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I progetti condivisi \"dal basso\" delle Piagge cassati \"dall'alto\" dall'arroganza del ComuneElena Barthel, Valentina Mancini e Annalisa Pecoriello · Bluff partecipazione
Vince chi intende la politica come un regno abitato da sudditi. Perde chi si illude di un possibile rapporto virtuoso con le istituzioni.
Alle Piagge sta per sbarcare un'altra "nave", pronta a speronare le storiche "navi" di questo quartiere, come sono chiamati i casermoni di case popolari ormeggiati in questo estremo lembo di periferia. Due anni fa la Comunità delle Piagge scriveva al Comune di Firenze sul progetto del deposito della Linea 4 della tramvia, che piombava come un'astronave a cementare la maggior parte dell'area verde accanto al centro sociale Il Pozzo. Un'area protagonista del percorso di progettazione partecipata "Apriti Piazza!", finanziato e sostenuto dalle stesse istituzioni, per far finalmente diventare Piazza Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il cuore del quartiere, un vero spazio pubblico da sempre mancante e a lungo atteso. Il percorso partecipato esprimeva il desiderio del quartiere di farsi cittadinanza attiva nella trasformazione di questo prezioso spazio di socializzazione.
Un anno dopo la Comunità indice un'assemblea cittadina molto partecipata durante la quale, illustrato il progetto del deposito e manifestate le osservazioni e le criticità, gli assessori presenti prendono l'impegno di rivedere il disegno iniziale e soprattutto di condividere con gli abitanti il progredire delle fasi progettuali per le soluzioni alternative possibili. Nell'anno della pandemia la Comunità ha continuato ad interrogarsi su possibili alternative al progetto del deposito tranviario. In collaborazione con Ornel Menaj, studente di architettura impegnato in una tesi di laurea su Piazza Alpi/Hrovatin, ha prodotto e condiviso con l'amministrazione una proposta con quattro localizzazioni alternative che mitigano l'impatto ambientale e sociale dell'intervento. In particolare si suggerisce e privilegia l'idea di spostare il deposito nell'area delle Officine Grandi Riparazioni recuperando gli storici manufatti dismessi: nessuna frattura al tessuto sociale e ambientale del quartiere delle Piagge, e riduzione a zero del consumo di suolo. Sollecitata da varie richieste di aggiornamento e di condivisione rimaste inascoltate, l'amministrazione si fa infine viva per mostrare alla Comunità il progetto definitivo a pochi giorni dalla presentazione ufficiale alla stampa.
Il nuovo progetto è a dir poco spiazzante. Il deposito viene parzialmente spostato dall'area verde della piazza per entrare come una nave a speronare direttamente lo spazio dove si trova il centro sociale e il condominio popolare che sorge al suo fianco. La sede dei binari della tranvia si allarga in fondo agli edifici di via Umbria per ospitare i binari di manovra necessari allo scambio e al rimessaggio delle vetture, per poi introdursi in un volume imponente che, ruotato di 90° rispetto al percorso, si infila nel perimetro della piazza, sottraendo terreno alle attività sociali e lavorative della Comunità e del Centro sociale che qui si svolgono da anni. Un volume lungo 100 metri per 30 di larghezza, alto 7 metri, che, su una piattaforma di scambi e binari, raccoglie le funzioni di deposito e lavaggio delle vetture della tramvia a fine corsa e una serie di uffici amministrativi.
Nella planimetria gli edifici del Centro sociale e della bottega equo e solidale, i laboratori del riciclo dei materiali in cui lavorano le cooperative, le serre e le piccole officine, vengono costretti in un esiguo spazio indicato come "Nuova piazza Alpi e Hrovatin", come se tutto quello finora costruito con la pratica quotidiana della Comunità e quello sognato e condiviso con il percorso partecipato di 'Apriti Piazza!' non avessero più nessuna voce in capitolo. Oltre ai frequentatori del centro, soprattutto gli abitanti dell'edificio adiacente vedono avvicinarsi pericolosamente questa ennesima cementificazione, che oltre all'impatto visivo porta con sé tutto quello che è legato alle sue attività: rumore, traffico, smaltimento acque di lavaggio, ulteriore illuminazione artificiale, insomma ancora inquinamento. Su un territorio già provato dall'attività di un inceneritore, ora dismesso, dal sorvolamento continuo degli aerei, dalla presenza della ferrovia e di una strada pesantemente trafficata come via Pistoiese, su un suolo contaminato da rifiuti e materiali di scarto del boom edilizio del secolo scorso, le autorità offrono una bonifica che altro non è che un'ennesima intrusione.
La seconda versione del deposito della Linea 4 rinnega a nostro avviso ancora una volta la vera identità di questo luogo che ha resistito per anni all'incuria del Comune grazie alla forza della sua anima verde, storicamente e profondamente legato al vicino fiume Arno. Contrariamente alle scelte dell'attuale amministrazione, la vocazione di parco naturale di questa area fu, agli inizi del nuovo millennio, profondamente preservata e celebrata dal Progetto Guida del 2004, affidato al noto architetto Giancarlo De Carlo, per la riqualificazione dell'intero quartiere delle Piagge. Il piano, grazie al disegno dello spazio pubblico fatto di una rete di luoghi diversissimi e tra loro connessi, si contraddistingue, a distanza di quindici anni, come il più illuminato tra i progetti per il recupero delle periferie fiorentine. La visione di De Carlo rispondeva intelligentemente alle problematiche di isolamento del quartiere con un sistema di collegamenti trasversali che dai Borghi, passando per la Pistoiese, portavano fino all'Arno, unitamente ad una lunga strada verde, pensata per attraversare l'intero quartiere longitudinalmente, come la spina dorsale di un lungo parco. Non è un caso che De Carlo, all'interno di questo sistema complesso, individuasse nell'area attualmente destinata al deposito della tranvia il centro del parco.
Oggi il terrain vague intorno al centro sociale Il Pozzo si contraddistingue per bellezza di proporzioni e localizzazione. Un polmone verde che apre prospettive lontane in mezzo ai grandi complessi delle Navi, lasciando ancora viva la speranza che la bonifica del suolo e l'investimento in adeguate alberature possano finalmente restituire questo luogo al quartiere. Rubando le parole di Ignasi de Solà Morales "Il vuoto è l'assenza, ma anche la speranza, lo spazio del possibile".
Gli incontri successivi tra la Comunità, gli assessori e i tecnici sono stati importanti occasioni di scambio e chiarimenti. Più volte si è cercata una risposta al perché siano state ignorate le proposte alternative presentate dalla Comunità, soprattutto in considerazione del fatto che è già stato approvato il finanziamento dell'ultimo tratto della Linea 4, quello che collegherà Firenze a Campi Bisenzio e porterà il capolinea ed il deposito finale definitivamente fuori dalla città. Abbiamo provato a domandare perché non si potesse rivedere l'entità dei vagoni da alloggiare in modo da ridimensionare la scala dell'intervento e il suo impatto socio ambientale, ma ci è stato risposto che le tempistiche delle corse non lo permettono. Neanche utilizzare il grande deposito già esistente e funzionante, posto al capolinea di un'altra tratta, rientra nella logica di sfruttare al massimo i turni degli autisti, che impiegherebbero più tempo per raggiungere il percorso assegnato. In poche parole non c'è la volontà di derogare alla messa in funzione di una tramvia da subito efficiente al massimo delle sue potenzialità, per cui un deposito intermedio e temporaneo è inevitabile. L'unica strategia che viene messa in campo è quella di immaginare una seconda vita dell'infrastruttura, ipotizzandone il riuso, una volta che il deposito verrà spostato, come spazio per il mercato rionale. Ma si tratterebbe di un volume enorme, fuori scala rispetto alle necessità del quartiere e alle capacità delle realtà locali di gestirlo.
In seguito a questi confronti i tecnici hanno elaborato le uniche, secondo loro, possibili varianti: la prima che prevede un piccolo ridimensionamento del volume principale in modo da non invadere lo spazio del centro sociale, mantenendone però invariato il forte impatto socio-ambientale. La seconda, che prevede la rotazione del deposito di 90° in posizione parallela alla sede ferroviaria, allontanerebbe i volumi dal centro sociale e dalle residenze, ma andrebbe a occupare l'intera area occupata dal maneggio, alienando una realtà che da anni funziona sul territorio dando a questo spazio verde una importante funzione sportiva. In questo caso inoltre si negherebbe definitivamente la possibilità di un collegamento con l'Arno in questa area centrale all'intero quartiere.
Entrambe le soluzioni confermano a nostro avviso l'incompatibilità del deposito con il contesto sia per funzione che per scala lasciando un grande punto interrogativo: ha senso impiegare una così grande quantità di risorse pubbliche per un intervento che si rivelerà obsoleto a corto termine? Esistono altre strategie che si possono mettere in campo? Perché l'arrivo della tramvia, visto come la soluzione a un traffico pesante e difficile, deve essere pagato a caro prezzo a scapito di un diritto alla vivibilità che alle Piagge viene negato da anni? Un deposito a fine corsa, sia che sia incastrato fra un palazzone e il Centro sociale, sia che venga a ingombrare questo "parco" verde ancora libero fra le Navi, non crea altro che ulteriore chiusura, appesantisce una situazione che ha bisogno invece di mantenere leggerezza e permeabilità. Recuperare il rapporto col fiume e il suo habitat è vitale per tutto il territorio e per gli abitanti che da decenni subiscono isolamento e inquinamento, grazie a politiche disumane che hanno pensato e realizzato questo luogo come un contenitore "deposito" per realtà marginali e scomode.
Qual è la vera ragione di affrettare la realizzazione di questa opera, imponendo l'ennesimo manufatto del tutto fuori scala e fuori luogo per una sua futura ragionevole riconversione? Sprecare un'altra occasione per sanare veramente le ferite inferte a questo territorio e considerare i desideri dei cittadini che hanno bisogno di uno spazio aperto e pulito, dove la socialità possa esprimersi, ritrovare una dimensione più umana e recuperare il rapporto con l'ambiente naturale, non è comprensibile né accettabile.
Questi articoli sono stati realizzati in collaborazione con Comune.info e perUnaltracitta.org. Le foto sono di Elena Barthel.
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La partecipazione diventa un raggiro se è concessione demagogica del potereIlaria Agostini e Enzo Scandurra · Fiducia e istituzioni
Ormai troppi a Firenze i progetti collettivi ignorati dall'esecutivo nell'assenza costante di un vero spazio politico di trasformazione.
Se circoscritta al momento del voto e a pratica consensuale, la partecipazione popolare non funziona, e produce anzi un effetto boomerang. La partecipazione funziona invece quando il destino dei territori è inscritto in processi di democrazia diretta e in una diffusa coscienza territoriale. Funziona quando le scelte dal basso e le pratiche partecipative non sono solo una concessione del principe.
Recentemente, a Firenze, è stata invocata dal basso la "partecipazione dei cittadini" come rimedio ai mali di una pessima gestione urbana. "Partecipazione dei cittadini" che è stata in effetti (parzialmente) concessa. Ma non per decidere collettivamente - ad esempio - di un bene monumentale pubblico, come l'ex convento, poi ospedale di militare in costa San Giorgio, passato in mano privata per farne un albergo stralusso. La partecipazione popolare è stata concessa per delineare il futuro Piano Regolatore.
Il senso è: "non vi concediamo la parola su ciò che vi sta a cuore, ma vi diamo libertà di espressione nel piano generale di ridisegno della città". Una scelta dal sapore demagogico: la brioscia invece del pane.
Perché se "concessa" dall'alto, perché se attinente a complesse questioni di carattere eminentemente tecnico, la partecipazione non può funzionare? Proviamo a capire.
In generale, gli episodi di partecipazione diretta sono diffusi nei paesi nord-europei dove è più forte il senso dell'interdipendenza sociale. In Italia, per ragioni storiche e per motivi legati alla macchina amministrativa, è più diffuso attendersi che siano le istituzioni e il governo centrale a risolvere questi problemi. Se, in alcune città e in alcune regioni (pensiamo, ad esempio, al piano paesaggistico della Puglia), la partecipazione cittadina è stata attiva riuscendo perfino a condizionare alcune scelte del governo locale, oggi il modello è sempre più accentrato, e difficilmente delega o incoraggia la cittadinanza a intervenire direttamente sulle grandi questioni di urbanistica e pianificazione. Ma anche su problemi minori.
Si potrebbe affermare che oggi nelle amministrazioni locali non c'è spazio politico per la partecipazione, poiché esse vi vedono limitato il proprio potere discrezionale o vi intravedono il conflitto tra volontà generale e aspirazioni imprenditoriali o clientelari.
Chi dal basso ci ha creduto, dopo anni di attivismo dei comitati nei percorsi partecipativi, si è reso conto che la partecipazione non è decollata. I casi a Firenze sono molteplici: dal deposito tranviario delle Piagge di cui si parla in questo numero fino al Meccanotessile, alla Manifattura Tabacchi, alla Caserma Cavalli, al Panificio militare, a piazza Annigoni, al parco di San Salvi, Oltrarno, etc.
Le istituzioni locali ricorrono a questi percorsi di coinvolgimento, o in caso di elezioni politiche, o in caso di ricerca del consenso su scelte già attuate nei loro fondamenti. In questi casi le pratiche di partecipazione non responsabilizzano gli abitanti, ma anzi risultano strumentali e dannose poiché tendono a ottenere un consenso passivo. Divengono pratiche di raggiro, generano sfiducia popolare nell'apparato politico-amministrativo, se non dissuasione nel coinvolgimento e nell'impegno personale.
Perché le pratiche di partecipazione siano efficaci è necessario che le società locali siano coinvolte in un processo ampio, incrementale, di formazione di una coscienza culturale e tecnica, che siano partecipi di un dibattito tematico, aperto e non orientato. Funzionano se le popolazioni sono abituate a forme di democrazia diretta, come avviene ad esempio in Val di Susa. In questi casi gli abitanti sono abituati a decidere insieme, il che li rende direttamente responsabili degli interventi che si progettano e si realizzano sul territorio.
Partecipare significa autogoverno, progettualità sociale, corresponsabilità nelle scelte sulla città, coappartenenza ai luoghi di vita, e protagonismo collettivo non privo di conflittualità. Altrimenti partecipare significa solo imbonimento.
Questi articoli sono stati realizzati in collaborazione con Comune.info e perUnaltracitta.org.
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Cavilli e cavalliAlessandro Simoni e Giacomo Pailli · Contro il decoro
Chi legge le nostre note sul decoro a Firenze noterà un filo rosso che le percorre, ossia la convinzione che l'amministrazione consideri il diritto come una cassetta degli attrezzi da cui estrarre l'arnese utile per allontanare determinate tipologie di persone, mirando a raggiungere il risultato con poco riguardo per i diritti di libertà.
A volte occorre parlare di noiose questioni giuridiche. Ma per fortuna queste ogni tanto assumono sfumature surreali che rendono tutto più leggero.
Un esempio sono le famose ordinanze contro i lavavetri che nel 2007 lanciarono Firenze come laboratorio "legge e ordine" di sinistra. Tre ordinanze successive, per raggiungere quelli che il sindaco Leonardo Domenici chiamava "effetti sperati e voluti".
All'epoca si partiva da una cassetta degli attrezzi impoverita da decenni di deboscia libertaria, con la mendicità depenalizzata e così via. Nella prima delle ordinanze ci si butta sul cavillo cercando di creare indirettamente un reato. Efficace come impatto scenico, ma il Procuratore della Repubblica dell'epoca fa notare che la norma richiamata non è applicabile. Si rimettono insieme i cavilli in altra combinazione, ma anche lì il penale non regge.
È a questo punto che i maestri del municipale giure danno il meglio. Il preambolo della terza ordinanza parla di una "lettura sistematica dell'intero corpus normativo del Regolamento" (all'epoca una Deliberazione Podestarile del 1932) per "assicurare una effettiva tutela dei diversi beni giuridici". Si trova un art. 43 che "sicuramente" permetterebbe di multare i lavavetri in quanto proibisce di "lavare i veicoli" sul suolo pubblico. Andando a prendere il testo integrale del vetusto regolamento si vede però di che "veicoli" si tratta. Non li puoi lavare, ma neanche "pulire i finimenti e gli utensili che si usano nelle stalle", e neanche "lavare, strigliare, tosare o ferrare gli animali". Il "cavillo del cavallo", ma ovviamente "letto nella sistematica del corpus"...
(La nostra Maria Pia Passigli e Adem Bejzak durante il digiuno contro l'ordinanza lavavetri, 2007)
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Virus legalità in Santo SpiritoAlessandro Simoni · Contro il decoro
Nardella è un conservatore che non vuole pagare il prezzo che si rischia a dichiararsi tale proveniendo dalla sinistra. Le sue norme, vaghe, sono applicate selettivamente con grande rigore per ripulire gli spazi urbani da persone che minacciano l'estetica dei luoghi per i turisti. È così che viene espulso chi non può spendere.
La rubrica che dedichiamo alla lettura critica delle politiche di tutela del decoro urbano non poteva trascurare lo spunto fornito dal sindaco Dario Nardella nel corso del dibattito sulla chiusura dello spazio antistante la chiesa di piazza Santo Spirito, e di altre sei piazze fiorentine, ultimi atti di una politica che ha scelto di affrontare i problemi di alcuni spazi pubblici semplicemente escludendone la generalità dei cittadini. Il sindaco difende le sue scelte presentandole come atti obbligati dalla necessità di tutelare la legalità. Un termine che negli ultimi tempi è sempre più frequentemente utilizzato dagli amministratori locali per difendere le proprie scelte.
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Considerati i toni manichei del dibattito cittadino, dove la stampa locale riduce ogni voce in dissenso alla caricatura dei centri sociali, sarà meglio una piccola liberatoria iniziale. Quello che dirò non è animato da simpatia per chi non ha altro obbiettivo serale che ubriacarsi fuori misura, comportandosi di conseguenza. Ho abitato per anni proprio accanto a piazza Santo Spirito e nel mio personale codice penale i responsabili delle occasionali urla sguaiate in piena notte senza dubbio meritavano i lavori forzati in miniera. Non ambivo però a che la mia personale irritazione per singoli episodi che disturbavano la mia sfera privata diventasse la base di un intervento dell'autorità, e certamente non di decisioni che limitano la libertà anche di coloro che negli stessi luoghi hanno comportamenti ragionevolmente corretti. Uso intenzionalmente l'espressione ragionevolmente corretti piuttosto che un roboante rispettosi delle leggi per sottolineare l'ipocrisia che avvelena la discussione.
Nessuno sembra capace di prendere atto che, ormai da tempo, i luoghi di aggregazione dei giovani nei grandi centri urbani hanno assunto precise caratteristiche. Chiamiamoli con il termine un po' cretino luoghi della movida o come meglio ci pare. Comunque, non sono sale da tè vittoriane. Sono invece luoghi di rumoroso incontro (e che dovrebbero fare, parlare come in chiesa?) ed esibizione, e proprio per questo attirano tutti. Il ragazzo americano che beve quello che in Nebraska gli è vietato (ossia tutto) così come il suo collega che si ferma alla Lemonsoda. Il secchione universitario come l'incorreggibile fancazzista. Il tatuatissimo come quello che sembra nato nell'Ottocento, ma a cui magari interessa un'amica del tatuatissimo. La trasformazione di dati luoghi in tal senso è un'opportunità per molti, un fastidio per altri, per alcuni entrambe le cose. Sono spazi il cui governo non è semplice, e implica scegliere quali valori si vuole privilegiare, che è l'ambito specifico della politica.
Certamente è possibile ascoltare le voci dei vari comitati di residenti, che spesso parlano come se fossero assemblee di condominio d'antan impegnate a regolamentare l'uso di un cortile privato. Chi segue queste associazioni, sa tuttavia che esse rappresentano una specifica parte della società fiorentina, con determinate caratteristiche sociali e culturali. Se un sindaco vuole considerare questi come gli unici suoi interlocutori, e tutti gli altri anarchici dei centri sociali, è liberissimo di farlo. Essere conservatori non è un crimine, e vi sono anche conservatori intelligenti.
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Proprio l'uso della legalità come slogan ossessivamente ricorrente è però un tipico artifizio di chi agisce da conservatore, ma non vuole pagare il prezzo politico che si rischia a dichiararsi tale proveniendo dalla sinistra. Si può, infatti, certo invocare la legalità a giustificazione delle proprie scelte amministrative, ma ciò presuppone lavorare per far rispettare in modo uniforme e nei confronti di tutti norme che tutelano interessi di un qualche rilievo, a prescindere dallo status sociale e dalla forza politica dei soggetti coinvolti.
Le politiche sul decoro urbano o la lotta al degrado a Firenze ci raccontano invece una storia diversa, dove da un lato norme vaghe sono applicate selettivamente con grande rigore per ripulire gli spazi urbani da persone che minacciano l'estetica di luoghi a vocazione turistica e dall'altro si rende di fatto sempre più difficile la presenza di chi non abbia un'elevata capacità di spesa, cercando di allineare la città a un modello artificiale di cittadino perfetto che non ha una base reale.
I quotidiani fiorentini dovrebbero farsene una ragione. Si può non essere di area anarchica, ma comunque ritenere che i ragazzi seduti a bere sui gradini della chiesa non siano un problema di legalità. Il Comune può e deve intervenire per garantire che piazza Santo Spirito sia un luogo ragionevolmente sicuro, e per far questo eventualmente punire individualmente illeciti seri. Trasformarla d'imperio in qualcos'altro è certo legalmente possibile, ma è una decisione politica, le cui basi - a leggere le dichiarazioni del sindaco - appaiono come una miscela di populismo ("la gente è con me") e di inseguimento senza fantasia della destra nell'asservimento del decoro alla difesa del privilegio di chi ha i mezzi per integrarsi nella vita notturna corretta (e costosissima) promossa dall'amministrazione.
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Come il fisco punisce i poveri e favorisce i ricchiBarbara Imbergamo · Giustizia fiscale
Appare ormai saltato il principio costituzionale della progressività delle imposte
"Le tasse in Italia sono troppo alte". Tante volte abbiamo sentito questa affermazione, ma di rado l'abbiamo verificata. Il fisco è percepito come argomento per addetti ai lavori, difficile, da delegare al Caaf. La giustizia fiscale, invece, è un pilastro della democrazia, e pertanto bisogna conoscerne i meccanismi.
Per cominciare, non paga nessuna tassa chi in un anno guadagna fino a 8.174 euro. A chi ne guadagna fino a 15.000, viene applicata un'aliquota del 23%; questa tassa ammonterebbe a 3.450 euro, ma ad abbatterla intervengono una gran quantità di detrazioni di cui è difficile dare conto; concentriamoci quindi sulle aliquote "pure" (consideriamo, però, che in Francia questa aliquota è dell'11% mentre in Spagna è spacchettata in due scaglioni al 19% fino a 12.450 euro e al 24% fino a 20.000 euro).
Nello scaglione successivo ricadono quelli che guadagnano fino a 28.000 euro, a cui vengono applicate due aliquote: quella già del 23% per la porzione di redditi che va da 0 a 15.000 e l'altra, del 27%, per la porzione che va da 15.001 euro fino a 28.000. In altre parole, sui primi 15.000 euro tutti i contribuenti, anche quelli che guadagnano miliardi di euro, pagano sempre 3.450 euro di tasse. Il meccanismo si ripete passando di fascia in fascia fino a giungere all'ultima, quella di coloro che guadagnano più di 75.000 euro l'anno che, per la parte che eccede i 75.000 vedranno applicata una imposta pari al 43%.
Chiaramente, un sistema di aliquote così costruito oggi "pesa" sui contribuenti "bassi e medi" più di quanto non avvenisse in passato. Nel 1973, quando l'Irpef è stata introdotta, le aliquote erano 32 e suddividevano i redditi della popolazione in modo "granulare", con aliquote diverse per redditi che differivano anche solo di 1 milione di lire. Si partiva da una aliquota del 10% applicata a chi guadagnava fino a 2 milioni di lire l'anno, che cresceva al 13% tra i 2 e 3 milioni, al 16% tra i 3 e i 4 milioni e che, con molta gradualità, saliva fino all'aliquota del 72% per chi aveva redditi superiori ai 500 milioni di lire. Una percentuale, quest'ultima, decisamente più elevata della attuale (43%).
D'altro canto, l'aliquota che veniva applicata alla classe lavoratrice e media era decisamente più bassa di quella attuale, se si pensa che uno stipendio da insegnante o impiegato era intorno alle 120.000 lire al mese. A partire dagli anni Ottanta, le aliquote sono state progressivamente ridotte fino alle 5 attuali (sono 4 o 5 anche nei principali paesi europei e negli Usa); quelle più basse sono cresciute (da 10% al 23%) e le più alte sono calate significativamente (da 72% a 45%).
Il fisco attuale risulta dunque decisamente più favorevole per chi ha molto, e meno per chi ha redditi medi e bassi: è da questo dato di fatto che bisognerebbe partire ogni volta che in Italia si parla di tasse. Per approfondire consigliamo una lettura molto snella: Francesco Pallante, Elogio delle tasse, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2021.
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Triplicano a Firenze le persone che chiedono cibo alla CaritasRedazione · Ingiustizia sociale
L'impatto della crisi economica sulla pelle dei più poveri
Il fisco italiano non aiuta i più poveri, lo abbiamo letto qui sopra nel pezzo di Barbara Imbergamo. Si è inceppato quel meccanismo redistributivo che ha permesso per decenni di sostenere uno stato sociale più vicino a chi vive in difficoltà e con deprivazioni. A confermare questa tendenza arrivano i dati ufficiali della Caritas fiorentina che ci raccontano di una città in cui sono triplicate le persone che si rivolgono ai loro centri per richiedere un pacco alimentare: si passa dalle 513 del maggio 2019 alle 929 nel maggio 2020 per arrivare a 1.521 nel maggio 2021.
Ormai quasi la metà (45,2%) di tutte le risorse attivate dai Centri d'ascolto Caritas riguarda i pacchi alimentari, utili per far fronte a situazioni di deprivazione materiale dei singoli e soprattutto delle famiglie impoverite dall'emergenza Covid-19.
Se si analizza il profilo degli utenti dal punto di vista delle problematiche, vediamo come quella relativa al reddito insufficiente a far fronte alle normali esigenze, che era pari al 46,1% nel maggio 2019, balza al 55,9% nell'anno successivo per crescere ancora e portarsi al 61,1% nel 2021. In termini assoluti si passa da 1.397 persone che denunciavano tale mancanza di risorse economiche a 2.056 con un incremento del +47%.
Complessivamente nell'ultimo anno, e in particolare nei mesi compresi tra inizio maggio 2020 e fine maggio 2021, si sono presentate ai servizi della Caritas diocesana 7.538 persone: nel 15,6% dei casi si trattava di persone entrate in contatto con questo servizio per la prima volta nel 2021, una percentuale che sale però al 43,8% se si amplia questo intervallo a tutto il 2020: in altre parole, poco meno della metà delle persone che nel periodo maggio 2020 maggio 2021 si sono rivolti ai servizi Caritas sono nuovi utenti.
In media ogni persona è tornata tra due e tre volte presso i centri o ha manifestato nel corso della stessa visita problematiche plurime: in totale queste sono state pari a 17.076 con una netta preminenza di quelle legate a reddito insufficiente a far fronte alle normali esigenze (46,3%); la disoccupazione (11,6%); l'assenza totale di reddito (4,5%).
Ai numeri spaventosi della Caritas si sommano quelli delle tante associazioni laiche e organizzazioni nate spontaneamente a Firenze nei mesi della pandemia, che hanno offerto sostegno alimentare a centinaia di famiglie.
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Indian childhood: la tragica \"riabilitazione\" subita dai piccoli nativi americani in CanadaMosè Carrara Sutour · Genocidio
Il caso dei bambini indigeni internati nelle Indian Residential Schools e il ritardo storico sull'ammissione degli orrori commessi in quelle "scuole speciali"
Una delle cose più dure che ho condiviso con mio padre fu ascoltarlo parlare delle Indian Residential Schools [IRS, ndr]. Mi ha raccontato ogni cosa… gli abusi, le sofferenze provate. Per me è stata una prova pesantissima, l'ho visto piangere. Sapevo che la sua era una ferita aperta, che era in collera.
A queste parole, Randal, figlio di Elmer Courchene (1936-2018), aggiungeva che il padre, al momento della confessione, gli chiese di non rivelare mai a nessuno quanto accaduto tra le mura della "Fort Alexander" (riserva di Sagkeeng, Manitoba, 1906-1970) e della "Lebret" (Saskatchewan, 1884-1998) scuole speciali destinate agli "indigeni", gestite dai Missionari oblati di Maria Immacolata e (nel secondo caso) dalle Suore Grigie, dove fu trasferito da bambino.
Più noto come "Standing Strong Man", Courchene, di professione saldatore e portavoce della Sagkeeng First Nation, era membro dell'"Assemblea delle Prime Nazioni", organizzazione modellata sull'ONU che riunisce oltre 630 comunità native canadesi per circa 900.000 persone. Consigliere in seno alle principali rappresentanze native del Manitoba, impegnato con la moglie Delores nella lotta all'abuso di droghe da parte dei più giovani, era, soprattutto per questi ultimi, un esempio di integrità.
Violenza istituzionale e piani di lettura incrociati
A fine maggio correva sui media la notizia dei resti di 215 bambini, alcuni di soli 3 anni, rinvenuti in una fossa comune scavata sotto la Kamloops Indian Residential School (Columbia Britannica). Mentre i dati raccolti dalla "Commissione per la verità e la riconciliazione" – TRC, istituita nel 2008, che in un Report del 2015 riferisce di almeno 6000 morti tra gli internati, senza contare le "sparizioni" – ricevevano ulteriore convalida, due immagini fotografiche appartenenti a secoli diversi sembravano galleggiare insieme in un tempo sospeso.
Nella prima, scattata nel 2003, vediamo Elmer Courchene che celebra una cerimonia di purificazione in occasione della nomina a Primo ministro del liberale Paul Martin.
L'altra fotografia è del 1885, anno della cosiddetta "Ribellione del Nordovest" contro il Governo federale canadese (e dell'impiccagione del leader métis Louis Riel), e ritrae i tepee dei familiari dei bambini piantati fuori dai cancelli di un istituto scolastico a Lebret.
Entrambe le immagini sono emblematiche e portano all'intersezione drammatica di due contesti, che riportano alle finalità per cui la Commissione fu istituita:
- quello dell'incontro culturale, che trova un momento di riconciliazione nel sincretismo politico-istituzionale: la tradizione, che il passato voleva estirpare, rende omaggio al potere costituito ma sceglie di farlo a modo suo, in un momento di pubblica solennità;
- il contesto privato delle storie personali: verità sepolte dietro ai muri di architetture erette per isolare prima di assimilare, finanziate dalla Confederazione e amministrate dalla Chiese (cattolica, ma anche anglicana e unita del Canada); luoghi sovraffollati, carenti di igiene e di manutenzione, pronti a bruciare facilmente; storie di torture e abusi sessuali, di fughe e annegamenti, di ricatti ai familiari per evitare la denuncia; tragedie che non hanno più attori o che stentano – per chi è sopravvissuto – a uscire dall'ombra in cui si sono consumate, in un angolo cieco della memoria.
Il secondo contesto rimanda al primo: qual è, pensando al vissuto di Standing Strong Man, il senso del gesto che compie nella foto a colori del 2003? Fuori da ogni rimozione o amnesia infantile, le simboliche della politica possono aiutarci a ripensare il futuro accettando di vivere nel presente, senza dimenticare? Senza l'incidenza reciproca di entrambi i piani di lettura, saremmo "fermi" allo choc collettivo della scoperta: i corpi ritrovati, l'indignazione puntuale, pronta a ripetersi… Eppure i dati risalgono a ritroso il flusso temporale: 150.000 bambini furono sottratti alle famiglie native tra il 1863 e il 1998; tra le vittime, oltre 4100 sono state identificate dal "Missing Children Project" della TRC, mentre le cause legali che hanno portato a un risarcimento, nel periodo 2008-2017, sono più di 36.000.
Già nel 1914 – si legge nell'introduzione al Report del 2015, vol. IV, p. 4 – un funzionario dipartimentale riferiva che «il 50% dei bambini che hanno fatto ingresso in queste scuole non è vissuto abbastanza a lungo da trarre beneficio dall'istruzione in esse ricevuta».
Di fronte ai benefici promessi ai futuri "nuovi canadesi", è sufficiente parlare di un debito della società bianca? Di «capitolo vergognoso» (Trudeau) o di "conto aperto" con la Storia? E, soprattutto: esiste un termine all'archeologia degli orrori di Stato?
«Kill the Indian and Save the Man» o la pedagogia dell'oppressione
Come riporta Paula Larsson (Lessons in Race: Curriculum in IRS, 1900-1966, in History of Intellectual Culture, n. 1/2016), il programma educativo delle IRS poggiava, rafforzandola, sull'oppressione di una "minoranza aborigena" da "civilizzare" in nome dei valori della tradizione cristiana, per formare futuri cittadini. Ad assistere questo ideale troviamo una triangolazione classica del potere (oltre alla Chiesa: gli amministratori e le forze di polizia, braccio esecutivo dell'Autorità nelle traduzioni forzate, ma anche nell'inazione di fronte agli abusi commessi) assistita da una visione ossessiva dell'"indianità da estirpare", la stessa applicata negli Usa dal Generale R.H. Pratt (1840-1924).
Prima di fondare con successo una scuola tecnica per nativi a Carlisle (Pennsylvania), dal 1975 al 1978 Pratt esortò i "suoi" detenuti di Fort Marion (Florida) a disegnare, per convertirli in "studenti". Contrario alla segregazione, a Carlisle adottò il seguente motto: «Kill the Indian and Save the Man» («Uccidi l'Indiano e salva l'Uomo»)… "Gradualmente", aggiungiamo per il Canada, citando il titolo della seconda legge approvata dal Parlamento canadese in materia di assimilazione (Gradual Enfranchisement Act, 1869), che avrebbe giustificato l'emancipazione dal proprio nome e dalla propria lingua, il controllo sulle terre nelle riserve e, più tardi, nel 1894, quando un emendamento dell'Indian Act (1876) la rese obbligatoria, la scolarizzazione dedicata ai bambini delle First Nations… Per "salvare l'Uomo".
[I disegni di Fort Marion sono esposti al National Museum of the American Indian di Washington, DC – ndr].
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Rom, voci fuori \"campo\"Nicolò Budini Gattai · La lunga vita dei campi nomadi
Con la morte di Tito e la dissoluzione della Jugoslavia iniziò la diaspora dei rom verso l'Europa occidentale. La questione a Firenze fu gestita tra luci e ombre fino alla chiusura del "Poderaccio" avvenuta nel 2020
Dopo la morte di Tito nel 1980 e con l'aggravarsi della situazione economica in Jugoslavia, emersero tensioni etniche che costrinsero molti rom a emigrare verso l'Austria, l'Olanda, la Germania e l'Italia. Con l'arrivo di nuovi gruppi rom, nacquero i primi «campi nomadi». Tra il 1984 e il 1994 undici Regioni, tra le quali Veneto, Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Piemonte promulgarono leggi a tutela dei rom e dei sinti e della loro cultura. Tutte queste leggi riconoscevano il nomadismo come elemento caratterizzante la cultura rom e sinti, nonostante che le famiglie venute dalla Jugoslavia vivessero in case. Soltanto qui in Italia hanno iniziato ad abitare in roulotte e a traslocare da un campo all'altro a causa delle persecuzioni.
Gli "esperti dei rom", consultati per scrivere tali leggi, pensarono che i campi fossero la soluzione migliore; in questo modo, i "nomadi" potevano usufruire dei punti sosta, mandare i figli a scuola, cercarsi un lavoro. E così, dagli anni Ottanta l'Italia è diventata il paese dei campi, come si intitola un rapporto dell'European Roma Rights Centre (ERRC, 2000).
I rom vengono da allora stipati nei campi contro la propria volontà. Il campo, inoltre, non è pensato come spazio abitativo in cui possano gestire la loro vita, ma come uno spazio "comunale", in cui sono considerati solo ospiti assoggettati a regole. Tuttavia, le leggi regionali «a tutela dell'etnia rom» sono state un primo passo per farli uscire dall'invisibilità.
A Firenze, dopo la legge 17/88, fu costruito il campo dell'Olmatello che nei primi anni costituì un utile rifugio per i rom in fuga. Poi si creò un sovraffollamento di famiglie e le condizioni igienico-sanitarie iniziarono a preoccupare l'amministrazione, le forze dell'ordine e la società civile. La vita precaria del campo costringeva molti suoi abitanti all'accattonaggio, a fare i lavavetri ai semafori e ad azioni di microcriminalità.
In seguito, la legge regionale venne abrogata due volte, nel 1995 e nel 2000. Queste revisioni, che hanno finalmente coinvolto sia gli esperti sia le associazioni rom, hanno consentito, a livello regionale, di sperimentare strategie e azioni per il superamento dei «campi nomadi». Si inizia così nelle amministrazioni toscane a parlare di «villaggi»: insediamenti in genere di piccole dimensioni, costruiti con materiali e tecniche economiche.
Nell'estate del 1999 i «campi nomadi» fiorentini erano sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, in particolare il Masini. Durante la guerra in Kosovo, i campi si presentavano come dei rifugi in cui ritagliarsi uno spazio in città presso parenti o conoscenti arrivati prima di loro.
Nel 2003 il Comune di Firenze avviò un piano per la progressiva chiusura di due campi nomadi: quello ufficiale del Poderaccio e quello tollerato dell'area Masini. Si trovavano tra due cave di materiale edile con continui passaggi di mezzi pesanti, in un'area di golena adibita a discarica e a deposito di rifiuti ospedalieri, in una delle zone più marginali del Quartiere 4. Perciò il Genio Civile, nel 1988, aveva autorizzato la costruzione del «campo sosta per nomadi» in via del Poderaccio, ma solo per una sistemazione provvisoria. I rifiuti ospedalieri furono rimossi dopo un anno. Il campo fu realizzato con container, roulottes e baracche.
Inizialmente era stata ipotizzata la costruzione di un quartiere rom in un'area vicina ai due campi, ma fuori dalla fascia di sicurezza dell'Arno. Poi l'Amministrazione ha preferito un intervento transitorio, in previsione della chiusura definitiva attraverso l'assegnazione alle famiglie di abitazioni dell'edilizia pubblica. Inoltre, nell'estate del 2000, la magistratura aveva ordinato lo smantellamento dei campi perché la situazione era diventata intollerabile.
Così i due villaggi temporanei che hanno sostituito, dopo più di dieci anni, i campi sosta Poderaccio e l'area Masini nascono sotto il segno dell'emergenza. Il primo dei due villaggi temporanei avrebbe dovuto essere realizzato entro pochi mesi, prima dell'inverno alle porte. Sarà invece realizzato e abitato dopo quasi 4 anni, per le difficoltà di operare interventi in un'area gravata da prescrizioni e divieti. I moduli abitativi prescelti erano garantiti per 10 anni ma già dopo pochi mesi davano i primi segni di usura. Dal novembre 2005 è abitato anche il secondo lotto che ha consentito la chiusura definitiva del campo Masini. Tuttavia, con il passare degli anni, la temporaneità ha ripreso il sopravvento.
Bisogna però notare anche dei miglioramenti nel passaggio dal campo al villaggio, innanzitutto quello delle condizioni abitative: le case sono in legno con «due stanze da letto, una cucina abitabile e un bagno, spazi comunque dignitosi per nuclei piccoli», racconta Andrea Tognin, ex educatore scolastico per i rom del villaggio. Sono munite di acqua e di impianti elettrici più sicuri; viene costruita una moschea, uno dei pochi luoghi di culto musulmano presenti nella città di Firenze; viene chiusa la portineria all'ingresso che aveva funzione di controllo; agli abitanti viene concessa la residenza e il conseguente accesso ai servizi territoriali.
All'inizio di luglio 2020 intervistai il Presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni per sapere a che punto eravamo sulla chiusura definitiva del villaggio del Poderaccio: «Siamo a buon punto, salvo il fatto che sul programma di dismissione del campo è intervenuta l'emergenza Covid. Però a questo punto non manca tanto. L'Amministrazione, mi sembra nell'estate del 2018, mandò la lettera a tutti gli abitanti dicendo che era terminata la possibilità di rimanere lì e si andava avanti con un programma di uscita. A tutti è stata data un'alternativa, che fossero vere e proprie case popolari perché con la graduatoria si riusciva a scorrere o gli alloggi di accoglienza temporanea».
L'amministrazione comunale aveva previsto l'ingresso delle famiglie rom dei campi nelle graduatorie Erp (edilizia residenziale pubblica) per l'assegnazione di un alloggio popolare. Tuttavia, dopo il passaggio dai campi al villaggio, emerse una contraddizione: se al tempo del campo vivere in una baracca, in condizioni igienico-sanitarie pessime, dava un certo punteggio in graduatoria, ora nei moduli abitativi temporanei del villaggio quei punteggi venivano persi e le famiglie scendevano in graduatoria. Da una parte il Comune non poteva considerare non idoneo lo spazio da lui stesso costruito per ospitare i rom ma, allo stesso tempo, stava frenando l'uscita delle famiglie dal Poderaccio e la sua chiusura definitiva.
Kjani Abaz, un rom di origine macedone, all'epoca raccontava: «È inutile che si faccia il bando per le case popolari e quando arriva il tuo nome, un altro ti sorpassa. Così il campo non si svuota mai. Quando lo abbiamo saputo abbiamo chiesto all'assessore di riceverci. Dato che ne abbiamo diritto, si paga le tasse, siamo residenti da venti-trent'anni a Firenze, dobbiamo stare nelle graduatorie. Non volevamo avere la casa solo perché siamo rom, c'è una graduatoria, ne siamo consapevoli, ma dato che siamo nella graduatoria da vent'anni... Dopo un mese che l'assessora Sara Funaro ci ha ricevuti sono arrivate dieci lettere al campo. [...] A quel punto ci sono i documenti da fare, da leggere, devi avere il permesso di soggiorno... La maggioranza erano cittadini italiani. [...] Funaro mi aveva garantito che al suo mandato avrebbe voluto chiudere il campo. Non ce l'ha fatta, ma comunque sono uscite 32 persone per le case popolari, non perché li ha fatti uscire Sara Funaro ma perché c'era una legge da seguire. Siccome la legge deve essere uguale per tutti, lei ha fatto rispettare la legge» (Intervistato l'11 luglio 2020).
Il 12 agosto 2020 il Poderaccio ha chiuso definitivamente, dopo un lungo percorso che ha visto da una parte l'attuazione della Strategia nazionale d'inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti 2012/2020 che prevede la chiusura di tutti i campi e tutte le situazioni di intollerabile degrado in tutta Italia, dall'altra l'impegno elettorale in questo senso del sindaco Nardella dopo la tragedia di Duccio Dini, travolto da un'auto il 10 giugno 2018 in via Canova a Firenze, durante un folle inseguimento tra alcuni rom.
Dal comunicato stampa del Comune di Firenze del giorno della chiusura si apprende che «nel 2014 c'erano 470 persone residenti al villaggio, scese a 241 alla fine del maggio 2018. Nel 2019 sono fuoriusciti dal campo 21 nuclei familiari, mentre quest'anno sono usciti gli ultimi 13 che restavano».
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Sant'Apollonia: gli anni '70 scritti sul muroCorrado Marcetti · Memoria e cultura
Le pareti del chiostro raccontano una stagione di antifascismo militante e solidarietà coi popoli oppressi
Le scritte degli anni Settanta, scolorite ma resistenti, parlano di lotte e repressioni. Stanno nel loggiato inferiore, stratificate con guazzabugli grafici, e solo approfondendo la memoria si può farle riaffiorare. E allora emerge un mondo: giovani pugliesi, calabresi, sardi, con grossetani, spezzini e folti gruppi di greci, iraniani, kurdi che affollano la mensa di Santa Apollonia. Un nuovo segmento sociale studentesco che si misura con l'inadeguatezza dei servizi e degli spazi dell'Università di massa, col mercato immobiliare, col costo della vita. E con l'incapacità della sinistra istituzionale di raccogliere la spinta trasformativa di questi "strani studenti" che si organizzano autonomamente e si collegano con le diverse realtà in lotta nell'università e nella città.
La mensa di Sant'Apollonia è un megafono di controinformazione su quanto avviene in città. Gli strumenti di comunicazione variano; oltre alle scritte ci sono i datzebao, i volantoni, gli interventi alle radio del movimento, gli striscioni appesi in città, come quello per la liberazione degli arrestati calato dal campanile di Giotto. Il fulcro di una delle lotte più radicali del ribollente paesaggio universitario fiorentino degli anni '70 fu l'aula al primo piano dove si riuniva il Comitato studenti proletari della mensa, dedicata a Roberto Franceschi, ucciso dalla polizia durante una manifestazione a Milano il 23 gennaio 1973.
Alcune scritte sopravvissute riportano alla stagione dell'antifascismo militante e della solidarietà internazionale con i popoli oppressi. Fu questo un terreno di forte coesione con chi proveniva dai paesi sotto il giogo delle dittature militari. Le scritte in greco, ancora numerose, testimoniano l'opposizione al regime dei colonnelli, responsabile della sanguinosa repressione della rivolta del Politecnico di Atene del 17 novembre 1973. Non era raro veder cacciare dalla mensa le spie di quel regime. Lo stesso accadeva per quelle della Savak, la polizia segreta dello Scià. Ci sono scritte a sostegno di chi in Spagna lottava contro la dittatura franchista e ricordano la costante partecipazione ai cortei antifascisti e i durissimi scontri con le forze dell'ordine del 1975 e '76. Sui muri del chiostro compare ancora la richiesta di liberazione dei compagni arrestati in seguito alle occupazioni temporanee della mensa e degli uffici dell'Opera Universitaria.
Nel biennio '76-'77 la mobilitazione interna si intrecciò ancora di più con le facoltà in lotta, con le occupazioni di case e di alcuni alberghi dismessi nel centro della città da parte di studenti fuorisede e giovani senza alloggio. La mano dei cancellatori è stata solerte nel rimuovere le scritte sul duro confronto del Movimento col PCI, che tentò in tutti i modi di disinnescare un modello autonomo di lotta che, per intensità, fu una delle espressioni più importanti del '77 fiorentino.
Le lotte alla mensa durarono fino al 1981. Poi, la morsa della repressione soffocò ogni insorgenza di conflitto.
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Remo Petroni, eroe dimenticato dell'attentato fascista di CovercianoCristiano Lucchi · Terrorismo
Il quartiere lo ha rimosso dalla memoria collettiva ma abbiamo rintracciato una testimone della tragedia
Un'esplosione ha ucciso stanotte cinque persone a Coverciano. Il boato ha svegliato tutta la zona sud-est della città verso le due e trenta quando la torre dell'acqua tra via Moreni e via Mastri è stata distrutta da un ordigno al tritolo. Sono morti nel sonno un bambino e quattro adulti. Le indagini hanno portato all'arresto di tre fascisti del Fronte della gioventù, l'organizzazione del Movimento sociale. Fondamentale è stato il rinvenimento dell'auto usata per l'azione, intestata alla madre di uno di essi e contenente due pistole, una tanica di benzina e altri due chili di esplosivo, oltre ad una miccia a lenta combustione.
Uno scenario tragico, come quello che Firenze ha vissuto nel 1993 con la Strage di via dei Georgofili, e che per un caso non si è compiuto. Quanto avete appena letto è infatti una ricostruzione di quanto sarebbe potuto accadere e non è accaduto grazie all'eroismo di Remo Petroni, una guardia giurata di 23 anni che nella notte tra il 29 e 30 giugno del 1977, nel suo giro di controllo, scoprì tre fascisti pochi attimi prima che ponessero l'ordigno mortale sotto il serbatoio dell'acquedotto. Torre che ancora oggi svetta intatta a poche decine di metri dal Museo del calcio di Coverciano. I tre furono accusati di omicidio volontario aggravato, detenzione di armi ed esplosivo.
Quella notte dell'estate fiorentina è stata l'ultima vissuta da Remo Petroni. Fu freddato mentre rincorreva i fascisti che, scoperti, scapparono per le strade del quartiere. La guardia riuscì a parlare via radio con la sede dell'Argo, storica società di vigilanza della città, dando così l'allarme. Due giorni dopo si tennero i funerali in Santissima Annunziata, in una chiesa stracolma di persone alla presenza del sindaco Elio Gabbuggiani e del Gonfalone della Città. Un cuscino di rose bianche fu deposto sulla bara dal figlio di due anni, Davide, accompagnato dalla madre Antonella, vedova appena ventenne di Remo. Al termine della cerimonia si formò un corteo spontaneo che percorse le strade del centro fino a Piazza Duomo. Oggi il suo corpo riposa nel cimitero di Sesto Fiorentino.
A Coverciano di questa morte si parlò poco o nulla. L'avvenimento fu subito rimosso quasi a voler evitare che il dibattito conseguente inquinasse l'immagine di quartiere "perbene" della città.
Abbiamo rintracciato Laura, all'epoca adolescente, testimone diretta di quell'evento: "Di quella notte ricordo gli spari. La mia finestra dava su via Moreni. Erano anni in cui avevamo paura degli attentati e quegli spari ci fecero sobbalzare. Sirene e gran movimento finché il sonno non prese il sopravvento. Il giorno dopo sapemmo che era morta una guardia giurata e che forse c'entrava un ragazzo della parrocchia. Chiedere nessuno osava, raccontare non si raccontava. Finché un giorno alla messa, durante una preghiera dei fedeli, uno se ne saltò fuori con un 'vorrei pregare per il capo scout Luca Poggiali, che adesso è in carcere…'. Avvertii il gelo, palpabile. Non ho mai capito se derivava da una sorta di rispetto per il mondo scout, anni luce lontano dalla lotta armata, o se invece era per allontanare ombre dalla parrocchia, fatto sta che io ho avvertito solo sussurri. Il nome di Luca Poggiali, se non in quella preghiera, non l'ho mai più sentito fare".
Le cronache dei giornali dell'epoca raccontano un pezzo della storia degli anni Settanta, anni in cui le stragi fasciste erano all'ordine del giorno, fulcro di quella strategia della tensione utile a rafforzare l'azione conservatrice e repressiva dello Stato nei confronti dei movimenti di sinistra, più o meno armati. Basti ricordare lo stillicidio di esplosioni di fine anni Sessanta per arrivare alle più note stragi di Piazza della Loggia, Piazza Fontana, Peteano, Stazione di Bologna, Treno Italicus o Rapido 904.
A 44 anni dagli eventi, nessun luogo a Firenze ricorda Remo Petroni.
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Cecchini a Firenze, la storia non emendabileRiccardo Michelucci · La battaglia di Firenze
La battaglia di Firenze: 4 agosto - 1 settembre 1944. Contro ogni revisionismo "pacificatore" non smettiamo di combattere la battaglia per la memoria.
Per liberare Firenze dal nazifascismo, nell'estate del 1944, non bastò una battaglia ma ne furono necessarie addirittura due, come spiegò a suo tempo Piero Calamandrei. Una di natura strategica, combattuta a distanza tra le artiglierie alleate disposte sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole. L'altra tattica, nel cuore di Firenze, che fu combattuta con armi leggere per le strade e le piazze della città, tra il popolo insorto e i nazifascisti che si barricarono tra le rovine dei palazzi, lasciando che i suoi monumenti fossero ridotti in macerie per poter poi incolpare gli Alleati.
I nazisti in ritirata poterono contare sulla potenza di fuoco della "vecchia guardia" del fascismo repubblicano locale guidata dal famigerato Alessandro Pavolini, un fiorentino che non si fece alcuno scrupolo nel contribuire alla distruzione dei ponti della sua città, né a sottrarre alla Prefettura cinque milioni di lire – una cifra assai considerevole per l'epoca – e a distribuirli ai suoi "franchi tiratori" per convincerli a rimanere in città e fare eroicamente strage di civili. Dopo la partenza dei capi fascisti verso il nord, a restare a Firenze furono i nuclei più disperati e fanatici, che si accanirono contro donne e bambini sparando dai tetti e dalle finestre dell'Oltrarno.
Oggi, a 77 anni di distanza da quei fatti, c'è ancora una battaglia da combattere: quella per la memoria. La Resistenza continua a subire vergognosi attacchi revisionisti e improbabili tentativi di equiparazione tra partigiani e repubblichini. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di costruire una fantomatica "memoria condivisa", ovvero di confondere tutto in una gigantesca notte hegeliana - vittime e carnefici, liberatori e occupanti, nazisti e deportati - appiattendo la complessità della storia in nome di un ecumenismo inaccettabile.
Nelle settimane scorse Fratelli d'Italia ha depositato in Senato un disegno di legge che vorrebbe equiparare le foibe - cioè i massacri compiuti dai partigiani jugoslavi sul confine orientale - al genocidio nazista degli ebrei: un'iniziativa che lo storico Marcello Flores non ha esitato a definire "frutto di ignoranza o di stupidità".
La verità è che da destra l'uso politico strumentale del dramma delle foibe, al pari dei numerosi tentativi di equiparazione tra nazifascismo e comunismo, vengono da sempre branditi proprio in nome di questa presunta "memoria condivisa" che suona sempre più come un ossimoro. Come può essere accomunata la memoria di chi, a Firenze, celebra l'11 agosto e chi quel giorno stesso si reca invece al cimitero di Trespiano per commemorare i franchi tiratori che sparavano su civili inermi? È impossibile, perché la Storia non potrà mai mettere sullo stesso piano Aligi Barducci e Alessandro Pavolini.
Anche i maldestri sforzi per cercare di assolvere il "bravo italiano" demonizzando il "cattivo tedesco" stanno mostrando tutta la loro inconsistenza: la presenza di disertori tedeschi è un fatto ormai acquisito dalla recente ricerca storica sulla Resistenza. Nell'ottimo volume Partigiani della Wehrmacht Mirco Carrattieri e Iara Meloni affermano che durante la Seconda guerra mondiale circa 30mila soldati abbandonarono l'esercito tedesco. In alcuni territori italiani si costituirono veri e propri distaccamenti di disertori tedeschi. Ricordare anche questi disertori è assai significativo e utile a respingere, una volta di più, qualsiasi tentativo di revisionismo assolutorio.
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Quale giustizia per i poveri?Stolby · Cantieri
Appunto per il congresso di Magistratura Democratica.
Uno dei primi eventi "post-pandemici" che si svolgono a Firenze è, tra il 9 e l'11 luglio, il XXXIII congresso nazionale di Magistratura Democratica. Per chi non lo sapesse, Magistratura Democratica è quell'associazione di giudici e pubblici ministeri che la destra becera etichetta come "toghe rosse". Più seriamente, tra le "correnti" della magistratura, è quella che per prima ha cercato di promuovere l'idea di una responsabilità sociale del giudice e l'attenzione all'eguaglianza non solo formale all'interno di un corpo professionale che, nonostante quello che viene fatto credere, rimane profondamente conservatore. Come tutte le anime della sinistra italiana, la sua storia è fatta di slanci ideali e chiusure autoreferenziali, sincera inquietudine rispetto allo status quo e alterigia intellettuale, fratture a volte plateali e a volte sommerse, spesso difficili da seguire per i non addetti ai lavori.
Nonostante il suo percorso travagliato, Magistratura Democratica è stata a lungo uno dei principali cantieri culturali nei quali si è lavorato per portare lo spirito della Costituzione anche nelle aule dei tribunali e nelle carceri, e per evitare che queste fossero un semplice moltiplicatore degli effetti delle diseguaglianze radicate nella società.
Fuori Binario non poteva quindi lasciar cadere nel nulla un'occasione in cui a Firenze si parlerà di come la neutralità del magistrato non debba per forza essere una semplice maschera per l'indifferenza. Un giornale di strada è, infatti, un osservatorio privilegiato sulla macchina della giustizia nei momenti in cui incontra chi vive in una condizione di debolezza estrema o è vittima di pregiudizi. E da questo sguardo abbiamo maturato una certezza, che vorremmo qui riassumere in modo forse un po' brutale, sperando che magari qualcuno dei partecipanti acquisti una copia del giornale in una delle pause dei lavori.
La certezza è che, per chi si trova a causa degli schiaffi dell'esistenza a vivere per strada, lo stato di diritto non sia neanche un'idea astratta, ma proprio una presa in giro, una "commedia della giustizia nell'ora presente" come intitolava nel 1898 Giovanni Saragat un suo ironico e amaro libro sui "pericoli del povero davanti ai tribunali" dedicato al neonato figlio Giuseppe, e che la condizione di marginalità comporti l'insulto supplementare di diventare oggetto dell'arbitrio di chiunque sia titolare di una anche microscopica frazione della forza dello stato.
Non sono cose nuove. Di recente il procuratore generale della Cassazione ha ricordato "l'annoso problema delle persone ai margini della società, prive di alloggio nel quale potere essere ammesse a misure alternative", che non esita a definire una "doppia punizione, basata sull'emarginazione sociale".
Siamo consapevoli che la magistratura vive una stagione difficile, e che l'agenda del congresso non ha potuto evitare di collegarsi ai recenti scandali, richiamando la "questione morale". Se possiamo permetterci, nel futuro, "passata la buriana", sarebbe bello vedere al centro della discussione la – certamente immorale - condizione della giustizia per i poveri.
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nEXt Emerson, tutta l'area va all'astaRadio Wombat · Alternative al liberismo
Cooperative edilizie tra cattiva gestione, debiti e liquidazioni. Ancora una volta il valore sociale rischia di abdicare al profitto. Piccola storia ignobile di una speculazione.
Il prossimo 13 Luglio l'intera area di via Bellagio che ospita il csa nEXt Emerson verrà messa all'asta, con il rischio che il fallimento finanziario dell'attuale proprietà trascini con sé una realtà politica e sociale alternativa e antagonista alle speculazioni edilizie le cui spire cercano di stringere da tempo la città.
L'area di via di Bellagio è dal punto di vista immobiliare un doppio fallimento: quello delle aziende manifatturiere proprietarie degli edifici nel 2000, e quello della cooperativa Unica che l'ha acquistata dall'asta fallimentare. La cooperativa acquisisce gli edifici per pochi soldi, meno di 200 mila euro, con l'obiettivo di ottenere il cambio di destinazione d'uso in residenziale, secondo il più classico degli schemi di speculazione edilizia.
L'affare non va in porto per una serie di concause: Unica non riesce a cavalcare l'onda lunga della cementificazione della città, i cui inevitabili scandali affondano la giunta Domenici; intanto l'esplosione della bolla speculativa a livello internazionale contrae ancora di più il mercato dell'edilizia, e, non ultimo, lo spazio diviene la nuova sede del csa nEXt Emerson.
La cooperativa annaspa in una crisi di liquidità non risolvibile: gli investimenti in stile via di Bellagio si adattano più a un'immobiliare, che ad una cooperativa. Unica ha diverse proprietà, ma non ha soldi.
Per una sorta di contrappasso, nel 2015 l'assemblea dei soci è costretta a prendere atto del deficit di 1 milione di euro nel proprio bilancio dell'anno precedente. Al quadro si aggiungono una serie di scandali legati alla vendita in sovrapprezzo di alcune costruzioni nel comune di Scandicci e alla bassa qualità degli stabili realizzati lamentata dai proprietari, che sono anche i soci della cooperativa. Si trova così costretta a una procedura di liquidazione, che prevede la messa all'asta di tutte le proprietà per sanare i debiti.
Dopo sei anni da questi fatti, si giunge così al turno del csa nEXt Emerson: il 13 luglio del 2021. L'asta potrebbe andare deserta, come avviene spesso per far scendere la base, attualmente venti volte superiore a quanto pagato dall'Unica, oppure approdare prima o poi a una trattativa privata. Il capitale immobiliare è in crisi d'astinenza e Firenze è un piatto ghiottissimo. In questi anni, l'area di via Bellagio è stata inserita in "Invest in Florence", un esempio inquietante di quel connubio pubblico/privato tutto a beneficio del secondo.
Ma l'area occupata dal nEXt Emerson ha già ritrovato un proprio senso, in un percorso costruito dal basso e non calato dall'alto, un percorso che restituisce a un uso collettivo uno spazio privato in disuso da più di 20 anni. Un progetto che rispetta il tessuto sociale del territorio e cerca di interagirci, non di sconvolgerlo per favorire l'insediamento di qualche decina di villette a schiera.
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Quando la garanzia si fonda sulla relazioneFabrizio Cherubini · Se hai, hai per dare
Richiedere un prestito ad una banca o a una finanziaria necessita sempre di garanzie reali: il possesso di una casa o di un altro bene che può essere requisito, un cospicuo conto in banca, magari indisponibile perché "investito", o anche la garanzia di qualcuno che si impegna con una firma a restituire il prestito nel caso il creditore non dovesse farlo (e la richiesta di garanzie può incrinare i rapporti tra le persone).
Le norme delle banche sui tempi di restituzione sono molto stringenti; spesso bastano solo tre mesi di ritardo affinché si attivi il "recupero prestiti" con tutte le conseguenze che comporta. Per la finanza ordinaria il denaro è l'elemento prioritario, il fine della concessione di un prestito è il recupero dello stesso con gli interessi: il creditore smette di essere una persona e diventa un numero di pratica.
A differenza delle banche, MAG FIRENZE pratica la finanza mutualistica e solidale da quasi 10 anni. Mag Firenze crede nella centralità della persona, con la quale condividere e sostenere sogni, progetti e bisogni, e ritiene che alla base di tutto ci debbano essere relazioni di responsabilità reciproca.
Mag Firenze richiede garanzie relazionali; per la concessione di un prestito, è fondamentale essere accompagnati e sostenuti da persone amiche, che credono nel progetto da finanziare, e nutrono per i richiedenti stima, fiducia e affetto. Apporre una firma come garante è un gesto di responsabilità e prossimità, che sancisce una promessa di vicinanza e di costanza nella relazione, anche con Mag Firenze.
Essere garante relazionale in Mag Firenze è motivo di orgoglio: significa che chi mi ha chiesto di assumere questo ruolo ha stima e fiducia in me, significa partecipare a un'esperienza davvero mutualistica e solidale, significa avere la possibilità di mettere a disposizione la mia "ricchezza umana" in un progetto comune di equità e giustizia.
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Nell'ambiguo universo di malware e virusGinox · Cyber bluff
Un recente rapporto di un'azienda di sicurezza informatica, la Trend Micro, colloca l'Italia al terzo posto al mondo per il numero di attacchi subiti attraverso i malware. L'azienda opera nel settore e quindi il documento potrebbe essere letto come un velato consiglio per gli acquisti. Non di meno è interessante provare a capire in che cosa consista questo strano mondo dei malware.
Con il termine si indicano dei software con intenti malevoli, dove però volutamente si confondono i piani usando un aggettivo che rimanda all'etica e alla morale, ma senza definire nessuna delle due. Aggirando quindi la questione bene/male possiamo dire che un malware è un programma birbante, in alcuni casi è in grado di installarsi da solo, in altri inganna l'utente per ottenere il fatidico click.
I malware moderni sono per lo più votati alle truffe informatiche. Vengono spesso diffusi con campagne di "phishing", ovvero di invio mirato di mail o messaggi via social per indurre il destinatario a fare click e installare sul computer dello sfortunato un software in grado di prenderne il controllo. Famoso è il caso di Wannacry, un malware che si diffondeva grazie a un bug di Windows reso noto in seguito al rilascio di codice sottratto alla Cia. Il gioco consisteva nel cifrare i dati presenti sul disco del computer attaccato e poi richiedere un riscatto in bitcoin per ottenere la chiave di decifratura.
I malware sono a volte protagonisti delle guerre tra Stati nell'arena di Internet. Una vicenda paradigmatica è nota come "virus Stuxnet", con il quale l'intelligence israeliana e americana hanno sabotato una centrale nucleare iraniana.
Si possono definire malware anche i "captatori informatici" in uso alle forze dell'ordine italiane, la cui normativa è ancora, e comodamente, vaga. Sono di fatto strumenti ampiamente utilizzati nelle indagini, sui quali rimangono pochissime garanzie per i cittadini e un arbitrario margine di manovra da parte degli inquirenti.
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Ex-Emerson, 42 anni di autogestioneSabrina e Monica (Ass. Un tetto sulla testa) · Alternative al liberismo
Un pezzo di Firenze, quello delle persone. Intervista a Carlo, con testimonianze di Vanessa.
Un pomeriggio bellissimo. Così commentiamo le ore appena passate con Carlo nella cornice dell'Ex Asilo Ritter, insieme a incursioni di alcuni residenti di Castello – che tornano con la mente e il cuore a iniziative "fondative" della lotta per gli spazi della città dalla fine degli anni '80 –, la partecipazione di Giampiero, presidente dell'Associazione Un tetto sulla testa, e la visita di Vanessa. Circolano sguardi, emozioni, ricordi. È con noi anche Lorenzo (Bargellini, ndr), lo sentiamo.
Le tre volte del nEXt Emerson. Puoi partire da via Bardazzi?
Era l'89, occupammo il corpo di fabbrica dell'Emerson. Eravamo giovani attivisti di base e si unirono i giovani del quartiere [un quartiere enorme, il 5, di cui fanno parte le zone di Castello, con la sua piana, Le Panche, Le Piagge, Il Poggetto, Lippi-Tre Pietre, Firenze Nova, Novoli, Careggi, Rifredi, Statuto e i vecchi borghi di Brozzi e Peretola]. Era il periodo delle manifestazioni contro i rifiuti tossici a Careggi.
La nostra attenzione è stata da sempre alle aree industriali dismesse, al loro recupero come uso sociale sia abitativo che culturale. Per questo siamo sempre rimasti nella parte nord della città, storicamente quella operaia, popolare.
Dopo poco l'occupazione della fabbrica, "scoppiò" la Pantera e ci furono le prime occupazioni abitative, in particolare verso il mese di dicembre dell'89 quella di Via del Giglio, con il Movimento di lotta per la casa che in quel momento stava nascendo.
Vanessa, tu c'eri?
Io ero fra i giovani del quartiere, mi sono avvicinata all'Emerson grazie alla manifestazione organizzata dal Centro sociale contro l'inceneritore. Non c'era nulla all'epoca e l'esperienza dell'Emerson è stata fondamentale.
Cosa faceste all'Emerson?
In Via Bardazzi ci concentrammo molto, insieme ad un gruppo di operai licenziati, nel dare alle persone un'assistenza di tipo burocratico/amministrativo legata a tutte le questioni che i licenziamenti si portavano con sé. Formammo un comitato di base e iniziammo un lavoro con il quartiere che negli anni si è sempre più sviluppato. In quanto centro sociale autogestito, rappresentavamo una esperienza inedita nel territorio. In tal senso, l'impegno forse principale fu quello contro lo spaccio di droghe pesanti, si trattava in gran parte di eroina, che avveniva in particolare intorno a piazza delle Medaglie d'oro.
Le tre "parole" di riferimento - interviene Vanessa - erano No eroina, No fascisti, No razzisti.
Il nostro – continua Carlo – più che sulla fabbrica era un discorso sulla città che, da quegli anni, abbiamo continuato ad approfondire, attraverso studi architettonici, documentazione urbanistica ecc. con al centro sempre la questione delle aree industriali dismesse.
Quando è avvenuto il primo sgombero e cosa faceste?
A luglio '93 ci sgomberarono pesantemente da Via Bardazzi. E noi si occupò subito in Via Niccolò da Tolentino, nel "quartiere dei greci". Grazie anche alla conformazione urbanistica, ci fu immediatamente da parte degli abitanti una grande partecipazione con la costruzione di un rapporto "alla pari", e noi facemmo tesoro anche dell'esperienza che avevamo maturato da Via Bardazzi.
Ci racconti quella "fabbrica popolare" che è stata Via Niccolò da Tolentino?
Siamo rimasti lì dal 1993 al 2006. Abbiamo dato vita ad esperienze nuove, costruite dal basso e autogestite: dalla Camera del lavoro sociale, con i Cobas, alla Palestra popolare, oltre alla biblioteca. Nella nostra sede convogliava il MAT-Movimento Antagonista Toscano. C'era un'attività sociale, culturale, politica intensa, con Assemblee continue. In quegli anni realizzammo anche il campeggio NO-TAV a Borgo S. Lorenzo.
Si realizzò anche un laboratorio fotografico - aggiunge Vanessa - ed è così che io e Silvietta diventammo "le fotografe" del Movimento. C'era anche un auditorium molto grande, organizzavamo eventi musicali… i 99 Posse erano spesso da noi.
Avevamo anche una rassegna di cinema – continua Carlo – con giovani che si sono formati come proiezionisti e che, più tardi, lo sono diventati anche professionalmente.
Nello stesso tempo, accanto a queste iniziative, ci si occupava del futuro di altri spazi della città, come la Galileo e la Manifattura Tabacchi. Era un periodo di passaggio importante con un nuovo Piano regolatore. Nel quartiere iniziò anche una sistematica dismissione degli alloggi popolari dell'Ater [residenzialità pubblica] e l'inizio di una serie di accordi del Comune con costruttori privati, che finì per essere una operazione di speculazione edilizia.
Ricordo ancora i volantini che si trovavano dappertutto, con la scritta "20.000 alloggi in affitto", dice Vanessa.
Una sorta di "social housing" all'italiana… Quindi, nel 2006, un nuovo sgombero?
Sì, buttarono giù tutto con le ruspe. Riuscimmo a salvare poco, anche se riempimmo per due mesi la palestra di via Aldini in attesa di individuare un altro luogo. Momentaneamente, nell'agosto del 2006, occupammo una struttura nei pressi dell'aeroporto, che sarebbe dovuta essere – a suo tempo – una struttura di accoglienza per il Giubileo, in realtà mai utilizzata. Ma a settembre del 2006 già occupammo la sede attuale in via di Bellagio, distante meno di due km dalla sede precedente.
Questo nuovo spazio occupato ha continuato ad essere un luogo di "progettualità sociale", con la sperimentazione di socialità "liberate": 10.000 mq frequentati quotidianamente da persone di età e generazioni diverse, di classi sociali differenti, di provenienze culturali eterogenee. Una risorsa unica nel quartiere, dove continua un lavoro culturale intenso, un pezzo di città reale e concreto, nel quale – giorno dopo giorno – si generano percorsi di autogestione fondati sulla cooperazione e la reciprocità.
Alcune delle principali iniziative realizzate dal 2006 ad oggi?
Un'attenzione particolare alla vivibilità e allo spazio pubblico: grazie alla pressione popolare esercitata, siamo riusciti a far inserire nel piano strutturale l'area intorno a via chiuso de' pazzi come verde pubblico, anche se ancora il Comune non sta acquisendo una parte di quest'area come, invece, previsto. Abbiamo lavorato sulle fabbriche dismesse a Castello, tutte le questioni aperte a livello urbanistico contro la speculazione di questa zona particolarmente appetibile dal mercato immobiliare. Adesso sembra che i 6.000 mq di verde pubblico siano parcellizzati e non tenuti come intera area per l'utilizzo degli abitanti, oltre al fatto che il nuovo complesso residenziale previsto appare ora nei progetti parallelo a via di Giuliani e non in perpendicolare come da accordi, formando così un "muro" davanti alle colline. Un'altra recente iniziativa sul territorio è stata la passeggiata del 25 aprile, connessa alla toponomastica "infame", con vie che portano nomi di fascisti.
Cos'è attivo attualmente alla sede?
Oltre alla biblioteca e alla palestra popolare, all'organizzazione di serate ed eventi e ad ospitare iniziative con il sostegno a varie realtà territoriali e a gruppi autogestiti, c'è la sala di proiezione "kin8", il progetto "che aria tira", lo skatepark, una sala prove molto frequentata, un laboratorio di informatica, una scuola di tango gratuita [come tutte le attività] con l'organizzazione di milonghe "politiche", e il NEMA-Next Emerson Museo Autogestito, un progetto artistico che lavora proprio sullo spazio fisico del corpo di fabbrica.
Grazie a tutte/i del Next Emerson per portare avanti ogni giorno pratiche di città vivente.
Vi aspettiamo a sostegno del nEXt Emerson martedì 13 luglio ore 9.00 al presidio in piazza Beccaria.
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Da noi troverete un giornale senza padroniClara e Balù · Storia di due diffusori
Clara e Raffaele (Balù) sono l'unica famiglia di Fuori Binario. Diffondono il giornale da 15 anni, da quando erano in attesa del loro primo figlio.
Clara e Raffaele (Balù) sono l'unica famiglia di Fuori Binario. Sono ben 15 anni che li trovate a distribuire in città e oltre, impegnati da sempre nella militanza a favore dei diritti di tutti, ma sopratutto degli ultimi. Lascio a loro raccontare l'esperienza vissuta con il giornale in tutti questi anni.
Un saluto cari compagni della redazione di Fuori binario, siamo Raffaele (Balù) e Clara. È molto che collaboriamo con il giornale per redigerlo e per diffonderlo, da quando aspettavamo il nostro primo figlio Paolo che è nato nel 2008, proseguendo anche quando stava arrivando la bambina, Yamuna, nel 2011.
Il nostro giornale compie 27 anni a giugno e bisogna dire che è un'esperienza prolifica sin dai primi anni trovando un terreno adatto, seminando ciò che nel tempo abbiamo raccolto insieme. Questo nell'ordine dell'autogestione, dell'autofinanziamento e dell'autoproduzione, creando un giornale senza censure, senza padroni, senza pubblicità, si scoprono sempre delle persone nuove perché libere di esprimere i loro pensieri senza paura, in un canale d'informazione indipendente, quello che ci voleva in un mondo che ci spingeva ad essere più soli e distanti.
Abbiamo voluto relazionarci e sappiamo che c'è una sola verità e che al solo ricordarla molte persone aprono le orecchie, c'è voluto molto lavoro in realtà per riacquistare voce e chi più ne ha più ne metta, per un'umanità pronta a riceverci. Abbiamo incontrato una Firenze nuova, persone pronte a rispondere, pronte ad agire contro un muro invisibile che voleva dividerci, annullarci, spegnendo la nostra natura che ci vuole uniti in una società solidale, vivi in una comunità intenta a interagire in una rete di relazioni dedite al mutuo soccorso perché a dire il vero tutti abbiamo bisogno degli altri, e se oggi io ti ho aiutato, domani potresti essere tu ad aiutarmi.
D'altronde come potevamo prodigarci da soli in un'avventura così grande per arrivare ad essere finalmente tutti uguali e capire tante cose sulle differenze, che alla fine non esistono, aumentando il bagaglio di ognuno di noi in meglio nella prospettiva più efficace per una via d'uscita.
Sì, comunque è stata anche molto dura, sentiamo parlare sempre più spesso di odio e razzismo, ma noi abbiamo continuato imperterriti con il nostro giornale, l'unico a essere così pieno di colore. Che riesce a far riflettere e sensibilizzare, a far prendere coscienza veramente... è allora che ci siamo riversati in molti, sempre di più, in piazza e in strada a manifestare per ricordare che non eravamo sconfitti, ma sempre pronti a lottare per l'autodeterminazione, rifiutando senza remore il razzismo imposto dal falso potere del denaro e da chi cerca di comandare le nostre vite senza sapere nulla.
Ma cos'è una città senza uomini? Bisognerebbe pensare prima a loro e poi a tutto il resto.
Dall'inizio della nostra esperienza ad ora qualcosa è cambiato e ci sono stati dei progressi, il che significa che questa esperienza è stata utile. Siamo persone originali e crediamo che ce la faremo solo così, rimanendo uniti. Ciò che vogliamo instaurare è una cosa che non è ancora mai avvenuta nel corso della storia, ma avverrà, una novità in pratica. Dando un'anticipazione, intravediamo una realtà dove tutti possono comunicare liberamente e con parità di diritti, nel diritto fondamentale dell'individuo garantito per tutti senza nessuna distinzione per sesso, età, religione, provenienza, in pratica la cittadinanza a pieno titolo per tutti.
Siamo sempre più convinti, continuiamo a stare insieme seguendo le vicende che accadono con un senso critico comune affinché non ci sfugga nessun aspetto da valutare.
Hasta la victoria siempre!
(testo raccolto da Roberto Pelozzi)
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Viaggiare in biblioteca, un'esperienza senza confiniGiuliana Mesina · Fuori scaffale
Noi di Fuori Binario non stiamo comodi nelle convenzioni, quindi niente consigli di lettura sotto l'ombrellone. L'estate è la stagione dei ricchi, disse una volta uno che la sapeva lunga. Chi può rallenta, e chi può ancora di più chiude tutto e lascia la città per luoghi più tonificanti. Ma per chi vive nelle pieghe alternative al sistema di consumo dominante, l'estate non è stagione di spiagge, isole, montagne, aerei e code in autostrada.
Pertanto, noi consigliamo di programmare un viaggio in una biblioteca, magari alla ricerca di uno dei libri che comunque vi suggeriamo. Le biblioteche in estate rimangono aperte, magari con un orario ridotto, ma pur sempre come luoghi resistenti, oasi di ombra e di silenzio. E con un vasto panorama di libri a disposizione. In ogni biblioteca si può girare il mondo, viaggiare nel tempo e sognare senza limiti: la biblioteca è un luogo democratico di libertà.
Nelle biblioteche non esistono guerre ma solo convivenze; sarà per questo che spesso vengono incendiate, distrutte o saccheggiate, come a Sarajevo, Baghdad o nell'antica Alessandria: simboli potenti ed eversivi di una pace possibile. Frequentarle è difenderle: dalle chiusure dovute ai tagli di spesa, dall'ignavia della politica, dalla subalternità culturale e dall'appiattimento dilagante.
Ecco la nostra personale e parzialissima lista di libri con cui partire per un viaggio fuori dai binari.
Gli amori difficili, di Italo Calvino: un viaggio sentimentale senza valigie e senza cliché.
I Fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij: per chi ama i processi, le donne, il buon vino.
Ho sposato un comunista, di Philip Roth: consigliato a chi ha un fratello scapestrato.
La lingua salvata, di Elias Canetti: se amate i viaggi, qui ve ne sono in abbondanza.
Manhattan Transfer, di John Dos Passos: il fascino non resistibile di un giro (vorticoso) a New York.
L'Agnese va a morire, di Renata Viganò: in bicicletta nella foce del Po, il più bel romanzo sulla Resistenza.
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Per superare il tabù della questione animaleCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali
A Genova, nel luglio 2001, la questione animale non era visibile, perché la condizione degli animali, sfruttati e uccisi a miliardi in modo pianificato ogni anno per gli utilizzi più disparati, crea imbarazzo e mette in contraddizione anche gli attivisti che si battono per i diritti… umani.
Abbiamo scelto di intitolare il nostro collettivo e la nostra rubrica "Restiamo animali" pensando a Vittorio Arrigoni e alle sue corrispondenze da Gaza, che si chiudevano con l'esortazione "Restiamo umani". Restare davvero profondamente ed ecologicamente "umani" significa anche riconoscere che abbiamo un problema chiamato antropocentrismo e che esiste una stretta associazione tra i vari tipi di violenza.
Nel libro Un'eterna Treblinka Charles Patterson analizza la radice comune dello sfruttamento umano e animale, attraverso lo studio delle incredibili ma innegabili somiglianze tra il modo in cui i nazisti trattavano le loro vittime e il modo in cui, nella società attuale, noi trattiamo gli animali. La specie umana sfrutta e uccide sia animali sia altri umani con metodi razionali che hanno visto nell'industrializzazione del XX secolo una notevole accelerazione, con la creazione dei macelli e delle camere a gas.
Da Genova 2001 a oggi un tratto di strada è stato percorso: la questione animale è diventata un tema di confronto, anche acceso, a ogni livello della società. Una sconfinata letteratura ha denunciato l'ecocidio in corso e la sua insostenibilità ambientale, tant'è che Greta Thunberg, la più famosa e autorevole attivista per il clima, è vegana.
Nel dibattito istituzionale e politico, la questione animale rimane però un tabù, per la sudditanza al mondo produttivo più tradizionale e per la difficoltà a immaginare e progettare concretamente un modello di riconversione delle produzioni. Sta a noi, a ciascuno di noi, farsi portavoce di questa istanza di giustizia e di liberazione, che sfida la dittatura della consuetudine.
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NascitaLoretta Troni · L'angolo della poesia
Vibrando nell'universo l'anima si presentò al mondo con grandi occhi spalancati a guardare, a sentire come prima emozione la grande e meravigliosa potenza della creazione.
Vibrando dentro suoni dell'aria, del vento... Vibrando dentro musiche di cascate, fresche e sommesse voci di ruscelli...
Vibrando dentro sfumature di arcobaleni, toccando il calore del sole, come un gabbiano trasportato dal vento, l'anima cominciò a sfiorare con le sue ali, cime di montagne, tenere foglie di fiori, profumi di miele e rose colorite...
E le apparvero immagini di eleganti forme che galoppavano libere sulle bianche spiagge davanti al mare...
Le si aprirono innanzi verdi e rigogliose vallate dai profumi aromatici... Fitti boschi virili nel loro intenso odore di resine.
Un susseguirsi di fantastiche espressioni, un illimitato fascino di bellezza, fecero scivolare l'anima dentro l'alba della vita.
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Luglio 2021 proclamazione di Firenze città gentile (sic!)Redazione · Città
Tanto gentile e tanto onesta pare / la città mia, ma non si può pisciare...
Riaprire tutti i bagni pubblici, ripensandone la gestione per garantirne l'apertura H24, e istituire una tessera che consenta a tutti i residenti di accedervi a tariffe ridotte e garantisca l'ingresso gratuito a chi tra essi abbia meno di 18 anni o più di 60, alle persone disabili e alle donne in gravidanza.
È la proposta di Progetto Firenze www.progettofirenze.it
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Come fai a vivere senza una casa-auto-barca-bici-mobile?Fabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
Percorrendo le strade della vita, non di rado ci si trova nella necessità di avere uno spazio di libertà. L'automobile ha sempre funzionato bene per questo scopo; il furgone ancora meglio. Ma questi sono adattamenti e non possono sfruttare tutte le possibilità dello spazio che occupano. Una riprogettazione dello "spazio automobile" quindi diventa di particolare importanza, anche perché è uno spazio di suolo pubblico che è consentito occupare, basta pagare il bollo di circolazione; d'altra parte, nell'animo umano, insieme ad altre cose, sono profondamente radicati lo spirito nomade e la voglia di non dover dipendere da nessuno per cui l'oggetto si presta ad una radicale trasformazione.
Una macchina onesta non dovrebbe occupare più di quattro metri quadrati. Fatto salvo che il "modulo" base per una persona occuperà due metri quadrati e potrà avere anche due sole ruote, il modulo doppio o matrimoniale di ruote dovrà averne minimo tre e può essere equipaggiato con tre metri di fotovoltaico per l'autoproduzione di energia elettrica ed un metro di solare termico per l'acqua calda, mentre le ruote dovranno essere grandi e strette, ruote di bicicletta 28, e la carrozzeria portante deve essere una barca.
Il fatto che la carrozzeria portante sia una barca deriva dalla considerazione che le nostre città sono state quasi tutte costruite su terreni alluvionali e quindi alluvionabili e che in questi casi è meglio avere una barca che un'automobile.
L'allestimento variabile permetterà di aderire alle esigenze del momento: se hai bisogno di andare al mare farai un abitacolo aerodinamico; poi, come arrivi al mare, smonti la sovrastruttura automobilistica e la rimonti a casina. E se poi ti serve una barca per andare a pescare, appoggi in terra la casina ed hai la barca per le necessità marinare, più due biciclette per l'esplorazione delle isole misteriose.
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Se il dirigente scolastico ha paura delle famiglie...Laura Bardelli · Banchi di sabbia
È arrivato il momento di chiedersi verso quale pianeta disabitato e ostile stiamo navigando, con l'impennata tecnocratica alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni.
Dopo un tour de force di scrutini in cui non si è fatto altro che calcolare punteggi, compilare menu a tendina, copiare e incollare inutili scartoffie, senza avere il tempo o quasi di parlare degli studenti e delle studentesse, è questa la domanda che urge e che non può davvero essere rimandata.
Ma non basta, perché mentre sono occupati in tali operazioni ingegneristiche, se solo alzano la testa dalla tastiera per esprimere un dubbio o, non sia mai, suggerire che a qualcuno potrebbe essere utile ripetere magari l'anno scolastico, i docenti vengono praticamente minacciati dal dirigente di turno con le seguenti argomentazioni: e l'avete programmate le interrogazioni? E li avete programmati i compiti? E li avete distribuiti in maniera congrua nel corso dell'anno? E lo avete compilato il PDP? E lo avete fatto il PEI, il PAI, il PIA, il curriculum dello studente e tutto il resto? Perché sennò, gli avvocati e le famiglie vincono i ricorsi…
Ecco il punto. Sono gli avvocati, gli unici che veramente ci guadagnano in questo squallido e assurdo mercato, a dettare le regole del gioco e a dire agli insegnanti cosa possono non possono fare. Complice l'orribile genia dei dirigenti-manager sfornati dalle recenti controriforme, cui (salvo rare, ma davvero rarissime eccezioni) solo una cosa sta a cuore: non avere conseguenze legali e poter dire che sì, il loro istituto garantisce il cosiddetto "successo scolastico".
Ma è vero "successo" quello in cui proprio gli alunni più fragili, stipati in classi di 27 o 28, invece che ricevere una vera istruzione, sono promossi al buio di anno in anno, fino a trovarsi diplomati e felici, ma sguarniti di ogni preparazione per affrontare il mondo?
Sembra un don Milani alla rovescia, e di certo il buon sacerdote si girerebbe nella tomba: perché questa è l'ennesima truffa classista.
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Fuori Binario ringrazia GiovanniRedazione · Stazione di posta
Carissimo Giovanni A.,
grazie per il tuo gesto veramente grande e unico. Esso ci aiuterà in questo difficile momento a continuare con questa rinnovata esperienza, che vede la partecipazione di nuovi e capaci collaboratori. Sicuramente ci leggi acquistando il giornale in strada dai distributori: grazie anche per questo gesto. Non vogliamo togliere la privacy al tuo fare, non ci resta dunque che inviarti un saluto caloroso e sentito e... chissà se prima o poi potremo conoscerti di persona.
Un hurrà da tutti noi, buona vita!
La redazione di Fuori Binario, l'associazione Periferie al Centro
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Cosa c'entrano i diritti con il capitalismo?Diego Vanni Macaluso · Stazione di posta
Il sistema capitalistico non è democratico per sua natura. Postula la gerarchia (che chiama "Leadership") la cooptazione ("Merito") esalta l'ineguaglianza fra le persone. I diritti civili, umani e politici valgono al di fuori dell'azienda, se valgono, dipende in che parte di mondo si vive, e non dentro di essa, se non sotto le forme, di pura cosmesi, del "Pink washing", "Black washing" et similia, ossia nominare qualche dirigente appartenente a una minoranza e strombazzarlo ai quattro venti.
È ovvio poi che quel dirigente licenzierà, se necessario, dipendenti gay, lesbiche, neri ecc. Il sistema non cambia, si adegua. Se in Italia ancora qualcosa si può dire e fare si deve alla legge 300 del 1970 che è sempre più erosa. Gli apologeti del sistema diranno che il capitalismo ha aiutato milioni di persone a uscire dalla miseria. Il che è vero ma sempre escludendo una fascia, perché il capitalismo non è inclusivo e mai lo sarà, tende a creare differenziazioni e stratificazioni ovunque.
Quando leggete di un padrone che si lamenta delle "lungaggini" parlamentari è solo il ribadire l'incompatibilità fra quel sistema e il processo democratico. Il sistema capitalistico accetta, anzi "tollera", quello democratico-rappresentativo solo quando questo "facilita", "semplifica" e lo avversa in tutti gli altri casi.
Fino ai primi anni ottanta la natura antidemocratica del sistema capitalistico era patrimonio comune dei partiti di massa: comunisti, socialisti, cattolici. Il mutualismo, la cooperazione, la cogestione, le nazionalizzazioni erano tutti strumenti nati per contrastarne questa natura intimamente autoritaria. In quarant'anni tutto è stato spazzato via. La mentalità padronale ha stravinto, siamo consumatori ormai più che cittadini.
Lo si nota da dettagli apparentemente "minori" come lo schierarsi pavlovianamente dei tifosi dalla parte di un padrone di squadra di calcio quando questo vuole fare uno stadio, magari su un terreno pubblico. Ogni ragionamento critico è visto come "bastone fra le ruote" verso chi "vuol fare". La "politica" è sempre a "tramare" contro chi vuole solo il bene comune. Il capolavoro è stato questo, il superstite e debolissimo vestigio di sovranità popolare è visto come nemico dal cittadino-consumatore.
Diego Vanni Macaluso
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Le ipocrisie sul blocco dei licenziamentiSimone Fana · Stazione di posta
Ripetiamo in coro: non è il blocco dei licenziamenti che penalizza i precari. I lavoratori e le lavoratrici precarie sono tali perché:
- si consente di assumerli con part time involontari (record europeo), si è di fatto liberalizzato il contratto di somministrazione con lo staff leasing; è stato legalizzato il lavoro gratuito, ecc.;
- in Italia manca un salario minimo legale che assicuri una paga dignitosa e tolga dalla povertà e dal ricatto milioni di persone;
- manca una forma di protezione universale di sostegno al reddito ed una riforma universale degli ammortizzatori sociali, che costituisca un salario di riserva contro offerte di lavoro para schiavistiche;
- la domanda di lavoro delle imprese è bassa e scarsa come ci ricorda quel bolscevico di Ignazio Visco, Governatore della Banca d'Italia.
Chi dice che per aiutare i precari bisogna indebolire le tutele dei lavoratori "stabili" (che stabili non sono), lo fa per avere un mercato del lavoro simile ad una giungla, in cui tutti sono precari e ricattabili. Fine della storia, che lo dica la Commissione Europea o esponenti del Governo Draghi è la stessa cosa.
Simone Fana
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La lotta di classe e l'assenza di una politica adeguataEnrico Talenti · Stazione di posta
Gentile Redazione,
vorrei segnalare ai vostri lettori il libro intervista "La lotta di classe dopo la lotta di classe", di Luciano Gallino, dove l'autore dimostra come la lotta di classe è oggi praticata dai capitalisti transnazionali, attraverso una narrazione funzionale: abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, il debito pubblico è insostenibile, le pensioni sono insostenibili, il privato è più efficiente del pubblico.
La loro influenza politica ha assicurato leggi classiste di deregolazione della finanza, di privatizzazione dei beni comuni, di sfruttamento del lavoratore, senza nessuna reazione delle classi medie e operaia.
Gallino sostiene che queste ultime non siano in grado di agire come soggetto definito, che "manca il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, intendendo con questo il passaggio della classe dallo stato di mera categoria oggettiva allo stato di soggetto consapevole e quindi capace di intraprendere un'azione politica unitaria".
L'assenza di questo soggetto politico sarà determinante nel dopo Covid, vista la contiguità fra la classe capitalistica transnazionale e i membri del governo italiano dei migliori.
Enrico Talenti
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Un punto di riferimento per chi è in difficoltàAntonella · Stazione di posta
Cara Associazione Periferie al centro,
vi ringrazio per le indicazioni che mi avete fornito quando vi ho contattato per aiutare le due persone che vivono sulle panchine in Santa Rosa.
Ho accompagnato personalmente questi due uomini in difficoltà alla struttura "Stenone" in via del Leone. Non ho trovato alcun problema, anzi alla struttura mi hanno detto che quando hanno bisogno, possono farsi avanti anche da soli.
Grazie ancora,
Antonella
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Sulle piazze aperte solo a chi consumaRoberto Pelozzi · Stazione di posta
Caro sindaco Nardella,
sono un cittadino e questo scritto lo indirizzo a Lei. Sono partecipe alla redazione di Fuori Binario da 27 anni.
Vorrei che riflettesse sulla ordinanza da Lei promulgata che tiene aperte le piazze del centro solo per chi ha denaro da spendere, a scapito dell'allegria, come dice, molesta. In che città è capitato?
Ma Lei ci si è mai seduto sui gradini di una piazza a Firenze? Ne ha sentito appartenenza? Ha sentito qualcosa? O tende al drink con sorriso?
E poi mi levi le docce, e mi togli i pisciatoi, poi mi metti i vasi di fiori ad invogliarmi. Dario non ti capisco proprio. Però so che con un milione di euro si può fare tanto per i cittadini.
Roberto Pelozzi
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ColophonRedazione · Colophon
DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi
REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Gabriela Jacomella, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.
SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.
DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Daniel Petrache (Via Cerretani), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Marcel Toma (Via Cerretani), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Via Masaccio e Via Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piazza Alpi-Hrovatin, Piazza Repubblica, Via Cimabue).
CREDITI FOTOGRAFICI - Elena Barthel (p. 1, 2, 3), Simone Fortuna (4, 13), Timothy Krause (5), Firenze Città Aperta (5), Massimo D'Amato (7), Cristiano Lucchi (8), nEXt Emerson (10, 11), Clara e Balù (12), Fabio Bussonati (13).
OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.
ABBONAMENTI - Annuale 30 euro, sostenitore 50 euro. www.paypal.me/fuoribinario. Iban IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506. Conto corrente postale 20267506. redazione@fuoribinario.org.
RINGRAZIAMENTI - Questo giornale non esisterebbe senza l'impegno di tre persone speciali: Alessandro De Angeli, Mariapia Passigli e Sondra Latini.
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15Pagina 152 articoli
Fuori dal Tunnel. Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi
Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.
Segnalazioni alla mail redazione@fuoribinario.org
PER MANGIARE
STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica
STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì
CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata • 055282263 Via Baracca 150/e • 05530609230
PER CURARSI
ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica. Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale. Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 • 0552399533
CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 • 055280960
L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r • 0552479013
CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 • 055282008
CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a • 0552298922
PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 • 055280052
PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 • 055294093
PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M • 055316925
SAN FELICE Via Romana 2 • 055222455
CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo • 055291516
PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)
ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 • 055211632
IL SAMARITANO Via Baracca 150/E • 05530609270, 05530609270
CENTRO OASI Via Accursio 19 • 0552049112
CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 • 055429711
CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 • 0552469146, 3397798479
CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 • 0552646182, 055463891
PER PARLARE
NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 • 0552776326
CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 • 055463891
LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 • 3312144403
C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 • 0554630876
ACISJF HELP CENTER 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 • 3472494777
ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 • 3405239889
VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 • 0550128846
PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 • 055288150
SPAZIO CIP Ore 13-16: Ma. Ore 14-17: Gio Via dell'Agnolo 5 • 055284823
MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 • 3703169581
ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 • 0552399533
CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 • 0556122035
SANT'EGIDIO 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 • 0552342712
CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante • 0557364043
PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 • 055361046
ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 • 055366433
DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 • 055583008
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 • 0552276388, 055229188
SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 • 055666928
SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 • 055588274
SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r • 055486329
SPORTELLO LEGALE
ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 • 0552399533
AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 • 3396171468
L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it
PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it
PER IMPARARE L'ITALIANO
CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 • 0552480067
CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 • 055213557
PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 • 055288150, 055280052
ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 • 0552399533
IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n • 3482324967
COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 • 055373737
CENAC Via Rubieri 5r • 055667604
PER FARSI UNA DOCCIA
CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e
SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 • 055229188
LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 • 055211632
L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 • 3398210866
INFO DIPENDENZE
PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 • 055683627, 0558493526
CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana • 0552340884
BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI
MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r • 393 5895698
RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese — Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese — Via Palazzuolo 8 • 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese — Piazza Baldinucci 8r • 3311673985
SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda • 3935895698
SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r • 055244430
SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio • 3351246551
STOP VIOLENZA
ARTEMISIA Via Mezzetta 1 • 055601375
CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 • 3398926550
DEPOSITO BAGAGLI
CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni. Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e • 055301052
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- sportelli legali
- casa
- dipendenze
Lo scattoRedazione · Servizio
Parte della redazione di Fuori Binario riunita il 28 maggio scorso al Festival dell'editoria sociale che si è tenuto alla Polveriera.
In piedi Totò Orlando, diffusore alle Cure. Da sinistra a destra Barbara Imbergamo, Camilla Lattanzi, Ginox, l'ospite Flavio Coppola, Riccardo Michelucci, Totò, Roberto Pelozzi, Cristiano Lucchi, Sabrina Tosi Cambini e Corrado Marcetti.
- redazione
- fotografia
- editoria sociale
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- incontri
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Sali in carrozza?Redazione · Servizio
PARTECIPA ANCHE TU
Cara lettrice, caro lettore, il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze ed è da sempre autogestito e autofinanziato.
I nostri diffusori
La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontrate in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, e che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.
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Le altre attività
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Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione che ogni mese prova a raccontare, senza fake news, perché nella nostra città e nel nostro paese aumenta la povertà.
Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte.
Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.
La redazione di Fuori Binario
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Dove trovare Fuori BinarioRedazione · Servizio
- In Piazza Repubblica, in Via Cimabue e alle Piagge da Teodor
- In Via Cerretani da Daniel e Marcel
- A Ponte Vecchio e in Santo Spirito da Cezar
- In Piazza Tasso e Piazza del Carmine da Giovanni
- In Piazza delle Cure da Totò
- A Sant'Ambrogio, alla Stazione di Campo di Marte e a Borgo San Lorenzo da Nanu
- In Via Masaccio e Via Milanesi da Robert
- Alle due case in Viale XI Agosto da Berisa
- A Pontassieve, nel Mugello e a Livorno da Clara e Raffaele
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