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LEGGE E FUORILEGGE
Abolire il carcere si può. Intervista a Luigi Manconi
Felice Simeone · Fuori Binario n. 242, Estate 2022, pagina 8
Un libro appena riedito rilancia la "ragionevole proposta" per la sicurezza di tutti. Ne discutiamo premesse e conclusioni con il sociologo e attivista per i diritti umani.
A maggio del 2022, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato una riedizione di "Abolire il carcere", un libro collettivo di Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta e Luigi Manconi.
Professor Manconi, il titolo del libro è di per sé una proposta chiara. Perché l'avete fatta? A quali problemi risponde?
Il problema del carcere è strutturale, frutto di una visione che in Italia porta ad infliggere una sola pena, la cella chiusa, una pena inutile e addirittura dannosa per la società perché riproduce crimini e criminali. Abolire il carcere vuol dire sostituire alla cella un ventaglio di misure alternative che garantisca comunque il controllo del crimine e della sua diffusione.
Le sue parole suggeriscono delle ragioni culturali prima ancora che giuridiche, che istituiscono la detenzione come forma di punizione e vendetta, più che di protezione della società.
Il carcere si fonda su una gerarchia autoritaria il cui fine è quello di determinare il destino delle persone che vi sono rinchiuse, riducendole ad uno stato infantile. Questa infantilizzazione si realizza con totale dipendenza dall'autorità e col disconoscimento della maturità dei detenuti. È significativo che il gergo carcerario sia composto di nomignoli: in carcere i detenuti non fanno richieste, ma domandine; oppure il detenuto che raccoglie le ordinazioni di acquisti esterni è lo spesino. Un aspetto significativo di questa infantilizzazione è la negazione della sfera affettiva e sessuale del detenuto.
La vostra è una proposta articolata, formulata sotto forma di decalogo: potrebbe riassumerlo?
In Italia le pene pecuniarie costituiscono il 15% dell'insieme delle sanzioni; in Germania sono il 55%. Prevedere pene pecuniarie alternative alla reclusione, proporzionali ovviamente al reddito del condannato, sarebbe già un modo realmente efficace per ridurre il numero di detenuti. Si deve tenere presente che la popolazione detenuta è costituita da tre componenti principali. Un 30% circa è composto da tossicodipendenti, cioè da persone che avrebbero bisogno di cura più che di repressione. Un altro 30% circa è fatta da stranieri, spesso detenuti solo perché privi di documenti necessari per l'ingresso in Italia. Una terza componente è fatta da poveri e poverissimi, persone che sono fuori da qualsiasi tipo di protezione sociale e per cui il carcere è un destino quasi inevitabile. Rimane, come stimato anche dall'amministrazione carceraria, solo un 10% di detenuti realmente pericolosi. Concepire un carcere solo come soluzione estrema ed inevitabile ridurrebbe il numero dei detenuti dagli attuali 55.000 a circa 5.000.
Questo spaccato sociale del carcere, che si riproduce forse da millenni, fa pensare che tutto si è evoluto, tranne il carcere e come viene usato.
Sì, ed oggi più che mai vista la crisi del sistema di welfare che un tempo rispondeva a delle esigenze sociali primarie in grado di sottrarre al carcere i più fragili.
Sicuramente il carcere non è un argomento di interesse sociale o culturale. Perché il libro viene riedito in questo momento attraversato da crisi profonde?
Nonostante l'innegabile difficoltà del momento, devo ricordare che il libro è stato riedito perché la prima edizione è stata esaurita, e questo è indice di un interesse non sopito per un tema certo impopolare. E poi credo che non c'è un momento giusto per riproporre antiche questioni e guardarle con occhi nuovi.
Mi ha colpito l'aggettivo "ragionevole" quasi a rimarcare l'effettiva realizzabilità della proposta.
Noi siamo convinti che ridurre il carcere a soluzione estrema sia prima di tutto conveniente ai cittadini perché si è constatato che soluzioni alternative alla cella chiusa riducono la recidiva al 20%, mentre quella di chi sconta la pena in carcere sfiora il 70%.
Cosa auspica per il futuro?
Al momento, noi nutriamo una speranza fondata che presto sarà approvata una nuova legge che riduca a zero la presenza dei bambini in carcere. Il che dimostrerebbe che riformare il carcere in maniera radicale e ragionevole è possibile.
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Uscito sul numero 242 (Estate 2022), a pagina 8. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
