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Archivio › Fuori Binario n. 242 · Estate 2022 › pagina 3

CONTRO IL DECORO

In principio furono i lavavetri

A Firenze il ritornello del degrado iniziò con le ordinanze dello "sceriffo" Cioni, poi altri comuni di centrosinistra abbracciarono il "securitarismo" oggi imperante.

Lorenzo Guadagnucci · Fuori Binario n. 242, Estate 2022, pagina 3

Tutto, o quasi tutto, cominciò nell'estate del 2007 qui a Firenze, quando un'ordinanza dell'assessore Graziano Cioni - sindaco del momento era Leonardo Domenici - vietò "fino al 30 ottobre 2007 l'esercizio del mestiere girovago di lavavetri sia sulla carreggiata sia fuori di essa. L'inosservanza è punita ai sensi dell'articolo 650 del codice penale e con il sequestro dell'attrezzatura". L'ordinanza fu introdotta durante le ferie, quasi con nonchalance, ma fece scalpore e diventò un caso nazionale, sorprendendo lo stesso sindaco in ferie in Grecia. Fece scalpore perché per la prima volta nella rossa toscana, la rossa giunta di Firenze - rossa, s'intende, secondo la retorica mediatica - l'amministrazione comunale prendeva un provvedimento assai simile ad alcune ordinanze tipiche delle amministrazioni leghiste, con immigrati, mendicanti, rom e altre categorie considerate marginali colpite da misure di divieto d'accesso a certi luoghi o impedite di tenere determinate condotte. Il dirigente leghista Roberto Calderoli, nel pieno della polemica, arrivò beffardamente ad annunciare la consegna a Cioni e Domenici della tessera onoraria della Lega Nord.

L'ordinanza contro i lavavetri fu un caso anche in città. Il procuratore capo Ubaldo Nannucci obiettò non solo sulla possibilità di prevedere una sanzione penale in un ordinamento che da tempo aveva depenalizzato la mendicità, ma anche sulla necessità di tenere conto di "aspetti umani che la magistratura non può ignorare", aggiungendo che "il magistrato deve applicare le norme secondo coscienza, senza avere riguardo se l'80% dei cittadini lo acclama o il 90% lo vitupera". Per la giunta comunale uno smacco: il procuratore, con eleganza, faceva notare la grossolanità tecnica, politica e umana dell'ordinanza.

È bene ricordare qual era il contesto. Già Alessandro Dal Lago, in un noto libro del '99, "Non persone" (Feltrinelli editore), aveva rimarcato il progressivo scivolamento delle amministrazioni di centrosinistra verso il securitarismo, con la creazione di un allarme sicurezza che mirava a sfruttare politicamente lo "choc culturale", così lo definiva Dal Lago, dovuto all'arrivo nelle città di persone straniere in misura maggiore rispetto al passato. Cioni, presto definito dai media "lo sceriffo", si era già fatto notare per il suo attivismo nel controllo serrato degli ambulanti, nella repressione di comportamenti urbani considerati da alcuni cittadini fastidiosi - schiamazzi, assembramenti rumorosi, richieste di elemosina e così via - fino a creare un "ufficio delle piccole cose", pensato per assecondare queste manifestazioni di insofferenza spicciola, e soprattutto le prime squadre di vigili urbani "anti degrado".

L'ordinanza coronava dunque una linea ideologica e di condotta ormai matura; fu un atto che aprì la strada a scelte analoghe di altre amministrazioni di centrosinistra, fin lì rimaste titubanti sull'opportunità di imitare i sindaci leghisti. Il fatto che una città come Firenze avesse legittimato e rivendicato una scelta del genere diede il via a una stagione nuova. Le ordinanze cominciarono a fioccare e colpivano ora gli ambulanti, ora i rom, ora gli immigrati riuniti attorno alle panchine di piazze e parchi e così via. Fu in quella fase storica che si accettò il terreno d'elezione tipico delle destre - la logica detta "legge e ordine" - abbandonando la visione storica delle sinistre, di tutte le sinistre, cioè la prioritaria attenzione alle persone, ai loro bisogni e diritti, comprese e anzi principalmente le persone considerate marginali per ragioni sociali, politiche, culturali, quindi i poveri, gli stranieri reietti, le minoranze stigmatizzate.

Proprio il sindaco Domenici con un intervento nel pieno della polemica dettò la nuova linea: "Non è una cosa di sinistra", spiegò, "decidere di lasciar vivere gli ultimi negli spazi interstiziali della società, negli angoli, negli incroci. Bisogna che ci siano pari condizioni di dignità e identiche regole per tutti. Lasciarli a lavare vetri perché sono poveretti non è una politica lungimirante né umanitaria".

La presa di posizione del sindaco, naturalmente, non era accompagnata da alcun provvedimento concreto in favore dei "poveretti", che semplicemente sparirono dalla vista e presero a cercare fonti di sostentamento in altro modo. Nessuno si prese cura di loro e furono gli attivisti riuniti nell'Assemblea autoconvocata - come si chiamò il gruppo di lavoro nato all'indomani dell'ordinanza - a scoprire che i famosi lavavetri erano per lo più persone appartenenti al popolo rom venute dalla Romania e relegate a vivere in condizioni spaventose in accampamenti informali nell'area dell'Osmannoro, nell'indifferenza generale, salvo essere additate come prova del degrado provocato dalle immigrazioni.

Restano attuali, insomma, le posizioni espresse all'epoca dall'Assemblea autoconvocata e dal movimento che si oppose all'ordinanza contro i lavavetri. La costruzione mediatica dell'emergenza sicurezza ha prodotto mostri nel senso comune, oltre che nelle ordinanze e nelle leggi. Sono atti, rimarchiamolo, che hanno eroso lo stato di diritto, fatto evaporare il principio di uguaglianza e quindi favorito l'impoverimento della nostra democrazia, ormai più simile - come in buona parte d'Europa, complici le politiche vessatorie sulle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi - a una "democratura" che al profilo disegnato nella nostra Costituzione.

Pagina 3 del numero 242 Uscito sul numero 242 (Estate 2022), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero