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Archivio › Fuori Binario n. 239 · Aprile 2022 › pagina 2

CONTROVENTO

L'uomo che portò la Costituzione in carcere

Appello per l'intitolazione di uno spazio pubblico alle Murate.

Corrado Marcetti · Fuori Binario n. 239, Aprile 2022, pagina 2

L'appello perché a Sandro Margara, tra i padri della Riforma penitenziaria, sia intitolato uno spazio pubblico della città di Firenze ha raccolto molte adesioni. Sostenuto da un gruppo di promotori e da alcune associazioni (Associazione Volontariato penitenziario, Fondazione Michelucci, La Società della Ragione, Archivio Margara) l'appello sarà ora indirizzato al Sindaco di Firenze. Sandro Margara è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, direttore generale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, presidente della Fondazione Giovanni Michelucci e, infine, Garante della Regione Toscana per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale. Ma soprattutto ha lasciato una ricca eredità di valori nel suo straordinario impegno affinché la pena detentiva fosse ricondotta nell'alveo costituzionale e le alternative alla pena detentiva avessero una piena applicazione. Di Margara è stato sottolineato lo spessore di raffinato giurista, la profonda conoscenza di norme e regolamenti e delle loro possibili interpretazioni, ma sulle pagine di questo giornale vorremmo soprattutto ricordarlo per il coraggio intellettuale, la giustizia e il senso di umanità.

Un uomo giusto

Per Margara il reato si fermava fuori dalle mura del carcere e contava la possibilità di ricostruire la vita delle persone recluse. Tutti i detenuti che presentavano un'istanza al Tribunale di Sorveglianza e che il carcere ammassa nel suo ruolo di grande discarica della società, per lui avevano volti e vicende. Era frequente che, per tagliare i tempi imposti dal sovraffollamento, li andasse a trovare in sezione durante le visite nelle carceri. La sua autorevolezza era riconosciuta perché aveva il pregio di applicare i diritti oltre che rammentare i doveri. La stima di cui godeva derivava dal suo modo di interpretare la funzione del magistrato di sorveglianza e dal rapporto diretto con i detenuti. Non solo i più deboli e marginali che riempiono le carceri, anche i ribelli, anche nelle situazioni più difficili. Era un uomo che cercava sempre di frapporre la ragionevolezza alle soluzioni di carattere repressivo che, ieri come oggi, hanno sempre tanti fautori. Era spesso a Sollicciano dove garantiva con la sua presenza un presidio di sorveglianza in una situazione sempre molto complicata. Di ogni singolo istituto che visitava conosceva i problemi e ovunque si adoperava per determinare le condizioni che favorissero un clima di confronto e di apertura. Con raffinata ironia valutava gli atteggiamenti delle istituzioni politiche rispetto alla realtà carceraria ma cionondimeno accresceva il suo impegno nel cercare di stabilire ponti tra il carcere e la società. Incontri, convegni, relazioni si aggiungevano alla mole enorme di lavoro della sua quotidianità. In uno dei tanti incontri pubblici sul carcere in cui la sua azione a favore delle misure alternative alla pena carceraria veniva messa in discussione da un sostenitore del carcere duro e della pena certa, chiuse così il confronto: "Beh, senta, tra le due retoriche preferisco la mia: fa meno danni!".

Un magistrato scomodo

Non si lasciava intimorire dai procedimenti disciplinari che gli venivano intentati. D'altra parte la sua azione era sempre sorretta dalla rigorosa osservanza costituzionale e dalla sapiente scrittura delle sue motivatissime ordinanze. Fu un protagonista della Riforma carceraria e fu anche il primo magistrato di sorveglianza a ricoprire un ruolo al vertice dell'Amministrazione penitenziaria. Durò poco perché la sua azione innovatrice, fortemente avversata dai sindacati della polizia penitenziaria e non solo, fu interrotta improvvisamente dal nuovo Ministro della giustizia. Era un magistrato scomodo e le sue posizioni sul carcere e la pena erano assai poco condivise negli ambiti di potere. Margara si accomiatò con una lettera al ministro in cui, rifiutando altri incarichi, ribadiva che "l'ordinamento penitenziario non è tanto da modificare, quanto da attuare, perché è in gran parte inattuato". Ritornò a fare il magistrato di sorveglianza, "nei miei cenci" diceva.

La città escludente

In un modello di città in cui l'attenzione alle aree di sofferenza sociale urbana è inesistente e il carcere è rimosso, la nomina di Margara a presidente della Fondazione Michelucci fu una scelta felice. Amico personale di Michelucci e membro del Comitato scientifico della Fondazione sin dalla sua costituzione, ne seppe sapientemente indirizzare le attività di ricerca che riguardavano le istituzioni totali e il coinvolgimento della società per il loro superamento. Quando fu nominato Garante regionale delle persone private della libertà personale riprese l'abitudine di visitare puntualmente le carceri. La sua prima relazione aveva per titolo Il carcere dopo Cristo, con riferimento alla sua scomparsa nella realtà carceraria del paese. Continuò le sue battaglie per l'abolizione degli Ospedali psichiatrici giudiziari e dell'ergastolo, oltre a sostenere il diritto dei detenuti all'affettività.

Un luogo appropriato

Se c'è un luogo a Firenze che più di altri meriterebbe di essere intitolato a Margara questo è uno degli spazi pubblici ricavati dalla riconversione dell'area delle Murate. Il complesso delle vecchie carceri fiorentine che negli anni Sessanta e Settanta, vide più volte i detenuti salire sui tetti per la riforma carceraria fu anche uno dei luoghi dell'impegno di Sandro Margara, volto al dialogo ed al rispetto dei diritti umani e civili dei detenuti. L'intitolazione a Margara della Piazza delle Murate sarebbe un segno importante per rafforzare nella memoria collettiva l'importanza della riabilitazione delle persone oltre che dei luoghi.

Pagina 2 del numero 239 Uscito sul numero 239 (Aprile 2022), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero