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RESTIAMO ANIMALI
Crisi idrica, l'impatto degli allevamenti
È tempo di convertire la zootecnia: la filiera della carne consuma enormi quantità di acqua.
Redazione · Fuori Binario n. 242, Estate 2022, pagina 10
Manca l'acqua e già scattano i razionamenti. Ma non è un'emergenza. Perché l'emergenza, come ci ricorda la Treccani, è una "circostanza imprevista", un "accidente", "un momento critico che richiede un intervento immediato", e la carenza di acqua dolce è un problema strutturale del nostro paese e di aree sempre più vaste del pianeta. Le cause sono note e fanno capo ai mutamenti climatici in corso. Alla catastrofe climatica in corso. Piogge insufficienti, temperature sempre più alte hanno portato al ritiro dei ghiacciai, a maggiori evaporazioni, alla contrazione delle riserve; i grandi sprechi e i consumi crescenti hanno fatto il resto. Ora tocca affrontare la crisi idrica immaginando una gestione dell'acqua più efficiente e proiettata nel medio-lungo periodo; ma tocca anche - naturalmente - intervenire sulle carenze del momento.
Il ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli, nell'annunciare la necessità di razionamenti su scala nazionale, ha indicato le priorità: al primo posto i bisogni domestici e al secondo l'abbeveramento degli animali chiusi negli allevamenti, prima quindi dell'agricoltura; ultima l'industria, che sarà dunque la prima a subire la riduzione dei flussi. Non può sfuggire la poca lungimiranza di questa visione. Gli allevamenti prima dell'agricoltura? È davvero questo l'ordine delle priorità? Forse nell'immediato, con migliaia e migliaia di animali chiusi nei capannoni che devono pur bere, certo non nell'ottica di una gestione efficiente e lungimirante dell'acqua. È ben noto quanto la filiera della carne, in un'ottica puramente ecologica - anche senza considerare la sofferenza animale e la dignità di ogni essere senziente - sia uno spreco sconsiderato: a parità di calorie prodotte, la carne implica un uso di acqua molto superiore agli alimenti vegetali; per non parlare del consumo di suolo, coi campi di soia e mais destinati all'alimentazione animale. Nei giorni scorsi la Lav - la principale organizzazione animalista italiana - ha ricordato al ministro qual è la più efficace misura di risparmio idrico: la riduzione dei consumi di carne bovina.
Quel che serve davvero, è un piano serio di conversione ecologica della zootecnia, con l'abbandono degli allevamenti intensivi. Nessun politico, al momento, sembra disposto a indicare questa via, perché nessuno osa dire che gli stili di vita e di consumo attuali sono incompatibili con la lotta ai cambiamenti climatici e - ancora più nello specifico - con una gestione prudente e democratica delle risorse idriche. Le stesse associazioni ambientaliste esitano a impegnarsi con forza in una campagna contro gli allevamenti, pur sapendo che il loro progressivo abbandono è una scelta pressoché obbligata. Non si sfugge alla pressione degli elementi naturali: il surriscaldamento incombe, la siccità avanza e i razionamenti sono lì a ricordarci che la riduzione dei consumi è già una realtà. La politica è, o dovrebbe essere, il governo degli eventi nell'interesse della comunità e delle generazioni future; se non ora, quando?
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Uscito sul numero 242 (Estate 2022), a pagina 10. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
