hoc per le famiglie, che vengono a ritirare per appuntamento; i volontari recuperano ortofrutta ai mercati e altri alimenti e beni (es. carne, pannolini da bambini) presso esercizi solidali.

Prima della pandemia, l'associazione preparava il pacco per la distribuzione solamente il mercoledì pomeriggio.

Lo spazio esterno recintato pertinente alla Stanzina dei Bambini non è al momento disponibile, anche se predisposto per attività e dotato di bagno e spazio sufficiente per evitare assembramenti.

Nello spazio esterno esiste anche un orto sinergico, in questo momento non curato. Lo spazio esterno sarebbe ideale per piccoli eventi, come presentazioni di libri, o giochi con piccoli gruppi di bambini.

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La parola scomoda dei poeti: da voce delle periferie a strumento di rinascita socialeMosè Carrara Sutour · Amerindi e resistenza civile

Il ruolo dell'heyoka nella cultura lakota (Sioux). L'utilizzo del linguaggio poetico che rivela il lato nascosto delle cose. La figura di Lance David Henson, poeta civile e attivista.

Mettere a nudo il potere per rifondare un equilibrio sociale; opporsi all'ordine strutturale imposto e alle sue regole, mostrandone le faglie; difendere il beneficio del dubbio, consapevoli che l'insinuarlo non va semplicemente contro l'etichetta, ma significa cambiamento: tale è lo scopo del trickster (burlone trasformista caro agli antropologi, violatore di regole e mediatore sacro tra gli estremi), che nella cultura lakota (Sioux) ha un preciso rappresentante.

L'heyoka agisce al contrario della norma, rivela il lato nascosto delle cose, individuando fratture nei vincoli che condizionano i comportamenti e le scelte personali. Abile a migrare senza limiti da una soggettività all'altra (nelle sfere dell'umano, del vegetale e dell'animale), l'heyoka è il nostro specchio: apre lo sguardo, rivolta il mondo e il suo ordine così precario, ma non lo fa per tornaconto personale. Dissacrando, è un riequilibratore, ma non azzera – pur ribaltandoli – i rapporti di forza. Simile a un clown, ricorre al riso e allo scherno, apparendo talvolta privo di senno. Heyoka è allora, per i lakota, un contrario e parla un linguaggio opposto a quello di un capo, un linguaggio poetico.

I poeti civili sono, di fatto, soggetti controcorrente: invitano all'azione con il peso della parola, e lo fanno per una collettività intera.

Citiamo ancora un riferimento in tema di contrarietà, dove artigianato, arte e politica si incontrano. Negli Stati Uniti di fine Ottocento, insanguinati delle guerre indiane, le donne native delle grandi pianure, soprattutto lakota e cheyenne del Nord, fabbricavano un gran numero di tessuti decorati raffiguranti, tra i vari simboli e figure, anche la bandiera americana. L'apice di quella particolare produzione artigianale fu raggiunto nel 1890, quindi già durante il confinamento nelle riserve, disposto quattro decadi prima dall'Indian Appropriations Act (1851). Da principio dono individuale dello straniero europeo al nativo, esibito da alcuni come elemento di prestigio personale, la bandiera americana diventa simbolo del conflitto di civiltà e, nell'arte nativa, sarà spesso raffigurata capovolta. Quasi un secolo più tardi, troveremo tra i militanti dell'American Indian Movement (AIM) la stessa riappropriazione dell'U.S. Flag: il simbolo identitario, fisicamente rovesciato, dell'oppressore e della sua violenta politica di assimilazione.

Il poeta civile, portatore di cambiamento

Nel rapporto profondo con la realtà dei luoghi di appartenenza talvolta perduti nella diaspora, e nel rispetto del legame critico tra individuo e collettività, troviamo la figura del poeta civile, capace di uscire allo scoperto, di esporsi – anche fisicamente – contro l'indifferenza. Unica arma: la parola, intesa sia come "prima pelle" del poeta sia come veicolo per un'azione condivisa. In essa possiamo ritrovare una carica eversiva comparabile alla lingua del mito scelta dall'heyoka.

Almeno due facoltà avvicinano, senza limiti di latitudine, il trickster al poeta civile: smascherare i simboli e la retorica impiegati da un potere per mantenersi forte; viaggiare attraverso le generazioni: un modo, cioè, di ridefinire il tempo.

Due esempi affiorano, lontani eppure prossimi, dal Secolo breve: il Garcia Lorca "raccoglitore" di cultura nella Spagna che cova la guerra civile; il Pasolini "archeologo" delle vite di periferia, che rende loro dignità. Nel primo caso, il poeta è fautore di un'osmosi fisica tra la città e la provincia povera (la compagnia da lui diretta, "La Barraca", è un teatro viaggiante), e i suoi versi non hanno bisogno di un affronto politico diretto per farsi grido di libertà e uguaglianza: un grido legato alla terra andalusa e ai suoi abitanti – «i miei più lontani ricordi di bambino hanno sapore di terra», dirà nel 1934 al giornalista argentino José R. Luna.

Per Pasolini, periferia (non solo l'agro o le borgate, ma i Paesi del Sud del mondo) è il luogo dell'altro, celebrato dal poeta, che "non conosce alternative": l'umanità "di scarto" ritrova un centro, perché quel luogo estremo è la chiave dalle nostre questioni sociali ed esistenziali più profonde. Pasolini si muove da solo e ricorre al mito, capace di "sciogliere l'insolubile", per dar voce a quella stessa umanità, senza esclusioni. Nel sacro della periferia pasoliniana, il confinamento si dissolve ed appare, come un nervo scoperto, la crisi della narrativa storiografica: qui i marginali galleggiano in uno stato di oblio o di indefinita possibilità di riemergere («questo romanzo non comincia», si legge nella nota all'incipit di Petrolio).

Incontro con Lance Henson. Vivere la memoria omaggiando il Grande Silenzio

Il 29 novembre 2014, al Museo Navale di Genova, in occasione del 150 anniversario del massacro di Sand Creek (vedi su https://bit.ly/3iX2mzx), Lance David Henson, poeta civile e attivista tsitsistas (cheyenne, vedi qui il suo profilo biografico https://bit.ly/3iWTAkT), ricostruì la dinamica dei fatti. In seguito raccontò brevemente di sé, iniziando dal perché oggi gli agenti dell'Homeland Security gli impediscono di tenere incontri nelle università statunitensi. La prima parte dell'intervento sembrava, però, tutt'altro che una rievocazione. Henson parlava in prima persona plurale, riferendosi a un gruppo di Dog Soldiers (corporazione di guerrieri cheyenne tuttora esistente, di cui è membro) distaccati dall'accampamento che fu raso al suolo: «Quando è successo eravamo stanziati a diverse miglia, lontani da Sand Creek, dove, in segno di pace, sventolava una bandiera statunitense. La bandiera non era capovolta. C'erano davvero pochi guerrieri al villaggio, formato da un centinaio di tepee. Almeno 200 persone inermi, più di due terzi donne e bambini, sono morte trucidate dagli uomini di Chivington. Poi ci sono stati i primi consigli di guerra, ci siamo alleati con gli arapaho e i lakota… Anche oggi siamo in guerra con il governo degli Stati Uniti».

La storia orale dell'800 e la "guerra" dichiarata da un attivista nativo al governo federale parlano grammatiche simili. La parola libera e il diritto si assistono ogni volta che un trattato violato torna ad essere motivo di azione legale. Marginalità, diritti umani, ambiente si intrecciano... Ma il più grande lascito di Henson quella sera è stato il suo modo di intendere il tempo storico, di viverlo nel presente: parlava e ragionava collegando gli eventi con flash immediati; parlava da Dog Soldier, partigiano di quella milizia tribale che si organizzò per resistere all'esercito fino alla battaglia di Little Bighorn (25 giugno 1876). Discusse col pubblico di pace e dignità, vedendosi nell'altro con salti identitari («i migranti di oggi siamo noi»); tornava al passato prossimo sui fatti di allora, prestando la sua voce al capo White Antelope, un attimo prima che il suo corpo fosse crivellato: «Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne».

Un tempo ferito, ma ritrovato, quello di Henson: non solo in Oklahoma (dov'è la riserva in cui è cresciuto e fa ritorno periodicamente), ma nel mondo, attraverso le numerose raccolte che presenta agli ospiti del suo esilio civile.

Sempre a Genova, Henson parlò ancora di accaparramento di risorse, di privazione nelle riserve e nei ghetti urbani, di politiche anti-migranti in Europa. Lo fece rispettando le pause e dando spazio alle domande. Non fu mai didascalico.

Di seguito, riportiamo un suo pensiero sul silenzio, luogo in cui la parola trova risonanza e si carica di significati, espresso più di trent'anni fa allo scrittore newyorchese Joseph Bruchac: «la brevità è per me... un modo di riconoscere e rendere omaggio al Grande Silenzio dal quale uscimmo fuori». [J. Bruchac, Survival this way, Tucson, 1987]

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Dal Kosovo in guerra al campo Rom dell'OlmatelloRoberto Pelozzi · Storia di un diffusore

Berisa e famiglia oggi vivono e lavorano in Italia. "Grazie Firenze, grazie Fuori Binario! Qui ho avuto una seconda occasione".

Berisa è in Italia da più di 30 anni, esattamente dal 1988, quando lavorava come manovale, dopo essere arrivato da Pristina, la capitale del Kosovo della ora ex Jugoslavia.

Fra il 1999 e il 2000, a seguito della guerra che si era scatenata in Kosovo, ha dovuto portare la propria famiglia in Italia per salvare loro la vita. La moglie Slavica, i quattro figli e la madre anziana e malata avevano a malapena di che vivere. Qui hanno abitato tutti insieme al campo Rom dell'Olmatello, fino alla sua chiusura, dopodiché si sono trasferiti in un appartamento messo a loro disposizione nella struttura del Fuligno, grazie al comune di Firenze e all'Opera di Montedomini.

L'approccio con Fuori Binario è avvenuto dopo il fallimento della cooperativa in cui Berisa lavorava, e grazie alla conoscenza di Paola Cecchi dell'Associazione Rom di Firenze.

In redazione con lui nel 2017 si è presentata anche la moglie Slavica. Abbiamo loro assegnato la zona del Viale XI Agosto, ai semafori di via Delle 2 Case.

"Al momento la mia famiglia è composta da padre, madre e due figlie di cui una disabile, gli altri componenti hanno trovato moglie e marito e si sono sposati in Italia."

Berisa ci spiega che il giornale gli ha fornito un modo per vivere e farsi conoscere; ogni volta che viene a ritirarlo in redazione continua a ringraziare.

"Sono contento di essere in Italia, specie in questa città dove da sempre sono stato accettato e benvoluto", e aggiunge: "Spero che questo importante giornale di strada prosegua ancora per lungo tempo, non solo per me, ma per chiunque ne possa usufruire per aiutarsi". Chiude la nostra conversazione con questo augurio, dicendosi anche ben contento che l'Italia abbia vinto gli europei.

"Forza italiani! da Berisa e Slavica Sabit, ciao a tutti e veniteci a trovare! Grazie, un abbraccio".

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Traffico: basta incroci, solo anelliFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

La circolazione automobilistica può essere comparata alla circolazione dei fluidi nei condotti, la cui portata dipende dal loro punto più stretto: è inutile, ai fini della portata, mettere un tubo da tre se poi il fluido deve attraversare un tratto da uno; tradotto in termini automobilistici, è assolutamente inutile avere tre piste per corsia quando poi ci sono le rotonde che restringono la carreggiata. Riservando alla corsa delle auto due sole corsie invece delle quattro o sei attuali, possiamo recuperare un bel po' di spazio alla Vita.

Per essere armonica, una circolazione non deve avere incroci. L'intera area urbana sarà coperta da anelli contigui di circolazione rapida a senso unico: si attraversa la città spostandosi da un anello all'altro.

Il senso di circolazione di anelli contigui sarà determinato dal senso di marcia, unico, del tratto in comune: cioè, facendo l'esempio di una circolazione a forma di 8, se la circolazione sull'anello superiore sarà in senso orario, quella sull'anello inferiore dovrà essere per forza in senso antiorario così che sul tratto che collega i due anelli ci sia una direzione di marcia unica da destra verso sinistra. Nessun incrocio.

Le zone racchiuse all'interno degli anelli saranno zone a priorità pedonale: le macchine si potranno muovere liberamente ma devono cedere la strada alle donne, agli uomini e ai bambini. In questo caso, le macchine saranno ospiti in cerca di parcheggio o della via più breve per raggiungere l'anello di circolazione rapida. Certo, alcuni percorsi saranno anche allungati ma la circolazione sugli anelli di collegamento sarà veloce, molto più veloce perché non ci saranno più incroci.

I viali di circonvallazione avranno i due sensi di circolazione che comunicheranno solo in maniera circolatoria come in piazza Indipendenza, al Cimitero degli Inglesi o in piazza Beccaria. L'onda verde dei semafori, ora, sarà possibile nei due sensi e dovrebbe permettere, alla utopica velocità di 60 Km/ora, di traversare la città da Est ad Ovest in 10 minuti.

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Il grande imbroglio del debito pubblicoAlessandro Tassi · Se hai, hai per dare

di Alessandro Tassi per MAG Firenze

Nella finanza tradizionale, gli Stati usano il debito pubblico per mercificare beni comuni e servizi pubblici. La finanza internazionale ha sempre sfruttato le crisi per imporre ai paesi del Sud del mondo le sue "riforme", un termine usato in modo distorto per sottintendere, in realtà, la svendita delle risorse comuni ai privati. Il "debito pubblico" del nostro paese è diventato impossibile da ripagare a causa degli interessi che hanno generato altro debito. La sua entità impedisce di investire in una economia più sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale e di attuare politiche che consentano di ridurre le crescenti disparità sociali.

Quello che però non ci hanno mai spiegato è che il debito pubblico non è come quello di una famiglia: si tratta, in realtà, di una semplice contropartita contabile che si incrementa ogni volta che si emette moneta, un po' come quando a Monopoli si distribuiscono le banconote prima di mettere le pedine sul tabellone.

Nella finanza critica, il denaro non è lo scopo in base al quale stabilire livelli minimi di rendimento o legare i destini di interi paesi, ma è solo un mezzo per realizzare libertà, uguaglianza e benessere condiviso prescritti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.

La finanza tradizionale associa il denaro a un investimento da remunerare in base al rischio. Se aumenta il rischio aumenta la possibilità di perdere una parte dell'investimento, una probabilità che si è disposti ad accettare a fronte di un rendimento, il cosiddetto "premio per il rischio".

Nella finanza critica che MAG Firenze pratica, l'unico "rischio" che conta davvero è quello di perdere una buona relazione, o di non riuscire supportare un progetto di cambiamento sociale o ambientale positivo sul territorio; qui, il "rendimento" segua le logiche della creazione di tessuti comunitari e territoriali, del rafforzamento delle relazioni sociali, della partecipazione attiva dei soci. In altre parole, si investe nella cura del territorio e delle relazioni.

https://www.magfirenze.it/

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Un giorno in occupazione. La fatturaFraska · Il racconto

Stavo rientrando a casa boicottando il bridge del sindaco in Santo Spirito e scansando via via le fioriere che mi intralciavano il cammino. Arrivato davanti al portone di casa, Benjaman mi blocca repentino gridandomi "Fermo, fermo!".

Qui ci sta una parentesi.

La mia, lo capirete, è una casa occupata. Anche i miei lavori li svolgo in nero, non ho reddito, non esisto in nessun nucleo familiare, non ho residenza né altro. Sono un fantasma del nulla, nel nulla della mia città. Eppure, vivo qui… da quando nacqui in una via del centro 40 anni fa. Lo so per certo, da racconti seri e goliardici. Il primo pannolino me lo cambiò un trans nel bar sotto casa perché io e mia madre non avevamo acqua calda.

Comunque stavo dicendo…

Arrivo a casa e Benjaman mi blocca. "Non entrare!".

Sentendomi gridare queste parole mi allarmo un poco perché c'è da tenere conto che da queste parti bisogna sempre tenere un occhio aperto.

Benjaman mi fa notare che davanti al portone del nostro appartamento ci sono mele, finocchi e castagne più dei segni scalfiti sul portone. "Cattivo presagio, malocchio!" mi dice.

Altra parentesi.

Dobbiamo capire che ormai siamo in un paese multiculturale. Ciò nonostante, anche mia nonna era animista. Dava importanza agli spiriti della casa, ai simboli.

Per questo capisco appieno il dramma del mio coinquilino. Ma che fare? Decido di prendere in mano la situazione. Assicuro il mio coinquilino che avrei risolto il problema e certamente levato la fattura.

Come ho detto sono un tuttofare. E devo confessare che non è la prima volta che mi succede una cosa del genere, tant'è che tengo un manico di scopa accanto alla porta. Dico a tutti che è il mio bastone magico. Un regalo di un amico potente… che è stato benedetto! Ne sparo tante, ma nemmeno troppe. Con tal bastone scanso i frutti del maleficio. Recito una preghiera, che è una mezza bestemmia, e così possiamo entrare infine in casa.

Stanco, entro e mi siedo per riposarmi dallo sforzo immane. Ma niente… dopo poco mi chiama la Giustina dal piano di sopra, una compagna in età che mi chiede ogni tanto qualche favore.

Rispondo al telefono e mi sento chiamare per nome.

"Oh Leonardo!"

"Si?"

"Stamani ero venuta a bussare da te, accidenti!, col bastone ti ho graffiato anche la porta!"

"Fa niente!"

"Il problema è che ero venuta a chiederti un favore, ma mentre bussavo mi si è rovesciata la spesa!"

"Ah ecco! Erano mica delle castagne o roba così…"

"Per l'appunto!"

Come dicevo non è la prima volta che affronto cose del genere.

Viviamo a stretto contatto. Condividiamo più di quello che vorremmo e ognuno ha il suo bottino culturale. Siamo diversi, ma spesso con gli stessi problemi.

Bianchi, neri, vecchi e operai pure precari, o disoccupati. Tutti con lo stesso cappio al collo. Come sopravvivere? A cosa ci dobbiamo costringere? Perdere la dignità?

Abbiamo deciso di condividere un'anima e non solo la casa. La dignità è un bel valore da spartire, secondo me. Con tutte le nostre differenze è una cosa che non potranno mai toglierci: siamo donne e uomini di questa terra. E questo è il nostro mondo.

Restiamo umani!

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Da Arte a Zuzzurellone, 25 voci per 25 raccontiMassimo De Micco · Novità in libreria

È appena uscita la terza raccolta di Marcovaldo e già mi chiedono quando uscirà la quarta. Intanto leggete questa, si intitola "Piccola enciclopedia delle scienze ironiche", Edizioni Ensemble.

Se non volete leggerla, lasciatela almeno in stazione (specificando se può prenderla chi non è in regola con il salvacondotto).

Non si sa se uscirà e, dato che l'ultimo Marcovaldo scaturisce da un lavoro di gruppo (composto da Olivia Bruno, Fedra Mincio, Rina Nesi, Giovanni Berti, Marco Donati e Massimo De Micco), bisogna sentire anche gli altri.

Ma se dovesse uscire, avrei già una proposta per il titolo e il tema: "VALLO A DIRE".

Vallo a dire a chi perde il lavoro, a chi chiude il negozio, a chi aveva un'impresa, a chi faceva l'impresario.

Vallo a dire a chi è all'ospedale, a chi si è rifatto le labbra, a chi si fa il culo, a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese.

A proposito, si potrebbe fare un decreto per dimezzare i mesi a quindici giorni, così sarebbe più facile per tutti.

Ma come ebbi a dire, non di solo pane vive Marcovaldo, vuole anche le rose.

E allora può capitare che parli bene di un papa (vallo a dire ai preti risposati, alle perpetue con il contratto a termine, alle chierichette, ai suori) o che ne parli male (vallo a dire a chi ha un malato in casa, alle pecore senza pastore, ai pastori del presepe, a chi commette abigeato e poi si pente).

Può capitare ed è capitato di citare un poeta islamico (vallo a dire a chi scappa dall'Isis, a chi adora ancora Iside e Osiride, a chi ci vede attraverso le persiane e a chi ci spia dalle saracinesche).

Può capitare che esprima perfino dei dubbi sulla Scienza (vallo a dire a Darwin, vallo a dire a Freud, vallo a dire a Ipazia, vallo a dire a Lucy... va bene ci vado, ma con Ipazia e con Lucy come mi esprimo, a gesti?).

Può capitare di tutto e per ogni cosa ci sarà chi non vuole sentirne parlare.

I matematici hanno perfino scoperto un Vallo a Dire dei Vallo a Dire. Mettiamo che voglia citare uno dei seguenti proverbi: "Non parlare di corda in casa dell'impiccato", "Non dire gatto se non l'hai nel sacco", "Scherza coi fanti e lascia stare i santi".

Ci sarà sempre un benpensante con il suo Vallo a Dire già puntato contro Marcovaldo: vallo a dire alla famiglia di quell'imprenditore che hanno trovato sotto il ponte di Bugliano, vallo a dire a mia zia che da una settimana cerca la gatta, vallo a dire a Luigia Pallavicini caduta da cavallo...

Ma benedetto amico mio e di quel fantino che è stato disarcionato al canapo dal cavallo della contrada del Micio ed è stato trascinato fino alla curva di San Martino, se non ci vado io, c'è proprio bisogno che glielo dica tu?

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Contro la finanza speculativa con i lavoratori GknCollettivo di Fabbrica Lavoratori Gkn Firenze · Stazione di posta

#INSORGIAMO

I lavoratori della Gkn di Firenze licenziati in tronco da un fondo speculativo inglese hanno aperto un conto corrente per favorire eventuali versamenti e donazioni da parte di chiunque voglia sostenere la loro lotta. Ecco come hanno motivato la scelta sfuggendo dal mercato bancario tradizionale.

Abbiamo aperto il conto della Cassa di Resistenza in collaborazione con la Mag, cooperativa mutualistica finanziaria e autogestita, della Comunità delle Piagge, presso Banca Etica di Firenze. Perché, indipendentemente dall'opinione che ognuno di noi ha degli strumenti con cui lottare contro il grande capitale, ci è sembrato giusto versare questi soldi su un conto che siamo sicuri non ha nessun tipo di legame con il fondo finanziario che ci ha chiusi, né con altri strumenti della grande finanza.

Come sapete, abbiamo atteso a fare questo passo. Il pericolo era che nella concitazione dei primi giorni, troppi intendessero la donazione alla cassa di resistenza come un atto di beneficenza. O peggio come un segno di difficoltà dell'assemblea permanente. Il presidio invece era ed è forte e organizzato, basandosi sul supporto dell'intero territorio, delle organizzazioni sindacali e dei solidali organizzati attorno alla pagina Insorgiamo con i lavoratori Gkn.

Tra l'altro non ci poniamo l'obiettivo di raccogliere fondi tanto per raccoglierli. La Cassa di Resistenza è strettamente legata alle finalità della lotta e queste finalità si sono precisate meglio con lo sviluppo della lotta.

Con il crescere della Cassa, valuteremo se ci saranno le condizioni e la chiarezza per procedere con forme di mutualismo operaio che ci permettano di avere ulteriore capacità di resistere nel tempo. Questa però è una discussione tutta da sviluppare.

Ribadiamo infine che la principale solidarietà la si esercita unendosi alla lotta, estendendola, insorgendo. Vi ringraziamo quindi per le donazioni che sappiamo arriveranno in abbondanza, ma continuiamo a raccomandarci: tenete le risorse anche per voi, per scioperare nel vostro luogo di lavoro, per volantinaggi dove vi trovate, per preparare i pullman per iniziative nazionali, per insorgere dove vi trovate.

IT 24 C 05018 02800 000017089491 Causale: donazione Cassa di Resistenza lavoratori GKN Firenze

P.S. la nostra è una lotta fatta di sguardi, corpi, abbracci... se potete passare fisicamente a fare la donazione direttamente al presidio, lo preferiamo sempre.

Collettivo di Fabbrica Lavoratori Gkn Firenze

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Nessuna semplificazione su Santo SpiritoFrancesco Stella e Alessandro Simoni · Stazione di posta

Lettere e opinioni. Scrivici alla mail redazione@fuoribinario.org

Care amiche e cari amici di Fuori Binario,

acquisto e seguo da anni il vostro giornale con interesse e convinzione. Anche per questo mi ha stupito leggere quanto scritto da Alessandro Simoni nella rubrica Contro il decoro del numero estivo. Presentare vandalismo e ubriachezza molesta come un modello di turismo alternativo mi è sembrato, con tutto il rispetto, un tentativo maldestro e pericoloso, di giustificare la violenza squadrista contro residenti, spesso anziani e malati, la cui vitale necessità di riposo notturno è incredibilmente presentata come un comportamento "conservatore".

Da quel che ho capito e che vedo, l'estetica è l'ultimo dei problemi di piazza Santo Spirito e di tanti altri luoghi di Firenze, ormai ostaggio di teppisti la cui indifferenza al rispetto umano è palese e chiaramente di marca fascistoide, comunque amino farsi chiamare per suscitare minore antipatia. Questo non vuol dire che non si debba operare per alleviare il disagio da cui nascono questi comportamenti, ma incentivarli e addirittura nobilitarli temo non faccia che aggravare il problema.

Spero che il nostro amato giornale voglia sposare una linea più vicina alle sofferenze e al rispetto degli altri, come ha sempre fatto.

Con i migliori auguri

Francesco Stella

Gentile Francesco,

è ovviamente sempre un dispiacere deludere le aspettative di un lettore fedele, particolarmente quando la delusione parte da uno scritto su un tema che il nuovo Fuori Binario ha scelto di porre al centro della propria riflessione. E mi è sembrato di conseguenza giusto dedicare una particolare attenzione alla sua lettera, dopo aver riletto con attenzione quanto avevo scritto, sapendo che toccavo un argomento dove spiegarsi male è sin troppo facile e le sensibilità personali a volte acute.

Non credo però che al mio articolo possa essere attribuito il "significato", il "messaggio", che lei vi ha voluto leggere. In apertura, seppur con un tono volutamente poco retorico, chiarivo molto nettamente che non ho simpatia alcuna per chi non ambisce che a ubriacarsi e a schiamazzare, posizione condivisa da tutta la famiglia di Fuori Binario. Quello che cerchiamo di fare nel giornale è rifuggire dalle semplificazioni manichee, specialmente quando queste sono utilizzate da media e politici per sostenere specifiche strategie di trasformazione del tessuto sociale della città. Non credo sinceramente che i problemi di Santo Spirito e di altri luoghi possano essere ridotti a "fascistoidi" contro "residenti, spesso anziani e malati", perché gli interessi e le identità sono infinitamente più variegate. Cercheremo comunque nel futuro di essere più chiari e convincenti, e di averla ancora con noi, visto che condividiamo le stesse visioni di fondo.

Alessandro Simoni

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Gabriela Jacomella, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Daniel Petrache (Via Cerretani), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Via Masaccio e Via Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piazza Alpi-Hrovatin, Piazza Repubblica, Via Cimabue).

RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.

CREDITI FOTOGRAFICI - Mondeggi e Comunità Jerome Laronze (p. 1, 2, 3), Robin Food (4), Cambiare l'Ordine delle Cose (7), Carmelo Musumeci (9), Cecilia Stefani (13), Cristiano Lucchi (10, 15), Zerocalcare (14).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla mail redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632

L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 - 3398210866

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

  • servizi sociali
  • mense
  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Sali in carrozza?Redazione · Partecipa anche tu

Il valore del progetto

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontrate in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, e che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. Tutto ciò che offrirai in più costituirà il suo guadagno.

Come sostenerci

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto Fuori Binario viene diffuso anche all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

Ti aspettiamo

Il tuo 5x1000 a Fuori Binario inserendo il codice fiscale 94051000480 nella dichiarazione dei redditi.

  • giornale di strada
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Guadagnare qualcosa vendendo il giornaleLa redazione di Fuori Binario · Servizio

Diventare "strillone"

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete far parte del nostro progetto senza problemi. Contattando la redazione allo 0552286348 o via mail su redazione@fuoribinario.org potete proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui accanto.

Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione che ogni mese prova a raccontare, senza fake news, perché nella nostra città e nel nostro paese aumenta la povertà.

Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte.

Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

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Come sostenere giornale e associazioneRedazione · Servizio

Per abbonarti al giornale bastano 30 euro l'anno.

Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506 intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!

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  • Fino a 30 euro: 4 cartoline di Fuori Binario e pubblicazione tascabile a scelta
  • Fino a 50 euro: 2 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Fino a 100 euro: 4 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Oltre 100 euro: tutte le cartoline, il cd "Clochard" di Diego Moreno e 6 libri a scelta tra le nostre pubblicazioni.
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Dove trovare Fuori BinarioRedazione · Servizio
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  • In Via Cerretani da Daniel
  • A Ponte Vecchio e in Santo Spirito da Cezar
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  • In Piazza delle Cure da Totò
  • A Sant'Ambrogio, alla Stazione di Campo di Marte e a Borgo San Lorenzo da Nanu
  • In Via Masaccio e Via Milanesi da Robert
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