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Archivio › Fuori Binario n. 232 · Settembre 2021 › pagina 2

CIBO E SOSTENIBILITÀ

Chi ci nutrirà?

La produzione industriale del cibo è tra i maggiori responsabili dell'inquinamento del Pianeta

Giovanni Pandolfini · Fuori Binario n. 232, Settembre 2021, pagina 2

Che tutti gli esseri viventi abbiano costantemente e più volte al giorno bisogno di cibo, oltre che di acqua da bere e ossigeno da respirare, è cosa nota. Che ci dobbiamo costantemente nutrire, possibilmente in modo corretto, per vivere e riprodurci lo sappiamo bene. Conosciamo benissimo queste priorità assolute per la nostra esistenza, le conosciamo così bene che spesso neanche ci pensiamo su. Durante le ultime decine di migliaia di anni, da quando la Terra ospita anche la nostra specie, la ricerca di cibo e le modalità per ottenerlo sono state geograficamente diverse e comunque sempre decentralizzate e con una naturale attenzione alla loro sostenibilità ecologica ovvero alla loro conservazione nel tempo. Nutrirsi è stato sempre un problema locale ed ha avuto un ruolo importante nella formazione delle varie culture e delle organizzazioni sociali.

Nelle aree del Pianeta cosiddette "civilizzate" da poche decine di anni non è più così. Il capitalismo e la sua "rivoluzione verde", la globalizzazione e la spasmodica ricerca del profitto, hanno distrutto le comunità locali e la loro capacità esperienziale di produrre il proprio cibo; hanno svuotato le campagne condensando le popolazioni negli agglomerati urbani. Chi ha bisogno di procurarsi il necessario alla sua vita lo può fare solo attraverso lo strumento più micidiale dell'affermazione del capitalismo stesso: il denaro. Tutte le relazioni fra uomini e donne della nostra specie sono regolate dal mercato e dal denaro, nelle aree "civilizzate" forzatamente e totalmente.

Nel nostro mondo la catena industriale del cibo si basa sul profitto e sta generando enormi problemi ambientali e sociali. L'industria del cibo si basa essenzialmente sull'accentramento fondiario, sullo sfruttamento del lavoro altrui, sulle monocolture estensive, sull'uniformità genetica di piante e animali e su di un sempre più pesante uso della chimica e di energie non rinnovabili.

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La produzione industriale del cibo attraverso la grande distribuzione organizzata è tra i maggiori responsabili dell'inquinamento dei suoli, delle acque e dell'aria che respiriamo, del cambiamento climatico in corso, e contribuisce in modo sostanziale ai nostri tanti problemi di salute: dalle malattie croniche all'indebolimento del nostro bioma interno e del nostro sistema immunitario con relative diffusioni di malattie infettive.

La produzione industriale ed il controllo della risorsa cibo appare sempre più strategica e si consolida come prioritaria per molte imprese transnazionali. Poche decine di colossi multinazionali controllano la quasi totalità del cibo prodotto e sono dentro ad ogni anello della catena industriale di produzione e distribuzione. Nell'ultimo anno e mezzo a causa della pandemia Covid il sistema ha subito una ulteriore forte accelerazione stravolgendo le regole del gioco. Quello che hanno sempre tentato di fare attraverso i meccanismi dei trattati internazionali come TTIP, CETA, MERCOSUR — spesso sotto l'osservazione diretta delle opposizioni popolari che talvolta hanno costretto gli Stati a metterli in discussione — adesso cercano di imporlo più decisamente e in modo più radicale. Ovvero scavalcando le regole e i controlli che tutelano la salute e gli interessi delle popolazioni, ridotte a "consumatrici" per facilitare la globalizzazione degli interessi dei potenti per aumentarne fatturati e profitti.

I colossi della tecnologia digitale e delle vendite online (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, etc.) avevano già fatto il loro ingresso nelle filiere industriali del cibo, oggi la situazione pandemica offre loro l'opportunità di imporre il loro monopolio grazie all'introduzione di programmi a controllo digitale per l'agricoltura (Agricoltura 4.0). Una agricoltura sempre più dipendente da nuovi e costosi macchinari aumenterà il loro dominio come anche il loro controllo sul commercio del cibo. A noi raccontano che si tratta di una virtuosa "transizione ecologica". Un vecchio e consumato schema: il capitalismo provoca disastri, devastazioni e disagi per tutti a vantaggio di pochi e dopo si ricicla proponendosi come la soluzione dei problemi da lui creati, ricavandoci di nuovo enormi profitti.

Pagina 2 del numero 232 Uscito sul numero 232 (Settembre 2021), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero