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CONTROVENTO
Poeta degli oppressi
Scrittore, sperimentatore, drammaturgo, outsider, inventore di cavalli e draghi. Osservatore instancabile del mondo e della società, fu icona vivente della lotta per la chiusura dei manicomi.
Corrado Marcetti · Fuori Binario n. 242, Estate 2022, pagina 2
"Non cancellatemi con una gomma di pane" era il titolo che Giuliano Scabia aveva dato nel 1994 alla sua presentazione del catalogo dei lavori artistici realizzati dagli internati dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Qui, nel complesso della Villa Ambrogiana, sede dell'O.P.G., con un gruppo di loro aveva poi realizzato nel 2003 un fantastico drago, simbolo di libertà e giustizia.
Il drago di Montelupo fu portato fuori dalle mura della prigione psichiatrica per incontrare Marco Cavallo, il cavallo azzurro, ideato trent'anni prima nel manicomio di Trieste, simbolo dei desideri degli internati, della loro umanità e libertà negate. Allora, nel lontano 1973, per fare uscire dal reparto quel cavallo, alto 4 metri, realizzato in legno e cartapesta con Vittorio Basaglia e altri artisti, era stato necessario un segno dirompente: la rottura degli infissi e dell'architrave del portone d'ingresso. Per cambiare le cose occorre sempre una qualche rottura dell'esistente.
Giuliano era stato l'animatore dell'atelier realizzato in quel che era stato il primo reparto manicomiale chiuso dalla rivoluzione basagliana. I ricoverati, uomini e donne, ora vi accedevano liberamente per partecipare alle tante iniziative artistiche e teatrali, alle feste come alle assemblee. Qui preparavano le scene animate che portavano tra i ricoverati degli altri reparti e da loro era venuta l'idea di dare a quel cavallo di cartapesta lo stesso nome del cavallo che per tanti anni aveva tirato il carretto della biancheria sporca del manicomio e che loro avevano salvato, a fine carriera, dal mattatoio a cui era destinato.
Montato su piccole ruote, quello straordinario cavallo, azzurro per scelta degli internati, che nella pancia custodiva i biglietti coi loro sogni, era stato portato sul prato della direzione e poi per le vie della città, seguito dal lungo corteo di internati, medici e infermieri. Poi ancora sarebbe stato portato in tante altre città.
Diceva Giuliano che quel cavallo era le centinaia di storie che lo componevano. Che se fosse stato solo una scultura non sarebbe stato nulla. Era il simbolo della caduta dei muri dell'esclusione, un'icona della lotta per la chiusura dei manicomi che portò nel 1978 alla entrata in vigore della "Legge Basaglia". Il drago di Montelupo ne rappresentò il seguito ideale. Sempre sul piano simbolico e teatrale, Giuliano portava un nuovo originale contributo al superamento dell'istituzione totale, attraverso un altro dei suoi animali fantastici capaci di balzare fuori dalle mura.
Fino a poco tempo prima della morte Giuliano, che è stato una delle voci più originali e autentiche della cultura italiana del secondo Novecento, lo si poteva incontrare facilmente nella quotidianità della sua vita fiorentina, al mercato di S. Ambrogio o per le strade del quartiere di Santa Croce. Fermava la sua bicicletta e col sorriso sulle labbra era sempre disponibile a condividere un nuovo interesse culturale, una riflessione politica, una passione civile, un pensiero. Il volo delle sue mani accompagnava le parole. Era sempre generosamente coinvolgente negli inviti a partecipare a questa o quella iniziativa. Magari una delle passeggiate notturne nei boschi che amava e che animava col racconto di fantastiche storie.
Scrittore, poeta, drammaturgo, narratore dalla vena felice è stato protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più vive e originali degli ultimi decenni. Nei primi anni '60 aveva collaborato con Luigi Nono scrivendo per "La fabbrica illuminata" i testi nati dall'ascolto degli operai dell'Italsider di Cornigliano a Genova.
A Torino, nel 1969-70, aveva creato un laboratorio che girava per i quartieri periferici inventando nei luoghi degli scontri dell'Autunno caldo, un teatro dilatato agli abitanti.
Al Dams di Bologna dove aveva iniziato a insegnare drammaturgia nel 1972, aveva creato con i suoi studenti, esperienze teatrali e musicali che portava ovunque, dall'Appennino reggiano alla pianura padana, dai quartieri periferici delle città all'entroterra veneziano.
A Bologna, durante il Movimento del '77, fece volare alte sul quartiere universitario delle mongolfiere realizzate con i suoi studenti del Dams.
La poesia è stata sempre l'asse portante del suo operare insieme alla scrittura collettiva, al teatro come narrazione, alla sperimentazione continua di azioni culturali sui confini urbani di periferie slabbrate, sui margini sociali e fisici della società.
Era un outsider, fuori dalle regole e dalle convenzioni della cultura ufficiale. Per sottolineare l'importanza della relazione amava ricordare una frase di Gombrowicz, "Colui con cui canti, modifica il tuo canto". Scrisse un pezzo per il numero de "La Nuova città", la rivista di Giovanni Michelucci, dedicato a "La città dei bambini". Aveva per titolo "I germogli del mondo" e ne riporto tre righe:
> Dove sono i germogli della stagione nuova? > Se non ci sono dentro di noi non ci sono neanche fuori. > Che la nostra mente non perda i semi della speranza.
Mi piace ricordare la sua tenace resistenza alla malattia, che nel maggio dello scorso anno se lo portò via, con una frase presa dalla "Seconda lettera a Dorothea sopra il diavolo e l'angelo", che aveva recitato nella banlieu parigina di Villejuif nell'ambito del "Premier Festival de Commedia dell'Arte du Val de Marne": Ma io insistetti per stare volando ancora un poco.
(nella foto: Giuliano Scabia)
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Uscito sul numero 242 (Estate 2022), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
