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Il furore dilaga in cittàCristiano Lucchi · Resistenze
"La piazza comincia a riempirsi di gente. Ad un certo punto si accorge di essere diventata maggioranza. La marea degli operai inizia a sciamare in tutta la città e comincia a dare l'assalto alle case dei traditori. Chi sono i traditori? Sono quei popolani grassi che sono diventati troppo grassi. La gente li conosce per nome. Andiamo a bruciargli la casa! Il governo è corrotto e traditore, la giustizia è traditrice. Andiamo a bruciargli la casa! Il furore dilaga in città".
Come non pensare alla Rivolta dei Ciompi del 1378, raccontata dal professor Alessandro Barbero, leggendo le cronache che arrivano con il contagocce dallo Sri Lanka, i cui abitanti sono costretti alla povertà, alla fame, alla morte da una delle tante crisi del capitalismo giunta a dama. Uno shock politico ed economico dalle tante radici: il taglio (assurdo) delle tasse, la successiva crisi del debito e il logico default, la crisi ecologica, la crisi sanitaria imposta dal Covid, una transizione agricola forzata, la repressione delle proteste, la guerra.
La rivolta contro il governo - singalesi e tamil di ogni gruppo, religione, età, ideologia, professione e ceto sociale sono uniti - è sacrosanta. Sono stati portati all'esasperazione, rapinati delle loro risorse, privati delle cure sanitarie, costretti a prezzi esorbitanti per i beni di prima necessità; hanno subito la costruzione di grandi opere inutili e dannose (la realizzazione dell'aeroporto di Mattala Rajapaksa ha inciso fortemente sul debito pubblico ed è desolatamente vuoto da sempre), gli asset statali sono stati ceduti ai voraci investitori stranieri, la classe politica corrotta ha da sempre avuto il plauso dei media. Esasperati, stanno letteralmente bruciando le case dei politici, devastando le loro proprietà, distruggendo istituzioni private di ogni credibilità.
Se la situazione vi ricorda da vicino la deriva italiana, considerate le ovvie differenze, abbiamo l'obbligo di partecipare criticamente alla gestione del bene comune, di impedire che la crisi sia gestita "contro il popolo" e smetterla di favorire con il voto le marionette liberiste che cassano, giorno dopo giorno, i valori alla base della Costituzione. Non abbiamo più alibi.
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Da impiegata a operaia. Una scelta di dignitàValentina Baronti e Camilla Lattanzi · Controvento
Assunta per creare divisione tra i dipendenti della GKN e quelli degli appalti, si fa demansionare e si unisce alla lotta.
"Per i 50 anni ho voluto farmi un regalo e mi sono unita alla lotta. Per me è stato anche un riscatto personale. Non vedo tutto roseo, ma so che un posto di lavoro ce l'avevo ed era alla GKN. E allora non mollo".
Tiziana De Biasio è l'unica donna presente il 9 luglio 2021, quando un centinaio di operai della fabbrica metalmeccanica di Campi Bisenzio licenziati senza preavviso, forza i cancelli e occupa lo stabilimento. La sua è una storia di bisogno economico, pressioni psicologiche, soprusi e dubbi etici che diverranno insostenibili e la porteranno a fare una scelta di dignità. Tiziana entra alla GKN nel 2012 e anche se ha un ufficio all'interno della fabbrica, non è una dipendente, perché lavora per la ditta esterna che si occupa dei servizi appaltati: pulizie, logistica e controllo qualità. Trovare quel lavoro per lei aveva significato afferrare una zattera in mezzo alla tempesta: una coppia di disoccupati, un figlio di un anno e mezzo, il marito che sta uscendo da una grave malattia. Lei è una professionista preparata, con esperienza sia nella gestione di appalti che nella selezione del personale. Il suo però è un ruolo delicato e scomodo: "Il capo dell'ufficio personale di GKN mi spiegò che in fabbrica si stava creando troppa complicità tra dipendenti diretti e personale in appalto. Dobbiamo creare una divisione netta - mi disse - non vogliamo noie. Io avevo bisogno di quel lavoro e di quello stipendio, e fu l'unica cosa a cui pensai".
Dopo un anno e mezzo però, la situazione si fa insostenibile: il prezzo da pagare per mantenere quel rapporto gerarchico e distaccato è troppo alto, così Tiziana si fa demansionare, passa da impiegata a operaia e inizia a svolgere lavori manuali, conservando però le mansioni di coordinamento. Nel disagio, almeno, ha più garanzie di mantenere il posto di lavoro, dato che nei contratti di appalto, la clausola che prevede la riassunzione del personale da parte della ditta che subentra, vale solo per gli operai e non per gli impiegati. Tiziana sa che i cambi di appalto sono frequenti e spesso pilotati, perché chiudendo si intascano i soldi del TFR dei dipendenti e quelli dei debiti verso i fornitori, tanto poi il modo di tornare sul mercato si trova: basta una ragione sociale diversa e un altro prestanome cui intestare la nuova attività.
Nel 2014 cambia l'appalto e alla GKN entra Easy Group. Il management di GKN però non vede di buon occhio Tiziana, che in questi primi due anni non ha lavorato abbastanza per dividere i lavoratori; e la nuova società porta un'altra coordinatrice, Clelia, alla quale Tiziana dovrà passare le consegne. Le due donne però si coalizzano e al termine della formazione, Clelia comunica ai superiori che senza Tiziana non è in grado di svolgere quelle mansioni. Per questo viene spostata in un'altra fabbrica e al suo posto viene messo un uomo, anche lui affiancato da Tiziana. Stavolta la complicità non si crea e le vessazioni si fanno più pesanti: "Ero tra due fuochi: i manager della GKN che non mi volevano e gli operai degli appalti che ce l'avevano con me, perché ero comunque io a scrivere le contestazioni disciplinari. L'azienda mi aveva lasciato a me stessa. È stata dura".
Tiziana si dedica sempre più ai lavori manuali, compresa la pulizia dei bagni, nel tentativo di stare più lontana possibile dall'ufficio, anche per le continue, insopportabili, allusioni sessiste. Clelia torna a lavorare alla GKN, anche lei demansionata e destinata alle pulizie. Tiziana capisce che mantenere quel posto di lavoro non era più solo un suo problema, che è un sistema, non una questione personale e si avvicina al sindacato, per costruire un rapporto nuovo con il collettivo di fabbrica: "Inizialmente non ero vista bene, anche perché ero stata chiamata per creare una spaccatura, ma i ragazzi della RSU GKN non hanno mai perso di vista l'obiettivo vero, cioè che la lotta deve essere fatta a prescindere, per tutti i lavoratori".
> La presa di coscienza > "La RSU GKN non ha mai perso di vista l'obiettivo: la lotta deve essere fatta per tutti i lavoratori"
Da quel momento in poi la situazione si ribalta e Tiziana diventa una risorsa preziosa per le compagne di lavoro. È lei a scoprire, nel giugno 2021, che Easy Group aveva chiesto il concordato preventivo, preparando così l'ennesimo fallimento, e a contattare i sindacati confederali, che però non si muovono. La RSU GKN non può fare molto, perché trattandosi di ditta esterna i contratti nazionali applicati sono differenti, ma viene fissato uno sciopero, che avrebbe dovuto tenersi il 12 luglio.
La storia però, ha preso un'altra piega: il 9 luglio 2021 la GKN chiude, avviando la procedura di licenziamento per 500 persone. Da quel momento i lavoratori e le lavoratrici dei servizi appaltati entrano in una situazione paradossale: la ditta non è ancora stata dichiarata fallita e non essendo stati licenziati non hanno diritto a nessun ammortizzatore. A loro non spetta né l'indennità di disoccupazione, né la cassa integrazione. Ricevono in ritardo lo stipendio di giugno. Dopo qualche mese riusciranno ad avere l'integrazione Covid, di 600-700 euro al mese, ma solo fino alla fine dello stato di emergenza, ossia il 31 dicembre 2021. Da gennaio 2022, con la riforma degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione viene estesa alle ditte multiservizi, ma passeranno ancora mesi prima che riescano a riceverla. In queste condizioni, sono pochi i lavoratori degli appalti che hanno resistito. Chi era monoreddito o aveva problemi particolari, progressivamente ha dovuto cercarsi un altro lavoro. Tiziana e Clelia però, sono ancora lì, insieme ad un altro collega e continuano a tenere pulito lo stabilimento in autogestione, facendo i turni insieme agli operai: "Il 9 luglio non ho avuto esitazioni. Chiamai le mie compagne e dissi: bisogna pulire la fabbrica, la fabbrica è nostra. Sono stata la prima a mettermi i guanti e a dire: andiamo a pulire i cessi".
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3Diritti e divise2 articoli
Che idea, una base a San Rossore!Felice Simeone · Diritti e divise
Il "governo dei migliori" vorrebbe collocare nel Parco un complesso militare. Nessuno sapeva niente? Le proteste di abitanti e cittadini: né a Coltano né altrove.
Il 23 marzo scorso, nella Gazzetta ufficiale viene pubblicato un provvedimento che decreta la costruzione di una nuova base militare a Coltano, un paese del Pisano all'interno del parco di San Rossore. Stupore e sorpresa attraversano i vertici istituzionali che giurano di non saperne nulla; si tratta di emozioni simulate, perché gli studi di fattibilità risalgono al 2021. Gli unici sinceramente all'oscuro di tutto sono solo gli abitanti di Coltano e, con loro, i cittadini italiani a cui è richiesto solo di digerire l'imposizione di una nuova base militare, per di più in un'area protetta da vincoli paesaggistici e ambientali: la beffa è che il progetto graverà sui fondi del Pnrr, ovvero le risorse messe a disposizione dall'Europa dopo l'emergenza Covid per finanziare la transizione ecologica.
È una vicenda emblematica dell'agire autoritario, già collaudato durante la pandemia, del governo dei migliori (definizione che si sono data da soli!) che, già prima dell'inizio della guerra all'Ucraina, sembra essere in preda ad un'estasi militarista.
Nonostante il fermo parere contrario messo per iscritto dagli esperti del Parco regionale, il governo intende realizzare, all'interno dell'area protetta, caserme, uffici, una pista di atterraggio per elicotteri, poligoni di tiro, centri di addestramento, laboratori, magazzini e una ventina di villette a schiera per un totale di circa 445 mila metri cubi di cemento.
Solo chi è estraneo alla lunga gestazione politica, sociale, culturale del parco può trovare naturale perseguire un progetto di cieco militarismo come quello di questa base.
Il parco di San Rossore viene istituito nel 1979. Con la Legge n. 30 del 19 marzo 2015, la Regione Toscana ridefinisce le norme per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico-ambientale regionale, norme che aprono al finanziamento pubblico delle attività del parco. "L'Ente Parco" si legge nello statuto, "persegue la tutela delle caratteristiche ambientali e storiche del litorale pisano e lucchese, in funzione dell'uso sociale di tali valori. Esso promuove la ricerca scientifica e la didattica naturalistica, nonché l'educazione e la formazione ambientale, e la valorizzazione delle attività economiche territoriali".
Gli abitanti di Coltano, parte integrante del Parco, si sono riuniti nel movimento "No Base né a Coltano né Altrove": pretendono il ritiro del decreto e il blocco di un progetto che mira alla creazione nella zona pisana di un centro logistico di guerra, che si inserisce in un disegno più grande di aumento delle spese militari. Lo hanno gridato sotto le finestre del ministero della Difesa il 19 Maggio appena trascorso. "È paradossale anche dover chiedere fondi per le case popolari, per la scuola, per la sanità, dopo il disastro della pandemia".
Con la giustificazione della segretezza, su questioni che invece meriterebbero un dibattito aperto, al Comitato non è stato consentito di accedere a nessuno dei tavoli di discussione che si sono susseguiti dopo la pubblicazione del decreto. Nonostante le dichiarazioni e le promesse dei vertici politici e Istituzionali, al momento in cui scriviamo l'unica informazione disponibile è che il progetto non è stato ancora revocato.
Il progetto della base di Coltano è disponibile qui: https://unacittaincomune.it/wp-content/uploads/2022/05/progettobaseoltano.pdf
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Ancora tagli per scuola e sanitàFelice Simeone · Diritti e divise
Fra gli amministratori locali cresce lo scontento per le scelte dell'esecutivo. Cresce la spesa per le Forze Armate, e nessuno sa dove finiranno i soldi del PNRR.
Alla fine non ce l'ha fatta più a tacere: Raffaele Donini, coordinatore sanità della Conferenza Stato-Regioni, nonché assessore alla sanità della regione Emilia-Romagna, ha criticato pubblicamente le decisioni del governo, sostenuto dal suo partito, il PD, a partire dalle scelte in politica sanitaria. "La sanità del futuro?" ha tuonato Donini, "più risorse del fondo nazionale rispetto al PIL; più borse di specializzazione; via al tetto per le assunzioni; si tolga il numero chiuso a medicina; si portino le spese per la sanità al livello medio europeo del 6.5 % del PIL". Ma soprattutto, Donini ha supplicato lo Stato di non abbandonare gli amministratori locali costretti a contare i centesimi per far fronte al dopo pandemia, ammesso che sia passata.
La scintilla che ha fatto esplodere Donini è l'ingiustificabile aumento delle spese militari (+47%), che, come già denunciato da questo giornale, è l'unica voce di spesa che aumenta stando al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DEF) presentato dal governo. Chiariamo che l'aumento delle spese militari al 2% del PIL non ha niente a che vedere con la guerra in Ucraina, perché si tratta di un investimento strutturale che rimarrà ingente anche dopo che la guerra si sarà conclusa. La spesa per la sanità, invece, passerà del 7,4% del 2020, al 6,3% previsto per il 2024.
A fare i conti con ulteriori tagli sarà anche, e ancora una volta, la scuola pubblica. La pandemia ha messo in evidenza diverse criticità storiche dell'attuale assetto della scuola italiana, oltre a rendere urgenti interventi strutturali per scongiurare nuovi effetti devastanti di emergenze sanitarie, sia attuali (non possiamo sapere cosa succederà in autunno) che future. La scuola ha bisogno di investimenti su tutti i livelli: edilizia, docenti, programmi, strutture. A maggio Save the Children ha pubblicato un rapporto che denuncia un tasso altissimo di abbandono scolastico in Italia (13,5%), e riporta che almeno il 51% degli alunni adolescenti ha difficoltà a comprendere testi scritti. Il DEF del governo dei migliori (definizione che gli attuali ministri si sono dati da soli!) prevede, invece, una diminuzione delle spese per l'istruzione dal 4% al 3,5% del PIL entro il 2025.
Non si tratta di spiccioli, ma di somme ingenti che vengono sottratte proprio nel momento in cui ne servono di più. A questi si deve aggiungere il rallentamento della ripresa economica che, complice anche la guerra all'Ucraina, sta faticando a ritornare ai livelli precedenti la pandemia.
Questo stato di cose ha generato un malessere diffuso a cui Donini ha dato voce, e che stride con l'aumento delle spese militari, uno dei pochi investimenti che difficilmente avrà un rendimento tale da giustificarlo.
Nessuno sa bene per cosa sono stati richiesti i fondi del PNRR. Abbiamo scoperto solo dopo la sua approvazione che una parte finanzierà una base militare del Parco di San Rossore, progetto che prevede la costruzione di edifici per 500 mila metri cubi di cemento in un'area protetta. La preoccupazione che si sta insinuando fra gli amministratori più sensibili e capaci (ce ne sono ancora) è che quei soldi non saranno usati in riforme strutturali che permettano il superamento delle criticità che hanno reso l'Italia estremamente vulnerabile alla pandemia da COVID (non a caso, sanità e scuola hanno pagato il prezzo più alto), ma verranno utilizzati per interventi circoscritti, che magari risolvono delle emergenze senza rimuoverne le cause.
Le scelte del governo sembrano confermare questo timore: se è così, il governo dei migliori, tutto neutralità e sapienza tecnica in apparenza, si rivela invece come il più politico, e apertamente classista, che ci poteva capitare.
(f.s.)
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Casa, una bomba mai disinnescataStefania Valbonesi · Attualità
Caro bollette e caro affitti: l'ultimo report del Sunia conferma una situazione esplosiva eppure trascurata.
L'emergenza abitativa, la grande Cenerentola delle agende politiche nazionali e locali, è sempre più grave. Una vera e propria bomba sociale pronta ad esplodere, tanto più che si intreccia con la mancata ripresa economica che affligge il mercato del lavoro.
Il modo migliore per capire cosa succede sono i numeri, emersi dal report presentato da Cgil-Sunia qualche settimana fa. A Firenze, intanto, si torna a 130 esecuzioni con forza pubblica al mese, 50 notifiche alla settimana di nuovi sfratti presso il Tribunale, oltre 2400 convalide previste nel 2022. Era tutto previsto da tempo dai sindacati inquilini, ma nessuno li ha ascoltati. Famiglie a rischio, solo in città, almeno 15mila, stima per difetto. Situazione fuori controllo per vari motivi, innanzitutto perché il mix infernale fra difficoltà lavorative e bollette super, mangia anche il 50% del reddito familiare, là dove esiste. Insomma, per essere chiari, di tratta di un'enorme macchina infernale capace di sfornare nuovi sfratti ed esecuzioni con un ritmo cui non possono star dietro gli strumenti tradizionali approntati dalle istituzioni locali, regionali e anche nazionali, sempre in ritardo e di rincorsa.
> Identikit della persona in crisi abitativa > Uno su due è pensionato, l'80% con la pensione minima. Gli stranieri sono il 44%, gli italiani il 56%. (dati Sunia)
È necessario riflettere almeno su due punti: lo stato dell'edilizia popolare, il Pnrr e le sue immense risorse. Da un lato, gli 800 alloggi vuoti dell'Edilizia Residenziale Pubblica ERP fiorentina (anche questa una stima per difetto), dall'altro quei soldi dedicati alla riqualificazione. Gli alloggi popolari vuoti sono ancora lì dopo anni di denunce e varie campagne di informazione; nel Pnrr non è previsto nulla per le nuove costruzioni, tutto è puntato sulla riqualificazione, con la complicazione che le risorse sono suddivise nelle 5 Missioni, non godendo, la Casa, neppure della dignità di un titolo a sé.
I numeri confermano ciò che da tempo scriviamo: il ceto medio si sta sgretolando sotto i colpi del lavoro precario e smart e il caro affitti ha ripreso quota con il calmarsi della pandemia. Fra i nuovi senza casa ci sono sempre più i pensionati, una categoria che finora aveva fatto comparse sporadiche sulla scena. I giovani, afflitti da precariato e stipendi miseri, fra i più bassi d'Europa, sono candidati naturali al disagio abitativo. Le vecchie regole non valgono più.
A fronte del boomerang che si sta per abbattere sull'amministrazione, l'istituto dell'Agenzia sociale della casa si è rivelato un flop: richieste molte, alloggi tendenti a zero, in un città turistificata è quasi impossibile convincere i proprietari, grandi o piccoli che siano, a mettere a disposizione i propri alloggi ad affitti concordati e lunghi (sia pure con le garanzie e i vantaggi fiscali stabiliti dal Comune); servono quindi interventi decisi. A partire, ad esempio, dall'avvio della sempre richiesta e mai concretizzatasi "Commissione territoriale disagio abitativo", uno strumento in grado di produrre un calendario delle esecuzioni con forza pubblica, di solito semestrale. Lo strumento, previsto dalla Regione, già attivato ma ancora in stand by, è fondamentale per trovare soluzioni agli sfratti in calendario, dando il tempo agli attori di esaminare la situazione della famiglia, in sintonia col principio del passaggio da casa a casa. Ovviamente, avendo le case. Magari cominciando con quegli 800-1000 alloggi ancora vuoti dell'Erp fiorentina.
> I costi dell'abitazione > Fra quanti si sono rivolti allo sportello, l'11% paga tra i 500/600 euro mensili; il 28% tra 600/700 euro; il 42% tra 700/800 euro; il 19% più di 800; per l'89% del campione l'affitto incide per oltre il 45% e il 50% dei propri redditi; il 21 % del campione ci ha riferito di versare una somma a nero oltre l'affitto dichiarato. (dati Sunia)
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Senza dimora nel bene confiscato alla mafiaRedazione · Diritti
Apparteneva alla criminalità organizzata, adesso ospita venticinque persone senza dimora. Si chiama "La Meta" e si trova a Catania in un bene confiscato alla mafia. Non una semplice struttura di accoglienza ma un progetto di inclusione, integrazione e autonomia, nato dalla collaborazione tra l'amministrazione comunale, Fondazione Èbbene, Mosaico e Croce Rossa Italiana - Comitato Catania, con il finanziamento del Fondo Sociale Europeo. L'obiettivo è rispondere ad un bisogno concreto in città, superando l'idea del classico dormitorio con servizi igienici, per realizzare la logica dell'accoglienza che promuove la persona e sostiene cammini di cambiamento fino al reinserimento nella comunità. Questo processo di autonomia è già un fatto: i custodi della nuova struttura erano senza dimora e oggi hanno un lavoro e una casa.
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Sciopero grucce, accordo a PratoRedazione · Lavoro
La lotta paga, anche se è fatta da operai stranieri e senza l'interessamento di istituzioni e sindacati confederali. A Prato, lo "sciopero delle grucce", portato avanti dagli operai, in gran parte di origine pakistana, seguiti dal Si Cobas, è andato avanti per 19 giorni, con tanto di intimidazioni e tentativi di aggressione, che per fortuna non sono riusciti, ma che ricordano le violenze con i tirapugni alla Gruccia Creations nel 2019 e alla Dreamland lo scorso ottobre. Le tre aziende interessate, Ruentex, Gruccia Creations e Digi Accessori, hanno firmato un accordo con il sindacato Si Cobas, che prevede contratti a tempo indeterminato, turni settimanali di 40 ore e l'applicazione del contratto nazionale. Si risponde così alla campagna "8X5", otto ore per cinque giorni, portata avanti dagli operai del tessile pratese, costretti a turni di 12 ore per 7 giorni.
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Dieci proposte dall'assemblea di InsorgiamoRedazione · GKN
Seicento persone si sono riunite il 15 maggio scorso a Campi Bisenzio, per l'assemblea di Insorgiamo, convocata per discutere delle priorità che ogni movimento ha portato nelle piazze del 25 e 26 marzo scorso, quando piazza Santa Croce si è riempita di 30mila persone. In quella giornata sono emerse dieci proposte, tra cui: il lancio della campagna "Fuori dall'emergenza, dentro l'urgenza", partendo dai temi della guerra e dell'inflazione, per toccare poi la contrarietà alla base militare di Coltano; un nuovo Insorgiamo Tour in vista di una mobilitazione nazionale in autunno; il motto "Per questo, per altro, per tutto" come riferimento delle campagne delle singole realtà. Tra le proposte c'è anche quella di creare una convergenza tra i media solidali e alternativi che in questi mesi hanno seguito le varie tappe del processo, creando una rete di pagine social, con la quale provare a ribaltare la narrazione dell'emergenza continua e costruire invece un discorso radicale, inteso come capacità di andare alla radice. "Siamo effervescenza nella società - hanno detto gli operai nel discorso conclusivo -, anche se ancora questa effervescenza non è sufficiente. Forse noi non stiamo vincendo, ma loro stanno iniziando a perdere".
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La povertà non è telegenicaRedazione · Classismo
A Torino si allontanano i senza dimora che stonano coi luccichii dell'Eurovision. Le associazioni accusano la giunta di pressapochismo: nessuno ci ha avvisati
Tutto inizia pochi giorni prima dell'Eurovision. Gli occhi di milioni di persone per una settimana sono rivolti su Torino grazie all'enorme operazione di marketing territoriale che usa le canzoni per fare quattrini. E come in ogni azione di marketing anche il contesto deve apparire perfetto: un mondo esente da rischi, spensierato, senza problemi o persone che possono deprimere l'umore. È così, mentre Mahmood & Blanco, i Maneskin e la scontata presenza vittoriosa della Kalush Orchestra ucraina si preparano allo showdown, sono Il Gusto del Mondo e l'associazione Eufemia, due organizzazioni sociali piemontesi che si occupano di assistenza alle persone senza dimora, a lanciare un grido d'allarme: "Gli invisibili sono scomparsi. Aiutateci a ritrovare chi vive in strada".
Si sono accorte che "molte persone senza dimora sono scomparse dal centro. Probabilmente in vista dell'Eurovision diversi sgomberi hanno interessato gli isolati occupati da chi non ha casa. Sono persone che conosciamo da anni, con le quali abbiamo imbastito relazioni nel tempo. Molti risultano ancora irreperibili e non sono stati presi in carico dai servizi. Se notate la loro presenza segnalatecelo".
Cosa è successo? Del fatto si accorge la redazione dell'agenzia di stampa internazionale Pressenza, che interroga l'amministrazione comunale e il sindaco: "Dove sono queste persone? Sono state allontanate? Chi ha dato l'ordine? Quali sono gli assessori coinvolti in questa operazione? Come sono state allontanate? E ancora: è forse un'iniziativa della Prefettura e/o della Questura? Della Polizia Municipale?".
Il giorno prima dell'Eurovision Song Contest Pressenza fa il punto, riportando le parole rilasciate alla Stampa dall'assessora alla sicurezza (sic) Gianna Pentenero: "Credo che gli interventi congiunti che abbiamo fatto abbiano avuto un primo effetto. Molte persone sono state convinte a lasciare la strada per trovare ricovero in strutture comunali". Approfondisce Pressenza e ci racconta che si è trattato di "un'operazione congiunta compiuta da assistenti sociali e vigili in divisa". Un'operazione "malfatta e imbarazzante", "fatta in gran segreto, non condivisa col terzo settore. Un esercizio di pressapochismo giocato sulla pelle delle persone".
"Il centro di Torino è ricco di portici che riparano i senza dimora dalla pioggia" - continua l'agenzia. "Il risultato è che le persone cacciate dal centro, ora sono sotto la pioggia. Non ci resta che consigliare alla Pentenero di fare una nottata da senza dimora, dormire fuori in questi giorni, così si renderebbe conto di cosa vuol dire".
Alla fine sono i volontari a raccogliere i cocci, hanno cercato per giorni le persone scomparse e le hanno trovate altrove, lontano dal centro e dai riflettori internazionali. Con i loro racconti riportano le parole dei senza dimora coinvolti: "Ci hanno buttato via tutto". L'ennesima denuncia della disumanità delle operazioni di polizia contro il degrado e per il decoro cittadino.
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Ventotto anni di impegno sulla stradaRoberto Pelozzi · Classismo
Nel luglio 1994 nasceva a Firenze Fuori binario, il giornale dei senza dimora. Progetto sociale fin dal numero zero, dichiarava dal principio: "Non chiediamo elemosine"
E chi lo avrebbe mai detto, eppure succede! Il mese di luglio mi riporta a quello di 28 anni fa, nel 1994, quando a Firenze ci fu l'apparizione del numero zero di Fuori Binario.
Era la sfida, ma anche la lotta, al riconoscimento sociale delle persone che vivevano la città dalla parte dei più svantaggiati, quelli che la gente comune chiamava i barboni, i senza tetto e senza dimora.
Penso sia stata questa triste consapevolezza a dare input all'avventura del giornale, essere additati ed esclusi ha suscitato la voglia di cambiamento, si è composto un gruppo di persone di varie età, tutte motivate e pronte a scriverlo e divulgarlo creando un rapporto più stretto con la città.
Ospiti per vario tempo, abbiamo poi avuto dal Comune lo spazio per la nostra prima Redazione, ci sentivamo impegnati in questo lavoro, riunioni, incontri, preparare il giornale, leggerne gli articoli insieme sceglierli e una volta pronto nelle strade a distribuirlo.
Il giornale ha trovato buon impatto nei lettori, e le vite di molti distributori sono cambiate in meglio tramite loro. Da parte sua la città ha recepito il messaggio, quello di non trascinare l'indifferenza e cercare nella differenza l'umanità.
In quegli anni un gruppo di associazioni ha richiesto con forza che fosse rispettato il diritto alla residenza, dando come luogo di questa le proprie sedi: questo si verificò a Firenze per qualche anno, ma tuttora la meta di pochi. Una delle tante lotte portate avanti negli anni dalle realtà associative e di movimento presenti in città, volte alla riconquista dei diritti negati.
Così tra alti e bassi siamo arrivati ai nostri tempi, l'impegno non si è spento e nuove forze si sono aggregate.
Auguri Fuori Binario! La strada percorsa ha dato i suoi frutti e continuerà a crescere.
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Divario digitaleGilberto Pierazzuoli · Tecnologie
L'accesso a diritti fondamentali è subordinato a strumenti e competenze che non tutti hanno
Non c'è investimento e progetto della Pubblica Amministrazione che non preveda la digitalizzazione delle procedure e degli accessi ai servizi. Le misure anti Covid hanno poi accentuato la tendenza. Tutto andava prenotato in linea, i pagamenti si dovevano fare in linea; i certificati si scaricavano, e ormai si scaricano, dalla rete. Agli sportelli, anche a quelli privati come le banche, si accede su prenotazione, ma molte operazioni ormai si fanno in rete. La tecnologia digitale è ormai pervasiva e le strutture burocratiche non potevano che adeguarsi. Del resto si tratta di modernizzazione, una parola magica che riempie la bocca di quei politici che vogliono mostrarsi al passo con i tempi.
I risultati delle analisi li puoi finalmente scaricare dal tuo fascicolo sanitario anche se per problemi di sicurezza e di privacy la procedura non è molto semplice. Serve avere una identità digitale o un apposito lettore di smart card che devi attaccare a un computer dopo aver scaricato gli appositi drive. Per prenotare le vaccinazioni si aprivano delle finestre di tempo nelle quali ogni categoria di cittadini poteva accedere al servizio e lo poteva fare se era prontamente informato di queste aperture in modo di poter accedere ai posti disponibili, perché spesso si esaurivano velocemente, attraverso una procedura non difficile ma nemmeno totalmente scontata. Dico questo pensando che il problema del digital divide non è di così lieve portata come potrebbe sembrare.
Ma cos'è il "digital divide"? Esso descrive la difficoltà e la discriminazione che una parte non insignificante della popolazione subisce a causa della sua non alfabetizzazione digitale. Sicuramente una grande fetta della popolazione più anziana, non perché gli anziani non abbiano le facoltà cognitive per poter accedere all'uso di queste tecnologie. È che molti di essi sono vissuti per gran parte della loro vita in un universo analogico tanto da essere inizialmente infastiditi di dover ricominciare a imparare a vivere.
Siamo di fronte a una trasformazione antropologica della specie per la quale i nativi digitali, ogni volta che si presenta loro un problema, la prima cosa che fanno è quella di cercare una App che possa risolverglielo, mentre i boomer alfabetizzati sono invece infastiditi da questa sovrapposizione di procedure che rende obsoleto il vecchio modo di risolvere i problemi senza che ci sia un reale miglioramento della qualità della vita. Occorre così che uno accetti le nuove procedure diventate esistenziali e praticarle sino a che queste diventino una consuetudine, un abitudine che si possa così svolgere in automatico. Imparare qui si accompagna a un disimparare per poter vestire con disinvoltura l'abito digitale.
Ormai l'accesso a un dispositivo per collegarsi alla rete è indispensabile, occorre un telefono portatile personale per fare quasi tutto. Non basta più un computer per tutta la famiglia ognuno deve avere il proprio device. Tutto questo significa un aggravio dei costi che incide di più nelle fasce più basse della popolazione. Un abbonamento che garantisca abbastanza giga al mese per collegarsi in rete costa circa dieci euro sempre al mese; cifra da moltiplicare per ogni membro della famiglia a partire dai 14 anni (età di accesso alla scuola secondaria di secondo grado, ma a volte anche meno); cifra alle quale va aggiunto poi il costo dei device e del loro ricambio, essendo questi intrinsecamente merci a obsolescenza precoce, gravando così pesantemente sul bilancio familiare.
Ma forse il momento nel quale si è sentita di più questa difficoltà è stato a partire dal lockdown imposto come misura per combattere la pandemia, quando la scuola e molti lavori si sono dovuti fare on line. Per le famiglie numerose e di fascia bassa i problemi erano e saranno molti visto che il lavoro a distanza non è una pratica da poter abbandonare e che, in quell'occasione, esso si intrecciava con la Dad. Spesso genitori e figli dovevano spartirsi il computer e non c'erano abbastanza stanze in cui svolgere i compiti bastanti per tutti.
Oggi, lo stesso accesso ai diritti diventa dipendente da tutta una serie di apparati tecnologici il cui possesso è diventato vitale quanto il nutrirsi e l'abitare, ma senza che nessuno si prenda carico di garantire questi strumenti a tutti. La scuola e i datori di lavoro hanno dato per scontato la disponibilità di questi strumenti, penalizzando così non soltanto le fasce più basse ma anche le donne sulle quali il lavoro domestico si è dovuto intrecciare con quello a distanza, dilatando così il tempo della loro disponibilità.
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Il grande orecchio del malvagio PegasusGinox · Cyber Bluff
Pegasus è un malware utilizzato per spiare telefoni, venduto dalla società israeliana NSO. È stato più volte al centro di parecchi scandali, l'anno scorso aveva fatto scalpore la diffusione di una lista di probabili obiettivi, tra i quali figurava il presidente francese Macron. Nelle scorse settimane è emerso un caso del tutto simile in Spagna, ai danni del primo ministro Pedro Sanchez, del ministro della Difesa e di diversi altri esponenti del governo. Lo scandalo ha travolto i vertici dell'intelligence spagnola, Cni (Centro Nacional de Inteligencia). La vicenda è particolarmente interessante, perché la defenestrazione della direttrice del Cni è avvenuta qualche giorno dopo che gli apparati di sicurezza avevano ammesso di aver spiato i telefoni di sette separatisti catalani. Le due vicende sono simmetriche: nel primo caso è uno Stato estero che spia le istituzioni spagnole, nel secondo è l'intelligence spagnola che controlla i propri avversari interni. Una sorta "di chi la fa, l'aspetti", che mette in luce come da questi strumenti di sorveglianza inquietanti e invadenti non si salvi nessuno.
Già nel 2006 in Italia l'inchiesta Telecom-Sismi aveva reso evidente come il controllo delle conversazioni telefoniche offra una posizione di potere alquanto allettante, per chi di giochi di potere si nutre. Pegasus è un software venduto a governi, intelligence, forze di polizia: il mercato è rivolto a una schiera ristretta, e l'NSO non si pone troppi problemi etici o morali. Pegasus si potrebbe fregiare del titolo di software più venduto per spiare giornalisti e attivisti, tanto che è nato un progetto di reporting per monitorare l'attività di questa azienda, https://www.occrp.org/en/the-pegasus-project. Il sito è aggiornato al 2021, ma rappresenta uno sguardo di insieme importante, per comprendere le logiche, l'utilizzo e il funzionamento di questo tipo di sorveglianza, che non si pone il problema del controllo di massa, ma si focalizza su specifiche individualità.
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7Attualità4 articoli
Firenze è per chi spende, per gli altri c'è il daspoFrancesca Conti · Attualità
Ordinanze, telecamere, zone rosse: la "lotta al degrado" dell'amministrazione è sempre più ossessiva ed escludente
Prosegue senza sosta e senza ripensamenti la corsa al "decoro" e alla lotta al "degrado" dell'amministrazione fiorentina. Abbiamo parlato molte volte dell'ossessione securitaria che mette in competizione Partito Democratico e Destre, Minniti che insegue Salvini e lo supera in repressione. A livello locale i sindaci e gli assessori sceriffi da una ventina d'anni - e ultimamente con maggior frequenza, grazie ai decreti sicurezza governativi - hanno emanato ordinanze contro mendicanti, senza dimora, istituito zone rosse da cui allontanare chiunque non sia un consumatore o un turista da spennare. Il nuovo regolamento di Polizia locale approvato il 27 aprile scorso dal Consiglio comunale di Firenze, con il solo voto contrario dell'opposizione di sinistra, è l'ultimo tassello nella costruzione di una città mercificata funzionale non a chi la vive ma soltanto alla rendita immobiliare e a chiunque voglia estrarne ricchezza.
La vera novità è il mini daspo di 48 ore, un provvedimento di allontanamento per due giorni da alcune aree specifiche della città per ubriachezza molesta, atti contrari alla pubblica decenza, commercio abusivo. Sono 24 aree in tutta la città, di cui otto nel Quartiere 1, con una particolare concentrazione nell'area Unesco. Fuori dall'area Unesco si tratta principalmente di zone di spaccio. E la domanda scontata è: a cosa serve un daspo urbano quando si è in presenza di veri e propri reati? La prevenzione del reato è cosa diversa dalla dissuasione, mentre la "condanna preventiva" non è altro che esercizio totalitario del potere. Serve forse a mostrare i muscoli delle istituzioni a favore delle televisioni al di là della vera efficacia della misura?
Alle telecamere attaccate a pali e muri, invece, il ruolo di dissuadere: telecamere smart, telecamere 2.0, naturalmente "intelligenti" che autonomamente allertano la polizia urbana sulle base di algoritmi di riconoscimento di oggetti e persone, ma anche di comportamenti ritenuti non consoni. Telecamere che registrano e producono dati che arricchiranno il database delle aziende che producono le telecamere 2.0, telecamere munite di un software dove anche il gesto umano viene ricondotto alla norma. Telecamere adatte e predisposte al riconoscimento facciale anche se l'amministrazione ha dichiarato essere una prerogativa che il Comune non adotterà.
Nardella sembra ignorare i numerosi studi che certificano come i programmi di controllo comportamentale e di predizione del crimine non fanno altro che rinsaldare le discriminazioni razziali e sociali. Il software che si autoistruisce si nutrirà perciò di dati viziati dal bias sociale e razziale preesistente non facendo altro che esercitare una nuova esclusione, rinsaldando e potenziando quei pregiudizi.
E non è un caso che i comportamenti da perseguire per il regolamento urbano siano quelli connessi ai lavavetri, ai cosiddetti venditori abusivi, ai senza dimora. E non è un caso che le scritte sui muri che il Comune deve cancellare non siano tutte ma soltanto quelle offensive e quelle che contengono una critica politica. E no, non è un caso neppure che la destra che siede in Consiglio comunale abbia rivendicato questo nuovo regolamento.
EXspiro, la colomba imprigionata: a marzo scorso fu posta sul sagrato della chiesa di S. Spirito questa installazione che simboleggiava la morte del quartiere.
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Ricorso respinto per i poliziotti della DiazRedazione · Giustizia
Li avevano condannati in via definitiva nel processo Diaz per quella che è passata alla storia come "la notte dei manganelli", il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, ma dieci dirigenti e funzionari di polizia avevano fatto ricorso alla Corte europea per i diritti umani, sostenendo che vi erano state irregolarità nel processo di appello.
La Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso e c'è qualcosa di ironico in questo epilogo, se pensiamo che la contestazione riguardava un processo che è stato boicottato in ogni modo. Come dimenticare l'invio ai magistrati di fotografie personali degli agenti così vecchie da risultare inutilizzabili nei riconoscimenti, o la scomparsa delle due bombe molotov - una prova processuale - affidate alla questura di Genova, o la mancata identificazione del dirigente che firmò con gli altri il verbale d'arresto - falso dalla prima all'ultima parola - con una grafia illeggibile.
I giudici di Strasburgo hanno messo la parola fine a una vicenda grave e penosa, che fa parte della storia meno nobile delle nostre forze dell'ordine.
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Negli USA è caccia ai senza dimoraRedazione · Crimini
Che gli Stati Uniti non siano un posto tranquillo lo sapevamo già. Troppe armi in giro, troppo facile averne una. Quello che però emerge dai dati diffusi da Jacobin Italia è che è in corso una vera e propria caccia ai senza dimora, con un aumento esponenziale degli omicidi a loro danno. Dal 2010, in quindici grandi città degli Stati uniti, ci sono state più di mille uccisioni di senzatetto.
Dati che stridono con la narrazione che viene fatta sui media statunitensi, dove vengono narrati soprattutto i casi in cui i senzatetto sono gli aggressori, o presunti tali. Gli archivi della polizia però raccontano un'altra storia: secondo il portale open data di Los Angeles, che risale al 2010, le persone senza alloggio sono state vittime di circa due terzi degli omicidi in cui qualcuno è stato identificato come senzatetto e sospettati di esserne autori in circa un terzo.
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Addio a Walter, simbolo della lotta per la cannabis legaleRedazione · Salute
È morto a 49 anni Walter De Benedetto, uno dei malati simbolo della battaglia per la legalizzazione della cannabis terapeutica. De Benedetto aveva una forma grave di artrite reumatoide, una patologia che dà dolori insopportabili, che lui riusciva a placare con la cannabis coltivata in casa. Nel 2019 i carabinieri scoprono la sua piccola produzione e viene processato, diventando un caso nazionale.
Assolto nel 2021 perché il fatto non sussiste, De Benedetto continua la sua battaglia. In vista del processo si rivolge al Presidente della Repubblica, per chiedere un intervento legislativo, commenta la bocciatura del referendum come un grave errore e nel marzo scorso rivolge un ultimo appello al presidente della camera, per accelerare la discussione sul ddl sulla coltivazione domestica, ancora oggi fermo in commissione.
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Si scrive sicurezza, si legge repressioneLaetitia Leunkeu · Legge e fuorilegge
Chi è protetto dal sistema penale? E da chi? Chi chiama la polizia? Chi ne ha paura? Chi è più propenso ad andare in prigione? Chi meno? Chi è designato come criminale, chi come vittima?
Il calo dei reati è una constatazione reale da svariati anni, una verità statistica difficile da smentire. I reati gravi denunciati in Italia nei primi sei mesi del 2021 sono nel complesso diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2019, in epoca pre-pandemia. Erano stati 1.149.914 tre anni fa e sono scesi a 949.120 nel 2021, con un calo del 17,4%: a conferma di una tendenza che si osserva da almeno una decina di anni nel nostro paese.
Il 16 maggio 2019, a tale proposito, il Ministero dell'Interno convocava una conferenza stampa per la comunicazione dei primi dati trimestrali relativi a sicurezza e criminalità rapportati allo stesso periodo nel 2018. Il titolo del comunicato pubblicato sul sito del Ministero degli Interni recitava "Reati -9,2%, -31,87% la presenza di stranieri."
Il linguaggio impiegato fa sì che chi usufruisce della notizia ne ricavi un'equazione immediata e ingannevole: il calo dei reati è dovuto alla diminuzione dei migranti sul territorio, nient'altro che un risultato del Decreto Immigrazione e Sicurezza, in attesa del "secondo tassello", "il Decreto Sicurezza Bis". La legislazione sull'immigrazione è da anni interconnessa a quella sulla sicurezza pubblica. Il rapporto con l'immigrazione è quello di un'emergenza continua, intrappolata nella dialettica tra accoglienza e criminalizzazione.
Si parla dei fenomeni migratori in chiave securitaria dove l'integrazione viene presentata come l'unico modo per la popolazione autoctona di salvarsi dai pericoli derivanti da un'immigrazione di massa e dall'emergenza degli sbarchi. Come sottolinea Zygmunt Bauman in Stranieri alle porte:
> Recentemente ha fatto la sua comparsa nel discorso pubblico un concetto che fino a poco tempo fa era ancora sconosciuto, e non è stato ancora recepito dai dizionari: messa in sicurezza, o "securitizzazione". Appena coniato, questo termine è subito entrato a far parte del lessico di politici e comunicatori. Ciò che tale neologismo vuol cogliere ed esprimere è la sempre più frequente riclassificazione alla voce «insicurezza» di determinati fenomeni, un tempo collocati in altre categorie; a questa ridefinizione segue, pressoché automaticamente, il trasferimento di quegli stessi fenomeni alla sfera, responsabilità e supervisione degli organi di sicurezza. Quest'ambiguità semantica non è, ovviamente, la causa di quell'automatismo, ma sicuramente ne agevola l'attuazione pratica.
Questa narrazione fuorviante fornisce una chiave di interpretazione distorta dei fenomeni migratori, ostacolando la corretta individuazione delle possibili soluzioni per governarli. Ciò che se ne ricava è l'idea che l'immigrazione in sé costituisca un pericolo per la sicurezza e per il vivere civile. Questo accostamento, così frequente nelle politiche legislative e nella comunicazione, è corresponsabile della falsa percezione di pericolo da parte della popolazione e conduce alla legittimazione di politiche repressive nel trattamento degli stranieri, con l'effetto di governare il fenomeno non per quello che è, ma strumentalmente, per finalità di consenso politico.
Le fasi normative degli ultimi anni, infatti, si muovono su un doppio binario: il primo costituito dall'immigrazione, il secondo dalla sicurezza, intersecato sulla base di un paradigma securitario, legato a politiche populiste.
Sicurezza e immigrazione
> Istituzioni e media non esitano a mettere in relazione il numero dei reati e quello dei migranti
Questa narrazione ha creato un effetto criminogenetico, alimentando rappresentazioni di pericolosità sociale di determinate categorie della popolazione.
I tanto discussi Decreti Sicurezza non sono che la continuazione di una legislazione iniziata molti anni prima, già nel 2008 con il Ministro dell'interno Maroni. La legge 24 luglio 2008, n°125 attribuiva maggiori poteri ai sindaci in materia di sicurezza urbana e incolumità pubblica. Ciò per situazioni quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l'accattonaggio e i fenomeni di violenza legati all'abuso di alcol; il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato; il degrado e l'occupazione abusiva di immobili; l'abusivismo commerciale e l'illecita occupazione di suolo pubblico; i comportamenti che "offendono la pubblica decenza" e "turbano gravemente l'utilizzo di spazi pubblici".
Lungi dal voler sottintendere che i migranti in Italia siano estranei a queste pratiche, è importante notare però come questo decreto, tra le altre cose, ha introdotto per la prima volta l'aggravante della clandestinità (poi abrogata nel 2010 per incostituzionalità). Per l'effetto di questa aggravante, i reati commessi dagli stranieri illegalmente presenti in Italia erano considerati nel nostro ordinamento più gravi. In quanto tali, dovevano essere puniti con una pena aumentata fino a un terzo rispetto agli stessi reati commessi dai cittadini italiani e dagli stranieri legalmente presenti in Italia.
Da allora la necessità di preservare il cosiddetto "decoro urbano" e di "contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all'immigrazione illegale e alla criminalità organizzata", viaggiano di pari passo attraverso svariati "pacchetti sicurezza". Già prima dell'applicazione del decreto del 2008, delle ordinanze amministrative venivano utilizzate come mezzi per disciplinare l'ordine pubblico in molti comuni.
La logica della paura
> Una cittadinanza spaventata è più disposta ad accettare strumenti di sorveglianza e repressione
Queste avevano l'obiettivo di regolare le condotte di tipologie di persone ritenute pericolose a priori, nonostante queste condotte non costituissero reato in sé: dal divieto di esercizio del mestiere girovago di lavavetri, ad opera del sindaco di Firenze nel 2007, si passò alle misure disciplinari per le "attività di meretricio su strada", contro i lavoratori immigrati ambulanti e infine i senzatetto. E con gli anni questi decreti hanno assunto una vera e propria forma di violenza nei confronti di chi già viveva nella marginalizzazione e nella povertà.
La violenza del decoro si riflette nella faccia a terra di Pape Demba Wagne, il venditore ambulante braccato dalla polizia nel centro di Firenze per aver turbato con le sue merci l'ordine dei cittadini fiorentini. È nel braccio del poliziotto che, pur di combattere il degrado, rischia di soffocare un uomo, che fatica a respirare mentre grida aiuto. Appena quattro anni fa Idy Diene, un altro ambulante senegalese, veniva ucciso da 6 colpi di pistola per mano di Roberto Pirroni nelle strade fiorentine. E dopo l'omicidio, la prima reazione e preoccupazione del Sindaco Nardella erano state un paio di fioriere danneggiate dalla legittima rabbia della comunità senegalese durante le manifestazioni, comunità che aveva già dovuto fare i conti, sette anni prima, sempre a Firenze, con un attentato di estrema destra a opera di Gianluca Casseri che uccise due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, e un terzo è rimasto paralizzato a vita.
Forse la vita di un uomo vale meno dell'apparenza decorosa di una città. Forse si è talmente abituati alla logica del comando che, anche quando polizia o razzisti esagerano un po', si pensa di avere comunque il diritto di dettare i metodi giusti con cui gli oppressi possono esprimere il loro malcontento, senza "degenerare" e "passare dalla parte del torto".
Senza addentrarci nella possibilità o meno che il fermo di Pape Demba Wagne sia stato dettato anche da motivazioni razziste, è interessante notare come perfino in città che si portano dietro la fama di essere progressiste vediamo multe ed espulsioni colpire categorie demografiche solo per aver tentato di rifiutare la condizione di povertà che, molto spesso, gli è imposta. Troppe volte le forze dell'ordine hanno dimostrato di essere più propense a tutelare gli interessi di chi spinge la popolazione a quel "degrado" quanto alla popolazione stessa.
Guardando al problema da un'altra prospettiva, negli ultimi anni è cresciuta l'attenzione alle difficoltà incontrate dalle donne vittime di violenza sessuale o violenza domestica all'interno del nostro sistema, con i fondi per contrastare la violenza di genere che continuano a essere carenti, o distribuiti poco e male.
La ricerca del consenso
> Anche la violenza di genere diventa un pretesto per politiche securitarie
Ma la prontezza con cui, a ogni aggressione, si invoca il pugno di ferro di polizia e politica è illuminante: la questione femminista diventa un pretesto per legittimare discorsi securitari, che mirano più ad una performatività d'azione, che a una protezione e prevenzione effettiva.
È il caso, ad esempio, del sindaco di Milano, che dopo i fatti delle violenze di capodanno a danno di varie ragazze nella piazza della città, affermò: "Porterò in Giunta nei prossimi giorni una delibera per assumere 500 vigili, lo avevo promesso in campagna elettorale. E spero che lo stesso faccia la polizia di Stato. Serve più gente sul territorio".
E mentre nelle altre parti del mondo ci si interroga sulla necessità di forme alternative di protezione di cittadini, con i movimenti di definanziamento della polizia (o addirittura abolizione) che si fanno sentire da molti anni negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, di fronte a un'Europa sempre più autoritaria, in Italia siamo ancora fermi all'adulazione dei nostri "angeli in divisa". Il tutto senza magari interrogarsi su quali mezzi investire per tutelare gli stessi poliziotti (condizioni lavorative, stress, psicologia, riforma del sistema di base, e così via) ancora prima di doversi confrontare con questa violenza.
La risposta di una maggiore trasparenza, per esempio con i codici identificativi per gli agenti, rimane da sempre inevasa, intanto che la dimensione securitaria si dota via via di maggiori strumenti repressivi, come ad esempio i taser, la cui pericolosità è già stata dimostrata. All'analisi di un fenomeno sistemico, di cui i casi più brutali sono i sintomi più visibili, viene di solito contrapposta quella delle - poche, si dice - mele marce.
Le mele marce
> Resta inevasa la richiesta di codici identificativi per gli agenti di polizia
Erano mele marce quelle che il 15 ottobre 2009 pestarono un ragazzo, Stefano Cucchi, mentre era in custodia cautelare causandone la morte qualche giorno dopo. Altre mele marce hanno deciso di dichiarare il falso e diffamare la vittima per depistare le indagini e altre mele più in alto nell'albero hanno deciso di coprire i crimini delle altre. La stessa violenza che uccise Federico Aldrovandi nel 2005, Riccardo Rasman nel 2006, Giuseppe Uva e le tante altre morti di Stato sui quali hanno ballato depistaggi, omertà e mistificazioni nel corso degli anni. Già solo a passare in rassegna questi pochi casi abbiamo decimato un'intera piantagione a forza di frutti appassiti, che tante volte marciscono, ma difficilmente cadono.
La richiesta di riforma non avverrà dall'alto. Le domande all'inizio di questo articolo dobbiamo porle a noi stessi. Perché troppo spesso, troppo frettolosamente, gridiamo "al lupo!" anche in quelle situazioni in cui sappiamo che davanti a noi, alla peggio, si trova un chihuahua - fastidioso sì, ma sicuramente gestibile con metodi diversi.
Troppo spesso con tanta facilità parliamo di garantismo, di come la giustizia debba essere riabilitativa piuttosto che meramente punitiva, ma senza esitazione invochiamo la galera anche per i reati meno efferati, o ci scandalizziamo quando un ex detenuto, che ha pagato per i suoi crimini, è reinserito e ha una vita all'interno della società.
Ciò che, a volte, fatichiamo a comprendere o anche solo ad ammettere, è che molto di quanto chiamiamo "crimine" non è una realtà in sé immutabile, ma l'esito di un percorso storico, di lotte politiche (alcune per criminalizzare, altre per depenalizzare o legalizzare) e di equilibri di potere. Se così non fosse, come possiamo spiegare che alcuni comportamenti sono criminalizzati in alcuni paesi e non in altri? Perché in alcuni paesi i crimini più gravi sono puniti con la morte, mentre in un paese come la Norvegia il massimo della pena cui può essere condannato uno stragista è di 21 anni? Bisogna poi considerare l'evoluzione nel tempo di una società: i fatti criminalizzati ieri potrebbero non essere considerati crimini nel presente, e viceversa.
Cos'è la giustizia?
> Servirebbe una riflessione collettiva sui concetti di reato, crimine e punizione
Dovremmo chiederci cosa distingue da una parte il bisogno di riconoscere i fatti, l'ingiustizia, il desiderio che il danno ricevuto venga riconosciuto come tale, e dall'altra la volontà di punire, di creare inferni in terra dove relegare "il male". Ciò che, per definizione, deve stare in basso, lontano da chi è moralmente superiore.
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Il ritorno del lupo e della lupofobiaRestiamo Animali · Restiamo Animali
Più di tremila in Italia secondo l'ultimo censimento. Predazioni e ibridazione sono reali problemi?
Tremilatrecento. Tanti sono i lupi che vivono in Italia, ben più dei duemila stimati finora. La cifra - anch'essa una stima, basata però su rilevamenti sistematici coordinati dall'Ispra, l'ente pubblico per la protezione ambientale - è un indicatore importante delle trasformazioni in corso nelle aree interne della penisola. La popolazione di lupi cresce perché sempre più vasti sono gli habitat congeniali a questi animali, così schivi e così legati all'esistenza di ecosistemi integri, con elevata biodiversità.
Quasi sterminato nel secolo scorso dalla paranoica avversione delle comunità umane, il lupo - che oggi è una specie protetta - ha ripopolato spontaneamente la penisola, grazie alla progressiva ricostituzione delle foreste e alla maggiore estensione delle aree di montagna poco popolate. Secondo il censimento dell'Ispra - realizzato con due anni di lavoro, impegnando più di tremila persone - circa 900 lupi vivono nell'arco alpino, gli altri 2400 nelle regioni peninsulari: "Il lupo - spiega il rapporto - occupa quindi una larga parte del paese e nelle regioni peninsulari ha colonizzato la quasi totalità degli ambienti idonei".
I tecnici non mancano tuttavia di segnalare alcuni punti critici, in particolare il conflitto fra la presenza dei lupi e le attività di allevamento, nonché l'insidia - giudicata pericolosa - dell'ibridazione fra lupi e cani. Le predazioni delle greggi sono all'origine della moderna avversione per il lupo: ogni anno molti esemplari sono uccisi da bracconieri, mentre le associazioni di categoria - è successo anche all'indomani della pubblicazione del rapporto dell'Ispra - non si stancano di chiedere misure di contenimento del lupo, cioè abbattimenti legali, nel tentativo di ridurne il numero. In verità il "conflitto" allevatori-lupi può e deve essere gestito in altro modo, ossia proteggendo le greggi con i cani pastore ed eventuali recinti; la "caccia al lupo", come dimostrano ormai innumerevoli ricerche, è una risposta sbagliata, ingiusta e anche inefficace.
Oltretutto gli enti pubblici, nell'ambito delle politiche di protezione della specie, garantiscono risarcimenti agli allevatori danneggiati dalle predazioni: la Regione Toscana ha appena incrementato il fondo ad hoc, fino a 668 mila euro.
I lupi e le loro condizioni di vita sono un buon indicatore della qualità delle relazioni fra animali selvatici e comunità umane: il censimento dell'Ispra dimostra che l'Italia è un paese per lupi, ma i bracconaggi, gli investimenti stradali (causa di morte di molti esemplari ogni anno) e la dichiarata avversione degli allevatori e degli amministratori che li sostengono fanno capire che un vero spirito di convivenza fra umani e animali selvatici in montagna è ancora da conquistare.
Quanto alla cosiddetta ibridazione fra lupi e cani, non è detto che sia una minaccia così grave come dicono gli "addetti ai lavori": dopo tutto la segregazione razziale non è propria della vita selvatica; l'avvenire genetico dei lupi è ancora tutto da scrivere.
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La primavera in città profuma di tiglioIlaria Morelli · Millefoglie
Tra tutti i sensi quello della vista è fondamentale per noi esseri umani, forse il più importante, tanto che nel corso dell'evoluzione pare si sia sviluppato anche a scapito di altri, tra cui l'olfatto. Affidiamo gran parte delle nostre azioni coscienti a ciò che vediamo, più che basarci su altre percezioni. Tuttavia sono gli odori a evocare ricordi ed emozioni in grado di influenzare in modo potente il nostro inconscio. Le piante sono una fonte inesauribile di fragranze e non sono solo i fiori a profumare, ma anche frutti, foglie, cortecce, resine e pure rizomi, come nel caso dell'iris. Passeggiando per Firenze capita di intercettare casualmente il profumo sorprendente dell'osmanto o quello dolce del glicine, ma se in tarda primavera percorriamo certi viali cittadini saremo letteralmente inondati dal profumo intenso e inconfondibile dei fiori del tiglio. Impossibile non riconoscere la presenza di questi alberi anche ad occhi chiusi!
I fiori del tiglio, riuniti in infiorescenze, sono molto attrattivi per le api cui forniscono il nettare per il miele e sono da sempre apprezzati e utilizzati anche da noi umani per via delle loro proprietà curative. Sono alberi maestosi e longevi, di grande valore ornamentale, molto utilizzati in parchi e giardini pubblici e nelle alberature stradali. A Firenze è tra gli alberi più comuni, se non il più comune in assoluto.
Simboli di amore e fedeltà, i tigli sono stati considerati sacri da diversi popoli europei e sono presenti nei miti classici come in letteratura. Ovidio nelle "Metamorfosi" narra la leggenda greca di Filemone e Bauci, due vecchi sposi che accolgono nella loro povera capanna Zeus ed Ermes travestiti da mendicanti mettendo loro a disposizione quel poco che hanno. Per riconoscenza gli dei esaudiscono il desiderio dei due sposi di morire insieme: arrivato il momento, Filemone si trasforma in quercia e Bauci in una pianta di tiglio, continuando così a vivere vicini, anche se in forma diversa.
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Ippoasi, dove gli animali tornano liberiCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali
Sei distrutta, non ti reggi in piedi, hai addosso tutto il dolore del mondo. Hai subìto calci, pungolo elettrico, bastoni. Ti hanno fatto ingrassare a dismisura e costretta a inseminazioni artificiali. Hai partorito più e più volte ma i cuccioli te li hanno portati via presto e la vita è stata una sofferenza, perché eri ingabbiata e costretta in una posizione scomoda, a terra, tra liquami maleodoranti e senza spazio per girarti su te stessa. Hai avuto piaghe, infezioni, e hai schiacciato involontariamente i tuoi cuccioli. Gridi la tua rabbia ma nessuno può sentirti: sei solo una scrofa prigioniera di un allevamento e stanno per portarti al mattatoio. Sarà il tuo ultimo viaggio e attraverso le sbarre di quel camion vedrai il cielo azzurro e sul tuo grugno soffierà il vento. Ma c'è un posto a San Piero a Grado (Pisa), nel Parco di San Rossore, dove tutto questo sarà solo un brutto ricordo: si chiama Ippoasi ed è un posto sicuro, per sempre.
Ippoasi è un rifugio per animali liberati dallo sfruttamento e dalla schiavitù dove vivono tanti individui animali, con un nome, una dignità e tutta la libertà possibile, senza box, gabbie, catene. Finalmente il sole, la pioggia, la possibilità di socializzare, di provare curiosità e altre emozioni, di fare incontri e vivere avventure. Non esistono fruste, bastoni, selle, briglie, morsi, ferri. Ippoasi è un rifugio antispecista: le persone che lo gestiscono sostengono una visione ecologista radicale, antisessista, antirazzista e sono coerentemente vegane.
Poiché si sostiene unicamente con il lavoro dei volontari e con i contributi dei simpatizzanti, consigliamo di donare il 5x1000 a Ippoasi, indicando il codice fiscale 93069920507. Seguire Ippoasi sui social, partecipare agli incontri che propone, portare i bambini a conoscere gli animali, incontrare la cultura e la cucina antispecista e vegan, sono gesti che contribuiscono a cambiare in meglio il futuro delle persone, degli altri animali e dell'intera società.
Per info e appuntamenti www.ippoasi.org
- antispecismo
- rifugio
- allevamenti intensivi
- veganismo
- liberazione animale
- volontariato
- 5x1000
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Nino e Bettina, una storia d'amoreCecilia Stefani · Attualità
Il giudice Caponnetto e la moglie ritratti dal figlio Massimo in un libro pubblicato da edizioniPiagge
Un amore che incrocia la storia italiana in uno dei suoi capitoli più drammatici, quello fra Antonino Caponnetto e sua moglie Bettina. Ce lo racconta il figlio Massimo nel suo nuovo libro, a metà tra biografia e romanzo. "Ho raccolto ricordi e testimonianze, cucendoli insieme. Qualcosa ho dovuto immaginarla, lavorando di tenerezza, commuovendomi spesso per queste due persone, i miei genitori, che si sono sostenute a vicenda per tutta la vita. Erano due timidi, c'era tra loro una complicità che ha superato ogni ostacolo".
Il libro inizia con Nino in bicicletta sulle colline di Pistoia, dove vive da qualche anno al seguito del padre militare. È un giovane riservato e studioso, ma anche inquieto. Bettina lo colpisce subito, ma guerra e timidezza lo bloccheranno, finché non sarà lei a farsi avanti. Poi, il matrimonio, i figli, il concorso in magistratura, anni tranquilli. Fino al 1982. "Mio padre aveva sempre avuto un legame forte con la Sicilia, un legame interiore, come con un parente che non vedi mai, ma sai che sta male e vuoi aiutare in qualche modo".
L'occasione, tragica, viene dall'uccisione di Rocco Chinnici, che rende vacante il posto all'Ufficio Istruzione di Palermo. Nino fa domanda, senza dire nulla a nessuno. "Forse per scaramanzia, ma anche perché la mamma non l'avrebbe presa bene!". E così il giudice parte per la Sicilia, dove resterà cinque anni. Sono gli anni della "mattanza", della guerra tra le cosche e allo Stato, sono gli anni del pool antimafia creato proprio da lui, che scelse per farne parte Falcone e Borsellino. "Palermo per il babbo fu la svolta della vita: era la cosa grande, la missione che cercava per sentirsi completo, riconosciuto. E lo cambiò anche tanto: era una sorpresa per noi vedere l'amicizia confidenziale che era nata con i colleghi, l'abbandonare certe abitudini che scandivano le sue giornate, per non parlare di quando si candidò con la Rete di Orlando, lui così schivo, mettersi in gioco in politica. Io ero molto orgoglioso della sua scelta e del suo lavoro, fu una stagione importante, centinaia di arresti e poi il maxiprocesso".
Per ricostruire la cronaca di quegli anni l'autore ha consultato chi c'era e il "riassunto" digitalizzato di decine di faldoni, appunti, quaderni. In quelle pagine compaiono anche tre personaggi di fantasia - "Sono figure che danno voce ai diversi sentimenti della gente siciliana verso la mafia, lo Stato, il destino" - ma soprattutto incontriamo Nino, Paolo, Giovanni, Peppino... E Bettina? "La mamma in quegli anni era spesso preoccupata, forse sentiva la solitudine, ma non ha mai mancato di dare supporto al babbo. La chiamava ogni sera e parlavano di niente, di pensieri, di sensazioni...".
Nel 1992 gli attentati di Capaci e via D'Amelio sono un colpo durissimo per il giudice, che è già in pensione. "Aveva perso i suoi amici più cari, era la fine di una stagione, sembrava un passo indietro, invece poi ci fu un risveglio della città, un segnale di speranza". E per Nino una missione nuova. "Quando tornò dai funerali di Borsellino era molto stanco, si buttò sul divano senza parlare. Arrivò una telefonata per lui, da un ragazzo - il numero era sull'elenco. Ci parlò a lungo, non so di cosa di preciso... ma poi disse: è questo che devo fare, parlare ai giovani". Comincio così a girare le scuole di tutta Italia, parlando di mafia e di legalità, diventando per molti ragazzi "nonno Nino", portando solidarietà anche alla comunità delle Piagge dopo le minacce di stampo mafioso a don Santoro. Non per caso oggi è proprio edizioniPiagge a pubblicare questo libro, scritto per non perdere la memoria di un grande uomo e di una stagione forse irripetibile.
Massimo Caponnetto, "C'è stato forse un tempo", edizioniPiagge, Firenze 2022
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Guerra in Europa: che ne direbbe Alex Langer?Riccardo Michelucci · Firenze Ribelle
Chissà cosa penserebbe oggi Alex Langer di questa nuova guerra in Europa. Quando decise di andarsene, in quel mattino di inizio estate del 1995, nella sua auto parcheggiata sopra il Pian dei Giullari fu ritrovato un biglietto con un'esortazione a chi restava, uno struggente invito a portare avanti anche in suo nome le battaglie sotto il cui peso lui era rimasto schiacciato. "Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto". Poche parole che rappresentavano il testamento politico di un uomo appena 49enne che aveva consumato la vita a ritmi forsennati, senza mai risparmiarsi per i suoi ideali di pace e di convivenza tra i popoli, per l'utopia di un mondo migliore.
Originario dell'Alto Adige, era arrivato a Firenze negli anni dell'università, vivendo per un periodo nella parrocchia dell'Isolotto, e poi non se n'era più andato. Fin da subito il suo percorso politico improntato al dissenso critico ruotò intorno ai temi della nonviolenza, del rifiuto del nazionalismo e della convivenza tra le comunità linguistiche. Sembrava quasi impossibile che quel ragazzo magrissimo, dal viso aguzzo e i denti sporgenti, potesse diventare uno dei più innovativi leader politici della sua epoca. Nei primi anni '80 fu tra i promotori e i principali esponenti europei del movimento dei Verdi. Nel 1989 divenne il primo presidente del gruppo al Parlamento europeo, dove concentrò il suo impegno in un'infaticabile missione di pace nei territori della ex-Jugoslavia. Nei mesi in cui si consumò la tragedia bosniaca e il genocidio in Ruanda, Langer lavorò sempre per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra il Nord e il Sud del mondo, per la conversione ecologica della società, dell'economia e degli stili di vita.
Oggi è infinitamente triste vedere che i suoi eredi politici siano diventati i più convinti sostenitori della necessità di rifornire di armi Kiev e considerino l'escalation militare l'unica soluzione plausibile al dramma ucraino, il solo modo per mostrare solidarietà agli aggrediti.
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L'Onda Pride e la Staffetta intersexMichela Balocchi · Intersexioni
L'Onda Pride sta attraversando l'Italia con manifestazioni organizzate dal movimento LGBTIAQ+ in moltissime città. Tra gli obiettivi: rivendicare la piena legittimità della propria esistenza, condannare le discriminazioni basate su orientamento sessuale, identità di genere e caratteristiche di sesso, chiedere il rispetto dei diritti civili, sociali e umani. È ripresa così anche la Staffetta Intersex promossa da intersexioni a partire dal 2017: portare la bandiera intersex nei Pride d'Italia per mano delle stesse persone con variazioni nelle caratteristiche di sesso (VCS) e alleatƏ, significa dare visibilità ad una realtà tuttora taciuta e invisibilizzata, informare sulle perduranti violazioni dei diritti umani, diffondere informazioni corrette, supportare la presa di parola delle persone intersex stesse in contesti pubblici ad alta partecipazione, creare nuove connessioni e alleanze tra persone intersex e organizzazioni per essere sempre più unitƏ nella lotta per l'autodeterminazione, filo conduttore di tutte le battaglie per i diritti umani.
Gli interventi chirurgici e i trattamenti ormonali cosiddetti 'normalizzanti', volti cioè a rendere più femminile o maschile l'anatomia genitale deƏ neonatƏ intersex, possono iniziare fin dalle prime fasi della vita se le variazioni sono visibili alla nascita, anche se non vi sono emergenze di salute. Contro questi interventi precoci non salvavita e non consensuali, fatti per questioni socio-culturali, si batte il movimento intersex internazionale di cui anche intersexioni fa parte.
Per partecipare alla staffetta non è necessario avere una bandiera intersex: ognunə può dare spazio alla propria creatività, con striscioni, cartelli e outfit con i colori della bandiera, l'importante è che sia chiaro il simbolo e il messaggio per il rispetto dei diritti umani, contro i trattamenti non necessari e non richiesti. Vi aspettiamo!
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Il senno di poiFraska · Il racconto
Conversazione fra abitanti di un futuro non troppo lontano
Dopo la fusione, la confusione. Le porte erano state aperte, il tempo e lo spazio riunificati, i mondi si erano sposati e avviluppati come i rami di Yggdrasil. Le dimensioni, riunificate e sommate allo stesso tempo, scalciavano per il predominio creando possibilità inimmaginabili. Gli stessi dèi si contemplarono per la prima volta, osservandosi nei loro simili come in uno specchio, irritandosi.
Le creature dei diversi mondi si erano ritrovate a convivere - o almeno a provarci - all'improvviso. Qualcuno aveva fatto buon viso a cattivo gioco, qualcuno era sceso in guerra contro vecchi e nuovi nemici e qualcuno ne aveva tratto persino profitto come il locandiere della Nana Zoppa che consentiva a chiunque non avesse una taglia sulla testa e avesse moneta per vitto e alloggio di sostare sotto il tetto della sua taverna. Là si riuniva un'improbabile accozzaglia di genti delle più disparate razze conosciute a sbrigare i traffici tra i più svariati. A dimostrare l'impossibile un possente troll, un mezzelfo ed un cyborg dividevano lo stesso tavolo discutendo da buoni compari.
Argomenti del giorno erano l'esplosione del vulcano Enna (evento spettacolare e di buon auspicio) e la carenza d'acqua a sud del fiume Inerte. Infatti, come se un mostro divoratore fosse appostato tra le dune già quasi desertiche della zona, da qualche tempo nella regione spariva tutto ciò che aveva vita: ogni tipo di creatura o vegetazione si andava estinguendo sempre più velocemente. Per paradosso, chi sembrava accorgersi meno del problema, erano gli abitanti dei regni liquidi. Dai tritoni che risalivano i grandi fiumi d'estate ai grandi leviatani degli oceani che passavano il loro tempo a rincorrersi tra le correnti d'acqua. Anche le sirene terraformate non facevano che sprecare acqua per i loro lunghi bagni e spesso erano state sporte lamentele per l'atteggiamento poco sensibile.
- Per loro è come se fosse una risorsa inesauribile - constatava il troll.
- È a causa dei loro pianeti di origine - affermava il cyborg proiettando ologrammi di grandi pianeti con vasti oceani e poco più - sono abituati ad una scorta d'acqua ineguagliabile -.
- Effettivamente è come se non comprendessero affatto il problema, eppure saranno i primi a risentirne - rifletté il mezzelfo.
Il cyborg osservò i compagni per un attimo poi disse: - Molto tempo fa ero solito recarmi per lavoro in un pianeta dove la tecnologia era ancora primitiva, almeno per i miei standard dell'epoca. Là, per spostarsi, usavano dei mezzi a combustione fossile che, oltre ad inquinare molto (con tutto ciò che comportava il problema), era anche un sistema scarso dato che il materiale fossile, il petrolio, era una fonte esauribile e costosa nell'approvvigionamento. Ma gli umanoidi del posto sembravano completamente ignari del fatto e si irritavano se qualcuno glielo faceva notare. Cosa che mi pareva inquietante e a ragione col senno di poi... -
- Perché? - chiese il troll sgranando gli occhi come se stesse ascoltando una bella favola.
- Per il fatto che, come dicevo, la risorsa era limitata e quindi andò pian piano esaurendosi del tutto -.
- E come risolsero il problema? - chiese il mezzelfo.
- Bah... - sospirò il cyborg - come fanno sempre quelle creature che non hanno una mente pragmatica: si fecero la guerra per il predominio sul petrolio fino ad estinguersi -.
- Incredibile! -
- Già! È incredibile! Come è possibile che un popolo arrivi a tanto senza rendersene conto -.
- Semplice! Se ne rendevano conto, ma non se ne curavano. Scarsa empatia - precisò il cyborg.
Il mezzelfo si grattò la testa, ordinò un altro giro di bevute e con aria sconsolata affermò:
- C'è molto su cui riflettere in questa storia... credo che smetterò di bere acqua e di lavarmi -.
- Vero, lo farò anch'io! Non voglio certo finire ammazzato per un bagno di troppo - convenne il troll.
Il cyborg si limitò a disattivarsi.
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Stoner, la storia di una vita non qualunqueGiuliana Mesina · Fuori Scaffale
Troppo spesso si usa la storia di William Stoner come simbolo antonomastico della vita noiosa.
Eppure, a leggere questo romanzo, si trova la storia di un ragazzo povero che riesce a prezzo di grandi sacrifici a laurearsi, a diventare un docente universitario (ancorché senza grandi prospettive di carriera accademica), a farsi una sconclusionata famiglia (le famiglie sono tutte tolstojanamente infelici), a vivere una passionalissima storia d'amore, a duellare professionalmente con un collega.
In tutta sincerità, dove sta la noia?
Certo, Stoner sposerà una grandissima stronza, senza avere mai né il coraggio né la voglia di liberarsene. Ma non è forse la stessa condizione di migliaia di altri uomini?
Avrà poca determinazione per prendere in mano la sua carriera, lascerà che la sua storia d'amore soccomba di fronte al moralismo e alla cattiveria altrui, non sarà capace di salvare la figlia dalle esalazioni di una madre tossica.
Stoner è un uomo che si arrende, senza coraggio. Ma i più intellettualmente onesti forse ammetteranno che ci è molto più somigliante ad esempio del Conte di Montecristo, e che ci sollecita molta più empatia.
La sua dirittura morale, ai limiti dell'autolesionismo, non fa di lui comunque un Uomo Degno?
È una lettura malinconica, non c'è dubbio. Ma mi oppongo con forza a chi definisce la storia di Stoner come una vita "qualunque".
Offro come prova un saggio piccolissimo:
> "Trascorreva quasi tutto il giorno in biblioteca e a volte rientrava a casa da Edith la sera tardi, quando il profumo del caprifoglio si levava nell'aria tiepida e le foglie delicate dei cornioli rotolavano in terra come fantasmi nel buio. Aveva gli occhi che gli bruciavano per lo sforzo di doversi concentrare su quei vecchi libri, la testa appesantita dalle letture e le dita che gli formicolavano al ricordo del contatto con il cuoio, il legno e la carta. Ma in quelle brevi passeggiate si apriva al mondo e vi trovava anche una qualche gioia".
John Williams, Stoner, Fazi editore, 2012
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Etica, mutualistica, solidale? Facciamo chiarezzaFrancesco Festini · Se hai, hai per dare
Molto spesso i termini "Finanza Etica" e "Finanza Mutualistica e Solidale" vengono confusi ed usati come sinonimi: proviamo oggi a sottolineare le differenze più evidenti.
Per Finanza Etica si intende il variegato universo di enti e persone che, esasperate dalle plateali ingiustizie e dai mostruosi danni creati dal sistema della finanza ordinaria, si organizzano in vario modo per contrastare ed attenuare gli effetti più nefasti della cosiddetta Finanziarizzazione dell'economia, mantenendone tuttavia gli assunti di base. Si tratta di un punto di vista - che chiamerei "riformatore" - che accetta il principio cardine che dal denaro si possa/debba creare denaro e quello dell'accesso a credito mediante garanzie con valore giuridico e patrimoniale. In sostanza si accetta che al centro della finanza rimanga il sistema-denaro con le sue caratteristiche di autoriproduzione che come sappiamo tendono alla fine ad arricchire chi ha ed impoverire chi ha bisogno. Si cerca tuttavia di ridurne gli effetti più palesemente ingiusti e discriminatori, per esempio orientando le scelte di investimento anche verso fini sociali ed uguaglianza di trattamento; tuttavia rimangono sempre caratteristiche come il voto per censo e non per persona e la discriminazione all'accesso al credito. Ed alla fine rimane centrale il principale obiettivo: riprodurre denaro dal denaro.
Quando invece si parla di Finanza Mutualistica e Solidale ci si riferisce ad un punto di vista radicalmente ribaltato, in cui la persona, con i suoi sogni, bisogni e progetti, è il cuore ed il cardine dell'economia ed il denaro è uno strumento per questi fini. Si tratta di un approccio, nato in Italia nell'800 nel mondo delle società di mutuo soccorso, che chiamerei "rivoluzionario", intendendo cambiare ed arrovesciare radicalmente i parametri consueti...
(continua)
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Mondeggi bene comuneRedazione · Luoghi Amici
La fattoria di Mondeggi bene comune è una realtà agricola molto importante che si trova sulle colline di Bagno a Ripoli. Nasce come occupazione per impedire la svendita della tenuta di Mondeggi, e le donne e gli uomini che costituiscono la comunità lavorano per la diffusione di un'agricoltura contadina, locale, naturale e di sussistenza, attraverso una gestione sostenibile dei terreni e dei beni agricoli di proprietà pubblica.
L'autogoverno praticato si ispira ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo attraverso il metodo antiautoritario del consenso. Le pratiche quotidiane sono inclusive e rifuggono da ogni discriminazione.
Se ancora non li conoscete direttamente, approfittate della stagione estiva per compiere una visita, ne sarete attratti irresistibilmente!
Se avete un #luogoamico da proporre non esitate!
Scriveteci a redazione@fuoribinario.org o telefonateci allo 0552286348.
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Dove trovare il giornale?Redazione · Luoghi Amici
Una rete solidale di gruppi, realtà, associazioni, movimenti che accompagnano la crescita dei diffusori di Fuori Binario: per ridurre i costi di acquisto a loro carico, per rinsaldare i rapporti con la città, per ampliare il numero dei lettori e delle lettrici. Hai un luogo amico da proporre? Scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.
- Anelli Mancanti in via Palazzuolo 8
- Casa del Popolo 25 Aprile in via del Bronzino 117
- Casa del Popolo Le Panche in via Giulio Caccini 13b
- Comunità delle Piagge in piazza Alpi-Hrovatin 2
- Comunità Isolotto in via degli Aceri 1
- Cpa Firenze Sud in via di Villamagna 27/a
- Csa Next Emerson in via di Bellagio 15
- Fattoria di Mondeggi sulle colline di Bagno a Ripoli
- Firenze Città Aperta in via delle Porte Nuove 33
- Forimercato in via di Ripoli 96
- Ortocollettivo in via degli Ulivi 30, Calenzano
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Barriere antirumore: da manufatti alieni a fonti di energiaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Il progettista oggi ha la possibilità e la necessità di usare una quantità importante di lastre monocromatiche ed impermeabili che producono corrente. Questo comporta un bel condizionamento nella formulazione estetica del corpo edilizio, ma un edificio che intenda nascere oggi deve essere autonomo sul piano energetico; d'altro canto i pannelli fotovoltaici funzionano bene in tante posizioni: la posizione ottimale è l'orientamento a sud, con un'inclinazione di 45°, d'estate dovrebbe essere 30° e d'inverno 60°, ma poi alla fine è la pendenza del tetto esistente che ne determina la posizione.
Possono però anche essere posizionati in orizzontale con un'efficienza del 60%, in verticale orientati a sud con efficienza del 70% e sempre verticali ma orientati ad ovest oppure ad est con efficienza del 60%.
I pannelli fotovoltaici sono impermeabili e sostanzialmente indistruttibili, quindi un ottimo rivestimento per facciate con una buona insolazione. Con questo rivestimento, che può anche essere smontato all'occorrenza, si possono proteggere in maniera duratura le parti murarie (sensibili agli agenti atmosferici ed agli sbalzi di temperatura).
Ma i pannelli solari forniscono anche l'occasione di migliorare il paesaggio, talvolta ingombro di manufatti alieni che ci siamo trovati e che però possiamo usare in maniera più utile.
La visione del fantastico paesaggio a nord dell'Ospedale Santa Maria Annunziata (Ponte a Niccheri) è stata recentemente occultata dalle barriere antirumore dell'autostrada, che ora che sono terminate mostrano in tutta la loro evidenza la progettazione marziana che le ha ispirate.
A questo punto però, visto che si snodano da ovest ad est offrendo al sud tutta la loro superficie verticale, potrebbero essere coperte da pannelli fotovoltaici e contribuire così all'autonomia energetica dell'Ospedale; anche quella ferita enorme nella collina fatta per realizzare la terza corsia ha un'ottima insolazione, con quella si può dare la corrente all'Antella; per Grassina invece ci dovrebbe essere la corrente della comunità energetica di Mondeggi e dei tetti dei capannoni della Capannuccia.
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Ciao, PaulMoreno Biagioni · Lettere e opinioni
Paul Ginsborg, tempo fa, si era ironicamente auto-definito anglo-becero ed aveva così sottolineato le sue origini inglesi e la sua fiorentinità acquisita.
Nella vita politica fiorentina si era profondamente immerso, partecipando ai vari tentativi di dar vita a movimenti e soggetti che dessero rappresentanza, in forme rinnovate, alle istanze progressiste presenti in città e non più confinabili nei vecchi contenitori partitici.
Il Laboratorio per la Democrazia e Libertà e Giustizia, di cui era stato fra i promotori, avevano tale obiettivo, in un'ottica che andava oltre l'ambito cittadino, e costituivano efficaci alternative, basate sulla nostra Carta Costituzionale, al berlusconismo ed al renzismo dilaganti.
All'attività di ricerca e di studio, portata avanti a livelli molto alti, ha sempre unito l'impegno politico, attraverso i suoi scritti ed anche con la militanza nelle iniziative di piazza.
Lo ricordo infatti presente nelle manifestazioni locali e romane contro Berlusconi e la sua corte, quando l'ascesa dell'oligarca di Arcore - come si può definire Silvio B., con un termine oggi assai ricorrente quando ci si riferisce ai russi - appariva inarrestabile.
Alla causa della democrazia Ginsborg ha dato anche importanti contributi teorici, in cui il tema della rappresentanza era collegato a quello della partecipazione e veniva sottolineata l'importanza della mitezza nel condurre la lotta politica.
Paul Ginsborg, quindi, un cittadino attivamente, positivamente, pienamente inserito nella vita della città e del Paese in cui, da anglo-becero, aveva scelto di vivere.
Moreno Biagioni
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Se Israele uccide i giornalistiClara Baldasseroni · Lettere e opinioni
L'11 maggio è stata uccisa Shireen Abu Akleh, la famosa giornalista palestinese e storica corrispondente di Al Jazeera conosciuta in tutto il mondo. È successo mentre stava documentando un attacco dell'esercito israeliano all'interno del campo profughi di Jenin, nei Territori Occupati palestinesi, considerati sotto occupazione illegittima dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite e dalla IV Convenzione di Ginevra.
Abu Akleh, come scrivono i giovani palestinesi d'Italia in una lettera all'ordine dei giornalisti, indossava un giubbotto anti proiettile con la scritta "Press" e l'elmetto protettivo. Nonostante ciò un cecchino l'ha colpita all'altezza del collo, provocandone la morte immediata.
Il giorno del funerale i militari hanno aggredito parenti, amici, cari, tutti i presenti, strappando loro le bandiere delle Palestina con cui stavano partecipando alle onoranze funebri, rischiando di far cadere il feretro che veniva trasportato a spalla.
Negli ultimi 10 anni sono stati 24 i giornalisti palestinesi uccisi dall'esercito israeliano. "Assassinare i giornalisti in un contesto di occupazione militare - scrivono i giovani palestinesi - significa silenziare la voce di chi lavora per documentare ciò che accade, a partire dalla violazione dei diritti umani e dei crimini di apartheid commessi da Israele".
Nel 2021 è stato abbattuto il palazzo che ospitava Al Jazeera e Associated press nella striscia di Gaza. L'uccisione di Shireen costituisce l'ennesima chiara violazione del diritto umanitario internazionale, che invece dovrebbe garantire protezione alla professione giornalistica. I giovani palestinesi chiedono al presidente dell'ordine dei giornalisti di riservare la stessa attenzione alla tutela dei giornalisti palestinesi, così come è stato fatto nel caso di chi oggi si trova in Ucraina. Infine chiedono che l'ordine si esprima nei confronti della Rai, il servizio pubblico italiano, che deve essere imparziale per ciò che concerne l'accesso all'informazione, perché per quanto riguarda l'omicidio di Abu Aqleh ha cercato di occultare la responsabilità dei militari israeliani, definendo la sua uccisione frutto di uno "scontro".
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ColophonRedazione · Colophon
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Fuori dal tunnel: una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietàRedazione · Per non perdersi
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ANELLI MANCANTI - Ore 18-20: Martedì. Via Palazzuolo 8, 0552399533
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NOSOTRAS - DONNE STRANIERE - Via Faenza 103, 0552776326
CARITAS - Ore 14.30-17: Lunedì. Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve. Via Faentina 34, 055463891
LA FENICE - Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve. Ore 9.30-12: Sabato. Via del Leone 35, 3312144403
C.I.A.O. - Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve. Via delle Ruote 39, 0554630876
ACISJF HELP CENTER - 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve. Via Valfonda 1, 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ - Ore 15-18: Martedì. Ore 10-12.30: Lu/Gio. Via Sant'Agostino 19, 3405239889
VINCENZIANI - Ore 9.30-11.30: Mercoledì. Via Ronco Corto 20, 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO - Ore 18-19.30: Lu/Me. Via del Leone 9, 055288150
SPAZIO CIP - Ore 13-16: Ma. Ore 14-17: Gio. Via dell'Agnolo 5, 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA - Ore 8.30-11.30: Mercoledì. Ore 8.30-10.30: Venerdì. Via delle Panche 28, 3703169581
ANELLI MANCANTI - Sportello Consumatori Ore 19-21: Giovedì. Sportello Lavoro Ore 19-21: Martedì. Via Palazzuolo 8, 0552399533
CENAC - Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve. Via Pratesi 11, 0556122035
SANT'EGIDIO - 18.30-20: Martedì. Via della Pergola 8, 0552342712
CENTRO ATTAVANTE - Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve. Ore 14-20: Martedì. Help Center Ore 10-13: Lu/Ve, Ore 14-18: Lu/Gi. Via Attavante, 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE - Ore 17-18: Mercoledì. Via Boccherini 23, 055361046
ASCENSIONE - Via G. da Empoli 2, 055366433
DIVINA PROVVIDENZA - Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese. Via D. Compagni 6, 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE - Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani. Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere. Piazza Santa Maria al Pignone 1, 055229188, 0552276388
SACRA FAMIGLIA - Ore 9-12: Lu/Ve. Ore 16-19: Mercoledì. Via Gioberti 33, 055666928
SAN MARCO VECCHIO - Ore 10-11.30: Ma/Gi. Via Faentina 131, 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO - Ore 11-12: Ma/Sa. Via Corridoni 19r, 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI - Ore 19-21: Martedì e Giovedì. Via Palazzuolo 8, 0552399533
AVVOCATI DI STRADA - Ore 17.30-19: Giovedì. Piazza Alpi-Hrovatin 1, 3396171468
L'ALTRO DIRITTO - adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO - legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" - Borgo Pinti 74, 0552480067
CENTRO LA PIRA - Via de' Pescioni 3, 055213557
PROGETTO ARCOBALENO - Via del Leone 9, 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI - Via Palazzuolo 8, 0552399533
IL COLLE - Da Settembre a Giugno. Via R. Giuliani 115/n, 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE - Piazza Alpi-Hrovatin 1, 055373737
CENAC - Via Rubieri 5r, 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS - Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do. Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE - Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini. Piazza S. Maria al Pignone 1, 055229188
LA FENICE - Ore 9-12: Ma/Gi/Sa. Via del Leone 35, 055211632
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" - Via del Romito 19, 0558493526, 055683627
CENTRO JAVA - Ore 15-19: Ma/Ve. Chill out zone: Ore 1-5: Venerdì notte. Via Pietrapiana angolo via Fiesolana, 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA - Ore 17-20: Venerdì. Via dei Pepi 47r, 3935895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE - Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese, Via Palazzuolo 95. Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese, Via Palazzuolo 8, 3311673985. Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese, Piazza Baldinucci 8r, 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE - Ore 16-17: Sabato. Via Rocca Tedalda, 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI - Ore 17-19: Ma/Me/Gi. Via dei Pilastri 41r, 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO - Ore 17-19.30: Martedì. Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio, 3351246551
LAVORO
SPORTELLO CUB - 2° e 4° Mercoledì del mese. Via Palazzuolo 95
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA - Via Mezzetta 1, 055601375
CENTRO UOMINI MALTRATTANTI - Via Enrico il Navigatore 17, 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
CARITAS - Ore 9-11: tutti i giorni. Via G. Pietri 1. Via Baracca 150/e
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Diventare \"strillone\": guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio
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se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.
La redazione di Fuori Binario
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Come sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneRedazione · Servizio
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il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.
I nostri diffusori
La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.
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