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Archivio › Fuori Binario n. 232 · Settembre 2021 › pagina 11

AMERINDI E RESISTENZA CIVILE

La parola scomoda dei poeti: da voce delle periferie a strumento di rinascita sociale

Il ruolo dell'heyoka nella cultura lakota (Sioux). L'utilizzo del linguaggio poetico che rivela il lato nascosto delle cose. La figura di Lance David Henson, poeta civile e attivista.

Mosè Carrara Sutour · Fuori Binario n. 232, Settembre 2021, pagina 11

Mettere a nudo il potere per rifondare un equilibrio sociale; opporsi all'ordine strutturale imposto e alle sue regole, mostrandone le faglie; difendere il beneficio del dubbio, consapevoli che l'insinuarlo non va semplicemente contro l'etichetta, ma significa cambiamento: tale è lo scopo del trickster (burlone trasformista caro agli antropologi, violatore di regole e mediatore sacro tra gli estremi), che nella cultura lakota (Sioux) ha un preciso rappresentante.

L'heyoka agisce al contrario della norma, rivela il lato nascosto delle cose, individuando fratture nei vincoli che condizionano i comportamenti e le scelte personali. Abile a migrare senza limiti da una soggettività all'altra (nelle sfere dell'umano, del vegetale e dell'animale), l'heyoka è il nostro specchio: apre lo sguardo, rivolta il mondo e il suo ordine così precario, ma non lo fa per tornaconto personale. Dissacrando, è un riequilibratore, ma non azzera – pur ribaltandoli – i rapporti di forza. Simile a un clown, ricorre al riso e allo scherno, apparendo talvolta privo di senno. Heyoka è allora, per i lakota, un contrario e parla un linguaggio opposto a quello di un capo, un linguaggio poetico.

I poeti civili sono, di fatto, soggetti controcorrente: invitano all'azione con il peso della parola, e lo fanno per una collettività intera.

Citiamo ancora un riferimento in tema di contrarietà, dove artigianato, arte e politica si incontrano. Negli Stati Uniti di fine Ottocento, insanguinati delle guerre indiane, le donne native delle grandi pianure, soprattutto lakota e cheyenne del Nord, fabbricavano un gran numero di tessuti decorati raffiguranti, tra i vari simboli e figure, anche la bandiera americana. L'apice di quella particolare produzione artigianale fu raggiunto nel 1890, quindi già durante il confinamento nelle riserve, disposto quattro decadi prima dall'Indian Appropriations Act (1851). Da principio dono individuale dello straniero europeo al nativo, esibito da alcuni come elemento di prestigio personale, la bandiera americana diventa simbolo del conflitto di civiltà e, nell'arte nativa, sarà spesso raffigurata capovolta. Quasi un secolo più tardi, troveremo tra i militanti dell'American Indian Movement (AIM) la stessa riappropriazione dell'U.S. Flag: il simbolo identitario, fisicamente rovesciato, dell'oppressore e della sua violenta politica di assimilazione.

Il poeta civile, portatore di cambiamento

Nel rapporto profondo con la realtà dei luoghi di appartenenza talvolta perduti nella diaspora, e nel rispetto del legame critico tra individuo e collettività, troviamo la figura del poeta civile, capace di uscire allo scoperto, di esporsi – anche fisicamente – contro l'indifferenza. Unica arma: la parola, intesa sia come "prima pelle" del poeta sia come veicolo per un'azione condivisa. In essa possiamo ritrovare una carica eversiva comparabile alla lingua del mito scelta dall'heyoka.

Almeno due facoltà avvicinano, senza limiti di latitudine, il trickster al poeta civile: smascherare i simboli e la retorica impiegati da un potere per mantenersi forte; viaggiare attraverso le generazioni: un modo, cioè, di ridefinire il tempo.

Due esempi affiorano, lontani eppure prossimi, dal Secolo breve: il Garcia Lorca "raccoglitore" di cultura nella Spagna che cova la guerra civile; il Pasolini "archeologo" delle vite di periferia, che rende loro dignità. Nel primo caso, il poeta è fautore di un'osmosi fisica tra la città e la provincia povera (la compagnia da lui diretta, "La Barraca", è un teatro viaggiante), e i suoi versi non hanno bisogno di un affronto politico diretto per farsi grido di libertà e uguaglianza: un grido legato alla terra andalusa e ai suoi abitanti – «i miei più lontani ricordi di bambino hanno sapore di terra», dirà nel 1934 al giornalista argentino José R. Luna.

Per Pasolini, periferia (non solo l'agro o le borgate, ma i Paesi del Sud del mondo) è il luogo dell'altro, celebrato dal poeta, che "non conosce alternative": l'umanità "di scarto" ritrova un centro, perché quel luogo estremo è la chiave dalle nostre questioni sociali ed esistenziali più profonde. Pasolini si muove da solo e ricorre al mito, capace di "sciogliere l'insolubile", per dar voce a quella stessa umanità, senza esclusioni. Nel sacro della periferia pasoliniana, il confinamento si dissolve ed appare, come un nervo scoperto, la crisi della narrativa storiografica: qui i marginali galleggiano in uno stato di oblio o di indefinita possibilità di riemergere («questo romanzo non comincia», si legge nella nota all'incipit di Petrolio).

Incontro con Lance Henson. Vivere la memoria omaggiando il Grande Silenzio

Il 29 novembre 2014, al Museo Navale di Genova, in occasione del 150 anniversario del massacro di Sand Creek (vedi su https://bit.ly/3iX2mzx), Lance David Henson, poeta civile e attivista tsitsistas (cheyenne, vedi qui il suo profilo biografico https://bit.ly/3iWTAkT), ricostruì la dinamica dei fatti. In seguito raccontò brevemente di sé, iniziando dal perché oggi gli agenti dell'Homeland Security gli impediscono di tenere incontri nelle università statunitensi. La prima parte dell'intervento sembrava, però, tutt'altro che una rievocazione. Henson parlava in prima persona plurale, riferendosi a un gruppo di Dog Soldiers (corporazione di guerrieri cheyenne tuttora esistente, di cui è membro) distaccati dall'accampamento che fu raso al suolo: «Quando è successo eravamo stanziati a diverse miglia, lontani da Sand Creek, dove, in segno di pace, sventolava una bandiera statunitense. La bandiera non era capovolta. C'erano davvero pochi guerrieri al villaggio, formato da un centinaio di tepee. Almeno 200 persone inermi, più di due terzi donne e bambini, sono morte trucidate dagli uomini di Chivington. Poi ci sono stati i primi consigli di guerra, ci siamo alleati con gli arapaho e i lakota… Anche oggi siamo in guerra con il governo degli Stati Uniti».

La storia orale dell'800 e la "guerra" dichiarata da un attivista nativo al governo federale parlano grammatiche simili. La parola libera e il diritto si assistono ogni volta che un trattato violato torna ad essere motivo di azione legale. Marginalità, diritti umani, ambiente si intrecciano... Ma il più grande lascito di Henson quella sera è stato il suo modo di intendere il tempo storico, di viverlo nel presente: parlava e ragionava collegando gli eventi con flash immediati; parlava da Dog Soldier, partigiano di quella milizia tribale che si organizzò per resistere all'esercito fino alla battaglia di Little Bighorn (25 giugno 1876). Discusse col pubblico di pace e dignità, vedendosi nell'altro con salti identitari («i migranti di oggi siamo noi»); tornava al passato prossimo sui fatti di allora, prestando la sua voce al capo White Antelope, un attimo prima che il suo corpo fosse crivellato: «Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne».

Un tempo ferito, ma ritrovato, quello di Henson: non solo in Oklahoma (dov'è la riserva in cui è cresciuto e fa ritorno periodicamente), ma nel mondo, attraverso le numerose raccolte che presenta agli ospiti del suo esilio civile.

Sempre a Genova, Henson parlò ancora di accaparramento di risorse, di privazione nelle riserve e nei ghetti urbani, di politiche anti-migranti in Europa. Lo fece rispettando le pause e dando spazio alle domande. Non fu mai didascalico.

Di seguito, riportiamo un suo pensiero sul silenzio, luogo in cui la parola trova risonanza e si carica di significati, espresso più di trent'anni fa allo scrittore newyorchese Joseph Bruchac: «la brevità è per me... un modo di riconoscere e rendere omaggio al Grande Silenzio dal quale uscimmo fuori». [J. Bruchac, Survival this way, Tucson, 1987]

Pagina 11 del numero 232 Uscito sul numero 232 (Settembre 2021), a pagina 11. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero