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Archivio › Fuori Binario n. 231 · Estate 2021 › pagina 7

LA LUNGA VITA DEI CAMPI NOMADI

Rom, voci fuori \"campo\"

Con la morte di Tito e la dissoluzione della Jugoslavia iniziò la diaspora dei rom verso l'Europa occidentale. La questione a Firenze fu gestita tra luci e ombre fino alla chiusura del "Poderaccio" avvenuta nel 2020

Nicolò Budini Gattai · Fuori Binario n. 231, Estate 2021, pagina 7

Dopo la morte di Tito nel 1980 e con l'aggravarsi della situazione economica in Jugoslavia, emersero tensioni etniche che costrinsero molti rom a emigrare verso l'Austria, l'Olanda, la Germania e l'Italia. Con l'arrivo di nuovi gruppi rom, nacquero i primi «campi nomadi». Tra il 1984 e il 1994 undici Regioni, tra le quali Veneto, Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Piemonte promulgarono leggi a tutela dei rom e dei sinti e della loro cultura. Tutte queste leggi riconoscevano il nomadismo come elemento caratterizzante la cultura rom e sinti, nonostante che le famiglie venute dalla Jugoslavia vivessero in case. Soltanto qui in Italia hanno iniziato ad abitare in roulotte e a traslocare da un campo all'altro a causa delle persecuzioni.

Gli "esperti dei rom", consultati per scrivere tali leggi, pensarono che i campi fossero la soluzione migliore; in questo modo, i "nomadi" potevano usufruire dei punti sosta, mandare i figli a scuola, cercarsi un lavoro. E così, dagli anni Ottanta l'Italia è diventata il paese dei campi, come si intitola un rapporto dell'European Roma Rights Centre (ERRC, 2000).

I rom vengono da allora stipati nei campi contro la propria volontà. Il campo, inoltre, non è pensato come spazio abitativo in cui possano gestire la loro vita, ma come uno spazio "comunale", in cui sono considerati solo ospiti assoggettati a regole. Tuttavia, le leggi regionali «a tutela dell'etnia rom» sono state un primo passo per farli uscire dall'invisibilità.

A Firenze, dopo la legge 17/88, fu costruito il campo dell'Olmatello che nei primi anni costituì un utile rifugio per i rom in fuga. Poi si creò un sovraffollamento di famiglie e le condizioni igienico-sanitarie iniziarono a preoccupare l'amministrazione, le forze dell'ordine e la società civile. La vita precaria del campo costringeva molti suoi abitanti all'accattonaggio, a fare i lavavetri ai semafori e ad azioni di microcriminalità.

In seguito, la legge regionale venne abrogata due volte, nel 1995 e nel 2000. Queste revisioni, che hanno finalmente coinvolto sia gli esperti sia le associazioni rom, hanno consentito, a livello regionale, di sperimentare strategie e azioni per il superamento dei «campi nomadi». Si inizia così nelle amministrazioni toscane a parlare di «villaggi»: insediamenti in genere di piccole dimensioni, costruiti con materiali e tecniche economiche.

Nell'estate del 1999 i «campi nomadi» fiorentini erano sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, in particolare il Masini. Durante la guerra in Kosovo, i campi si presentavano come dei rifugi in cui ritagliarsi uno spazio in città presso parenti o conoscenti arrivati prima di loro.

Nel 2003 il Comune di Firenze avviò un piano per la progressiva chiusura di due campi nomadi: quello ufficiale del Poderaccio e quello tollerato dell'area Masini. Si trovavano tra due cave di materiale edile con continui passaggi di mezzi pesanti, in un'area di golena adibita a discarica e a deposito di rifiuti ospedalieri, in una delle zone più marginali del Quartiere 4. Perciò il Genio Civile, nel 1988, aveva autorizzato la costruzione del «campo sosta per nomadi» in via del Poderaccio, ma solo per una sistemazione provvisoria. I rifiuti ospedalieri furono rimossi dopo un anno. Il campo fu realizzato con container, roulottes e baracche.

Inizialmente era stata ipotizzata la costruzione di un quartiere rom in un'area vicina ai due campi, ma fuori dalla fascia di sicurezza dell'Arno. Poi l'Amministrazione ha preferito un intervento transitorio, in previsione della chiusura definitiva attraverso l'assegnazione alle famiglie di abitazioni dell'edilizia pubblica. Inoltre, nell'estate del 2000, la magistratura aveva ordinato lo smantellamento dei campi perché la situazione era diventata intollerabile.

Così i due villaggi temporanei che hanno sostituito, dopo più di dieci anni, i campi sosta Poderaccio e l'area Masini nascono sotto il segno dell'emergenza. Il primo dei due villaggi temporanei avrebbe dovuto essere realizzato entro pochi mesi, prima dell'inverno alle porte. Sarà invece realizzato e abitato dopo quasi 4 anni, per le difficoltà di operare interventi in un'area gravata da prescrizioni e divieti. I moduli abitativi prescelti erano garantiti per 10 anni ma già dopo pochi mesi davano i primi segni di usura. Dal novembre 2005 è abitato anche il secondo lotto che ha consentito la chiusura definitiva del campo Masini. Tuttavia, con il passare degli anni, la temporaneità ha ripreso il sopravvento.

Bisogna però notare anche dei miglioramenti nel passaggio dal campo al villaggio, innanzitutto quello delle condizioni abitative: le case sono in legno con «due stanze da letto, una cucina abitabile e un bagno, spazi comunque dignitosi per nuclei piccoli», racconta Andrea Tognin, ex educatore scolastico per i rom del villaggio. Sono munite di acqua e di impianti elettrici più sicuri; viene costruita una moschea, uno dei pochi luoghi di culto musulmano presenti nella città di Firenze; viene chiusa la portineria all'ingresso che aveva funzione di controllo; agli abitanti viene concessa la residenza e il conseguente accesso ai servizi territoriali.

All'inizio di luglio 2020 intervistai il Presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni per sapere a che punto eravamo sulla chiusura definitiva del villaggio del Poderaccio: «Siamo a buon punto, salvo il fatto che sul programma di dismissione del campo è intervenuta l'emergenza Covid. Però a questo punto non manca tanto. L'Amministrazione, mi sembra nell'estate del 2018, mandò la lettera a tutti gli abitanti dicendo che era terminata la possibilità di rimanere lì e si andava avanti con un programma di uscita. A tutti è stata data un'alternativa, che fossero vere e proprie case popolari perché con la graduatoria si riusciva a scorrere o gli alloggi di accoglienza temporanea».

L'amministrazione comunale aveva previsto l'ingresso delle famiglie rom dei campi nelle graduatorie Erp (edilizia residenziale pubblica) per l'assegnazione di un alloggio popolare. Tuttavia, dopo il passaggio dai campi al villaggio, emerse una contraddizione: se al tempo del campo vivere in una baracca, in condizioni igienico-sanitarie pessime, dava un certo punteggio in graduatoria, ora nei moduli abitativi temporanei del villaggio quei punteggi venivano persi e le famiglie scendevano in graduatoria. Da una parte il Comune non poteva considerare non idoneo lo spazio da lui stesso costruito per ospitare i rom ma, allo stesso tempo, stava frenando l'uscita delle famiglie dal Poderaccio e la sua chiusura definitiva.

Kjani Abaz, un rom di origine macedone, all'epoca raccontava: «È inutile che si faccia il bando per le case popolari e quando arriva il tuo nome, un altro ti sorpassa. Così il campo non si svuota mai. Quando lo abbiamo saputo abbiamo chiesto all'assessore di riceverci. Dato che ne abbiamo diritto, si paga le tasse, siamo residenti da venti-trent'anni a Firenze, dobbiamo stare nelle graduatorie. Non volevamo avere la casa solo perché siamo rom, c'è una graduatoria, ne siamo consapevoli, ma dato che siamo nella graduatoria da vent'anni... Dopo un mese che l'assessora Sara Funaro ci ha ricevuti sono arrivate dieci lettere al campo. [...] A quel punto ci sono i documenti da fare, da leggere, devi avere il permesso di soggiorno... La maggioranza erano cittadini italiani. [...] Funaro mi aveva garantito che al suo mandato avrebbe voluto chiudere il campo. Non ce l'ha fatta, ma comunque sono uscite 32 persone per le case popolari, non perché li ha fatti uscire Sara Funaro ma perché c'era una legge da seguire. Siccome la legge deve essere uguale per tutti, lei ha fatto rispettare la legge» (Intervistato l'11 luglio 2020).

Il 12 agosto 2020 il Poderaccio ha chiuso definitivamente, dopo un lungo percorso che ha visto da una parte l'attuazione della Strategia nazionale d'inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti 2012/2020 che prevede la chiusura di tutti i campi e tutte le situazioni di intollerabile degrado in tutta Italia, dall'altra l'impegno elettorale in questo senso del sindaco Nardella dopo la tragedia di Duccio Dini, travolto da un'auto il 10 giugno 2018 in via Canova a Firenze, durante un folle inseguimento tra alcuni rom.

Dal comunicato stampa del Comune di Firenze del giorno della chiusura si apprende che «nel 2014 c'erano 470 persone residenti al villaggio, scese a 241 alla fine del maggio 2018. Nel 2019 sono fuoriusciti dal campo 21 nuclei familiari, mentre quest'anno sono usciti gli ultimi 13 che restavano».

Pagina 7 del numero 231 Uscito sul numero 231 (Estate 2021), a pagina 7. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero