Archivio › Fuori Binario n. 267 · Novembre 2024 › pagina 8
CULTURA
Aggrappati alla Montagna magica
Laura Bardelli · Fuori Binario n. 267, Novembre 2024, pagina 8
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Rubrica: CULTURA | Autrice: Laura Bardelli
Tra le lapidi del cimitero germanico della Futa va in scena il capolavoro di Mann, allegoria della condizione umana
Anche quest'estate, insieme a centinaia di cittadine e cittadini. In una tesa sacralità laica. Con i corpi che trasudano l'attesa frescura.
Abbiamo formicolato in geometrie mutevoli lungo la spirale di pietra che circonda le 30.776 lapidi dei giovani tedeschi morti lungo la Linea Gotica.
Sedendo sui muriccioli percorsi di licheni o sull'erba del boschetto che conduce al lago, abbiamo ascoltato il borbottio del tuono, visto le nubi accumularsi in strati densi all'orizzonte, contemplato il sole che scendeva arroventando le montagne. Ci siamo dati il passo sugli incerti gradini, presi le mani mute, scambiati sguardi sgomenti, offerti al cortocircuito emotivo che azzera il tempo, le distanze, i confini ed apre finalmente ad una comprensione immediata perché oltre le parole.
Per chi da vent'anni si arrampica su questo maestoso crinale con Archivio Zeta (che nel 2003 ha stabilito la sua residenza artistica al Cimitero germanico della Futa), come per chi lo ha fatto per la prima volta, è questa ormai l'irrinunciabile montagna "magica", tosco-emiliana, europea e universale. Così suona il titolo del capolavoro di Thomas Mann, Der Zauberberg, in italiano sempre tradotto come La montagna incantata: un testo-mostro che cresce a dismisura nelle mani dell'autore dall'iniziale resoconto di un soggiorno dello stesso Mann presso il Berghof a Davos, in Svizzera (risalente al 1912), fino alle 600 e più pagine della redazione definitiva, che sono al tempo stesso romanzo di formazione, riflessione storico-filosofica, allegoria visionaria di una civiltà (quella europea) in vista del suo tramonto insanguinato. "Senza temere il discredito in cui versa la meticolosità siamo anzi propensi a credere che soltanto ciò che va in profondità riesce a divertire", afferma Mann nella Premessa. Pertanto, per giungere puntuale alla scadenza del centenario (il romanzo vede la luce nel 1924), il gruppo bolognese si è posto per tempo al lavoro sul testo, messo in scena in tre parti a partire dall'estate del 2022, con la drammaturgia di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni e la partitura musicale di Patrizio Barontini.
Nello spazio sospeso del sanatorio, appesi al crepuscolo sull'Appennino, assistiamo alle vicende del giovane amburghese Hans Castorp e a quelle del microcosmo che ruota intorno alla struttura, declinando per sette immobili anni i temi dell'attesa (vengono in mente almeno il Deserto dei tartari di Dino Buzzati o Aspettando Godot di Samuel Beckett), della salute che si fa progressivamente malattia, dell'amore, e naturalmente della morte. Nel rigore cromatico del bianco dei camici, del grigio dei cappotti-coperte-pietre, del nero dei mantelli svolazzanti e del rosso che compare a tratti, come le macchioline di sangue sui fazzoletti dei tubercolotici (ora è il boa della scultorea Madame Chaucat, ora una caffettiera o una microscopica tazzina), il tempo irride la tirannia degli orologi, l'ossessione della misura, della temperatura, degli apparecchi per respirare, mentre le sedie a sdraio danzano e si fanno abiti, camicie di forza, ali, e il carro di Tespi è condotto dal vento teso dei 1000 metri. Pare di vederla, la fortezza Europa, che veleggia e assiste vacua al compiersi di un irrimandabile destino, guardando dall'alto dei suoi bizzosi balletti alle "terre basse", dove dovrà prima o poi scendere: come il soldato Hans, che si avvia con le fasce ai piedi e la baionetta a tracolla, salutato dalle maschere tragiche che hanno accompagnato il progredire della sua consapevolezza al sanatorio.
Il canto di pace che si leva dal boschetto in cui termina il terzo atto della trilogia, ci strappa l'ultimo commosso silenzio e sigilla il coraggioso tentativo di Archivio Zeta di ribaltare lo sguardo sordo che troppo facilmente possiamo sulle vicende accadute come su quelle a venire. "Sotto c'è l'abisso. Per non scivolarci dentro mi aggrappo a un filo d'erba", scriveva Christian Bobin: aggrappiamoci, allora, ai fianchi della Montagna magica.
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Uscito sul numero 267 (Novembre 2024), a pagina 8. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
