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Sotto scaccoCristiano Lucchi · Resistenze - Prima pagina
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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi
Scrivevamo nell'estate del 2023 che "le cronache riportano casi di abusi, violenze, soprusi compiuti da uomini e donne in divisa [...] le vittime predilette sono persone considerate marginali: stranieri poveri, senza casa, irregolari vari". È passato più di un anno e se ne è accorta anche la Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI). Nel suo ultimo rapporto dà conto delle raccolta di "molte testimonianze sulla profilazione razziale da parte delle forze dell'ordine in particolare verso la comunità Rom e le persone di origine africana" e che le autorità non sembrano "essere consapevoli dell'entità del problema, e non considerano la profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale". Chiede pertanto al governo italiano "di individuare e affrontare qualsiasi pratica di profilazione razziale da parte delle forze dell'ordine".
Quando si instaura un regime sono sempre i paria, i più deboli, gli esclusi a pagarne per primi le conseguenze. Il governo di Giorgia Meloni sta agendo con molta scioltezza proprio in questa direzione: dal decreto sicurezza 1660 alle riforme istituzionali, dai naufragi celati alla pantomima albanese, dalle dozzine di morti in carcere allo smantellamento dei diritti costituzionali. Cosa serve ancora per una seria e diffusa opposizione culturale, sociale e politica?
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Il giornalismo come missioneOrnella De Zordo · Controvento
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Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Ornella De Zordo
Prima donna reporter nell'America di fine '800, con le sue inchieste fece luce sulla dura vita delle lavoratrici e delle classi povere
Siamo a New York nel 1887. Una ragazza di 23 anni, collaboratrice del New York World diretto da Joseph Pulitzer, scrive uno dei migliori pezzi di giornalismo d'inchiesta del suo tempo. Guadagnandosi il titolo di prima donna reporter d'America, accetta coraggiosamente la proposta del suo direttore di farsi internare in uno degli istituti di igiene mentale di New York "per scrivere un resoconto completo e veritiero sul trattamento delle pazienti lì recluse, sui metodi di gestione e altro ancora." Riesce a fingersi squilibrata e viene dichiarata pazza dai vari medici che la visitano. Internata nel manicomio femminile di Blackwell, vi rimane per 10 giorni, sperimentando l'ignobile trattamento riservato alle recluse.
Da quell'esperienza durissima nasce un reportage di sei articoli (il primo uscito l'8 ottobre 1887), che testimonia il quadro agghiacciante di violenze fisiche e morali inflitte alle pazienti. Pubblicata con il titolo Dieci giorni in manicomio, l'inchiesta ha grande risonanza e dà il via a ispezioni interne e a un'indagine giudiziaria che porta a una gestione più umana del manicomio, un aumento delle cure delle recluse, esami più approfonditi sui singoli casi e altre modifiche che Bly aveva richiesto. "La più grande consolazione ottenuta dalla mia missione è che, a seguito della mia testimonianza, la commissione destinò un milione di dollari -- più di quanto mai fosse stato stanziato -- alla cura dei malati di mente".
L'impegno sociale, in particolar modo rivolto alla condizione delle donne nella società del suo tempo, aveva fin da giovanissima contraddistinto la vita di Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, nata il 5 maggio 1864 non lontano da Pittsburgh in Pennsylvania. Non ancora ventenne, viene notata dal direttore del Pittsburgh Dispatch George Madden, che dopo aver letto la sua lettera a commento di un articolo misogino intitolato "A cosa sono adatte le ragazze", le chiede di scrivere per il suo giornale e il 25 gennaio 1885 pubblica "Il puzzle delle ragazze". Nei suoi articoli Bly sostiene la causa delle donne povere, sottopagate, che lottano per far sopravvivere i figli: "Quelli che hanno tutti i beni di questo mondo possono rendersi conto di cosa significhi essere una povera lavoratrice, che vive in una o due stanze spoglie, senza un fuoco sufficiente per riscaldarsi, mentre i suoi vestiti logori si rifiutano di proteggerla dal vento e dal freddo, e che si nega il cibo necessario perché i suoi piccoli non soffrano la fame... mendicando un lavoro di qualsiasi tipo che le permetta di guadagnare abbastanza per pagare le stanze spoglie che chiama casa, nessuno che le parli gentilmente o la incoraggi, niente che renda la vita degna di essere vissuta?"
La difficile situazione delle lavoratrici è il tema su cui vuole concentrarsi nei suoi articoli, sottraendosi alla richiesta che le viene fatta, in quanto giornalista donna, di scrivere su giardinaggio, moda, società. Ma è la condizione di tutti gli sfruttati che vuol far emergere e, ad appena 21 anni, per raccontare la vita del popolo messicano va in Messico, da cui viene espulsa per aver criticato il presidente Porfirio Diaz in articoli poi raccolti nel volume Sei mesi in Messico.
Instancabile e ormai famosa per le sue inchieste sotto copertura, nel 1888 convince il suo editore Pulitzer a farle realizzare in concreto il famoso Giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne, accettando la sfida di un'impresa che appassionava l'opinione pubblica del tempo. Parte, da sola, per un viaggio che l'avrebbe portata per nave e ferrovia attraverso Inghilterra, Francia, Canale di Suez, Hong Kong, Singapore, Giappone per rientrare a San Francisco accolta come un'eroina dopo soli 72 giorni, 6 ore 11 minuti e 14 secondi.
La sua personalità è poliedrica e qualche anno dopo diviene presidente di una delle più importanti industrie femminili negli Stati Uniti, la Iron Clad Manufacturing Co. Ma la sua professione di giornalista ha la precedenza, e dal 1912 fino alla fine dei suoi giorni scriverà per il prestigioso Evening Journal, sul quale pubblica anche un reportage dalla Manifestazione per il Suffragio femminile del 1913 e articoli come corrispondente di guerra dal fronte orientale europeo durante il primo conflitto mondiale.
Giornalista e attivista, Nellie Bly ritrae dall'interno la condizione di coloro che sono emarginati e disobbedendo a regole e convenzioni scrive storie che avrebbero spostato l'ago della bilancia verso l'uguaglianza e il progresso, convinta che lo scopo del giornalismo fosse di migliorare una società ingiusta e discriminante.
Muore di polmonite a 57 anni e viene sepolta al Woodland Cemetery nel Bronx. Ma la sua presenza è ancora tangibile vicino ai resti del vecchio manicomio di Blackwell, dove dal 2021 sorge l'installazione dell'artista Amanda Matthews a lei dedicata chiamata "The Girl Puzzle Monument". Il monumento, uno dei pochi dedicati a figure femminili, si compone di cinque enormi volti, di Bly e di altre quattro donne, una asiatica, una afroamericana, una ragazza giovanissima, una anziana attivista LGBTQ+. Sono donne che hanno lottato per la libertà e l'emancipazione, commemorate per sempre accanto a Nellie Bly, il cui volto è fuso in bronzo argentato. Gli altri volti sono in puro bronzo, e ognuno di loro è reso in sezioni parziali, giganteschi pezzi di un puzzle che in prospettiva vanno a comporre un insieme, una totalità che allude alla potenza che le donne assumono se lottano insieme per i loro diritti.
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Diritti sotto attaccoTommaso Chiti · Lavoro
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Autore: Tommaso Chiti
Le lotte dei lavoratori del tessile fra aggressioni di stampo mafioso e repressione governativa
Da tempo i sindacati di base e i movimenti locali denunciano come il settore tessile di Prato sia 'distretto fra sfruttamento, incidenti mortali e repressione dei diritti', con un ritorno quasi ottocentesco a dinamiche delle relazioni industriali che si pensavano ormai consegnate alla storia. È stato il caso delle morti sul lavoro di giovani operai come Sabri Jaballah e Luana D'Orazio, oppure delle aggressioni agli operai in sciopero nelle vertenze di Gruccia Creations, TexPrint, Acca, Digi e Dreamland, solo per citare quelli in cui gli aggressori non avevano una divisa indosso.
Uno degli elementi di discontinuità nei fatti di Seano emerge dalla nazionalità degli aggressori, che uscirebbe dal dualismo -- certo secondario a quello di classe -- dei padroni di origine cinese e dei lavoratori sfruttati per la maggior parte di nazionalità pakistana o provenienti dall'Africa sub-sahariana, paventando la saldatura fra gruppi d'interesse orientali e criminalità organizzata anche nostrana, in un territorio sempre più noto per le infiltrazioni mafiose e al centro di traffici che trovano a Prato un terreno fertile anche per il riciclaggio, come dimostra la maxi-inchiesta sul clan Terracciano.
Un'altra connivenza che emerge da questi fatti è quella fra mondi che hanno barattato le prospettive di progresso collettivo per posizioni di rendita, fatte di 'porte girevoli', magari con sindacalisti prestati alla politica, fino a veri e propri profili illeciti, finiti anche al centro delle indagini della Direzione Antimafia. Emblematico a proposito è il caso dell'ex-comandante della caserma dei carabinieri di Prato, il tenente colonnello Sergio Turini, finito a maggio scorso agli arresti domiciliari per corruzione e abuso in atti d'ufficio, insieme all'imprenditore Riccardo Matteini Bresci -- eletto poco prima presidente della categoria Tessile di Confindustria locale --, proprio in seguito ad intercettazioni svolte dagli inquirenti fra soggetti coinvolti nella cosiddetta 'guerra delle grucce'. Un simile epiteto deriva anche dalla scia di violenza a cui sembrano ricorrere i principali concorrenti del settore per accaparrarsi commesse e dettare il livello dei prezzi, facendo registrare accoltellamenti, incendi dolosi come quello appiccato a luglio scorso alla ditta Logistica Xin Shun Da, o intimidazioni, come il più recente rogo notturno dell'auto di un imprenditore, con il ritrovamento di una bara nello stesso parcheggio con la foto del proprietario.
Di fatto la campagna sindacale '8x5' da alcuni anni rivendica l'applicazione di contratti lavorativi a otto ore per cinque giorni settimanali, scoperchiando un vaso di Pandora, accuratamente riposto fra gli interessi corporativi e indicibili di proprietari dei capannoni, imprenditori senza scrupoli e collaboratori corrotti anche fra illustri colletti bianchi.
A fronte dei fallimenti istituzionali o, peggio, delle connivenze, a smascherare questa deriva restano forme di agitazione sindacale come i picchetti agli stabilimenti e i blocchi delle merci, finiti non a caso nel mirino dell'ennesimo decreto repressivo targato Piantedosi. Del resto lo stesso ministro vantava di averlo elaborato anche a questo scopo, tanto da poterlo considerare il precipitato della criminalizzazione del diritto di sciopero.
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La moda degli schiaviValentina Baronti · Lavoro
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Autrice: Valentina Baronti
I grandi marchi gestiti da fondi finanziari si arricchiscono a spese degli operai sfruttati. E a chi si ribella, mazzate
Nei capannoni del distretto tessile più grande d'Europa si lavora anche la domenica e se si sciopera si viene aggrediti con metodo mafioso. "Domani torniamo con la pistola" si sono sentiti dire gli operai in picchetto da un gruppo di squadristi italiani che hanno mandato due di loro al pronto soccorso. Una storia degna di un romanzo di Charles Dickens, ma non siamo nell'Inghilterra del XIX secolo, bensì nella piana pratese degli anni Duemila. L'aggressione è avvenuta all'inizio di ottobre davanti alla pelletteria Confezioni Lin Weidong, fabbrica di otto dipendenti a Seano, in provincia di Prato. Ma è solo l'ultima di una lunga serie che il sindacato Sudd Cobas denuncia da sei anni, con il paradosso che spesso ad essere criminalizzati sono gli operai, perché osano accamparsi davanti ai cancelli e bloccare i camion. Che roba, contessa!
"Il lavoro in Italia è senza contratto", ci racconta un operaio al picchetto di Seano, mentre dietro a noi gli slogan si fanno più forti e il ritmo dei tamburi incalza. Il corteo di tremila persone, che il 13 ottobre ha attraversato la zona industriale, sta per partire. Gli chiediamo di ripetere. Forse non abbiamo capito bene in quel frastuono. "Lavori in questa azienda? Con un contratto per meno ore o proprio senza contratto?". "No, lavoro in un'altra fabbrica, sono qui per solidarietà con i compagni aggrediti. Per tre anni ho lavorato a nero, 12 ore, 7 giorni su 7, per pochi soldi. Non avevamo né ferie né malattia. Quando siamo andati a chiedere diritti al padrone, lui ha parlato in maniera furba. Ha detto che lo stato ruba i soldi a noi e a lui, che senza contratto è meglio. Allora ci siamo rivolti ai Sudd Cobas. Abbiamo scioperato e ora lavoro 8 ore per 5 giorni. Io i soldi li voglio in busta paga".
Il corteo si chiude con una vittoria. Mentre sfiliamo davanti ai capannoni, da uno di questi escono due operai e si mettono in sciopero. Il giorno dopo ottengono l'impegno ad essere assunti a tempo indeterminato: 8 ore per 5 giorni. E anche alla pelletteria Lin Weindong, quella delle mazzate, una settimana dopo è stato firmato l'accordo. Il sistema però è più complesso, perché dietro queste micro-realtà produttive ci sono i grandi marchi della moda, per cui molte lavorano in appalto e spesso se lo sciopero vince, la fabbrica chiude e si sposta poco più in là, impiegando nuovi schiavi e garantendo così il prezzo imposto dalle commesse. Uno dei casi più eclatanti è quello di Montblanc, detenuto da una holding finanziaria, che paga una borsa 40 euro e la rivende a 1400, raggiungendo un fatturato pari al Pil della Slovenia. Qual è la responsabilità dei brand nel sistema schiavistico del distretto pratese? Perché da un lato chiedono la cassa integrazione e dall'altra permettono ai committenti di far lavorare 12 ore per 7 giorni? Da chi sono mandate le squadracce a picchiare gli operai? Domande che poniamo alle istituzioni il giorno dopo il corteo, che per la prima volta ha visto sindaci con la fascia, assessori regionali, sindacati confederali. Domande che esigono una risposta anche a telecamere spente: niente dovrà tornare come prima.
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Produrre libertà col lavoroLorenzo e il Gruppo Carcere della Comunità di base delle Piagge · Istituzioni totali
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Autore: Lorenzo e il Gruppo Carcere della Comunità di base delle Piagge
"Carcere e cittadinanza": un progetto già attivo che coniuga economia circolare e riabilitazione solidale
Abbiamo l'obiettivo ambizioso di "produrre libertà" per le persone detenute nei due istituti penitenziari di Firenze: Sollicciano e Sollicianino. Vorremmo farlo lanciando una sfida al sistema oppressivo dominante, cercando di migliorare il sistema di ascolto e di presa in carico da parte delle associazioni impegnate nel volontariato, un processo in grado di attivare attività di formazione e, attraverso tirocini, un inserimento concreto nel mondo del lavoro.
Ad impegnarsi in questo progetto è la Comunità di base delle Piagge con l'associazione di volontariato Il Muretto e la cooperativa sociale Il Cerro, insieme ad associazioni del territorio come Pantagruel ODV, già attive da anni nel proporre percorsi alternativi alla disumanità del carcere. L'idea è quella di costruire all'interno e all'esterno delle mura laboratori in cui disassemblare i rifiuti provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). Una volta formate le persone a fine pena, che posso scontare la pena fuori o che sono ammesse al regime dell'Art. 21, potranno impegnarsi in tirocini retribuiti oltre le mura.
Unire la dignità di un lavoro fuori dalla cella con la possibilità di partecipare attivamente ad un processo di economia circolare genera un valore economico e sociale positivo, puntando nel tempo anche all'autofinanziamento della filiera. Un valore aggiunto speso sul terreno di una effettiva riabilitazione che non si esaurisce con la fine del progetto "Carcere e Cittadinanza" ma che è in grado di offrire un reinserimento sociale e lavorativo in forma stabile.
Al momento abbiamo avuto importanti interlocuzioni con la direzione del "Mario Gozzini" (Sollicianino) per la creazione di un laboratorio di disassemblaggio RAEE e per definire una convenzione che permetta l'accesso alle misure alternative per alcune persone. Abbiamo inoltre partecipato ad un bando della Regione che ha dato un contributo per finanziare questa "utopia concreta" e sono attivi sia il primo laboratorio interno che quello esterno, alle Piagge.
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Tornare dentro dopo 16 anniRiccardo Boni · Istituzioni totali
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Rubrica: ISTITUZIONI TOTALI | Autore: Riccardo Boni
Una notifica tardiva interrompe il percorso di ricostruzione di chi cercava di ricominciare a vivere dopo la detenzione
Ho raccolto la testimonianza di "uno di noi", qui a Fuori Binario, dopo 16 anni costretto di nuovo in carcere per l'arrivo di un "definitivo". Ecco la sua storia.
Ho fatto molti errori nella mia vita dai 19 ai 50 anni, ma li ho pagati e li sto pagando ancora duramente. Sono stato ospite nelle carceri di Napoli Poggio Reale, di Salerno Fuorni, di Pisa Don Bosco, di Firenze Sollicciano. Nel 2007 ho compiuto un reato per cui sono stato processato e condannato. Scontata la pena, piano piano mi ero ricostruito una pseudo normalità, seguendo un percorso con il Serd ("Servizi per le dipendenze patologiche" ndr), l'assistente sociale, la frequentazione di Fuori Binario -- dove lavoravo in un ambiente socievole che mi ha dato tanto. Facevo le pulizie della sede nonostante potessi muovermi solo con le stampelle a causa dei miei problemi fisici: un ictus, due trombosi e un piede rotto che mi hanno portato a un grave sovrappeso.
Nel novembre del 2023 ero a casa. Ho ricevuto una telefonata in cui mi hanno comunicato che avevo una vecchia sentenza definitiva da scontare per un reato commesso nel 2007, notificato dopo 15 anni. Con questa notizia crollava quel poco che ero riuscito duramente a ricostruire: tutto distrutto. E se avessi avuto una famiglia? Ne avrebbero pagato le conseguenze anche loro.
Commetti un reato, vieni condannato, sconti la pena, e mentre ti rifai una mezza vita ti arriva un definitivo, dopo 15 anni? Distrugge tutto e devi ricominciare da capo. Ero libero e avevo una prospettiva davanti a me. Invece, il 30 novembre dello scorso anno sono venuti a prendermi in borghese mentre pranzavo; sono sceso in strada e mi hanno portato in questura in Via Zara dove mi hanno preso le impronte digitali, fotosegnalato, e poi trasferito a Sollicciano con la volante a sirene spiegate.
Arrivato in carcere mi hanno sequestrato il cellulare, sono passato dalla matricola e ho fatto tutta la solita trafila. All'accoglienza sono stato visitato dal medico, a cui ho spiegato tutto: che ero in cura al Serd di Borgo Pinti e che prendevo vari farmaci per la depressione che mi davano altri problemi tipo sonnolenza, stanchezza, vuoti di memoria, irritazione. Subito, viste le mie patologie, mi hanno mandato al centro clinico e messo in una cella sporca, lurida, sovraffollata, in cui ero l'unico italiano. Una cella di pochi metri quadrati da tre posti occupata da cinque persone, con un solo bagno, sporco, che nessuno puliva mai, al freddo senza riscaldamento, con l'acqua calda per la doccia che arrivava solo al mattino alle cinque o la sera dopo mezzanotte. Spesso dovevamo fare le corse per lavarci perchè di acqua calda ce n'era poca e io con le stampelle avevo grossi problemi ad arrivare in tempo.
Un braccio e undici celle: quando arrivava il vitto il cibo non bastava per tutti, era calcolato per tre persone a cella, quindi per trentatre, ma in realtà eravamo cinque... Così sono dimagrito, tra le razioni scarse e lo schifo del cibo. La persona che portava il vitto, il portavitto, era così sporco, lurido, puzzolente... metteva il cibo nel piatto con le mani sporche.
Il centro clinico dove mi trovavo è una sezione medica attenuata: le celle erano vecchie e fatiscenti, occupate da persone con problemi psicofisici e mentali che avrebbero dovuto stare al Rems ("Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza", di competenza dei dipartimenti di salute mentale, ndr); le visite mediche non funzionavano perchè non c'era personale, non c'erano psichiatri o psicologi. Non c'erano materassi e quelli che c'erano erano vecchi, sporchi, rotti, bucati. E poi cimici, scarafaggi, topi, piccioni. Servivano forse per farci compagnia? La scabbia, praticamente endemica tra noi reclusi, mi è stata curata con un solo trattamento di pomata. Se il centro clinico doveva essere un padiglione igienicamente dei migliori, pensate come potevano essere le condizioni delle altre sezioni.
Poco dopo il mio arrivo, un ragazzo giovane si è suicidato, impiccandosi a 25 anni. Al centro clinico spesso arrivavano persone che si erano procurati pesanti atti di autolesionismo, con ferite da taglio e altro. Altri per aver bevuto il detersivo che passava la sezione per l'igiene. Dopo questi episodi la direzione aveva proibito la detenzione di detersivi e lamette in cella. Alcuni erano da ricovero in ospedale psichiatrico, non da centro clinico, perché il centro clinico non è un centro psichiatrico. Io, con i miei problemi, ero in cella con gente che aveva meno problemi degli altri. La sera passava uno con il carrello dei medicinali e ti dava la terapia: farmaci tipo Valium, Tavor, Xanax, ecc., la cui posologia e funzionalità era controllata dal medico ogni 10/15 giorni.
Di soprusi fisici non ne ho subiti per le mie condizioni e perché ero al centro clinico. Però non c'era socialità, le celle venivano chiuse a discrezione della direzione per una rissa o altro. Non tutti volevano stare al centro clinico e le guardie, se le chiamavi, arrivavano dopo 20 minuti, con comodo! Tanto noi eravamo e siamo scarti. Perché il carcere è una discarica sociale dove non conti e non vali niente.
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Oltre un milione di euroFuori Binario · Lavoro
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Autore: Fuori Binario
L'azionariato popolare sfonda il tetto e l'assemblea approva il progetto per la riconversione verde
Il progetto industriale per la riconversione verde dell'ex Gkn è pronto a partire e il 13 ottobre scorso è stato approvato dalla prima assemblea internazionale dell'azionariato popolare. Nel piazzale della fabbrica si sono riunite tutte le persone e le realtà sociali e sindacali che hanno prenotato azioni per un milione e trecentomila euro. L'assemblea si è chiusa con una risoluzione che mette le istituzioni e la politica tutta davanti a una nuova scadenza: "In assenza di seri passi avanti nelle condizioni finora insoddisfatte per l'avvio del piano entro il 15 di novembre -- si legge nella risoluzione --, l'assemblea valuterà se confermare o meno la propria disponibilità all'azionariato. L'abbandono di questo progetto e il cadere conseguente di un esperimento sociale unico non passerà inosservato". Questi i punti della risoluzione: approvazione del progetto industriale; conferma del supporto della reindustrializzazione dal basso della ex Gkn; nomina del comitato tecnico-scientifico solidale a partecipare ai tavoli istituzionali; convocazione di un tavolo tecnico di reindustrializzazione con le istituzioni; ampliamento dell'azionariato popolare fino a 2 milioni di euro, nel caso in cui parta tale seria discussione tecnica con istituzioni e finanziatori.
La verifica avverrà il 17 novembre, data in cui è stata lanciata una nuova mobilitazione che, alla luce delle novità emerse sulla proprietà dello stabilimento, sarà un ulteriore abbraccio collettivo attorno alla fabbrica, al progetto di riconversione verde, al mutualismo, a quel modo nuovo di mettere insieme tutte le lotte che in questi tre anni hanno trovato all'ex Gkn un luogo di convergenza e costruzione comune di un futuro diverso, quello che ci viene sottratto ogni giorno dalla crisi bellica, climatica, economica, politica, antidemocratica. "Il 17 novembre sarà rabbia o festa", si legge sulle pagine social del Collettivo di Fabbrica. In entrambi i casi, noi saremo lì, ai nostri posti.
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È la mia fabbrica e la difenderòValentina Baronti · Lavoro
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Autrice: Valentina Baronti
L'ultima beffa: lo stabilimento dell'ex Gkn è stato venduto mesi fa. Sale l'indignazione della comunità solidale e del territorio
La bambina che dorme è stata venduta. Fin dai primi giorni di assemblea permanente, quel brusio di fondo dello stabilimento Gkn lasciato senza vita, è stato paragonato al respiro di una bambina addormentata da difendere, per farla poi tornare al rumoroso tran tran di una fabbrica in produzione. A fine ottobre però abbiamo saputo che il 12 marzo lo stabilimento è stato venduto. Il fatto sembra confermare quello che il Collettivo di Fabbrica ripete da un anno, da quando dalle visure della proprietà QF emerse un gioco di scatole cinesi che sembrava portare dritto verso la speculazione. Le nuove proprietarie della bambina che dorme sono Tuscany Industry Srl e Sviluppo Immobiliare Toscana Srl, create probabilmente "a scopo" il 22 settembre 2023, poco prima che Qf riaprisse la procedura di licenziamento, poi annullata dal Tribunale.
Non è chiaro chi ci sia davvero dietro questa operazione, né chi sapesse e ha taciuto. Quello che balza agli occhi è una strana coincidenza di date. Il 12 marzo, giorno della vendita, si doveva tenere l'incontro al Ministero del Made in Italy, ma fu rinviato per un vizio di forma. Mentre l'azienda firmava l'atto di compravendita, i lavoratori si trovavano sulla torre di illuminazione della Stazione di Santa Maria Novella, per protestare contro il rinvio del tavolo. La cessione a quel punto è cosa fatta, ma l'atto deve essere ancora trascritto e il 20 marzo 2024 è fissata un'udienza al Tribunale del Lavoro di Firenze, proprio sul sequestro conservativo di tutti i beni mobili e immobili della società, dietro istanza di 43 lavoratori a tutela dei propri crediti. Il liquidatore di Qf Gianluca Franchi deposita un'istanza di ricusazione della giudice in questione, motivata da una "grave inimicizia nei confronti della società". Aveva bisogno di prendere tempo? Fatto sta che il 22 marzo la compravendita è trascritta nei registri immobiliari, il bene non è più di Qf ed è definitivamente sottratto alla richiesta di sequestro conservativo. L'istanza di ricusazione mossa verso la giudice verrà mesi dopo giudicata totalmente infondata.
Il 26 marzo si tiene un incontro al Mimit senza l'azienda. I sindacati chiedono se il Ministero abbia mai chiesto alla società cosa volesse fare dello stabilimento. Il Ministro Adolfo Urso dice che convocherà l'azienda "per saperne le intenzioni". Da allora sparisce.
"Avevamo previsto tutto e ora ne abbiamo l'ufficialità -- ha commentato la RSU ex Gkn -- la partita è stata probabilmente sin dall'inizio immobiliare ed è per questo che non comincia mai la discussione sulla reindustrializzazione. Chi invece si è voltato dall'altra parte, l'ha fatto per distrazione o coscientemente?". Domanda che viene posta in coro dagli oltre ottocento azionisti popolari, dalla comunità solidale, dal territorio intero che da tre anni veglia sulla bambina addormentata, perché, come dice uno degli slogan più cantati durante i cortei: "È la mia fabbrica e la difenderò".
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Il corto circuito nella stanza del decoroMarco Filippini / La Città Invisibile · Attualità
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Autore: Marco Filippini / La Città Invisibile
I rider sotto il nubifragio: anche noi complici di un sistema di sfruttamento
A Firenze siamo in qualche modo espertə sul tema del "decoro". Ne abbiamo sentito parlare per dieci anni di gestione Nardella, come parola chiave di un'agenda politica che utilizzava questo termine in senso borghesizzante e classista, sostanziandolo in un contesto spesso piuttosto razzista. Fa abbastanza senso vedere una terminologia del genere usata in questi termini da parte di una politica che dovrebbe essere di sinistra, o comunque dovrebbe parteggiare per i diritti civili e sociali.
Noi vorremmo porla in un ambito diverso, traslando il concetto in una breve riflessione su ciò che sono i nostri privilegi da persone non razzializzate, con documenti in regola, con il privilegio di avere un lavoro mediamente pagato e un tetto sopra la testa (quest'articolo è rivolto a noi). Stanno girando online immagini che sono piuttosto eloquenti: riders che a Bologna effettuano consegne sotto il diluvio che ha colpito la città a metà ottobre (e che, ribadiamo, si chiama crisi climatica e non maltempo). Le consegne non si sono fermate nonostante le precipitazioni che hanno messo a rischio la vita di diverse persone e che hanno causato una vittima giovanissima.
In questo contesto di pericolo oggettivo tuttavia, il nostro sistema economico capitalista ha continuato ad operare nel nome del profitto a tutti i costi, sempre sulla pelle di lavoratorə che sono costrettə a lavorare in condizioni di sfruttamento continuo e di tutele pressoché inesistenti in ambito di diritti e sicurezza. La normalizzazione di un sistema che -- con il lucro di pochə padronə -- mette a repentaglio la vita delle persone per soddisfare nostri bisogni, assolutamente non necessari, funziona così bene che ormai siamo tuttə assuefattə. "Eh, ma il rider ha scelto di lavorare e fare la consegna". Questa argomentazione è piuttosto labile, dato che chi lavora come rider spesso è costrettə a farlo da una condizione economica molto difficile e la scelta non c'è se l'alternativa è morire di fame. È importante ribadire come un mantra che il problema non è chi è sfruttatə, ma chi sfrutta. In questa catena ci siamo anche noi, che in qualche modo contribuiamo a non spezzarla con il nostro comportamento da consumatorə di servizi assolutamente non necessari.
Per quanto sentiamo spesso utilizzato l'argomento della colpevolizzazione della "parte debole" è altresì un tema che fa molto comodo a chi lucra su questa tipologia di sfruttamento. Se ci sono persone che lavorano in condizioni di totale insicurezza nei cantieri (a Firenze lo sappiamo bene), riders che consegnano il nostro cibo nonostante un'alluvione, persone che lavorano sotto il sole per 4 euro all'ora a nero, contratti con retribuzioni fuori da ogni decenza, la colpa non è di chi è sfruttatə ma solo e soltanto del padrone e di chi non pone una soluzione al problema in ambito di legislazione. Chi è sfruttatə è la vittima designata, e noi siamo al contempo sia vittime -- in quanto cresciamo con questa cultura e con una normalizzazione di tutto ciò al fine di mantenere i nostri deboli privilegi (che sono briciole) -- sia carnefici -- poichè non abbiamo il coraggio e la coscienza di rinunciare alle suddette briciole.
Ecco, questo è in un certo senso un utilizzo più corretto della parola decoro: cosa possiamo fare noi per essere il corto circuito di questo sistema? O perlomeno per provare a farne scricchiolare gli ingranaggi? Prendere coscienza dei nostri privilegi e rinunciarvi, almeno in parte, acquisendo consapevolezza su quello che è il nostro ruolo di "consumatorə", stando dalla parte giusta della barricata, senza colpevolizzarci dei nostri comportamenti, causati in gran parte da una cultura sistemica, ma facendo di tutto per decostruire questa cultura.
Ecco il decoro: rinunciare al nostro pasto caldo nella comodità del nostro divano di casa se questo mette a repentaglio la vita di un'altra persona.
Perché il nostro privilegio a un certo punto potrebbe finire: cosa accadrà nel momento in cui saremo noi a non avere scelta?
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Nessuno tocchi MondeggiJason Nardi · Attualità
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Autore: Jason Nardi
Futuro incerto per la fattoria senza padroni, un'occupazione agricola da difendere e sostenere
Cari lettori di Fuori Binario, cominciamo con questo numero una specie di diario per aggiornarvi su quel che succede in quel di Mondeggi, un luogo speciale che in questi anni ha sperimentato e costruito una comunità diffusa intorno a un bene comune e che oggi è in piena trasformazione...
A pochi chilometri da Firenze, sulle colline di Bagno a Ripoli, (r)esiste la più grande occupazione agricola degli ultimi anni: 170 ettari di terreno agricolo, migliaia di ulivi coltivati collettivamente insieme a vigne, orti, frutteti, seminativi, sei casali e una grande villa medicea. Questa immensa tenuta, di proprietà pubblica (Provincia di Firenze), è stata abbandonata per anni dopo il fallimento dell'azienda che la gestiva e rischiava di essere privatizzata. In occasione dell'incontro nazionale di Genuino Clandestino del Novembre 2013, Terra Bene Comune Firenze avviò la campagna "Mondeggi Bene Comune -- Fattoria Senza Padroni", con la quale propose il recupero di tutta la fattoria attraverso l'uso dell'agricoltura contadina agro-ecologica: nasce così il comitato e il presidio che da oltre dieci anni cura queste terre, animando un intero territorio.
Dopo che la Città metropolitana (ex Provincia) di Firenze ha tentato di alienare il bene mettendolo all'asta per ben tre volte, si è finalmente deciso di investire i fondi messi a disposizione del PNRR, oltre 50 milioni di euro, per restaurare questo grande patrimonio, che resterà quindi pubblico. Il passaggio dall'occupazione delle terre al recupero pubblico del bene è delicato e va seguito con cura. Sicuramente segna una prima importante vittoria del comitato, che riesce così a rilanciare la questione del bene comune, ben diversa dal concetto di bene pubblico, perché prevede la custodia di quelle stesse terre da parte di una comunità aperta.
I cantieri sono stati avviati quest'anno, suddivisi in 5 lotti, e i lavori dovranno terminare entro il 2026. Il presidio, nel frattempo, ha lasciato le varie case che erano state occupate negli anni e si è concentrato nel casale di Cuculia; ma ad agosto è stato chiesto di liberarlo entro ottobre. L'accordo verbale con Città metropolitana era quello di non lasciare il casale finché non ne fosse stato pronto un altro. Lasciare scoperto il presidio, anche abitativo, di Mondeggi significa non solo riconsegnare all'abbandono ulivi, vigne, orti, e ora anche animali, cioè abbandonare la cura del territorio così tenacemente portata avanti; ma anche allentare le reti sociali che su questa esperienza si sono costruite in tutti questi anni.
L'assemblea pubblica dello scorso 28 settembre ha ribadito con forza l'idea di Mondeggi come bene comune e ha fatto appello a tutte le realtà associative che già vi partecipano e alle altre che si riconoscono nella Carta dei principi, di attivarsi. L'art. 118 della Costituzione (sulla sussidiarietà), la riforma del terzo settore (che prevede una coprogettazione partecipativa) e la legge regionale sui beni comuni possono fornire il quadro normativo entro il quale muoversi.
Fino ad oggi, il comitato non è riuscito ad avere interlocutori politici all'interno delle istituzioni locali, dialogando solo con i tecnici. Ma il futuro di Mondeggi non può giocarsi su questo piano. Il comitato e le altre 17 realtà associative che stanno costruendo insieme il progetto Mondeggi 2026 hanno richiesto un incontro alla neo eletta sindaca Sara Funaro. La sfida alla Città Metropolitana è lanciata. Vediamo se avrà l'intelligenza politica di raccoglierla.
Intanto proseguono gli eventi, dopo la scuola contadina, a dicembre parte la scuola di agroecologia. Info: www.mondeggibenecomune.org
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Impariamo da PanamaAndrés Lasso · Disarmo
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Autore: Andrés Lasso
Il paese centroamericano ha detto basta alla presenza militare USA
Sono tornato dopo anni a Panama, paese di cui sono cittadino. Da quando gli USA hanno lasciato nel 2000, dopo quasi un secolo di presenza, la Zona del Canale, ci sono stato due volte. Non riesco a non fare confronti tra i miei due paesi. Quella che un tempo fu la base militare USA di Clayton, oggi è "la città del sapere", luogo di studio, conoscenza. L'ex aeroporto militare di Albrook è oggi un aeroporto civile e uno snodo di bus. Le residenze dei militari sono oggi residenze di panamensi. Nessuna delle numerosissime basi che esistevano in una fascia di 80x20 km, esiste più in quanto tale, tutto è stato riconvertito. Dove c'erano uniformi militari ci sono ONG, strutture sanitarie, universitarie.
Tornare nella mia Firenze, dove si prospetta un nuovo Comando NATO (nonostante il voto contrario del consiglio di quartiere 2 che lo dovrebbe ospitare) è piuttosto sconfortante. In Toscana si parla di una nuova base a Pisa dentro un parco naturale. Esattamente il processo inverso a quanto avvenuto a Panama.
È possibile chiedere che la base di Camp Darby diventi "città del sapere" come quella di Clayton? Oggi sembra impossibile, chi lo proponesse verrebbe tacciato di antiamericanismo, zittito con la frase "gli USA ci hanno liberato dal nazismo". Sarebbe da capire quanto tempo duri la riconoscenza per la liberazione dal nazismo. Quasi 80 anni dopo, nessuno di coloro che ha perso la guerra è ancora vivo. E con il criterio della "riconoscenza perpetua" dovremmo avere basi russe in Polonia, e persino in parte della Germania. Ma con il criterio della "riconoscenza perpetua" esisterebbero ancora le basi USA a Panama, visto che il paese nacque nel 1903 con il contributo determinante degli USA, che in cambio avevano ottenuto la firma di un trattato che concedeva quei territori in modo "perpetuo" agli Stati Uniti.
Qualcuno osò, a 70 anni di distanza, mettere in discussione quella parola firmata da esponenti dei due paesi. Il leader Omar Torrijos, un "populista", ottenne ciò che in Italia sembra impensabile persino chiedere. Un paese del Sud globale, con allora meno di 2 milioni di abitanti, una economia limitata, un esercito piccolo, ottenne ciò che nell'ottava potenza economica globale sembra impossibile anche immaginare. Basi chiave per tutta l'egemonia dell'area sono un ricordo del passato, grazie a quanto Carter e Torrijos firmarono allora. Un paese ha riacquistato la sua totale sovranità (parola oggi vista con sospetto dalle nostre parti).
Serve coraggio. Immaginazione. Cose che a queste latitudini mancano. Torneranno? Quel che pare certo è che il Sud globale, pur con tanti limiti, abbia più sorprese da offrire rispetto a un vecchio mondo bloccato e smarrito.
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Il mistero del comando NatoClara Baldasseroni · Disarmo
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Rubrica: DISARMO | Autrice: Clara Baldasseroni
Non esistono documenti ufficiali sulle funzioni della base che dovrebbe stabilirsi nel quartiere di Rovezzano: intanto la mobilitazione continua
Nella caserma Predieri a Firenze, nel quartiere di Rovezzano, si stabilirà il Comando Nato della Multinational Division South (Mnd-S). Le informazioni ufficiali spiegano ben poco di cosa questo significhi. Per quanto ci riguarda, tra i diversi fronti aperti dal dibattito sul futuro di Firenze, riteniamo che il nuovo Comando sia una conseguenza del conflitto in corso in Ucraina e del ruolo della Nato. Contro la militarizzazione crescente del territorio in Toscana e contro la mancanza di informazioni precise su questa ed altre basi nella regione (vedi il progetto di realizzazione di una nuova base militare nel pisano, tra San Piero a Grado e il Comune di Pontedera), si mobilitano movimenti e cittadini. Il 21 settembre a Firenze si è svolta una manifestazione nazionale contro l'insediamento di Rovezzano: molta la partecipazione da tutta Italia ed eravamo presenti anche noi di Fuori Binario. In una nota il 'Comitato No Comando Nato né a Firenze né altrove' denuncia: "Esiste tutta una fascia prossima alla base di Rovezzano, che comprende una zona abitata, un parco fluviale, la stessa area che, pur essendo esterna alla Caserma, sarà coinvolta nelle cosiddette 'fasce di sicurezza', su cui la competenza è dell'amministrazione comunale. Il Comune ha più volte dichiarato di non aver ricevuto alcuna comunicazione, se fosse vero sarebbe un abuso sulla pelle di chi vive in questo territorio".
Nel novembre 2023 per avere chiarimenti ufficiali sul progetto è stata depositata in Comune un'interrogazione dei consiglieri Dmitrij Palagi e Antonella Bundu a cui è stato risposto -- parzialmente -- solo il 7 febbraio 2024. L'allora vicesindaca Bettini ha solo comunicato che nell'area "non ci saranno sistemi missilistici o sistemi d'arma", "movimentazione di materiale bellico", "variazioni rispetto all'attività di volo militari" e infine che "la base avrà funzioni comunicative e d'informazione".
Tuttavia dopo la manifestazione del settembre scorso si è tornati a denunciare che i documenti ufficiali non esistono. "Sul comando c'è stata solo un'interlocuzione diretta del Comune -- si legge nella nota di Sinistra Progetto Comune -- Tra chi con chi? E quindi Palazzo Vecchio si fa portavoce della NATO? O dell'Esercito italiano? Il Comando è quindi già insediato e operativo? Firenze Città operatrice di Pace è autonoma o dipende da strutture estranee ai meccanismi elettivi?". Domande che, ad oggi, sono ancora senza risposta.
Rimane dunque un miraggio la trasparenza delle operazioni che stanno permettendo l'instaurazione del Comando Nato a Rovezzano e l'unica possibilità data è restare 'tranquillamente' all'oscuro. "L'unica notizia certa che abbiamo al momento è che non possediamo nessuna notizia al riguardo", hanno detto a Controradio Lorenzo Palandri (eletto al Quartiere 2 per SPC) e Alessandro Orsetti (esponente del Comitato No base Nato né a Rovezzano né altrove). "A livello istituzionale solo il Consiglio del Quartiere 2 ha approvato un atto che esprime in modo chiaro la 'forte contrarietà' al comando Nato mentre dall'altra parte il Consiglio comunale si è espresso in modo favorevole".
Il 13 settembre anche il Comune di Pisa ha votato a favore della nuova Base a Coltano, mentre con il "Comitato No Base né a Coltano né altrove" sono stati aperti dei tavoli di lavoro sull'argomento. Sia a Pisa che a Firenze si osserva platealmente come l'escalation bellica dei territori avvenga con noncuranza verso chi in quei territori ci vive. Non è stata indetta nessuna consultazione né assemblea popolare, ignorando la preoccupazione che si sta diffondendo e dimostrando come i cittadini sono stati esclusi dalle decisioni, non solo per quanto riguarda i nuovi assetti urbani, ma anche rispetto al loro diritto a vivere in luoghi sicuri.
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Aggrappati alla Montagna magicaLaura Bardelli · Cultura
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Rubrica: CULTURA | Autrice: Laura Bardelli
Tra le lapidi del cimitero germanico della Futa va in scena il capolavoro di Mann, allegoria della condizione umana
Anche quest'estate, insieme a centinaia di cittadine e cittadini. In una tesa sacralità laica. Con i corpi che trasudano l'attesa frescura.
Abbiamo formicolato in geometrie mutevoli lungo la spirale di pietra che circonda le 30.776 lapidi dei giovani tedeschi morti lungo la Linea Gotica.
Sedendo sui muriccioli percorsi di licheni o sull'erba del boschetto che conduce al lago, abbiamo ascoltato il borbottio del tuono, visto le nubi accumularsi in strati densi all'orizzonte, contemplato il sole che scendeva arroventando le montagne. Ci siamo dati il passo sugli incerti gradini, presi le mani mute, scambiati sguardi sgomenti, offerti al cortocircuito emotivo che azzera il tempo, le distanze, i confini ed apre finalmente ad una comprensione immediata perché oltre le parole.
Per chi da vent'anni si arrampica su questo maestoso crinale con Archivio Zeta (che nel 2003 ha stabilito la sua residenza artistica al Cimitero germanico della Futa), come per chi lo ha fatto per la prima volta, è questa ormai l'irrinunciabile montagna "magica", tosco-emiliana, europea e universale. Così suona il titolo del capolavoro di Thomas Mann, Der Zauberberg, in italiano sempre tradotto come La montagna incantata: un testo-mostro che cresce a dismisura nelle mani dell'autore dall'iniziale resoconto di un soggiorno dello stesso Mann presso il Berghof a Davos, in Svizzera (risalente al 1912), fino alle 600 e più pagine della redazione definitiva, che sono al tempo stesso romanzo di formazione, riflessione storico-filosofica, allegoria visionaria di una civiltà (quella europea) in vista del suo tramonto insanguinato. "Senza temere il discredito in cui versa la meticolosità siamo anzi propensi a credere che soltanto ciò che va in profondità riesce a divertire", afferma Mann nella Premessa. Pertanto, per giungere puntuale alla scadenza del centenario (il romanzo vede la luce nel 1924), il gruppo bolognese si è posto per tempo al lavoro sul testo, messo in scena in tre parti a partire dall'estate del 2022, con la drammaturgia di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni e la partitura musicale di Patrizio Barontini.
Nello spazio sospeso del sanatorio, appesi al crepuscolo sull'Appennino, assistiamo alle vicende del giovane amburghese Hans Castorp e a quelle del microcosmo che ruota intorno alla struttura, declinando per sette immobili anni i temi dell'attesa (vengono in mente almeno il Deserto dei tartari di Dino Buzzati o Aspettando Godot di Samuel Beckett), della salute che si fa progressivamente malattia, dell'amore, e naturalmente della morte. Nel rigore cromatico del bianco dei camici, del grigio dei cappotti-coperte-pietre, del nero dei mantelli svolazzanti e del rosso che compare a tratti, come le macchioline di sangue sui fazzoletti dei tubercolotici (ora è il boa della scultorea Madame Chaucat, ora una caffettiera o una microscopica tazzina), il tempo irride la tirannia degli orologi, l'ossessione della misura, della temperatura, degli apparecchi per respirare, mentre le sedie a sdraio danzano e si fanno abiti, camicie di forza, ali, e il carro di Tespi è condotto dal vento teso dei 1000 metri. Pare di vederla, la fortezza Europa, che veleggia e assiste vacua al compiersi di un irrimandabile destino, guardando dall'alto dei suoi bizzosi balletti alle "terre basse", dove dovrà prima o poi scendere: come il soldato Hans, che si avvia con le fasce ai piedi e la baionetta a tracolla, salutato dalle maschere tragiche che hanno accompagnato il progredire della sua consapevolezza al sanatorio.
Il canto di pace che si leva dal boschetto in cui termina il terzo atto della trilogia, ci strappa l'ultimo commosso silenzio e sigilla il coraggioso tentativo di Archivio Zeta di ribaltare lo sguardo sordo che troppo facilmente possiamo sulle vicende accadute come su quelle a venire. "Sotto c'è l'abisso. Per non scivolarci dentro mi aggrappo a un filo d'erba", scriveva Christian Bobin: aggrappiamoci, allora, ai fianchi della Montagna magica.
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Pitture sull'asfaltoMariella Marzuoli · Cultura
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Autrice: Mariella Marzuoli
Le radici dell'arte antica dei madonnari nel racconto di Flavio Coppola: "Siamo virtuosi del gessetto"
Parliamo dell'antica arte dei Madonnari con Flavio Coppola. Insegnante, artista e protagonista di tante battaglie civili, è anche Madonnaro, pittore effimero che dipinge sul pavimento stradale.
Com'è nata questa vocazione? Nel 1990 lavoravo in una cooperativa sociale, ma volevo poter vivere della mia arte. In quel periodo realizzai con altri artisti pitture in occasione di iniziative legate alla Lotta per la casa e poi al Centro sociale ex Emerson. Due di questi artisti erano Madonnari e disegnavano in centro. Decisi di provare, potevo avere guadagno e visibilità immediata. La strada diventava studio e galleria e il pubblico assisteva alla genesi dell'opera, al suo completamento e poi alla sua cancellazione.
Come si caratterizza quest'arte antica ai tempi nostri? L'arte dei Madonnari nasceva in contesti religiosi, il pellegrino disegnava sul lastricato dei santuari immagini della Madonna di carattere effimero, caratteristica che associa questa arte ad altre come i Mandala tibetani o i tappeti di fiori. Gli artisti successivi provenivano da studi accademici, quindi sostituivano il "santino" con immagini di grandi artisti: Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Botticelli, Caravaggio. Quest'arte si è poi diffusa in Germania, Olanda Austria e nel resto d'Europa, Stati Uniti e Messico. Molti street painter che partecipano adesso ai Festival internazionali hanno poca o nessuna esperienza del "mestiere girovago del Madonnaro" o delle caratteristiche del lavorare "a cappello".
Pensavo che i Madonnari fossero romanticamente nomadi. Per una decina di anni ho vissuto da Madonnaro. Girovagando in Italia e in Germania, ho conosciuto gli ultimi Madonnari girovaghi: Pino Vommaro e Straccetto. Per loro e per altri niente casa, il primo si fermava di città in città dagli amici, il secondo dormiva in un furgone. Attualmente ci si si sposta solo in occasione di feste e fiere. A Firenze fu Claudio Sgobino a promuovere la lunga tradizione di via Calimala. A lui il merito di aver dato una continuità politica e di presidio del territorio. Abbiamo collaborato per anni ottenendo gli spazi che ospitano ancora i Madonnari, un tempo gestiti dai Madonnari Internazionali Associati prima che il Comune avocasse a sé la gestione, senza però un'adeguata valorizzazione del ruolo artistico che i Madonnari svolgono in città.
Consigli per aspiranti Madonnari? Direi di coltivare la pazienza, l'umiltà e la perseveranza: lavorare in terra è bello ma assai diverso dal lavorare a cavalletto. Inoltre penso che copiare serve a crescere, ma è importante anche creare propri soggetti ed essere aperti a ciò che ci succede intorno per essere pop (popolari) ma anche manieristi, cioè virtuosi del gessetto.
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Masaccio, la forza di quei corpi veriTomaso Montanari · La vita messa a nudo - Cultura
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Rubrica: LA VITA MESSA A NUDO - Arte e povertà | Autore: Tomaso Montanari
Nella Cappella Brancacci i volti e la dignità umana degli ultimi
In un certo giorno dei primissimi anni novanta del Cinquecento, un ventenne lombardo deve aver attraversato tutta piazza del Carmine, a Firenze: magari subito prima di imboccare Porta Romana e scendere verso la città dei papi. Ma prima, deve aver salito i pochi gradini della chiesa, deve aver percorso tutta la navata e deve essere rimasto a bocca aperta, nella Cappella Brancacci, di fronte agli affreschi di Masaccio. Quel giovane uomo si chiamava Michelangelo Merisi, ma presto divenne famoso con il nome del paese vicino a Bergamo da cui veniva la sua famiglia: Caravaggio.
Non abbiamo documenti che lo accertino: è solo una vecchia idea di Roberto Longhi, ma è un'idea meravigliosa. Masaccio era un 'Giotto nato di nuovo', e Caravaggio fu un Masaccio tornato sulla terra: la loro idea di arte era la stessa, ed era quella di mettere a nudo la vita, come dice la frase di Michel Foucault che dà il titolo a questa rubrica, che oggi si inaugura.
Se ci chiediamo quale fosse la scena della cappella Brancacci che più poté colpire il giovane Caravaggio, la mia risposta è che fu quella che vedete qui riprodotta: dove san Pietro fa l'elemosina a un gruppo di senza dimora. Con Masaccio la pittura tornava finalmente a rappresentare i corpi: le persone, attraverso i loro corpi. E i corpi sono nudi, hanno freddo, hanno fame, si fanno male: hanno bisogno di cura, di amore. Masaccio non si immagina la Gerusalemme del tempo di Gesù, no. Ambienta la sua scena nelle strade e tra le case della Firenze del suo tempo: perché 'il prossimo tuo' vuol dire questo, vuol dire quello che non ti cerchi tu, ma che ti è messo accanto. Quello che ha fame, freddo e non ha casa: qui, non in Africa o chissà dove. Ma la cosa che a Caravaggio deve essere piaciuta di più è la dignità di questi poveri: di quella mamma che non ha nemmeno un pannolino per il figliolo, di quello zoppo, di quella vecchia più indietro. Sono poveri di averi, ma sono ricchi di essere: sono pienamente umani, sono corpi destinati all'amore, e alla vita eterna.
Era un modo rivoluzionario di rappresentare la realtà: la verità non era quella del potere e del denaro, ma del corpo e della sua dignità, uguale per tutte e tutti. Oggi quei poveri bellissimi di Masaccio sono ostaggio di uno dei tanti baracconi a pagamento, la Cappella Brancacci ridotta ad attrazione turistica. Ma la loro forza si sprigiona nel quartiere: attraverso la piazza, fino al Giardino Nidiaci, fino alla redazione di Fuori Binario. Sono i veri santi patroni dell'Oltrarno: veri e presenti come solo Masaccio o Caravaggio potevano dipingerli.
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Contributo affitto: aperto il bando del Comune di FirenzeFuori Binario · Esperienze
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Fonte: Agenzie di stampa
Si può fare domanda fino al 28 novembre
Parte il contributo per il sostegno all'affitto del Comune di Firenze: in campo 3,5 milioni di euro, l'investimento è maggiore di 500mila euro rispetto all'anno scorso. Le risorse per finanziare il contributo affitto, si legge in un comunicato del Comune, sono in parte comunali (1,8 milioni), in parte regionali (283mila euro) e del Pon Metro (1,4 milioni). Il bando per il contributo affitto 2024 resterà aperto fino al 28 novembre.
"Questa misura viene incontro a chi non riesce a far fronte alle spese per l'affitto, è un tassello importante del complesso di azioni che vogliamo mettere in campo sulla casa che per noi è una priorità assoluta del mandato" -- ha detto l'assessore alla casa Nicola Paulesu. E aggiunge anche una stilettata all'esecutivo Meloni: "Abbiamo deciso di fare uno sforzo ulteriore aumentando le risorse, a fronte di un governo che invece ha azzerato questo strumento. Continuiamo a tenere alta l'attenzione sul tema dell'abitare".
Stando all'avviso possono essere accolte le domande di chi, alla data di scadenza di pubblicazione del bando (il prossimo 28 novembre), abbiano i seguenti requisiti: siano cittadini italiani o di uno Stato dell'Unione europea; cittadini extra-europei o apolidi ma con un titolo di soggiorno in corso di validità; abbiano la residenza nel Comune, nell'immobile per il quale si richiede il contributo; siano titolari di un regolare contratto di locazione esclusivamente ad uso abitativo, regolarmente registrato, riferito all'alloggio in cui hanno la residenza anagrafica nel 2024; siano in possesso di attestazione Isee in corso di validità con valore inferiore o uguale a 16.500 euro, mentre di un Ise, ovvero l'indicatore della situazione economica, inferiore o uguale a 32.192,74 euro. Inoltre, è necessario essere in regola con il pagamento del canone di locazione 2024.
La domanda, è stato spiegato dal Comune, può essere inserita e inviata esclusivamente online. Per poter accedere alla procedura di inserimento l'utente deve essere in possesso di una di queste modalità: credenziali di accesso rilasciate dal Comune; Carta nazionale dei servizi; credenziali del Sistema pubblico di identità digitale. Sono in corso di liquidazione invece le domande di contributo affitto relative allo scorso anno: ne beneficeranno oltre 2.300 famiglie.
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L'universo delle CurandaieFrancesco Martinelli · Esperienze
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Rubrica: ESPERIENZE | Autore: Francesco Martinelli
Un progetto di volontariato attivo su più fronti per non lasciare indietro proprio nessuno
Nel quartiere 2, accanto a piazza delle Cure, attraversando il fiume Mugnone si esce in via Cirillo dove esiste uno spazio che dal civico 2 srotola piani di realtà diversi e diversificati, che mi hanno lasciato a bocca aperta per la mole di lavoro volontario, solidarietà e supporto per le fasce di persone in difficoltà le più disparate.
Mi accoglie Serena, fondatrice dell'associazione "Le Curandaie", con un buon piatto di pasta che, di questi tempi, per un povero diffusore come il Fraska non è poco. Noto intanto una ragazza madre che chiede della responsabile e mi rendo conto che qui si lavora tutti i giorni, tutto il giorno, su fronti molteplici che si intersecano tra sociale, diritti delle donne, dei bambini, lavoro, disabilità, territorio e tanto altro. La sede in cui accade tutto questo va vista di persona, perché qui non c'è abbastanza spazio per presentare tutto; ma datemi fiducia quando dico che lascia a bocca aperta, nel momento in cui si passa da un mercatino a tutta una serie di macchine da cucire e la stanza per il dopo scuola dei bambini, alla libreria, e poi poi poi.
Tutto questo per dire che mi sono innamorato subito del progetto; che costoro abbiano toccato qualche corda giusta? Vedere i bambini che assieme alle operatrici volontarie fanno il percorso da scuola all'associazione è divertente ed emozionante, così come colpisce vedere ragazze darsi da fare in magazzino per preparare tutto il materiale per il mercato o donne confidarsi a cuore aperto per un consiglio di Serena. Non vorrei che il mio entusiasmo sembrasse troppo, ma quelle tre ore passate insieme alle Curandaie mi sono sembrate una manciata di minuti, anche perché, venendo dall'associazione Periferie al Centro e da Fuori Binario, ho trovato così tante similitudini che non ho potuto fare a meno di fare dei paragoni.
Sarebbe bello se in ogni quartiere ci fosse almeno un'associazione che lavora come lo stiamo facendo noi, senza mai lasciare indietro nessuno, fregandosene dei guadagni, con rispetto e passione per il proprio lavoro di volontari. Roba che per tanti va delegata a preti & simili, mentre invece ci sono centinaia di persone che si danno da fare su tutti i fronti del sociale, spesso colmando il vuoto lasciato dalle istituzioni.
La sede delle Curandaie nasce nel 2016, ma il nome evoca antiche storie fiorentine. L'associazione è difatti accanto al fiume, proprio dove le curandaie e i curandai del 1400 lavoravano panni e tele, "curandoli" per renderli migliori; oggi attraverso i tessuti e le trame che connettono i bisognosi, sono le persone a trovare percorsi migliori a quelli su cui prima, forse, erano rimasti bloccati.
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CuRemake, vintage e inclusione
Alle Curandaie trovate il primo spazio vintage dedicato all'inclusione sociale, cuREMAKE è un'iniziativa che unisce moda, cultura e solidarietà. Situato nel cuore della città, questo nuovo progetto non è solo un negozio, ma un luogo di incontro e di scambio, concepito per sostenere le persone vulnerabili e promuovere una comunità solidale.
Il negozio offre una selezione curata di abbigliamento e accessori vintage, donati da privati e aziende locali. Ogni acquisto non solo permette di dare nuova vita a pezzi unici, ma contribuisce anche a finanziare attività e laboratori per persone in difficoltà. Curandaie ha creato un ambiente accogliente, dove volontari e beneficiari possono collaborare, apprendere e condividere esperienze.
L'iniziativa si basa su un principio importante, soprattutto dopo aver letto l'apertura di questo numero: la moda può essere un potente strumento di inclusione. www.lecurandaie.it
- volontariato
- Curandaie
- associazione
- Quartiere 2
- Piazza delle Cure
- via Cirillo
- Mugnone
- sociale
11Attualità1 articolo
Rubriche - Femminismi, Un mondo ganzoVari (Marta Benettin, Fabio Bussonati) · Rubriche
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La normalità dei mostri
Rubrica: FEMMINISMI | Autrice: Marta Benettin
Un anno fa, l'11 novembre 2023, veniva uccisa dall'ex ragazzo Giulia Cecchettin, studentessa di 22 anni prossima alla laurea. Quel caso sconvolse l'opinione pubblica, suscitando empatia, rabbia e polemiche.
Il giornalista Stefano Feltri si chiese: "Il femminicidio è un retaggio e la manifestazione più tragica della cultura patriarcale, perché giovani uomini cresciuti in una società molto più paritaria di quella dei loro genitori ne sembrano rinnovati interpreti?".
La nostra società è innegabilmente più paritaria rispetto anche a solo 30 anni fa, ma evidentemente non basta. Secondo il rapporto "I giovani e la violenza di genere" 2024, della Direzione centrale Polizia criminale, gli autori di reati sessuali hanno nel 36% dei casi tra i 14 e i 34 anni, evidenziando una preoccupante diffusione della violenza di genere tra i giovanissimi. Smettiamo di credere che la violenza sulle donne riguardi solo adulti attempati, di basso ceto, poco istruiti, magari anche sociopatici (nell'immaginario collettivo è più facile pensarli come "mostri").
Se è vero che la violenza aumenta tra i giovani, il Rapporto della Polizia conferma anche il boom delle chiamate al numero antiviolenza nazionale 1522, in particolare dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin: nel 2023 sono state oltre 51mila, +59% rispetto al 2022 e +143% rispetto al 2019. Le donne finalmente denunciano di più.
Cosa possiamo fare? A casa, a scuola, con gli amici, anche se sembra scontato, continuiamo a ripetere che tutti i comportamenti di controllo e violenza sulle donne sono inaccettabili. Le parole possono cambiare l'ambiente. E l'ambiente genera consapevolezza e cultura.
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Il solare perduto
Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati
Fatto salvo che in città ci si muove bene con mezzi pubblici, pattini e biciclette e quindi di un'automobile si può fare anche a meno, resta il fatto che chi vive in case isolate o è portatore di invalidità continua ad avere bisogno di un mezzo di trasporto autonomo, anche se vecchio. Inoltre, i vecchi veicoli possono diventare alloggi di ultima istanza. Una loro trasformazione in veicoli elettrici non appare particolarmente difficile, ma nessuno parla di questa ipotesi. Del resto, ci si stupisce che non siano già nate migliaia di imprese capaci di fare la transizione al solare, tecnologia già presente da diversi anni e quindi di facile utilizzo. Figuriamoci se possiamo mettere in discussione i motori endotermici, che le imprese automobilistiche hanno sposato a priori, in un mercato fatto di obsolescenze programmate, piuttosto che operare una conversione alle energie rinnovabili, le uniche disponibili in un prossimo futuro. D'altra parte è più di un secolo che la fascinazione per il fossile condiziona le nostre vite e non è solo una questione di moda. Ricordiamo l'ingegnere canadese George Cove che nel 1905 fondava la sua "Sun Electric Generator Corporation", società che prosperava vendendo kit domestici fotovoltaici e nel 1909 veniva rapito. In cambio della liberazione avrebbe dovuto rinunciare al brevetto e chiudere l'attività. Non lo fece e fu liberato lo stesso, ma la sua attività si fermò. Ora, dopo più di un secolo di compressione della fantasia, non mancherà l'esplosione della creatività.
Fonte: "George Cove ed il solare perduto" di Nicolò Tacconi. Ecquologia
Un mondo ganzo è possibile è anche un libro! Edito da Fuori Binario, raccoglie i primi sette anni della rubrica, con tutti i disegni dell'Autore. Lo potete richiedere in sede oppure al vostro venditore di fiducia.
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Debito, il genocidio silenziosoMarco Bersani / Attac Italia · Povertà
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Rubrica: POVERTÀ | Autore: Marco Bersani / Attac Italia
Senza armi né soldati si combatte una guerra ai paesi più poveri, strangolati da tassi di interesse stratosferici
Siamo tutti giustamente sconvolti dalle immagini che, da ormai due anni e mezzo, arrivano quotidianamente dalla guerra in Ucraina e da quelle che giungono, altrettanto quotidianamente, dalla Palestina e dal Medio Oriente, dove Israele sta mettendo in atto un genocidio verso il popolo palestinese (11mila bambini morti nei bombardamenti di Gaza) e aprendo una guerra almeno regionale con l'attacco in Libano.
C'è tuttavia un altro genocidio in corso. Non è fatto con missili, droni, bombardamenti e invasioni di truppe. E non prevede nessuna immagine che possa turbare la nostra quotidianità. Non prende di mira un territorio specifico, né un popolo definito.
Colpisce i poveri dovunque essi si trovino. E lo fa attraverso il debito. Come cantava con profondità Daniele Silvestri "(..) il mio nemico non ha divisa / ama le armi ma non le usa / nella fondina tiene le carte Visa / e il potere non lo logora (..)".
Nell'ultimo rapporto dell'Onu, pubblicato il 4 giugno scorso e intitolato "Un mondo in debito: un fardello crescente per la prosperità globale" si lancia l'allarme sull'aumento senza precedenti del debito pubblico, che ha raggiunto nel 2023 il massimo storico di 97mila miliardi di dollari. Per avere un'idea dell'incremento, basti ricordare che nel 2010, il debito pubblico non raggiungeva i 51mila miliardi di dollari.
Un terzo di questo debito (29mila miliardi) è stato contratto dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, il cui debito sta crescendo a velocità doppia rispetto a quello delle economie più forti. Inoltre, su questo debito gravano tassi di interesse stratosferici, dell'ordine del 6,8% in media per un paese latinoamericano e del 9,8% per un paese africano (da due a quattro volte superiori a quelli degli Usa, da sei a dodici volte superiori a quelli della Germania).
Risultato: questi paesi nel 2023 hanno speso qualcosa come 847 miliardi di dollari solo per pagare gli interessi sul debito, con un aumento del 26% rispetto a due anni prima.
L'Onu calcola che siano 54 i Paesi costretti dalla trappola del debito a destinare oltre il 10% delle proprie entrate al pagamento degli interessi e che 48 Paesi spendano più per gli interessi sul debito che per l'istruzione e la sanità.
Il dato finale è che sono 3,3 miliardi le persone che vivono in Paesi nei quali la spesa per il servizio del debito supera quella per i servizi essenziali. Si tratta di quattro persone ogni dieci che abitano questo pianeta e che vivono nella disperazione non perché minacciati da truci soldati in armi ma da sorridenti manager che ogni mattina siedono nel board della propria banca o fondo finanziario.
Per chi pensasse che il problema non lo riguarda, è bene ricordare che anche il nostro Paese, ottava economia mondiale, spende ogni anno oltre 80 miliardi per gli interessi sul debito, destinati quest'anno a raggiungere il record di 100 miliardi (pari a quello che si investe sull'istruzione e poco meno di quanto si destina alla sanità).
Il 2025 sarà l'anno del Giubileo: forse è giunto il momento di rivendicarne il significato originario, chiedendo con forza la cancellazione incondizionata di tutti i debiti insostenibili e illegittimi da parte di tutti i creditori per tutti i paesi del mondo, a partire da quelli più poveri.
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Il Comitato per l'Abolizione dei debiti illegittimi, nato in Belgio nel 1990, è una rete internazionale composta da membri e comitati locali, che lottano per l'annullamento del debito illegittimo e l'abbandono delle politiche di aggiustamento strutturale e di austerity. ATTAC Italia entra a farne parte nel 2016, dando vita al CADTM Italia, insieme ad altre realtà: Commissione per l'audit del debito di Parma, Communia, Pax Christi, POp-Off Giornalismo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il suo lavoro principale consiste nell'elaborazione di alternative radicali che mirino alla soddisfazione universale dei bisogni, delle libertà e dei diritti umani fondamentali. Gli audit annuali consistono in un'indagine autonoma, indipendente e popolare sul debito, mettendo alla pubblica conoscenza l'entità del debito, con chi è stato contratto, per quali motivazioni ed interessi, attraverso quali procedure legali e quali percorsi decisionali. Ossia, tutto quello che governi e istituzioni non vi diranno.
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Al cinema vacci tu!Valentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina
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Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti
Ci avevano detto che le classi sociali non c'erano più. Ci avevano detto che non aveva senso di parlare di classe operaia o di sottoproletariato, che erano termini novecenteschi, che la nostra epoca era diversa. Sì, diversa: classista senza neanche averne la coscienza. L'impoverimento ormai è generalizzato, riguarda anche chi ha la sorte di avere un lavoro e siamo tornati a fare i conti con la nostra appartenenza di classe. A dirlo sono le nostre vite, fatte di rinunce continue in ogni settore: l'alimentazione, i vestiti, la sanità. E la cultura. Secondo gli ultimi dati Istat la spesa mensile delle famiglie italiane in cultura è letteralmente crollata negli ultimi anni. Dai 71 euro del 2018, si è passati ai 54 euro del 2021, diventati poi 32 nel 2022. Non va meglio se si guarda agli stanziamenti pubblici: nelle leggi di bilancio la spesa in cultura è diminuita del 9,5% tra il 2023 e il 2024, ponendo l'Italia al terzultimo posto in Europa. Una società costruita sull'ignoranza e sullo sfruttamento, come se le nostre vite dovessero essere fatte solo di lavoro sottopagato, impegni di cura familiare e pomeriggi nei centri commerciali, a guardare le vetrine dei negozi in cui non possiamo permetterci nemmeno i calzini. Per dirlo con un motto in voga sui social: Mai una gioia!
L'alternativa in realtà c'è e arriva dal basso, dai posti autogestiti, dai centri sociali, dalle occupazioni, dai circoli. Una galassia di eventi culturali per tutte le età e tutte le tasche, che sono aria pura nei nostri polmoni. Non solo perché improvvisamente possiamo permetterci una serata di svago o riflessione, ma perché c'è un lavoro di selezione politico, che contribuisce in maniera fondamentale alla ricostruzione di una coscienza di classe e ci dà quindi gli strumenti per riprenderci il diritto alla cultura che ci viene negato. Molti di questi posti vengono criminalizzati, repressi, sgomberati, multati. Sta a noi frequentarli, difenderli, renderli ancora più forti e saldi. È l'unica speranza che abbiamo per rompere la catena del "produci, consuma, crepa".
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Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone
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Rubrica: ALFABETO | Autore: Felice Simeone
Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta: podcast, libri, film, canzoni, mostre, spettacoli, siti, laboratori. Seguiteci!
A come AFRICA - Noi pensiamo all'Africa con immagini stereotipate: bambini nudi nella terra rossa, oppure i leoni che passeggiano davanti alle capanne. Ci capita anche di proclamare compiaciuti che "amiamo il cibo africano". Questa percezione, però, nasconde una realtà complessa: l'Africa è un continente di cinquantaquattro paesi, dove si parlano più di duemila lingue e dove vivono quasi un miliardo e mezzo di persone. In L'Africa non è un paese, pubblicato da Altrecose, Dipo Faloyn riafferma queste diversità ed eterogeneità irriducibili.
B come BICICLETTE - Issa è un immigrato che vive a Torino dove trova lavoro facendo consegne in bicicletta. La bicicletta gli viene rubata e la sua ricerca attraverso le strade di Torino occupa gran parte del film Anytime Anywhere, del regista iraniano Milad Tangshir, che ormai vive stabilmente in Italia. Più che un omaggio a Ladri di Biciclette di De Sica, Anytime Anywhere è un passaggio di testimone, una attualizzazione della vita dei disoccupati italiani del dopoguerra con quella degli immigrati odierni. È sempre la stessa storia che chiede di essere raccontata ancora e ancora.
C come CAPITALISMO - Luigino Bruni è un profondo conoscitore del capitalismo e, in quanto tale, ha colto nei suoi libri l'attitudine religiosa con cui la società contemporanea agogna al profitto. C'è stato un tempo, però, in cui l'economia di mercato si è intrecciata con la fede nel Dio cristiano, e non nel dio denaro, imponendo limiti morali all'azione economica. È successo nel Sud Europa, durante quel medioevo in cui dovevano convivere Francescani e Mercanti. L. Bruni, Il capitalismo Meridiano, Il Mulino editore.
D come DANZE - Il musicista Tiziano Popoli e il disegnatore Roberto Baldazzini, entrambi della generazione degli ambienti del '77 bolognese, hanno dato vita ad un progetto di commistione musicale e visuale inedito. Le danze di blues dilatato di Popoli hanno ispirato Baldazzini a creare volti stilizzati e sovrapposizioni di immagini che contribuiscono all'atmosfera eterea di chitarre e voci. Le danze sono poi confluite nel disco Selinunte, ma il lavoro musico-visuale del duo è interamente disponibile on-line.
E come ESTRAZIONE - Antoine Cossè ha trasfigurato nel suo nuovo fumetto, Metax, Add editore, la smania di possesso della società contemporanea. Metax è una sostanza preziosissima che sembra essere in grado di guarire perfino la morte stessa, ma ormai si trova solo in un giardino misterioso. Un gruppo di bambini-terroristi difende il giardino dagli assalti degli ingegneri-schiavi che, per estrarre dal terreno ogni goccia della sostanza della vita, hanno ridotto la città in un luogo di morte.
F come FIORINO - Prima dell'alba del 3 Ottobre del 2013, Vito Fiorino esce in barca al largo di Lampedusa in compagnia di amici. Una volta in mare, Vito si trova di fronte una scena apocalittica: almeno 200 persone che chiedevano aiuto. "Le grida mi sembravano quelle dei gabbiani" racconta Vito in un episodio di Stories di Netflix, "invece erano uomini e donne disperati". Vito e i suoi amici riuscirono a salvarne solo 47. Da quel giorno, il rapporto con il mare di Vito è cambiato, ma quelle vite salvate gli hanno permesso anche di diventare il genitore che non è mai riuscito ad essere..
G come GAZA - La guerra che il governo di Netanyahu sta scatenando contro i Palestinesi di Gaza, e non solo, continua a porre dilemmi. Con il suo ultimo libro, Gaza di fronte alla storia (Laterza), Enzo Traverso, uno stimato storico italiano professore negli USA, interviene nel dibattito soprattutto cogliendo le analogie dell'attuale narrazione del conflitto con narrazioni analoghe del passato. Il libro è diventato presto uno dei più controversi sull'argomento, ma noi lo segnaliamo per l'invito implicito che fa: continuare a discutere per non soccombere alla propaganda di guerra.
H come HEKIMO - Aynur Doğan è stata definita la voce del popolo Kurdo in esilio. Nel 2024 è uscito il suo nuovo album, Rabe, costruito fondamentalmente sulla voce di Aynur, che aggiunge, toglie, riflette, aggiunge e toglie ancora ritmi e sonorità. Il disco è impreziosito da diverse collaborazioni con musicisti di ogni parte del mondo. Il brano Hekimo (Dottore) è un adattamento di una poesia del poeta curdo Evdale Zeynè, una supplica perché il dottore si prenda cura dei propri cari. C'è solo un sassofono ad accompagnare la voce di Aynur: brividi.
I come IMMAGINARIO - Mussolini creò l'Istituto Luce come strumento di propaganda visuale. Un caso particolare di questa attività furono i reportage fotografici dalle colonie in Africa. Le fotografie mostravano l'opera civilizzatrice delle nostre truppe, rafforzata dall'immagine che si dava degli autoctoni come deboli, poveri, sottomessi. In altre parole, le fotografie hanno ritratto il razzismo delle camicie nere (e non solo). Quell'Immaginario coloniale è ora disponibile nell'archivio che l'Istituto ha messo on-line.
L come LIBANO - Nel 2010, Il Saggiatore pubblica "Il martirio di una nazione - Libano in guerra" scritto da Robert Fisk, uno dei più autorevoli inviati di guerra, scomparso nel 2020. I bombardamenti recenti dell'esercito Israeliano rilanciano l'attualità di questo testo che ricostruisce il dramma libanese a partire dal 1948: Siria e Israele lo hanno invaso e ne hanno fatto il campo di una battaglia fratricida: profughi e civili trucidati senza pietà, città più volte assediate, bombardate e martoriate, esodi biblici mossi dal terrore. Continui attentati sanguinari hanno incrinato la fragilissima democrazia libanese.
M come MATRICOMUNITÀ - Vivere in armonia seguendo i valori del materno è una serata di riflessione sul potenziale creativo materno come spinta alla realizzazione di una società pacifica e armoniosa. La serata sarà introdotta dal film "Nu guo - Nel nome della Madre", in presenza della sua autrice Francesca Rosati Freeman, per scoprire la società dei Moso che da millenni, in Cina, vive in modo matriarcale. L'evento si terrà il 24 novembre 2024, ore 16.30 - 20.00 Ex Baracche verdi, via degli Aceri 1, Isolotto (Firenze). Evento gratuito, max 50 partecipanti.
N come NAUFRAGHI - Sono le 4 del mattino del 26 febbraio 2023 quando la "Summer Love" si arena a 150 metri dalla riva: 94 morti, dei quali 25 sono minori, 20 dispersi e 81 sopravvissuti. Mimmo Calopresti ha raccolto le testimonianze di quel dramma, il loro effetto sugli abitanti di Cutro, il dolore dei parenti che accorsero in Calabria per sapere dove erano spariti i loro cari. Ne è nato un documentario "Cutro, Calabria, Italia" che è anche un catalogo dei sogni di quanti erano sulla Summer Love, e la realizzazione della profezia dell'Alì dagli occhi azzurri di Pasolini. Disponibile su raiplay.it
O come OBBLIGATORIO - Il 31 Luglio 2009, Franco Mastrogiovanni, un maestro elementare di 58 anni dichiaratamente anarchico, viene colpito da un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) presso l'ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Restò legato mani e piedi per 87 ore, privato di cibo e acqua fino alla morte dopo un'agonia terribile. Il Podcast Come una marea di Francesca Zanni ed Enrico Bergianti ricostruisce questa ennesima storia incredibile di crudeltà istituzionale.
P come PALESTINA - Solo poche settimane fa abbiamo appreso come l'intelligence israeliana sia riuscita a far esplodere dei banali cerca-persone elettronici nelle mani di presunti combattenti Hezbollah in Libano. La tecnologia militare israeliana è fra le più avanzate al mondo, e quell'attacco così sofisticato è stata anche un'ottima pubblicità. Nel libro Laboratorio Palestina, Antony Loewenstein, un giornalista ebreo australiano, rivela come Israele usa il conflitto contro i Palestinesi per validare la propria tecnologia dell'occupazione prima di proporla a potenziali acquirenti.
Q come QUESTI CHI SONO? - Il festival Times Zones di Bari propone da decenni musiche decisamente fuori dai circuiti commerciali e televisivi. Il titolo dell'edizione di quest'anno è, ironicamente, "Chi sono questi? In cartellone ci sono di artisti sconosciuti: chi scrive non ne conosce neanche uno. Ma a Times Zones si va per scoprire, per rieducare l'orecchio. E può capitare che rimangano in mente i suoni di Sofi Paez, o le atmosfere elettroniche che Catherine Graindorge crea con il più classico degli strumenti musicali: il violino! E molto altro.
R come REGIMI - Da qualche settimana, è disponibile in libreria il libro Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto, di Judith Butler, coraggiosa pensatrice americana. Qui si interroga sul perché le immagini dei corpi che la guerra dilania sono sempre inefficaci a disinnescare il desiderio di violenza. "I documenti che rivelano sono sempre più spesso considerati semplici strumenti di contropropaganda. Come tali il regime mediatico li ingoia e li disattiva", dice Butler. Profonde anche le riflessioni di Maria Nadotti su doppiozero.it a proposito del libro di Butler.
S come SOLE - Soledad Rosas, argentina, ed Edoardo Massari, anarchico torinese, si incontrarono casualmente in una casa occupata nel 1997, e per un anno parteciparono alla battaglia contro l'alta velocità in Val di Susa. I due vennero arrestati. Edoardo morì impiccato in cella. Soledad morì nella casa dove scontava i domiciliari. Pietro Babina ne ha ripreso la storia in "Sole e Baleno", un esperimento di teatro essenziale, quasi di sola parola, ma capace di smascherare il conformismo che alimenta i poteri che hanno condotto i protagonisti alla morte.
T come TESTIMONIANZA - Abubaker Abed è un giornalista adolescente con la vocazione di seguire il campionato di calcio inglese. Vive in Palestina, nella Striscia di Gaza. La guerra irrompe regolarmente tra i suoi posts calcistici. Abed vorrebbe solo parlare di calcio, ma la violenza che lo circonda soffoca questo suo desiderio, e, quasi senza volerlo, è diventato uno dei pochi reporter sul campo della mattanza israeliana. Le sue preziose testimonianze sono disponibili su X: @AbubakerAbedW
U come UTOPIA - L'esperienza della scuola di Barbiana continua ad emozionarci nonostante si sia conclusa da molti decenni. Forse perché ne desideriamo un'altra, forse perché ci convince che a volte le utopie si realizzano, o forse perché qualcuno vorrebbe che ce ne dimenticassimo, o forse perché da allora non è che sia cambiato tanto. Rosalba Vitellaro ha deciso di raccontare ancora quella storia direttamente ai giovani dirigendo La favolosa storia di Barbiana, che è un cartone animato. Disponibile gratuitamente su raiplay.it
V come VOCI - Il podcast Cenere - Voci dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema di Anna Dainelli e Lorenzo Bacci racconta la storia di una pagina terribile della Seconda guerra mondiale, nascosta per troppo tempo negli archivi della memoria d'Italia. Nelle prime ore del mattino del 12 agosto 1944 un folto numero di soldati tedeschi raggiunge Sant'Anna di Stazzema, un paesino di montagna della Versilia. I nazisti trovano solo donne, vecchi e bambini, gli uomini sono già tutti fuggiti per paura dei rastrellamenti, ma non si fanno problemi a ucciderli prima di dare fuoco a corpi e abitazioni. Il podcast raccoglie le voci dei testimoni, vittime e carnefici.
Z come ZANETTIN - Una costante dei conflitti israelo-palestinesi è la sistematica violazione da parte di Israele del diritto internazionale. Si tratta di una vera e propria catena dell'impunità, come denunciano Raffaele Spiga e Federico Zanettin nel libro omonimo, che, partendo da Israele, arriva fino ai governi europei e ai principali istituti di ricerca del vecchio continente. Il libro, La catena dell'impunità, è un'inchiesta sulla storia degli armamenti israeliani e sulle complicità dell'Occidente e dell'Italia nella guerra condotta ai danni della popolazione civile in Palestina.
a cura di Felice Simeone
