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LA GUERRA IN CASA
Avevo 14 anni quando gli USA ci invasero
Andrés Lasso · Fuori Binario n. 239, Aprile 2022, pagina 6
Abitavamo a Panama, paese di mio padre e di cui sono tutt'ora cittadino, in un quartiere abbastanza distante dalle zone di conflitto, anche se da casa nostra si vedeva la contraerea della caserma di "Sabanitas", una delle ultime a cadere, che una volta sotto i nostri occhi buttò giù un elicottero americano.
Non ci si allontanava mai da casa durante quei giorni di feste natalizie, perché già qualche strada più in là si potevano incrociare auto con qualche uomo armato di tutto punto e già sotto casa nostra, una notte, una luce di bengala si alzò come per illuminare qualcosa che forse si nascondeva negli incolti lì vicino. Per noi residenti quella fu "la invasion", per gli americani era invece l'operazione "Just cause": la semantica della guerra cambia molto a seconda di quale sia la bocca che parla. Le conseguenze della guerra invece sono in genere abbastanza oggettive, come i quartieri rasi al suolo per abbattere una caserma, le fosse comuni, i morti civili (centinaia per gli americani, qualche migliaio per altri conteggi, il numero esatto forse non si saprà mai).
All'epoca la cosa non fece troppa notizia perché negli stessi giorni stava cadendo Ceausescu in Romania, e poi a noi ci avevano invaso "i buoni", dunque non mi pare ci siano state riunioni di urgenza dell'ONU o simili, tanto meno ipotesi di sanzioni di qualche tipo.
Certo la vastità di ciò che accade oggi in Ucraina è ben superiore a quelle settimane che pure rasero al suolo pezzi di città, le differenze sono molte.
Però alcuni paralleli credo si possano comunque fare. Se a quella invasione di allora qualcuno avesse risposto mandando aerei all'esercito panamense, non ci avrebbe fatto un favore a noi cittadini.
Se invece qualcuno, sufficientemente autorevole, avesse fatto da mediazione tra le due parti in conflitto, anziché avallare una narrazione manichea, invasori buoni contro militari cattivi, allora sì che ci avrebbe fatto un favore.
Se quel qualcuno avesse avuto la forza e l'autorevolezza di ricordare anche le colpe, non solo dei militari cattivi, ma anche degli invasori buoni, che già venticinque anni prima avevano sparato contro degli adolescenti disarmati, uccidendone qualcuno, quella memoria sarebbe stata utile per trovare un'uscita migliore dal conflitto. Invece quella memoria la conservano solo i panamensi, per i quali tutt'oggi il 9 gennaio è giornata di lutto nazionale in ricordo dei "martiri del 9 gennaio".
Non è un caso se nell'informazione latinoamericana, la lettura della guerra in Ucraina è molto diversa dalla nostra, se si legge El Clarin, pagina12, media argentini, media brasiliani, si trovano letture talvolta opposte a ciò che si legge in Europa. Letture che talvolta sono sbilanciate in senso contrario a quelle delle nostre televisioni europee. Perché proprio come nell'Est europeo hanno conosciuto l'imperialismo russo, in sudamerica è ben conosciuto l'imperialismo di targa opposta, e a loro è probabilmente più facile vedere le colpe occidentali degli ultimi anni nel contesto europeo.
Le semplificazioni e i manicheismi sono sempre nemici della pace a mio avviso. E parlare di complessità non significa non riconoscere che Putin è un tiranno che si è macchiato di innegabili crimini e che Noriega era un dittatorello. Significa riconoscere anche i propri sbagli, le proprie responsabilità. A livello collettivo come individuale, è sempre facile vedere le colpe altrui, molto più difficile vedere le proprie. Ma farlo, come ricorda Barbara Spinelli, è un contributo non irrilevante alla pace.
Anche il doppiopesismo non è di aiuto alla pace. Finché un ospedale colpito dai missili susciterà reazioni diverse se a colpirlo sono i nostri nemici oppure sono i nostri "amici", sarà molto semplice al nostro nemico utilizzare lo stesso linguaggio nostro. Nascondersi dietro alle nostre stesse parole, alle nostre stesse giustificazioni. E allora le frasi dette dagli israeliani quando colpiscono un'ambulanza o un ospedale a Gaza, verranno ripetute dal nostro nemico russo. La bustina di Colin Powell usata come "pistola fumante" potrà essere copiata da Lavrov per una analoga menzogna, la retorica usata per bombardare Baghdad o Kabul diverrà quella del nemico.
La guerra in Ucraina, come la pandemia, sono crisi globali che mostrano anche una necessità di cambiare tante cose, sia locali che globali. Con la pandemia non abbiamo granché sfruttato l'occasione. La retorica bellicista che sta imperversando in Europa sembra indicare che probabilmente non sfrutteremo neanche questa.
Eppure in queste ore gravi e angosciose servono come il pane delle voci capaci di indicare una strada di cambiamento e di trasformazione.
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Uscito sul numero 239 (Aprile 2022), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
