Archivio › Fuori Binario n. 227 · Marzo 2021 › pagina 4
SALUTE MENTALE, LA STORIA
Doppia quarantena
Guido, in casa famiglia durante la pandemia. La sfida per una vita autonoma ai tempi del Coronavirus. Solitudine e rapporti difficili, ma anche momenti terapeutici.
Guido Leoni · Fuori Binario n. 227, Marzo 2021, pagina 4
Guido Leoni, classe 1983, è stato molto in classe, senza fare chiasso. In casa c'era chiasso, allora è andato in casa famiglia. Poi è andato a casa sua, poi casa sua l'ha affittata, ed è tornato in casa famiglia. Ora ha trovato un'altra casa, con una donna di un'altra classe, e, senza fare tanto chiasso, ha capito con classe che ci può essere chiasso in classe e pace in casa e viceversa, ma quello che conta è cosa succede dentro.
Sul fatto che tra vivere in una casa famiglia (struttura residenziale per pazienti psichiatrici) e vivere in un contesto familiare (che sia con i genitori o in una coppia oppure anche da soli) esista una differenza, non ci sono dubbi. Io mi trovo nella quarta struttura della mia vita finora. Dopo l'esordio della mia malattia a 22 anni, ho lasciato la famiglia per trascorrere più di tre anni in una struttura h24, vale a dire coperta dalla presenza di almeno un operatore in ogni ora del giorno e della notte, per tutto l'anno. Poi mi sono trasferito per varie vicissitudini in una struttura sempre H24, ma un po' meno protetta, per un anno e mezzo. Infine ho traslocato in una casa famiglia H12, dove cioè gli operatori erano presenti solo di giorno.
In questa struttura ho cominciato a sperimentare l'autonomia pratica ed emotiva dalla figura dell'operatore, che ha un ruolo di facilitazione, aiuto, riabilitazione e in certo qual modo di protezione. Il passo successivo, circa due anni e mezzo dopo, è stato di entrare nella mia piccola casa di proprietà, farla mia, e dopo due anni di solitudine e autonomia faticose, trovare una ragazza e cominciare a convivere. Nel frattempo lavoravo, e quindi per sei anni è andata abbastanza bene. Poi ho avuto una ricaduta, la mia donna mi ha lasciato, io ho di nuovo chiesto aiuto ed ora sono qui. Nel frattempo avevo affittato la mia casa, quindi una volta finita la relazione non avevo più un tetto. Da otto mesi mi trovo nella mia quarta struttura, H12, la struttura a più alta autonomia in cui sia mai stato. Qui, a differenza degli altri luoghi che ho conosciuto, non arriva mai la mensa. Fare la spesa, cucinare, sparecchiare e rigovernare spetta a noi ospiti.
Ci sono molte cose da sapere sulle case famiglia che non sono conosciute dai più. Innanzitutto la porta è aperta. Di solito se si esce lo si comunica agli operatori, se ci sono, perché nelle H12 la notte è scoperta e sta a noi regolarci. In effetti in molte H24 (forse tutte) la porta di notte è chiusa, perché l'operatore è presente in caso di bisogno, ma ha il suo posto letto e dorme. Ma quello che voglio dire è che nessuna casa famiglia è pensata per limitare il movimento all'esterno dei pazienti, anzi lo incoraggia (in generale) proprio perché ha una funzione riabilitativa e propedeutica all'autonomia. Ogni cosa che si fa o che succede nelle relazioni, è oggetto di confronto, sia estemporaneo con gli operatori, che nel momento dedicato, cioè la riunione presieduta dallo psichiatra o dalla psichiatra responsabile della struttura.
Detto questo arrivo all'argomento di oggi, la quarantena. Proprio qui in questi giorni si è detto che impedire di uscire agli ospiti è un comportamento estraneo ad una casa famiglia, è in contraddizione con l'intento riabilitativo. Ed io ho usato il titolo provocatorio di "doppia quarantena" non per affermare che stare in casa famiglia sia come stare in quarantena, però in questa situazione la sensazione sembra proprio questa. Viviamo lontani dai nostri familiari, e in più siamo costretti a stare in struttura, rischiando di vivere delle dinamiche che non sono per niente riabilitative.
Le tensioni che si verificano non possono trovare sfogo all'esterno. Noi, a differenza delle situazioni di vita autonoma, non ci siamo scelti. La maggior parte delle camere ospita delle coppie (di uomini o di donne). Siamo in nove, ognuno di noi ha delle caratteristiche proprie, delle malattie e delle capacità, delle abitudini sane e dei comportamenti a volte anche pericolosi per sé e per gli altri. A volte siamo costretti a chiamare il 118, a volte lo chiede la persona stessa. E siamo davvero delle persone speciali, perché chi è qua deve avere molte risorse, noi lavoriamo quotidianamente su noi stessi. C'è chi ci mette di più e chi meno... Io sono molto testardo in questo e infatti vengo spesso premiato. Il premio è la vita autonoma, in prima persona, da protagonista, che la malattia ci nega per dei periodi, ma quando ritorna non ha prezzo.
I pazienti non sono degli individui condannati a vita, sono persone, cittadini, che possono trovare le risorse per tornare a camminare con le proprie gambe, e a volte ci riescono poco, a volte di più, a volte per sempre. In questi luoghi si parte dal presupposto che non esiste problema che non abbia una soluzione possibile. La quarantena per noi è una sfida ulteriore e per ora possiamo dire di averla saputa affrontare. Le giornate sono più noiose, anche il fisico ne risente, qualcuno rischia di aver paura a uscire, perché ha perso l'abitudine. Qualcuno smania per farlo e cerca ogni occasione.
Devo dire che anche se un'atmosfera di gruppo non c'è e forse non ci sarà mai, anche perché questi sono luoghi di passaggio (qui la scadenza sarebbe massimo un anno e mezzo circa), nonostante tutto stiamo riuscendo a ricavare dei momenti utili, sani e terapeutici. Abbiamo attivato eccezionalmente quattro tipi di attività: lettura, pittura, ginnastica e meditazione. Sono momenti creativi, oppure utili alla salute, in cui si forma un po' di affiatamento.
Io ho anche le videochat di formazione per il lavoro, la telefonata settimanale con lo psicologo, e le chiamate frequenti con mio padre e con la mia attuale compagna con cui forse tra un po' andrò a vivere. Esco per prendere il tabacco una volta ogni tre giorni e spero tra poco di ricominciare a uscire, anche perché uno come me, alla mia età, né giovane né vecchio, ha ancora tante cose da fare.
(disegno dell'Autore)
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Uscito sul numero 227 (Marzo 2021), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
