Archivio › Fuori Binario n. 239 · Aprile 2022 › pagina 5
LA GUERRA IN CASA
Quel Dostoevskj inopportuno, o della costruzione del nemico
Manifestazioni grottesche e allarmanti della prevalenza di un pensiero unico che mette al bando ogni voce critica
Lorenzo Guadagnucci · Fuori Binario n. 239, Aprile 2022, pagina 5
Le lacrime di Paolo Nori, nel video in cui annunciava la soppressione decisa dall'Università Bicocca di Milano "per motivi di opportunità" del suo ciclo di lezioni dedicate a Dostoevskj, sono le lacrime di chi è cresciuto nella convinzione che la cultura, la conoscenza, il dialogo siano l'essenza - non un dettaglio - di una società libera, aperta, democratica; sono lacrime versate in giornate drammatiche. Dal 24 febbraio viviamo in un clima che ci riporta agli incubi di oltre un secolo fa, al "maggio radioso" del 1915, quando una forsennata campagna politica e mediatica d'impronta nazionalista spinse l'Italia, fin lì neutrale, a entrare nella Grande Guerra, "l'inutile strage", come l'avrebbe definita di lì a poco papa Benedetto XV. Gli italiani, in grande maggioranza, avrebbero probabilmente preferito mantenere la neutralità, e allo stesso modo la pensavano molti importanti leader politici del tempo, ma il nazionalismo e i suoi chiassosi strumenti di propaganda e mobilitazione ebbero la meglio. I dubbiosi e i neutralisti finivano alla gogna, tacciati come traditori incapaci di cogliere lo "spirito dei tempi".
Oggi il campo è meno chiaro di allora e il fronte "interventista", che pure non si definisce così, ha scelto fin dall'inizio di mantenere una certa ambiguità circa i propri obiettivi e le conseguenze delle proprie scelte iniziali (la terza guerra mondiale?), e tuttavia è riuscito a dispiegare la sua potenza informativa, tacitando o escludendo dal discorso pubblico le voci dissonanti, chiunque tentasse di spingere all'approfondimento, alla valutazione attenta di ogni passo.
Su giornali che pure si definiscono liberali e moderati sono comparsi articoli di irrisione e di condanna di intellettuali di valore - da Donatella Di Cesare a Luciano Canfora, da Barbara Spinelli a Sergio Romano e Tomaso Montanari - rei di avere messo il caso Ucraina in una prospettiva storica e di non condividere né le scelte compiute da Italia e Unione europea né i toni da scontro di civiltà assunti dai media interventisti.
Ha preso corpo un nuovo maccartismo. Abbiamo visto commentatori esclusi dai dibattiti televisivi per le loro posizioni, corrispondenti Rai accusati di intelligenza col nemico, osservatori indipendenti messi fuori gioco attraverso la definizione - arbitraria e non argomentata, va da sé - di "filoputiniani". La stessa manifestazione pacifista del 5 marzo a Roma - sostenuta da grandi sindacati e centinaia di organizzazioni - è stata minimizzata e messa sotto attacco, finché l'antipacifismo non è diventato senso comune nel flusso informativo dei grandi media.
Fra censure dirette e scomuniche mediatiche, siamo precipitati in un vortice di non-dibattito che ci ha privati degli strumenti più preziosi in una fase tanto delicata e pericolosa come quella cominciata il 24 febbraio: il confronto leale, l'onestà intellettuale, il rispetto dell'altro, il pluralismo delle idee.
Comunque vada a finire, abbiamo assistito al fallimento - triste e pericoloso - di una cultura liberale che almeno nel mondo dell'informazione si è rivelata fragile e insicura di sé stessa.
"Dunque l'uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?" (Fëdor Dostoevskij)
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Uscito sul numero 239 (Aprile 2022), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
