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SCUOLA
Ai bambini rom piace la scuola
Sondaggio nazionale Swg/Kethane. Solo un terzo, però, si sente accettato e valorizzato.
Luca Bravi · Fuori Binario n. 227, Marzo 2021, pagina 7
Le scuole sono chiuse dal 5 marzo dello scorso anno e come tutti gli altri, anche gli scolari e gli studenti che vivono nei campi nomadi sono rimasti a casa. Ma quanti sono questi ragazzi? Esistono solo stime: dei circa 20mila rom che abitano i campi, la metà sono minori in età di obbligo scolastico. Una recente ricerca Swg/Kethane condotta in tutto il paese apre però uno spaccato interessante su come gli studenti rom e sinti vivano la scuola: al 64% di loro piace andarci, uno su due ne riconosce l'utilità e il 56% pensa di continuare a frequentarla nei prossimi anni. Solo un terzo di loro però, si sente accettato e valorizzato.
I danni della pandemia
La prima vicenda utile alla riflessione è quella di Sabrina Milanovic, rom italiana e mediatrice culturale che abita nel campo di San Nicolò d'Arcidano in provincia di Oristano. La piccola comunità conta 70 persone ed è composta per la metà da minori. Sabrina racconta: "Devo dire che ce l'abbiamo fatta. Hanno frequentato tutte le attività previste dalle maestre". Il successo, però, non era affatto scontato e per comprenderlo è sufficiente considerare l'allarme lanciato da Sant'Egidio a Roma: "Il 61% dei bambini dai 6 ai 10 anni non ha avuto contatti né ha svolto lezioni scolastiche online".
A Milano, la situazione appare più complessa: i rom sono circa 1.100, di cui un terzo minori. Le istituzioni hanno latitato e la dad si è attivata solo grazie al sostegno del privato-sociale o di altri aiuti ricevuti dall'esterno: sono le relazioni avute precedentemente con l'associazionismo ad aver reso possibile la scolarizzazione con la Dad, anche in una situazione di emergenza sanitaria.
Il caso fiorentino e pratese
Neanche a Firenze ci sono state attività istituzionali. La didattica a distanza ha funzionato anche per i 35 minori dell'ultimo campo ancora abitato, al Poderaccio: "C'è una relazione di fiducia con le famiglie e questo ha permesso di gestire l'emergenza senza dispersioni", ci dice un educatore di una cooperativa. "Il privato sociale ha fatto una parte, mentre la scuola ha sostenuto il rapporto tra insegnanti, famiglie e scolari. Non si è trattato solo di avere un device per collegarsi, ma soprattutto di non far deteriorare la relazione umana. Paradossalmente, ha tenuto meglio la comunità del campo ormai in dismissione che non singoli soggetti rom che vivono da tempo in appartamento".
Ernesto Grandini, della comunità di Prato aggiunge: "Siamo circa 250 e viviamo in piccoli campi familiari da circa 80/90 persone, metà sono minori. Solo il 5% ha perso le lezioni, un buon risultato che nasce dalle relazioni instaurate nel tempo con le scuole. Al sostegno e a favorire il dialogo con i docenti hanno pensato i mediatori culturali, con cui ormai abbiamo un rapporto consolidato".
L'assenza di spazi e strumenti
A Roma, sono 3.600 i rom che vivono in 5 campi autorizzati e 1.200 sono i minori in età scolare. "Con il lockdown soltanto un 20% di questi studenti ha frequentato la didattica a distanza", riferisce Carlo Stasolla, presidente dell'associazione 21 Luglio che da anni monitora la condizione dei rom nelle baraccopoli. "A pesare sono l'assenza di strumenti, la difficoltà nel reperire generi di prima necessità, e anche l'assenza di spazi di studio fruibili".
Ancora una volta sono due gli elementi che hanno permesso di garantire il diritto all'istruzione, seppur ad un numero molto ristretto di studenti: l'associazionismo e l'attenzione di alcuni specifici docenti che si sono impegnati anche al di là del proprio orario di lavoro. Riferiscono tre professoresse: "Siamo andate a cercarli e così sono stati in contatto con noi e con la scuola".
Prospettive di vita migliore
La ricerca commissionata a Swg dal Movimento Kethane ci aiuta a capire meglio il rapporto tra diritto allo studio, famiglie rom e sinte e organizzazioni attive sul territorio. L'indagine è stata condotta lo scorso anno su un campione di 107 famiglie e l'80% degli studenti intervistati risiede in città con più di 150mila abitanti. Il sondaggio rivela che la didattica a distanza ha funzionato meglio nei campi più piccoli, sotto le 100 persone, e che i 2/3 dei genitori ritengono comunque che la scuola sia utile per aprire delle prospettive lavorative e sociali ai figli. C'è quindi "un'ampia comprensione dell'importanza di questo strumento, tra affidamento e attesa", è scritto nella ricerca.
La doppia vita di Michele
Sempre i due terzi degli intervistati ritengono che, nonostante gli sforzi, la scuola faccia fatica a confrontarsi con le famiglie rom e sinte. Emerge quindi un punto chiave: viene segnalata la "troppa distanza" della scuola dalle famiglie e questo rischia di compromettere alla base il rapporto tra i due soggetti protagonisti. "Agli zingari non piace andare a scuola, non interessa", si diceva un tempo. Gli studi più recenti hanno dimostrato, però, che spesso pesa lo stigma dell'antiziganismo latente, cioè di quell'odio diffuso che nel nostro paese è presente nell'86% della popolazione.
Ormai è chiaro che si tratta di un pregiudizio: gli studenti rom e sinti riconoscono la scuola come elemento di promozione sociale e culturale per la piena inclusione, la apprezzano, ma scontano l'assenza di relazione dentro/fuori dalla comunità. Dice Michele, 13 anni: "Non posso presentarmi nello stesso modo fuori e dentro al campo, spesso devo nascondere dove abito per essere accettato".
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Uscito sul numero 227 (Marzo 2021), a pagina 7. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
