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ISTITUZIONI TOTALI
Tornare dentro dopo 16 anni
Riccardo Boni · Fuori Binario n. 267, Novembre 2024, pagina 4
!Carcere
Rubrica: ISTITUZIONI TOTALI | Autore: Riccardo Boni
Una notifica tardiva interrompe il percorso di ricostruzione di chi cercava di ricominciare a vivere dopo la detenzione
Ho raccolto la testimonianza di "uno di noi", qui a Fuori Binario, dopo 16 anni costretto di nuovo in carcere per l'arrivo di un "definitivo". Ecco la sua storia.
Ho fatto molti errori nella mia vita dai 19 ai 50 anni, ma li ho pagati e li sto pagando ancora duramente. Sono stato ospite nelle carceri di Napoli Poggio Reale, di Salerno Fuorni, di Pisa Don Bosco, di Firenze Sollicciano. Nel 2007 ho compiuto un reato per cui sono stato processato e condannato. Scontata la pena, piano piano mi ero ricostruito una pseudo normalità, seguendo un percorso con il Serd ("Servizi per le dipendenze patologiche" ndr), l'assistente sociale, la frequentazione di Fuori Binario -- dove lavoravo in un ambiente socievole che mi ha dato tanto. Facevo le pulizie della sede nonostante potessi muovermi solo con le stampelle a causa dei miei problemi fisici: un ictus, due trombosi e un piede rotto che mi hanno portato a un grave sovrappeso.
Nel novembre del 2023 ero a casa. Ho ricevuto una telefonata in cui mi hanno comunicato che avevo una vecchia sentenza definitiva da scontare per un reato commesso nel 2007, notificato dopo 15 anni. Con questa notizia crollava quel poco che ero riuscito duramente a ricostruire: tutto distrutto. E se avessi avuto una famiglia? Ne avrebbero pagato le conseguenze anche loro.
Commetti un reato, vieni condannato, sconti la pena, e mentre ti rifai una mezza vita ti arriva un definitivo, dopo 15 anni? Distrugge tutto e devi ricominciare da capo. Ero libero e avevo una prospettiva davanti a me. Invece, il 30 novembre dello scorso anno sono venuti a prendermi in borghese mentre pranzavo; sono sceso in strada e mi hanno portato in questura in Via Zara dove mi hanno preso le impronte digitali, fotosegnalato, e poi trasferito a Sollicciano con la volante a sirene spiegate.
Arrivato in carcere mi hanno sequestrato il cellulare, sono passato dalla matricola e ho fatto tutta la solita trafila. All'accoglienza sono stato visitato dal medico, a cui ho spiegato tutto: che ero in cura al Serd di Borgo Pinti e che prendevo vari farmaci per la depressione che mi davano altri problemi tipo sonnolenza, stanchezza, vuoti di memoria, irritazione. Subito, viste le mie patologie, mi hanno mandato al centro clinico e messo in una cella sporca, lurida, sovraffollata, in cui ero l'unico italiano. Una cella di pochi metri quadrati da tre posti occupata da cinque persone, con un solo bagno, sporco, che nessuno puliva mai, al freddo senza riscaldamento, con l'acqua calda per la doccia che arrivava solo al mattino alle cinque o la sera dopo mezzanotte. Spesso dovevamo fare le corse per lavarci perchè di acqua calda ce n'era poca e io con le stampelle avevo grossi problemi ad arrivare in tempo.
Un braccio e undici celle: quando arrivava il vitto il cibo non bastava per tutti, era calcolato per tre persone a cella, quindi per trentatre, ma in realtà eravamo cinque... Così sono dimagrito, tra le razioni scarse e lo schifo del cibo. La persona che portava il vitto, il portavitto, era così sporco, lurido, puzzolente... metteva il cibo nel piatto con le mani sporche.
Il centro clinico dove mi trovavo è una sezione medica attenuata: le celle erano vecchie e fatiscenti, occupate da persone con problemi psicofisici e mentali che avrebbero dovuto stare al Rems ("Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza", di competenza dei dipartimenti di salute mentale, ndr); le visite mediche non funzionavano perchè non c'era personale, non c'erano psichiatri o psicologi. Non c'erano materassi e quelli che c'erano erano vecchi, sporchi, rotti, bucati. E poi cimici, scarafaggi, topi, piccioni. Servivano forse per farci compagnia? La scabbia, praticamente endemica tra noi reclusi, mi è stata curata con un solo trattamento di pomata. Se il centro clinico doveva essere un padiglione igienicamente dei migliori, pensate come potevano essere le condizioni delle altre sezioni.
Poco dopo il mio arrivo, un ragazzo giovane si è suicidato, impiccandosi a 25 anni. Al centro clinico spesso arrivavano persone che si erano procurati pesanti atti di autolesionismo, con ferite da taglio e altro. Altri per aver bevuto il detersivo che passava la sezione per l'igiene. Dopo questi episodi la direzione aveva proibito la detenzione di detersivi e lamette in cella. Alcuni erano da ricovero in ospedale psichiatrico, non da centro clinico, perché il centro clinico non è un centro psichiatrico. Io, con i miei problemi, ero in cella con gente che aveva meno problemi degli altri. La sera passava uno con il carrello dei medicinali e ti dava la terapia: farmaci tipo Valium, Tavor, Xanax, ecc., la cui posologia e funzionalità era controllata dal medico ogni 10/15 giorni.
Di soprusi fisici non ne ho subiti per le mie condizioni e perché ero al centro clinico. Però non c'era socialità, le celle venivano chiuse a discrezione della direzione per una rissa o altro. Non tutti volevano stare al centro clinico e le guardie, se le chiamavi, arrivavano dopo 20 minuti, con comodo! Tanto noi eravamo e siamo scarti. Perché il carcere è una discarica sociale dove non conti e non vali niente.
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Uscito sul numero 267 (Novembre 2024), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
