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Fuori Binario n. 227

Marzo 2021 · 39 articoli · ISSN 2784-9384

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Invisibili per leggeStefania Valbonesi e Giuseppe Cazzato · Residenze negate ai più fragili

Per lo Stato tutti devono averne una. Per il Comune, un regolamento vince sulla Costituzione. È così che a Firenze la legge viene applicata in modo punitivo. La residenza resta una chimera.

Sulla base dei numeri forniti dall'amministrazione comunale fiorentina, sono tanti i cittadini che trasmigrano nell'invisibilità: 1.177 cancellazioni nel 2017 e 786 nei primi 6 mesi del 2018. Pur in assenza di dati recenti, si teme che i numeri in quest'ultimo anno non siano diminuiti, nonostante il consiglio comunale abbia approvato nell'aprile 2020 la mozione 455/2020 che impegnava l'amministrazione a sospendere le cancellazioni anagrafiche durante la pandemia. Permettere a tutti i cittadini dimoranti nel comune di Firenze di avere la residenza ha impegnato molte realtà, movimenti, sindacalismo di base, realtà politiche oltre ad alcuni consiglieri comunali, che parlano di "vulnus giuridico".

La morte civile

Le cancellazioni in oggetto sono quelle per irreperibilità, che comportano la cancellazione tout court del cittadino dai registri anagrafici, consegnandolo a una sorta di morte civile: si perde il diritto all'iscrizione al servizio sanitario nazionale, al centro per l'impiego, niente domanda per il reddito di cittadinanza e per tutte le misure di welfare per cui la residenza è requisito indispensabile, non si esercita il diritto di voto, non si accede al bando Erp.

La cancellazione per irreperibilità è regolata dal combinato disposto dell'art.11 del Dpr 223/1989, "la cancellazione dall'anagrafe della popolazione residente viene effettuata quando a seguito di ripetuti accertamenti, opportunamente intervallati, la persona sia risultata irreperibile" dell'art.4 della L. 1228/1954: "L'ufficiale di anagrafe invita le persone aventi obblighi anagrafici a presentarsi all'ufficio per fornire le notizie e i chiarimenti necessari alla regolare tenuta dell'anagrafe. Può interpellare allo stesso fine, gli enti, amministrazioni e uffici pubblici e privati" e della circolare Istat 21/1990 "le cancellazioni per irreperibilità dei cittadini italiani o stranieri devono essere effettuate quando sia stata accertata la irreperibilità al loro indirizzo da almeno un anno e non si conosca l'attuale loro dimora abituale". La cancellazione per irreperibilità dovrebbe quindi avvenire dopo ripetuti e intervallati controlli, svolti anche interrogando le banche dati di altre amministrazioni pubbliche e private, in seguito ai quali l'ufficiale di anagrafe certifica che il cittadino (il procedimento non può durare meno di un anno) risulta irreperibile.

Lo Stato non vuole cancellazioni

Se invece dai controlli effettuati risulta che il cittadino si trova ancora sul territorio comunale, soccorre l'art.5 della L.1228/1954 "L'ufficiale di anagrafe che sia venuto a conoscenza di fatti che comportino l'istituzione o la mutazione di posizioni anagrafiche, per i quali non siano state rese le prescritte dichiarazioni, deve invitare gli interessati a renderle. In caso di mancata dichiarazione, l'ufficiale di anagrafe provvede di ufficio, notificando all'interessato il provvedimento stesso".

L'intenzione del legislatore è chiara: ogni cittadino, anche contro la sua volontà, purché presente sul territorio nazionale deve essere iscritto nei registri anagrafici. La cancellazione anagrafica dovrebbe essere l'ultima ratio, interesse dello Stato è sapere dove stanno i suoi cittadini e di conseguenza registrarli. È necessario che quanto riportato nei registri anagrafici sia rispondente alla realtà, sia perché la corretta tenuta dei registri è presupposto per il riconoscimento dei diritti costituzionali, che per assolvere a molte funzioni di competenza dello Stato, fra cui la programmazione delle misure economiche e dei servizi sanitari e sociali, il controllo del territorio e l'ordine pubblico. L'ufficiale di anagrafe procede alla cancellazione solo quando ha la certezza che quel cittadino non è più presente sul territorio del Comune, altrimenti dovrà iscriverlo: ad un preciso indirizzo anagrafico se il cittadino dispone di altra dimora abituale, al domicilio indicato (anche un'associazione o un indirizzo virtuale), se senza fissa dimora. In via residuale, nel comune di nascita. Ma spesso non è così.

Il paradosso dell'irreperibilità

Un caso emblematico. M.R. è ricoverato in ospedale e il suo percorso sanitario lo tiene lontano dal domicilio per lungo tempo. Così viene avviato il procedimento di cancellazione per irreperibilità, che si conclude con la notifica della cancellazione per irreperibilità all'indirizzo di ultima residenza. Ma il messo incaricato lo trova in casa, allo stesso indirizzo dove era stato dichiarato irreperibile. Il messo consegna nelle mani dell'irreperibile l'atto di irreperibilità. Il lieto fine: M.R. si è rivolto ad un legale che ha presentato un'istanza per il ripristino della residenza, l'istanza è stata accolta e la residenza è stata ripristinata. Ma il problema rimane, e spesso chi è colpito da simili provvedimenti attraversa momenti di gravi difficoltà personali e non ha la capacità e le risorse per rivolgersi ad un legale o per esperire in prima persona le pratiche per il riconoscimento dei suoi diritti.

Tirando le fila, se rendere le dichiarazioni anagrafiche è un diritto/dovere del cittadino, procedere alla registrazione delle stesse è un obbligo per l'ufficiale d'anagrafe, salvo successivi controlli.

Il caso dei senza fissa dimora

Una fattispecie che merita particolare attenzione è quella della cancellazione anagrafica dei senza fissa dimora.

L'Istat, ente a cui è affidato il compito di vigilare sulla regolarità delle anagrafi, scrive nella sua Guida alla Vigilanza Anagrafica del 2010: "per le persone senza fissa dimora non è applicabile il procedimento di irreperibilità a seguito di ripetuti accertamenti (art.11, c.1, lett. C. del regolamento), in quanto manca del tutto il fondamento stesso della cancellazione per irreperibilità, ossia la perdita della dimora abituale. È invece possibile la cancellazione per irreperibilità al censimento, poiché tale rilevazione si svolge su tutto il territorio nazionale e tutte le persone presenti hanno l'obbligo di censirsi".

Ricordiamo che lo Stato ha competenza esclusiva in materia anagrafica (art.117 Cost.), disciplinata dalla L. 1228/1954 e dal Dpr 223/1989. Il Sindaco, nello svolgere le funzioni di ufficiale di anagrafe, agisce quale ufficiale di governo e non come capo dell'amministrazione comunale (art.10 L.142/1990) e nello svolgimento di questa funzione delegata deve attenersi strettamente alla normativa statale che regola la materia. Il Comune di Firenze, invece, regola le registrazioni e le cancellazioni anagrafiche dei senza fissa dimora sulla base di 2 provvedimenti dirigenziali disposti dalla Direzione Servizi demografici e dalla Direzione Servizi sociali su mandato della delibera di Giunta 50/2016.

Un regolamento vince sulla Costituzione

Il primo atto dirigenziale, la DD 2045 del 4/4/2016, definisce con un "Atto di accordo tra Comune di Firenze e le associazioni o gli enti che lavorano per la prevenzione della marginalità e a sostegno dell'inclusione sociale" il percorso di acquisizione, permanenza e cancellazione della residenza anagrafica delle persone senza fissa dimora.

Con un accordo tra soggetti che non hanno competenza in materia anagrafica, stipulato con associazioni di privati cittadini, "si introducono modalità che prevaricano la legge ponendo condizioni non previste dalla normativa anagrafica al solo fine di limitare le iscrizioni e accelerare le procedure di cancellazione (su quest'ultimo punto la stessa delibera di Giunta, a dispetto delle linee guida Istat che ritiene non applicabile la cancellazione per irreperibilità dei senza fissa dimora dà mandato per trovare modalità di cancellazione rapida per i senza fissa dimora)", spiegano i Cobas comunali.

Una norma dannosa

L'Accordo individua l'indirizzo di via del Leone 35, presso il centro diurno "La Fenice", come sede di domiciliazione principale per i senza fissa dimora, demandando ai servizi sociali il compito di comunicare con nota informativa la presenza continuativa sul territorio, lo stato di bisogno sociale del cittadino e la disponibilità del centro diurno alla domiciliazione. Le iscrizioni saranno effettuate solo per la nuova iscrizione a seguito di cancellazione per irreperibilità da parte del comune di provenienza; il cambio di domicilio a seguito di irreperibilità; la reiscrizione da irreperibilità da parte del Comune di Firenze. In altre parole: prima si deve essere cancellati per irreperibilità, poi si può essere iscritti al domicilio di via Del Leone. Un danno per i cittadini, in quanto la preventiva cancellazione per irreperibilità porta a perdere la continuità di residenza, indispensabile per numerose prestazioni di welfare, devastante per lo straniero, che non potrà far valere gli anni di presenza sul territorio necessari per ottenere la carta di soggiorno o la cittadinanza.

Si affida poi alle associazioni, quindi a soggetti privati, il compito di "fornire gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti atti a stabilire l'effettiva sussistenza e permanenza del domicilio sul territorio comunale", "monitorare la presenza sul territorio, per cui la persona dovrà presentarsi una volta al mese presso la sede dell'associazione o in via del Leone 35". Se non si presenta? Dopo 4 mesi viene cancellata dall'anagrafe con effetto immediato.

Tirando le fila: il senza fissa dimora viene assoggettato a misure che "da un lato, limitano la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in contrasto con l'art. 16 Cost., dall'altro impongono obblighi non previsti da alcuna normativa".

Il secondo atto, redatto dal dirigente dei Servizi anagrafici, recepisce le condizioni dell'Accordo stabilendo la procedura adottata dal Comune per l'iscrizione anagrafica dei senza fissa dimora. Si prevede all'art.1 che il servizio di ricevimento e assistenza dei senza fissa dimora, richiedenti iscrizione anagrafica, sarà effettuato esclusivamente su appuntamento con prenotazione allo 055055 e che per questo servizio saranno dedicati 2 giorni alla settimana.

Tempi di attesa punitivi

Ebbene, l'art.13 DPR 223/1989 prevede l'obbligo per il cittadino di dichiarare all'ufficiale di anagrafe ogni modifica della sua situazione anagrafica entro 20 giorni. Peccato che i tempi d'attesa delle prenotazioni allo 055055 siano di diversi mesi. Allo stesso articolo la legge dispone che le dichiarazioni possono essere sottoscritte di fronte all'ufficiale di anagrafe o possono essere inviate per posta o telematicamente (art 38 del DPR 445/2000). In seguito alla pandemia, il Comune accetta l'invio in forma telematica o per posta di queste dichiarazioni, ma non modifica l'atto dirigenziale.

All'art.2 si subordina la compilazione della dichiarazione alla verifica preliminare dell'esistenza dei requisiti elencati nell'accordo tra Comune e Associazioni, ultronei rispetto ai dettati normativi, poi viene fatta compilare la richiesta con il rilascio di "una ricevuta che indica che la conclusione definitiva del procedimento di iscrizione avverrà solo dopo lo svolgimento dell'istruttoria descritta negli articoli seguenti". Alla dichiarazione del cittadino non segue l'iscrizione anagrafica, secondo l'art.5 della L.35/2012, che impone la registrazione entro 2 giorni lavorativi.

Disparità di trattamento

All'art.3 si dispone l'invio della richiesta all'ufficio Inclusione sociale che contatta il cittadino per un colloquio di valutazione professionale approfondita rispetto alle problematiche socio-sanitarie dell'utente "con la collaborazione delle associazioni di volontariato". Fatta la valutazione, entro 60/90 giorni ritorna all'ufficio anagrafe, che potrà richiedere alla polizia municipale ulteriori verifiche e controlli. Dopodiché l'Anagrafe decide se inviare al cittadino la comunicazione di fine procedimento, procedendo all'iscrizione anagrafica o al motivato diniego.

L'art. 4 dispone una ricognizione su tutte le persone che avevano ottenuto la residenza virtuale in via Lastrucci per verificare se siano in carico o meno ai servizi sociali comunali. In caso di verifica negativa si dovrà procedere alla cancellazione anagrafica della persona.

Queste disposizioni creano di fatto una disparità di trattamento illegittima fra cittadini che hanno la possibilità di indicare una dimora abituale e cittadini senza fissa dimora.

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Senza casa e quindi senza dirittiStefania Valbonesi e Giuseppe Cazzato · Residenze negate, le storie

Il paradosso di Mauro e Giuseppe. Un decreto del Governo Renzi colpisce chi è disperato. Chi non ha alternative all'occupazione è tagliato fuori.

Mauro, nato a Palermo, muratore, sposato e separato. La coppia abitava nelle case popolari. I due si separano e la casa rimane a moglie e figli. Mauro perde la casa e il lavoro. "Dopo una settimana che dormi su una panchina - spiega - è difficile lavorare sulle impalcature". Unica possibilità, una casa occupata. Almeno un tetto sulla testa, si potrebbe pensare. Ma ecco che scatta un altro inghippo, l'art.5 del Decreto Renzi-Lupi (47/2014) che ha disposto che "chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l'allacciamento ai pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo".

"Mai nella storia repubblicana un governo si era spinto a tanto, guidato da un odio di classe estremo non ha esitato a stravolgere il dettato costituzionale, espellendo dallo Stato di diritto e privando del diritto basilare all'esistenza migliaia di persone costrette a vivere in alloggi occupati per l'alto costo degli affitti e per il fallimento delle politiche abitative" dicono dai sindacati di base.

Il contrasto con le norme costituzionali e con la legge anagrafica è risultato da subito evidente agli stessi uffici ministeriali che hanno prontamente inoltrato tramite le prefetture precise indicazioni per risolvere l'intricata questione. L'atto di risoluzione emanato con nota n.633 del 24/2/2015 del Ministero dell'Interno oltre a rilevare che "l'argomento in oggetto ha assunto profili alquanto controversi" conclude affermando che "i principi sanciti dalla legge anagrafica, in particolare dal chiaro disposto dell'art.2 della L.1228/1954, dispongono che tutte le persone che vivono e continueranno a vivere stabilmente sul territorio di un comune debbano essere iscritte all'anagrafe di quel Comune. Poiché il criterio generale e prevalente del "luogo di dimora abituale" non può essere applicato a coloro che abitino in un immobile occupato abusivamente, non è possibile individuare altra soluzione se non l'iscrizione "per domicilio", in analogia con le persone senza fissa dimora. Tale soluzione, garantisce il rispetto del diritto all'iscrizione anagrafica e, di conseguenza, di tutti i diritti costituzionalmente garantiti per i quali essa costituisce il presupposto fondamentale."

Inoltre, il Decreto Minniti (14/2017) prevede che "In caso di occupazioni abusive di immobili, in presenza di persone minorenni o bisognose di aiuto, a tutela delle condizioni igienico-sanitarie il Sindaco potrà consentire, in deroga ai divieti previsti dall'art. 5 del decreto legge 47/2014, il rilascio della residenza e l'allacciamento a pubblici servizi".

Nonostante queste possibilità l'amministrazione comunale di Firenze continua a negare tout court le residenze a chi occupa le case pur sapendo che la persona è presente sul territorio comunale e che dimora stabilmente nell'immobile occupato dove ha dichiarato di abitare.

Risultato? Chi si trova in questa situazione non ha la residenza. Anche se la persona è nata a Firenze e l'amministrazione avrebbe l'obbligo in via residuale ad iscriverlo in anagrafe. È il caso di Giuseppe che, nato a Firenze, si ritrova a non avere una casa e ottiene la residenza in via del Leone come senza fissa dimora. Poi, per avere un tetto sulla testa, si ritrova a occupare una casa, nel frattempo non ottemperando all'obbligo di firma mensile e venendo cancellato dalla residenza di via del Leone. Si presenta nuovamente all'anagrafe per la reiscrizione, ma la sua richiesta viene rigettata. Per il Comune non può essere iscritto in via del Leone perché ha dimora stabile nella casa occupata, non può averla nella casa occupata per l'art.5 del decreto Lupi, e nulla conta che essendo nato a Firenze dovrebbe comunque essere iscritto nell'anagrafe del Comune di nascita. Gli viene negata l'iscrizione. Punto e basta.

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Doppia quarantenaGuido Leoni · Salute mentale, la storia

Guido, in casa famiglia durante la pandemia. La sfida per una vita autonoma ai tempi del Coronavirus. Solitudine e rapporti difficili, ma anche momenti terapeutici.

Guido Leoni, classe 1983, è stato molto in classe, senza fare chiasso. In casa c'era chiasso, allora è andato in casa famiglia. Poi è andato a casa sua, poi casa sua l'ha affittata, ed è tornato in casa famiglia. Ora ha trovato un'altra casa, con una donna di un'altra classe, e, senza fare tanto chiasso, ha capito con classe che ci può essere chiasso in classe e pace in casa e viceversa, ma quello che conta è cosa succede dentro.

Sul fatto che tra vivere in una casa famiglia (struttura residenziale per pazienti psichiatrici) e vivere in un contesto familiare (che sia con i genitori o in una coppia oppure anche da soli) esista una differenza, non ci sono dubbi. Io mi trovo nella quarta struttura della mia vita finora. Dopo l'esordio della mia malattia a 22 anni, ho lasciato la famiglia per trascorrere più di tre anni in una struttura h24, vale a dire coperta dalla presenza di almeno un operatore in ogni ora del giorno e della notte, per tutto l'anno. Poi mi sono trasferito per varie vicissitudini in una struttura sempre H24, ma un po' meno protetta, per un anno e mezzo. Infine ho traslocato in una casa famiglia H12, dove cioè gli operatori erano presenti solo di giorno.

In questa struttura ho cominciato a sperimentare l'autonomia pratica ed emotiva dalla figura dell'operatore, che ha un ruolo di facilitazione, aiuto, riabilitazione e in certo qual modo di protezione. Il passo successivo, circa due anni e mezzo dopo, è stato di entrare nella mia piccola casa di proprietà, farla mia, e dopo due anni di solitudine e autonomia faticose, trovare una ragazza e cominciare a convivere. Nel frattempo lavoravo, e quindi per sei anni è andata abbastanza bene. Poi ho avuto una ricaduta, la mia donna mi ha lasciato, io ho di nuovo chiesto aiuto ed ora sono qui. Nel frattempo avevo affittato la mia casa, quindi una volta finita la relazione non avevo più un tetto. Da otto mesi mi trovo nella mia quarta struttura, H12, la struttura a più alta autonomia in cui sia mai stato. Qui, a differenza degli altri luoghi che ho conosciuto, non arriva mai la mensa. Fare la spesa, cucinare, sparecchiare e rigovernare spetta a noi ospiti.

Ci sono molte cose da sapere sulle case famiglia che non sono conosciute dai più. Innanzitutto la porta è aperta. Di solito se si esce lo si comunica agli operatori, se ci sono, perché nelle H12 la notte è scoperta e sta a noi regolarci. In effetti in molte H24 (forse tutte) la porta di notte è chiusa, perché l'operatore è presente in caso di bisogno, ma ha il suo posto letto e dorme. Ma quello che voglio dire è che nessuna casa famiglia è pensata per limitare il movimento all'esterno dei pazienti, anzi lo incoraggia (in generale) proprio perché ha una funzione riabilitativa e propedeutica all'autonomia. Ogni cosa che si fa o che succede nelle relazioni, è oggetto di confronto, sia estemporaneo con gli operatori, che nel momento dedicato, cioè la riunione presieduta dallo psichiatra o dalla psichiatra responsabile della struttura.

Detto questo arrivo all'argomento di oggi, la quarantena. Proprio qui in questi giorni si è detto che impedire di uscire agli ospiti è un comportamento estraneo ad una casa famiglia, è in contraddizione con l'intento riabilitativo. Ed io ho usato il titolo provocatorio di "doppia quarantena" non per affermare che stare in casa famiglia sia come stare in quarantena, però in questa situazione la sensazione sembra proprio questa. Viviamo lontani dai nostri familiari, e in più siamo costretti a stare in struttura, rischiando di vivere delle dinamiche che non sono per niente riabilitative.

Le tensioni che si verificano non possono trovare sfogo all'esterno. Noi, a differenza delle situazioni di vita autonoma, non ci siamo scelti. La maggior parte delle camere ospita delle coppie (di uomini o di donne). Siamo in nove, ognuno di noi ha delle caratteristiche proprie, delle malattie e delle capacità, delle abitudini sane e dei comportamenti a volte anche pericolosi per sé e per gli altri. A volte siamo costretti a chiamare il 118, a volte lo chiede la persona stessa. E siamo davvero delle persone speciali, perché chi è qua deve avere molte risorse, noi lavoriamo quotidianamente su noi stessi. C'è chi ci mette di più e chi meno... Io sono molto testardo in questo e infatti vengo spesso premiato. Il premio è la vita autonoma, in prima persona, da protagonista, che la malattia ci nega per dei periodi, ma quando ritorna non ha prezzo.

I pazienti non sono degli individui condannati a vita, sono persone, cittadini, che possono trovare le risorse per tornare a camminare con le proprie gambe, e a volte ci riescono poco, a volte di più, a volte per sempre. In questi luoghi si parte dal presupposto che non esiste problema che non abbia una soluzione possibile. La quarantena per noi è una sfida ulteriore e per ora possiamo dire di averla saputa affrontare. Le giornate sono più noiose, anche il fisico ne risente, qualcuno rischia di aver paura a uscire, perché ha perso l'abitudine. Qualcuno smania per farlo e cerca ogni occasione.

Devo dire che anche se un'atmosfera di gruppo non c'è e forse non ci sarà mai, anche perché questi sono luoghi di passaggio (qui la scadenza sarebbe massimo un anno e mezzo circa), nonostante tutto stiamo riuscendo a ricavare dei momenti utili, sani e terapeutici. Abbiamo attivato eccezionalmente quattro tipi di attività: lettura, pittura, ginnastica e meditazione. Sono momenti creativi, oppure utili alla salute, in cui si forma un po' di affiatamento.

Io ho anche le videochat di formazione per il lavoro, la telefonata settimanale con lo psicologo, e le chiamate frequenti con mio padre e con la mia attuale compagna con cui forse tra un po' andrò a vivere. Esco per prendere il tabacco una volta ogni tre giorni e spero tra poco di ricominciare a uscire, anche perché uno come me, alla mia età, né giovane né vecchio, ha ancora tante cose da fare.

(disegno dell'Autore)

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Il virus delle diseguaglianzeRedazione · Diritti

I vaccini non dimentichino i più deboli. Perché nemmeno il Covid è uguale per tutti. Se è accertato che ogni malattia ha un impatto maggiore su chi si trova in stato di difficoltà e di disagio, ciò è ancor più vero quando si tratta della pandemia in corso. Vaccini permettendo, appunto. Considerato che anch'essi, rischiano di rappresentare un paradigma delle disparità.

Il "virus delle diseguaglianze", come è stato definito, ha portato allo scoperto tutte le patologie strutturali del modello economico neoliberale e delle sue diramazioni: l'aspetto sanitario e quello sociale si intersecano con effetti potenzialmente devastanti. E ci sono luoghi interni alla nostra società nei quali le covid-disuguaglianze diventano ancor più evidenti, luoghi in cui la "via di fuga" dal virus quasi non esiste oppure è strettamente correlata alla natura stessa della struttura: ospedali, rsa, istituti penitenziari.

Fra tutti, le carceri restano le più dimenticate. Certo è che gestire l'impatto della pandemia sul sistema carcerario è una sfida irrinunciabile in uno Stato di diritto e di diritti. Strutture da sempre alle prese con gli alti tassi di sovraffollamento, in cui le persone diventano ancor più vulnerabili al virus: il necessario distanziamento sociale è difficile mentre, d'altro canto, si accentua il senso di reclusione per il divieto di visita.

Così, accanto alla richiesta di provvedimenti più forti per ridurre una popolazione carceraria troppo spesso "classista", urge che la campagna di vaccinazione all'interno degli istituti di pena diventi una priorità e che, dopo l'appello del Garante dei detenuti Mario Palma, della senatrice Liliana Segre - che ha presentato un'interrogazione parlamentare affinché "chi è prigioniero non diventi più prigioniero" - dopo i richiami dei Garanti regionali, si proceda alla "doverosa tutela della vita e della salute di chi non ha autonomia di movimento e decisionale".

Richiami sollecitati e rilanciati dall'associazione Antigone: "Sentimenti di odio, risentimento, paura, non devono giocare alcun ruolo in una tale decisione. Non c'è tempo da perdere".

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A rischio l'equilibrio psichico di un italiano su treBeatrice Montini · Salute mentale

Ansia, stress, incubi: il trauma da pandemia può cambiare la vita. Intanto strutture e centri di aiuto restano sottofinanziati.

Secondo l'ultimo rapporto della Società Italiana di Psichiatria il Covid ha messo (e mette ancora) a rischio la salute mentale di 1 italiano su 3. Insonnia, depressione e anche disturbi più gravi sono le manifestazioni di quello che gli psichiatri definiscono il nuovo "trauma da pandemia". Il rischio più diffuso è manifestare il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress (PTSD), con sintomi cronici o persistenti che vanno dall'ansia agli incubi notturni. I più colpiti, ovviamente, sono quelli che si sono infettati, i familiari delle vittime, gli operatori sanitari. E le donne sono più a rischio degli uomini.

Tutte le epidemie, ci spiegano ancora psicologi e psichiatri, sono uno choc e quindi fonte di traumi e stress. Ma per il Covid ci sono stati fattori specifici che hanno amplificato l'effetto delle nostre paure. Il lockdown, l'isolamento, l'incertezza economica hanno stravolto vite sociali, lavorative, familiari. E l'impatto maggiore è stato proprio sulle persone che già vivevano situazioni di difficoltà.

Eppure - e questo è forse uno degli aspetti più contraddittori di questa emergenza - la prima ondata del virus ha colpito e ridotto in maniera evidente anche le attività dei servizi di salute mentale nel nostro Paese. Sempre secondo i dati della Sip il 20% dei centri ambulatoriali è rimasto chiuso e il 25% ha ridotto gli orari di accesso. È accaduto così che, alle consuete difficoltà di funzionamento di questi servizi indispensabili (da tempo messi a dura prova dalla carenza di personale e dai tagli delle risorse) si siano aggiunte anche quelle del Coronavirus. Le visite psichiatriche programmate - si legge nel rapporto - sia a domicilio sia in studio, sono state garantite solo per i pazienti più gravi, in molti casi sono state sostituite da colloqui a distanza.

Tutte le attività hanno avuto una significativa diminuzione: i consulti psichiatrici ospedalieri (-30%), le psicoterapie individuali (-60%), le psicoterapie di gruppo e gli interventi psicosociali (-95%), il monitoraggio di casi nelle strutture residenziali (-40%). Inoltre il numero dei posti letto negli SPDC degli ospedali (dove vengono attuati trattamenti psichiatrici volontari ed obbligatori in condizioni di ricovero) è sceso del 12% a causa della conversione delle unità per pazienti positivi al Covid, o per garantire una maggiore distanza fisica per i pazienti. E infine, come nelle altre discipline mediche, si è registrata una riduzione complessiva dei ricoveri (-87%).

Ma non si tratta solo di un problema italiano. Già prima del Covid, i problemi di salute mentale in Europa colpivano 84 milioni di persone, 84mila le vittime (anche a seguito di suicidi). Le statistiche ci dicono anche che il 5% degli europei ha sofferto di disturbi depressivi e che - si stima - entro il 2030 questi diventeranno la principale causa di disabilità nei Paesi ad alto reddito.

Secondo gli esperti un passo, fondamentale, per cercare di affrontare e migliorare la situazione è quello di superare pregiudizi e stigma sociale verso chi è affetto da disturbi mentali (lievi o gravi che siano). Ma sono soprattutto le risorse economiche messe a disposizione che non bastano. Come è stato evidenziato in un recente rapporto della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf) oggi sulla carta i centri di salute mentale dovrebbero ricevere il 5% del budget sanitario totale, ma nella realtà siamo ampiamente al di sotto, attorno al 3,5%: "È giunto il momento di allinearci al resto dell'Europa - è la richiesta - che destina alla salute mentale anche oltre il 7 o l'8% del Pil".

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Sempre più difficile pagare affitto e speseRedazione · Povertà

Pagare l'affitto e le spese di casa si fa sempre più difficile per chi si è trovato a fare i conti con gli effetti della pandemia. Nei primi cinque mesi di quest'anno, a Firenze (che resta la terza città più cara d'Italia), il numero delle famiglie che si sono rivolte al Sunia, il sindacato degli inquilini, per chiedere un aiuto, è raddoppiato rispetto allo scorso anno, arrivando a 871 casi.

Numeri che, spiegano al sindacato, riguardano soprattutto persone provenienti dai settori più colpiti dalle misure messe in atto per fronteggiare il virus, primi fra tutti il turismo e l'indotto. Nel 2020 sono state 3.496 le domande per il contributo straordinario all'affitto, delle quali 2.450 ammesse (più 110% sul 2019).

Secondo la Caritas diocesana, se aumenta il numero di chi vive in affitto (dai 6.565 del 2019 ai 9.206 del 2020), la maggioranza (il 93%) afferma di non avere un reddito sufficiente per far fronte alle esigenze. In tutta la Toscana, le famiglie che hanno difficoltà con l'affitto sono circa 80mila e sembrano purtroppo destinate a crescere.

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Case popolari, stop al requisito dei 5 anniRedazione · Abitare

Dall'emergenza affitti all'emergenza sfratti, il passo è breve. Negli ultimi anni Firenze ha visto moltiplicarsi il fenomeno del frazionamento degli immobili con alloggi ridotti nelle dimensioni ma non nei canoni di locazione. Che non sembrano subire cali significativi a fronte della crisi derivata dalla pandemia. Secondo le stime del Sunia, il sindacato degli inquilini, da luglio a Firenze potrebbero esserci dalle 130 alle 150 esecuzioni con forza pubblica al mese. "Perché, alle cinquemila emesse prima della pandemia e ora 'congelate', se ne potrebbero aggiungere un altro migliaio".

I bandi per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica usciranno a breve ma non mancano le preoccupazioni: l'Unione inquilini chiede infatti che non venga inserito il requisito dei 5 anni di residenza o lavoro nel comune della richiesta d'alloggio come prevede la legge della Regione Toscana.

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Isolotto, una piazza per Enzo MazziRedazione · Memoria

Una petizione per intitolare la piazza dell'Isolotto, tutta o in parte, a don Enzo Mazzi, prete e guida della Comunità cristiana di base che operò in questa parte di Firenze dal 1957 fino alla morte avvenuta nel 2011, lasciando una traccia indelebile nel rendere viva testimonianza dei cambiamenti rinnovatori del Concilio Vaticano II.

La richiesta, partita da un gruppo di cittadini e rivolta al sindaco di Firenze, Dario Nardella, all'assessore alla toponomastica Alessandro Martini e al presidente del Quartiere 4, Mirko Dormentoni, chiede di rendere omaggio a una figura ancora oggi presente nel dibattito politico e religioso cittadino (e non solo) nel decennale della morte che ricorrerà il prossimo 10 ottobre.

"I lavori di ammodernamento della piazza - si legge nella lettera di accompagnamento - hanno sostituito la tettoia sotto la quale si svolgevano le funzioni: sarebbe bello che con la dedica a don Mazzi venisse ricordata quell'esperienza di popolo e di fede".

Un auspicio che non possiamo che sottoscrivere.

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Ma di che vi stupite se disprezziamo un mondo che non ci ha mai offerto nienteMaurizio De Zordo · Repressione

"Ma di che vi stupite se disprezziamo un mondo che non ci ha mai offerto niente". Questo c'era scritto su uno striscione in piazza lo scorso 3 febbraio, il giorno delle misure cautelari nei confronti di 7 ragazzi per quanto successo la sera del 30 ottobre, durante la manifestazione contro gli effetti della pandemia sulla società. Il messaggio, chiarissimo, rimarrà inascoltato. Eppure forse è una delle cose che più dovrebbe rimanere di quella sera, di questa fase, di questi anni. Perché se si va a vedere il re nudo oltre le sontuose vesti immaginarie, è davvero grottesco lo stupore se davanti a un mondo basato sull'esclusione: dal lavoro, dalla casa, dal reddito, dai diritti, dai sogni, ogni tanto viene fuori la rabbia, anche quella brutta sporca e cattiva. E non è neanche questo il caso, il 30 ottobre non è stata messa a ferro e fuoco la città, nonostante i titoloni sui giornali.

Una generazione di giovanissimi ha detto, in modo disordinato, sgarbato, sgradevole, noi ci siamo, e non vi diamo retta, non diamo retta alle vostre regole, perché non ci sono motivi per cui dovremmo darvi retta. Avrebbe dovuto essere un momento in cui fermarsi a pensare, a vedere, a capire. E invece no.

Tutti in coro a dire Sire, che bel vestito!, e a ripercorrere le consuete strade dello sdegno, della condanna, che roba Contessa!, e infine della repressione. E della punizione. Esemplare, naturalmente. Anche di questo si dovrebbe parlare, interrogarsi, pensare. Ma il coro non ammette stonature, né pause.

Allora lo facciamo noi. Da lungo tempo le nostre società si vanno sempre più disciplinando, con valori e codici sempre più rigidi sotto mentite spoglie di libertà: la totale precarietà diventa flessibilità, l'assenza di futuro è nascosta dietro la menzogna delle opportunità, il tutto apparecchiato su un piano che comprende solo l'individualismo, la competizione, l'assenza di socialità. Un "nuovo ordine" funzionale alla estrazione di valore da ogni aspetto della vita e del mondo, e molto opportuno per depotenziare movimenti di massa e passare alla "guerra civile molecolare come fenomenologia del conflitto sociale contemporaneo, fondato sull'individuo e non sulla classe" (H.M. Enzensberger).

Tutto questo necessita, e favorisce, una stretta repressiva per colpire ogni devianza dai canoni, ogni differenza, ogni diversità che possa davvero metter in discussione il piano del gioco, un gioco a cui tutti siamo tenuti a partecipare, ma che sappiamo solo pochissimi, i soliti, possono vincere. Evidentemente l'emergenza sanitaria ha accentuato e favorito la tendenza, e la cosa drammatica è come questa sia sempre più interiorizzata da parte degli individui: dall'inseguimento da parte degli agenti del runner solo su una spiaggia deserta, alla delazione per chi usciva troppe volte a portar fuori il cane il passo è stato brevissimo. Perché preparato da tempo. Alla repressione istituzionale si aggiunge lo stigma sociale, ed è la carta vincente.

La vicenda di cui parliamo è paradigmatica. Nessuna domanda, nessun dubbio, da parte del potere. Solo condanna, esecrazione. Puntualmente seguita dalla "virile azione delle forze dell'ordine", che con mano d'acciaio hanno individuato e già condannato e punito (evidentemente la magistratura è un optional) i rei. Anche su questo peraltro ci sarebbero da notare alcuni aspetti inquietanti. La convocazione, anonima, della protesta del 30 ottobre è partita, notoriamente, da ambienti di estrema destra. In piazza quella sera c'era una moltitudine senza organizzazione. Ma guarda caso siamo alla solita "cellula anarchica", o agli "ambienti dei centri sociali", che vanno sempre bene. E si vanno a colpire ragazzi che lavorano nei quartieri, che tentano di costruire un qualche tessuto di relazione sociale e qualche brano di consapevolezza per resistere nonostante tutto al "nuovo ordine". Perché qualcuno non lo accetta, e vedi te la combinazione sono sempre quelli i cui nomi vengono scritti sulle ordinanze della questura. Poi ci sarebbe da chiedersi se uguale zelo è riservato alla penetrazione silenziosa - ma neanche troppo - della malavita organizzata che sta infiltrandosi a detta di molti osservatori nei meccanismi della crisi per rilevare attività e ripulire capitali.

E infine il coro dei giornali. E' stato francamente imbarazzante trovare ovunque, in occasione di semplici misure cautelari, quindi in totale assenza di giudizio, nomi, cognomi, storie personali, con interi brani dei verbali di polizia che hanno riempito pagine e pagine. Evidentemente o il livello del giornalismo investigativo si è improvvisamente alzato a dismisura - ma solo per questa occasione - o viene da pensare che i verbali siano stati fatti circolare con l'indicazione di pubblicare tutto. Famiglie messe in piazza, lavori perduti, una gogna che non si vedeva da tempo, una vergogna però non per chi ha trovato il suo nome sbattuto su una pagina di giornale, ma per chi l'ha scritto e pubblicato. Dalla sorveglianza al controllo, da Michel Foucault a Shoshana Zuboff. Il capitalismo, non pago da aver soggiogato la natura vuole ora, con la spinta neoliberista, "soggiogare la natura umana". E, come dice la docente di Harvard, "Basta! Questa deve essere la nostra dichiarazione".

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Ai bambini rom piace la scuolaLuca Bravi · Scuola

Sondaggio nazionale Swg/Kethane. Solo un terzo, però, si sente accettato e valorizzato.

Le scuole sono chiuse dal 5 marzo dello scorso anno e come tutti gli altri, anche gli scolari e gli studenti che vivono nei campi nomadi sono rimasti a casa. Ma quanti sono questi ragazzi? Esistono solo stime: dei circa 20mila rom che abitano i campi, la metà sono minori in età di obbligo scolastico. Una recente ricerca Swg/Kethane condotta in tutto il paese apre però uno spaccato interessante su come gli studenti rom e sinti vivano la scuola: al 64% di loro piace andarci, uno su due ne riconosce l'utilità e il 56% pensa di continuare a frequentarla nei prossimi anni. Solo un terzo di loro però, si sente accettato e valorizzato.

I danni della pandemia

La prima vicenda utile alla riflessione è quella di Sabrina Milanovic, rom italiana e mediatrice culturale che abita nel campo di San Nicolò d'Arcidano in provincia di Oristano. La piccola comunità conta 70 persone ed è composta per la metà da minori. Sabrina racconta: "Devo dire che ce l'abbiamo fatta. Hanno frequentato tutte le attività previste dalle maestre". Il successo, però, non era affatto scontato e per comprenderlo è sufficiente considerare l'allarme lanciato da Sant'Egidio a Roma: "Il 61% dei bambini dai 6 ai 10 anni non ha avuto contatti né ha svolto lezioni scolastiche online".

A Milano, la situazione appare più complessa: i rom sono circa 1.100, di cui un terzo minori. Le istituzioni hanno latitato e la dad si è attivata solo grazie al sostegno del privato-sociale o di altri aiuti ricevuti dall'esterno: sono le relazioni avute precedentemente con l'associazionismo ad aver reso possibile la scolarizzazione con la Dad, anche in una situazione di emergenza sanitaria.

Il caso fiorentino e pratese

Neanche a Firenze ci sono state attività istituzionali. La didattica a distanza ha funzionato anche per i 35 minori dell'ultimo campo ancora abitato, al Poderaccio: "C'è una relazione di fiducia con le famiglie e questo ha permesso di gestire l'emergenza senza dispersioni", ci dice un educatore di una cooperativa. "Il privato sociale ha fatto una parte, mentre la scuola ha sostenuto il rapporto tra insegnanti, famiglie e scolari. Non si è trattato solo di avere un device per collegarsi, ma soprattutto di non far deteriorare la relazione umana. Paradossalmente, ha tenuto meglio la comunità del campo ormai in dismissione che non singoli soggetti rom che vivono da tempo in appartamento".

Ernesto Grandini, della comunità di Prato aggiunge: "Siamo circa 250 e viviamo in piccoli campi familiari da circa 80/90 persone, metà sono minori. Solo il 5% ha perso le lezioni, un buon risultato che nasce dalle relazioni instaurate nel tempo con le scuole. Al sostegno e a favorire il dialogo con i docenti hanno pensato i mediatori culturali, con cui ormai abbiamo un rapporto consolidato".

L'assenza di spazi e strumenti

A Roma, sono 3.600 i rom che vivono in 5 campi autorizzati e 1.200 sono i minori in età scolare. "Con il lockdown soltanto un 20% di questi studenti ha frequentato la didattica a distanza", riferisce Carlo Stasolla, presidente dell'associazione 21 Luglio che da anni monitora la condizione dei rom nelle baraccopoli. "A pesare sono l'assenza di strumenti, la difficoltà nel reperire generi di prima necessità, e anche l'assenza di spazi di studio fruibili".

Ancora una volta sono due gli elementi che hanno permesso di garantire il diritto all'istruzione, seppur ad un numero molto ristretto di studenti: l'associazionismo e l'attenzione di alcuni specifici docenti che si sono impegnati anche al di là del proprio orario di lavoro. Riferiscono tre professoresse: "Siamo andate a cercarli e così sono stati in contatto con noi e con la scuola".

Prospettive di vita migliore

La ricerca commissionata a Swg dal Movimento Kethane ci aiuta a capire meglio il rapporto tra diritto allo studio, famiglie rom e sinte e organizzazioni attive sul territorio. L'indagine è stata condotta lo scorso anno su un campione di 107 famiglie e l'80% degli studenti intervistati risiede in città con più di 150mila abitanti. Il sondaggio rivela che la didattica a distanza ha funzionato meglio nei campi più piccoli, sotto le 100 persone, e che i 2/3 dei genitori ritengono comunque che la scuola sia utile per aprire delle prospettive lavorative e sociali ai figli. C'è quindi "un'ampia comprensione dell'importanza di questo strumento, tra affidamento e attesa", è scritto nella ricerca.

La doppia vita di Michele

Sempre i due terzi degli intervistati ritengono che, nonostante gli sforzi, la scuola faccia fatica a confrontarsi con le famiglie rom e sinte. Emerge quindi un punto chiave: viene segnalata la "troppa distanza" della scuola dalle famiglie e questo rischia di compromettere alla base il rapporto tra i due soggetti protagonisti. "Agli zingari non piace andare a scuola, non interessa", si diceva un tempo. Gli studi più recenti hanno dimostrato, però, che spesso pesa lo stigma dell'antiziganismo latente, cioè di quell'odio diffuso che nel nostro paese è presente nell'86% della popolazione.

Ormai è chiaro che si tratta di un pregiudizio: gli studenti rom e sinti riconoscono la scuola come elemento di promozione sociale e culturale per la piena inclusione, la apprezzano, ma scontano l'assenza di relazione dentro/fuori dalla comunità. Dice Michele, 13 anni: "Non posso presentarmi nello stesso modo fuori e dentro al campo, spesso devo nascondere dove abito per essere accettato".

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ForoMondo, dove \"vivere\" la cittadinanzaGiulia Del Re · Strumenti

Il sito gestito dalle cooperative sociali che da anni lavorano coi rom fiorentini.

Foromondo.it, come indica il nome stesso del sito - Foro ("città" in romanes) e Mondo - è un luogo dove si cerca di costruire relazioni significative tra comunità rom e non rom, pensando che sia possibile creare un linguaggio comune.

Questo sito rappresenta un punto di arrivo e di rilancio per le relazioni costruite negli anni insieme a molte famiglie rom fiorentine e intende essere un possibile punto di riferimento anche per l'intera cittadinanza; una piattaforma web mirata, ma non specifica, per questa popolazione.

L'obiettivo generale è quello di sviluppare o rafforzare percorsi di cittadinanza reale e forme di confronto e dialogo interculturale. È in sostanza un "luogo" dove sensibilizzare e dare valore a temi quali il riconoscimento linguistico e culturale delle minoranze, la cittadinanza reale e le pari opportunità. Un luogo che raccoglie anche informazioni utili per rendere più accessibili i servizi su temi quali Scuola, Lavoro e Formazione, Salute, Casa e Cittadinanza favorendo percorsi di autonomia e partecipazione.

Il sito ForoMondo nasce dalla collaborazione di due cooperative sociali che da anni lavorano con le comunità rom del territorio fiorentino: CAT (www.coopcat.it) e CEPISS (www.cepisscoop.it).

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Volontari in carcere (per tacer dei somari)Salvatore Tassinari · Giustizia

Gli uomini e le donne di Pantagruel a sostegno di chi vive il dramma del carcere.

L'associazione Pantagruel nasce a Pistoia, promossa da Giuliano Capecchi, sul finire del secolo scorso, e svolge volontariato nel carcere della città. Nel 2001 si trasferisce a Firenze, e da quel momento opera nella casa circondariale di Sollicciano, mentre dal 2016 inizia a svolgere volontariato anche nel carcere a sorveglianza attenuata Mario Gozzini (il cosiddetto Sollicianino). Lo scopo che Pantagruel, per statuto, si prefigge è quello di difendere i diritti dei detenuti, di fatto in gran parte disattesi nella vita quotidiana del carcere. Soltanto il diritto alla libertà dovrebbe essere sospeso, mentre tutti gli altri, dal diritto al lavoro al diritto allo studio, dal diritto alla salute a quello all'affettività, dovrebbero essere garantiti. Così purtroppo non è.

Gli inizi

All'inizio dell'attività fiorentina, Pantagruel è una piccola associazione e la sua attività in carcere è promossa da un piccolo gruppo di volontari. È a partire dal 2008 che si verifica una crescita progressiva, tanto che nel giro di pochi anni entra in carcere un numero cospicuo di volontari, che assicurano la presenza dell'associazione ogni giorno della settimana. L'attività principale è quella dei colloqui con i detenuti e le detenute che ne facciano domanda. Ognuno dei nostri volontari si prende cura di un certo numero di persone, che accompagna durante l'esecuzione penale, offrendo loro sostegno e aiutandole a ripensare la propria vita, in vista del reinserimento nella società. Questi colloqui, peraltro, sono sicuramente un contributo al "trattamento" previsto dalla Costituzione.

Quasi tutti gli altri interventi nascono, invece, dalla progressiva caduta della funzione pubblica nella gestione della pena; sono infatti sostitutivi di servizi che dovrebbero essere forniti dall'amministrazione, nel rispetto delle norme dell'ordinamento, le cui previsioni sono nei fatti totalmente disattese (dal lavoro riconosciuto come fondamentale per la rieducazione, e il conseguente reddito guadagnato, all'abbigliamento). I nostri interventi sono articolati in progetti e servizi.

La poesia delle bambole

Il progetto più antico, risalente al 2001 e tuttora attivo, è "La poesia delle bambole", consistente nell'attivazione di un laboratorio nel carcere femminile di Sollicciano, ove si avvicendano gruppi di detenute impegnate alla costruzione di bambole di stoffa secondo il metodo steineriano. Dal 2004 è stato aperto, presso la sede dell'associazione in via di Mezzo 39/r, un altro laboratorio di bambole che ospita detenute in semilibertà o in affidamento, o anche ex-detenute che devono affrontare il problema del reinserimento sociale. I risultati sono stati notevoli: rispetto all'elevata percentuale di recidività, nessuna delle detenute passate attraverso il nostro laboratorio è ritornata in carcere.

Educare con gli asini

Un secondo progetto, che Pantagruel gestisce in collaborazione con l'Associazione Volontariato Penitenziale (AVP), è il "Progetto Francesco", relativo alla gestione di un magazzino all'interno del carcere dove vengono raccolti capi di abbigliamento destinati ai detenuti indigenti, reperiti dai nostri volontari nel territorio dell'area fiorentina. L'amministrazione penitenziaria fornisce soltanto la biancheria del letto. Il progetto Francesco distribuisce, su richiesta, anche i francobolli, ora fornitici da una congrua offerta dell'amministrazione delle Poste.

Gestiamo, poi, il progetto interno al carcere femminile "Educare con gli asini", che prevede la cura di due asinelle, presenti nell'area verde di Sollicciano, da parte di alcune detenute, seguite da una operatrice psicologa e da nostri volontari, con la disponibilità di un veterinario per l'assistenza agli animali. Le detenute curano quotidianamente le asinelle, con queste praticano un rapporto affettivo molto importante per la loro salute psichica. Di quando in quando le asinelle vengono condotte nel Giardino degli Incontri, dove si svolgono le visite dei familiari ai congiunti detenuti, spesso con la presenza dei bambini, cui le asinelle offrono una nota diversa e inaspettata. La finalità più ambiziosa di questo progetto è quella di favorire l'uscita in permesso delle nostre "asinare" (così chiamiamo le detenute addette a questo progetto), che accompagnano, insieme con l'operatrice, le asinelle presso ludoteche, scuole dell'infanzia, mercati, feste di paese, ecc.

Gli "spiccioli" fondamentali

Quanto ai servizi che assicuriamo in carcere, così a Sollicciano come al Gozzini, il più importante è quello di fornire gratuitamente gli occhiali ai detenuti che ne hanno necessità, e non hanno risorse economiche né familiari che possano provvedere.

Provvediamo poi a fornire i mezzi indispensabili per rendere reale il diritto assoluto di comunicare con i familiari e col difensore, ma che rischia di essere un diritto negato per mancanza della risorsa necessaria per sostenere il costo della telefonata, che noi offriamo a richiesta nella misura di 5 euro. Sempre per i detenuti indigenti sosteniamo la spesa per acquisire la cartella clinica, o materiale sanitario prescritto dal medico ma non fornito dalla Asl. Ai detenuti che dispongono non più di 1,5 euro e che da tempo non dispongono di fondi, forniamo a richiesta 10 euro per acquistare il tabacco, un caffè, una cartolina, un giornale e così via.

Un'esigenza di civiltà

Come abbiamo già detto, la nostra attività non ha una finalità assistenziale, anche se si esprime nelle azioni ricordate, ma risponde ad una "esigenza di civiltà", di fronte ad una situazione che non può essere passivamente accettata. Una situazione in cui sono disattesi dignità e diritti dei detenuti, in una città, patria di Cesare Beccaria, che fu la prima nel mondo ad abolire la pena di morte e ad impostare un politica penitenziaria particolarmente avanzata.

I progetti e i servizi di cui sopra vengono finanziati con i contributi ricorrenti della Regione Toscana, dei comuni di Firenze e Scandicci, della Tavola Valdese, della Fondazione Cassa di risparmio di Firenze, e di quella di Pistoia e Pescia, e con i contributi straordinari di Caritas, Banca di Cambiano, e delle altre associazioni di volontariato, come il Muretto della Comunità delle Piagge, l'AVP, l'Altro Diritto, oltre di singoli cittadini e dei soci della nostra associazione.

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Lupi ecosostenibili ma affamati di suoloRadio Wombat · Urbanistica

La campagna tra Firenze e Scandicci al centro di una grande operazione edilizia. Non esente da critiche.

L'ex caserma Lupi di Toscana è un'area dismessa tra Firenze e Scandicci. Se ne parla quando la giunta di turno ha bisogno di accrescere la propria autostima e di credere nella propria capacità progettuale.

Recuperare quella zona risponde infatti ai requisiti di una "piccola" Grande opera, con quello che ne consegue. Soprattutto se utilizzata per proseguire l'espansione dell'urbe fiorentina, ormai da decenni satura di cemento ma sempre appetibile per chi del mattone ha fatto il suo business. Radio Wombat ha dedicato una puntata di Stampa Rassegnata proprio a questa vicenda (http://sr135.vado.li/).

La giunta Nardella ha spiegato come il progetto di recupero sia pronto per la Valutazione ambientale strategica (Vas). Ci ha colpito la forma adottata nel comunicato, le parole d'ordine, la retorica utilizzata che abbiamo provato ad analizzare criticamente. Le prime due righe chiariscono già molte cose: "Un 'quartiere' nuovo, contemporaneo, ecosostenibile e incentrato sull'housing sociale".

Anzitutto un "quartiere", il che denota la dimensione dell'opera, ma anche l'intenzione di costruire un insediamento urbano con strade, infrastrutture, case, negozi, a lato di una zona densamente popolata come Scandicci. L'intervento annunciato consuma molto suolo: d'altra parte è il quartiere che dovrà essere nuovo, non certo il modello di sviluppo applicato. Segue poi l'aggettivo "contemporaneo", un riempitivo che non aggiunge nulla. Con "ecosostenibile" si entra nel vivo del discorso. Per prevenire le critiche è meglio tirare fuori le parole scomode per primi, per mettersi dalla parte del giusto: dalla quantità di suolo consumato potrebbe infatti pensare che si tratti di una colata di cemento contemporanea sì, ma molto "vecchio stile".

E ancora: "La parte dell'intervento, che riguarda la costruzione degli edifici, prevede la demolizione di gran parte dell'attuale ex Caserma (circa 33mila mq) e la realizzazione di un nuovo insediamento con un mix funzionale articolato in diverse destinazioni d'uso: residenziale (social housing per 36mila mq), commerciale (4mila mq), direzionale (6mila mq), turistico-ricettivo (5mila mq) e industriale/artigianale (2mila mq), per una superficie complessiva di circa 53mila mq".

Si demoliscono quindi 33mila mq per edificarne 53mila: 20mila in più. Bisognerebbe forse intendersi sul significato di "ecosostenibile". Per noi sostenibile è ciò che non consuma suolo. In verità se volessimo essere virtuosi dovremmo dire, ciò che restituisce suolo, quindi addirittura ne consuma meno. Se con "ecosostenibile" si intende invece che gli edifici saranno costruiti secondo criteri di risparmio energetico, possiamo essere contenti per i futuri abitanti, ma resta l'impatto sul consumo di suolo e la cementificazione.

I 20mila mq in più erano presenti già nel bando di idee lanciato qualche anno fa. Nella descrizione della gara si leggeva: "Il progetto deve prevedere l'utilizzo di SUL in trasferimento, attraverso il meccanismo della perequazione previsto dal RU, fino ad un massimo di 20mila mq". Al di là del lessico urbanistico/burocratese si noti come "fino ad un massimo" si sia tradotto esattamente nel massimo. E come l'aumento del suolo consumato fosse già stato preventivato e giustificato attraverso il meccanismo della perequazione urbanistica, ovvero quel gioco dei bussolotti per cui può costruire di più subito in un certo luogo e recuperare poi da un'altra parte.

In ultimo "social housing": locuzione dalle mille sfumature, nelle intenzioni delle amministrazioni di solito sostituisce il termine "edilizia popolare", che ricorda anni di fallimenti istituzionali e risulta molto poco "cool". È stato ampiamente utilizzato fin dai tempi della giunta Domenici che proprio sull'urbanistica ha perso ogni reputazione, travolta dagli scandali legati all'industria del mattone. Si riferisce a una vasta gamma di situazioni: si passa dagli affitti calmierati con strutture pubbliche o private, fino a forme di autorecupero. Da sottolineare come con "social housing" negli anni sia stata anche etichettata edilizia privata costruita con largo uso di finanziamenti pubblici: in cambio di affitti a prezzo calmierato per alcuni anni, soggetti privati con pochissimo capitale hanno edificato decine di migliaia di metri quadri di suolo.

Analizzando il comunicato del Comune insomma non riusciamo a vedere sostanziali novità. Persiste in noi il dubbio che sullo sfondo rimanga la solita e malsana idea di edilizia, poco intenzionata a abbandonare le vecchie, pessime, abitudini.

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Ristori e bonus: troppe leggi in attesa dei decreti attuativiRedazione · Burocrazia

Decreti attuativi, regolamenti e circolari ingolfano spesso l'entrata in vigore di una legge che, come ci si potrebbe aspettare, non avviene subito dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. C'è bisogno infatti di una serie di atti che spesso vengono emanati dopo mesi.

Certo non è una novità per i governi che si susseguono: il precedente ha lasciato all'attuale 539 provvedimenti da portare a compimento. Sui 792 relativi alle riforme varate nel passato esecutivo, ne sono stati adottati solo 253. L'ingorgo amministrativo rallenta l'attività dei ministeri e i più penalizzati sono Mef, Giustizia e Sviluppo economico.

Basti pensare alla legge Ristori: mentre è in arrivo la quinta, per le precedenti si aspettano ancora 14 misure su 21. Lo stesso vale per i bonus, anch'essi in attesa delle norme che li facciano diventare operativi.

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Biotestamento: Firenze a quota 1.800Redazione · Fine vita

Sono 1.800 le dichiarazioni di testamento biologico pervenute a tutt'oggi al Comune di Firenze e inoltrate al ministero della Salute.

Le Dat (ovvero "dichiarazioni anticipate di trattamento") possono essere consegnate direttamente agli uffici dello Stato civile, dove è attivo uno sportello apposito: da qui vengono trasmesse al dicastero competente che provvede a inserirle nella banca dati nazionale.

Con il biotestamento, che è un documento legale a tutti gli effetti, una persona fa conoscere quali sono le proprie volontà riguardo ai trattamenti sanitari da intraprendere nel caso in cui fosse impossibilitata a farlo nel momento della necessità.

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Caporalato, piaga europeaRedazione · Schiavitù

Lavoratori - spesso migranti di origine straniera - reclutati da intermediari che organizzano la manodopera per conto di imprenditori di pochi scrupoli e ancor meno umanità: sfruttati, sottopagati, senza il rispetto dei contratti (quando ci sono), degli orari di lavoro, delle misure di sicurezza.

Un fenomeno, il caporalato, diffuso in agricoltura, nell'allevamento, nel facchinaggio, nell'edilizia. "Un affare di padroni e di padrini", come è stato definito.

L'ultimo rapporto dell'associazione ambientalista "Terra!" ne racconta la dimensione continentale attraverso una serie di inchieste sul campo svolte in Italia, Grecia e Spagna. Ne emerge un dossier che punta il dito sui vuoti normativi, su un'economia di filiera fragile, sulla inefficacia dei controlli.

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Tortura a San Gimignano, dieci condanneRedazione · Fascismi

Sono stati condannati i dieci agenti di polizia penitenziaria del carcere di San Gimignano accusati di avere usato metodi violenti contro un detenuto tunisino durante un trasferimento coatto di cella avvenuto nell'ottobre 2018.

Le condanne vanno da 2 anni e tre mesi di reclusione ai 2 anni e 8 mesi. Durante il dibattimento sono state usate le immagini delle telecamere di sorveglianza. La sentenza ha inoltre riconosciuto l'accusa oltre che di lesioni, anche di tortura come reato autonomo.

"Ancor più grave - ha commentato l'avvocato Michele Passione, parte civile per il garante nazionale dei detenuti - se chi lo commette porta una divisa".

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Sciopero dei riders, prima i diritti: \"Stop alle app. Non ordinate la cena\"Fuori Binario · Capitalismo estrattivo

26 marzo giornata di boicottaggio delle multinazionali. Lotta per i diritti fondamentali: contributi, ferie, malattia.

I rider tornano a mobilitarsi, proclamano un'altra giornata di sciopero nazionale il 26 marzo e invitano gli utenti delle app a solidarizzare con loro e a non usare i servizi di consegna a domicilio per tutta la giornata di protesta. I ciclofattorini della rete nazionale "Rider X i Diritti" hanno detto un chiaro e deciso "no" all'accordo Assodelivery-Ugl, considerato un accordo capestro in quanto conferma la natura autonoma del rapporto di lavoro tra rider e piattaforme.

D'altro canto, la loro battaglia è volta invece al riconoscimento del vincolo di dipendenza che permetta ai lavoratori dei servizi di consegna-cibo di godere di diritti fondamentali come quelli ai contributi e ai periodi di ferie e di malattia.

Lo sciopero è stato deciso in un'assemblea che si è svolta "a distanza ma partecipatissima", con 32 città connesse in tutta Italia, e "una copertura pressoché totale di tutte le piattaforme", nella quale è stato posto l'accento anche sui risultati dell'indagine coordinata dalla procura di Milano sui legali rappresentanti di Uber Eats, Glovo-Foodinho, Deliveroo e JustEat che ha stangato le società del food delivery con una sanzione amministrativa di oltre 700mila euro che prevede il recupero dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi nonché l'adempimento di tutti gli obblighi sulla sicurezza del lavoro.

Secondo gli inquirenti, infatti, i fattorini non possono essere considerati lavoratori occasionali in quanto inseriti stabilmente nel ciclo produttivo, seppur a distanza e attraverso l'uso di piattaforme. Dall'indagine, che ha preso in considerazione 60mila rider per circa tre anni, è emerso che la loro presunta autonomia è ridotta alla scelta delle fasce orarie sebbene, anche in questo caso, sia spesso condizionata dai punteggi che il sistema informatico attribuisce sulla base di puntualità, rapidità, accettazione degli ordini. Un circolo vizioso che porta il rider a non poter rinunciare, pena la retrocessione e, di conseguenza, minori opportunità di lavoro in seguito. Lo stesso vale per gli infortuni che, non essendo coperti, obbligano a lavorare anche in condizioni di salute non buone oppure a cedere temporaneamente il proprio account a terzi.

Se poi si considera anche come i fattorini siano costantemente geolocalizzati e come gli operatori intervengano durante le fasi della consegna, si comprende come la pressione sia continua. Una lotta, quella dei rider, che acquista un significato e un peso di rilievo considerato che durante questa pandemia sono stati equiparati ai lavoratori essenziali.

Le rivendicazioni passano anche attraverso una sempre maggiore consapevolezza di essere categoria, come dimostra l'elezione qualche mese fa a Firenze di Talem Parigi quale rappresentante per la sicurezza di Just Eat con seggi volanti allestiti davanti ai fast food.

La rappresentanza è un altro tema caldo nel mondo dei rider. Che vogliono che la loro voce venga ascoltata. Senza dimenticare la prossima emanazione della direttiva del Parlamento europeo sul salario minimo legale e il riferimento, sempre in sede europea, ai lavoratori atipici delle piattaforme digitali, con l'invito a migliorarne il quadro legislativo e a garantire maggiori tutele.

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Rompete le righe: torniamo a schola con creativitàLaura Bardelli · Banchi di sabbia

Qualcuno dovrà spiegare, prima o poi, com'è che dal latino schola, che indicava il luogo da dedicare al tempo libero, il termine sia poi arrivato a designare il luogo deputato dell'istruzione obbligatoria. Quanto coatta lo dicono le centinaia di edifici che somigliano più a delle carceri che a degli ambienti destinati allo studio, e con la loro mole cementizia percorrono la penisola.

Ho sempre pensato che una vera rinascita della scuola dovrebbe passare dagli spazi, perché è assodato che questi modellano i comportamenti ed inducono o inibiscono le occasioni di conoscenza ed aggregazione. Lunghe teorie di banchi disposti in file singole, di sedie scomode ed inadatte a corpi che crescono, appendiabiti sbilenchi, lavagne tradizionali affiancate da quelle multimediali galleggiano nel nulla, e la dicono lunga sulla mentalità gentiliana e punitiva che ancora presiede all'istruzione nel nostro paese. Niente cartine, fotografie, libri; niente armadi che sennò se li tirano addosso, niente cassetti: in nome della sicurezza sul lavoro le scuole sono ormai asettiche come uno studio dentistico e frequentate dai più con lo stesso entusiasmo. L'emergenza permanente di Covid-19 ha fatto il resto.

Ma chi l'ha detto che si debba stare impettiti, soli, allineati e coperti come in trincea, e con il fucile perennemente puntato? Che la postura dell'istruzione debba per forza essere militaresca, burocratica e coercitiva? Sediamoci intorno a un tavolo di legno, invece, e impariamo fra pareti colorate, volumi illustrati, riviste, musica, cuscini e un giardino per respirare. Accanto al mouse impugniamo di nuovo penne, matite colorate e pennelli, martelli, zappe, ago, filo, ferri da calza e uncinetti, maschi e femmine insieme, mangiamo ciò che abbiamo coltivato, creiamo un vero ambiente di apprendimento. Passeggiamo da peripatetici fino a Barbiana, facciamo una rivoluzione morbida ed inesorabile: al diavolo il registro elettronico e la normativa ministeriale. Torniamo a schola.

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I martiri del Campo di Marte, memoria antifascista allo stadioRiccardo Michelucci · Firenze resistente

Costruito nei primi anni '30 su progetto di Pier Luigi Nervi, lo stadio comunale di Firenze è una delle opere di spicco del razionalismo italiano e non stupisce che il regime fascista, che viveva in quel periodo la sua fase di maggior splendore, l'avesse trasformato in una vetrina sportiva per il Duce e i suoi gerarchi.

Per anni, fino alla caduta di Mussolini, l'impianto che tuttora ospita le gare casalinghe della Fiorentina fu intitolato a quello che il fascismo considerava un "martire" della causa, Giovanni Berta, un giovane in camicia nera che rimase ucciso nel 1921, nel corso di scontri con i militanti social-comunisti sul Ponte alla Vittoria.

Al suo interno conserva anche un importante monumento legato alla guerra di Liberazione dal nazifascismo. È il sacrario in onore dei martiri di Campo di Marte, collocato sotto la torre di Maratona, a pochi metri dal settore "ospiti" dello stadio. Proprio lì, il 22 marzo del 1944, i fascisti fucilarono cinque giovani toscani che si erano rifiutati di rispondere alla chiamata di leva della Repubblica di Salò.

Antonio Raddi, Guido Targetti, Leandro Corona, Ottorino Quiti e Adriano Santoni erano cinque contadini di ventuno anni che furono arrestati dai repubblichini in seguito a una spiata e condannati a morte per "dare un esempio" ai fiorentini. Vennero fucilati all'alba da un plotone riluttante, composto da altri giovani che per paura di ritorsioni si erano arruolati controvoglia. Alcuni svennero, altri spararono in aria nel tentativo di non colpire i condannati. Alla fine fu necessario l'intervento del "boia" di Villa Triste, Mario Carità, che li finì a uno a uno con un colpo di pistola alla testa, a bruciapelo. Gli abitanti del quartiere furono costretti ad assistere all'esecuzione, la cui barbarie è rimasta a lungo nella memoria dei fiorentini.

Ogni anno, il 22 marzo si celebra all'interno dello stadio, nel luogo esatto della strage, il ricordo dei martiri del Campo di Marte, che nel 2008 sono stati anche insigniti della medaglia d'oro al valor civile.

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Vaccini per tutti e cure gratuite. Firma la petizione europeaFuori Binario · Accesso ai farmaci

L'iniziativa dell'ICE: nessun profitto sulla pandemia. Trasparenza e controllo sul denaro pubblico impiegato.

Un'Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), promossa da autorevoli personalità di vari Paesi e autorizzata dalla Commissione europea. L'obiettivo della petizione è di raccogliere un milione di firme online, di cui 180 mila in Italia, per chiedere che l'accesso a vaccini e cure anti-pandemiche sia gratuito e garantito a tutti, a livello globale, che vi siano trasparenza e controllo sul denaro pubblico utilizzato per sviluppare le tecnologie sanitarie e nessun profitto da parte delle aziende farmaceutiche a scapito della salute delle persone. Mentre il contagio si diffonde a macchia d'olio, le soluzioni devono viaggiare altrettanto velocemente. Nessuno è al sicuro finché tutti non hanno le stesse possibilità. Vediamo in dettaglio quali sono le richieste.

Salute per tutti

Abbiamo tutti diritto alla salute. In una pandemia, la ricerca e le tecnologie dovrebbero essere condivise ampiamente e velocemente, in tutto il mondo. Una società privata non dovrebbe avere il potere di decidere chi ha accesso a cure o vaccini e a quale prezzo. I brevetti forniscono a una singola azienda il controllo monopolistico sui prodotti farmaceutici essenziali. Questo limita la loro disponibilità e aumenta il loro costo per chi ne ha bisogno.

Trasparenza totale

I dati sui costi di produzione, i contributi, l'efficacia e la sicurezza dei vaccini e dei medicinali dovrebbero essere pubblici. Così come i contratti tra autorità pubbliche e aziende farmaceutiche.

Denaro pubblico, controllo pubblico

I contribuenti hanno pagato per la ricerca e lo sviluppo di vaccini e trattamenti. Ciò che è stato pagato dalle persone dovrebbe rimanere nella loro disponibilità. Non possiamo permettere alle grandi aziende farmaceutiche di privatizzare tecnologie sanitarie cruciali che sono state sviluppate con risorse pubbliche.

No al saccheggio delle Big Pharma

Le grandi aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto da questa pandemia a scapito della salute delle persone. Una minaccia collettiva richiede solidarietà, non profitto privato. I fondi pubblici dovrebbero sempre essere accompagnati da garanzie di disponibilità e convenienza. Non si dovrebbe permettere a Big Pharma di saccheggiare i sistemi di sicurezza sociale.

Gli obiettivi della petizione

Visto il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e in particolare gli articoli 114, 118 e 168, la petizione chiede alla Commissione europea di proporre una normativa volta a garantire che i diritti di proprietà intellettuale, inclusi i brevetti, non ostacolino l'accessibilità o la disponibilità di qualsiasi futuro vaccino o trattamento Covid-19. Tra le richieste anche che la legislazione dell'Ue in materia di dati e esclusività di mercato non limiti l'efficacia immediata delle licenze obbligatorie rilasciate dagli Stati membri. Si chiede inoltre di introdurre obblighi legali per i beneficiari dei fondi Ue per quanto riguarda la condivisione di conoscenze in materia di tecnologie sanitarie, di proprietà intellettuale di dati relativi al Covid-19 in un pool tecnologico o di brevetti; nonché eguali obblighi in materia di trasparenza sui contributi pubblici, sui costi di produzione e per le clausole di accessibilità e convenienza abbinate a licenze non esclusive.

Per firmare https://noprofitonpandemic.eu/it/

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La buona informazione, utile antidoto all'infodemiaGabriela Jacomella · Notizie avariate

Scrivere di notizie "andate a male" non ha mai avuto senso come in questo periodo. In piena pandemia, ci troviamo ogni giorno ad avere a che fare con informazioni nuove che contraddicono quelle appena lette, titoli allarmistici, articoli che aggiungono confusione invece di regalarci un pizzico di necessaria chiarezza, post condivisi sui social network che tutto fanno tranne che aiutarci a comprendere il mondo che ci circonda.

La situazione è talmente grave che già un anno fa il direttore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, aveva lanciato l'allarme: "Non stiamo solo combattendo un'epidemia; stiamo combattendo un'infodemia". Era il 15 febbraio 2020, il mondo ancora non sapeva che quel virus venuto allo scoperto in una metropoli cinese sarebbe diventato una pandemia in grado di mettere in ginocchio l'intera umanità. Questa è la prima di una serie di puntate che vogliono parlare di notizie, giornalismo, e di come riuscire a orientarci nel diluvio quotidiano di informazioni che sembrano pioverci addosso da ogni dove.

L'allarme dell'OMS era profetico: nei mesi seguenti, quando ormai la pandemia ci era addosso, tutti noi abbiamo fatto i conti con la fatica immane di distinguere le notizie valide e verificate da quelle parziali o "avariate". Prendere una decisione su come reagire a un'emergenza diventa impossibile se non abbiamo le conoscenze necessarie, o se queste conoscenze sono comunicate in modo parziale, sbagliato, manipolato.

L'infodemia è questo: il risultato di un'informazione sempre disponibile, che ci assale dagli schermi degli smartphone, dalle televisioni e dalle pagine di giornale, dalle radio e dai computer. Un'informazione che non sempre, purtroppo, è il prodotto di un lavoro giornalistico vero, onesto, trasparente.

L'obiettivo di questa rubrica sarà quello di imparare insieme a "intercettare" i sintomi di una notizia avariata, riconoscere le bufale o le mezze verità, elaborare strategie di difesa.

Per sopravvivere all'infodemia.

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Quando le chat si impongono. La dannazione dell'istantaneaGinox · Cyber bluff

Le chat sono, insieme alla mail, uno degli strumenti più longevi di Internet, ma vengono oggi identificate quasi solamente con l'Instant messaging. Si tratta di un termine molto generico che dice ben poco. Quasi tutta la comunicazione in rete si può tecnicamente fregiare del termine "istantaneo", inteso come piuttosto veloce. Una mail arriva poco dopo aver fatto click, e, senza scomodare Internet, anche un sms è per lo più immediato. Con il termine Instant messaging si identificano però solitamente piattaforme come Whatsapp o Telegram, colossi privati, dati per scontati come fossero un servizio pubblico e essenziale.

Credo che sottolineare il concetto di istantaneità sia funzionale a creare l'illusione di una comunicazione sincrona che superi le distanze spaziali. Illusione perché a rendere l'interazione immediata non è tanto il mezzo, ma le persone. Una comunicazione via chat sembra istantanea fino a quando gli interlocutori rispondono immediatamente. L'instant messaging spinge le persone a accelerare le dinamiche comunicative e legarle a uno strumento, il telefono, che raramente si lascia spento. Le notifiche, la possibilità di vedere se il messaggio sia stato letto, sono esempi di strategie per favorire questa istantaneità, basata sulla velocità di reazione degli utilizzatori.

Il risultato è spesso però una comunicazione più confusa, ambigua, a volte poco significativa, tanto che per sciogliere gli inghippi da Instant messaging si ricorre di frequente alla telefonata.

Si scopre così come il tempo che volevamo risparmiare grazie alla comunicazione rapida e immediata, finisca invece per essere speso nel chiarire la confusione generata da questa accelerazione. Questi servizi sono "gratuiti" nella misura in cui la merce è chi li utilizza, ma sono anche "istantanei" in questo senso: è il rispondere subito allo stimolo della chat che ne determina l'immediatezza. "Instant" si riferisce a noi, non tanto alla tecnologia utilizzata.

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\"Vi faccio leggere Fuori Binario così mantengo la mia famiglia\"Teodor Stanescu · Storia di un distributore

Teodor lavora tra Piazza della Repubblica e via Cimabue. Il suo sogno? Aprire un giornale di strada in Romania.

Un saluto a tutti, sono arrivato in Italia sette, otto anni fa per cercare un lavoro utile a mantenere la mia famiglia, composta da quattro persone, in Romania. Non era facile, trovavo solo qualche piccola mansione da svolgere ogni tanto, insomma non ero felice. Un giorno per caso conobbi Enzo, una persona in età, che distribuiva un giornale in strada e così mi informai di cosa si trattasse. Una volta ricevute le spiegazioni mi invitò a presentarmi alla redazione di Fuori Binario per provare a distribuirlo.

La mia fortuna

Così feci e devo dire che l'accoglienza e le persone che incontrai la prima volta mi fecero stare bene, oltretutto potevo imparare l'italiano, cosa che volevo fare da tempo. E lo avrei imparato più facilmente stando a contatto con le persone. Ho iniziato così a distribuire il giornale per strada nel luogo assegnato. Ognuno di noi ne ha uno per favorirlo nella socialità con il quartiere. Fui davvero fortunato perché dove avrei distribuito era uno spazio di cultura, una libreria nel centro di Firenze, in piazza della Repubblica. C'è sempre un gran via vai di persone con cui piano piano ho fatto conoscenza e talvolta anche amicizia al punto che, fidandosi di me, capita che mi offrano di far loro qualche lavoretto in casa.

Fuori Binario in Romania?

Quando ho iniziato non sapevo bene ciò che offrivo alla gente, anche se a grandi linee mi era stato spiegato dalla redazione. Anche l'avere un cartellino di riconoscimento e un'autorizzazione mi facevano sentire sicuro. Poi, nel tempo, ho cominciato a leggere anch'io e ho capito il forte risvolto sociale che Fuori Binario rispecchia nei suoi contenuti, anche per questo sono onorato di distribuirlo. La redazione tutta mi è divenuta amica favorendomi nella socialità e aiutandomi nei momenti di sconforto.

In questi anni ho vissuto per strada o in luoghi di fortuna, specie d'inverno. Con il ricavo della distribuzione riuscivo a mangiare e a vestirmi e mi concedevo anche qualche piccolo sfizio. Per fortuna non bevo, non fumo e non ho altri vizi. Metà dell'incasso lo spedivo invece alla mia famiglia.

Per concludere voglio dire che in questo periodo ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuta l'uscita di un giornale simile anche in Romania, specie per i tanti giovani che lì vivono per strada, per dar loro una mano ad uscirne. Ringrazio Fuori Binario per avermi dato la possibilità di presentarmi, saluto e ringrazio tutti i nostri lettori che sostengono e supportano questa libera esperienza. In questo momento di cambio alla direzione, mi auguro che si continui a camminare su questa strada lealmente e liberamente.

(testo raccolto da Roberto Pelozzi)

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Il primo maestro. A scuola in KirghizistanGiuliana Mesina · Fuori scaffale

È vero che di aforismi sul senso della lettura come viaggio, fuga, rinascita e resurrezione, ne potremmo scovare a centinaia. Pertanto ci permettiamo di lasciare a ognuno il proprio spirito-guida e di suggerire solo pagine da leggere: fatene quel che volete, ma soprattutto, godetene.

Per l'esordio di questa rubrica parleremo di un piccolo gioiello nascosto: "Il primo maestro" è un romanzo breve, concentrato di lirismo ma anche di tenerezza, dramma, passione. L'autore è stato il più grande scrittore kirghiso, Tschingis Aitmatov (1928-2008), ministro con Gorbacëv durante la Perestroika, ambasciatore del Kirghizistan in Lussemburgo e in Belgio, pioniere di battaglie ambientaliste e pacifiste, nonché sostenitore delle minoranze etniche.

La storia è quella di Djujšen e Altynaj: maestro e allieva, soldato scalcagnato e orfana senza mezzi, tenace leninista e volenterosa studentessa. Una vicenda che offre tanti sentieri al pensiero: la grande importanza della scuola e dell'istruzione, il sentimento che lega le persone attraverso i loro sogni, il contrasto tra un passato conservatore e a volte bestiale e un'idea di futuro fatta di cambiamento e uguaglianza, la presenza muta e poetica di una natura ostile e bellissima insieme, la dolcezza del ricordo, la forza e il coraggio che danno gli ideali, la libertà e l'avventura.

Tutti possono studiare, anche nelle condizioni più proibitive: il maestro indica la strada, è una figura cruciale nella costruzione della propria libertà, il facilitatore dei desideri, l'indicatore dei cammini possibili. Per Altynaj, forse è anche il primo simbolo dell'amore, colui che ha acceso in lei lo spirito di conoscenza e il cuore delle emozioni, schiudendo le porte della fiaba in un mondo arcaico e a tratti crudele. Tutto intorno, la natura indomita delle montagne dell'Asia Centrale che fa da testimone: il ruscello gelato, i due pioppi, la collina in cima alla quale Djujšen costruisce la scuola, gli aironi.

Tschingis Aitmatov, Il primo maestro, Marcos y Marcos, 2020

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Animali e diritto alla città. La felicità dei \"non umani\"Camilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali

Che cos'è, dunque, una città? Forse i suoi palazzi, i suoi monumenti, le sue strade e le sue piazze storiche? O anche le periferie, le vie senza storia, le frazioni più lontane, i condomìni popolari? E che dire dei giardini, dei parchi, dei corsi d'acqua; degli alberi e dei fiori?

E chi sono gli abitanti della città? Quelli insediati nelle zone prestigiose, magari con ruoli di comando, i più stimati e conosciuti, i più potenti? O anche quelli che non fanno notizia, che frequentano luoghi sconosciuti, che non hanno da esibire né averi né poteri, che hanno case comuni o ne stanno cercando una o magari proprio una casa non ce l'hanno? E siamo sicuri che non ci siano altri abitanti della città? Se anche piante, alberi, giardini e parchi fanno parte della città, allora fra i suoi abitanti dovremmo considerare anche gli storni, gli scoiattoli, i cinghiali e i caprioli, i tassi e gli istrici, le gazze e i piccioni e poi cani, gatti e tanti altri animali.

Una città è un sistema complesso e il modo di percepirla, raccontarla e anche viverla è legato alla dimensione del potere. Chi meno ne ha, meno è percepito, meno è raccontato e peggio vive.

A ribaltare il punto di vista, osservando le cose da sotto, dai lati e anche da sopra (per chi sa volare), si capisce tutto meglio. Per esempio che quanto più una città tiene conto dei suoi abitanti considerati marginali, tanto più essa sarà vivibile, democratica e capace di futuro.

Pensiamo agli ultimi degli ultimi nella gerarchia sociale: gli animali non umani. Se la città fosse progettata e vissuta pensando anche a loro, sarebbe ricca di giardini, di parchi, di piante, di vie verdi e di specchi d'acqua; ogni albero avrebbe la dignità che merita, in quanto essere vivente; ogni spazio verde sarebbe collegato agli altri; asfalto e cemento dovrebbero arretrare; l'automobile non sarebbe più la padrona della scena.

In una città così, ci sentiremmo tutti meglio. Per esempio.

[www.restiamoanimali.it]

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Dicerie degli untoriEdoardo Olmi · L'angolo della poesia

FASE 1 DI

Siamo banditi del progresso, malati terminali in una civiltà dove i droni annunciano equinozi di primavera.

La fuga di Olympia in diretta da Barbara d'Urso per applicare la sharia della sanità agli spazi liberati del toccare.

Mendichiamo un'ora d'aria di libertà al sacramento dell'#iorestoacasa; contrabbandiamo sguardi e passeggiate con il cane.

Ipocondriaci per Dpcm immunodepressi nel difendere la vita ed i più deboli.

Col distanziamento sociale delle (r)esistenze - dentro la Wuhan della Bassa Padana, Golia che si è arresa ad un millesimo di micron

Indossiamo le inferriate evitando di inalare moscerini; nel giro del cortile in cinquantaquattro giorni.

Rimandiamo a fine anno la guerriglia partigiana, raccontandoci che niente sarà più come prima.

Eppure le stagioni sfrigolano i tassi corrono veloci lungo via Pietrapiana, delfini vanno a caccia attorno al Lido di Venezia.

Orsi che sgambettano sul passo del Tonale; ippopotami nei resort fra le spiagge dell'Oceano indiano.

Il mondo si è preso qualche anno sabbatico; la scienza ci riduce a particelle di particolato negli spasmi interstiziali della modernità.

FASE 2 DI

I rave in equilibrio sull'elastico le feste di laurea sulle piste ciclabili -

sgomitando affetti stabili di secondo grado, rimasti troppo tempo senza aperitivo sui Navigli.

Assembramenti dei rider al protocollo per le attività economiche (già) essenziali;

ma chi dai primi giorni a mala pena ti scansava adesso fa lo yoga in fila al supermercato.

Pane e coperto servito sotto i portici

nel masticare un senso di horror vacui, fra i Cuba libre offerti alla municipale

nella movida a prova di spillover.

E schermi piatti con le cicatrici dov'è impossibile rimarginare un futuro; lapidato da parole apprese affilate coi pronomi determinativi. - i bagni turchi nelle librerie sfogliano Hikmet coi preservativi per le mani

ed il design di braccialetti accattivanti per corteggiarsi nel #restiamoadistanza; o app Immuni per mappare se anche Wally è prossimo alla soglia di R0

sul profilo FB delle Pari Opportunità le giornate per l'indipendenza dei nativi digitali.

Perché il governatore medio non aspettava altro che un hastag con cui giocare agli eroi mascherati e commentare "Il sacrificio della patria nostra è consumato!" comodamente seduti sul portatile di casa.

Pascolando fra i recinti del #riparTIAMOItalia, ruminando breaking news nella post-truth society

ma preparando assalti frontali ai virus della diffidenza e dell'autodafé.

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Il tennis della politicaRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia

Tu vuoi, tu non tu vuoi, scambiamoci tra di noi, etica centrale... gli esseri umani, arieti e strumenti, leciti o illeciti. Persone, uomini come cose. Si torna o si va avanti? La bava di governo, la solidarietà uccisa da metodi borghesi e fascisti. Fa freddo! Molto, dover condividere qualunque cosa, in questo stato di cose. Rimane solo di esserci, resistere, fino alla fine!

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Il diritto di mendicareAlessandro Simoni · Altri binari

Nel 1995, Fuori Binario era appena stato fondato, la Corte costituzionale dichiara l'illegittimità della norma che puniva la mendicità degli adulti. Sopravvive solo la sanzione per la cosiddetta mendicità "invasiva", depenalizzata nel 1999. Tutto nel totale disinteresse dell'opinione pubblica. Ma il vento sta per cambiare direzione, e di lì a poco parte una gara per riottenere la criminalizzazione del mendicante. Ce l'ha fatta alla fine il governo Conte I (re)introducendo nel primo decreto sicurezza la pena per l'esercizio "molesto" dell'accattonaggio, che il governo Conte II si è ben guardato dal toccare nella revisione dei decreti.

Qualcuno dirà che si punisce ora solo il mendicante che opera con "modalità vessatorie", ma bisogna essere in malafede o molto ingenui per non riconoscere che così si lascia campo libero alla discrezionalità di denunciare secondo umori individuali e direttive politiche.

Nell'attesa di recuperare il reato d'antan vi era quindi in Italia per gli adulti una "libertà di mendicare" senza arrecare disturbo? Ovvio che no. Firenze in testa, si gareggiava in fantasia bipartisan nell'inventarsi ordinanze creative o comminando sanzioni amministrative a raffica sulla base di regolamenti di polizia locale che genericamente proibivano condotte "fastidiose". Contorcimenti che non avrebbero retto in un tribunale, ma l'importante era spaventare persone che un avvocato non se lo potevano permettere.

Chi fosse incuriosito dal tema troverà interessante una recentissima pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo, Lacatus contro Svizzera, che decide a favore di una donna che si era vista convertita in cinque giorni di carcere un'ammenda per aver chiesto l'elemosina a Ginevra. Sono interessanti le conclusioni, ma ancor di più la storia che vi è dietro, dove chi ritiene giusto proibire tout court l'accattonaggio compie una scelta chiara e soprattutto non si sottrae ai giudici. Ma la Svizzera - si sa - è un paese particolare.

  • mendicità
  • accattonaggio
  • decreti sicurezza
  • diritti
  • povertà
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  • decoro

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E finalmente il mareFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

Chi vive vicino al mare non avrebbe bisogno di cercare parecchio per trovare la fonte di energia capace di generare la forza motrice necessaria ad un vivere civile: con le brezze marine, sia di terra che di mare, un mulino a vento lavora praticamente tutto il giorno. Ma il mare gioca col vento ed è innamorato della Luna, basta una brezza leggera e nel giro di mezz'ora alza le onde già di mezzo metro, onde che lavorano la pietra per fare sabbia e sassi tondi fino dalla notte dei tempi, fino alla fine del tempo senza chiedere nulla a nessuno, e la Luna che tenta di raggiungere tutte le volte che gli passa di sopra.

Nelle pause tra le vacanze potrebbe darci una mano lasciandoci trasformare l'energia dell'onda in energia elettrica, che ce ne serve parecchia. Ora accade (quindici anni fa) che in un paese lontano, ma poi neanche tanto (in Danimarca) sanno come prendere le onde. Funziona così: c'è un'isoletta galleggiante con un bagnasciuga sintetico che fa salire l'onda in un catino in alto, da lì l'acqua ridiscende facendo girare una dinamo. Ne servono tante per costituire fattorie energetiche marine, cambia il paesaggio ma in modo temporaneo e poi tante isoline galleggianti che tolgono la forza alle onde possono rallentare l'erosione dei litorali ed essere la salvezza dei pedalò alla deriva.

In Alto Adriatico il mare si alza anche di un metro e poi ripiomba giù un metro sotto il livello che è proprio del mare; in tutto sono due metri, non è tanto se pensiamo ai sedici metri dell'Oceano Atlantico sulla Manica, ma non è poco se pensiamo a quanto pesa una nave e s'alza due volte al giorno e due volte al giorno ricala, è un'esercizio di tutto rispetto e si può usare il peso delle navi sospese nella loro discesa per pompare l'aria compressa nelle paratie mobili di Venezia.

E di questo bisogna ringraziare la Luna.

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Dalla parte dei più fragili, sempreCristiano Lucchi · Editoriale

Quello che avete in mano è un giornale unico per la città di Firenze. Da oltre un quarto di secolo accompagna le persone più fragili nella conquista di un piccolo reddito di sussistenza. Lo fa cercando di dare ai lettori informazioni e strumenti critici per comprendere - e rimuovere - le cause strutturali, politiche, economiche e culturali che producono povertà, esclusione sociale, sofferenza.

Da questo numero, grazie alla fiducia accordatami dall'editore Periferie al Centro, avrò l'onore di accompagnare la redazione come direttore e ribadire così l'impegno storico della testata nella difesa e nel rispetto dei diritti sociali e civili, sempre più erosi dall'introduzione nel dibattito pubblico di parole avvelenate come "degrado", "decoro", "meritocrazia".

La classe sociale dei poveri (sì, le classi esistono ancora, come anche il conflitto) viene infatti sempre più definita per i suoi comportamenti e non solo per la sua bassissima disponibilità di denaro. Chi vive quella condizione "se l'è andata a cercare", perché non adotta quei comportamenti virtuosi praticati invece dalle persone "perbene". Chi è costretto a mangiare cibo da un cassonetto è "degrado" da bonificare ed espellere dal consesso civile e non più qualcuno da aiutare. Fuori Binario continuerà a contrastare questa ideologia che colpisce chi è senza mezzi e non la povertà, le conseguenze dei problemi e non le loro cause. Lo faremo anche grazie ad una foliazione più ampia, una grafica rinnovata, a pagine e rubriche ripensate per rendere più gradevole la lettura e dare il giusto rilievo ai temi sollevati.

A Firenze, come altrove, è lo spazio pubblico ad essere il campo di battaglia della guerra ai poveri, frutto della retorica del decoro. Ne sanno qualcosa le tante persone che bazzicano la nostra redazione. Sedersi su una scalinata, dormire su una panchina, bere o mangiare per strada, assumere "atteggiamenti fastidiosi" (qual è la norma che definisce il fastidio?), li trasforma in veri e propri fuorilegge. Chi disobbedisce a queste norme, chi rientra nella categoria dei "non conformi", i marginali, certo, ma anche gli attivisti dei movimenti sociali, chi vive la città, verrebbe da dire, viene colpito inesorabilmente, nel peggiore dei casi con il Daspo urbano.

A noi di Fuori Binario, e sono certo anche a voi, questa visione della società, questo legalitarismo acritico e privo di ogni senso, fanno ribrezzo. La città appartiene a tutti e a tutte, non solo agli investitori della "città vetrina" - oggi fallita causa pandemia - a cui servono strade pulite dalla feccia umana per far viaggiare in "sicurezza" turisti danarosi. Mese dopo mese racconteremo quindi le storie delle persone costrette a "meritarsi" le prestazioni sociali, ad entrare in percorsi dal sapore pedagogico, a vedere trasformati i propri diritti in concessioni delle autorità. Quelle stesse autorità che Antonio Tabucchi non esitava a definire di "una volgarità insopportabile" nella loro relazione con chi è costretto ai margini.

Faremo un giornale figlio di un'intelligenza collettiva, formata dal desiderio di emancipazione dei più fragili, dalla pazienza e dalla generosità dei volontari, dalla passione civile di giornalisti di professione. Lo faremo, tutti gratuitamente, per la prima volta senza Mariapia Passigli che per 27 anni lo ha diretto con talento e dedizione, senza risparmiarsi, e che oggi ringraziamo per il suo generoso impegno.

Sarà questo però, soprattutto, il giornale di voi lettori e lettrici. Senza le vostre sollecitazioni e senza il vostro contributo economico ai nostri distributori, il nostro compito a difesa delle persone contro il potere e, soprattutto, degli oppressi dai loro oppressori, sarà certamente più difficile.

  • editoriale
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Stazione di postaRedazione · Stazione di posta

Lettere e opinioni.

Per scrivere a Fuori Binario la mail è redazione@fuoribinario.org

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Il lato oscuro della 'legalità'Alessandro Simoni · Editoriale

Fuori Binario ha ora un direttore responsabile che ha accettato la sfida di dare contenuti in parte nuovi a un giornale con una storia di tutto rispetto, se si pensa che è nato nel 1994 solo tre anni dopo The Big Issue, lo street newspaper più famoso al mondo diffuso nel Regno Unito dal 1991. Da allora è passato oltre un quarto di secolo, durante il quale il tessuto urbano e sociale si è profondamente trasformato. La maggioranza dei distributori del nostro giornale ha dietro di sé storie molto diverse da quelle dei primi colleghi e le voci non rassegnate a ritenere immodificabili i meccanismi che producono esclusione e marginalità, da sempre ospitate su Fuori Binario, devono confrontarsi con problemi e avversari differenti.

Saranno i lettori a giudicare se la nuova serie del giornale riuscirà a essere, come è nostra intenzione, un osservatorio non convenzionale che guarda la realtà di Firenze e della Piana come specchio di fenomeni non puramente locali, anche attraverso poesie, disegni e tanti altri frammenti di pensiero creativo.

Il rinnovamento di Fuori Binario prende il via contemporaneamente alla transizione in corso all'interno di Periferie al Centro, l'associazione che lo ha promosso sin dal suo inizio e che da marzo mi vede subentrare come presidente a Mariapia Passigli, che l'ha guidata per oltre venticinque anni con dedizione ed energia infinite. Un passaggio di testimone non semplice, non solo per il profilo di chi mi ha preceduto ma anche perché l'impegno sociale in forma di azione concreta non si improvvisa. Pur avendo studiato a lungo la dimensione giuridica della marginalità urbana come docente universitario, ho accettato questa nuova responsabilità solo perché consapevole di poter contare sulla collaborazione delle persone che di Periferie al Centro sono colonne portanti. Certamente rimarremo in ogni momento, e particolarmente in questa fase, aperti all'ascolto di suggerimenti e critiche, che non faremo mai cadere nel vuoto. Un'associazione non è il suo presidente, e Periferie al Centro continuerà a percorrere il sentiero tracciato attraverso gli anni.

Nell'immediato proporrei una prospettiva da curare con particolare attenzione, quella dei "diritti ridotti a caricatura". Viviamo in un tempo in cui i riferimenti alla "legalità" si sprecano, ma con un distacco sempre più marcato dall'idea di Stato di diritto, inteso come limite all'esercizio arbitrario del potere. L'esperienza di chi si trova a vivere in strada ci aiuta a comprendere come regole apparentemente neutre siano spesso applicate (o direttamente create) così da raggiungere finalità che sarebbe difficile dichiarare apertamente, come l'allontanamento di determinate categorie di persone. In vari momenti, purtroppo, Firenze è stata un laboratorio di questo uso "strategico" della legalità formale. Si tratta di prassi che contengono il germe di derive che dovrebbero essere considerate dannose da tutti, a prescindere dagli orientamenti politici.

In questo primo numero di Fuori Binario nella nuova veste sono offerti alcuni spunti di riflessione su questa dimensione, a partire dalla cancellazione della residenza, spesso trascurata nel dibattito pubblico. È infatti necessaria un'attenzione particolare soprattutto in tempi come quelli che stiamo vivendo, nei quali si rafforza la tendenza a considerare il diritto niente di più che un insieme di strumenti utili a raggiungere rapidamente gli obbiettivi (magari lodevoli) stabiliti da chi è (legittimamente) titolare del potere politico, a prescindere dalle implicazioni per la libertà e l'autonomia degli individui.

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  • giornali di strada
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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Alessandro Simoni, Cecilia Stefani, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuseppe Cazzato, Ornella De Zordo, Sabrina Tosi Cambini, Stefania Valbonesi.

CREDITI FOTOGRAFICI - Cristiano Lucchi (p. 4, 5, 6, 10), Fabio Bussonati (13), Gabriella Falcone (1, 8, 9, 12), Luca Grillandini (3, 4), Giulia Del Re (7), Pantagruel (8).

COLLABORATORI - Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Fabio Bussonati, Felice Simeone, Gabriela Jacomella, Giuliana Mesina, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Riccardo Michelucci, Silvia Sisina Prelazzi, Zara Boatto.

DISTRIBUTORI - Cezar Toma (Piazza Santo Spirito), Clara Baldasseroni (Mugello), Marcel Toma (Libreria via de' Cerretani), Nanu Ghidel (Piazza SS. Annunziata e Borgo S. Lorenzo), Raffaele Venuto (Mugello), Teodor Stanescu (Libreria Piazza Repubblica).

SEDE - Fuori Binario è in via del Leone 76 a Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Per contatti e arretrati www.fuoribinario.org, redazione@fuoribinario.org, 0552286348.

ABBONAMENTI - Annuale 30 euro, sostenitore 50 euro, con versamento sul c.c.p. 20267506 (Iban IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506) intestato all'Associazione Periferie al Centro con causale "Abbonamento Fuori Binario". 5x1000 per Fuori Binario sul codice fiscale 94051000480.

RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli e Mariapia Passigli, che lo hanno fondato, e Sondra Latini per il suo grande lavoro ultraventennale.

OBBLIGHI DI LEGGE - La testata è registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. L'editore è l'Associazione Periferie al Centro, con sede legale via del Leone 76, Firenze. La stampa è realizzata dalla Litografia IP di via Boccaccio 26, Firenze.

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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Per segnalazioni e correzioni: redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gio/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca, 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica, servizi sociali - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 9-12 e 17-20: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609252

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891

PER PARLARE

NOSOTRAS - Donne straniere Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gio/Ve Via Faentina, 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 055211632, 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via delle Ruote, 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via Valfonda 1 - 055294635, 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 15-21: Lu/Ma/Me/Gio/Ve Via Attavante 2 - 0557364043

L'ALTRO DIRITTO Via delle Pandette 35 - 0554374163

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via Giovanni da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per persone italiane Ore 9-12: Ma/Gio per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gio Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e - 05526770

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gio/Sa Via del Leone 35 - 055211632

L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 - 3398210866

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Via R. Giuliani 115/m - 3482324967

IL POZZO, LE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

INFO DIPENDENZE

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve - Chill out zone: Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

SPORTELLO CASA DEL MOVIMENTO Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698

MOVIMENTO DI LOTTA PER LA CASA Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - via Palazzuolo 95 Ore 17-19.30: 2° e 4° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda dietro ufficio postale - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gio Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 335 1246551

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

L'ALTRO DIRITTO Via delle Pandette 35 - 0554374163

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Via G. Pietri 1, via Baracca 150/E - 055301052

  • servizi sociali
  • mense
  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Sali in carrozza?Cristiano Lucchi e Alessandro Simoni · Partecipa anche tu

Cara lettrice, caro lettore, il foglio che hai in mano nasce nel lontano 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione sui fatti della vita. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri distributori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i distributori che incontrate in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora e che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un piccolo reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al distributore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle bollette. Tutto ciò che offrirai in più costituirà il suo guadagno.

Come sostenere il progetto

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000.

Grazie al tuo aiuto Fuori Binario viene distribuito anche all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che offre anche ai senza fissa dimora la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti.

I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada. Ti aspettiamo!

Cristiano Lucchi, direttore Fuori Binario Alessandro Simoni, presidente Periferie al Centro

(Omaggio dello street artist @Drama_Sutra a Enzo, distributore di Fuori Binario)

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Cara MariapiaRoberto Pelozzi · Partecipa anche tu

Roberto Pelozzi, storico distributore e caporedattore di Fuori Binario, ringrazia Mariapia Passigli per i tanti anni al giornale.

Cara Mariapia sono 27 gli anni che hai donato a Fuori Binario, ancora tanti altri alla solidarietà aperta a tutti.

Dopo tanto impegno, l'età e il tuo cammino hanno optato per un più rilassato vivere.

Vogliamo ringraziarti con una nuova composizione del giornale, alla quale partecipano dal vivo persone che hanno a cuore il proseguimento di questa decennale esperienza. Sempre libero, come il suo nome, pieno di quella voglia che ci chiama, tutti per uno, tutti per sempre!

A te il mio affetto, grazie!

Roberto

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Come sostenerciRedazione · Servizio

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  • Fino a 10 euro: 4 cartoline di Fuori Binario, con disegni di Sergio Cerchi
  • Fino a 30 euro: 4 cartoline di Fuori Binario e una nostra pubblicazione tascabile a scelta
  • Fino a 50 euro: 2 libri a scelta tra le nostre pubblicazioni
  • Fino a 100 euro: 4 libri a scelta tra le nostre pubblicazioni
  • Oltre 100 euro: tutte le cartoline, il CD di Diego Moreno "Clochard" e 6 libri a scelta tra le nostre pubblicazioni.

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