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Fuori Binario n. 239

Aprile 2022 · 43 articoli · ISSN 2784-9384

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Pagina 1: Prima pagina Lo sai che...La guerra è insopportabileL'uomo che portò la Costituzione in carcereIn primis, fermare il conflittoSui nazionalismiWargames senza vincitoriDati contro carrarmati, una battaglia impari"Altre armi, altri morti"Quel Dostoevskj inopportuno, o della costruzione del nemicoPace e guerraAvevo 14 anni quando gli USA ci invaseroPiazza Tasso diventa più bellaVietato disturbare nel salotto buonoI "veri" profughi che piacciono all'EuropaMorceaux di vita ai giardini di marzoLontano dagli occhi...Pestaggi a Sollicciano, chiesti 8 anni per gli agentiLa Consulta: pena sproporzionata per chi aiuta i migrantiVoli umanitari da Pisa, ma sono armi per l'UcrainaTrentamila in corteo con la GKNIn Mugello c'è Oltre, un ponte tra mondi diversiLe altre vittime dimenticateErbette, erbacce e malerbeL'insostenibilità del foraggioSoldi pubblici? Per il nuovo stadio, non per l'assistenza domiciliareUn caleidoscopio di fiori per il Giardino dei GiustiUn aprile di storie e di lotte per i diritti LGBTQAI+Cronache di periferiaVitaliano Trevisan, l'ultima operaSuperare l'individualismo grazie alla condivisioneFòrimercato #luogo amico#Luoghiamici - Dove trovare il giornale?Macchinari artistici quasi impossibili: il freno elasticoStazione di postaScusate il disturbo, ci stanno ammazzandoNon c'è bisogno dei taserBanalissimi stronziColophonFuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeDiventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleCome sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneDove trovarciPer abbonarti al giornale bastano 29 euro l'anno
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La guerra è insopportabileCristiano Lucchi · Resistenze

In apertura di prima pagina: "Ripudiamo la guerra, atto barbaro, dove i potenti decidono e i poveri muoiono. È ora di abolirla, prima che l'umanità sia cancellata dalla Storia". Papa Francesco

A noi di Fuori Binario la guerra fa paura. Letteralmente. Temiamo per la vita del popolo ucraino e di quello russo che si oppone, e di quella delle decine di milioni di persone coinvolte nei tanti conflitti attivi nel mondo. Siamo terrorizzati dall'escalation nucleare, 80 milioni di morti in 45 minuti secondo una simulazione dell'Università di Princeton. Ci spaventano anche gli effetti sullo stato sociale, sulla sanità, sulla nostra vita quotidiana, se davvero lo scellerato governo italiano dovesse realizzare quanto promesso: accrescere da 26 a 38 miliardi il costo annuo in strumenti di morte (a proposito, per chi intendete votare alle prossime elezioni?). Per tutti questi motivi aborriamo la guerra, perché da un paio di millenni a pagarne il costo in vite umane, in esistenze devastate e migrazioni, sono le persone semplici e non i dominanti. Perciò vogliamo capire meglio la complessità che sta alla base di ogni conflitto e non ci accontentiamo della squallida informazione con l'elmetto che domina la stampa nostrana.

In queste pagine diamo voce agli esperti che con umiltà costruiscono la pace quotidianamente, nell'indifferenza di un'opinione pubblica che spreca intelligenze in nome di un'audience senza etica né morale. Ci ispiriamo all'azione di un politico ormai dimenticato: Olof Palme. Il primo ministro svedese praticava una neutralità in grado di costruire sicurezza e cooperazione in piena autonomia, a favore della distensione e del graduale superamento dei blocchi di potere e della smilitarizzazione. E per questo è stato assassinato in piena guerra fredda.

Ci concentriamo infine anche su quanto siano ipocriti i governi democratici che sostengono dittatori e autocrati in difesa del "nostro" stile di vita. Putin, certo, ma anche Bin Salman, Al-Sisi, Xi Jinping, Erdogan... o di come siano bravi a innescare guerre di occupazione, come in Afghanistan e in Iraq, e poi nascondere la mano.

Nel "conflitto" di idee tra idealisti e realisti ci schieriamo coi primi: le utopie da sempre sono il motore delle civiltà.

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L'uomo che portò la Costituzione in carcereCorrado Marcetti · Controvento

Appello per l'intitolazione di uno spazio pubblico alle Murate.

L'appello perché a Sandro Margara, tra i padri della Riforma penitenziaria, sia intitolato uno spazio pubblico della città di Firenze ha raccolto molte adesioni. Sostenuto da un gruppo di promotori e da alcune associazioni (Associazione Volontariato penitenziario, Fondazione Michelucci, La Società della Ragione, Archivio Margara) l'appello sarà ora indirizzato al Sindaco di Firenze. Sandro Margara è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, direttore generale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, presidente della Fondazione Giovanni Michelucci e, infine, Garante della Regione Toscana per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale. Ma soprattutto ha lasciato una ricca eredità di valori nel suo straordinario impegno affinché la pena detentiva fosse ricondotta nell'alveo costituzionale e le alternative alla pena detentiva avessero una piena applicazione. Di Margara è stato sottolineato lo spessore di raffinato giurista, la profonda conoscenza di norme e regolamenti e delle loro possibili interpretazioni, ma sulle pagine di questo giornale vorremmo soprattutto ricordarlo per il coraggio intellettuale, la giustizia e il senso di umanità.

Un uomo giusto

Per Margara il reato si fermava fuori dalle mura del carcere e contava la possibilità di ricostruire la vita delle persone recluse. Tutti i detenuti che presentavano un'istanza al Tribunale di Sorveglianza e che il carcere ammassa nel suo ruolo di grande discarica della società, per lui avevano volti e vicende. Era frequente che, per tagliare i tempi imposti dal sovraffollamento, li andasse a trovare in sezione durante le visite nelle carceri. La sua autorevolezza era riconosciuta perché aveva il pregio di applicare i diritti oltre che rammentare i doveri. La stima di cui godeva derivava dal suo modo di interpretare la funzione del magistrato di sorveglianza e dal rapporto diretto con i detenuti. Non solo i più deboli e marginali che riempiono le carceri, anche i ribelli, anche nelle situazioni più difficili. Era un uomo che cercava sempre di frapporre la ragionevolezza alle soluzioni di carattere repressivo che, ieri come oggi, hanno sempre tanti fautori. Era spesso a Sollicciano dove garantiva con la sua presenza un presidio di sorveglianza in una situazione sempre molto complicata. Di ogni singolo istituto che visitava conosceva i problemi e ovunque si adoperava per determinare le condizioni che favorissero un clima di confronto e di apertura. Con raffinata ironia valutava gli atteggiamenti delle istituzioni politiche rispetto alla realtà carceraria ma cionondimeno accresceva il suo impegno nel cercare di stabilire ponti tra il carcere e la società. Incontri, convegni, relazioni si aggiungevano alla mole enorme di lavoro della sua quotidianità. In uno dei tanti incontri pubblici sul carcere in cui la sua azione a favore delle misure alternative alla pena carceraria veniva messa in discussione da un sostenitore del carcere duro e della pena certa, chiuse così il confronto: "Beh, senta, tra le due retoriche preferisco la mia: fa meno danni!".

Un magistrato scomodo

Non si lasciava intimorire dai procedimenti disciplinari che gli venivano intentati. D'altra parte la sua azione era sempre sorretta dalla rigorosa osservanza costituzionale e dalla sapiente scrittura delle sue motivatissime ordinanze. Fu un protagonista della Riforma carceraria e fu anche il primo magistrato di sorveglianza a ricoprire un ruolo al vertice dell'Amministrazione penitenziaria. Durò poco perché la sua azione innovatrice, fortemente avversata dai sindacati della polizia penitenziaria e non solo, fu interrotta improvvisamente dal nuovo Ministro della giustizia. Era un magistrato scomodo e le sue posizioni sul carcere e la pena erano assai poco condivise negli ambiti di potere. Margara si accomiatò con una lettera al ministro in cui, rifiutando altri incarichi, ribadiva che "l'ordinamento penitenziario non è tanto da modificare, quanto da attuare, perché è in gran parte inattuato". Ritornò a fare il magistrato di sorveglianza, "nei miei cenci" diceva.

La città escludente

In un modello di città in cui l'attenzione alle aree di sofferenza sociale urbana è inesistente e il carcere è rimosso, la nomina di Margara a presidente della Fondazione Michelucci fu una scelta felice. Amico personale di Michelucci e membro del Comitato scientifico della Fondazione sin dalla sua costituzione, ne seppe sapientemente indirizzare le attività di ricerca che riguardavano le istituzioni totali e il coinvolgimento della società per il loro superamento. Quando fu nominato Garante regionale delle persone private della libertà personale riprese l'abitudine di visitare puntualmente le carceri. La sua prima relazione aveva per titolo Il carcere dopo Cristo, con riferimento alla sua scomparsa nella realtà carceraria del paese. Continuò le sue battaglie per l'abolizione degli Ospedali psichiatrici giudiziari e dell'ergastolo, oltre a sostenere il diritto dei detenuti all'affettività.

Un luogo appropriato

Se c'è un luogo a Firenze che più di altri meriterebbe di essere intitolato a Margara questo è uno degli spazi pubblici ricavati dalla riconversione dell'area delle Murate. Il complesso delle vecchie carceri fiorentine che negli anni Sessanta e Settanta, vide più volte i detenuti salire sui tetti per la riforma carceraria fu anche uno dei luoghi dell'impegno di Sandro Margara, volto al dialogo ed al rispetto dei diritti umani e civili dei detenuti. L'intitolazione a Margara della Piazza delle Murate sarebbe un segno importante per rafforzare nella memoria collettiva l'importanza della riabilitazione delle persone oltre che dei luoghi.

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3La guerra in casa2 articoli
In primis, fermare il conflittoFelice Simeone · La guerra in casa

Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete pace e disarmo: "Dividere il mondo in buoni e cattivi non serve a salvare vite umane".

Le bombe continuano a cadere mentre sembrano in stallo i negoziati tra Russia e Ucraina. Cosa possono fare i pacifisti?

Oggi si chiedono misure rapide, urgenti, e indolori per fermare il conflitto in Ucraina, ma ciò non è possibile finché il cannone tuona. Non si può costruire la pace a conflitto in corso. Dopo sì. La prima urgenza è quindi fermare i conflitti, tutti: in Ucraina certo, ma anche in Siria, Libia, Yemen. Costruire la pace - che non è solo assenza di guerra, ma il pieno godimento dei diritti da parte di chiunque, il superamento delle disuguaglianze, la sconfitta della povertà - non può prescindere dal contrasto all'esportazione di armi, dal monitoraggio della proliferazione di armi di distruzione di massa, dalla denuncia degli investimenti in armamenti.

Quali sono gli ostacoli?

La pace ha bisogno di una manutenzione continua. Nessuno ascolta il pacifista quando è il tempo di farlo. Ci si rivolge a loro come al medico quando arriva un tumore, dopo che per anni ti ha detto di non fumare. Prima della guerra abbiamo evidenziato una serie di criticità sulle relazioni tra Russia e Ucraina, compresa la denuncia delle pratiche antidemocratiche di Putin, ma siamo passati per idealisti fuori dalla realtà. Anche chi è disposto ad ascoltarci lo fa solo dopo lo scoppio della guerra. Chi sostiene il riarmo ha sempre strumenti di pressione più efficaci, perché tocca profitti e interessi immediati, mentre la costruzione della pace richiede preparazione e studio di lungo termine.

È partita una corsa al riarmo generalizzata, prima la Germania, poi anche l'Italia. Ci attendono nuove guerre?

Più che le scelte dei singoli paesi è il mercato finanziario globale a rilevarne la tendenza. Le aziende produttrici di armi europee e statunitensi hanno visto aumentare il valore delle proprie azioni nell'immediato pre guerra. Questo è un dato significativo perché rivela che gli investitori hanno scommesso, e continuano a farlo, sull'aumento del fatturato legato a un aumento degli investimenti militari e in armamenti. Si stornano così risorse ad altre priorità, come la lotta alla fame, alle disuguaglianze, alla povertà, che però sono esse stesse cause di conflitti e guerre, e, di fatto, chiudono a qualsiasi altra alternativa politica e culturale.

L'Europa per 80 anni ha creduto di aver esorcizzato la guerra...

È impressionante come abbia stanziato nel giro di pochi giorni centinaia di milioni di euro per armare l'Ucraina. Quella stessa Europa che si riarma contro i suoi stessi principi ispiratori che per decenni hanno garantito la pace. In pochi mesi è stato stracciato un trattato internazionale sul commercio di armi che proibiva esplicitamente l'invio di armi in zone di guerra. E nonostante le spese militari siano aumentate del 90% negli ultimi 20 anni oggi registriamo l'ennesima guerra combattuta nel nostro continente. Un altro fallimento delle politiche di sicurezza incentrate sul securitarismo quando ne servirebbe una sociale, basata sui bisogni delle persone.

Le istanze nonviolente sono rappresentate nelle istituzioni?

Non sempre, solo su specifici punti e molto meno che nel passato. Nella scorsa legislatura avevamo raccolto le firme di una settantina di deputati a favore della legge sulla difesa civile nonviolenta, ma nessuno dei firmatari è stato poi rieletto. C'è anche in questo campo un problema di selezione della classe politica. Chi sostiene il riarmo riesce a far carriera; chi promuove politiche alternative, anche timide, è tenuto fuori dalle decisioni.

Come far tornare la nonviolenza e il contrasto al riarmo al centro del dibattito?

Noi siamo più bravi adesso che 20 anni fa. Sappiamo fare proposte concrete, campagne accurate. Non ci limitiamo a fare manifestazioni. Abbiamo bloccato per la prima volta in trent'anni 12.500 bombe destinate all'Arabia Saudita che sarebbero state usate in Yemen; abbiamo promosso un trattato internazionale contro le armi nucleari, e, in Italia, una legge contro il finanziamento delle bombe a grappolo. Queste campagne non hanno generato però una cultura della pace, credo anche per il deterioramento del livello di sensibilità e attenzione della società civile.

Neanche l'informazione aiuta.

La stampa non ha esitato ad indossare l'elmetto e tutto pare permesso: paragoni storici senza fondamento; analogie infantili per spiegare realtà estremamente complesse. Al lettore viene chiesto di schierarsi acriticamente, come tifosi, con uno o l'altro dei contendenti. Putin è un criminale? Si, certo, lo abbiamo già detto vent'anni fa quando tutti hanno iniziato a farci affari. Ma non è dividendo il mondo in buoni e cattivi che salveremo vite umane.

Un auspicio per il futuro?

Che il conflitto non si allarghi e non si arrivi alla guerra nucleare. È un rischio reale che va scongiurato.

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Sui nazionalismiAlessandro Simoni · La guerra in casa

Fuori Binario non è una rivista di geopolitica. In generale continuiamo a pensare che piuttosto che dire banalità il silenzio sia un'alternativa dignitosa. La sensibilità dei nostri lettori rendeva però inevitabile un segno di attenzione per la tragedia ucraina.

Mi limiterò a una riflessione a partire da sensazioni provate in un breve soggiorno a Kiev pochi giorni prima dell'aggressione russa, ma anche infinite volte in altri paesi che si affacciano alle frontiere orientali e meridionali dell'Unione Europea. Sensazioni generate dallo stesso tragicomico spettacolo: quello del nazionalismo identitario con le sue ossessioni volte a convincere che i popoli sono entità impermeabili, e che se sei parte di uno non puoi esserlo di un altro. Uno spettacolo con copioni sempre simili. Eroi nazionali a cavallo con gran spesa di bronzo, differenze linguistiche enfatizzate tra gente che si capisce benissimo, battaglie di secoli fa evocate manco ci fossero ancora i reduci a ritirare la pensione, gloriose guerre di indipendenza in cui se si va a scavare non si capisce mai chi era cosa e chi stava con chi. Intendiamoci: non sono vicende "monopolio" di paesi che abbiamo a lungo considerato animati da odi atavici. La stabilizzazione degli Stati nazionali è stata anche nell'Europa occidentale un processo sanguinoso, che solo alla fine ha prodotto un insieme di anticorpi culturali e di istituzioni che tengono sotto relativo controllo i demoni identitari.

L'Europa orientale e i Balcani hanno invece vissuto passaggi storici che hanno reso l'orgoglio nazionalista una materia viva che ancora oggi la politica sfrutta facilmente, rimanendone al tempo stesso prigioniera. Osservare come nella realtà quotidiana vengono alimentati i miti nazionalisti è molto utile. Aiuta da un lato a non semplificare tutto in termini di ricaduta di interessi economici e dall'altro a non considerare questo conflitto come una delle tante guerre che insanguinano il mondo, alla quale noi attribuiamo importanza solo per un nostro eurocentrismo razzista. La guerra russo-ucraina ha una sua terribile specificità proprio in quanto vicenda europea. L'Ucraina ha colpevolmente sviluppato un suo nazionalismo identitario concorrente con quello russo. Avvicinandosi all'Occidente dell'Europa e del mondo, ha però scelto di inserirsi in un sistema di simboli e valori che, pur con infinite ipocrisie, ha dimostrato dal secondo conflitto mondiale di essere capace di limitare i danni dei miti nazionali, con il rifiuto dell'uso della forza quale strumento di ridefinizione dei confini e - aggiungerei - con la tutela della libertà di stampa che garantisce il pluralismo di idee, che del nazionalismo è sempre il migliore antidoto. Almeno questi assunti sembravano in Europa consolidati, e l'esistenza di una società europea aperta e relativamente sicura era di beneficio per tutto il mondo.

Cosa sia possibile fare per fermare Vladimir Putin non lo dirà Fuori Binario. "Da che parte stare" non mi sembra invece questione di difficile soluzione...

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4Pagina 42 articoli
Wargames senza vincitoriGilberto Pierazzuoli · La guerra in casa

Un diluvio di informazioni tra propaganda e fake news mentre camminiamo bendati sull'orlo dell'abisso.

La guerra digitale non sostituisce la guerra tradizionale, è invece spesso uno strumento che affina le tecniche belliche precedenti. La guerra ha sempre avuto un'influenza pesante sull'informazione, sia impedendola, sia contaminandola con le false notizie. Internet, e l'attuale implementazione delle piattaforme social, sono infatti generatori e moltiplicatori naturali di fake news.

La guerra è dunque, oggi più di ieri, guerra di informazione. È di nuovo, come mai prima, manipolazione del consenso e generatrice di opinioni che, sotto la minaccia del pericolo per la sicurezza nazionale, non tollera nessuna forma di dissenso. Di nuovo si ha principalmente il fatto che la guerra dell'informazione ha oggi espanso il suo raggio d'azione. La guerra informatica ha già coinvolto tutto il resto del mondo, un mondo connesso e globalizzato che è in qualche modo cointeressato ad ogni conflitto e principalmente a quelli che non avvengono alla periferia del mondo. Conflitti, quest'ultimi, come sappiamo, fatti per interposta persona e cioè per interposta nazione, che non hanno mai smesso di infiammare il mondo.

Il cyberspazio è informazione, ma l'informazione digitale ormai permea di sé ampi aspetti della vita umana. I padroni di Internet sono i padroni del mondo, per questo Russia e Cina tentano di colmare il divario con gli Stati Uniti. La guerra Russia e Ucraina si innesta infatti dentro quella riedizione della guerra fredda che vede contrapporsi Cina e Stati Uniti sul terreno delle tecnologie digitali, con Russia e Europa che devono trovare una loro identità se non vogliono trovarsi completamente sottomesse ai due colossi tecnologici. In un sistema globalizzato e interconnesso, dove domina una forma di logistica basata sulla riduzione al minimo delle pause e dei tempi morti, modello fortemente dipendente dalle tecnologie informatiche, gli strumenti costituiti dalle sanzioni economiche hanno un'efficacia mai vista in precedenza. Per questo oggi è diventata indispensabile ogni forma di autosufficienza energetica e tecnologica. Autosufficienza per sé o per il gruppo di alleati ai quali si fa riferimento.

La Russia è oggi forte sul piano del know how software, ma terribilmente indietro nel comparto hardware e delle infrastrutture di rete.

Per quanto riguarda, per esempio, la diffusione delle tecnologie 5g indispensabili per competere all'interno dell'attuale modello di sviluppo, essa è fortemente dipendente dall'occidente (Cisco, Ericsson, Nokia) con l'unica alternativa della cinese Huawei. È questa la triangolazione decisiva che geopoliticamente domina il momento attuale, con l'Europa incapace, ma anche impotente, di fronte alle dipendenze energetiche che ha verso est e per quelle tecnologiche che ha verso ovest.

Per questo la Russia ha osato iniziare il conflitto con l'Ucraina sapendo che l'Europa le è dipendente dal punto di vista energetico, visto che l'alternativa al gas russo sarebbe quello americano, che ha però bisogno di essere rigassificato e che costa di più.

La guerra nella Grecia antica ha avuto anche una componente ludico-agonistica (fenomeno per altro riscontrabile anche altrove, basta pensare agli Orazi e Curiazi o alla disfida di Barletta), un tentativo per rendere la guerra meno cruenta e per limitarne gli effetti nefasti, ma il wargame digitale attuale gioca sull'orlo di un abisso che potrebbe portare a conseguenze "finali", da fine del mondo, appunto, come la terza e ultima guerra mondiale.

Armare o tifare oggi per uno dei contendenti, invece di adoperarsi in tutti i modi per la pace è da folli. Se sopravvivessimo all'abominio ci si domanderà inebetiti del perché di questa follia, cercando con difficoltà le voci dissenzienti che l'apparato massmediatico, digitale e non, ha messo a tacere, sovrastandone la loro flebile sparuta presenza.

Non si tratta qui di una guerra tra umani ma di una guerra agli umani con tutte le altre specie a seguire. Il digitale eterodiretto dal capitalismo è questo apparato di controllo e di condizionamento che lavora sul virtuale con effetti reali.

Sarebbe l'ora che di immateriale e di gamificato ci fosse la guerra e non la produzione di questa nefasta opinione: la doxa guerrafondaia del pensiero unico ormai pervasivo.

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Dati contro carrarmati, una battaglia impariGinox · Cyber Bluff

Con cyberwar si intende di solito la propaggine informatica della guerra. Un pò per una certa fascinazione morbosa e un pò per l'abitudine, di dipingere Internet e il mondo digitale come qualcosa di assolutamente irrinunciabile per le nostre vite, si tende ad attribuire agli attacchi informatici un potere magico, che in un contesto di guerra convenzionale non potranno mai avere. Le azioni di Anonymous o del gruppo Cyber Partisans bielorusso sono forse quelle con più impatto sia mediatico che, per così dire, pratico. I primi hanno rivendicato tra le altre cose di aver violato alcune tv russe e più di recente un'intrusione nella filiale tedesca della Rosfnet, colosso petrolifero russo. I Cyber Partisans sono invece un gruppo anti-Lukashenko, che ha assunto una certa notorietà per le intrusioni nella rete ferroviaria bielorussa. I gruppi hanno stili e modus operandi diversi, entrambi hanno presa sui media e in tempo di pace le loro azioni e quelle di gruppi simili nei metodi e nelle pratiche hanno sicuramente un peso.

Con una guerra "vera" in corso, però, l'impatto appare decisamente ridimensionato, e le loro azioni sembrano più fornire un supporto eclatante alla propaganda da un lato e dall'altro. La Russia ha messo in campo il gruppo Conti, che di solito firma campagne di phishing e di ransomware, ovvero batte cassa alle grosse aziende cercando di cifrarne i dati e poi chiedendo un riscatto per la decifrazione. Ma, successo mediatico a parte, l'appendice cyber sembra piuttosto ininfluente: la guerra appare solidamente ancorata all'avanzata dei tank, alle truppe di terra e ai bombardamenti aerei. Il governo ucraino nei primi giorni del conflitto aveva affidato la gestione di questa parte a un'azienda di cybersicurezza di Kiev. Non esisteva prima dell'aggressione della Russia un'unità dedicata nella loro struttura militare. Malgrado gli sforzi, sembra che nessuno dei contendenti dia molta importanza alla cyberwar: il conflitto in Ucraina si configura come la solita sporca guerra a cui siamo abituati negli ultimi 40 anni, solo un pò più vicina del solito.

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5La guerra in casa2 articoli
"Altre armi, altri morti"Valentina Baronti · La guerra in casa

La pensa così Carlo Gubitosa, attivista di Peacelink: i pacifisti fanno proposte concrete, le uniche in grado di fermare questa folle corsa verso l'estinzione dell'umanità

Alla narrazione del conflitto in Ucraina manca un approccio scientifico, che è quello del diritto internazionale e della storia contemporanea. A dirlo è Carlo Gubitosa, scrittore e giornalista, attivista dell'associazione Peacelink, di cui è stato segretario: "Affrontare un conflitto inviando armi equivale a fare clisteri di candeggina per sconfiggere la pandemia. Solo che in questo caso le conseguenze sono molto più gravi e riguardano molte più persone. La narrazione di guerra si limita a visioni stereotipate, dove ad essere distorte e ridicolizzate sono sempre le posizioni dei pacifisti".

Cosa chiedono i pacifisti?

Spesso i pacifisti vengono accusati di voler rispondere alle aggressioni militari con le bandiere arcobaleno, ma in realtà chiedono cose molto precise: l'adesione dell'Unione Europea al trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari; il disarmo mondiale, ossia il divieto di commercio di armi; l'intervento civile dell'Unione Europea nei conflitti; il sostegno agli obiettori di coscienza e ai disertori.

Perché queste posizioni non entrano nel dibattito sulla guerra?

Perché tutto è ridotto a rappresentare una società spaccata in due. E allora, se avanzi questi programmi politici sei amico di Putin, così come nel 1999 eri amico di Milosevic se chiedevi di non utilizzare le bombe a grappolo. La verità è che l'Europa ha venduto armi alla Russia per 800 milioni, sottostando agli interessi dell'imperialismo russo da un lato e a quelli geostrategici della Nato dall'altro. Ma così i conflitti non si risolvono, si incancreniscono.

C'è una differenza nella narrazione di questa guerra rispetto alle altre?

L'unica differenza sta nella dirompenza della propaganda attraverso i social, ma le posizioni sono sempre state banalizzate. Stiamo legittimando nell'opinione pubblica l'invio di armi letali ad una parte belligerante, e inviare armi significherebbe soltanto prolungare il conflitto e aumentare i morti.

A inizio marzo in piazza a Firenze c'erano migliaia di persone a sostegno dell'Ucraina, con tanto di collegamento in diretta di Zelensky che chiedeva la chiusura dello spazio aereo.

Non faccio una colpa alla gente ma piuttosto al sistema culturale che non spiega che cos'è la "no fly zone". Con quell'operazione Zelensky chiede l'estinzione dell'umanità e del pianeta. E non lo dicono i pacifisti ma il Pentagono! Anche in questo caso c'è una narrazione sbagliata. Le finzioni cinematografiche ci hanno raccontato lo scoppio di bombe nucleari, che fanno sì molti morti ed hanno conseguenze devastanti su un territorio, ma nessuno ha raccontato quello che avverrebbe davvero: l'inverno nucleare, una cortina che si frappone tra noi e il sole, rendendo di fatto impossibile la vita sul pianeta Terra. Questo è quello che stiamo rischiando, la terza guerra mondiale termonucleare.

Qual è la soluzione?

Sicuramente non quello che si è fatto negli ultimi venti anni. È stato un fallimento. Io dico semplicemente che nel dibattito devono entrare a pieno titolo le ragioni dei pacifisti, l'ipotesi di un corpo civile di pace europeo che lavori nel lungo periodo sulla ricucitura dei conflitti, l'utilizzo di armi non letali, lo spostamento dei finanziamenti bellici in operazioni umanitarie pubbliche. In sintesi: salvare vite umane. Di questo si dibatte da anni nei consessi internazionali, anche in quelli militari, ma non ne parlano i singoli governi e tanto meno l'opinione pubblica. Quella armata non è l'unica soluzione anzi, prima di arrivare a quella si dovrebbero vagliare tutte le altre ipotesi. Siamo sicuri di averlo fatto?

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Quel Dostoevskj inopportuno, o della costruzione del nemicoLorenzo Guadagnucci · La guerra in casa

Manifestazioni grottesche e allarmanti della prevalenza di un pensiero unico che mette al bando ogni voce critica

Le lacrime di Paolo Nori, nel video in cui annunciava la soppressione decisa dall'Università Bicocca di Milano "per motivi di opportunità" del suo ciclo di lezioni dedicate a Dostoevskj, sono le lacrime di chi è cresciuto nella convinzione che la cultura, la conoscenza, il dialogo siano l'essenza - non un dettaglio - di una società libera, aperta, democratica; sono lacrime versate in giornate drammatiche. Dal 24 febbraio viviamo in un clima che ci riporta agli incubi di oltre un secolo fa, al "maggio radioso" del 1915, quando una forsennata campagna politica e mediatica d'impronta nazionalista spinse l'Italia, fin lì neutrale, a entrare nella Grande Guerra, "l'inutile strage", come l'avrebbe definita di lì a poco papa Benedetto XV. Gli italiani, in grande maggioranza, avrebbero probabilmente preferito mantenere la neutralità, e allo stesso modo la pensavano molti importanti leader politici del tempo, ma il nazionalismo e i suoi chiassosi strumenti di propaganda e mobilitazione ebbero la meglio. I dubbiosi e i neutralisti finivano alla gogna, tacciati come traditori incapaci di cogliere lo "spirito dei tempi".

Oggi il campo è meno chiaro di allora e il fronte "interventista", che pure non si definisce così, ha scelto fin dall'inizio di mantenere una certa ambiguità circa i propri obiettivi e le conseguenze delle proprie scelte iniziali (la terza guerra mondiale?), e tuttavia è riuscito a dispiegare la sua potenza informativa, tacitando o escludendo dal discorso pubblico le voci dissonanti, chiunque tentasse di spingere all'approfondimento, alla valutazione attenta di ogni passo.

Su giornali che pure si definiscono liberali e moderati sono comparsi articoli di irrisione e di condanna di intellettuali di valore - da Donatella Di Cesare a Luciano Canfora, da Barbara Spinelli a Sergio Romano e Tomaso Montanari - rei di avere messo il caso Ucraina in una prospettiva storica e di non condividere né le scelte compiute da Italia e Unione europea né i toni da scontro di civiltà assunti dai media interventisti.

Ha preso corpo un nuovo maccartismo. Abbiamo visto commentatori esclusi dai dibattiti televisivi per le loro posizioni, corrispondenti Rai accusati di intelligenza col nemico, osservatori indipendenti messi fuori gioco attraverso la definizione - arbitraria e non argomentata, va da sé - di "filoputiniani". La stessa manifestazione pacifista del 5 marzo a Roma - sostenuta da grandi sindacati e centinaia di organizzazioni - è stata minimizzata e messa sotto attacco, finché l'antipacifismo non è diventato senso comune nel flusso informativo dei grandi media.

Fra censure dirette e scomuniche mediatiche, siamo precipitati in un vortice di non-dibattito che ci ha privati degli strumenti più preziosi in una fase tanto delicata e pericolosa come quella cominciata il 24 febbraio: il confronto leale, l'onestà intellettuale, il rispetto dell'altro, il pluralismo delle idee.

Comunque vada a finire, abbiamo assistito al fallimento - triste e pericoloso - di una cultura liberale che almeno nel mondo dell'informazione si è rivelata fragile e insicura di sé stessa.

"Dunque l'uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?" (Fëdor Dostoevskij)

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Pace e guerraRoberto Pelozzi · La guerra in casa

Ho scelto di parlarne e di farlo nel risvolto possibile alla guerra, la Pace.

Tutto sembra bello quando si sta "bene", poi l'impossibile accade e come paperi ci caschiamo, nulla credo sia impossibile, questo è il comodo del pensiero.

Il mondo ha da tempo guerre in tutti i continenti, in casa o va a farle, ne conosciamo le conseguenze, ogni conflitto, "piccolo o grande" che sia, porta soprattutto con sé la tragedia di una sconfitta del dialogo e della conoscenza, fino al distacco del rispetto tra esseri umani.

È questa la storia, questo ricordo, che manca tutte le volte che s'accende un conflitto e la retorica politica della democrazia pacifista si issa sullo scranno dell'onestà, pronta a dar mano in tutti i modi, dando il via all'ennesimo brutale show tra buoni e cattivi.

Perché ancora non si capisce e non si lavora insieme per la fine di ogni ostilità? La realtà globale resta appesa alla questione geopolitica, industriale ed economica, i poveri sono già le vittime di una guerra quotidiana, non si fanno sforzi per capire quello che è importante e cioè organizzarsi per tutelare la terra, il diritto di tutti i popoli e la loro esistenza.

Può sembrare utopia ma non lo è affatto, ogni uomo onesto anela alla propria e degli altri libertà, e queste atrocità sono parte di un disegno aggressivo che porta alla distruzione di interi popoli, paesi e culture.

Capita spesso in strada, "uè ciao grande ciao bello ciao ciao", sono amici di tutte le parti non sono isolato e accondiscendo, saluto perché so che è dura e chi la dura può vincere, mi sento fortunato in un qual modo almeno questo lo vivo in pace, sentimento in tutti noi da condividere.

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Avevo 14 anni quando gli USA ci invaseroAndrés Lasso · La guerra in casa

Abitavamo a Panama, paese di mio padre e di cui sono tutt'ora cittadino, in un quartiere abbastanza distante dalle zone di conflitto, anche se da casa nostra si vedeva la contraerea della caserma di "Sabanitas", una delle ultime a cadere, che una volta sotto i nostri occhi buttò giù un elicottero americano.

Non ci si allontanava mai da casa durante quei giorni di feste natalizie, perché già qualche strada più in là si potevano incrociare auto con qualche uomo armato di tutto punto e già sotto casa nostra, una notte, una luce di bengala si alzò come per illuminare qualcosa che forse si nascondeva negli incolti lì vicino. Per noi residenti quella fu "la invasion", per gli americani era invece l'operazione "Just cause": la semantica della guerra cambia molto a seconda di quale sia la bocca che parla. Le conseguenze della guerra invece sono in genere abbastanza oggettive, come i quartieri rasi al suolo per abbattere una caserma, le fosse comuni, i morti civili (centinaia per gli americani, qualche migliaio per altri conteggi, il numero esatto forse non si saprà mai).

All'epoca la cosa non fece troppa notizia perché negli stessi giorni stava cadendo Ceausescu in Romania, e poi a noi ci avevano invaso "i buoni", dunque non mi pare ci siano state riunioni di urgenza dell'ONU o simili, tanto meno ipotesi di sanzioni di qualche tipo.

Certo la vastità di ciò che accade oggi in Ucraina è ben superiore a quelle settimane che pure rasero al suolo pezzi di città, le differenze sono molte.

Però alcuni paralleli credo si possano comunque fare. Se a quella invasione di allora qualcuno avesse risposto mandando aerei all'esercito panamense, non ci avrebbe fatto un favore a noi cittadini.

Se invece qualcuno, sufficientemente autorevole, avesse fatto da mediazione tra le due parti in conflitto, anziché avallare una narrazione manichea, invasori buoni contro militari cattivi, allora sì che ci avrebbe fatto un favore.

Se quel qualcuno avesse avuto la forza e l'autorevolezza di ricordare anche le colpe, non solo dei militari cattivi, ma anche degli invasori buoni, che già venticinque anni prima avevano sparato contro degli adolescenti disarmati, uccidendone qualcuno, quella memoria sarebbe stata utile per trovare un'uscita migliore dal conflitto. Invece quella memoria la conservano solo i panamensi, per i quali tutt'oggi il 9 gennaio è giornata di lutto nazionale in ricordo dei "martiri del 9 gennaio".

Non è un caso se nell'informazione latinoamericana, la lettura della guerra in Ucraina è molto diversa dalla nostra, se si legge El Clarin, pagina12, media argentini, media brasiliani, si trovano letture talvolta opposte a ciò che si legge in Europa. Letture che talvolta sono sbilanciate in senso contrario a quelle delle nostre televisioni europee. Perché proprio come nell'Est europeo hanno conosciuto l'imperialismo russo, in sudamerica è ben conosciuto l'imperialismo di targa opposta, e a loro è probabilmente più facile vedere le colpe occidentali degli ultimi anni nel contesto europeo.

Le semplificazioni e i manicheismi sono sempre nemici della pace a mio avviso. E parlare di complessità non significa non riconoscere che Putin è un tiranno che si è macchiato di innegabili crimini e che Noriega era un dittatorello. Significa riconoscere anche i propri sbagli, le proprie responsabilità. A livello collettivo come individuale, è sempre facile vedere le colpe altrui, molto più difficile vedere le proprie. Ma farlo, come ricorda Barbara Spinelli, è un contributo non irrilevante alla pace.

Anche il doppiopesismo non è di aiuto alla pace. Finché un ospedale colpito dai missili susciterà reazioni diverse se a colpirlo sono i nostri nemici oppure sono i nostri "amici", sarà molto semplice al nostro nemico utilizzare lo stesso linguaggio nostro. Nascondersi dietro alle nostre stesse parole, alle nostre stesse giustificazioni. E allora le frasi dette dagli israeliani quando colpiscono un'ambulanza o un ospedale a Gaza, verranno ripetute dal nostro nemico russo. La bustina di Colin Powell usata come "pistola fumante" potrà essere copiata da Lavrov per una analoga menzogna, la retorica usata per bombardare Baghdad o Kabul diverrà quella del nemico.

La guerra in Ucraina, come la pandemia, sono crisi globali che mostrano anche una necessità di cambiare tante cose, sia locali che globali. Con la pandemia non abbiamo granché sfruttato l'occasione. La retorica bellicista che sta imperversando in Europa sembra indicare che probabilmente non sfrutteremo neanche questa.

Eppure in queste ore gravi e angosciose servono come il pane delle voci capaci di indicare una strada di cambiamento e di trasformazione.

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Piazza Tasso diventa più bellaRedazione · Firenze

Continuano le operazioni di sistemazione del monumento e dell'area giochi in piazza Tasso, dove si affaccia la sede di Fuori Binario. Il progetto, nato dalla collaborazione tra ANPI e le associazioni Periferie al Centro e Progress, vede in queste settimane fiorire gli anemoni, le piante a bulbo (narcisi e tazzette) e i giaggioli attorno al monumento alle vittime dell'eccidio fascista avvenuto in piazza il 17 luglio 1944.

È iniziato il restauro del manufatto in cemento nell'area giochi, grazie al bozzetto dell'illustratrice Debora Ballario, e Debora e Elisa Bestetti lo stanno decorando e dipingendo, inoltre sono stati colorati i piloni dell'illuminazione.

ANPI sta ultimando una pubblicazione sulla storia della piazza e sugli interventi fatti nel progetto, l'inaugurazione della fine lavori sarà fatta il 17 luglio.

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Vietato disturbare nel salotto buonoRedazione · Daspo

Se giri per Firenze, occhio a come ti muovi, basta un gesto sbagliato e verrai prima allontanato dal quartiere e poi, se insisti, espulso con un "daspo" urbano. È la nuova stretta anti-degrado di Palazzo Vecchio che, con il nuovo regolamento di polizia urbana, prevede l'allontanamento e poi l'espulsione di parcheggiatori abusivi, bagarini, accattoni, ubriachi, abusivi del commercio e in generale chi compie atti contrari alla pubblica decenza.

Non in tutta la città però, ma solo in determinate zone, il centro storico, il parco delle Cascine, l'oltrarno, l'Albereta ecc...

Tradotto? Chi sfigura rispetto all'immagine stereotipata della città cartolina, continui pure nei suoi atti molesti, ma lo faccia lontano dal salotto buono.

Occhio non vede, cuore non duole.

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7La guerra in casa2 articoli
I "veri" profughi che piacciono all'EuropaGian Andrea Franchi · La guerra in casa

Il 'miracolo' delle procedure sbloccate per l'accoglienza degli ucraini non faccia dimenticare le migliaia di altri corpi migranti in sofferenza

Partendo dal terreno concretissimo dell'impegno con i migranti, cerco di sviluppare una breve riflessione sulla ricaduta nella vita reale della crisi prodotta dall'invasione russa dell'Ucraina (la cui origine prima, tuttavia, secondo chi scrive, è dovuta alla politica Usa-Nato di accerchiamento militare della Russia, funzionale anche a mantenere l'Unione Europea dipendente dagli interessi imperiali statunitensi).

Per capire le dinamiche di potere e di liberazione della nostra epoca - fortissime le prime, deboli ma reali e diffuse le seconde -, l'esperienza di solidarietà politica con i migranti è fondamentale. Il fenomeno delle migrazioni è da sempre una spia delle dinamiche storiche profonde che il potere cerca di occultare grazie soprattutto alla sua intrinseca capacità di annidarsi nel cuore dei soggetti.

La prima cosa evidentissima (in maniera anche grottesca, soprattutto in alcune aree politiche) è la retorica dell'accoglienza degli ucraini nel confronto con la violenta politica di respingimento massiccio nei confronti degli altri migranti, mediorientali e africani. Gli ucraini - anzi: soprattutto le ucraine, ieri e oggi! - hanno conosciuto la migrazione già dai tempi dell'implosione dell'Unione sovietica: una migrazione silenziosa e utile per un paese già allora di anziani.

Oggi l'UE sta attuando per i profughi ucraini la finora mai attuata Direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea, che evita le lungaggini procedurali. Il governo Draghi ha decretato Disposizioni urgenti per la crisi ucraina, riconoscendo ai soli ucraini la possibilità di accedere all'accoglienza senza aver fatto richiesta d'asilo (Il Fatto quotidiano, 3 marzo 2022).

È evidente l'uso strumentale della sofferenza di queste persone, cinque volte vittime: delle politiche USA-NATO, dei governi europei eterodiretti, dei loro governi precari e corrotti, della Russia e ora dell'uso politico in funzione antirussa.

È facile supporre che, fra non molto, questa fiammata retorica si spegnerà, lasciando scorgere, a chi avrà occhi per vedere, le piaghe di altri corpi migranti. Avrà, inoltre, una prevedibile ricaduta negativa anche sui migranti dai Balcani e dall'Africa per l'impegno di personale e strutture.

L'uso delle sofferenze di intere popolazioni come arma di contrattazione politico-economica è antico quanto la guerra. Per limitarci a un esempio opportuno, lo sta facendo la Turchia con i migranti della rotta balcanica.

Il sistema mediatico ci va a nozze, nel suo irreversibile procedere verso la trasformazione in spettacolo di tutto quel che tocca, sotto la cui copertura proseguono le tensioni, le contrattazioni e gli affronti fra i diversi centri di potere, figli tutti di un'unica madre, la logica del profitto: le aziende di armamenti hanno visto i loro profitti impennarsi.

Il terreno dell'intervento 'reale', invece, fatto di incontri di corpi, permette un contatto con la realtà, i corpi viventi appunto, con il loro dolore e la loro disperata speranza. E quindi di capire. E quindi di giudicare e di agire.

Qui sta la funzione epistemologica dell'impegno politico con i migranti: svela la realtà dei corpi viventi e la loro resistenza alla gigantesca macchina di morte chiamata Economia, che, sotto la finzione del dar vita, sta divorando la Terra.

> Corpi. Soltanto l'incontro con i corpi viventi permette il contatto con una realtà di dolore e speranza.

L'Autore è impegnato con l'associazione Linea d'ombra a Trieste nell'accoglienza dei profughi dai Balcani.

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Morceaux di vita ai giardini di marzoSabrina · La guerra in casa

13 marzo

Il francese morceau significa frammento, pezzetto... a me piace molto utilizzare questa parola perché ha assonanza col nostro "morso". In questo caso i "morsi" di vita di cui si parla sono proprio strappi che riducono le persone a corpi da sacrificare. Vedo così gli ucraini - stritolati dalle follie imperialiste vecchio stampo della NATO e di Putin - ma sento così anche i russi che vivono nei paesi europei, demonizzati da un discorso unico e pericoloso, i cui meccanismi distruttivi abbiamo visto tante volte all'opera. Si tratta di una strisciante costruzione di un nemico contro cui ergere i supposti valori occidentali e, dunque, contro cui diviene giustificato usare qualsiasi mezzo per fermarne l'orda barbara. Sembra incredibile che il Novecento e il fascismo non ci abbiano insegnato a riconoscere quei meccanismi, che pure non solo siamo pronti ad abbracciare, ma contribuiamo ad alimentare con una retorica vergognosa e banale (ma il male è banale, come ci ha mostrato la Arendt).

Le vicende nella stampa appaiono quando fanno notizia, in un modo o nell'altro: fortunatamente veniamo a sapere del seminario annullato su Dostoevskij (e poi riammesso con "riserva"), ma non delle tracce d'odio che segnano la pelle delle persone nel loro vivere quotidiano.

Non veniamo a sapere che la signora L., russa, sposata con un signore italiano con il quale vive da decenni a Roma, i primi di marzo si è recata, come altre innumerevoli volte, all'ufficio postale e qui si è sentita dare ripetutamente della fascista dall'impiegata che la stava servendo.

E non sappiamo che, negli stessi giorni, alla signora S. è stato detto dagli stimabili proprietari di una abitazione fiorentina, di non recarsi più a fare le pulizie a casa loro perché la sua presenza era diventata "imbarazzante". La signora in questione, che pensava di non aver capito la parola "imbarazzante", ha chiesto agli occidentali signori - dai quali andava regolarmente da oltre tre anni (eccetto i periodi di lockdown) e che però ancora non le avevano fatto il contratto con la scusa che lavorava per loro poche ore la settimana - di spiegarle che cosa intendessero, e loro le hanno risposto "sei russa".

Non sappiamo che la signora V., romena, è stata chiamata da un'amica perché la vicina della famiglia presso cui lavora sta cercando una nuova persona che le tenga i bambini: "vogliono mandare via la ragazza che hanno perché è russa".

Fabbricare il capro espiatorio è diventato fin troppo facile, e solo in pochi anni abbiamo assistito ad una vertiginosa escalation: i musulmani (nel momento della caccia al terrorista), i cinesi (col coronavirus), ora i russi. Non è cosa solo "nostrana", ovviamente, anche in Francia dilaga la "russofobia": sempre ai primi di marzo una bomba molotov è stata scagliata contro il Centro culturale russo di Parigi e ci sono state minacce contro il Conservatorio Rachmaninoff di Parigi. Non c'è molta fortuna neanche negli Stati Uniti dove sono entrati di mira i ristoranti russi, deserti o vandalizzati. Mentre il portavoce di Meta (Facebook) dichiara che "A causa dell'invasione russa dell'Ucraina, siamo tolleranti verso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole sui discorsi violenti come 'morte agli invasori russi'".

Ma torniamo agli "italiani brava gente", i cui figli incorporano subito la violenza trasmessa dal clima in cui crescono e la replicano contro un loro coetaneo russo, insultandolo o picchiandolo a scuola (siamo a Brescia); o appellandolo "russo di merda": sono io che sento quelle parole mentre passo dai giardini di piazza d'Azeglio a Firenze. Ragazzi "italiani" che ridacchiano mentre "il russo" si allontana a passo veloce, zaino in spalla, dito alzato.

Non entro nel dibattito mondiale e rimango all'altezza dell'erba dei giardini senza profumo, mentre i giovani studenti africani non possono varcare il confine con la Polonia e le università italiane votano per la convenzione con MedOr, la fondazione di cui è presidente Minniti.

L'invito alle persone, in questo sole freddo che ci divide dalla primavera, è non solo di non riconoscersi nei nazionalismi, ma neanche nei confini dello stato-nazione, altrettanto fabbricatori di odio, discriminazioni, armi e nessun futuro.

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Lontano dagli occhi...Gianna Innocenti · La guerra in casa

Tra le tante crisi ignorate dai media, il conflitto tra Tigray ed Etiopia sta causando un genocidio per fame

Le guerre sono tutte atroci. Ce ne sono forse alcune più insensate di altre, ma tutte provocano morti, sofferenze, ferite difficili da rimarginare. Ci sono guerre più conosciute, che riempiono le pagine dei giornali e provocano un'angoscia planetaria. E guerre che vanno avanti nel silenzio, ignorate dai media. Guerre che portano persone a scappare dall'orrore quotidiano e a cercare un futuro migliore in altri paesi.

In rete ci sono numerosi siti che elencano le guerre tuttora in corso in tutto il mondo, da Guerrenelmondo.it a Documentazione.info, per citarne due, e anche Wikipedia. Eppure ci colpiscono particolarmente le guerre tra popoli a noi vicini, che parlano (quasi) la stessa lingua e condividono grandi pezzi di storia. E queste ci paiono specialmente insensate, frutto di menti folli, come la guerra in Ucraina, per esempio, che oggi ci atterrisce e ci fa sentire improvvisamente vulnerabili, mentre colpisce civili innocenti e giovanissimi soldati mandati al macello.

Oltre all'attuale conflitto tra Russia e Ucraina, in altri continenti, spesso non tanto lontano da noi, sono purtroppo all'ordine del giorno sanguinose guerre civili. In Medio Oriente, in Siria dal 2011 e in Yemen dal 2015. In Africa altri conflitti dimenticati sono quelli in Somalia (dal 2006), Mali (dal 2012), ed infine in Etiopia dal 2020. Per tutte queste guerre è stato pagato (e si continua a pagare) un prezzo altissimo in termini di vittime, profughi, malnutrizione, malattie, carenza di cure mediche.

Proprio in questi giorni di paura per la guerra vicina, che ci viene raccontata in ogni dettaglio, ecco che arriva inaspettata una lettera da parte di chi vive una guerra di cui nessuno parla. Un nostro corrispondente dal Tigray, Etiopia, è riuscito a farci arrivare in modo avventuroso delle notizie, e ci racconta quel che stanno passando da quando è cominciato il conflitto, che ha coinciso anche con l'inizio della pandemia.

I fatti riportati sono estremamente gravi. Il popolo tigrino vive al momento una drammatica situazione di isolamento di comunicazioni dal resto del mondo a causa del blocco di telefono e internet; mancano cibo, medicine, carburante e gran parte della popolazione rischia la morte per fame. Non c'è la possibilità di prelevare soldi dal proprio conto in banca, le attività economiche sono praticamente distrutte e i dipendenti pubblici sono senza stipendio da giugno 2021; città, villaggi e persone portano i segni profondi delle violenze, perpetrate soprattutto verso le donne, e dei saccheggi.

La situazione è disastrosa a causa dell'assedio e dell'embargo a 360 gradi. I pochi rappresentanti della diaspora tigrina qui in Italia lanciano i loro disperati appelli, per fermare il genocidio, garantire l'accesso degli aiuti umanitari, fermare i bombardamenti in Tigray, ed infine sollecitare l'ONU che si muova efficacemente per la popolazione civile tigrina allo stremo, isolata dal mondo.

"Ogni guerra è una guerra civile, perché è comunque guerra del fratello contro il fratello", ci avvertiva, inutilmente, Cesare Pavese.

> Fratelli contro fratelli. In tutto il mondo milioni di persone fuggono dall'orrore quotidiano e cercano in altri paesi un futuro migliore.

(mappa: aree di conflitto armato nel mondo, aggiornato a febbraio 2022)

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Pestaggi a Sollicciano, chiesti 8 anni per gli agentiRedazione · Carcere

Condanne da 1 a 8 anni di reclusione sono state chieste dalla pm Christine Von Borries nel processo con rito abbreviato per presunti pestaggi all'interno del carcere fiorentino di Sollicciano, che vede imputati dieci agenti di polizia penitenziaria, tra cui un'ispettrice. La procura ha chiesto anche il processo per due medici, in servizio nell'infermeria del penitenziario, accusati di aver coperto le violenze compilando certificati medici falsi, che non hanno chiesto riti alternativi.

Tre i presunti pestaggi finiti al centro delle indagini, avvenuti tra il 2018 e il 2020. Nell'ufficio dell'ispettrice sarebbe avvenuto il più violento degli episodi contestati, il 27 aprile 2020, vittima un detenuto marocchino, colpevole di aver protestato insultando un agente. L'uomo sarebbe stato portato nell'ufficio e poi, davanti all'ispettrice, picchiato da sette agenti con pugni e calci fino a lasciarlo a terra senza fiato e procurandogli la frattura di due costole. Prima di essere portato in infermeria, sarebbe stato inoltre condotto in una stanza di isolamento, costretto a togliersi i vestiti e lasciato nudo per alcuni minuti per umiliarlo.

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La Consulta: pena sproporzionata per chi aiuta i migrantiRedazione · Giustizia

Il Testo unico sull'immigrazione prevede il carcere da 5 a 15 anni per chi aiuta un migrante ad entrare illegalmente nel paese. Questo rischiava una donna nigeriana, che ha fatto entrare in Italia la figlia di 13 anni e la nipote di 8 anni, facendole viaggiare su un aereo di linea.

Il Tribunale di Bologna però ha portato il caso alla Corte costituzionale e la sentenza è destinata a fare giurisprudenza: pena manifestamente sproporzionata. Non si trattava infatti di un caso di traffico internazionale dei migranti, di organizzazioni criminali che lucrano sull'immigrazione clandestina, mentre i migranti in questione non possono essere considerati vittime, in quanto non erano stati messi a rischio con viaggi pericolosi, per esempio. Si trattava semplicemente di una madre che voleva vivere insieme alla figlia e alla nipote, offrendo loro un futuro diverso.

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Voli umanitari da Pisa, ma sono armi per l'UcrainaRedazione · Guerra

Le armi dirette in Ucraina partono dall'aeroporto di Pisa, su voli destinati agli aiuti umanitari. Lo denuncia il sindacato di base USB dell'aeroporto Galilei. I lavoratori, che sapevano di dover caricare viveri e medicinali, si sono ritrovati di fronte a casse colme di munizioni ed esplosivi, rifiutandosi di caricare le armi.

L'episodio è stato confermato dai vertici civili e militari dell'aeroporto, dicendo che il volo civile era abilitato al trasporto di quel tipo di merci e che l'operazione è avvenuta in una piazzola civile a causa della situazione eccezionale. Specificando poi che non avverrà mai più.

Il sindacato però ribadisce la contrarietà a questa azione, sia perché contraria alla difesa della pace e della diplomazia, sia perché è stato utilizzato personale senza alcuna competenza in merito allo spostamento di esplosivi.

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9Attualità2 articoli
Trentamila in corteo con la GKNValentina Baronti · Attualità

A Firenze sfila la "classe dirigente". È in atto la costruzione collettiva di una proposta politica alternativa, da difendere con la lotta, con lo sguardo sempre rivolto a cosa accadrà domani.

Il 26 marzo a Firenze hanno sfilato i trentamila che non hanno voce né rappresentanza. Lungo, fitto e rumoroso, il corteo del movimento "Insorgiamo", nato dalla vertenza GKN, ha riempito le strade, i ponti e le piazze del centro bomboniera. Tanti, tantissimi, i giovani, sia nel corteo che nel comizio conclusivo: gli studenti medi, le militanti di Fridays For Future, i centri sociali di tutta Italia, il movimento disoccupati di Napoli e molti altri ancora. Tutti ragazzi e ragazze tra i 15 e i 25 anni, quelli che avevamo pensato annichiliti dal benessere e che invece erano lì, ad urlare la loro rabbia, a ribadire le loro proposte concrete per un cambiamento che non può proprio più attendere: scuola pubblica, riduzione della settimana lavorativa, contrasto alle delocalizzazioni, cura dei territori, democrazia partecipativa e rivendicativa, transizione ecologica vera e immediata, pace.

"Guardate i volti delle persone accanto a voi, guardate questa piazza da dove siete, perché io sinceramente non ne vedo la fine da qui - dice dal sagrato di Santa Croce una militante di Fridays For Future -. Questa piazza fa paura. La sola possibilità di immaginare un sistema nuovo fa paura. Noi facciamo paura. Ci riprenderemo tutto, non solo il futuro ma anche il presente".

Una piattaforma costruita interamente dal basso, senza intermediari, senza rappresentanza. Ed è questa l'unicità di Insorgiamo: la costruzione collettiva di una reale proposta alternativa, da difendere con la lotta, con lo sguardo sempre rivolto a cosa accadrà domani, a come possiamo anticipare le loro mosse, perché i rapporti di forza sono sfacciatamente squilibrati.

La mattina del 26 marzo, a poche ore dalla manifestazione, sui giornali locali si moltiplicavano le interviste all'advisor che ha rilevato GKN, Francesco Borgomeo, che con parole rassicuranti parlava di piano industriale, investimento di oltre 80 milioni, riconversione ecologica dello stabilimento, senza però dare nomi e dati concreti. Dichiarazioni che hanno lasciato dubbiosi e preoccupati gli operai, non solo della ex-GKN ma di tutte le altre fabbriche la cui riconversione sbandierata sulla stampa non si è mai verificata, Electrolux, Bekaert, acciaierie di Piombino, solo per fare qualche esempio.

"Dobbiamo essere classe dirigente - ha concluso dal palco Dario Salvetti, delegato RSU ex-GKN -, politica, sindacale, ambientalista, ecologista, radicale, che va alla radice dei problemi. Dobbiamo sentire tutti i giorni non il rumore della nostra voce, non il loro bla bla nocivo. Dobbiamo sentire il rumore assordante della plastica che invade il mare, dei fumi tossici che entrano in atmosfera, di chi non è con noi perché è precario. Sfidiamo l'attuale classe dirigente, se così la vogliamo definire, non solo in tema di diritti, di salario, ma anche con le loro parole. Andiamo a prenderci il cambiamento".

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In Mugello c'è Oltre, un ponte tra mondi diversiRedazione · Attualità

20 anni di reciproca conoscenza tra persone italiane e straniere, contro la povertà.

È una storia che parte da lontano quella dell'associazione "Oltre - Ponti fra i Mondi" di Vicchio, quando alcuni mugellani hanno cercato di attivare azioni concrete, di solidarietà e sostegno, alle numerosissime badanti che giungevano dall'Est Europa. L'idea era quella di sostituire alla paura per il diverso e alla logica dello sfruttamento quella della relazione con le singole persone in difficoltà, con le loro specificità, i singoli vissuti, le differenti sensibilità di ciascuno.

Nel 2008 quest'azione si formalizza in associazione con lo scopo di favorire la convivenza fra persone di culture differenti rispettando le rispettive identità culturali, di creare una cultura libera da stereotipi e luoghi comuni, trasmettere esperienze e conoscenze, emancipare dall'illegalità. Intanto arrivavano persone anche dal Sud America, dall'Africa Sub Sahariana, dai paesi in guerra dell'Asia, tutte con gli stessi bisogni: imparare la lingua italiana, trovare casa e sostegno legale, capire le regole della nostra società, a partire dall'avere un lavoro regolato da diritti e doveri.

Nel frattempo la necessità di difendere dignità e diritti si è allargata con l'aumentare delle diseguaglianze economiche che hanno coinvolto sempre più italiani. "Oltre" è cresciuta con la consapevolezza che l'aumento delle difficoltà non può e non deve essere motivo di contrapposizione tra persone che vivono diverse tipologie di povertà. Le vulnerabilità e il rischio di marginalità sono cresciute proporzionalmente all'aumentare della burocratizzazione e informatizzazione dei servizi e delle prestazioni sociali: c'è un gap sempre più profondo tra il linguaggio della burocrazia e la parte di popolazione che, per difficoltà linguistiche, analfabetismo informatico o età avanzata e scarsi strumenti culturali ha sempre più difficoltà ad accedere ai servizi a cui ha diritto.

Chi oggi vive in Mugello in condizioni di fragilità può contattare le volontarie e i volontari di "Oltre". Da loro potrà essere sostenuto nei percorsi per ottenere permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, ricerca del lavoro, informazioni sindacali, assistenza legale. Tutto avviene a Vicchio, dove è aperto uno spazio interculturale che inoltre è la base per la raccolta e distribuzione di vestiti usati, mobili, elettrodomestici, stoviglie, biancheria. Si impara l'italiano dal livello A1 al B2 e si può conseguire la licenza media presso il CPIA di Borgo San Lorenzo; ci sono corsi di formazione, anche professionali, e una scuola di piccola sartoria. E naturalmente in quasi 20 anni di attività il fulcro è sempre quello di creare occasioni di reciproca conoscenza tra le persone straniere e la popolazione mugellana, diffondere le buone pratiche di assistenza nelle famiglie e favorire l'incontro tra domanda e offerta di assistenza.

Li trovate in via Verdi 20 a Vicchio e potete contattarli scrivendo alla mail oltre.org@libero.it.

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Le altre vittime dimenticateRedazione · Restiamo Animali

La "bestialità" della guerra colpisce anche le "bestie". Servono corridoi per questi profughi incolpevoli.

Marco Revelli, in un articolo per il sito "Volere la luna", ha ricordato l'eco di discorsi e memorie familiari suscitato dalle notizie drammatiche sulla guerra in Ucraina. Fatti di oggi, nei luoghi di ieri: gli stessi attraversati da suo padre Nuto, tenente degli alpini scampato alla disastrosa avventura bellica del Duce fascista, poi partigiano sulle montagne piemontesi. La valle del Don, il Donbass: le zone percorse da un'armata spedita a sostenere l'invasione tedesca della Russia, presto distrutta e dispersa in una scia di dolore e di morte che non si è ancora estinta. Figli e nipoti dei fanti di allora non hanno smesso di soffrire per i congiunti morti o magari dispersi, coi corpi rimasti sotto la neve o chissà dove, mai identificati, in una "morte presunta" forse più dolorosa della morte accertata; soffrono anche figli e nipoti di chi riuscì a salvarsi.

Marco Revelli nell'articolo racconta del padre Nuto: "Ogni guerra, anche la più 'giusta', persino la guerra partigiana, che pur ebbe per lui un effetto catartico, di riscatto dei tanti morti lasciati nella steppa e dalla sensazione umiliante di sentirsi 'un vinto', persino quella - mi ripeteva - porta in sé un'ombra, ti lascia dentro cicatrici che fanno male. Perché la guerra trasforma gli uomini. Tira fuori il peggio che hanno dentro. Usava l'aggettivo 'bestiale', come antitesi dell''umano'. Bisogna evitarla ad ogni costo, perché una volta scoppiata, il suo effetto di perversione non lo fermi più, negli altri, e anche in te stesso..."

La guerra in Ucraina è vicina a noi non solo per geografia, dunque, ma anche per storia. Ed è una guerra "bestiale" soprattutto in un altro senso rispetto all'accezione di Nuto Revelli, perché le guerre sono tutte e solo umane: le "bestie" non fanno guerre. Le subiscono. La spedizione fascista in Russia fu un'ecatombe di uomini e anche di animali: le nostre divisioni portarono con sé migliaia e migliaia di muli, asini e cavalli, impegnati nel trasporto di soldati, vettovaglie, armamenti. Anche per loro fu una sofferenza, e una mattanza. Un'umanissima mattanza.

Dall'Ucraina oggi arrivano notizie che riecheggiano altre vecchie storie, storie "bestiali", stavolta per l'esodo che si tenta di organizzare per asini, muli, cavalli. Le tecnologie di guerra sono cambiate e le milizie guerreggianti non usano più gli equidi per i loro trasporti, ma molti animali vivono e lavorano nelle zone di combattimento e perciò si stanno organizzando "corridoi animalitari" - se il neologismo è consentito. Dall'Italia un gruppo di associazioni animaliste ha chiesto supporto ai ministeri degli Esteri e della Salute per facilitare i trasferimenti, offrendo ospitalità in Italia per gli animali che saranno portati in salvo. Altri profughi che potranno arrivare, altre tracce di un passato che ritorna; è il virus della guerra che porta, per dirla ancora con Revelli, "la doppia angoscia che deriva dalla sovrapposizione di due temporalità coesistenti nello stesso territorio".

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Erbette, erbacce e malerbeIlaria Morelli · Millefoglie

Selvatiche, curative, infestanti, medicinali, aromatiche, officinali, tintorie. Questi alcuni degli attributi associati alla parola erbe, nome generico che indica tutte quelle piccole piante prive di fusto legnoso che crescono su prati, sponde fluviali e sottoboschi o ai margini di spazi coltivati e antropizzati, la cui conoscenza e l'utilizzo nel passato è stata una prerogativa del mondo femminile. Abbassando lo sguardo verso il terreno, scrutando gli anfratti di un muro di campagna, seguendo una crepa nell'asfalto, di sicuro ci si trova faccia a faccia con uno o più tipi di erbe. Ci nutrono e ci curano durante tutta la vita. Finocchio, salvia, tarassaco, malva, piantaggine, cicoria, melissa, gramigna... per chi le sa raccogliere o per chi le acquista sono a disposizione per calmare le coliche dei neonati o per preparare una salutare insalata primaverile: rimedi utili nella vita quotidiana, economici e rispettosi dell'ambiente. Le nonne utilizzavano la parietaria, conosciuta anche con il nome di "erba vetriola", per lavare fiaschi e bottiglie, al posto di tanti detergenti chimici.

E poi le erbe fioriscono e le fioriture spontanee ci sorprendono per la loro bellezza inaspettata, dove non ci si aspetta di trovarla, in mezzo ai cantieri, lungo massicciate ferroviarie e banchine stradali, incontrollata, casuale, spesso effimera. Fioriture preziose da difendere e incentivare perché amate dalle api, infatti esistono progetti che coinvolgono aziende agricole, università e pubbliche amministrazioni volti a reintrodurre fiori selvatici in ambienti urbani e antropizzati. Del resto le piante spontanee possiedono un inestimabile patrimonio genetico essenziale anche per la vita delle specie coltivate, con cui sono imparentate.

I luoghi incolti abbandonati dall'uomo, spazi urbani, periferici, grazie alle erbe diventano luoghi privilegiati dove ripensare il rapporto uomo/natura, una marginalità non solo geografica che è stata in passato e può essere ancora oggi un luogo critico e creativo.

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L'insostenibilità del foraggioCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali

La guerra in Ucraina sta facendo esplodere molte contraddizioni del nostro sistema economico, e tra queste l'insostenibilità delle filiere alimentari. Gli allevatori italiani invocano a gran voce aiuti di Stato per il settore agricolo e agroalimentare perché il prezzo dei mangimi sta subendo aumenti insostenibili e le riserve basteranno solo per una ventina di giorni, dopodiché gli animali andranno uccisi: morirebbero lo stesso, ma anticipare i tempi significa perdere reddito.

Il settore agricolo è in crisi da decine di anni, per la decisione scellerata di puntare su prodotti a basso costo importati da altri continenti (come le insalubri farine manitoba che vengono dal Canada) invece di puntare su prodotti locali e filiere corte, ovvero quel modello virtuoso e sostenibile di sovranità alimentare del quale parlarono già nel 1996 i membri di "Via Campesina". Siamo ancora in tempo per cambiare rotta, ma sembra mancare la volontà: si insiste con le stesse vecchie politiche insostenibili, fatte di importazioni di materie prime scadenti e di sostegno ai consumi di alimenti di origine animale. Non è bastato che l'OMS diffidasse dal consumo di carne per motivi di salute, né che gli scienziati dell'IPCC chiedessero una svolta verso un'alimentazione a base vegetale per contrastare i cambiamenti climatici: le ragioni del profitto sono più forti e si continua ad allevare spettri, animali inesistenti in natura, vittime di selezioni ed esperimenti genetici, per il cui foraggio (a base di soia e mais) viene sacrificato prima di tutto quel che resta delle foreste primarie, con danni non quantificabili per la qualità dell'aria e del clima, e poi terre preziose, che potrebbero essere destinate a una produzione agricola più sana e più efficiente dal punto di vista energetico.

Nell'emergenza che viviamo, invece del necessario ripensamento generale, sta prevalendo un cinico grattare il fondo del barile, attraverso sussidi e totale deregolamentazione: il problema verrà così solo rimandato con l'aggravante di un disastro ecologico irreparabile.

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Soldi pubblici? Per il nuovo stadio, non per l'assistenza domiciliarePaola Sabatini · Attualità

Nuovo taglio di risorse a spese dei cittadini più fragili e anziani. Per la giunta Nardella è più importante il restyling del Franchi.

Da 22.670 ore al mese di assistenza domiciliare nel 2008 alle 15.000 attuali: un taglio netto che il Comune di Firenze ha compiuto inesorabilmente sulla pelle dei più fragili e indifesi, anziani e disabili in primo luogo. È quanto denunciano i 150, tra lavoratrici e lavoratori, che hanno presidiato la Regione Toscana lo stesso giorno in cui si festeggiava il nuovo stadio che costerà 150 milioni di euro, tutti provenienti da fondi pubblici nazionali ed europei. Le priorità della giunta Nardella sono chiare, nessuno potrà negare d'ora in poi la volontà del sindaco, ovvero la scelta di abbandonare a se stessi gli ultimi in nome di un consenso facile quanto grottesco e populista.

Oltre ai nostri familiari in difficoltà, a subire il taglio dei servizi sociali sono proprio i lavoratori che contestano questa deriva con uno slogan più che appropriato: "Per la dignità del lavoro e la qualità dei servizi". Chi li ascolterà? Andiamo con ordine per capire le radici della protesta. Il 4 febbraio scorso il servizio comunale di assistenza domiciliare è stato aggiudicato alla Cooperativa Elleuno. Un cambio d'appalto che coinvolge, appunto, circa 150 lavoratori, in prevalenza donne, e un migliaio di utenti. Negli anni questo servizio, che dovrebbe essere pubblico e gratuito, è invece diventato sempre più oneroso per l'utenza.

Durante la fase di transizione i lavoratori si sono attivati per contrastare i possibili esuberi derivanti dalla discrepanza del monte ore contrattuale e le ore previste nel nuovo appalto. In questa azione sono sostenuti dalla CUB sanità, sindacato per cui la dignità del lavoro e la qualità dei servizi devono andare di pari passo.

È sotto gli occhi di tutti, infatti, come ci sia sempre più bisogno di questo servizio in una città che invecchia come Firenze. Eppure l'amministrazione ha continuato a tagliare, colpendo la qualità delle prestazioni, troppo spesso insufficienti a coprire i bisogni, e gli stipendi degli operatori. Sono decine e decine di persone, soprattutto donne, che compiono un lavoro delicato con persone fragili ma che non vedono riconosciuta la sicurezza del posto di lavoro e dei propri diritti, rimessi in discussione ad ogni cambio appalto. Con l'obiettivo di chiedere tutele e garanzie, continuità e potenziamento del servizio, hanno organizzato nel tempo manifestazioni davanti al Comune di Firenze. Proseguono così le proteste: vogliono far capire alle istituzioni, ai fiorentini e alle tante associazioni, quanto sia preziosa la loro opera, il loro lavoro, nell'aiuto e il sostegno alle famiglie con persone anziane e disabili, ancora più indispensabile in questa fase pandemica.

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Un caleidoscopio di fiori per il Giardino dei GiustiRiccardo Michelucci · Firenze Ribelle

Da qualche anno anche Firenze ha il suo Giardino dei Giusti, ispirato a quello di Gerusalemme e dedicato alla memoria di coloro che rischiarono la vita per salvare gli ebrei dalle persecuzioni razziali. Si trova sopra al Giardino dell'Orticoltura. Un caleidoscopio di piante e fiori che ricorda l'impegno e il sacrificio delle tante persone che si opposero alla barbarie e fa da cornice a una vista sorprendente, con scorci inediti della città. All'entrata del piccolo giardino recintato è stata piantata una quercia proveniente da un cimitero di guerra polacco, in memoria degli oltre 40mila militari italiani caduti nei lager fra il 1943 e il 1945 per essersi rifiutati di collaborare con i nazifascisti.

Al suo interno il giardino ha un allestimento semplice e suggestivo. Nell'area superiore è stato collocato un esemplare di lagerstroemia in memoria di Gino Bartali, il grande campione di ciclismo che è oggi il più noto tra i Giusti fiorentini. Durante la Seconda guerra mondiale fingeva di allenarsi ma in realtà trasportava dentro al telaio della bicicletta le carte d'identità false che rappresentarono la salvezza per tante famiglie ebree rintanate nelle campagne e nei conventi tra la Toscana e l'Umbria. In quei giorni maledetti a Firenze nacque anche una rete di salvataggio degli ebrei che ruotava intorno all'arcivescovo fiorentino Elia Dalla Costa e coinvolse quasi cinquanta luoghi tra parrocchie, conventi, istituti religiosi, scuole e lo stesso palazzo dell'arcivescovado. Il nome di Dalla Costa è stato impresso dal 2012 nella "parete dell'onore" nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme.

Tra gli altri religiosi proclamati "giusti" dallo Yad Vashem c'è don Giulio Facibeni, fondatore dell'Opera Madonnina del Grappa, il pastore valdese Tullio Vinay, che dette rifugio ai profughi e agli ebrei. Nel 2013 sono entrate a far parte della lista anche Vittoria Valacchi ed Elena Cecchini. Tra il 1943 e il 1944 rischiarono la vita nascondendo una famiglia di ebrei nella loro casa di Samprugnano, nel Valdarno.

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Un aprile di storie e di lotte per i diritti LGBTQAI+Maya De Leo · Intersexioni

Intersexioni ospita la storica Maya De Leo.

Aprile segna i 50 anni dalla prima manifestazione pubblica di persone gay, lesbiche e trans italiane, quando un gruppo di attivistƏ del neonato F.U.O.R.I., Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, assieme a militanti di organizzazioni omologhe europee, si ritrovò a Sanremo per protestare contro un convegno di sessuologia in cui venivano illustrate "terapie di conversione", ovvero trattamenti inutili e brutali per "curare" l'omosessualità e la non conformità di genere. Da qui la scelta di aprile come mese della storia LGBTQI+, una celebrazione scandita da iniziative (convegni, presentazioni di libri, mostre) che diano visibilità alle ricerche di storia sul tema, seguendo l'esempio di altri paesi che celebrano già da tempo il loro LGBTQAI+History Month.

Nato nel 1994 negli Stati Uniti, dove si celebra dal '70 il Black History Month e dall'87 il Women's History Month, l'LGBTQAI+HM ha come obiettivo primario il recupero della storia della comunità, ma più in generale segnala, come le altre due iniziative, la necessità di ampliare la nostra prospettiva storica. Necessità legata alla stessa comprensione del passato: l'inclusione delle persone LGBTQAI+ nella narrazione storica, infatti, ci restituisce le tracce di preziose vicende, esperienze e relazioni, che non solo illuminano le biografie di quelle persone, ma tutto il contesto in cui esse si mossero, aiutandoci a comprenderlo davvero a fondo.

La necessità di una storia a più voci è dettata inoltre anche dalla complessità e dalla ricchezza del nostro presente: scrivere storia LGBTQAI+ significa anche interrogarsi, più in generale, sui processi che producono gerarchie, marginalizzazioni e oppressioni, poiché sappiamo proprio dalla storia che molti di questi processi si intrecciano, con le norme relative a genere e sessualità. Ecco perché raccontare la storia LGBTQAI+ significa anche riflettere su che tipo di collettività vogliamo edificare nel presente e in quale tipo di futuro vogliamo vivere.

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Cronache di periferiaFraska · Attualità

Un cicerone di eccezione ci accompagna in un giro fuori dal salotto fiorentino. Tra "atteggiamenti sospetti", bus che non passano, e palazzi da occupare.

Venite dal centro verso la periferia e avrò il piacere di farvi da cicerone. Si parte da un paesaggio "industrial" (alla moda tra i giovani) che rende evidente l'ingresso nel quartiere. Il disagio ed il degrado si integrano con sfarzo provocatorio. Ad ognuno farsene rapire o meno.

Prendiamo ad esempio il bus con il quale siete arrivati e con cui magari avete intenzione di fare ritorno a casa; mettetevi nei panni di un residente di queste parti. Alle 7.30 passa il bus. In qualsiasi parte del mondo sareste tranquilli riguardo al vostro tragitto ed i tempi di percorrenza, ma a noi invece resta il dubbio... arriverà l'autobus? Arriverò puntuale al lavoro? Ci sarà uno sciopero che incredibilmente toccherà solo il mio quartiere? È un fenomeno che vissuto fuori dal contesto viene osservato con curiosità e rispetto mentre noi nativi ci lasciamo trasportare dall'indolenza.

Questo ovviamente se si ha la possibilità di salire sull'autobus perché, per una strana coincidenza, ogni fermata è situata su di una curva e dietro tre cassonetti dell'immondizia, più un paio di tigli non potati, che vi rendono completamente invisibili all'autista che deve prelevarvi ed oscura a voi la vista per un centinaio di metri.

C'è poi chi ha paura delle periferie... e perché? Noi ci viviamo da tempo e le baby gang esistono solo nei giornali. Ovviamente però c'è la possibilità che le forze dell'ordine vi trattengano per un controllo a causa del vostro "atteggiamento sospetto" mentre tornate dal supermercato o fischiettante con le mani in tasca. Il rischio che facciate tardi al lavoro aumenta pericolosamente. Qualche residente del quartiere tende a sviluppare una vera e propria paranoia nei confronti di polizia e carabinieri. Una specie di patologia. Una delle tante piaghe figlie del degrado: capita di restare coinvolti in retate il cui obiettivo è dividere il bello dal brutto e che si risolvono con una fila di vecchini che si grattano il capo davanti al circolo ARCI chiedendosi cos'è successo, più un paio di ragazzi in questura perché beccati senza documenti mentre erano in pausa pranzo.

Ma forse voi non lavorate e i ritardi e le pause pranzo non vi interessano. Tranquilli, non siete soli! Qui nel quartiere c'è un buon numero di disoccupati a farvi compagnia. Il vostro problema è piuttosto quello di trovarvi un posto dove abitare? Beh, tra i vantaggi della zona c'è la soluzione all'emergenza abitativa. Abbiamo più di un palazzo che, se siete disposti a correre il rischio che vi caschi in testa, potreste comodamente occupare. Magari riuscite anche ad apportarvi delle migliorie e renderlo agibile e vivibile per la vostra famiglia, ma attenzione, a questo punto potrebbero venire a sgomberarvi e far tornare lo stabile al suo stato di abbandono abituale che pare sia necessario al quartiere.

Comunque abbiamo la fortuna di avere una stazione nei paraggi in cui rifugiarsi!

Se la tentazione di sdraiarvi sui binari non vi sfiora...

(@albeggio)

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Vitaliano Trevisan, l'ultima operaGiuliana Mesina · Fuori Scaffale

Ci sono autori che non vengono scoperti mai: troppo disturbanti, poco avvezzi a far merce delle loro opere, inclini a dire quelle verità corrosive che scomodano praticamente tutti. Vitaliano Trevisan a tutte queste caratteristiche univa anche un'ombrosa fragilità che molti scambiavano per arroganza, forse per inaffidabilità. La sua scomparsa, avvenuta pochi mesi fa, è, oltre che un lutto, un vero e proprio danno letterario: avrebbe scritto ancora e avremmo avuto altre opere da leggere e amare, di uno dei migliori scrittori italiani degli ultimi anni. Works è la sua grande ultima opera, un romanzo di formazione attraverso il lavoro, che l'autore racconta senza finzioni, senza pietà, né verso il nord-est operoso e produttivo né verso se stesso.

Un memoriale che offre una descrizione del lavoro (e dei lavori) che chiunque dovrebbe conoscere: aziende che vampirizzano la vita, corruzione, evasione fiscale, mancato rispetto delle regole, dinamiche di potere e meccanismi di mobbing, ma anche solidarietà, etica del lavoro, riscatto sociale.

Trevisan non ha l'ambizione di distillare leggi morali, è il primo che si descrive senza sconti, non ha remore a rievocare anche sue passate esperienze come piccolo spacciatore: nel vorticoso susseguirsi di lavori c'è in mezzo la sua vita, la sua voglia di scrivere e di fuggire allo stesso tempo, la sua necessità di solitudine e la sua insopprimibile etica fondata sulla verità, ad ogni costo. Un esempio delle sue verità scarnificanti lo aveva scritto lui stesso, qualche tempo prima di morire, quando subì un accertamento sanitario obbligatorio e si trovò costretto in un reparto di psichiatria descritto in un doloroso reportage pubblicato su La Repubblica.

E leggere oggi le parole profetiche scritte in Works ci inchioda alla nostra miopia: "In fondo, il bene più prezioso su cui l'essere umano può contare, ciò che davvero lo distingue dall'animale, è la possibilità di sottrarsi al mondo in ogni momento attraverso il suicidio".

librichegirano.blogspot.com

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Superare l'individualismo grazie alla condivisioneAlessandra Anguillesi · Se hai, hai per dare

Alessandra Anguillesi, MAG Firenze

Comprendere a fondo cosa sia la Mag richiede un certo tempo di riflessione e certamente non basteranno le parole racchiuse in questo articolo a chiarire ogni aspetto. Ma appena ci avviciniamo ai suoi principi è facile rimanere affascinati da questa esperienza di finanza critica, che si colloca da tutt'altra parte rispetto a ciò che siamo abituati a conoscere nel mondo finanziario.

Si sostengono progetti di impatto sociale importante in vari settori (agricoltura biologica, artigianato locale, settore educativo, artistico, ecc). Per farlo, ciascun socio mette a disposizione degli altri il denaro che può, ma non si ferma a questo. Mette a disposizione anche la propria ricchezza personale, fatta di relazioni e disponibilità, a vantaggio di un progetto comune. Insieme alle realtà che vengono finanziate, si condividono le idee, i sogni, le speranze ed anche le fatiche.

In latino sarebbe cum-dividere. È dunque il cum che predispone alla relazione, al dividere con, al mettere in comune. È un movimento collettivo. Spartire qualcosa con qualcuno.

Innanzitutto l'atto del condividere serve per cambiare le cose. E la Mag, da esperienza rivoluzionaria quale è, vuole ribaltare il sistema finanziario. Nel voler con-dividere c'è la passione di voler abbracciare i problemi e le ingiustizie del mondo. È il superamento dell'individualismo. Condividendo si scoprono idee, strategie e risorse per migliorare la propria vita e quella degli altri. Tutto si trasforma in scambio e arricchimento reciproco. È il diventare compagni, cum panis, mangiare il pane insieme.

Nel condividere si raggiunge la nostra autonomia creativa per realizzarsi e svilupparsi secondo le proprie inclinazioni. Per avere condivisione ognuno deve capire di avere una propria specificità diversa rispetto a quella degli altri; solo nella diversità si genera ricchezza. Per tutti questi motivi credo che la Mag sia un grosso motore di promozione umana per diventare persone vere e responsabili.

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13Attualità3 articoli
Fòrimercato #luogo amicoRedazione · Servizio

La Rete Sociale Fòrimercato è un modo alternativo di fare politica e impegnarsi nella società. Attiva nel quartiere di Gavinana (ma non solo) mette insieme donne e uomini - antifascisti e antirazzisti - che ogni giorno costruiscono occasioni di solidarietà e mutuo soccorso, favorendo inclusione sociale e sostenibilità ambientale.

Da qualche settimana li trovate nella loro nuova sede, al circolo Boncinelli, in via di Ripoli 209/e. Da lì danno vita alle varie iniziative, tra le quali la più importante è certamente la raccolta alimentare per le persone in difficoltà. Si tratta di un'attività centrale durante la pandemia ma che purtroppo, vista la situazione attuale, temiamo durerà nel tempo.

Un infinito grazie, infine, ad Anna Giaffreda e Lorenzo Bicchi per aver accolto con entusiasmo la nostra proposta di ospitare il giornale.

Se avete un #luogoamico da proporre non esitate! Scriveteci a redazione@fuoribinario.org o telefonateci allo 0552286348.

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#Luoghiamici - Dove trovare il giornale?Redazione · Servizio

Una rete solidale di gruppi, realtà, associazioni, movimenti che accompagnano la crescita dei diffusori di Fuori Binario: per ridurre i costi di acquisto a loro carico, per rinsaldare i rapporti con la città, per ampliare il numero dei lettori e delle lettrici. Hai un luogo amico da proporre? Scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.

  • Anelli Mancanti in via Palazzuolo 8
  • Casa del Popolo 25 Aprile in via del Bronzino 117
  • Casa del Popolo Le Panche in via Giulio Caccini 13b
  • Casa del Popolo di Settignano in via San Romano 1
  • Comunità delle Piagge in piazza Alpi-Hrovatin 2
  • Comunità Isolotto in via degli Aceri 1
  • Cpa Firenze Sud in via di Villamagna 27/a
  • Csa Next Emerson in via di Bellagio 15
  • Fattoria di Mondeggi sulle colline di Bagno a Ripoli
  • Forimercato in via di Ripoli 96
  • Palazzuolo Strada Aperta in via Santa Lucia 14
  • luoghi amici
  • rete solidale
  • diffusori
  • distribuzione
  • case del popolo
  • spazi sociali
  • giornale di strada

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Macchinari artistici quasi impossibili: il freno elasticoFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

"Un corpo persiste nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme fino a quando una forza esterna non interviene a cambiarne lo stato".

Quindi anche la bicicletta, ma in realtà ogni mezzo di trasporto, una volta fatto partire con la pedalata iniziale dovrebbe teoricamente arrivare in porto senza fare altro, però ci sono gli attriti: l'attrito dell'aria e l'attrito volvente, e poi ci sono le frenate. Se con l'attrito dell'aria si può far poco e con quello del suolo si può rimpicciolire la superficie di contatto ed ingrandire il diametro delle ruote, per le frenate serve un'invenzione da fare insieme, poi, se riusciamo ad inventare qualcosa di valido, andrà protetto con il copyleft, cioè tutti possono usare l'invenzione semplicemente citando la fonte.

Dedicarsi alla progettazione di macchine quasi impossibili rende alla fantasia il primato della "visione", tocca poi alle arti, o, se preferite, ai diversi mestieri lavorare insieme per trovare le soluzioni e realizzarli davvero. Oggi si vive in un mondo di specializzazioni estreme, questa prerogativa fa sì che le zone marginali del sapere, che sono poi punti di contatto delle varie discipline, restano inesplorate, l'incontro delle diverse culture scientifiche ed artistiche è fecondo di novità.

Lo studio è in fase embrionale ed i disegni pubblicati non sono fatti tanto per spiegare quanto per capire.

Ci sono per lo meno tre modi per conservare l'energia della frenata: meccanicamente con elementi elastici come le molle, idraulicamente con l'aria compressa ed elettronicamente.

Poi si può decidere di progettare un marchingegno per recuperare le frenate singole per ripartenze brucianti ai semafori, oppure immagazzinare tutte le frenate di una lunga discesa per aiutarsi nella risalita; io ho cominciato a disegnare le idee per un impianto di recupero dell'energia delle frenate cittadine con ripartenze a molla.

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Scusate il disturbo, ci stanno ammazzandoNon una di meno - Firenze · Lettere e opinioni

Ogni 8 del mese piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Per ricordare ogni femminicidio e transicidio viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia - un pañuelo, simbolo della lotta femminista - che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento. I lucchetti sono stati simbolicamente scelti proprio perché richiamano le coppie innamorate, che li attaccano su ponti e grate, ma ormai sappiamo che proprio nella coppia e nell'ideale dell'amore romantico si annida la violenza: la gran parte dei femminicidi sono infatti casi di violenza domestica.

Lo scorso 8 marzo, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c'erano più di 120 lucchetti e pañuelos. La mattina dopo non c'erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile. Il 14 marzo abbiamo così scelto di andare sotto il Consiglio comunale, in Piazza Signoria, nello stesso momento in cui in aula un question time interrogava su chi e perché ha rimosso quei lucchetti. Abbiamo scelto di esserci non col nostro volto, ma coi nostri corpi. Perché la violenza vissuta da una ci riguarda tutte. Perché il decoro non giustifica la cancellazione della memoria dei femminicidi. Perché siamo sempre noi ad essere considerate indecorose: troppo libere, troppo silenziose, troppo svestite, troppo pudiche, troppo irriverenti. Anche da morte. Anche quando un lucchetto ricorda che siamo state uccise.

Crediamo che una città sia costruita e trasformata prima di tutto da chi la vive. L'installazione di lucchetti e pañuelos in piazza Santissima Annunziata nasce dalla volontà dell'assemblea di "Non una di meno" insieme alle donne, persone trans, femministe e transfemministe. Crediamo che il governo di questa città debba formalizzare l'installazione in piazza come tributo di memoria, cura e lotta alle vittime di femminicidio, e tributo a tutte coloro che lottano ogni giorno per sopravvivere alla violenza maschile sulle donne.

Oggi alziamo il nostro grido altissimo e feroce per tutte coloro che più non hanno voce. Oggi facciamo irruzione nel decoro della città con i nostri corpi. Non vogliamo essere decorose, vogliamo essere vive. E finché la violenza maschile continuerà a spezzare le nostre vite, non smetteremo di essere furiose, indecorose e libere.

Non una di meno - Firenze

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Non c'è bisogno dei taserL'Essenziale · Lettere e opinioni

Dal 21 marzo le forze dell'ordine di 18 città italiane hanno in dotazione più di quattromila pistole a impulsi elettrici, i cosiddetti taser. La ministra dell'interno Luciana Lamorgese ha parlato di un "passo importante per ridurre i rischi per l'incolumità del personale", i sindacati di polizia si sono detti soddisfatti e Matteo Salvini (che aveva avviato l'iter nel 2018) ha esultato. L'idea condivisa, insomma, è che i taser siano armi sicure, efficienti e "non letali".

L'esperienza di altri paesi racconta l'opposto: negli Stati Uniti, secondo l'osservatorio Fatal encounters, dal 2010 al 2021 sono morte più di 500 persone colpite dal taser. Diversi studi scientifici ne denunciano la pericolosità. Eppure in Italia il taser è diventato un feticcio tecnologico in grado di risolvere una volta per tutte la "questione sicurezza". Come ricordava nel 2018 Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, ucciso a 18 anni durante un controllo della polizia, il problema è "la formazione e la cultura dei rapporti con le persone di chi usa strumenti che possono essere letali".

L'Essenziale

  • taser
  • forze dell'ordine
  • sicurezza
  • violenza di stato
  • abusi
  • polizia
  • tecnologia
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Banalissimi stronziCaterina Caselli · Lettere e opinioni

Per accogliere i profughi ucraini in fuga dalla guerra è bastato applicare una direttiva europea esistente già da tempo per permettere loro di richiedere un permesso di soggiorno per protezione temporanea nel paese da loro eletto per ri-costruire la propria vita, raggiunto spostandosi regolarmente e dignitosamente, e ottenere immediato accesso a tutti i servizi.

Apriamo i Centri di Accoglienza. Apriamo i confini. Apriamo tutto. Favoriamo la circolazione, l'accesso ai servizi e l'inserimento nelle scuole dei minori. Fa piacere sapere che si poteva fare, questo ed altro, e quindi si può fare, ma semplicemente, con chiunque non provenga dall'Ucraina, non si vuole fare. E lo scopriamo all'improvviso in modo sfacciato, chiaro e trasparente.

Basta dirlo. In Europa siamo ignobili e quindi facciamo gli ignobili. Siamo razzisti. E pure classisti. Siamo degli stronzi classisti e razzisti. Guardiamoci allo specchio. E diciamocelo. Perché questo siamo. Né più e né meno. Banalissimi stronzi.

Caterina Caselli

  • profughi
  • accoglienza
  • razzismo
  • classismo
  • migrazioni
  • protezione temporanea
  • confini
  • guerra in Ucraina

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Cecilia Stefani & Valentina Baronti (desk), Veronica Urbano (grafica), Rossella Giglietti e Ginox (sito), Barbara Imbergamo e Gianna Innocenti (social & segreteria redazione), Maria Veltri (luoghi amici), Alessandro Simoni, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Gian Luca Garetti, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Ilaria Morelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni e Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Danila Remus (Tranvia S.M.N.), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piagge, Repubblica, Cimabue).

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CREDITI FOTOGRAFICI - Elisa Da Lio (1), Jorit (5), Carlo Galletti (9), Laura Albano, serie "Diario dalla periferia" (12), Fòrimercato (13), Cecilia Stefani (16).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

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15Per non perdersi2 articoli
Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Mercoledì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 055463891, 0552646182

ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Sportello Consumatori - Ore 19-21: Giovedì Sportello Lavoro - Ore 19-21: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 055229188, 0552276388

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Martedì e Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 0558493526, 055683627

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

  • servizi sociali
  • mense
  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Diventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

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  • informazione indipendente
  • povertà
  • appello

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Come sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneRedazione · Servizio

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

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Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

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Dove trovarciRedazione · Servizio

In strada

  • Oltrarno, da Cezar
  • Piazza Repubblica, Via Cimabue, Comunità delle Piagge, da Teodor
  • Piazza Tasso, Piazza del Carmine, da Giovanni
  • Piazza delle Cure, da Totò
  • Rifredi, da Cristina e Fraska
  • Via Masaccio, Via Milanesi, da Robert
  • Sant'Ambrogio, FS Campo di Marte, Borgo San Lorenzo, da Nanu
  • Novoli e Peretola, da Filippo
  • Tramvia Santa Maria Novella, da Danila
  • Viale XI Agosto, da Berisa
  • Pontassieve, Mugello, Livorno, da Clara e Raffaele

Online

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  • punti vendita
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