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Lo sai che...Redazione · Come sostenerci
> "Nessuno al mondo, nessuno nella storia ha mai ottenuto la libertà facendo appello al senso morale dei suoi oppressori." > Assata Shakur
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Sinistra, dove sei?Cristiano Lucchi · Resistenze
Le politiche dominanti sono ormai per la quasi totalità connotabili come di destra, nel senso classico del termine. Tranne rarissime eccezioni, chi governa e amministra le nostre città si pone verso le questioni della vita con l'atteggiamento tipico dei movimenti di destra: conservazione dell'esistente, ordine sociale basato sulla sicurezza dei ricchi, stigma sulle diversità. Le idee progressiste che hanno animato le masse nel Novecento sono ormai minoritarie nel dibattito pubblico e, drammaticamente, non sono più rappresentate nelle assemblee elettive.
Un tema centrale per Fuori Binario è il diritto alla residenza, che il Comune di Firenze nei fatti nega alle persone che vivono in una condizione di precarietà abitativa, che siano occupanti o senza dimora, impedendo loro il godimento di diritti fondamentali, come la tutela della salute, l'esercizio del voto, l'accesso alle prestazioni assistenziali e a sostegno del reddito, ai bandi per la casa, per citarne solo alcuni.
Sulla trafila burocratica a cui sono costretti, abbiamo interrogato gli esperti del settore, anche alla luce di una recente sentenza della Corte di Appello che ha ritenuto infondata la pretesa di subordinare il diritto alla residenza ad una presa in carico dei servizi sociali. Questo e altri paletti sono il motivo per cui le nostre strade sono oggi percorse da centinaia di persone che vivono in un mondo parallelo, private di una carta di identità con sopra un indirizzo che dia loro accesso ai diritti basilari.
Va inoltre ripensato da zero l'attuale percorso di accesso alla residenza fittizia, ovvero la possibilità di godere di un indirizzo convenzionale, unica alternativa per coloro che hanno diritto a un'iscrizione anagrafica e, tuttavia, non possono ottenerla nel luogo di effettiva dimora abituale. I comuni dell'area metropolitana dovrebbero agevolare l'iscrizione delle persone in emergenza abitativa, individuando un unico indirizzo al fine di garantire un'equa distribuzione ai servizi sociali. È la proposta formulata da Medici per i diritti umani che adottiamo e sosteniamo con forza. Se c'è ancora qualcuno di sinistra al governo delle nostre città batta un colpo, per favore.
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Poeta degli oppressiCorrado Marcetti · Controvento
Scrittore, sperimentatore, drammaturgo, outsider, inventore di cavalli e draghi. Osservatore instancabile del mondo e della società, fu icona vivente della lotta per la chiusura dei manicomi.
"Non cancellatemi con una gomma di pane" era il titolo che Giuliano Scabia aveva dato nel 1994 alla sua presentazione del catalogo dei lavori artistici realizzati dagli internati dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Qui, nel complesso della Villa Ambrogiana, sede dell'O.P.G., con un gruppo di loro aveva poi realizzato nel 2003 un fantastico drago, simbolo di libertà e giustizia.
Il drago di Montelupo fu portato fuori dalle mura della prigione psichiatrica per incontrare Marco Cavallo, il cavallo azzurro, ideato trent'anni prima nel manicomio di Trieste, simbolo dei desideri degli internati, della loro umanità e libertà negate. Allora, nel lontano 1973, per fare uscire dal reparto quel cavallo, alto 4 metri, realizzato in legno e cartapesta con Vittorio Basaglia e altri artisti, era stato necessario un segno dirompente: la rottura degli infissi e dell'architrave del portone d'ingresso. Per cambiare le cose occorre sempre una qualche rottura dell'esistente.
Giuliano era stato l'animatore dell'atelier realizzato in quel che era stato il primo reparto manicomiale chiuso dalla rivoluzione basagliana. I ricoverati, uomini e donne, ora vi accedevano liberamente per partecipare alle tante iniziative artistiche e teatrali, alle feste come alle assemblee. Qui preparavano le scene animate che portavano tra i ricoverati degli altri reparti e da loro era venuta l'idea di dare a quel cavallo di cartapesta lo stesso nome del cavallo che per tanti anni aveva tirato il carretto della biancheria sporca del manicomio e che loro avevano salvato, a fine carriera, dal mattatoio a cui era destinato.
Montato su piccole ruote, quello straordinario cavallo, azzurro per scelta degli internati, che nella pancia custodiva i biglietti coi loro sogni, era stato portato sul prato della direzione e poi per le vie della città, seguito dal lungo corteo di internati, medici e infermieri. Poi ancora sarebbe stato portato in tante altre città.
Diceva Giuliano che quel cavallo era le centinaia di storie che lo componevano. Che se fosse stato solo una scultura non sarebbe stato nulla. Era il simbolo della caduta dei muri dell'esclusione, un'icona della lotta per la chiusura dei manicomi che portò nel 1978 alla entrata in vigore della "Legge Basaglia". Il drago di Montelupo ne rappresentò il seguito ideale. Sempre sul piano simbolico e teatrale, Giuliano portava un nuovo originale contributo al superamento dell'istituzione totale, attraverso un altro dei suoi animali fantastici capaci di balzare fuori dalle mura.
Fino a poco tempo prima della morte Giuliano, che è stato una delle voci più originali e autentiche della cultura italiana del secondo Novecento, lo si poteva incontrare facilmente nella quotidianità della sua vita fiorentina, al mercato di S. Ambrogio o per le strade del quartiere di Santa Croce. Fermava la sua bicicletta e col sorriso sulle labbra era sempre disponibile a condividere un nuovo interesse culturale, una riflessione politica, una passione civile, un pensiero. Il volo delle sue mani accompagnava le parole. Era sempre generosamente coinvolgente negli inviti a partecipare a questa o quella iniziativa. Magari una delle passeggiate notturne nei boschi che amava e che animava col racconto di fantastiche storie.
Scrittore, poeta, drammaturgo, narratore dalla vena felice è stato protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più vive e originali degli ultimi decenni. Nei primi anni '60 aveva collaborato con Luigi Nono scrivendo per "La fabbrica illuminata" i testi nati dall'ascolto degli operai dell'Italsider di Cornigliano a Genova.
A Torino, nel 1969-70, aveva creato un laboratorio che girava per i quartieri periferici inventando nei luoghi degli scontri dell'Autunno caldo, un teatro dilatato agli abitanti.
Al Dams di Bologna dove aveva iniziato a insegnare drammaturgia nel 1972, aveva creato con i suoi studenti, esperienze teatrali e musicali che portava ovunque, dall'Appennino reggiano alla pianura padana, dai quartieri periferici delle città all'entroterra veneziano.
A Bologna, durante il Movimento del '77, fece volare alte sul quartiere universitario delle mongolfiere realizzate con i suoi studenti del Dams.
La poesia è stata sempre l'asse portante del suo operare insieme alla scrittura collettiva, al teatro come narrazione, alla sperimentazione continua di azioni culturali sui confini urbani di periferie slabbrate, sui margini sociali e fisici della società.
Era un outsider, fuori dalle regole e dalle convenzioni della cultura ufficiale. Per sottolineare l'importanza della relazione amava ricordare una frase di Gombrowicz, "Colui con cui canti, modifica il tuo canto". Scrisse un pezzo per il numero de "La Nuova città", la rivista di Giovanni Michelucci, dedicato a "La città dei bambini". Aveva per titolo "I germogli del mondo" e ne riporto tre righe:
> Dove sono i germogli della stagione nuova? > Se non ci sono dentro di noi non ci sono neanche fuori. > Che la nostra mente non perda i semi della speranza.
Mi piace ricordare la sua tenace resistenza alla malattia, che nel maggio dello scorso anno se lo portò via, con una frase presa dalla "Seconda lettera a Dorothea sopra il diavolo e l'angelo", che aveva recitato nella banlieu parigina di Villejuif nell'ambito del "Premier Festival de Commedia dell'Arte du Val de Marne": Ma io insistetti per stare volando ancora un poco.
(nella foto: Giuliano Scabia)
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3Contro il decoro1 articolo
In principio furono i lavavetriLorenzo Guadagnucci · Contro il decoro
A Firenze il ritornello del degrado iniziò con le ordinanze dello "sceriffo" Cioni, poi altri comuni di centrosinistra abbracciarono il "securitarismo" oggi imperante.
Tutto, o quasi tutto, cominciò nell'estate del 2007 qui a Firenze, quando un'ordinanza dell'assessore Graziano Cioni - sindaco del momento era Leonardo Domenici - vietò "fino al 30 ottobre 2007 l'esercizio del mestiere girovago di lavavetri sia sulla carreggiata sia fuori di essa. L'inosservanza è punita ai sensi dell'articolo 650 del codice penale e con il sequestro dell'attrezzatura". L'ordinanza fu introdotta durante le ferie, quasi con nonchalance, ma fece scalpore e diventò un caso nazionale, sorprendendo lo stesso sindaco in ferie in Grecia. Fece scalpore perché per la prima volta nella rossa toscana, la rossa giunta di Firenze - rossa, s'intende, secondo la retorica mediatica - l'amministrazione comunale prendeva un provvedimento assai simile ad alcune ordinanze tipiche delle amministrazioni leghiste, con immigrati, mendicanti, rom e altre categorie considerate marginali colpite da misure di divieto d'accesso a certi luoghi o impedite di tenere determinate condotte. Il dirigente leghista Roberto Calderoli, nel pieno della polemica, arrivò beffardamente ad annunciare la consegna a Cioni e Domenici della tessera onoraria della Lega Nord.
L'ordinanza contro i lavavetri fu un caso anche in città. Il procuratore capo Ubaldo Nannucci obiettò non solo sulla possibilità di prevedere una sanzione penale in un ordinamento che da tempo aveva depenalizzato la mendicità, ma anche sulla necessità di tenere conto di "aspetti umani che la magistratura non può ignorare", aggiungendo che "il magistrato deve applicare le norme secondo coscienza, senza avere riguardo se l'80% dei cittadini lo acclama o il 90% lo vitupera". Per la giunta comunale uno smacco: il procuratore, con eleganza, faceva notare la grossolanità tecnica, politica e umana dell'ordinanza.
È bene ricordare qual era il contesto. Già Alessandro Dal Lago, in un noto libro del '99, "Non persone" (Feltrinelli editore), aveva rimarcato il progressivo scivolamento delle amministrazioni di centrosinistra verso il securitarismo, con la creazione di un allarme sicurezza che mirava a sfruttare politicamente lo "choc culturale", così lo definiva Dal Lago, dovuto all'arrivo nelle città di persone straniere in misura maggiore rispetto al passato. Cioni, presto definito dai media "lo sceriffo", si era già fatto notare per il suo attivismo nel controllo serrato degli ambulanti, nella repressione di comportamenti urbani considerati da alcuni cittadini fastidiosi - schiamazzi, assembramenti rumorosi, richieste di elemosina e così via - fino a creare un "ufficio delle piccole cose", pensato per assecondare queste manifestazioni di insofferenza spicciola, e soprattutto le prime squadre di vigili urbani "anti degrado".
L'ordinanza coronava dunque una linea ideologica e di condotta ormai matura; fu un atto che aprì la strada a scelte analoghe di altre amministrazioni di centrosinistra, fin lì rimaste titubanti sull'opportunità di imitare i sindaci leghisti. Il fatto che una città come Firenze avesse legittimato e rivendicato una scelta del genere diede il via a una stagione nuova. Le ordinanze cominciarono a fioccare e colpivano ora gli ambulanti, ora i rom, ora gli immigrati riuniti attorno alle panchine di piazze e parchi e così via. Fu in quella fase storica che si accettò il terreno d'elezione tipico delle destre - la logica detta "legge e ordine" - abbandonando la visione storica delle sinistre, di tutte le sinistre, cioè la prioritaria attenzione alle persone, ai loro bisogni e diritti, comprese e anzi principalmente le persone considerate marginali per ragioni sociali, politiche, culturali, quindi i poveri, gli stranieri reietti, le minoranze stigmatizzate.
Proprio il sindaco Domenici con un intervento nel pieno della polemica dettò la nuova linea: "Non è una cosa di sinistra", spiegò, "decidere di lasciar vivere gli ultimi negli spazi interstiziali della società, negli angoli, negli incroci. Bisogna che ci siano pari condizioni di dignità e identiche regole per tutti. Lasciarli a lavare vetri perché sono poveretti non è una politica lungimirante né umanitaria".
La presa di posizione del sindaco, naturalmente, non era accompagnata da alcun provvedimento concreto in favore dei "poveretti", che semplicemente sparirono dalla vista e presero a cercare fonti di sostentamento in altro modo. Nessuno si prese cura di loro e furono gli attivisti riuniti nell'Assemblea autoconvocata - come si chiamò il gruppo di lavoro nato all'indomani dell'ordinanza - a scoprire che i famosi lavavetri erano per lo più persone appartenenti al popolo rom venute dalla Romania e relegate a vivere in condizioni spaventose in accampamenti informali nell'area dell'Osmannoro, nell'indifferenza generale, salvo essere additate come prova del degrado provocato dalle immigrazioni.
Restano attuali, insomma, le posizioni espresse all'epoca dall'Assemblea autoconvocata e dal movimento che si oppose all'ordinanza contro i lavavetri. La costruzione mediatica dell'emergenza sicurezza ha prodotto mostri nel senso comune, oltre che nelle ordinanze e nelle leggi. Sono atti, rimarchiamolo, che hanno eroso lo stato di diritto, fatto evaporare il principio di uguaglianza e quindi favorito l'impoverimento della nostra democrazia, ormai più simile - come in buona parte d'Europa, complici le politiche vessatorie sulle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi - a una "democratura" che al profilo disegnato nella nostra Costituzione.
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La residenza, diritto e non premioStefania Valbonesi · Diritti
"Accettare o no un percorso sociale non c'entra niente con la sua concessione". Il parere dell'avvocato Mumolo dopo l'importante sentenza della Corte d'Appello.
La residenza, come ormai noto, è il punto motore di una serie di diritti fondamentali, fra i quali la presenza nel sistema sanitario nazionale, la possibilità di lavorare, l'accesso a misure di sostegno quali il reddito di cittadinanza e l'assegno famigliare. Anche il diritto all'istruzione passa attraverso la definizione della residenza.
"Si tratta di un diritto-dovere così importante che, al netto delle ultime modifiche, la legge chiede agli uffici anagrafe di rispondere alla richiesta di iscrizione nelle liste, entro 48 ore. Ovvero: entro 48 ore il Comune deve dare una risposta positiva oppure negativa, motivando quest'ultima". A parlare è il presidente dell'associazione "Avvocato di Strada", Antonio Mumolo, che, in questi ultimi mesi, ha raccolto proprio a Firenze un importante risultato: un ricorso davanti alla Corte d'Appello portato avanti insieme allo staff fiorentino composto dagli avvocati Silvio Toccafondi e Paola Pizzi, ha prodotto l'importante sentenza del 26 aprile scorso.
Tutto nasce da un caso emblematico. "Nella fattispecie, la protagonista, nata a Firenze, ha una sfortunata esperienza a Campi nella quale perde il lavoro e viene sfrattata. Dopo il suo ricovero in una stanza di un edificio occupato - spiega Mumolo - si rende conto che la figlia minore non può usufruire né dei servizi scolastici né di quelli sanitari. Si reca in Comune e chiede la residenza, che, dopo qualche tempo, le viene però rifiutata. Si rivolge allora ai servizi sociali, che pongono in essere una serie di passaggi tali da farle temere di poter perdere la figlia. Così - prosegue il legale - si rivolge a noi che chiediamo al Comune di Firenze l'iscrizione nelle liste dell'anagrafe: pur occupante senza titolo ma abitando stabilmente in città (cosa nota anche ai servizi sociali cui la donna si è già rivolta), la signora può infatti essere iscritta come residente all'indirizzo fittizio di via del Leone, e poi, in termini residuali, nelle liste del Comune di nascita, ovvero Firenze, secondo quanto previsto dalla legge".
Eppure, il Comune decide che la signora non deve essere iscritta. Forse perché non ha accettato il percorso sociale? Forse il percorso sociale è ritenuto da parte del Comune di Firenze l'unico metodo per accertare se la richiedente (o i richiedenti in generale) hanno asserito il vero? E comunque, è il percorso sociale l'elemento capace di far pendere per il sì o per il no l'iscrizione all'anagrafe?
Precisa Mumolo: "Il punto è: secondo la legge, la residenza è una dichiarazione che deve possedere soltanto due requisiti: uno oggettivo - mi trovo nel territorio di Firenze - e un altro soggettivo, ovvero la volontà di volerci stare. Il Comune deve darla, o negarla motivando il diniego, entro 48 ore. Se la dà, ha 45 giorni per effettuare indagini. Il percorso sociale, che attiene al welfare, non ha nessuna parte nel processo di iscrizione o meno. È un ottimo aiuto che il pubblico dà alla famiglia o alla persona, che deve essere accettato liberamente dal soggetto cui è proposto e che ovviamente potrà rifiutarlo, ma che non può e non deve influire su eventuali valutazioni che riguardano l'iscrizione".
La sentenza, che arriva dopo 6 anni, da un lato conferma la natura di diritto soggettivo alla residenza, la sua obbligatorietà per il cittadino e per l'ente locale delegato di potere statale a procedere all'iscrizione o al suo diniego entro un tempo breve ma, soprattutto, mette in chiaro l'assoluta indipendenza del profilo legato al settore del welfare con quello legato alla legge che disciplina la materia in oggetto.
Scrive infatti la Corte d'Appello: "Ritiene la Corte l'infondatezza della pretesa del Comune di Firenze di subordinare la concessione della residenza a una pre-istruttoria da effettuarsi tramite la presa in carico da parte dei servizi sociali in conformità alla delibera della giunta Comunale n. 2016/G/00050 del 24/02/2016".
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Sfratti a Firenze, cosa fa la politica?Clara Baldasseroni · Diritti
Casa SPA butta fuori per morosità una famiglia con minori: un presidio e tanta solidarietà dal basso, mentre latitano l'amministrazione e i servizi sociali.
Lo scorso 8 giugno Casa spa ha sfrattato in via Canova una famiglia composta da Nezha, dai suoi cinque figli e dalla nipotina di appena due anni. Non riuscivano a pagare l'affitto e il piano di rientro concordato si è infranto sull'onda lunga della crisi economica dovuta al Covid, ma non solo.
È scattata subito una gara di solidarietà. Anche perché sono stati sfrattati senza neanche aver avuto la possibilità di prendere le loro cose, i documenti, le medicine. Così è partito un presidio sotto l'appartamento che è stato animato dal Movimento di lotta per la casa, dalla Rete anti sfratto, dall'Unione inquilini e a cui hanno partecipato anche i consiglieri comunali Antonella Bundu e Dimitrij Palagi. Bundu e Palagi hanno portato la questione a Palazzo Vecchio, dove molto poco si fa per chi vive una condizione di povertà. Soprattutto quando a pagare di più, con la privazione del diritto all'abitare, sono le persone più fragili come donne e bambini.
Nezha e i suoi, ad un certo punto, avrebbero avuto la possibilità di pagare le morosità grazie ad alcune persone che si erano offerte con delle donazioni, un segno per mostrare che intorno a loro vive una comunità solidale che aveva la volontà di risolvere il problema. Ma non è stato possibile perché non è stato accettato il pagamento.
Alla fine, dopo una settimana di occupazione dell'androne del palazzo, la speranza di tornare ad avere un tetto dignitoso è sfumata. Polizia municipale, forze dell'ordine e servizi sociali hanno eseguito la sentenza dell'amministrazione comunale. Ancora una volta, in una società così ingiusta e insicura con chi non ha soldi, è stata fatta pulizia in nome della "sicurezza" e della "legalità". Non solo, il nucleo familiare è stato smembrato: Nezha con un figlio minore e il cane nel centro di accoglienza in via Slataper; due figlie e la nipote nel centro Caritas a San Paolino; l'ultimo dei figli sempre a San Paolino, in una stanza con sei uomini adulti.
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A Firenze percorso a ostacoli che di fatto preclude un dirittoValentina Baronti · Diritti
Le dure parole di Enrico Gargiulo - sociologo esperto di cittadinanza - descrivono l'"ostilità esplicita" della burocrazia e il "paternalismo" dei servizi sociali.
"A Firenze si è venuto a creare un meccanismo che di fatto esclude i cittadini che non riescono ad ottenere la residenza. Un meccanismo che coinvolge sia il livello burocratico che quello politico". Va dritto al punto Enrico Gargiulo, professore di sociologia all'università di Bologna e uno dei massimi esperti in Italia di cittadinanza e politiche di integrazione. Lo abbiamo intervistato in merito alla sentenza della Corte di Appello - ne parliamo qui accanto -, con la quale è stato riconosciuto il diritto di iscrizione anagrafica a un nucleo familiare che vive in un alloggio occupato a Firenze.
Prof. Gargiulo, lei nel 2019 ha partecipato alla stesura del rapporto sulle residenze invisibili a Firenze, curato da Medici per i Diritti Umani, quale situazione ha trovato?
Una cosa così, in termini di meccanismi burocratici, atteggiamenti stigmatizzanti, ostilità esplicita, non l'avevo mai vista, considerando inoltre che Firenze offre di sé un'immagine piuttosto "progressista". Mi hanno molto colpito i meccanismi con cui si nega l'iscrizione: rimandare all'infinito gli appuntamenti, temporeggiare, far stancare le persone, rendere i percorsi incomprensibili a chi non ha un certo grado di istruzione o di conoscenza della lingua. Al nucleo familiare che poi ha vinto la sua battaglia in tribunale, si contestava il fatto di non aver accettato di essere seguito dai servizi sociali. Attraverso i servizi sociali in realtà si esercita una forma di controllo. Fino al 2009 si poteva avere la residenza in due modi, o perché si aveva una dimora abituale oppure tramite il criterio del domicilio, ossia dichiarando che ci si trovava abitualmente in quel comune, senza però dover fornire un riferimento, semmai un indirizzo per la corrispondenza. Con il pacchetto sicurezza di Maroni però si introduce il dovere di fornire le prove di questo domicilio e qui entrano in gioco i servizi sociali, incaricati di verificare che quella persona si trovi effettivamente lì. Per fare questo i servizi sviluppano un atteggiamento paternalistico, con l'obiettivo di "assistere" quasi forzatamente il cittadino, dicendo che deve presentarsi ai servizi un certo numero di volte altrimenti viene cancellato, dando l'appuntamento dopo tre mesi e altri atteggiamenti che potrebbero essere interpretati perfino come vessatori.
E riguardo all'iscrizione anagrafica nelle case occupate?
Qui interviene una nuova norma, il piano casa del 2014, il decreto Renzi/Lupi, che all'art. 5 sancisce che non si possa prendere la residenza all'indirizzo di una casa occupata abusivamente. Queste persone quindi dovranno chiedere l'iscrizione secondo il criterio del domicilio, cadendo nella trappola del pacchetto sicurezza e quindi nell'orbita dei servizi sociali che li controllano.
Cosa cambia la sentenza di Firenze?
La aspettavo da anni una sentenza così. Perché scrive nero su bianco che non è legittimo costringere le persone a rivolgersi ai servizi sociali. Consideriamo che senza l'iscrizione anagrafica non si può avere il servizio sanitario, né sostegno al reddito, non si può firmare un contratto di lavoro né aprire un conto in banca. Questa assurdità si è denunciata a livello accademico, a volte anche in ambito politico, ma dirlo a livello giudiziario può fare la differenza.
Abbiamo chiesto al Comune di Firenze una posizione in merito alla sentenza, ma non abbiamo avuto risposta.
A chiarirci invece ulteriormente i contorni di questa vicenda è stato Paolo Morozzo della Rocca, professore di diritto privato all'Università di Urbino, autore di numerosi testi sul tema della cittadinanza: "La residenza è un diritto ma anche un dovere. Conoscere la residenza della popolazione è un'esigenza dello Stato ed essere esclusi dalla residenza significa essere esclusi dalla comunità, dalla cittadinanza. Questo comporta la negazione di diritti soprattutto sociali e per i cittadini italiani anche politici. Ma prima di ogni diritto si perde il diritto di esserci, di avere il proprio nome all'interno della comunità. Per questo la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità della norma che impediva l'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, sancendo così un principio di carattere generale: chiunque vive stabilmente in un territorio ha il diritto/dovere di risultarvi".
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Quegli invisibili senza indirizzoCamilla Lattanzi · Diritti
Risale al 2019 la stretta del Comune sulla residenza fittizia.
"Quanti ne possiamo eliminare?": usò questa espressione il dirigente dell'anagrafe di Firenze che aveva convocato l'Associazione Periferie al Centro per censire e dirottare altrove i senza dimora residenti al suo indirizzo. Ce lo racconta Gianna Innocenti, da anni attiva presso l'associazione. Un tempo le residenze venivano assegnate alle associazioni, oggi il Comune pretende in cambio che i senza dimora siano presi in carico dai servizi sociali: stringente controllo in cambio di nulla, né casa, né lavoro. Molte associazioni hanno così perso i residenti abituali, persone che conoscevano da anni perché da anni andavano di quando in quando a ritirare la posta o a fare quattro parole in un ambiente amichevole, senza pregiudizi verso storie di vita complesse.
Il Comune adesso "accentra e controlla": la residenza viene assegnata in via del Leone 35 al Centro Diurno La Fenice, infelicemente etichettato "Polo cittadino della marginalità" e a quel punto ci si deve far vedere spesso per firmare la presenza: chi sgarra perde la residenza e deve ricominciare la trafila. Il Comune vuole la certezza che le persone vivano davvero a Firenze, forse per motivi statistici, per dire che in città vivono pochi senza dimora, ma - è solo un esempio - alcuni dei residenti fanno i muratori e seguono i cantieri in altri comuni, dove si fermano anche a dormire. Inoltre l'anagrafe fiorentina pretende che chi è in affitto prenda la residenza nella casa in cui abita: ma sappiamo bene che chi offre alloggio a un certo tipo di persone non vuole assolutamente che queste prendano la residenza, e chi magari una volta è riuscito a ottenerla, quando poi ha dovuto cambiare casa l'ha persa e non è più riuscito a farsela dare. I residenti di Periferie al Centro sono stati dimezzati ma l'associazione resiste, perché le persone sono storie, non numeri.
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Il Turco meccanicoGilberto Pierazzuoli · Tecnologie
I "lavoretti" della gig economy sono l'ennesima strategia del capitale per sfruttare manodopera a bassissimo costo.
L'intelligenza artificiale artificiale. Questo non è un refuso, una parola scritta per sbaglio due volte, ma è l'artificio linguistico che Amazon usa per definire il suo Amazon Mechanical Turk. Un doppio gioco di parole per affermare che ci sta vendendo un pacco. Il Turco era un automa che, teoricamente, avrebbe dovuto simulare un giocatore di scacchi, mentre si trattava in realtà di un imbroglio, essendo manovrato al suo interno da un giocatore umano. Un imbroglio che funzionò (leggete la voce su Wikipedia) forse perché smontare le favole ti lascia l'amaro in bocca mentre crederci ti fa sognare.
Ma c'è favola e favola. In questo caso è una storia senza lieto fine, o almeno non lo è per le persone che lavorano per questa piattaforma di Amazon. Ma cosa fanno questi lavoratori? Fanno tutta una serie di "lavoretti" che simulano quello che dovrebbe fare una AI (Intelligenza Artificiale). Il capitalismo digitale, si sa, è creativo e innovativo e, a ben guardare, lo è certamente dal punto di vista linguistico, quando tenta di indorare la pillola.
I lavoretti della gig economy, voce ormai presente nella Treccani, sono offerti ai nuovi "turchi meccanici", alle intelligenze artificiali umane. Umane e sottopagate. Nel linguaggio tecnico il Turco meccanico di Amazon è una piattaforma di crowdsourcing, un termine inglese composto da crowd (folla, massa) e (out)sourcing contratto in sourcing che sta per esternalizzazione, terziarizzazione. Definizione anche questa della Treccani.
Il bello di Internet è che ci trovi quasi tutto, ogni tipo di verità, e sul sito del Turco la storia del crowdsourcing è spiegata bene: è spiegata avendo in mente le aziende che esternalizzano alcuni rami quando non delocalizzano interamente la produzione.
Una delle strategie attuali del capitalismo è quella di scomporre le attività dell'impresa in tante micro mansioni da affidare a un personale poco qualificato o alle macchine. Ma Amazon ce lo spiega bene: "Sebbene la tecnologia continui a migliorare, ci sono ancora molte cose che gli esseri umani possono fare in modo molto più efficace dei computer, come la moderazione dei contenuti, l'esecuzione della deduplicazione dei dati o la ricerca. Tradizionalmente, compiti come questo sono stati eseguiti assumendo una grande forza lavoro temporanea, che richiede tempo ed è costosa. Il crowdsourcing è un buon modo per scomporre un progetto manuale e dispendioso in termini di tempo in attività più piccole e gestibili che devono essere completate dai lavoratori distribuiti su Internet, note anche come 'microattività'" (www.mturk.com).
Prendiamo la moderazione dei contenuti. Cosa dovranno fare i nostri Turchi? Prendere l'ultima decisione e valutare le segnalazioni che gli algoritmi producono dall'analisi dei contenuti che gli utenti mettono in rete. L'algoritmo scandaglia la rete, per esempio i post su Facebook e segnala la presenza di parole inopportune che possono rimandare a odio sociale e razziale, di istigazione alla violenza e pornografiche. Tutte queste "meraviglie" che l'algoritmo scova saranno la materia prima da lavorare da parte dei nostri Turchi. E questo in maniera ripetitiva e ossessiva, forse è meglio dire, compulsiva visto che si è pagati a cottimo (qualche centesimo per ogni segnalazione) e per gran parte della giornata; visto che con i lavoretti non si ha diritto a una retribuzione soddisfacente, quella che dovrebbe spettare per garantire una vita dignitosa alla persona.
Certo il lavoro da fare non è piacevole come ci si aspetterebbe dai lavoretti, ma si sa, il lavoretto è soltanto un espediente linguistico. Immaginate però cosa devono fare i nostri poveri Turchi quando dovranno "moderare" i contenuti visivi, immagini e video. Scansionare compulsivamente immagini e video con contenuti violenti, di torture, decapitazioni (in rete ci sono anche quelle), di violenza sui minori: di sesso esplicito, di sesso con minori, e via così nell'inventario immaginifico prodotto da noi in-umani.
Infatti, gli schiavi del clic, come li ha chiamati Antonio Casilli, sono i lavoratori di un terzo mondo (le Filippine vanno per la maggiore) che già sta "sbarcando" a casa nostra, visto che anche in questo primo mondo di lavori seri non se ne trovano e che le meraviglie del progresso e dell'automazione in realtà generano disoccupazione o, in alternativa, la sottoccupazione di poveri "Turchi".
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Criptomonete, terreno ideale per truffe onlineGinox · Cyber Bluff
Le criptomonete sono diventate un target piuttosto renumerativo per le truffe on line. L'andamento molto volatile che le contraddistingue richiama investitori di primo pelo con la speranza di realizzare facili guadagni con una leva finanziaria molto alta. Le criptomonete espandono il proprio campo di interesse tra persone giovani. È buffo rilevare come ad esempio in Italia sia stato ripescato un personaggio come Muciaccia, della trasmissione per giovanissimi Art attack, in qualità di front man per una serie di video introduttivi realizzati dalla piattaforma Young platform. Già dal nome esplicita il proprio target.
Sebbene le criptovalute in questo periodo abbiamo seguito il percorso delle borse e del mercato finanziario, amplificando però la campana in discesa, rimangono un mercato purtroppo vivo.
Non esiste però solo l'andamento fluttuante delle curve finanziarie a bruciare o moltiplicare i soldi degli investitori, anche il mercato delle truffe è decisamente in espansione.
La Federal Trade Commission americana riporta che nel 2021 più di 46.000 persone hanno denunciato truffe relative a questo ambito, per un valore di circa 1 miliardo di dollari. I gruppi che sviluppano questo tipo di attività si basano spesso su schemi semplici e pesca a strascico. Il team di sicurezza delle Microsoft ha dettagliato una campagna rivolta ad esempio a studenti americani. Si trattava del classico meccanismo di email fraudolente, ma molto verosimili, che chiedevano all'utente di confermare la risposta alla domanda di recupero password di note piattaforme che permettono di investire in criptomonete. I siti di atterraggio erano però dei cloni dei portali originali, gestiti quindi dai truffatori.
Si tratta di un paradigma molto semplice, ma evidentemente efficace se muove un mercato da miliardi di dollari. Dove ci sono soldi si aggirano anche gli avvoltoi e le carogne, nel mercato delle cripto valute in particolare è spesso difficile riuscire a distinguere quest'ultimi dai trader in giacca e cravatta. L'atteggiamento artificialmente ottimista, distortamente gaudente e dionisiaco che caratterizza questo mondo, sembra strizzare l'occhio a un sistema in cui gli unici interlocutori possibili sono il gatto e la volpe, e solo loro, nelle loro molteplici incarnazioni.
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7Attualità1 articolo
Più che minimo, dignitoso: solo così il salario può combattere la povertàFuori Binario · Attualità
La Campagna Abiti Puliti lancia una proposta per il settore moda pubblicando un prezioso dossier che analizza la situazione e suggerisce misure ad ampio raggio.
Tra il 2000 e il 2020 le retribuzioni italiane hanno subito una contrazione in termini reali, determinando un'erosione del potere di acquisto dei lavoratori. Ulteriore preoccupazione è determinata dalla recente impennata dell'inflazione spinta dai prezzi dei beni energetici e in misura minore da quella dei beni alimentari. Nel 2019, Eurostat rilevava per l'Italia un tasso di rischio di povertà lavorativa per i lavoratori di età compresa tra 18-64 anni dell'11,8%, ovvero 2,8 punti percentuali al di sopra della media UE-27.
In questo contesto il dibattito sul salario minimo è finalmente sbarcato sui media. Scontata l'opposizione di Confindustria e dei padroni in genere, lo sfruttamento di chi lavora può infatti far comodo a molti imprenditori senza scrupoli. Chi invece pensa ai loro diritti, come ad esempio la Campagna Abiti Puliti, da anni attiva sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del tessile, studia e approfondisce il tema. E lancia nell'arena mediatica il rapporto "Il salario dignitoso è un diritto universale. Una proposta per l'Italia, a partire dal settore moda" - scaricabile qui integralmente https://bit.ly/3bUnZzk - che Fuori Binario vuol far conoscere. Si tratta infatti di un dossier prezioso, che mette a fuoco la povertà lavorativa, un fenomeno sociale complesso, che va oltre la pura questione salariale e che comprende diversi fattori (individuali, familiari, istituzionali) e che, per essere affrontata e aggredita, ha bisogno di misure diverse e complementari di politica economica e fiscale, di natura legislativa e contrattuale, a livello sia nazionale che internazionale.
In questo rapporto viene affrontato il tema del salario quale prima, ma non unica, questione urgente su cui intervenire per aggredire il problema della povertà lavorativa e della diseguaglianza in Italia, a partire dalle filiere della moda. In particolare, sulla scia della proposta di salario dignitoso nel settore avanzata dall'European Production Focus Group relativamente ai paesi dell'Europa centrale, orientale e sudorientale, Abiti puliti ha calcolato un valore del salario minimo dignitoso pari a €1.905 netti mensili (ipotizzando una settimana lavorativa standard di quaranta ore settimanali, tale salario equivale a 11 euro netti all'ora).
Il concetto di salario minimo dignitoso a cui si riferisce il dossier, diritto umano riconosciuto nel diritto internazionale e nella nostra Costituzione, è definito come il valore della retribuzione base netta in grado di garantire al lavoratore e alla sua famiglia il soddisfacimento dei bisogni primari e condizioni di vita dignitose. Si differenzia dal salario minimo legale perché non si basa su valori di mercato. Sono considerati bisogni primari il cibo, il vestiario, i trasporti (abbonamenti ai trasporti pubblici), l'alloggio (spese per l'affitto o rate del mutuo, manutenzione ordinaria della casa), utenze domestiche (elettricità, riscaldamento, acqua, raccolta rifiuti, telefono, internet), istruzione, cultura e tempo libero, spese mediche ordinarie, vacanze (un viaggio della durata di una settimana per tutta la famiglia all'interno del proprio paese).
Il calcolo del salario dignitoso si basa su una metodologia piuttosto semplice, in modo da essere replicabile e aggiornabile nel tempo. L'idea centrale è quella di suddividere la spesa complessiva delle famiglie in due grandi componenti: spesa per generi alimentari e altre spese. Una volta definito il valore monetario della spesa alimentare familiare e assumendo che questa rappresenti una certa quota percentuale della spesa complessiva, otteniamo il valore del salario dignitoso come somma della spesa alimentare e della spesa non alimentare a livello familiare.
"Il pagamento di salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera, diritto umano e sociale fondamentale, rappresenta un passo determinante poiché obbligherebbe le imprese a produrre meno e meglio, con impatti potenzialmente positivi sul benessere dei lavoratori, sull'ambiente e sulla stessa economia. Si potrebbe così finalmente virare verso un nuovo modello di organizzazione di impresa più sostenibile, democratico e basato su un ripensamento dei tempi di vita e di lavoro", ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti.
È noto che la povertà lavorativa è un fenomeno complesso e multidimensionale e richiede pertanto una molteplicità di strumenti e di misure, di carattere economico, legislativo, contrattuale e culturale. Per questo, a corredo del salario dignitoso di base e per incentivare rapporti di lavoro stabili, sicuri e duraturi, nel rapporto la Campagna auspica l'attuazione di altre misure che potrebbero essere sperimentate a partire dal settore per poi essere estese all'intera economia: l'introduzione di strumenti di integrazione e sostegno dei redditi da lavoro più bassi, il cosiddetto in-work benefit e l'avvio di un percorso pluriennale e graduale di riduzione collettiva degli orari di lavoro, a parità di salario dignitoso di base, in un'ottica di netto miglioramento della qualità della vita per i lavoratori.
Le raccomandazioni alle istituzioni politiche e alle imprese dettagliate nel rapporto sono volte ad affrontare in maniera sistemica e strutturale il problema della povertà lavorativa nonché della urgente transizione verso una industria della moda sostenibile, che potrà dirsi tale solo se inclusiva, equa e democratica.
www.abitipuliti.org
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8Pagina 82 articoli
Abolire il carcere si può. Intervista a Luigi ManconiFelice Simeone · Legge e fuorilegge
Un libro appena riedito rilancia la "ragionevole proposta" per la sicurezza di tutti. Ne discutiamo premesse e conclusioni con il sociologo e attivista per i diritti umani.
A maggio del 2022, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato una riedizione di "Abolire il carcere", un libro collettivo di Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta e Luigi Manconi.
Professor Manconi, il titolo del libro è di per sé una proposta chiara. Perché l'avete fatta? A quali problemi risponde?
Il problema del carcere è strutturale, frutto di una visione che in Italia porta ad infliggere una sola pena, la cella chiusa, una pena inutile e addirittura dannosa per la società perché riproduce crimini e criminali. Abolire il carcere vuol dire sostituire alla cella un ventaglio di misure alternative che garantisca comunque il controllo del crimine e della sua diffusione.
Le sue parole suggeriscono delle ragioni culturali prima ancora che giuridiche, che istituiscono la detenzione come forma di punizione e vendetta, più che di protezione della società.
Il carcere si fonda su una gerarchia autoritaria il cui fine è quello di determinare il destino delle persone che vi sono rinchiuse, riducendole ad uno stato infantile. Questa infantilizzazione si realizza con totale dipendenza dall'autorità e col disconoscimento della maturità dei detenuti. È significativo che il gergo carcerario sia composto di nomignoli: in carcere i detenuti non fanno richieste, ma domandine; oppure il detenuto che raccoglie le ordinazioni di acquisti esterni è lo spesino. Un aspetto significativo di questa infantilizzazione è la negazione della sfera affettiva e sessuale del detenuto.
La vostra è una proposta articolata, formulata sotto forma di decalogo: potrebbe riassumerlo?
In Italia le pene pecuniarie costituiscono il 15% dell'insieme delle sanzioni; in Germania sono il 55%. Prevedere pene pecuniarie alternative alla reclusione, proporzionali ovviamente al reddito del condannato, sarebbe già un modo realmente efficace per ridurre il numero di detenuti. Si deve tenere presente che la popolazione detenuta è costituita da tre componenti principali. Un 30% circa è composto da tossicodipendenti, cioè da persone che avrebbero bisogno di cura più che di repressione. Un altro 30% circa è fatta da stranieri, spesso detenuti solo perché privi di documenti necessari per l'ingresso in Italia. Una terza componente è fatta da poveri e poverissimi, persone che sono fuori da qualsiasi tipo di protezione sociale e per cui il carcere è un destino quasi inevitabile. Rimane, come stimato anche dall'amministrazione carceraria, solo un 10% di detenuti realmente pericolosi. Concepire un carcere solo come soluzione estrema ed inevitabile ridurrebbe il numero dei detenuti dagli attuali 55.000 a circa 5.000.
Questo spaccato sociale del carcere, che si riproduce forse da millenni, fa pensare che tutto si è evoluto, tranne il carcere e come viene usato.
Sì, ed oggi più che mai vista la crisi del sistema di welfare che un tempo rispondeva a delle esigenze sociali primarie in grado di sottrarre al carcere i più fragili.
Sicuramente il carcere non è un argomento di interesse sociale o culturale. Perché il libro viene riedito in questo momento attraversato da crisi profonde?
Nonostante l'innegabile difficoltà del momento, devo ricordare che il libro è stato riedito perché la prima edizione è stata esaurita, e questo è indice di un interesse non sopito per un tema certo impopolare. E poi credo che non c'è un momento giusto per riproporre antiche questioni e guardarle con occhi nuovi.
Mi ha colpito l'aggettivo "ragionevole" quasi a rimarcare l'effettiva realizzabilità della proposta.
Noi siamo convinti che ridurre il carcere a soluzione estrema sia prima di tutto conveniente ai cittadini perché si è constatato che soluzioni alternative alla cella chiusa riducono la recidiva al 20%, mentre quella di chi sconta la pena in carcere sfiora il 70%.
Cosa auspica per il futuro?
Al momento, noi nutriamo una speranza fondata che presto sarà approvata una nuova legge che riduca a zero la presenza dei bambini in carcere. Il che dimostrerebbe che riformare il carcere in maniera radicale e ragionevole è possibile.
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Dieci cose da fare subito per fare a meno del carcereLuigi Manconi · Legge e fuorilegge
"L'unica vera alternativa è costruire quel tipo di società che non ha bisogno di prigioni" (Angela Davis)
Oggi il 68% di chi finisce in galera, una volta uscito, torna a delinquere. Così non va bene: dobbiamo favorire il più possibile il reinserimento sociale e prevedere il carcere come pena solo quando le altre misure sono ritenute inapplicabili.
Cosa possiamo fare? Il carcere va abolito, ecco un ragionevole decalogo per un suo progressivo superamento, che porterà maggiore sicurezza per tutti:
1) Mai più bimbi e minori in carcere: per questo alle madri di bambini sotto i 10 anni vanno riconosciuti sempre la sospensione dell'esecuzione della pena, l'assegnazione a case-famiglia e istituti analoghi.
2) Cancellare la "pena di morte occulta" (come Papa Bergoglio ha definito l'ergastolo) e ridurre le pene detentive.
3) Ridurre le sanzioni penali, salvo per le violazioni più gravi di diritti e interessi fondamentali.
4) Umanizzare il carcere, i suoi luoghi e le sue funzioni che sopravviveranno all'abolizione.
5) Potenziare le alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale.
6) Garantire agli autori di reato affetti da disagio psichico le misure di sicurezza detentive realmente riabilitative.
7) Tutelare i diritti fondamentali dei detenuti e superare il "carcere duro" e i vari circuiti penitenziari differenziati.
8) Ammettere la custodia cautelare solo se l'imputato è spiccatamente pericoloso, imponendo negli altri casi misure interdittive, prescrittive e pecuniarie che escludono la galera.
9) Diversificare il sistema delle pene, rendendo il carcere una soluzione estrema cui ricorrere solo nei casi di eccezionale gravità.
10) Concentrare il processo penale su fatti realmente meritevoli di sanzione, anche attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall'imputato in favore della vittima o della collettività, estendendo ulteriormente le previsioni in questo senso della "riforma Cartabia".
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9Legge e fuorilegge2 articoli
Cronache dall'infernoStefania Valbonesi · Legge e fuorilegge
Estate a Sollicciano: celle sovraffollate, roventi come fornaci, infestate dalle cimici. La denuncia del cappellano: "Detenuti abbandonati agli psicofarmaci e alla droga".
Carcere di Sollicciano nella morsa di un'estate impazzita. Un'emergenza che si ripete tutti gli anni, ma che ogni anno diventa sempre più grave. Celle dove il termometro non scende sotto i 40 gradi di giorno e di notte, infestate dalle cimici che mordono a sangue i detenuti, passeggi dove fra l'umanità e il cielo insiste una rete metallica piena di escrementi di piccioni, calcinacci che si staccano da una struttura fatiscente, rifiuti di ogni genere gettati dalle celle. Neanche il cielo dà conforto, in questo girone infernale.
E tutto ciò è ancora solo il contorno. Come denuncia il cappellano del carcere don Vincenzo Russo, la popolazione tossicodipendente è altissima. E non solo dipendenze contratte fuori, ma anche dentro quelle mura. Perché la droga circola in carcere. "La tossicodipendenza prevede che ci sia anche un programma riabilitativo. Ma come si fa a mettere in atto un programma riabilitativo quando gli educatori sono 4-5, gli psicologi 2-3, a fronte di una marea di detenuti? Penso ci sia un'ipocrisia di fondo. Chiediamoci perché il detenuto viene abbandonato così, senza poi parlare di chi diventa tossicodipendente in carcere. Dentro il carcere c'è spaccio di droga, gira la droga, e questo va detto, come mai non si deve dire?".
Dipendenze da sostanze che si allacciano anche ad altre, riconosciute e legali. Perché quando ogni giorno è uguale all'altro e la speranza muore, serve la "pillola della felicità", tavor o altro, psicofarmaci leggeri che per qualche tempo mettano in pausa l'angoscia e il cervello, serviti dai carrelli che nel pomeriggio arrivano nei corridoi. Un campanello d'allarme che è come la sirena dei pompieri.
"L'aumento dei disturbi psichici all'interno del carcere di Sollicciano è arrivato fino al 49,2% della popolazione carceraria - dice Massimo Lensi, Progetto Firenze, radicale, che da 25 anni segue il problema di Sollicciano - è un dato altissimo, perché poi il disagio psichico come si realizza all'interno del carcere, e come viene trattato, a livello preventivo? Sappiamo che all'interno di Sollicciano esiste una sezione speciale, ATSM, ovvero Articolazione per la Tutela della Salute Mentale, ma cosa può fare una sezione per la salute mentale, che altro non è che un "repartino" come si chiamava negli anni '70, per attenuare questo fenomeno?".
Un problema, quello delle fragilità psichiche, che aveva visto una svolta nella sentenza della Corte Costituzionale n. 99, che parla di "domiciliari umanitari", come spiega Lensi, "domiciliari in deroga. Il carico deve essere preso dalla Regione Toscana, per tutti coloro che hanno un disagio psichico accertato".
C'è da chiedersi quando e come venga applicato, quando il 49% della popolazione carceraria dell'istituto fiorentino ha problemi psichici, rinchiusa all'inferno, esposta a punte di 42 gradi di calore, in preda alle cimici e massacrata da dipendenze legali o no.
Ma anche da situazioni che nel migliore dei casi si possono definire incomprensibili: "La nuova cucina inaugurata dal precedente direttore è già inagibile, mentre la distribuzione degli alimenti nelle celle avviene senza il rispetto delle norme igienico-sanitarie, le chiavi per raggiungere le zone di raduno in caso di terremoto sono, nelle ore notturne, in luoghi lontani. La situazione è insostenibile, la città deve affrontarla e farsene carico - conclude don Russo - In carcere ci sono i poveri, più che i 'criminali'. Questa è una verità che la politica rimuove".
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Dietro le sbarreRedazione · Legge e fuorilegge
Alcuni dati sulla realtà carceraria in Italia tratti dalla relazione del Garante dei Detenuti al Parlamento.
I suicidi in carcere: nel corso del 2021 si sono verificati 29 suicidi. 17 detenuti sono morti per cause ancora da accertare.
Le detenute madri: nelle carceri italiane al momento sono 19, con 20 figli al seguito.
Minori in carcere: a marzo di quest'anno si trovavano in carcere 89 italiani tra i 14 e i 17 anni; 128 tra i 18 e i 25 anni, mentre ci sono 67 stranieri detenuti tra i 14 e i 17; e 61 tra i 18 e i 25.
La durata della pena: i detenuti all'ergastolo sono 1.838; 2.600 quelli che superano i 20 anni di pena; tra i 10 e 20 anni di pena ce ne sono 6.829.
Italiani e stranieri: sono 37.662 i detenuti italiani e 17.184 gli stranieri, di cui 14.570 extracomunitari e 2.614 comunitari.
(f.s.)
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Crisi idrica, l'impatto degli allevamentiRedazione · Restiamo Animali
È tempo di convertire la zootecnia: la filiera della carne consuma enormi quantità di acqua.
Manca l'acqua e già scattano i razionamenti. Ma non è un'emergenza. Perché l'emergenza, come ci ricorda la Treccani, è una "circostanza imprevista", un "accidente", "un momento critico che richiede un intervento immediato", e la carenza di acqua dolce è un problema strutturale del nostro paese e di aree sempre più vaste del pianeta. Le cause sono note e fanno capo ai mutamenti climatici in corso. Alla catastrofe climatica in corso. Piogge insufficienti, temperature sempre più alte hanno portato al ritiro dei ghiacciai, a maggiori evaporazioni, alla contrazione delle riserve; i grandi sprechi e i consumi crescenti hanno fatto il resto. Ora tocca affrontare la crisi idrica immaginando una gestione dell'acqua più efficiente e proiettata nel medio-lungo periodo; ma tocca anche - naturalmente - intervenire sulle carenze del momento.
Il ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli, nell'annunciare la necessità di razionamenti su scala nazionale, ha indicato le priorità: al primo posto i bisogni domestici e al secondo l'abbeveramento degli animali chiusi negli allevamenti, prima quindi dell'agricoltura; ultima l'industria, che sarà dunque la prima a subire la riduzione dei flussi. Non può sfuggire la poca lungimiranza di questa visione. Gli allevamenti prima dell'agricoltura? È davvero questo l'ordine delle priorità? Forse nell'immediato, con migliaia e migliaia di animali chiusi nei capannoni che devono pur bere, certo non nell'ottica di una gestione efficiente e lungimirante dell'acqua. È ben noto quanto la filiera della carne, in un'ottica puramente ecologica - anche senza considerare la sofferenza animale e la dignità di ogni essere senziente - sia uno spreco sconsiderato: a parità di calorie prodotte, la carne implica un uso di acqua molto superiore agli alimenti vegetali; per non parlare del consumo di suolo, coi campi di soia e mais destinati all'alimentazione animale. Nei giorni scorsi la Lav - la principale organizzazione animalista italiana - ha ricordato al ministro qual è la più efficace misura di risparmio idrico: la riduzione dei consumi di carne bovina.
Quel che serve davvero, è un piano serio di conversione ecologica della zootecnia, con l'abbandono degli allevamenti intensivi. Nessun politico, al momento, sembra disposto a indicare questa via, perché nessuno osa dire che gli stili di vita e di consumo attuali sono incompatibili con la lotta ai cambiamenti climatici e - ancora più nello specifico - con una gestione prudente e democratica delle risorse idriche. Le stesse associazioni ambientaliste esitano a impegnarsi con forza in una campagna contro gli allevamenti, pur sapendo che il loro progressivo abbandono è una scelta pressoché obbligata. Non si sfugge alla pressione degli elementi naturali: il surriscaldamento incombe, la siccità avanza e i razionamenti sono lì a ricordarci che la riduzione dei consumi è già una realtà. La politica è, o dovrebbe essere, il governo degli eventi nell'interesse della comunità e delle generazioni future; se non ora, quando?
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Il glicine: di dame, motori e cantantiGiovanni Ducci · Millefoglie
Il glicine appartiene alla nobile e vasta famiglia delle leguminose come trifoglio, ginestra, robinia e come loro ha il pregio di migliorare il terreno circostante. Originario dell'Oriente e dell'America, il suo nome scientifico è Wisteria sinensis, mentre glicine deriverebbe dal greco "dolce", di sapore, nonostante la sua vera dolcezza stia nel profumo, nei colori, nel prostrarsi elegante di foglie e fiori in contrasto col silenzioso e rapido moto spirale dei rami che nel tempo ispessiscono strangolando poderosamente i supporti su cui rampicano fino a piegare i ferri. I suoi semi racchiusi in pelosi baccelli durissimi in estate vengono espulsi con forza, lontano dalla pianta madre.
Firenze ha importanti esemplari, il più antico e leggendario è quello sito nel parcheggio Esselunga di piazza Pier Vettori che pare esistere dal 1700, quando l'adiacente Villa Capponi dominava la zona e il parcheggio ne era il parco. Varie storie accompagnano la vita della nostra Wisteria: che fosse parte di un pergolato che dalla villa arrivava all'Arno, costruito per proteggere la pelle delle dame dal sole, secondo estetiche a noi ben lontane, o, l'urbana leggenda per cui le sue radici si espanderebbero per circa tre chilometri fino alla cima della salita di San Gaggio(!).
Nel secondo '800 era nel terreno del saponificio che sorgeva in quell'area dove si producevano anche candele e sego. La Villa ebbe molte proprietà, tra cui i Benini che dettero origine alla fonderia delle Officine Pignone, cambiando vocazione alla zona, la rurale Verzaia, come si vede dai nomi delle strade attorno. Secondo una certa storia lì nacque il primissimo motore a scoppio, nel 1856, da Giuseppe Barsanti e Felice Matteucci, dove forse un tempo finiva il pergolato delle dame, ma questa è un'altra storia.
Ultimamente Jovanotti fa sapere di mangiarne i fiori, non è una novità ma il glicine è tutto velenoso a parte i fiori e nessuno pare certissimo che anche questi non contengano piccole parti di Wisterina...
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La banalità del retino, ovvero giocare a uccidereCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali
Il bambino ha un retino e trascorre il suo tempo in acqua cercando piccoli animali come pesci, paguri e granchi; ogni tanto gli capita anche una bella medusa e allora è festa grande: corre dai genitori tutto fiero, mostrando la preda che si dibatte convulsamente nel retino. I genitori lodano il bambino per l'eroico risultato e lo invitano a buttare tutto lontano dall'acqua, sugli scogli bollenti, in modo che l'acqua resti pulita e nessuno rischi di essere punto. Anche il bagnino osserva la scena e annuisce, è convinto che sia tutto normale, da che mondo è mondo i bagnanti hanno tormentato gli animali del mare, quindi va bene così, come tradizione vuole: gli animali moriranno fuori dal loro habitat per mancanza di ossigeno e ustione solare. Il calvario delle meduse è impressionante perché soffrono e si contorcono a lungo prima di morire, seccando letteralmente.
Vi è mai capitato di assistere a scene simili? Provate a intervenire, dicendo a quel bambino "per favore rimetti la medusa in acqua, vedi quanto sta soffrendo, vedrai che poi si allontanerà dalla spiaggia e non pungerà nessuno, il mare è la sua casa e lei ti sarà molto grata di averle restituito la libertà". Il bambino sarà tentato di darvi retta ma è possibile che a quel punto intervengano i genitori, risentiti per questa ingerenza, e che anche il bagnino rinforzi la scellerata condanna a morte della medusa.
Perché accadono queste cose? Per mancanza di cultura, di empatia, di sensibilità. Perché mettere in discussione la supremazia umana su tutte le altre specie è un tabù. Ma anche perché le persone non sanno come passare il tempo: i retini si acquistano soprattutto per combattere la noia, o perché si crede - erroneamente - che le meduse siano animali pericolosi, o che solo acque disabitate da qualsiasi altra forma vivente siano davvero pulite. Ma catturare piccoli animali sulla spiaggia è un reato: si chiama "maltrattamento animale", inoltre per pescare occorre una licenza, senza la quale si rischiano sanzioni consistenti. Dove non arrivano cultura e sensibilità, può arrivare la giustizia.
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Non è più tempo di passerelleValentina Baronti · Attualità
"Ti ricordi quel 9 luglio?": compie un anno il presidio permanente della GKN che rilancia la lotta con un grande concerto ai cancelli.
"Più tutele, meno passerelle. Blocco dei licenziamenti subito". Era uno degli striscioni che campeggiava un anno fa all'ingresso della GKN. Erano i giorni della solidarietà larga, quando tutti ma proprio tutti sentivano il bisogno di farsi vedere davanti a quei cancelli, per la foto di rito insieme agli operai licenziati.
Ora è passato un anno e il tempo delle passerelle è finito da un pezzo. Sei incontri istituzionali e ancora niente di certo, ma solo parole e qualche slide su una reindustrializzazione di cui non si conoscono i contenuti né gli investitori. Un accordo quadro in gran parte disatteso e le istituzioni che ondeggiano tra il silenzio imbarazzato e qualche comunicato stampa dal tono entusiasta, che mette l'accento su tempi che in realtà non sono stati rispettati, sulla fiducia in piani industriali che non sono stati presentati, su ipotesi di compagini societarie che non sono state neanche verbalizzate.
D'altro canto però, si moltiplicano i tentativi di far uscire materiali dalla fabbrica, avviando quindi la deindustrializzazione senza aver nel frattempo concretizzato la reindustrializzazione. Un film già visto, con i capannoni che si svuotano, dietro la promessa di nuove produzioni, gli operai in cassa integrazione, i corsi di formazione.
E intanto passa il tempo, i più qualificati trovano alternative, altri si assuefanno agli ammortizzatori sociali, il gruppo perde forza e poi magari si torna anche a produrre, ma dopo pochi mesi la nuova proprietà si rivela inconsistente e la fabbrica chiude davvero, con i capannoni che diventano ecomostri, qualche pre-pensionamento, qualcuno ricollocato e qualcun altro no, i posti di lavoro persi.
Il film che ancora non si era visto invece, almeno negli ultimi trent'anni, è quello che una comunità che tiene, di una fabbrica che è considerata bene comune, di operai che reggono l'urto di un anno di presidio permanente, di un piano industriale scritto insieme all'università e portato ai tavoli istituzionali, di momenti di crisi che si trasformano in rilancio, di un abbraccio collettivo che non è mai venuto meno.
C'era tutto questo nell'urlo liberatorio che è uscito dai cancelli il 9 luglio, quando quella collettività ha organizzato un concerto per dire che c'è ancora, che è ancora lì e che continuerà a difendere con i propri corpi quei cinquecento posti di lavoro, quella fabbrica e quell'esperienza comunitaria di lotta.
Tante cose sono cambiate in questo anno di presidio permanente. I nodi sono venuti al pettine e il neoliberismo ha mostrato la sua faccia più feroce e le conseguenze le sentiamo tutti sulla pelle: cambiamento climatico, guerra, carovita. Il motto "Insorgiamo", nato per dire no a una delocalizzazione è diventato molto di più e rappresenta un'alternativa che non possiamo più rimandare.
Sì, il tempo delle passerelle è proprio finito.
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Quando il 'casone' divenne una trinceaRiccardo Michelucci · Firenze Ribelle
A pochi passi dal parco delle Cascine, tra via Rinuccini e via Ponchielli, c'è un luogo carico di storia che è in grado di raccontare una delle più memorabili rivolte dei giorni della Liberazione di Firenze. È il cosiddetto "casone dei ferrovieri", un complesso di edifici che fino agli anni '60 fu abitato prevalentemente dalle famiglie dei dipendenti delle Ferrovie e che ebbe un ruolo centrale nella battaglia per liberare la vicina Manifattura tabacchi dai nazifascisti. Il 23 luglio 1944 l'intera area si trasformò in un campo di battaglia e il "casone" divenne un'efficientissima base logistica per i partigiani. Al suo interno erano stati organizzati nelle settimane precedenti un magazzino viveri e una commissione politica incaricata di arrestare e trattenere i fascisti più pericolosi della zona in un locale adibito a prigione, mentre un presidio sanitario era stato ricavato negli spazi dell'asilo, al piano terra.
Protagonisti di uno scontro che durò più di una settimana furono gli stessi abitanti del "casone" insieme alle Squadre di azione patriottica, alla III Brigata Lanciotto e a un reparto delle formazioni democristiane guidato dal sottotenente Rinaldo Bausi. Ai combattimenti parteciparono uomini, donne e anziani residenti nel quartiere, aiutati anche da un contingente di truppe alleate.
Per oltre una settimana i partigiani e la popolazione lottarono giorno e notte fino alla conquista della Manifattura. Nazisti e repubblichini cercarono di contrattaccare, provocando molte vittime tra i civili, ma il 18 agosto furono costretti ad abbandonare definitivamente la fabbrica e a ritirarsi dal fronte stabilito lungo il Mugnone.
Una bellissima lapide intarsiata all'ingresso del cancello di via Rinuccini ricorda che in quei giorni il "casone" divenne una trincea, ed elenca i nomi degli abitanti caduti per difendere la libertà di Firenze: Adriano Gozzoli, Achille Di Carlo, Giovanni Pevere, Mauro Petrucci, Virgilio Santi ed Enrico Rigacci.
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Una donna trans a scuolaDaria Campriani · Intersexioni
di Daria Campriani, attivista trans
Nel settembre del 2020 una scuola superiore mi ha chiamata per svolgere servizio come collaboratrice scolastica e a me è sembrato un sogno, finalmente potevo lavorare e rendermi indipendente. La notizia mi ha anche riempita di paura: avevo ancora i documenti al maschile e non sapevo come mi avrebbero accolta. Al telefono la voce è ancora molto maschile e con il mio nome anagrafico in graduatoria si sarebbero aspettate che arrivasse un uomo. Invece al suo posto sono arrivata io e la cosa deve aver destabilizzato non poco un ambiente incline alla stasi organizzativa. Alla fine però il rapporto con tutto il personale è stato splendido.
Nel settembre del 2021 un'altra scuola mi ha chiamata, stavolta come assistente tecnica. Avevo ancora più paura della prima volta, perché si tratta di una scuola quasi esclusivamente maschile, con tutto ciò che ne consegue. Invece è stata un'esperienza forse ancora più bella.
Anche in questo caso non ci sono stati problemi per i documenti non corrispondenti al genere che esprimo. Quando in amministrazione si sono trovatǝ di fronte al mio caso qualcunǝ ha suggerito che dovessi essere trattata come un uomo, ma appena mi hanno vista di persona sono statǝ tutti concordi nel celare per quanto fosse possibile il mio nome legale. Questo fatto ha rinforzato la mia autostima. Una delle mie paure era infatti di non poter riuscire a lavorare come donna, che in qualche modo la società mi rifiutasse, ma mi sono dovuta ricredere: posso vivere benissimo come donna, indipendentemente da ciò che è scritto nei miei documenti.
Ora che anche questa esperienza è finita, ricordo la stima dellǝ colleghǝ e dellǝ docenti con cui ho ripristinato e ricreato da zero alcuni laboratori, e il rispetto, e talvolta anche l'affetto, dellǝ studenti. Con me porto i loro sorrisi e anche il mio, quello di una donna trans a scuola.
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GuastafesteFraska · Il racconto
Riflessioni dal carcere, specchio oscuro dello Stato.
Quante attese nella vita, a volte interminabili. Guardate me percorrere questi 5 passi avanti e indietro, scansando il letto in metallo e il tavolino in truciolato, dalla porta blindata alla finestra con le sbarre.
Penso a quando andai all'università: sapevo di dover scontare nel frattempo l'obbligo della leva militare, ma non volevo o non potevo dar soddisfazione a quell'autorità che non riconoscevo.
Quale follia rovinò me infelice. Era la mia follia? Era follia la mia?
Non riconoscevo quelle persone, come adesso, miei padroni. Qualcuno che potesse obbligarmi a fare qualcosa che non accettavo. Eppure vilmente mi costrinsero alla stessa maniera con la quale si costringono tutti gli uomini: attaccando ciò che sta a cuore e per me fu come per tanti mia madre. Le entrarono in casa con fogli, forza e intimidazioni. Ricattarono lei con me come me con lei. Questa è la forza dello Stato: ricatto.
E allora li affrontai tutti questi ignavi, uno come tutti e tutti come uno, porgendo loro ogni mio difetto perché questi mi scagionavano dal condividere la loro violenza. E quando le mie lacune non bastarono più feci mia la loro esuberanza e chiesi un'arma per dimostrare a questi che gran cecchino fossi, potendo provare che li avrei fucilati tutti con meno di un caricatore. La loro psichiatria ebbe ragione di me e fu la loro prima vittoria.
Da allora ho costruito ogni mia arma ed ogni mio piano di battaglia in funzione di questo episodio.
Sono stato ladro, rapinatore, contrabbandiere. Tutto tranne che un mafioso (che altro non è la mafia che l'ombra omicida dello Stato). Ho deciso che la mia vita non si sarebbe più legata a quei maniaci del possesso, vampiri classisti, egoici del potere, ma non fu possibile. Non è stato possibile per un semplice motivo, ovvero che loro avevano bisogno di me per giustificare sé stessi. Se mi avessero ignorato avrebbero negato la loro esistenza e in un qualche modo, distorto e perverso, hanno dovuto riconoscermi.
Mi sono ribellato e ho lottato eppure adesso sono qui a contare i miei passi esplorando la possibilità di un'evasione. Ma per il momento mi hanno fottuto e quando ti fottono esce sempre la merda. Si chiama prevaricazione.
Forse come il mio amico Horst farò un disegno a matita sul muro, un disegno bellissimo e poi con la gomma cancellerò me stesso dalla cella. "Via i cancelli, per favore, che non mi servono più". E nessuno saprà mai niente perché di niente si interessa la massa che segue i TG.
Per chi dice che il livello di democrazia di uno Stato si vede dalle sue carceri rispondo che queste sono lo specchio oscuro in cui esso ha paura di riconoscersi.
Sono il luogo in cui si costringe chi resiste ad affezionarsi all'infelicità trascinandosi come pezzi di un cadavere zombie.
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Viaggio letterario nell'identitàGiuliana Mesina · Fuori Scaffale
Statovci è un giovane scrittore, finlandese di origine albanese, partito dal Kosovo a soli due anni con i genitori che fuggivano dalla guerra nei Balcani.
Già insignito di premi prestigiosi, con questo suo secondo romanzo ha raggiunto subito il successo internazionale, grazie anche all'originalità della sua voce.
Le transizioni è un romanzo non catalogabile: c'è l'Albania, divisa tra il mito della grande nazione e il baratro della miseria, c'è l'amore, libero da ogni definizione, c'è la guerra che azzera il sogno, c'è il viaggio perenne fra le identità, sempre queer e sempre fluide, c'è l'intersezionalità del dolore, oltre che delle lotte per la liberazione da un sistema patriarcal-capitalista che eteronorma e reprime.
I personaggi di Statovci cambiano nome, paese e genere, alla ricerca continua di un'identità mai raggiunta, sono corpi che vivono ai margini, descritti in modo talmente spietato da illuderci a tratti che si tratti davvero di un memoir.
Invece l'autore scrive di un'epoca che non ha vissuto, se non nei racconti dei nonni e dei genitori, e lo fa con maestria, in modo poetico e tagliente, senza sprofondare mai nell'astrazione o nell'eccesso di crudezza.
Bujar, struggente protagonista, spicca il volo da Tirana, "la discarica d'Europa" verso il resto del mondo, ogni volta se stesso e altro da sé, in una transizione continua, che non cerca approdi ma che lo prepara ad essere tutto quello che desidera, in ogni luogo.
Statovci ha parlato molto, nelle interviste rilasciate, della sua difficoltà a sentirsi realmente accolto in Finlandia, del suo senso di sradicamento come creatura non conforme, e del potere salvifico e curativo delle parole, attraverso le quali racconta se stesso, e il mondo.
"Attraversiamo identità diverse durante la vita e anche molte identità diverse insieme. Voglio celebrare questa libertà di espressione di sé e anche l'idea che ognuno di noi è l'unico che ha il diritto di definire sé stesso".
Pajtim Statovci, Le transizioni, Sellerio 2020
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Etica, mutualistica, solidale? Facciamo chiarezza (segue)Francesco Festini · Se hai, hai per dare
di Francesco Festini, MAG Firenze
Tra i principi comuni al mondo della Finanza Mutualistica Solidale possiamo enunciare:
- Accesso al credito senza discriminazioni;
- Trasparenza, partecipazione e mutualità;
- Concessione di prestiti solo per finalità condivise (istruttoria sociale assieme a quella sulla sostenibilità economica del progetto);
- Forma cooperativa della struttura decisionale, massima democraticità nelle scelte.
Mag Firenze, che opera nell'ambito della F.M.S., ha aggiunto per scelta i seguenti principi inderogabili nella sua pratica:
- Divieto di produrre denaro dal denaro, tasso zero;
- Assenza di garanzie giuridico-patrimoniali per l'accesso al credito: si richiedono solo garanzie relazionali;
- Autogestione e decisioni prese col metodo del consenso;
- Prossimità e centralità del modello di responsabilità relazionali reciproche (chi versa capitale; chi lo gestisce e chi lo chiede in prestito);
- Convivialità, presenza di nodi territoriali inter-responsabili ed attivi.
Pur abusando dello spazio concessogli, chi scrive esprime profonda adesione al modello proposto (e praticato, da quasi dieci anni) da Mag Firenze e per spiegare perché il modello "rivoluzionario" debba assolutamente essere preferibile a quello "riformatore", oltre all'osservazione di come sempre più il lato finanziario torni a prevalere anche nelle migliori intraprese sociali, vorrei fare un esempio con una immagine.
L'immagine del pervasivo ed aggressivo mondo della finanza può essere paragonata a quella di una tigre affamata: chi crede nella possibilità di riformare il sistema finanziario ritiene sia possibile convincere la tigre ad essere meno cattiva o aggressiva, magari convincendola a diventare vegetariana...
Si tratta invece di capire che la tigre NON è cattiva (da qui l'inutilità dell'aggettivo "etico") ma è semplicemente un predatore sempre più affamato, enormemente più forte, aggressivo e veloce di noi e naturalmente carnivoro. Finché non avremo coscienza di questo non potremo intraprendere una strada alternativa a quella della tigre, quella della Mutualità Solidale.
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La Comunità dell'Isolotto #luoghiamiciRedazione · Servizio
La Comunità dell'Isolotto, nata attorno a don Enzo Mazzi nel 1969, si propone di vivere i valori evangelici ed umani dell'accoglienza, della solidarietà, della giustizia sociale, riunendosi in assemblea ogni domenica e organizzando molte attività alle "baracche verdi", nel quartiere e non solo.
Il loro motto è "Oltre i confini": non solo quelli esterni - chiusure di razza, nazione, religione, partito - ma anche quelli interiori - le chiusure mentali, i preconcetti, le diffidenze.
La Comunità ha scelto la precarietà e l'assenza di strutture, tuttavia potete incontrarla ogni domenica mattina in via degli Aceri 1, alle ex Baracche verdi, poco distante dalla piazza dell'Isolotto, dove troverete anche il nostro giornale, che hanno deciso di sostenere.
Per altre notizie www.facebook.com/comunitaisolotto o www.comunitaisolotto.org
Se avete un #luogoamico da proporre non esitate! Scriveteci a redazione@fuoribinario.org o telefonateci allo 0552286348.
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#Luoghiamici - Dove trovare il giornale?Redazione · Servizio
Una rete solidale di gruppi, realtà, associazioni, movimenti che accompagnano la crescita dei diffusori di Fuori Binario: per ridurre i costi di acquisto a loro carico, per rinsaldare i rapporti con la città, per ampliare il numero dei lettori e delle lettrici. Hai un luogo amico da proporre? Scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.
- Anelli Mancanti in via Palazzuolo 8
- Casa del Popolo 25 Aprile in via del Bronzino 117
- Casa del Popolo Le Panche in via Giulio Caccini 13b
- Comunità delle Piagge in piazza Alpi-Hrovatin 2
- Comunità dell'Isolotto in via degli Aceri 1
- Cpa Firenze Sud in via di Villamagna 27/a
- Csa Next Emerson in via di Bellagio 15
- Fattoria di Mondeggi sulle colline di Bagno a Ripoli
- Firenze Città Aperta in via delle Porte Nuove 33
- Forimercato in via di Ripoli 96
- Ortocollettivo in via degli Ulivi 30, Calenzano
- Palazzuolo Strada Aperta in via Palazzuolo 95
- Villaggio dei Popoli in via dei Pilastri 45r
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Come coltivare sole e vivere frugalmente feliciFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Tutti devono avere un gruppo di continuità permanente, è l'elettrodomestico più importante della casa del futuro presente, la sperimentazione costante delle potenzialità di questo sistema ci permette di dire che la tecnica è matura per una diffusione capillare che permetterà di annullare i disagi della fine dei fossili come combustibili, una frugalità felice fatta delle cose necessarie davvero permetterà di superare le imprevedibili difficoltà che senz'altro si presenteranno nel prossimo futuro.
Un pannello da 120 Watt (circa 0,80 metri quadri) produce in un'ora 10 Ampere (120 Watt diviso 12 Volt = 10 Ampere) per cui in una giornata di sole bello in inverno si carica una batteria da 50 Ampere ed in estate due.
Con 50 Ampere a 12 Volt si coprono le necessità elettroniche e luminose di una persona; in estate si producono 100 Ampere al giorno, 50 Ampere in più del fabbisogno domestico quotidiano con i quali si può caricare abbondantemente una bicicletta elettrica.
Se i pannelli da 120 Watt sono tre avremo una superficie impermeabile ed ombrosa di circa due metri e quaranta, poco di più dello spazio tecnico necessario per stendere l'asciugamano sulla spiaggia, d'inverno si produce la corrente per tre batterie da 50 Ampere e sei in estate.
Un frigorifero piccolo da 60 Watt consuma in una giornata 120 Ampere; quindi, con una produzione giornaliera invernale della fonte solare di 150 Ampere, assorbirebbe quasi tutta l'energia prodotta, ma d'inverno ci possiamo organizzare con un frigorifero passivo ed avere così a disposizione 100 Ampere per la ricarica di due biciclette.
D'estate, con dieci ore di sole a palla si producono 300 Ampere o quasi e considerando di usarne 120 per il frigorifero e 50 per luce ed elettronica rimangono circa 130 Ampere utili a caricare tre biciclette elettriche, quasi quattro, ogni giorno.
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Libero pensieroRoberto Pelozzi · L'angolo della poesia
Sarebbe un piacere per me parlare di sentimenti quali l'amore e... l'odio. Non trovo però la giustizia per compararli. Mentre il primo mi fa viaggiare, il secondo mi deprime mischiando qualsivoglia pensiero. Penso che l'unico modo di sorpassarlo sia semplicemente capire, quello che fa male.
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Stazione di postaRedazione · Stazione di posta
Lettere e opinioni.
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I soliti ignotiRiccardo Capucci · Stazione di posta
Fuori Binario qualche mese fa ha dato conto dell'omicidio di Remo Petroni, la guardia giurata che nel 1977 fu uccisa da Gaetano Sinatti e Luca Poggiali, due fascisti che furono sorpresi mentre stavano preparando un attentato alla torre dell'acqua tra via Moreni e via Mastri. Tre anni fa un gruppo di abitanti di Coverciano "appassionati alla storia del quartiere e rispettosi dei dettami costituzionali", scrisse al Comune di Firenze per "ricordare il sacrificio di Petroni, affinché possa essere a lui intitolata una parte della strada, uno slargo, un angolo del giardino lì vicino con la posa di una targa esplicativa dell'avvenimento".
L'auspicio, nelle intenzioni, era di ricordare ai cittadini fiorentini come la democrazia sia sempre a rischio e vada salvaguardata, anche a costo della vita, soprattutto in un momento storico come l'attuale, con le destre eversive sempre più forti e radicate in tutta Europa.
Ebbene, lo scorso 30 giugno il Comune ha intitolato a Remo Petroni il piccolo giardino tra via Pistelli, via Moreni e via D'Ancona facendo molta attenzione a rimuovere la parola "fascista" dalla targa in marmo e dalle comunicazioni ufficiali dell'evento. A presidiare l'iniziativa l'assessore alla toponomastica e alla "cultura della memoria" (sic).
Oggi chi arriva in quel giardino legge "Remo Petroni - Vittima di agguato terroristico" e non capisce chi sia stato a togliere la vita ad un giovane lavoratore di 23 anni: i fanatici dell'Isis? i servizi deviati? i fascisti? i ceceni? i putiniani? i Lupi grigi? l'Ira? la Raf? o le Giubbe rosse (vista l'ignoranza imperante)?
Volutamente l'amministrazione comunale ha voluto gettare una cortina fumogena sulle responsabilità dell'eversione di destra degli anni Settanta nella nostra città, come se volesse contribuire al tentativo di mistificare la storia già messo in atto nei giorni successivi all'omicidio dal Secolo d'Italia. Scriveva infatti il quotidiano del Movimento sociale italiano: "Proseguono gli accertamenti per individuare qualche traccia che consenta di inserire l'assassinio nel quadro degli attentati terroristici messi in atto dai guerriglieri comunisti".
Riccardo Capucci
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Impaginare un giornale è sempre stato il tuo sogno?Redazione · Servizio
Stiamo cercando volontar* che possano aiutarci nell'impaginazione del giornale.
Si tratta di un impegno di qualche ora al mese, programmabile e flessibile. È necessario saper usare Indesign e avere voglia di contribuire con tempo ed energia alla riuscita del progetto Fuori Binario.
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Cecilia Stefani & Valentina Baronti (desk), Veronica Urbano (grafica), Rossella Giglietti e Ginox (sito), Barbara Imbergamo e Gianna Innocenti (social & segreteria redazione), Maria Veltri (luoghi amici), Alessandro Simoni, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Clara Baldasseroni, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gian Luca Garetti, Gilberto Pierazzuoli, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Ilaria Morelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi.
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.
DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni e Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Danila Remus (Tranvia S.M.N.), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piagge, Repubblica, Cimabue).
SU INTERNET - www.fuoribinario.org | redazione@fuoribinario.org
CREDITI FOTOGRAFICI - Cecilia Stefani (1), Cecilia Stefani (5), Cristiano Lucchi (9), Giovanni Ducci (10), Cecilia Stefani, Michela Balocchi (11), Comunità Isolotto (13).
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.
Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org
PER MANGIARE
STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica
STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì
CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230
PER CURARSI
ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Mercoledì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960
L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013
CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008
CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093
PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925
SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455
CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516
ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270
CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112
CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711
CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479
CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 055463891, 0552646182
ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876
ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150
SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581
ANELLI MANCANTI Sportello Consumatori - Ore 19-21: Giovedì Sportello Lavoro - Ore 19-21: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035
SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046
ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 055229188, 0552276388
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Martedì e Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468
L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533
IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737
CENAC Via Rubieri 5r - 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 0558493526, 055683627
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551
LAVORO
SPORTELLO CUB 2° e 4° Mercoledì del mese Via Palazzuolo 95
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375
CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
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Diventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio
Cari aspiranti diffusori,
se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.
La redazione di Fuori Binario
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- informazione indipendente
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Come sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneRedazione · Servizio
Cara lettrice, caro lettore,
il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.
I nostri diffusori
La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.
Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto
La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. Ciò che offrirai in più costituirà il suo guadagno.
Come sostenerci
Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenerla nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto, inoltre, Fuori Binario viene diffuso all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.
Le altre attività
L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.
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Dove trovarciRedazione · Servizio
In strada
- Oltrarno, da Cezar
- Piazza Repubblica, Via Cimabue, Comunità delle Piagge, da Teodor
- Piazza Tasso, Piazza del Carmine, da Giovanni
- Piazza delle Cure, da Totò
- Rifredi, da Cristina e Fraska
- Via Masaccio, Via Milanesi, da Robert
- Sant'Ambrogio, FS Campo di Marte, Borgo San Lorenzo, da Nanu
- Novoli e Peretola, da Filippo
- Tramvia Santa Maria Novella, da Danila
- Viale XI Agosto, da Berisa
- Pontassieve, Mugello, Livorno, da Clara e Raffaele
Online
- www.fuoribinario.org
- facebook.com/fuoribinariofirenze
- instagram.com/fuoribinariofirenze
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- punti vendita
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- social
- quartieri
Come sostenere giornale e associazioneRedazione · Servizio
Per abbonarti al giornale bastano 29 euro l'anno.
Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506 intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!
Puoi scegliere tra queste modalità di sostegno:
- ABBONAMENTO BASE - 29 euro, 11 numeri tutti per te
- ABBONAMENTO DONATORE - 49 euro, 11 numeri per te, altri 11 in regalo a chi vorrai
- ABBONAMENTO STRAORDINARIO - 99 euro, 11 numeri per te; 11 da regalare a chi vorrai; 3 libri da scegliere tra quelli pubblicati dall'editore Periferie al Centro
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