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IL RACCONTO
Guastafeste
Riflessioni dal carcere, specchio oscuro dello Stato.
Fraska · Fuori Binario n. 242, Estate 2022, pagina 12
Quante attese nella vita, a volte interminabili. Guardate me percorrere questi 5 passi avanti e indietro, scansando il letto in metallo e il tavolino in truciolato, dalla porta blindata alla finestra con le sbarre.
Penso a quando andai all'università: sapevo di dover scontare nel frattempo l'obbligo della leva militare, ma non volevo o non potevo dar soddisfazione a quell'autorità che non riconoscevo.
Quale follia rovinò me infelice. Era la mia follia? Era follia la mia?
Non riconoscevo quelle persone, come adesso, miei padroni. Qualcuno che potesse obbligarmi a fare qualcosa che non accettavo. Eppure vilmente mi costrinsero alla stessa maniera con la quale si costringono tutti gli uomini: attaccando ciò che sta a cuore e per me fu come per tanti mia madre. Le entrarono in casa con fogli, forza e intimidazioni. Ricattarono lei con me come me con lei. Questa è la forza dello Stato: ricatto.
E allora li affrontai tutti questi ignavi, uno come tutti e tutti come uno, porgendo loro ogni mio difetto perché questi mi scagionavano dal condividere la loro violenza. E quando le mie lacune non bastarono più feci mia la loro esuberanza e chiesi un'arma per dimostrare a questi che gran cecchino fossi, potendo provare che li avrei fucilati tutti con meno di un caricatore. La loro psichiatria ebbe ragione di me e fu la loro prima vittoria.
Da allora ho costruito ogni mia arma ed ogni mio piano di battaglia in funzione di questo episodio.
Sono stato ladro, rapinatore, contrabbandiere. Tutto tranne che un mafioso (che altro non è la mafia che l'ombra omicida dello Stato). Ho deciso che la mia vita non si sarebbe più legata a quei maniaci del possesso, vampiri classisti, egoici del potere, ma non fu possibile. Non è stato possibile per un semplice motivo, ovvero che loro avevano bisogno di me per giustificare sé stessi. Se mi avessero ignorato avrebbero negato la loro esistenza e in un qualche modo, distorto e perverso, hanno dovuto riconoscermi.
Mi sono ribellato e ho lottato eppure adesso sono qui a contare i miei passi esplorando la possibilità di un'evasione. Ma per il momento mi hanno fottuto e quando ti fottono esce sempre la merda. Si chiama prevaricazione.
Forse come il mio amico Horst farò un disegno a matita sul muro, un disegno bellissimo e poi con la gomma cancellerò me stesso dalla cella. "Via i cancelli, per favore, che non mi servono più". E nessuno saprà mai niente perché di niente si interessa la massa che segue i TG.
Per chi dice che il livello di democrazia di uno Stato si vede dalle sue carceri rispondo che queste sono lo specchio oscuro in cui esso ha paura di riconoscersi.
Sono il luogo in cui si costringe chi resiste ad affezionarsi all'infelicità trascinandosi come pezzi di un cadavere zombie.
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Uscito sul numero 242 (Estate 2022), a pagina 12. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
