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GIUSTIZIA FISCALE
Come il fisco punisce i poveri e favorisce i ricchi
Appare ormai saltato il principio costituzionale della progressività delle imposte
Barbara Imbergamo · Fuori Binario n. 231, Estate 2021, pagina 5
"Le tasse in Italia sono troppo alte". Tante volte abbiamo sentito questa affermazione, ma di rado l'abbiamo verificata. Il fisco è percepito come argomento per addetti ai lavori, difficile, da delegare al Caaf. La giustizia fiscale, invece, è un pilastro della democrazia, e pertanto bisogna conoscerne i meccanismi.
Per cominciare, non paga nessuna tassa chi in un anno guadagna fino a 8.174 euro. A chi ne guadagna fino a 15.000, viene applicata un'aliquota del 23%; questa tassa ammonterebbe a 3.450 euro, ma ad abbatterla intervengono una gran quantità di detrazioni di cui è difficile dare conto; concentriamoci quindi sulle aliquote "pure" (consideriamo, però, che in Francia questa aliquota è dell'11% mentre in Spagna è spacchettata in due scaglioni al 19% fino a 12.450 euro e al 24% fino a 20.000 euro).
Nello scaglione successivo ricadono quelli che guadagnano fino a 28.000 euro, a cui vengono applicate due aliquote: quella già del 23% per la porzione di redditi che va da 0 a 15.000 e l'altra, del 27%, per la porzione che va da 15.001 euro fino a 28.000. In altre parole, sui primi 15.000 euro tutti i contribuenti, anche quelli che guadagnano miliardi di euro, pagano sempre 3.450 euro di tasse. Il meccanismo si ripete passando di fascia in fascia fino a giungere all'ultima, quella di coloro che guadagnano più di 75.000 euro l'anno che, per la parte che eccede i 75.000 vedranno applicata una imposta pari al 43%.
Chiaramente, un sistema di aliquote così costruito oggi "pesa" sui contribuenti "bassi e medi" più di quanto non avvenisse in passato. Nel 1973, quando l'Irpef è stata introdotta, le aliquote erano 32 e suddividevano i redditi della popolazione in modo "granulare", con aliquote diverse per redditi che differivano anche solo di 1 milione di lire. Si partiva da una aliquota del 10% applicata a chi guadagnava fino a 2 milioni di lire l'anno, che cresceva al 13% tra i 2 e 3 milioni, al 16% tra i 3 e i 4 milioni e che, con molta gradualità, saliva fino all'aliquota del 72% per chi aveva redditi superiori ai 500 milioni di lire. Una percentuale, quest'ultima, decisamente più elevata della attuale (43%).
D'altro canto, l'aliquota che veniva applicata alla classe lavoratrice e media era decisamente più bassa di quella attuale, se si pensa che uno stipendio da insegnante o impiegato era intorno alle 120.000 lire al mese. A partire dagli anni Ottanta, le aliquote sono state progressivamente ridotte fino alle 5 attuali (sono 4 o 5 anche nei principali paesi europei e negli Usa); quelle più basse sono cresciute (da 10% al 23%) e le più alte sono calate significativamente (da 72% a 45%).
Il fisco attuale risulta dunque decisamente più favorevole per chi ha molto, e meno per chi ha redditi medi e bassi: è da questo dato di fatto che bisognerebbe partire ogni volta che in Italia si parla di tasse. Per approfondire consigliamo una lettura molto snella: Francesco Pallante, Elogio delle tasse, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2021.
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Uscito sul numero 231 (Estate 2021), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
